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Parte terza: teorie politiche, economiche e modelli sociali nel XVII secolo

Dopo Machiavelli: assolutismo e ragion di Stato

I cinquant'anni successivi a Machiavelli avrebbero visto il consolidamento all'organizzazione degli Stati europei, nonché la lenta ed inarrestabile decadenza dell'area italiana, dove invece non si era formato uno Stato unitario. La pace di Cateau-Cambrésis (1559) aveva confermato l'esistenza degli Stati protonazionali ed in questo modo il sogno universalistico di Carlo V era definitivamente tramontato.

L'intellettuale francese Jean Bodin rifletteva sulla grave crisi delle guerre di religione e tentava di proporre una soluzione pragmatica che fosse in grado di metter fine ai laceranti conflitti del suo Paese. Egli teorizzava il potere assoluto del sovrano, limitato unicamente dalla legge divina e naturale. Il re era l'unica autorità in grado di garantire una giustizia al di sopra delle parti. Teorico della tolleranza religiosa e civile, Bodin aveva fatto parte del gruppo dei politiques, che si era battuto per la ricomposizione della monarchia durante le guerre civili francesi. La profonda differenza tra il momento rinascimentale e quello machiavellico cominciavano ad emergere, in quanto ora c'era la innegabile realtà stessa dello Stato, in base alla quale diminuiva l'importanza dell'individuo e diventava significativo il ruolo dei gruppi che si identificavano col potere.

Rispetto al movimento fluido e creativo del Cinquecento, tutte queste realtà – Stati e confessioni religiose – si presentavano come portatrici di un maggior grado di conformismo. Così nell'area mediterranea emergeva il tentativo di legittimare la realtà dello Stato assoluto in termini nuovamente religiosi. In questa direzione s'orientava la nuova Scolastica. Un suo sostenitore, Francisco Suarez, assumeva la legge naturale come base dell'umanità e giustificazione di tutte le società. Nel potere coesisterebbe infatti una duplicità complessa: da una parte Dio delega questa funzione ai sovrani, dall'altra vige un contratto fra i cittadini ed il sovrano stesso. In sostanza egli teorizzava un potere monarchico moderato dal rispetto delle leggi naturali e divine. Suggeriva altresì il diritto di resistenza contro la legge ingiusta.

Un discorso fondamentale era rappresentato dalla polemica contro Machiavelli. Nella seconda metà del Cinquecento e per tutta la prima parte del Seicento il senso naturalistico della concezione politica di Machiavelli aveva urtato profondamente le coscienze di tutti gli uomini religiosi, cattolici o protestanti. Il machiavellismo aveva finito così per acquisire una concezione negativa diventando sinonimo di una politica violenta e spregiudicata.

Un nodo più complesso era rappresentato dal concetto di "ragion di Stato". Oltre agli influssi machiavelliani sopravvissuti in Paolo Paruta, i Discorsi sopra Cornelio Tacito (1594) di Scipione Ammirato avevano aperto al modello "tacitista", cioè la denuncia della tirannia e la scelta consapevole della ragionevole mediocrità. Il teorico più notevole sarebbe stato l'ex gesuita Giovanni Botero, autore Della ragion di stato (1589). Le Relazioni universali (1591), scritte su incarico del cardinale Federico Borromeo, non ebbero soltanto lo scopo di diffondere il cattolicesimo, ma pure di favorire la conversione degli infedeli e la riduzione degli eretici. Con Botero la ragion di Stato assumeva i contorni di una normativa politica fitta di echi machiavellici, ma ispirata e subordinata ai modelli religiosi della Controriforma. Egli affermava anche il principio della legittimità della dissimulazione.

Lungo questa direzione si sarebbe mosso anche Roberto Bellarmino, tenace avversario di Galilei e Bruno. Nemico di ogni eresia, voleva ricostruire il ruolo politico della Chiesa come potestas indirecta, affermando la sovranità spirituale del pontefice.

Un altro problema più generale, ma non meno importante, è il ruolo dell'intellettuale nella società o nello Stato della Controriforma. Un primo elemento da notare è il ritorno ai modelli aristocratici e guerrieri cavallereschi, scevri dell'ironia con cui venivano fino a poco tempo prima interpretati. Il più importante poema italiano della seconda metà del Cinquecento fu così la Gerusalemme liberata (1581) di Torquato Tasso, che rifletteva non soltanto le scelte religiose controriformistiche, ma anche un'ideologia aristocratica, guerriera ed aperta a nuove crociate. Tuttavia l'elemento più significativo di Tasso è il rapporto col potere, diviso fra l'odio verso la corte ed il riferimento ossessivo ad essa stessa.

