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Francesco di Paola

Di Giuseppe Caridi - Parte I: Dalla nascita alla partenza per la Francia

Nascita e adolescenza di Francesco

Nacque a Paola il 27 marzo 1416, nel giustizierato calabrese di Val di Crati e Terra Giordana. I genitori, essendo devoti a San Francesco d'Assisi, gli si erano rivolti con fede per ottenere la grazia di un figlio. Nell’estate del 1415, Vienna da Fuscaldo, la madre del nascituro, si era accorta con gioia che le sue preghiere e quelle del marito Giacomo sembravano finalmente esaudite. La felicità della nascita fu però offuscata dalla scoperta di un difetto fisico del neonato che era privo di vista in un occhio. La madre afflitta per quell’inconveniente, su suggerimento dell’ostetrica si chiese allora alla preghiera promettendo che se avesse ottenuto la guarigione dell’altro occhio il figlio avrebbe indossato per almeno un anno l'abito di San Francesco.

Sulla nascita di Francesco gli agiografi successivi, con il chiaro intento di accrescere la devozione popolare, aggiungono, come per altre fasi della sua vita, particolari volti a collegarla a eventi prodigiosi che ne avrebbero preannunciato la santità attraverso segni inequivocabili. Paolo Regio, tra i primi a dedicare nel 500 una biografia al frate paolano, scrive ad esempio che essendosi recato verso mezzanotte a casa di Giacomo un suo compare si accorse all’improvviso che una chiara luce era miracolosamente apparsa.

Toscano si sofferma sui genitori di Francesco e sostiene la discendenza nobiliare di entrambi. Giacomo avrebbe fatto parte di una famiglia di estrazione aristocratica, originale della città di Messina è trasferitasi poi in Calabria. Vienna a sua volta sarebbe stata una discendente della famiglia dei Fuscaldi tra le più antiche e illustri famiglie della Calabria e signori di Paola.

I testimoni del processo di canonizzazione forniscono solo scarne notizie su Giacomo e Vienna. L’insistenza sulla famiglia consente di inserire il personaggio nel proprio contesto sociale. Concordemente i testimoni riferiscono che Giacomo e Vienna erano regolarmente sposati ed erano rifiutati a Paola per persone perbene e buoni cristiani. Educato sin dalla prima infanzia dai genitori attraverso il loro esempio, Francesco cresceva in età, sapienza e in buoni costumi davanti a Dio e davanti agli uomini.

Dell’infanzia di Francesco nessun altra notizia viene fornita dall’Anonimo, il discepolo coevo, ne dai Testimoni dei processi di canonizzazione. Nemmeno Paolo Regio si sofferma sul periodo infantile di Francesco. Malgrado ciò, gli agiografi del sei e Settecento non mancano di dipingere un quadro variopinto di comportamenti virtuosi di cui il futuro eremita sarebbe stato protagonista della prima infanzia. Al Toscano, che dedica a tele periodo della vita di Francesco un apposito capitolo, fa eco alcuni decenni dopo Giuseppe Maria Perrimezzi. Questi, appartenente all’ordine dei minimi come il Toscano, scrive tra l’altro che la condotta del fanciullo paolano era così perfetta da essere talmente ammirata dai suoi concittadini che lo chiamavano il fanciullo Santo.

Giuseppe Roberti, autore gli inizi del 900 di una biografia del fondatore del suo ordine, aggiunge che Francesco ha 7 anni iniziò a digiunare, il venerdì mangiava pane e acqua, la notte dormiva a terra e iniziò a flagellarsi. Secondo quanto promesso al momento della guarigione dell’occhio, Giacomo e Vienna allorché il figlio giunse all’età da essi ritenuta idonea, lo portarono presso il convento della città di San Marco in provincia di Cosenza per trascorrervi l’anno votivo.

Sull’età di Francesco all’atto di adempiere al voto dei suoi genitori i pareri sono discordi: l'Anonimo asserisce a 15 anni, secondo Giovanni Antonachio fu condotto al convento a 13 anni, secondo il Toscano a 12. Altri biografi propendono invece per l’età di 15 anni e a sostegno di tale ipotesi vengono da alcune indicate le Costitutiones Martinianae di San Giovanni Capestrano emanate nel 1430 da Martino V. Tali norme pontificie vietavano l’accesso ai conventi ai ragazzi al di sotto di 14 anni. Questi però compie 13 anni nel 1429 quando ancora quelle costituzioni non erano in vigore e quindi non possono considerarsi affatto come prova dell’impossibilità di un suo ingresso nel convento Francescano prima dei 15 anni.

