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Storia di Sambatello e Motta Rossa

Le prime notizie su un insediamento umano a Sambatello risalgono all'epoca angioina, nel 1276, e sono tratte da un'accedola di tassazione che contempla tra le città della Calabria del Sud la località Ultra Partes Mesae, "al di là del Mesa", identificata dal De Lorenzo proprio con Sambatello poiché ricompresa fra le fiumare Gallico e Scaccioti, il mare e le colline di Fiumara di Muro e Calanna. In due diplomi di metà '300, che riferiscono di una causa fra il conte di Mileto Sanseverino e la città di Reggio in relazione al suolo di una chiesa di Archi sul quale si svolgeva annualmente un'importante fiera, il territorio conteso viene descritto proprio come situato al confine tra Reggio e "Oltre Mesa".

Il toponimo "Motta Rossa"

Il toponimo "Motta Rossa" per indicare la medesima zona compare invece per la prima volta in un diploma regio del 1412 (Motta belliloci, sive Rubea), sostituendo la precedente denominazione; il semplice nome di "Motta" si ritrova però già nel testamento dello stesso conte di Mileto, del 1365, con cui il barone feudale divise i suoi beni tra i figli Enrico (primogenito e di primo letto) e Roberto (di secondo letto), con quest'ultimo che ottenne proprio il territorio sambatellese.

Acquisto e contesa dei territori

Su Motta Rossa e Motta Anomeri, l'attuale Ortì, mise gli occhi il conte di Sinopoli Carlo Ruffo, che approfittando del bisogno di denaro di Giovanna I nel gennaio 1418 le comprò per 1200 ducati, sorpassando Reggio Calabria la quale non aveva ancora pagato i 500 ducati pattuiti per il suo acquisto. Il Ruffo ebbe anche il mero e misto imperio e il ruolo di capitano a vita, con la possibilità di governare tramite un luogotenente e un mastrodatti. L'acquisto rientrava in una politica di avvicinamento verso Reggio da parte dei Ruffo, per poterne avere alla fine il controllo (dato che già essi avevano vasti feudi in Aspromonte).

Allora la città, allarmata dalla presenza di questo casato in territori così vicini e per tradizione sotto la sua influenza, protestò con la regina, la quale non volendo perdere l'appoggio reggino nella sua lotta contro gli Angiò di Provenza annullò la cessione, girando nel febbraio 1419 le due Motte a Reggio tra le vibranti proteste degli abitanti, che nutrivano un forte senso di rivalità verso la città e non ci stavano ad esserle subordinati.

Conferme e concessioni

Il passaggio di Reggio dalla parte di Luigi III, però, spinse in seguito la sovrana a riconfermare al fedele – a lei e ad Alfonso il Magnanimo – Carlo Ruffo il feudo, nel 1420 e 1421; ma dopo la rottura con Alfonso ella cambiò ancora idea e restituì i territori a Reggio, rimasta con gli Angiò e dunque dalla sua parte. Fra il 1420 e il 1423, comunque, il conte di Sinopoli ebbe da Giovanna e Alfonso, che aveva assistito con denaro e servigi militari, alcuni privilegi fiscali, la conferma di altri precedenti benefici feudali e la concessione di nuove terre, mentre tutti i precedenti possedimenti più le Motte, Fiumara di Muro e la capitaneria e castellania di Bagnara gli vennero riconosciute dal Magnanimo con diploma del luglio 1421.

L'anno successivo Carlo comprò Borrello (a Sud del versante ionico delle Serre) vendute dal viceré, luogotenente Giovanni de Ixar, per potere saldare il conto con le truppe mercenarie.

Il ruolo del conte di Sinopoli Carlo Ruffo

Con il passaggio della regina dal lato di Luigi III anche Carlo si adattò, ottenendo ben presto dall'Angioino la carica di viceré di Reggio Calabria a condizione di portar via la città ai filoaragonesi e consegnarla ai suoi uomini, con la conferma inoltre di tutti i suoi feudi preesistenti anche per eredi e successori. Nell'ottobre 1423 il Ruffo ebbe dal duca di Calabria il mero e misto imperio e l'amministrazione della giustizia civile e penale (gladii potestatem) sui suoi territori.

Per affrontare il problema vitale della mancanza dei vassalli ai loro obblighi feudali, egli, sempre con successo, chiese di continuo al re delle esenzioni fiscali per i propri abitanti al fine di evitare che il doppio pagamento di tributi (feudali e regi) portasse ad ampie emigrazioni, come spesso accaduto in passato, e al contempo pure l'intervento delle autorità reali per costringere gli esuli a tornare nelle sue terre e a saldare i conti in sospeso (sebbene di frequente poi si rifece sui loro beni o facendo versare alla popolazione rimasta anche le loro quote).

