La Calabria nella storia del Mezzogiorno
1.LA DOMINAZIONE NORMANNA. INTRODUZIONE DEL FEUDALESIMO,
LATINIZZAZIONE DEL RITO RELIGIOSO E COLONIZZAZIONE DEL TERRITORIO
(1059-1189)
La conquista normanna. Il Mezzogiorno d’Italia raggiunse l’unità politica intorno
alla metà dell’XI secolo, grazie all’azione degli Altavilla, una dinastia normanna
che non proveniva direttamente dalla Scandinavia (luogo di origine di questo
popolo) ma dalla Normandia, una regione della Francia settentrionale – che da
loro avrebbe preso il nome. Qui, alla fine del IX secolo, si era stabilito un gruppo
di normanni che, pur mantenendo lingua e identità proprie, si erano convertiti
al cristianesimo e avevano assimilato usi e costumi delle popolazioni locali
(come i franchi). Alcuni di essi iniziarono a discendere verso il Mediterraneo,
compiendo razzie e scorrerie, e giunsero nell’Italia meridionale dove furono
inizialmente utilizzati come mercenari. Nell’XI secolo il Mezzogiorno era ancora
politicamente diviso:
- La parte continentale era controllata dai bizantini (sfuggiva solo il ducato di
Benevento che, insieme a quello di Spoleto, nell’Italia centrale, era in mano
ai longobardi);
- La Sicilia era controllata dagli arabi.
Da semplici mercenari, i Normanni ottennero ben presto due feudi:
- La contea di Aversa, concessa nel 1029 dai bizantini a Rainulfo Dengrot in
cambio del suo appoggio militare;
- Il ducato di Melfi, conquistato da Guglielmo d’Altavilla che nel 1041 si fece
riconoscere duca.
Guglielmo decise a quel punto di conquistare l’intero Mezzogiorno poiché
esistevano le condizioni per prendere il potere: crisi bizantina, lotte tra i
longobardi. Chiamò quindi i fratelli, Ruggero il Gran Conte e Roberto il
Guiscardo, che discesero dalla Normandia con i propri eserciti. Roberto il
Guiscardo (figlio di Tancredi d’Altavilla), cosiddetto poiché era dotato non solo
di una notevole prestanza fisica, ma anche di una grande astuzia, dopo aver
represso una rivolta nella valle del Crati, conquistò Montalto, Cosenza,
Bisignano, Martirano, Rossano e S. Eufemia ponendo sotto il proprio controllo
gran parte del territorio calabrese, a cui si aggiunsero poi altri territori in Puglia.
Nel 1059 si giunse così al Concordato di Melfi, con cui il papa Niccolò II
concesse a Roberto il titolo di duca di Puglia e Calabra, e re di Sicilia – una volta
che l’avesse conquistata; i Normanni, in cambio, si impegnarono a far sì che
tutti i territori assoggettati passassero all’ubbidienza alla Chiesa di Roma,
staccandosi dal patriarcato di Costantinopoli. Attraverso una serie di vittoriose
battaglie (tra cui quelle di Reggio e Squillace), in breve tempo, i due fratelli
riuscirono a conquistare tutto il Mezzogiorno continentale e, tra il 1061 e il
1090, anche la Sicilia (l’ultima piazzaforte a cadere fu Taormina), spartendosi i
territori che, alla morte di Roberto (1085) rimasero tutti in mano a Ruggero il
Gran Conte: egli creò uno stato unitario con capitale Mileto, poi Palermo. Ma fu
il figlio, Ruggero II, a ricevere il riconoscimento ufficiale: nel 1130, infatti, fu
incoronato re di Sicilia nella cattedrale di Palermo. I Normanni sarebbero rimasti
al potere per quattro generazioni: Ruggero il Gran conte, Ruggero II, Guglielmo I
detto il Malo (1154-1166), Guglielmo II detto il Buono (1166-1189).
