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Riassunto esame Storia moderna, Prof. Caridi, libro consigliato Francesco di Paola, Caridi

Riassunto per l'esame di storia moderna e del prof. Caridi, basato su appunti personali del publisher e studio autonomo del libro consigliato dal docente Francesco di Paola, Caridi, dell'università degli Studi di Messina - Unime. Scarica il file in PDF!

Esame di Storia moderna docente Prof. G. Caridi

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diverso, non indicate dall’anonimo. Scampato all’arresto, Francesco diede quindi al

capo delle guardie delle candele da consegnare al re e ai suoi familiari ammonendoli

che se non si fossero emendati Dio li avrebbe castigati. A questo punto si assiste a uno

dei tanti miracoli attribuiti a Francesco. Il buon padre mandò a cercare un boccale di

vino. Anche se ne bevevano 40-50 uomini, il boccale rimase tuttavia pieno fino all’orlo.

Infine Francesco fece dare loro due piccole focacce e anche di queste ne avanzò per la

misura di due pani interi. A quella vista, il padrone della nave e tutti quelli che erano

presenti, pieni di gran timore, lodarono Dio. Ritornati a Napoli il capitano e i suoi

soldati riferirono l’accaduto al re. Informati del favore popolare che circondava

Francesco e quindi dei rischi per l’ordine pubblico che sarebbero potuti scaturire dal

suo arresto, Ferrante ammorbidì notevolmente la sua posizione. A determinare

l’atteggiamento più tollerante di Ferrante verso l’Eremita era stato secondo gran parte

dei biografi un improvviso pentimento, razionalmente inspiegabile e perciò miracoloso.

L’azione di Francesco sarebbe di conseguenza prodigiosamente apparsa al sovrano

innocua, limitata solo all’ambito prettamente religioso e ritenuta priva di rischiosi

risvolti politico-sociali. A ulteriore riprova del ravvedimento di Ferrante e della volontà

di emendarsi del grave affronto inflitto a Francesco si afferma che sarebbe stato

emanato un diploma con cui il re gli avrebbe concesso il permesso di costruire

conventi in ogni parte del regno.

Cap. VII Appello di Luigi XI e obbligo di partenza per la Francia

A distogliere Ferrante da ogni ulteriore azione contro Francesco e a indurlo anzi a

cercare di migliorare i suoi rapporti con il frate intervennero rilevanti questioni di

politica estera. Nel 1461 sul trono di Francia era subentrato a Carlo VII, vincitore della

guerra dei 100 anni, il figlio Luigi XI. Nell’ambito della politica espansionistica francese,

interessata a Napoli, era interesse di Ferrante cercare di entrare nelle grazie del

sovrano francese. Colpito nel marzo 1481 da apoplessia Luigi XI perse conoscenza e

uso della parola. L’infermità si sarebbe protratta per circa 15 giorni e solo in seguito

alle premurose cure mediche il sovrano sarebbe riuscito a riprendersi nel fisico. Il

timore di una ricaduta sarebbe stato però ricorrente e gli avrebbe pertanto procurato

una forte crisi depressiva per cui cominciò a non credere più alle prescrizioni dei

medici specialmente quando a distanza di un anno la malattia ritornò a colpirlo. Resosi

conto dell’inefficacia delle medicine, il re ricercò rimedi soprannaturali e accolse nel

castello religiosi e astrologi nella speranza che potessero farlo guarire. Lo scudiero

Regio Giovanni Moreau aveva saputo dell’esistenza di Francesco e dei miracoli da lui

compiuti nel Regno di Napoli. Luigi mandò nel Regno di Napoli degli emissari con

l’incarico di condurre Francesco alla sua corte. In realtà non fu affatto semplice

convincere Francesco a lasciare la Calabria e a trasferirsi in Francia presso il re.

L’Eremita infatti rifiutò di acconsentire alle richieste di Luigi che chiese l’intervento di

Ferrante ma Francesco non cedette neanche alle pressanti esortazioni del sovrano

Aragonese.

Di fronte all' ostinato rifiuto di Francesco, al Re di Francia non restò che rivolgersi al

Pontefice. Sisto VI, che come Ferrante aveva tutto l’interesse a soddisfare le richieste

di un personaggio così potente quale era Luigi, intimò a Francesco di recarsi al più

presto dal sovrano francese e a tale fine emanò due Brevi, con cui minacciò di

infliggergli severe punizioni in caso di disobbedienza. Nell’ordine del pontefice il frate

avrebbe intravisto, secondo gli agiografi, la manifestazione della volontà Divina e

decise perciò finalmente di partire per la Francia. Insieme con tre religiosi, che lo

avrebbero seguito fino a destinazione, l’Eremita si mise perciò in cammino verso

Napoli, dove era atteso da Ferrante per poi recarsi dal papa e quindi imbarcarsi per la

Francia.