Per schematizzare, l'intellettuale delle città italiane, dopo essersi trasformato nel cortigiano che amava/odiava le corti, si stava preparando a diventare "segretario di Stato", burocrate facente parte di un meccanismo che tendeva ad assorbire ogni energia. Da questo punto di vista la creatività e lo spazio politico degli intellettuali apparivano sempre più ridotti dalla Chiesa e dalle sue cooperazioni con gli Stati. Il fiorire della produzione e della socialità accademica svolgeva quindi una funzione rassicurante, anche se di fatto assopivano le coscienze: davano cioè l'illusione dell'esistenza di spazi liberi, ma che in realtà mettevano in luce un processo di restrizione notevole.

Questo non era un fenomeno unicamente italiano o dei paesi cattolici, perché anche il mondo protestante presentava problemi analoghi. Se il luteranesimo fin dall'inizio aveva manifestato la sua vocazione alla subordinazione al potere politico, il calvinismo rappresentava la scelta opposta, cioè la volontà di far coincidere non lo Stato, ma la società civile con una società religiosa. Con Zwingli e Calvino la teoria della separazione fra Stato e Chiesa, oltre che la rivendicazione della religione come fatto privato, aveva percorso tutti i momenti di rottura della società europea: dagli scontri fra arminiani e gomaristi in Olanda, alla polemica contro la Chiesa anglicana fino alla rivoluzione in Inghilterra.

L'assolutismo ed i diritti alla resistenza

Un primo importante crogiolo di posizioni antiassolutistiche era emerso dalle guerre di religione francesi. I cattolici leghisti, guidati dai Guisa, avevano rifiutato gli equilibri proposti da Caterina de' Medici, accusata di essere machiavellica. Con Enrico III la frattura si era addirittura accentuata, in quanto una consistente pamphlettistica monarcomaca suggeriva l'assassinio del sovrano da parte di un fanatico. A questa pubblicistica faceva da contraltare quella protestante, che supportava il diritto di resistenza, teorizzato da Théodore de Bèze, successore di Calvino nella Chiesa ginevrina. Ancora prima François Hotman aveva fatto propria la tesi del carattere elettivo della monarchia: spettava all'assemblea degli Stati generali la sovranità e la principale responsabilità amministrativa del Regno. Gli Stati Generali ed i Parlamenti erano specchio infatti degli interessi fondamentali della nazione. Infine come strumento di equilibrio tra i due estremi – consessi e sovrano – vi era la nobiltà di toga, che per competenza politica s'avvicinava all'aristocrazia, mentre la provenienza sociale la legava al popolo.

Altre voci sostenevano che dietro il potere monarchico c'erano due patti: quello del sovrano con Dio e quel del sovrano col popolo. La violazione di uno di questi due lo trasformava in tiranno ed autorizzava non solo disubbidienza, ma anche l'intervento di altri Stati per ristabilire la giustizia offesa. Era invocata quindi a chiare lettere un'alleanza dei paesi protestanti contro la monarchia franco-cattolica, macchiatasi dell'eccidio di San Bartolomeo.

Alla pamphlettistica protestante faceva eco la teoria elaborata dal gesuita spagnolo Juan de Mariana nell'opera De rege et regis institutione (1599), in cui sosteneva che bisognasse sopportare il più possibile anche i sovrani malvagi.

Negli spazi germanici si era sviluppata invece la riflessione di Johannes Althusius, favorevole ad un diritto di resistenza che ponesse un freno alla tirannide, considerata esercizio illegale del potere. Altresì egli reputava la sovranità un fatto irrinunciabile. Ostile alla tirannide, Althusius sosteneva che l'attribuzione della sovranità non spettasse al signore, bensì al popolo: ogni forma di potere signorile risulta essere il frutto di un patto stretto col popolo, il quale investiva d'autorità il signore per un certo lasso di tempo. Il diritto alla resistenza è chiaramente formulato dal giurista tedesco nella sua Politica methodice digesta (1603). Non appena il sovrano si trasforma in un tiranno scatta il meccanismo del diritto di resistenza che, in extrema ratio, può spingersi sino al tirannicidio. Per questo motivo Althusius è inserito nell'alveo del calvinismo politico.