Sistema feudale, latinizzazione del rito religioso e valorizzazione fondiaria. I
Normanni introdussero delle importanti novità:
- In ambito religioso, la latinizzazione del rito religioso: come promesso in
occasione del Concordato di Melfi, essi si impegnarono affinché tutti i
territori assoggettati si sottoponessero all’ubbidienza alla Chiesa di Roma. Il
passaggio, tuttavia, non fu violento ma lento e graduale. I Normanni
iniziarono a edificare abbazie e conventi cistercensi, benedettini, certosini
(l’Abbazia della Santissima Trinità a Mileto, l’Abbazia Benedettina di Santa
Maria di Sant’Eufemia nel Lametino, la Certosa di Santo Stefano del Bosco)
pur mantenendo i vecchi edifici religiosi che, però, non vennero più
finanziati andando incontro ad un inesorabile declino.
- In ambito istituzionale, il sistema feudale che si basava su tre elementi
essenziali: il feudo, un territorio di vasta estensione che il sovrano
concedeva ad una persona di propria fiducia, il vassallo; il vassallaggio,
cioè l’atto di omaggio feudale tramite cui il signore che riceveva il feudo si
sottometteva al sovrano, diventando un suo vassallo: ciò comportava dei
dover, soprattutto di natura economica e militare, ma anche dei privilegi, le
cosiddette immunità, ossia l’insieme di prerogative e privilegi che il signore
acquisiva all’interno del proprio feudo (amministrazione della giustizia,
riscossione delle imposte, reclutamento dei soldati, mantenimento
dell’ordine pubblico). Nel caso in cui i feudi fossero molto estesi, il vassallo
poteva suddividerli in parti e assegnarle ad altri uomini di propria fiducia, i
valvassori che, a loro volta, potevano fare lo stesso con i valvassini. Si
trattava quindi di un sistema piramidale con al vertice il re che, così, poteva
esercitare un controllo più diretto sui territori e sui feudatari.
- In ambito amministrativo, la riorganizzazione del regno che fu diviso in 11
giustizierati (ciascuno con a capo un giustiziere, che si occupava del
mantenimento dell’ordine pubblico e dell’amministrazione della giustizia).
La Calabria fu divisa in 2 giustizierati: Val di Crati e Terra Giordana (parte
settentrionale) e Calabria (parte meridionale).
2.TRA SVEVI E ANGIOINI. INSERIMENTO NELL’ORBITA IMPERIALE, SEPARAZIONE
POLITICA DALLA SICILIA E INCIPIENTE CRISI DEMO-PRODUTTIVA (1189-1143)
Dagli imperatori Enrico VI e Federico II di Svevia al re Roberto d’Angiò. Nel 1189
Guglielmo il Buono morì e, non avendo eredi, salì al trono la zia Costanza
d’Altavilla che aveva sposato Enrico VI (figlio di Federico Barbarossa di Svevia).
I due però non poterono regnare poiché alcuni nobili del regno proclamarono re
Tancredi d’Altavilla. Dopo essere stato eletto imperatore (1190), Enrico VI si
diresse nel Mezzogiorno d’Italia per prendere possesso del regno: ne 1194
occupò Napoli, Salerno per poi spingersi in Calabria e in Sicilia, riuscendo a
sconfiggere Tancredi. Il suo regno, tuttavia, fu breve: già nel 1196 Enrico VI
morì mentre si trovava a Messina per predisporre una spedizione contro i
musulmani. Lasciò il figlioletto di tre anni, Federico II, che la madre Costanza
pose sotto l protezione di Papa Innocenzo III. Raggiunta la maggiore età,
Federico II ottenne dal papa l’investitura papale (1220) a patto che egli
mantenesse due impegni: organizzare una crociata contro i musulmani e
separare la corona imperiale da quella del regno di Sicilia. Il governo di Federico
II nel Mezzogiorno ricalcò quello normanno anche se fu più rigido poiché
inserito in un’ottica di espansionismo imperiale. La Calabria continuò ad essere
divisa in due giustizierati, finché nel 1234 Federico II suddivise l’intero regno in
5 province, una delle quali corrispondente all’attuale Calabria e avente come
organo centrale una Curia con sede a Cosenza. Federico II morì nel 1250 senza
aver mantenuto le promesse fatte: alla sua morte, il figlio Corrado fu eletto
imperatore e ottenne, per ereditarietà, la corona del regno di Sicilia,