A Salerno alla piccola comitiva vennero incontro l’ Ambasciatore di Luigi XI e alcuni

Cavalieri napoletani inviati dal sovrano Aragonese. A Napoli si era radunata ad

aspettarlo un’immensa moltitudine di fedeli. Sull’incontro di Francesco con Ferrante

nella capitale la tradizione fornisce notizie che non hanno riscontri oggettivi e che

sembrano piuttosto frutto della volontà degli agiografi di esaltare l’autorevolezza del

frate e il forte ascendente che gli avrebbe esercitato sul sovrano. Memore del

trattamento subito qualche anno prima quando Ferrante aveva mandato in Calabria i

suoi armigeri ad arrestarlo, secondo un biografo recente Francesco avrebbe colto

l’occasione propizia per vendicarsi dell’offesa subita. Ritenne perciò che fosse giunto il

momento di saldare i conti con il re, dicendogli apertamente e con forza quanto negli

anni precedenti gli aveva fatto sapere solo di rimbalzo, attraverso terze persone.

L’Eremita avrebbe per tanto esortato il re a pentirsi delle sue malefatte e a mutare

tenore di vita. A riprova del risoluto atteggiamento con cui Francesco avrebbe

affrontato il re alcuni agiografi raccontano l'aneddoto della moneta. Al sovrano

Aragonese che gli aveva offerto del denaro per la costruzione di un convento,

l’Eremita avrebbe risposto che non poteva accettare quelle monete perché erano il

risultato dello spietato sfruttamento dei sudditi, ai quali era stato letteralmente

succhiato il sangue. Così dicendo, Francesco afferrata una di quelle monete, l'avrebbe

spezzata e tra lo stupore generale ne sarebbe sgorgato del sangue. Pare inoltre che il

sovrano, la cui diffidenza era del resto ben nota, avesse voluto mettere alla prova il

frate, ospitandolo alla sua corte con il preciso intento di poterlo spiare. A tal fine

sarebbe stata riservata a Francesco e ai suoi confratelli una camera accanto agli

appartamenti reali con una fessura nel muro che consentiva di osservare i movimenti

di questi ospiti. L'Eremita sarebbe apparso a Ferrante avvolto in un alone luminoso e

da quel momento in poi il re avrebbe stimato Francesco. Gli agiografi sono pressoché

concordi nel sostenere che Ferrante si fosse convinto della Santità di Francesco sia

attraverso i colloqui tra loro intercorsi sia soprattutto grazie alla straordinaria visione

dell’alone luminoso che lo circondava nella camera. Il sovrano avrebbe perciò voluto

ritardare il più a lungo possibile la partenza dell’Eremita. Alla fine approfittò del

viaggio di Francesco per assegnargli un importante missione presso Luigi XI. Il frate

avrebbe dovuto infatti costituire un canale diplomatico al di fuori di quello ufficiale per

agevolare le relazioni tra le corti di Napoli e di Francia, rapporti che avrebbero

coinvolto anche la Santa Sede.

Dopo 15 giorni di permanenza nella città partenopea, l’Eremita si congedò da Ferrante

e riprese via mare il suo viaggio verso la Francia. Il frate e i suoi tre compagni si

imbarcarono quindi alla volta di Ostia su una galea. Francesco giunse a Roma e si recò

a fare visita al Pontefice. Per evidenziare l’alta considerazione che del frate aveva Sisto

IV un agiografo immagina che questi gli avesse concesso ben tre udienze. Sisto IV

sarebbe rimasto così colpito dal colloquio con Francesco che avrebbe voluto subito

ordinarlo prete e conservarlo con le proprie mani. Dando ancora una volta prova della

sua grande umiltà, Francesco, inginocchiatosi davanti al papa, secondo il Sanseverino

avrebbe rifiutato l’ordinazione sacerdotale perché non era certo di meritare un

Ministero tanto alto. Di questo rifiuto tuttavia il papq non si sarebbe rammaricato

sapendo che egli era guidato dallo Spirito Santo. Francesco avrebbe approfittato della

favorevole occasione che gli si presentava per chiedere al pontefice, ben disposto nei

suoi confronti, la confermazione della sua regola; conferma che però Sisto IV non

avrebbe accordato e che Francesco sarebbe poi riuscito a ottenere da un suo

successore solo parecchi anni più tardi. Oltre all'incarico ufficiale, che era appunto

quello di far ricorso alle sue doti taumaturgiche per restituire la salute al Re di Francia,

il papa non mancò di raccomandare ufficiosamente all’eremita di perorare a Tours,

dove era diretto, la causa della Santa Sede al fine di giungere a un compromesso

vantaggioso nelle controversie di carattere giurisdizionale in atto con quella corte. Tra

le misure assolutistiche portate avanti dall’azione politica di Luigi rientrava infatti

anche un ridimensionamento del rilevante ruolo che tradizionalmente la chiesa aveva

in Francia, da cui percepiva tra l’altro sotto forma di Decima ingenti risorse finanziarie

che si volevano drasticamente ridurre. Come Ferrante anche Sisto IV contava pertanto

sulla mediazione di Francesco per migliorare i rapporti con colui che era certamente

uno dei più potenti sovrani del tempo. Fra i diversi personaggi di rilievo che sarebbero

andati a Roma a rendere omaggio al frate qualche agiografo menziona Lorenzo il

Magnifico con il figlioletto Giovanni. Quest’ultimo si sarebbe avvicinato all'Eremita per

potergli baciare la mano e Francesco teneramente abbracciandolo gli disse “ almeno

quando voi sarete papa, che ben presto sarà, io sarò santo” avverando la profezia. A

18 anni infatti il fanciullo fu eletto Cardinale da Innocenzo VIII e nel 1513 sommo

pontefice con il nome di Leone X, che avrebbe prima beatificato Francesco e poi nel

1519 lo canonizzò.