Un altro momento di lotta politico-sociale significativo era stata la nascita delle Province Unite. Di contro alla Spagna assolutistica di Filippo II, nell'area olandese trovava terreno fertile la lezione giusnaturalistica e contrattualistica moderna di Huig van Groot (Grozio alla latina), la cui De jure belli ac pacis (1625) seminava i presupposti teorici e fondanti del diritto internazionale.

Nelle scelte di Grozio rivivevano la lezione razionalistica di Erasmo, la volontà di fondare una società cristiana universale e libera da persecuzioni, un metodo per superare i conflitti. La sua visione della società civile ed il suo stesso concetto di libertà cristiana riemergeranno come valori fondanti della Repubblica olandese.

Successivo a Grozio fu Samuel Pufendorf. Particolare rilievo ebbe la sua concezione del diritto come una scienza epidittica, caratterizzata cioè da una serie di concetti dimostrabili. Una tesi del genere era già stata appoggiata da Hobbes, che aveva sottolineato come la scienza politica dovesse trasformarsi in una scienza dimostrabile, al pari della matematica o geometria. Notevole fu il ruolo del pensiero di Christian Thomasius, docente a Lipsia, fra i primi a tenere corsi universitari in lingua tedesca. Lezione che Gottfried Wilhelm Leibniz avrebbe poi sviluppato partecipando alla prima Aufklärung ("delucidazione", nome tedesco con cui s'identificava l'Illuminismo). Le sue convinzioni furono caratterizzate da significative differenze rispetto ai nomi sopra citati, in quanto mai Leibniz fu favorevole al concetto di indivisibilità della sovranità. Il filosofo tedesco infatti mirò a preservare la continuità optando per una razionalizzazione dell'equilibrio politico esistente. Non necessariamente la monarchia poteva essere considerata il regime migliore per natura, che invece si raggiungeva se si fosse agevolato il formarsi di una società organizzata per ceti in cui per ogni individuo fosse prevista una determinata posizione nel pieno rispetto della tradizione e della gerarchia.

Uno dei padri dell'Illuminismo radicale fu l'ebreo olandese d'origini portoghesi Baruch Spinoza. Nel suo Trattato teologico-politico (1670) e nel Trattato politico (1677) affrontò il rapporto tra Stato e Chiesa, sostenendo con vigore la tolleranza religiosa e la libertà politica. Egli dimostrò che la Bibbia andava intesa come uno straordinario documento storico e mise in discussione profezie, miracoli ed un caposaldo stesso del Cristianesimo come la credenza nell'immortalità dell'anima. In entrambi i suoi scritti, Spinoza si schierò su posizioni favorevoli alla tolleranza, alla libertà religiosa ed al profondo rispetto della responsabilità individuale. L'Ethica more geometrico demonstrata (1677) creò le premesse di quel monismo in cui Dio e natura coincidevano. In Inghilterra un free thinker come John Toland avrebbe inventato il termine panteismo fondendo l'immanentismo di Giordano Bruno con una lettura materialistica di Spinoza.

Un altro momento di notevole creatività politica era stato vissuto durante la rivoluzione inglese. I dibattiti di Putney dei Livellatori erano confluiti nelle complesse redazioni del Patto del popolo. Alla loro sinistra si era posto Gerard Winstanley, che annunciava profeticamente un tempo "in cui la terra diverrà nuovamente un possesso comune". Un testo straordinario di questo periodo sarà l'Aeropagitica (1644) di John Milton, nelle cui pagine si reclamava la libertà di stampa e di informazione per una società sempre più matura e responsabile. Milton aveva poi anche difeso lucidamente il regime repubblicano mettendo in luce gli aspetti negativi della monarchia che può sempre degenerare nella tirannide.

Thomas Hobbes, autore del Leviathan (1651), riprese molti elementi di Machiavelli, descrivendo lo stato di natura come una realtà dominata dalla violenza, in cui l'unica eguaglianza consisteva nella condizione comune di timore e di reciproca aggressione. Solo l'esercizio del potere assoluto era in grado di garantire la sicurezza del popolo. Prima di tutto, in Hobbes, fu infatti presente la volontà di fondare l'analisi della società sulla base di una rigorosa visione naturalistica e scientifica.