Economia e commercio

Una delle principali voci economiche della baronia dei Ruffo era il commercio del legname, esportato senza dazi doganali da Bagnara e Solano fin dal 1413, mentre a Fiumara di Muro e Catonai si riscuotevano i tributi per carico e scarico delle merci e la sosta (pure d’emergenza o involontaria) di natanti in transito. Si ebbero poi delle agevolazioni fiscali per operazioni commerciali anche per il litorale di Motta Rossa, e con un privilegio dell’agosto 1428 il conte di Sinopoli poté esercitare la portolania e la secrezia sulle coste di tutti i suoi possedimenti feudali, l'esportazione franca di legname e il diritto sulle tasse di mortafa pagate dagli ebrei e su quelle sulle navi naufragate, più l'assoluzione per l’indebita loro esazione nei cinque anni precedenti.

Conflitti e accordi

Nel giugno 1432 l’esportazione priva di dazi venne limitata solo a Catona e Solano, mentre nello ottobre 1431 Giovanna II confermò tutti i feudi del Ruffo, la possibilità di venderli senza assenso regio e di trasmetterli anche a figli naturali, venendo così incontro a un’esigenza del conte che era privo di discendenza legittima ma ne aveva di illegittima. La riscossa del Magnanimo portò però Carlo ad accordarsi pure con lui, e nel novembre 1432 i due stipularono una convenzione in 11 capitoli che riprendevano altrettante esigenze del conte, il quale in cambio avrebbe assicurato il suo apporto militare (nonché per tutelare i suoi interessi in Sicilia, dato che aveva “battezzato” l’Aragonese come vincitore sul rivale angioino) e soprattutto temeva le rappresaglie nemiche.

Egli ebbe la conferma dei feudi e di tutti i beni burgensatici (privati) detenuti al momento, oltre ad un grosso sconto sulle tasse per i poveri abitanti delle sue terre, l’esenzione per gli ebrei dalla tassa di mortafa e l’obbligo di ritorno in patria per gli esuli, la prestazione dei doveri feudali da parte dei vassalli, l’indulto generale in ogni tempo e luogo per sé e i suoi seguaci più altri incentivi ancora, dato che il Ruffo era ancora titubante sulla possibilità di andar contro Renato d’Angiò e Alfonso lo riteneva un personaggio fondamentale dal punto di vista militare ed economico, dato che contribuiva largamente alla causa sotto forma di mutui in contanti e di gioielli di seta e lino, le due principali produzioni dei suoi feudi.

Gerarchia dei centri abitati nel Medioevo

Nel Sud Italia del Medioevo i centri abitati erano suddivisi in una gerarchia, che prevedeva tre tipologie diverse:

  • La città: ogni centro dotato di cinta muraria e sede vescovile oppure – in un secondo momento – anche privo della seconda ma creato tale su concessione diretta della Corona, per speciali benemerenze verso la casa reale.
  • Le terre: centri più o meno di grandi dimensioni ma soltanto circondati da mura.
  • I casali: usualmente dipendenti da città o terre, privi di muri di cinta e popolati quasi solo da contadini.

Antonio Centelles Ventimiglia e i conflitti

Uno dei cavalieri siculo-catalani che contribuirono al successo di Alfonso sugli Angiò era il camerlengo del regno Antonio Centelles Ventimiglia, creato viceré di Calabria dal Magnanimo nel dicembre 1437: questi stipulò un accordo in 14 punti con Carlo Ruffo, soddisfacendo altrettante sue richieste ad eccezione dell’esonero totale dalle imposte per i suoi feudi, rimandata ad una trattativa diretta da avviare all’avvento del conte nei territori stessi. Nel frattempo il Ruffo aveva perso le Motte e Solano, occupate dalle truppe angioine durante i combattimenti; il Centelles, interpellato da Carlo, promise di intervenire quanto prima garantendogli intanto 200 cavalieri e 200 fanti a difesa delle sue terre.

Alla fine però Alfonso non mantenne la parola, e nel 1439 promise all’aristocratico spagnolo Alfonso de Cardona la signoria su una nuova contea di Reggio Calabria, a cui veniva ora annessa anche Motta Rossa, a patto che egli liberasse questi territori dalla presenza angioina. Alla fine gli uomini di Alfonso riuscirono a fare proprie Reggio e Motta Rossa, e l’ultima con diploma del 1443 venne attribuita dal nuovo re – ormai salito sul trono di Napoli – al de Cardona: in questo modo Reggio Calabria perse il suo status di città demaniale, diventando il centro di un feudo ricomprendente pure Sant’Agata, San Quirillo, San Lorenzo, Pentidattilo e le Motte.