Congedatosi dal papa, secondo il programma prestabilito l'Eremita risalì sulla galea,

che riprese la rotta verso la Costa francese, raggiunta dopo una navigazione rivelatasi

ancora più irta di insidie di quella precedente. Su queste difficoltà affrontate e

superate grazie al prodigioso intervento di Francesco si soffermano entrambi i testi,

Taso da Filocastro e Lugi Galiso. Giunti nella Baia del Leone, sballottati da onde

impetuose, furono costretti a spingere la nave verso terra. Si erano appena ormeggiati

quando un vascello armato veleggiò verso di loro. Il frate tranquillizzò i compagni in

preda un forte spavento dicendo loro che navigavano con la grazia di Dio e nessun

pericolo li minacciava. Il vascello intanto si avvicinava sparando colpi di bombarda. Il

comandante e l’inviato del re di Francia indicarono al frate le imbarcazioni inseguitrici

ormai molto vicine e al cui abbordaggio ritenevano perciò di non poter scampare.

Francesco allora li esortò a non disperare e a proseguire il loro viaggio. Ritornato

quindi in cabina, la galea proseguì la sua rotta e riuscì ad allontanarsi notevolmente

dalle imbarcazioni corsare, che pure avevano il vento favorevole, per cui

l’ambasciatore e il comandante dicevano che erano sfuggiti miracolosamente alle

mani dei pirati. La galera diretta al porto di Marsiglia, dove Francesco, dopo aver

donato una candela benedetta a ciascuno degli altri passeggeri in procinto di ritornare

a Napoli, sarebbe dovuto sbarcare insieme con l’ambasciatore francese e il suo

seguito. Prima di scendere dalla galea l’Eremita vuole confessarsi e tale atto ne

denoterebbe la presenza a bordo di un sacerdote che potrebbe identificarsi con

Baldassare da Spigno, che, come si vedrà più avanti, nelle Aprile 1484 risulta presente

a Tours. Dell’arrivo dell’Eremita in Francia esiste tuttavia una diversa e più diffusa

versione, secondo cui, contrariamente alle previsioni, l’attracco della galea a Marsiglia

fu vietato dalle guardie portuali a causa della peste. L'imbarcazione con a bordo

Francesco fu quindi costretta a costeggiare le scogliere e a raggiungere infine la baia

di Bormes. Anche in questa cittadina, però, si era propagata la peste e le locali

autorità come quelle di Marsiglia ne volevano impedire l'approdo. L’ostacolo sarebbe

stato superato grazie all’intervento di Francesco che avrebbe convinto le guardie a

consentire l’ingresso in porto alla galea dicendo loro di lasciarli entrare perché Dio era

con loro. Posto piede a terra, l’Eremita si sarebbe subito recato a visitare i molti

appestati della cittadina e li avrebbe guariti. La veridicità di tale ricostruzione sarebbe

dimostrata dalla ammirevole devozione che da allora gli abitanti di Bormes

continuavano ad avere per San Francesco di Paola. Appare tuttavia probabile che a

indurre le autorità locali a concedere a Francesco l’approdo richiesto fosse stato il

deciso intervento dell’inviato di Luigi XI presso il comandante della fortezza regia,

posta a ridosso dell’abitato di Bormes. Congedatosi dall’equipaggio della galea e

disceso a terra, Francesco insieme ai suoi frati, sotto la guida dell’ emissario del re di

Francia, avrebbe seguito l’itinerario più breve per giungere a Tours, dove Luigi XI era in

fiduciosa attesa del suo arrivo.

Parte II Alla corte dei re di Francia

Cap. I Arrivo in Francia e rapporti con Luigi XI

A Bormes, Francesco sembra che sia entrato subito in una chiesa per rendere grazie a

Dio dell'esito positivo del viaggio e chiedere la cessazione della peste che affliggeva

quella città. Da un’inchiesta condotta da un frate dell’Ordine dei minimi, Stefano

Octoul, risulterebbe che in quella chiesa, intitolata a San Rocco, erano in corso dei

lavori e poiché alcuni operai erano alle prese con una pesante trave che non

riuscivano a sollevare, l’eremita, come già in altre precedenti simili occasioni, con un

suo tocco la rese talmente leggera da poter essere agevolmente trasportata. Essendo