Ad Hobbes si contrappose un altro pensatore inglese, James Harrington, autore dell'Oceana (1656). Dedicata a Cromwell, l'opera era lo specchio delle radicali trasformazioni che l'Inghilterra aveva subìto dopo la rivoluzione. Rispetto ad Hobbes, Harrington tese ad associare il potere ad una base sociale che gli assicurava una maggiore stabilità, che altro non era se il Parlamento, l'unico organo ora autorizzato a proporre leggi giuste perché credibili socialmente. La proposta di Harrington fu di istituire una repubblica sulla base della proprietà. Solo i proprietari avrebbero goduto della condizione di cittadini liberi e per questo autorizzati a partecipare alla vita pubblica. Harrington aveva così intuito lo sviluppo costituzionale dell'Inghilterra, basato su di un complesso equilibrio di poteri, su una solida realtà economica e su un'articolata società civile.

In realtà la restaurazione monarchica aveva fatto riemergere in Inghilterra modelli politici destinati a rafforzare quello che sarebbe diventato il pensiero conservatore, poi confluito nel partito tory. Apologeta della restaurazione fu Robert Filmer nel cui scritto Patriarcha, or the Natural Power of Kings (1680) confutava la tesi della libertà naturale degli uomini, sostenendo che l'unico governo legittimo è quello monarchico, col re assoluto discendente di Adamo.

Nello stesso periodo John Locke iniziava a lavorare ai Due trattati sul governo (1690), dove teorizzò una netta distinzione tra il governo assoluto e quello civile. Inoltre Locke effettuò una distinzione tra potere paterno, dispotico e politico. Dopo aver definito i primi due (il primo è il potere dei genitori sui figli, il secondo è assoluto e totalmente arbitrario), Locke sostenne che "il potere politico è quel potere che ogni uomo possiede nello stato di natura e che ha rimesso nelle mani della società [...] con l'impegno espresso e tacito che lo usassero per il suo bene e per la conservazione della proprietà". Certamente i Trattati sul governo furono la prima critica aperta al diritto divino del potere monarchico e per la sua trasformazione in una forma costituzionale.

Il mercantilismo e lo Stato moderno

In senso lato il mercantilismo "verrebbe ad essere il movimento di autonomia dell'economia rispetto ad istanza di cui era portatrice subordinata durante il Medioevo" (cfr. Maravall). Elemento da evidenziare è il nesso molto stretto fra mercantilismo e formazione dello Stato moderno, in quanto il primo si presenta come la politica economica degli Stati assoluti moderni. Al processo di riorganizzazione del potere in alcuni territori europei ne corrispose un altro, sul piano politico, che determinò la fine dell'universalismo medievale, ma anche la crisi del particolarismo economico-politico delle città-Stato italiane. Le comunità locali erano sempre oggetto di pressione da parte di realtà macroscopiche, che finivano per subordinarle, in nome dell'interesse dello Stato, che agiva con tendenza uniformante. Quest'ultimo doveva così attrezzarsi con gli adeguati mezzi economici.

Ci si accorse che non era sufficiente tassare i cittadini, ma che questi dovevano essere messi in condizione di produrre surplus destinato alle spese militari, diplomatiche e di corte. Il mercantilismo si era presentato nel Cinquecento come politica finanziaria, cioè come volontà di trattenere i metalli preziosi nel proprio Stato. La prima riflessione mercantilistica aveva individuato i problemi monetari: l'aumento dei prezzi in Europa e la crisi della Spagna, nonostante l'arrivo dell'oro ed argento americani. La crisi del XVII secolo costrinse poi gli Stati assoluti a scelte sempre più complesse: non era più sufficiente che l'autorità trattenesse con pervicacia i metalli preziosi, lo Stato doveva intervenire sempre più massicciamente nel settore produttivo. Si delinearono interventi comuni come la proibizione di vendere materie prime a paesi stranieri; la creazione di un meccanismo di imposte all'entrata delle merci straniere che colpiva duramente i prodotti finiti ed i generi di lusso, mentre favoriva l'ingresso di materie prime; l'intervento dello Stato per impedire l'ingresso di merci straniere se non su navi proprie; la formazione di grandi compagnie commerciali con almeno una parte dei capitali forniti dallo Stato e comunque privilegiate; la volontà dello Stato di favorire le manifatture locali non solo con tutte le protezioni possibili, ma anche con... (testo troncato).

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

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