Rivolte e cambiamenti

Con questo provvedimento Motta Rossa veniva degradata a casale di Reggio, un declassamento molto avversato e combattuto dagli abitanti i quali avrebbero da allora approfittato di ogni occasione buona per ribellarsi ai reggini: la prima fu la nuova guerra angioino-aragonese per il trono di Napoli, in cui gli Angiò erano sostenuti dai baroni ostili al monarca, pur se la contea di Reggio non partecipò agli scontri giacché l’università locale era tenuta sotto stretto controllo da funzionari a tal fine nominati dal de Cardona.

Le cose a Reggio cambiarono nel 1458, dopo la morte di Alfonso il Magnanimo: ad esso successe a Napoli il figlio naturale Ferrante (Ferdinando I), subentrato al padre secondo le regole dinastiche allora in quanto si trattava di un regno conquistato personalmente, mentre il trono di Aragona, Sardegna e Sicilia, ereditato da Alfonso dal padre, andò al fratello minore Giovanni. Subito però i signori feudali napoletani tentarono di accrescere il proprio potere e frenare le voglie assolutistiche del nuovo re, e nel 1459 si ebbe una nuova rivolta, guidata come quella fallita nel 1444-’45 contro Alfonso, dal Centelles (che la prima volta era stato graziato della vita dal sovrano ma privato di tutti i suoi ingenti feudi in Calabria) a cui si unirono altri importanti nobili del Sud Italia, per sostenere Giovanni d’Angiò: a tale lunga e intermittente sommossa parteciparono, fino al 1464, pure le Motte per spirito di contrapposizione verso la filoaragonese Reggio.

Il governo e le gerarchie locali

Nel frattempo, nel 1452 si era spento il de Cardona e la contea era andata al figlio Antonio, che fece suoi anche i feudi siciliani e due cariche di prestigio a livello nazionale; il governo dei territori della contea passò al viceconte Berlingieri Maldà de Cardona, il quale però si comportò da subito in modo dispotico e prevaricatore (cercando di trarre anche vantaggi personali dal potere delegatogli) costringendo i vassalli a numerosi ricorsi alla curia regia. Egli arrivò addirittura a staccare Motta Rossa dal complesso feudale e a metterla in vendita – per la gioia della sua popolazione –, fermato però in questa sua azione dal re su appello dei reggini. Le Motte però si ribellarono comunque al Maldà e si unirono agli Angioini contro Reggio, approfittando del caos seguito alla scomparsa del Magnanimo.

L’università era guidata da due sindaci (uno nei centri più piccoli come Motta Rossa). Per gli affari più importanti i sindaci erano assistiti dagli eletti, da due a sei a seconda della popolazione e della realtà locale: queste due cariche rappresentavano i ceti sociali del luogo ed erano designati dal parlamento generale, assemblea che si svolgeva di solito ogni agosto e a cui partecipavano solo tutti gli abitanti maschi maggiorenni. Altri incarichi erano poi quelli dei cassieri o tesorieri (scelti tra i più ricchi e probi), i mastri giurati (responsabili dell’ordine pubblico e al comando delle guardie locali, i “giurati” appunto), i giudici ai contratti (che assistevano agli atti notarili e firmavano su di essi per attestarne la validità), i quali tutti insieme formavano il “reggimento” dell’università.

I ceti erano invece la nobiltà o primo ceto, una ristretta élite, e il popolo, a sua volta diviso in civili e onorati (professionisti, mastri artigiani, mercanti e massari, cioè contadini possidenti) e plebe (i bracciali, ovvero i contadini poveri) che era la maggioranza della popolazione; nelle città e nelle terre la separazione fra le classi era molto rigida, e ciò portava il patriziato urbano – spesso composto dai discendenti dei cadetti dei baroni – a creare delle cerchie ristrette che nei centri più grandi erano iscritte ai “sedili” della nobiltà, dei circoli molto esclusivi, mentre nei centri più piccoli il primo ceto era fatto perlopiù di benestanti che vivevano di rendita. Alle elezioni periodiche per il parlamento ogni ceto votava solo i propri rappresentanti, che poi dovevano essere confermati dal capitano o governatore (un funzionario regio nelle città demaniali e un messo del signore nelle località feudali); tutte le cariche erano annuali e i detentori erano poi ineleggibili per tre anni, e alla fine del mandato erano sottoposte a “sindacato”, cioè alla verifica contabile del loro operato svolta dai sindacatori (uno per ceto) eletti dal parlamento.