Fra i conventi dedicati a San Francesco quello di San Marco non era il più vicino a Paola. Un altro convento dei Minori Francescani si trovava infatti a San Lucido, cittadina a soli 4 miglia da quella dove risiedeva la famiglia di Francesco. Se i suoi genitori avevano optato per San Marco, tale decisione era probabilmente dovuta alla presenza in quel commento del padre guardiano Antonio Paparico di Catanzaro religioso molto apprezzato per le sue doti spirituali e culturali, amico di San Bernardino da Siena e discepolo del Beato Giacomo della Marca. Pare anche che Padre Antonio fosse stata abituale confessore del giovinetto Francesco con il quale avrebbe pertanto stabilito un rapporto di reciproca stima.

Dopo aver salutato i genitori Francesco rimase lì con i frati e svolgeva tutti gli uffici più umili, per esempio quello di sacrestano e si recava a fare legna nel bosco e a chiedere l’elemosina per conto dei Frati. A eventuali miracoli che precocemente Francesco avrebbe compiuto durante la sua dimora tra i frati minori non accennano né il discepolo coevo né Paolo Regio.

La tradizione, che attribuisce il giovane Paolano alcuni prodigi già a quel tempo, comincia a diffondersi a partire dai primi decenni del Seicento sulla scia dei minimi spagnoli Lucas de Montoya e Joan De Morales, il quale sostiene di averne avuto notizia dal suo confratello Francesco Lembo. Secondo Montoya il padre guardiano aveva affidato a Francesco il compito di sostituire il cuoco che si era ammalato. Dopo aver svolto per due o tre giorni tale incarico diligentemente, Francesco una mattina aveva predisposto tutto il necessario per il pranzo e aveva messo la pentola sulla brace. Poiché era ancora presto cominciò a pregare e proseguì anche quando era venuto il momento di accendere il fuoco. Il giovanetto era così assorto nella preghiera che vi trascorse tutta la mattinata e giunse verso l’ora del pranzo senza che avesse adempiuto al suo compito. Essendosi accorti alcuni frati che Francesco non si trovava in cucina e che il pranzo non solo non era ancora pronto Ma che non era stato neanche acceso il fuoco, andarono a cercarlo e lo rintracciarono in una cappella della chiesa innalzato nello spirito e trasportato in Dio. Credendo molti che il corpo fosse sollevato a non poca distanza dalla terra, non avrebbero voluto usare interrompere quei godimenti celestiali ma costretti dalla obbedienza al padre guardiano lo chiamarono.

Francesco, che si voltò con il viso illuminato e radioso come se fosse disceso dal cielo, i frati chiesero come mai non avesse eseguito il suo incarico e non avesse neanche acceso il fuoco. Il giovanetto rispose che il pranzo era già pronto. Il padre guardiano mandò alcuni frati in cucina e questi video il giovanetto che, arrivato alla pentola, la dolce dal fuoco, che un momento prima non c’era, e cominciò a distribuire il pranzo tanto saporito come se fosse stato cucinato con il necessario impegno e tempo. Tale episodio è comunemente considerato frutto della capacità di bilocazione di Francesco, contemporaneamente presente nella cappella e nella cucina. Il Toscano sostiene che quello riferito dal Montoya non era che uno dei tanti casi di bilocazione dei quali Francesco sarebbe stato protagonista nel convento di San Marco. In un’altra occasione il sacrestano avrebbe ordinato a Francesco di prendere dei carboni accesi da mettere nell’ incensiere. Nonostante cercasse di evitare di farsi vedere per non manifestare il miracolo, alcuni frati si accorsero che il giovinetto portava carboni ardenti come se fossero rose fresche.

La fama dei miracoli attribuiti a Francesco avrebbe cominciato quindi a travalicare le mura del convento di San Marco e pare che da paesi vicini interi popoli corressero a venerarne la santità. Lo stesso Vescovo di San Marco si intratteneva con il paolano. Nel convento di San Marco Francesco anticipa in tutto lo stile di vita che lo contraddistinguerà come eremita, nutrendosi di erbe, dividendosi tra lavoro manuale e contemplazione. Trascorso l’anno, Francesco avrebbe dovuto decidere se proseguire la sua esperienza presso i frati minori oppure uscire dal convento. Malgrado le forti pressioni dei frati, il futuro eremita disse che non era quella la volontà di Dio. Dopo aver ottemperato al voto, il giovane paolano ritenne opportuno continuare la sua esperienza di Fede intrapresa presso i minori attraverso un pellegrinaggio che in compagnia dei genitori lo avrebbe condotto ad Assisi a visitare la tomba del Santo fondatore di quell’ordine.