Bormes circondata da contrafforti montuosi che impedivano di inoltrarsi verso

l’interno, la piccola comitiva, composta da 7 o 8 persone compreso Francesco, si

spostò verso la cittadina costiera di Fréjus, distante una cinquantina di chilometri da

dove avrebbe poi dovuto prendere la via per Tours. Del passaggio dell’ eremita da

questo centro della Provenza a strapiombo sul mare non sono rimaste tracce

documentarie. Giunti a Fréjus, Francesco e il suo seguito vi entrarono attraverso una

delle porte e arrivati a una piazzetta si accorsero che la cittadina era deserta. Dopo un

po’ di tempo, tuttavia, apparve una vecchietta che interrogata sul motivo di quella

assoluta mancanza di persone rispose che si era diffusa la peste per cui molti cittadini

erano già morti e i sopravvissuti, per sfuggire al contagio, avevano ritenuto opportuno

chiudersi in casa o rifugiarsi in campagna. Per quanto riguarda la propria situazione,

proseguì la donna, ella si avventurava senza paura nelle vie cittadine perché era sola

al mondo e aspettava perciò con rassegnazione l’ora in cui Dio l’avrebbe chiamata.

Secondo la tradizione, l'Eremita chiesa allora la vecchietta di accompagnarla in chiesa

e entrato, dopo essersi brevemente raccolto in preghiera, fece suonare le campane

per convocare i fedeli. Uscito poi sul sagrato della chiesetta, Francesco si mise in

ginocchio, tracciò con il bastone il segno di Croce ed esclamò per tre volte “

misericordia, signore, Perdona gli abitanti di Frejus”. Disse quindi all’anziana donna di

informare i suoi concittadini che ormai il contagio della peste era sparito e non

sarebbe mai più riapparso. Tale profezia si sarebbe avverata e la locale cittadinanza

sarebbe rimasta perciò per sempre riconoscente al frate che l’aveva resa immune da

quel morbo. Come segno tangibile di tale gratitudine sarebbe stato fondato un

convento che gli storici dell’Ordine dei minimi fanno risalire al 1490. Era nel frattempo

giunta alle orecchie di Luigi XI la notizia dello sbarco in Francia di Francesco insieme

con i prodigi che si diceva avesse già cominciato a compiere. Nel corso del suo tragitto

verso Tours, Francesco secondo l'anonimo operò diversi prodigi, di alcuni dei quali egli

sostiene di avere avuto notizia da testimoni oculari. Un orefice di Grenoble gli narrò

infatti di aver visto la sorgente, fatta scaturire dal buon padre con le sue preghiere in

un luogo dove non erano riusciti prima a trovare acqua. Le proprietà terapeutiche di

questa sorgente erano così efficaci che quanti ne bevevano venivano risanati.

Nell’attraversare la Provenza, come afferma un mercante locale, Francesco entrato in

una chiesa per pregare che era rimasto tanto a lungo che l’ambasciatore mandò a

chiamarlo. Tra lo stupore generale non si riuscì però a trovarlo e si pensò perciò che

fosse fuggito. L’inviato Regio fu tuttavia tranquillizzato da un compagno del frate, che

dopo aver terminato le sue orazioni fu finalmente trovato davanti all’altare maggiore,

dove lo avevano cercato tante volte. Francesco proseguì quindi il viaggio. Essendosi

sparsa la voce dei molteplici interventi miracolosi a lui attribuiti, lungo il percorso

seguito dall’eremita una folla di fedeli si accalcava al suo passaggio. La speranza che li

animava era soprattutto quella di usufruire delle doti taumaturgiche di Francesco.

L’arrivo a corte dell’Eremita avvenne tra la fine di aprile ai primi di maggio del 1483.

Minato nel fisico e nell’animo, Luigi XI per allontanare da sé il pensiero della fine che

continuava a tormentarlo ostentava sicurezza. Presentatosi Francesco al cospetto del

sovrano, questi lo accolse con grande onore e a dimostrazione del suo massimo

rispetto chi si inginocchiò ai piedi. Sospettoso e astuto come era il sovrano francese

sarebbe ricorso a diversi stratagemmi per verificare la correttezza della condotta di

Francesco, al quale subito dopo il suo arrivo invia un vassoio ed altri oggetti, tutti di

oro e di argento, facendogli sapere che gli mandava quella roba perché se ne servisse.

Il frate tuttavia gli rimandò tutto indietro. Luigi però non demorse e, dopo aver offerto

a Francesco dei recipienti di metallo, anche essi sistematicamente rifiutati, pensò di

sottoporlo a un’altra prova per sondare la sua fedeltà al voto di povertà e gli mandò un

quadro della Madonna fatto di oro puro di monete. Neanche questo omaggio venne

però accolto dall’eremita, che lo restituì al sovrano. Su istigazione del suo medico

personale, che ricopriva anche l’incarico di Presidente della Camera del Parlamento di

Parigi, geloso della popolarità riscossa da Francesco, Luigi gli portò personalmente un

vassoio pieno di scudi ma il buon padre rifiuto anche questi. Secondo gli agiografi, al

pari del Re di Napoli anche Luigi si sarebbe tuttavia definitivamente convinto della

Santità di Francesco dopo avere assistito a uno dei fenomeni di lievitazione di cui

l’Eremita era spesso protagonista. In precedenza il sovrano, falliti i tentativi di attrarlo

con oggetti preziosi, avrebbe cercato di mettere alla prova l’estrema sobrietà

alimentare del frate. Luigi invio pertanto di nascosto a Francesco due pesci ben cotti

ma neanche questa volta l'Eremita si lasciò convincere e rimandò al mittente i pesci.