Il ruolo delle imposte e delle tassazioni

Uno dei compiti primari dell’università era quello di ripartire le imposte fra gli abitanti, e queste erano stabilite ogni volta dalla corte regia sulla base di una numerazione dei fuochi, ovvero delle famiglie, effettuata su registri che riportavano le imposte personali e i beni posseduti da ciascun nucleo: fra le prime vi erano il testatico (su ogni uomo laico maggiorenne) e la tassa di industria, destinata ai maschi lavoratori, mentre i secondi si ricavavano dall’apprezzo, cioè dalla stima di immobili, animali e rendita annua di ciascuno che poi serviva a calcolare le imposte.

Il primo ceto pagava soltanto le imposte sui beni, laddove il clero sia regolare (appartenente agli ordini) che secolare (controllato dal vescovo e addetto usualmente alle chiese), solitamente la parte privilegiata e abbastanza numerosa della società, era del tutto esentato dalle tasse oltre che ricoperto di benefici economici i quali rendevano l’ordinazione sacerdotale una meta ambita, seppur riservata alle sole famiglie ricche dato che, dopo la Controriforma, per diventare preti era necessario possedere immobili per almeno 600 ducati (più di 3500 giorni di lavoro di un bracciale!), un patrimonio che veniva detto “sacro” in quanto da adoperare per sostentare il clero – al riparo dal fisco – e permettergli di avere di che vivere degnamente e potersi quindi dedicare a tempo pieno ai propri compiti di natura spirituale e liturgica.

La tassazione sotto Alfonso

Oltretutto, se in una famiglia c’erano più preti si sottraevano al fisco somme ancor più ingenti che poi ricadevano sulla povera gente. Divenuto re, Alfonso dovette rifarsi delle ingenti spese di guerra e perciò decise di tassare tutte le università, basandosi sulle numerazioni dei fuochi e stabilendo la cifra di un ducato a fuoco: nel 1447 Motta Rossa contava 199 famiglie, pari a circa 900 abitanti se si considera la media di 4,5 persone a fuoco.

Ribellioni e conseguenze

Durante la seconda rivolta antiaragonese, il Maldà cercò di far ricadere sui reggini i debiti del suo signore, ma un gruppo di abitanti nel 1462 si ribellò a tale imposizione e dichiarò decaduto il conte de Cardona, inviando i due sindaci dal sovrano per informarlo delle gravi angherie perpetrate dal conte e soprattutto dal suo uomo di fiducia, e chiedergli il ritorno di Reggio a città demaniale: per di più Reggio Calabria rischiava di finire in mano angioina, dato che i soldati del Grimaldi già tenevano in mano tra l’altro (la peraltro antiaragonese) Motta Rossa.

Così, con diploma del 31 luglio 1462 il re riedede il titolo di città demaniale a Reggio, con la promessa di non essere più infeudata nell’avvenire e l’autorizzazione a lottare impunemente anche in armi per mantenersi indipendente dai baroni, e rimise in suo potere le due Motte, vietando che in futuro si separassero di nuovo dalla città e lasciando all’università reggina di decidere se distruggerle, annetterne le aree e deportarne gli abitanti in città.

Dopo la sonora sconfitta di Monteleone del 1463, Ferrante inviò l’erede al trono Alfonso, duca di Calabria, nella regione per risollevare le sorti della guerra, e grazie al suo intervento si riuscirono a domare le Motte ribelli, dapprima Motta Anomeri, oppostosi fino a crollare per scarsità di viveri, evitando così la rappresaglia aragonese, e poi anche Motta Rossa, in questo caso con più difficoltà per via della strenua resistenza della popolazione all’assedio.

Infatti Motta Rossa cadde grazie a uno stratagemma che vide protagonista un ex monaco, detto “Gabbadio”, che tradì i suoi compaesani recandosi nell’accampamento aragonese, accordandosi con loro (in cambio di una forte somma) e favorendo con l’inganno l’ingresso delle truppe nella notte e il successivo saccheggio.

La fine di Motta Rossa

L’11 maggio 1465 Ferrante concesse a Reggio, per particolari benemerenze di guerra, il permesso ad annientare le Motte e a trasferirne coattamente gli abitanti nel suo territorio, sebbene Motta Rossa fosse stata in precedenza incendiata dalle truppe d’Aragona dopo l’assedio: ora essa divenne una disabitata contrada adoperata per attività rurali, col nuovo nome di Matta Russa. I patrimoni degli abitanti confiscati finirono nelle mani delle principali famiglie nobiliari di Reggio.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

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