Secondo il discepolo coevo, l’itinerario percorso da Francesco lo avrebbe portato prima ad Assisi e solo successivamente a Roma. Del soggiorno del giovane pellegrino ad Assisi le fonti non forniscono alcuna informazione ma tuttavia è da ritenere che in quel luogo egli attinse le prime ispirazioni per la sua opera futura. Al ritorno da Assisi, alcuni agiografi ritengono che Francesco si sia fermato nell’eremo di monte Luco, presso Spoleto. A Roma, secondo l’Anonimo, avvenne un episodio emblematico dell’inclinazione di Francesco alla semplicità. Il futuro eremita stava camminando per una via della città insieme con i genitori quando la sua attenzione sarebbe stata attratta dallo sfarzoso corteo che accompagnava un illustre prelato, che secondo i biografi più accreditati era Giuliano Cesarini, Cardinale di Santa Sabina. Rimasto turbato da uno spettacolo così fastoso che non pensava sia dicesse un uomo di chiesa, Francesco si rivolse al prelato dicendo che gli apostoli di Gesù non andavano in giro con tanto lusso. Il prelato gli rispose di non scandalizzarsi, che se non facevano così la chiesa avrebbe perso il tradizionale ascendente sui fedeli.

Sull’attendibilità di quest’episodio sembra lecito avanzare dei dubbi data l’oggettiva difficoltà per un pellegrino adolescente di riuscire a fare giungere la sua voce all'orecchio di un cardinale. Tale aneddoto sembra piuttosto funzionale all’intento del discepolo coevo di attribuire a Francesco un atteggiamento contrario allo sfarzo della chiesa. Lasciate Roma e ripresa la via del ritorno, Francesco e genitori sarebbero giunti a Montecassino per visitare la celebre Abbazia fondata da San Benedetto, ultima tappa del pellegrinaggio prima del rientro a Paola ma neanche di questa sosta si hanno particolari notizie dalle fonti.

Francesco rientro in Calabria dopo il lungo pellegrinaggio che gli aveva consentito di entrare in contatto con diversi ambienti religiosi ampliando notevolmente l'esperienza dello acquisita nell'anno trascorso nel convento di San Marco. Arrivato a circa un miglio dall’abitato di Paola, Francesco si ferma per restare da solo a fare l’eremita. Il luogo dove si era ritirato era di proprietà del padre e non era però abbastanza lontano dal centro abitato da consentire a Francesco di trascorrere quella vita solitaria a cui aspirava. Per tale motivo quindi se ne allontanò per ritirarsi in un luogo ancora più appartato, un podere messogli a disposizione da una sua congiunta. La cosiddetta Grotta di San Francesco è un luogo angusto presso il fiume Isca.

Nel luogo solitario in mezzo al bosco dove si era ritirato, Francesco sarebbe stato trovato casualmente da alcuni cacciatori che avevano sguinzagliato i cani all’inseguimento di un caprone, rifugiatosi proprio nella sua grotta. Il ritrovamento di un eremita da parte di cacciatori è tuttavia un topos nelle agiografie di Santi medievali. Non è perciò azzardato ritenere che nel periodo trascorso nella grotta Francesco sia stato visitato da concittadini, avvisate dai genitori del suo eremitaggio, e visitato anche da quest’ultimi, che gli fornivano qualche indispensabile mezzo di sussistenza. Il giovanetto, distaccato sì dalla famiglia, iniziò quindi edificare un monastero. La costruzione di questo primo romitorio con annessa chiesa, stando alla deposizione dell’Antonachio, sarebbe stata intrapresa intorno al 1430. La giovane età di Francesco induce qualche biografo a ritenere tuttavia che il ritiro nel bosco e la costruzione di questa prima chiesa vadano differiti di alcuni anni. Apparirebbe Infatti probabile che l’ultranovantenne testimone abbia potuto ricordare erroneamente la data degli inizi dell’eremitaggio e della costruzione dell’edificio sacro. Con il rientro nel territorio della città natale si concludeva comunque la fase adolescenziale della vita di Francesco e cominciava un periodo di edificazione al termine del quale, rafforzata la vocazione religiosa, il giovanetto avrebbe deciso di accogliere dei discepoli e fondare quindi il primo romitorio in prossimità della Grotta dove si era ritirato.

Aspetti della realtà calabrese e del regno di Napoli nel 400

Le vicende politiche, socio economiche e religiose della Calabria e del Mezzogiorno nell’età tardo angioina ed Aragonese ebbero un riflesso importante sulla formazione di Francesco per l’influenza da essere certamente esercitata sulla sua scelta di vita eremitica e sulla successiva decisione di dare avvio a una congregazione e quindi a un ordine religioso. Appare quindi utile delineare il contesto storico in cui è vissuto il santo e ricercarne gli elementi che ci aiutano a comprendere il suo personale percorso e le circostanze che lo avrebbero portato a diventare fondatore di un ordine.