Era stato necessario trovare un interprete per poter discutere con il frate e la scelta

cadde su Ambrogio Rambault.

Malgrado l’ampia disponibilità di alloggi all’interno della Reggia generosamente offerta

da Luigi, Francesco preferì tuttavia ben presto vivere come era suo costume in una

grotta. Qualche volta ritornava in chiesa per ascoltare tutte le messe e assisteva alle

celebrazioni liturgiche con la massima devozione e provvedeva che le funzioni si

svolgessero nel modo migliore. Nel parco dove era la celletta di Francesco era solito

andare a passeggiare il re, spesso in compagnia della figlia Anna, Duchessa di

Borbone, e di altri cortigiani. A causa della debolezza dovuta alla malattia, Luigi si

fermava però generalmente all’inizio del boschetto mentre la figlia era solita

proseguire fino al romitorio dove si trovava il frate. Secondo quanto asserisce il

Toscano, in una di queste passeggiate la duchessa, avvicinatasi all’eremo, vide San

Francesco sollevato in aria con intorno raggi splendenti. Alla vista di tale straordinario

spettacolo, Anna, superato lo sbigottimento iniziale, avrebbe fatto chiamare il padre

perché si rendesse direttamente conto di quel prodigio. Colpito dal meraviglioso

fenomeno a cui aveva assistito, da quel momento il sovrano francese avrebbe

venerato Francesco come uomo veramente santo e amico di Dio.

Per quanto riguarda la malattia di Luigi, in realtà non risulta che l’Eremita gli abbia mai

promesso la guarigione né che si sia impegnato in tale senso con Ferrante con cui

continuava ad avere rapporti attraverso uno scambio epistolare. Oltre a esortarlo a

compiere il miracolo di restituire la salute a Luigi, le cui condizioni andavano

peggiorando, il sovrano Aragonese si aspettava che Francesco, una volta entrato nelle

grazie del re di Francia, interponesse i suoi buoni uffici per agevolare i rapporti della

corte di Napoli con quella francese. Era del resto piuttosto frequente che missioni di

carattere diplomatico fossero affidate a religiosi. Con il sovrano francese quindi

l’eremita, fin dai primi giorni della sua permanenza a Tours non aveva tralasciato di

affrontare argomenti di natura politica secondo i suggerimenti che aveva certamente

ricevuto sia da Ferrante che da Sisto IV. Entrambi contavano infatti di ottenere

l’appoggio del re di Francia per risolvere le rispettive questioni di politica estera.

Nonostante gli obiettivi strategici non coincidessero, Ferrante e Sisto IV riuscirono

tuttavia in quello stesso frangente a giungere a un’intesa, stipulando una pace

separata.

Con il passare del tempo tuttavia Luigi non avvertiva alcun miglioramento delle sue

condizioni di salute e Francesco sembra che cercasse di indurlo ad accettare quella

che era la volontà Divina e di cui egli mostrava di essere consapevole. Gli agiografi a

tale proposito riferiscono di lunghi colloqui intercorsi tra i due, nel corso dei quali

l’Eremita avrebbe continuamente messo in evidenza l’estrema caducità della vita

terrena a confronto dell’eternità; conveniva perciò che Luigi si preparasse nel migliore

dei modi. Nell’udire queste parole, che lo mettevano di fronte alla dura realtà, il

sovrano avrebbe messo da parte l’inquietudine e l’irascibilità connesse al fermo

desiderio di sopravvivere e si sarebbe serenamente rassegnato al volere Divino

seguendo le indicazioni di Francesco. Quest’ultimo aveva svolto uruolon importante

nell’opera di conversione di Luigi, puntando con successo non alla guarigione fisica,

non permessa da Dio, ma a quella spirituale. Nei suoi frequenti incontri con il re di

Francia, il frate gli avrebbe rivolto l’esortazione di difendere il cattolicesimo. Bisognava

pertanto che Luigi ponesse subito termine alle guerre con i re cattolici ubbidendo alle

direttive papali e volgesse invece le attenzione alle questioni di politica interna

affrettandosi a eliminare i soprusi perpetrati nella sua Repubblica. Sotto la guida dell’

eremita Luigi avrebbe radicalmente modificato il suo comportamento. Il biografo

coevo, nel descriverne gli ultimi giorni di vita, afferma di non aver visto morire

nessuno così virtuosamente. Munito dei sacramenti e recitate le orazioni di rito, Luigi

cessò di vivere la sera del 30 agosto 1483, che era un sabato, giorno dedicato alla

Madonna, a cui egli era molto devoto. La data della morte pare fosse stata prevista

alcuni giorni prima da Francesco. 4 giorni dopo il decesso, il defunto sovrano fu sepolto

nella Cattedrale di Notre Dame.