designando come suo luogotenente, per rappresentarlo, il fratello naturale non
legittimo Manfredi. Manfredi nominò come suo vicario in Calabria e Sicilia Pietro
Ruffo il quale tentò di trasformare il vicariato in signoria ma fu fermato sia da
Manfredi sia dai siciliani (che pretesero la consegna dei castelli di Reggio e
Calanna). Nel 1254 Corrado morì e, per successione, il trono di Sicilia sarebbe
dovuto spettare al figlio Corradino ma Manfredi fece spargere la voce della sua
morte e, nel 1258, si fece proclamare re. Questa incoronazione non fu
riconosciuta da papa Clemente IV che decise di rivolgersi a una potenza
straniera: la Francia. Il re Luigi IX decise di inviare il fratello Carlo d’Angiò che,
nel 1265, ricevette dal papa il titolo di re di Sicilia, legittimando una conquista
non ancora effettuata. Fu finanziata una spedizione che culminò nella battaglia
di Benevento (1266) in cui Carlo sconfisse Manfredi; poco dopo dovette
affrontare il tentativo di rivincita di Corradino, che fu sconfitto a Tagliacozzo. Il
passaggio dal periodo svevo a quello angioino non fu pacifico. Carlo d’Angiò
prese alcuni drastici provvedimenti:
- Aumentò le tasse per poter pagare i prestiti che erano serviti a finanziare la
guerra contro Manfredi (ottenne il malcontento del popolo);
- Tolse terre e feudi ai sostenitori di Manfredi per concederli ai propri
sostenitori (ottenne il malcontento di gran parte dei feudatari);
- Spostò la capitale del regno da Palermo a Napoli (ottenne il malcontento dei
siciliani).
Tutti questi elementi sarebbero confluiti nel determinare la rivolta dei Vespri
siciliani (1282) scoppiata a Palermo, all’ora dei Vespri, in seguito al tentativo di
un ufficiale francese di approfittarsi di una nobildonna palermitana: questa la
scintilla che diede il via alla rivolta antifrancese che dilagò ben presto in tutto il
regno. I rivoltosi chiesero aiuto a Pietro III d’Aragona. Ebbe così inizio una lunga
guerra tra angioini e aragonesi, durata circa vent’anni, fino al 1302 quando fu
siglata la Pace di Caltabellotta, che sancì la divisione politica del Mezzogiorno:
- Regno di Sicilia Ultra Pharum (parte insulare) agli aragonesi;
- Regno di Sicilia Citra Pharum (parte continentale) agli angioini; alla morte di
Carlo d’Angiò, salì al trono Carlo II seguito, poi, da Roberto d’Angiò.
Mancato decollo in età sveva e declino socio-economico in età angioina. Sotto il
profilo economico e sociale il periodo che va dalla fine della dominazione
normanna alla morte di Roberto d’Angiò si può distinguere in due fasi: un ciclo
positivo e un ciclo negativo. Dal punto di vista economico, durante la
dominazione sveva l’incremento demografico e il conseguente sviluppo della
produttività determinarono condizioni propizie per lo sviluppo economico che
però non si ebbe poiché Federico II finì per sacrificare le potenzialità e le risorse
del regno in favore delle preminenti necessità della sua politica imperiale: per
far fronte alle esigenze di carattere militare, Federico II operò un incremento
fiscale sia sulle imposte dirette che su quelle indirette (arrivando a tassare beni
tipicamente calabresi, come la seta) e ciò frenò lo sviluppo. A partire dalla
seconda metà del ‘200 la Calabria iniziò ad accusare i primi sintomi della grave
crisi economica e demografica che avrebbe caratterizzato il ‘300. La
popolazione iniziò ad abbandonare le terre per sfuggire alle collette: lo
spopolamento e la fuga dei sudditi comportarono una crisi produttiva,
determinata anche dalle frequenti carestie ed epidemie, oltre che
dall’instabilità politica e militare.
3.DAGLI ANGIOINI AGLI ARAGONESI.
INSTABILITÀ POLITICA E CRISI SOCIO-ECONOMICA (1343-1442)
La lunga lotta di successione. Roberto d’Angiò riuscì a mantenere saldamente il
controllo della Calabria la cui suddivisione amministrativa aveva subito delle
modifiche:
- Il giustizierato di Calabria citra (parte settentrionale);
- Il giustizierato di Calabria ultra (parte meridionale).