Quando nacque Francesco, una forte instabilità politica caratterizzata ormai da decenni il Regno di Napoli, per il cui trono era in pieno svolgimento la lunga e complessa guerra di successione. Il ramo principale della dinastia angioina, che si era insediata nel mezzogiorno d’Italia nel 1266 con la vittoria a Benevento di Carlo I d'Angiò su Manfredi di Svezia, si era infatti estinto nel 1382 in seguito alla morte senza discendenti diretti della Regina Giovanna I. A contendersi la corona erano stati dapprima i due rami cadetti degli Angiò di Provenza e di Durazzo, rappresentati rispettivamente da Luigi I e Carlo III e quindi dai loro discendenti Luigi II e Ladislao.

Dopo la morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1414, 2 anni prima della nascita di Francesco, riuscì a inserirsi abilmente nella contesa un altro pretendente, Alfonso V d'Aragona, detto il Magnanimo, che oltre al regno Aragonese possedeva anche quelli di Sicilia e Sardegna. Alfonso, In un primo momento, concordo un'alleanza con Giovanna II, sorella di erede del defunto Ladislao. Giovanna, priva di prole, in cambio del sostegno pattuito adottò Alfonso come figlio, trasmettendogli così diritti di successione al trono. La condizione posta da Giovanna era però che finché fosse rimasta in vita il sovrano Aragonese non si sarebbe dovuta intromettere nel governo del Regno napoletano, su cui la regina avrebbe esercitato pieni poteri. L’impazienza di Alfonso, che contrariamente all'accordo stabilito cominciò ad assumere iniziative tali da limitare l'autorità della regina, indusse quest’ultima a revocare nel 1423 l'adozione di Alfonso e a nominare come proprio successore addirittura il rivale Luigi III. A questi, che venne adottato come figlio, Giovanna conferì infatti il titolo di Duca di Calabria.

Per alcuni anni Alfonso sembra desistere dalla lotta e lasciare quindi il regno a Giovanna e Luigi. All’inizio degli anni trenta del quattrocento, in coincidenza quindi del ritorno in Calabria di Francesco dal pellegrinaggio ad Assisi, Alfonso tornò in campo. Sul versante Angioino a fronteggiare il sovrano Aragonese vi fu dapprima Luigi III e poi, dopo la sua morte il fratello e successore Renato. Nel 1442 Alfonso si impadronì definitivamente del Regno di Napoli. Poiché regnava su diversi paesi, il sovrano Aragonese era in grado di attingervi forze militari sufficienti a bloccare le tendenze centrifughe del baronaggio che avevano fino ad allora caratterizzato il regno napoletano. Sebbene la parte principale dei domini fosse l’Aragona, Alfonso decise di stabilirsi per il resto della vita a Napoli. La scelta di Alfonso non era dettata solo da una propensione personale verso il paese, ma aveva certamente giocato un ruolo importante anche l’acuta intuizione del peso che la penisola italiana veniva acquistando nella politica internazionale europea e mediterranea.

Nel corso della lunga lotta di successione alla corona napoletana, la Calabria fu teatro di continue operazioni militari e le sue comunità cittadine furono oggetto di numerosi provvedimenti con cui gli aspiranti al trono cercavano spesso di ottenerne il sostegno. Un contributo importante ai pretendenti al trono fu dato dalla nobiltà feudale, in grado di armare proprie milizie che costituivano il nerbo principale degli eserciti nei conflitti di quel periodo. I feudatari calabresi, come quelli del resto del regno, erano soliti schierarsi a favore dell’uno o dell’altro dei belligeranti a seconda del proprio tornaconto e non esitavano perciò a passare da una parte all’altra. Il sostegno della feudalità era così importante che essa riusciva tal volta a stipulare vere e proprie convenzioni con gli aspiranti al trono, come fece ad esempio Alfonso il Magnanimo, che nel 1432 accorda una serie di privilegi a Carlo Ruffo, Conte di Sinopoli, per indurlo ad abbandonare il rivale Angioino e passare al suo servizio. A sancire il definitivo passaggio nelle fila aragonesi dei Ruffo vi fu nel 1439 una serie di patti nunziali tra esponenti della loro famiglia e quella di Alfonso, Antonio Centelles Ventimiglia. Questo sposò infatti Enrichetta Ruffo, contessa di Catanzaro, e concordò a sua volta il matrimonio delle sue tre sorelle con esponenti dei Ruffo, tra cui lo stesso.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher venera19 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Caridi Giuseppe.
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