Cap. II Protezione di Carlo VIII e incipiente diffusione dei minimi in Francia

Rassegnatosi all'esito della malattia, negli ultimi giorni di vita Luigi XI aveva cercato di

prendere i provvedimenti ritenuti più idonei al governo del paese al fine di lasciare una

situazione tranquilla al figlio Carlo, la cui minorità non gli avrebbe consentito di

esercitare il potere con la necessaria autorevolezza. Malgrado i tentativi del sovrano di

trovare adeguate soluzioni, restavano però aperti alla sua morte delicate questioni di

politica interna ed estera. Da un lato, infatti, sia l’aristocrazia, che mirava a trarre

profitto dalla particolare contingenza per aumentare il proprio peso, sia le masse

contadine, in fermento per le ingenti imposte da cui erano oberate, costituivano

pericolosi fattori di instabilità. Bisognava contenere d'altro lato una serie di

rivendicazioni territoriali avanzate delle potenze confinanti dell'Impero, della Spagna e

della stessa Inghilterra. In attesa del raggiungimento da parte del successore della

maggiore età era stato disposto da Luigi di affidare la reggenza a Pietro di Borbone,

marito della figlia Anna. Contrariamente alle ordinanze secondo cui la tutela del

delfino minorenne doveva essere assegnata alla regina madre, il genero veniva quindi

preferito da Luigi alla moglie, sulla cui capacità di guidare il Governo era infatti

alquanto scettico. Dopo la morte di Luigi, tale nomina secondo la prassi vigente

doveva essere però sottoposta all’approvazione degli Stati Generali e nel frattempo fu

costituito un consiglio di reggenza di 23 elementi di rappresentanza delle diverse

tendenze politiche del momento. Deceduta nel dicembre 1483 la regina madre, il duca

d’Orléans avanza la sua candidatura alla reggenza. Riunitisi gli Stati Generali

confermarono a Pietro di Borbone e alla moglie Anna la reggenza. Il giovane sovrano,

che prese il nome di Carlo VIII, assistette ad alcune sessioni degli Stati Generali e tale

partecipazione fu certamente l’occasione per una iniziazione alla realtà politica della

società francese ma nel contempo provocò in lui un profondo trauma morale. Quel

padre lontano, di cui era stato abituato a venerare la figura e le decisioni, ecco che gli

appariva implicitamente quale responsabile se non delle innumerevoli ingiustizie,

compiute dai suoi funzionari, almeno delle sofferenze inflitte al popolo a causa delle

imposte eccessive. Nel primo trimestre del 1484 avvengono i primi colloqui di

carattere politico dell’Eremita calabrese con il nuovo re, con cui aveva avuto occasione

di incontrarsi in precedenza ad Amboise. Nonostante il decesso di Luigi, Francesco,

che aveva stretto buoni rapporti con la reggente Anna, avete infatti deciso di rimanere

presso la corte francese. Su questa decisione del frate aveva certamente influito

l’esortazione del pontefice Sisto IV a proseguire quella missione diplomatica che gli era

stata affidata al suo passaggio da Roma. Agli inizi di aprile l’Eremita dinanzi al re e al

suo consiglio espose le esigenze della chiesa. Morto Sisto IV nell’agosto 1484, il suo

successore Innocenzo VIII volle che Francesco continuasse a risiedere presso la corte

di Francia.

Al nuovo pontefice Francesco chiese intanto la conferma per la sua Congregazione

eremitica dei privilegi conseguiti da Sisto IV e grazie all’autorevole mediazione di Carlo

VIII il papa concesse tale riconoscimento. Il successivo passo compiuto da Francesco

presso il re di Francia fu di domandargli di interporre ancora i suoi buoni uffici per

ottenere dal nuovo pontefice la tanto auspicata approvazione di una regola che gli

consentisse di trasformare in ordine vero e proprio la sua Congregazione. La richiesta

del frate venne accolta da Carlo che si rese promotore presso la Santa Sede della sua

esigenza mediante una petizione. Poiché gli Statuti proposti da Francesco contenevano

norme particolarmente rigorose come la vita quaresimale perpetua, non furono perciò

accolti da Innocenzo VIII. Nel suo intento di istituire in Francia un nuovo ordine

religioso, Francesco potè contare sul sostegno del vescovo di Tours Robert de

Lenoncourt. Nel 1485, Francesco accetta di far entrare nella sua congregazione i primi

due frati francesi. Essendo ormai aumentato il numero dei seguaci si rende infatti

necessario il reperimento di una struttura adeguata e a tale fine Francesco si rivolge a

Carlo VIII che gli conferma la concessione della Cappella di San Mattia che il padre gli

aveva già donato. Carlo VIII consente inoltre all’eremita e ai suoi confratelli di poter

prendere, ricevere e accettare terreni, oratori e romitori a essi donati e finalizzati al

presente e in futuro a servire il Dio. Particolare attenzione è dedicata dagli agiografi a

Francesco Binet, postosi al servizio di Francesco dopo una profonda crisi interiore.