Il confine era segnato, a est, dal fiume Neto e, a ovest, dall’istmo di Lamezia.
Roberto d’Angiò morì nel 1343 senza eredi e sul trono napoletano salì la nipote
Giovanna I la quale, a sua volta, non ebbe figli e, in mancanza di discendenti
diretti, alla sua morte (1382) si pose il problema della successione.
Quest’ultima venne contesa dai due rami degli Angiò:
- Gli Angiò di Provenza: Luigi I, Luigi II e Luigi III;
- Gli Angiò di Durazzo: Carlo III, Ladislao e Giovanna II.
Nello scontro tra Giovanna II (salita al trono nel 1414) e Luigi III, entrò in gioco
Alfonso V d’Aragona, detto il Magnanimo. Egli era stato raggiunto da
un’ambasceria da Napoli da parte di Giovanna II la quale, su consiglio del suo
favorito ser Gianni Caracciolo, proponeva ad Alfonso di adottarlo per avere, in
cambio, il suo appoggio militare contro Luigi III. Alfonso accettò e nel 1421 fu
nominato duca di Calabria, titolo che gli avrebbe consentito, alla morte di
Giovanna II, di salire al trono di Napoli. La condizione posta dalla regina era
privilegi e capitoli
Regesto di dei Sovrani alla città di Reggio (1345-1409): il
●
documento ci mostra come le comunità furono oggetto di numerosi provvedimenti con cui i
però che Alfonso non si intromettesse nel governo del regno finché ella fosse in
sovrani cercarono di guadagnarsi la fiducia. Ad esempio, con istanza del 26 giugno 1352,
vita ma, non appena fu evidente che Alfonso non avrebbe aspettato, su
Luigi e Giovanna prima concedono che gli ufficiali non possano abusare dei reggini senza
consiglio del Caracciolo, che temeva di perdere il proprio ruolo politico, nel
pagare un adeguato salario, che nessuno possa essere catturato se non appartenente alla
1423 Giovanna II revocò l’adozione di Alfonso per adottare, al suo posto, Luigi
malavita, che nessun ufficiale possa occupare la casa di privati senza affitto, etc. O ancora,
III. Alfonso intanto fu costretto a tornare in Spagna per risolvere alcune
con istanza dell’11 giugno 1361, essi confermano i privilegi accordati dai precedenti sovrani
questioni interne; solo nel 1432 fece ritorno a Napoli (dopo aver aspettato che
secondo cui i cittadini dovevano essere esenti dal pagamento di collette e donativi.
Regesto di dispacci di Luigi III riguardanti la Calabria (1421-1424): il documento ci
nel regno si formasse un gruppo di feudatari a lui fedeli). Nel 1434 morì Luigi III
●
mostra le concessioni di Luigi III fatte su richiesta a nobili e feudatari. Ad esempio, su istanza
seguito, di lì a poco, da Giovanna II, la quale nominò suo erede, col consenso
del 18 giugno 1423, dona a Puppo Caracciolo la contea di Terranova. Mentre, con istanza del 4
del Papa, il fratello di Luigi III, Renato d’Angiò. Ebbe inizio una nuova guerra tra
dicembre 1423 nomina Guglielmo Coppola notaio pubblico del ducato di Calabria. Il 9
angioini e aragonesi che terminò nel 1442 con la vittoria di Alfonso, con il quale
dicembre 1423 conferma la Contea di Mileto a Ludovico Sanseverino e ancora il 24 maggio
si ricompose l’unificazione politica del Mezzogiorno. Nel corso della lotta di
1424 conferma a Carlo Ruffo il possesso delle terre di Sinopoli, Sant’Eufemia, Calanna, Motta
successione la Calabria fu teatro di scontri e le comunità furono oggetto di
numerosi provvedimenti con i quali i sovrani cercavano di acquisirne la piena
fiducia. Le battaglie videro schierarsi non solo soldati mercenari ma anche
appartenenti alla nobiltà che erano soliti passare da uno schieramento all’altro
a seconda della convenienza. Vista l’importanza del sostegno della feudalità
per i sovrani, i signori dimostravano piena disponibilità in cambio di privilegi:
Alfonso concesse n
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