Apparteneva a un'importante famiglia dell'aristocrazia francese. Attratto dalla vita

mondana, si allontanò talmente dallo spirito della regola del suo ordine che invece di

mostrare ai religiosi di questo convento l’esempio di Pietà e osservanza che era

obbligato a dare in qualità di superiore, si abbandonò alla licenziosità e si lascio

vincere dalla fragilità della natura umana. Avendo a sua disposizione un ingente

patrimonio, cominciò a impiegarlo per soddisfare i suoi vizi, dalla caccia al gioco. Dopo

circa due anni di questa vita disordinata ha una crisi mistica, nel corso della quale

riceve la visita di un frate della sua stessa abbazia, Germano le Grand, che informa il

priore della Santa vita di Francesco di Paola. Su suggerimento di Germano si reca

quindi da Francesco di Paola che lo accoglie calorosamente, mostrando una notevole

comprensione per le sue debolezze. Colpito da quelle inattese dimostrazioni di affetto

da parte del frate, tanto che vuole ascoltare la messa celebrata da lui e riceverne

addirittura la benedizione, Binet sinceramente pentito del suo precedente tenore di

vita, dopo alcuni giorni si dimette dalla carica di priore e chiedi a Francesco di poter

entrare nella sua congregazione. Accolto ben volentieri dell’eremita, Binet sarebbe

stato uno dei principali collaboratori del fondatore e avrebbe ricoperto un ruolo di

primo piano nell’ordine dei minimi. Come già accaduto in Calabria, anche in Francia gli

agiografi, sempre sulla falsariga della vita di Gesù, sostengono che fossero 12 i

discepoli di Francesco.

Aumentato pertanto il numero dei frati, Carlo VIII, venendo incontro alle esigenze di

Francesco, pensa a una nuova fondazione eremitica ad Amboise, dove aveva in

progetto di abbellire il proprio castello e sperava di far venire presso di sé il suo santo

consigliere. Il nuovo stabile venne edificato in prossimità della dimora reale e

Francesco si recò personalmente nel 1490 per controllarne i lavori. 3 anni dopo fu

aperta al culto la chiesa annessa a questo secondo romitorio francese intitolata alla

Beata Vergine e a tutti i Santi. Quello di Fréjus, fu il terzo romitorio transalpino.

Qualche anno dopo il numero delle fondazioni di Francesco si amplia ulteriormente con

l'istituzione nei pressi di Parigi di un nuovo eremo, per la cui erezione si dovettero però

superare degli ostacoli di carattere giurisdizionale. A consentire al frate di poter

diffondere verso la capitale la sua congregazione fu il nobile a Giacomo de Mohier,

signore di Villiers, che gli cedette uno stabile vicino alla Senna. L’immobile era

alquanto degradato ed erano pertanto necessari costosi lavori di ristrutturazione. Il

locale dove sorgeva era inoltre piuttosto angusto e per avere una sistemazione

adeguata alle esigenze del futuro convento bisognava aggiungervi i terreni circostanti

e a tale necessità provvide la regina Anna di Bretagna moglie di Carlo VIII. Nel febbraio

1493 Francesco, grazie all'appoggio decisivo di Carlo, era riuscito finalmente a

conseguire la tanto agognata approvazione di una propria regola da parte di

Alessandro VI e poteva quindi trasformare la sua congregazione in un vero e proprio

ordine religioso. Le strutture da lui istituite, che fino ad allora erano ancora

giuridicamente dei romitori, potevano quindi adesso definirsi conventi. Al nuovo ordine

veniva dato l’appellativo dei minimi, a indicare chiaramente il proposito di una

condotta dei suoi membri improntata all’umiltà. Nel medesimo anno 1493 in cui

Alessandro VI aveva consentito l’istituzione del nuovo ordine si gettarono le basi per la

fondazione di altre due comunità monastiche del Frate in Francia. A rendere possibile

la costruzione di queste strutture vi fu il concreto appoggio di 2 benefattori, La

Principessa Anna di Beaujeu e il conte Francois Guy de Laval. Come altri esponenti

della famiglia reale, la reggente Anna era particolarmente devota al buon uomo

calabrese, di cui pare avesse avuto occasione di verificare le doti straordinarie. Tra i

tanti prodigi attribuiti al frate vi era quello di promuovere felici parti anche di donne

che sembravano sterili. In queste condizioni si trovava la reggente, che, sposata ormai

da parecchi anni, non aveva ancora avuto figli e temeva di non poterne mai avere.

Messo al corrente da Anna di questo problema e richiesto pertanto un suo intervento,

Francesco l’ avrebbe rassicurata dicendole che presto avrebbe avuto prole.

Nel frattempo, Carlo, uscito dalla minorità, avrebbe cominciato a esercitare

direttamente il potere e aveva dovuto quindi affrontare alcune delicate questioni

politiche lasciate in sospeso dal suo predecessore e alla cui soluzione non si era

pervenuti durante il periodo di reggenza. Il sovrano francese vantava dei diritti sulla

Bretagna, che Luigi XI aveva già progettato di unire alla Francia. Per conseguire tale

obiettivo fu però necessaria una guerra che si concluse vittoriosamente mediante la

decisiva battaglia di Saint Aubin du Cormier svoltasi nell’estate del 1488. Nel conflitto

tra Carlo e i suoi nemici, Francesco aveva preso decisamente le parti del primo. Della

frequentazione di Carlo con Francesco si ba la testimonianza di un frate, che ha il

processo di Tours riferisce di una visita del re, il quale, recatosi alla cella dell’eremita,

non era tuttavia riuscito in quell’occasione a incontrarlo. Il prete afferma che un

giorno, il re andò al convento per avere un colloquio con Francesco, bussarono alla

porta però Francesco non rispose e si diceva che erano almeno 8 giorni che non usciva

dalla camera. Informato di questo inconveniente, Carlo si recò personalmente presso

la cella di Francesco, bussò alla porta ma neanche a questa richiesta l’Eremita rispose

per cui il re e coloro che lo accompagnavano credettero che fosse morto e cercarono

perciò di aprire con la forza la porta della sua camera. A quel punto si udì provenire

dall’interno una voce flebile e tuttavia Francesco non rispose ne uscì. Il re lertanto si

allontano e si diceva allora che il frate fosse immerso nella contemplazione. Quando

stava per nascere il primogenito, Carlo, secondo un testimone coevo, mandò degli

emissari al frate affinché pregasse per il felice parto della regina e la nascita di un

erede maschio. L’eremita, dopo essersi intrattenuto con DIO, dice a un messaggere di

affrettarsi a ritornare dal re e dirgli che il giorno dopo all’aurora nascerà un figlio il cui

nome sarà Orlando. Orlando era stato il paladino di Carlo Magno, che aveva riportato

brillanti vittorie in Calabria e Puglia ed era perciò famoso per avere compiuto queste

imprese. La regina Anna, come previsto dal frate, diede alla luce un maschio ma i

grandi signori del regno non erano favorevoli ad attribuirgli quel nome e pertanto il

suo battesimo fu ritardato di 13 giorni. Alla fine si giunse a un compromesso e

all’infante fu dato il doppio nome di Carlo Orlando.

Carlo mirava alla conquista del Regno di Napoli su cui vantava i diritti di successione

trasmessigli dal padre. Il re di Francia era Inoltre sollecitato a intraprendere una

spedizione militare nel mezzogiorno d’Italia da diverse parti. Lo spingevano infatti a

tale impresa I baroni ribelli a Ferrante rifugiatisi presso la sua corte, Ludovico Il moro,

che ambiva a strappare al nipote Gian Galeazzo Il Ducato di Milano, nonché Gerolamo

Savonarola e quanti in ambito ecclesiastico deploravano la scandalosa condotta di

Alessandro VI, ritenuto indegno del papato. Dopo la morte di Ferrante, avvenuta nel

1494, Carlo avvia i preparativi per la conquista del regno di Napoli, ereditato da

Alfonso II, figlio del defunto sovrano. Per evitare che i dischi di un’eventuale invasione

del regno di Francia durante la sua assenza, Carlo raggiunge un accordo con le

potenze limitrofe di Spagna e Impero di cui ottiene la neutralità mediante le

concessioni territoriali alle quali ambivano: Cerdagne e Rossiglione sono ceduti alla

Spagna e la Franca Contea all'Impero. Il consenso alla spedizione da parte del re

d’Inghilterra viene invece ripagato con l’esborso di una cospicua somma di denaro. Nel

luglio 1494 Carlo parte alla volta del regno di Napoli che come è noto avrebbe

conquistato abbastanza agevolmente. Nei confronti di questa spedizione militare non

si conosce l’atteggiamento di Francesco. Tra i diversi provvedimenti assunti da Carlo

VIII, prima della partenza per Napoli, particolarmente meticolosi erano quelli tesi ad

assicurare la massima protezione al figlio Carlo Orlando. Per evitare al giovanissimo

delfino qualsiasi rischio il padre stabili tra l’altro che egli doveva dimorare nel Torrione

del castello, il cui ingresso doveva essere sorvegliato giorno e notte da uomini di

fiducia e che nessun visitatore sarebbe stata accolto senza invito. Lo stesso Francesco

se avesse voluto vedere il bambino avrebbe potuto farlo solo se accompagnato da un

religioso francese che non avesse però avuto alcuna relazione con i napoletani. Tale

disposizione del re se, da un lato, appare indicativa della fiducia che continuava a

nutrire verso il frate, denota dall’altro una certa diffidenza non solo nei confronti dei

suoi frati italiani, a cui non era consentito di accompagnarlo, ma anche verso gli stessi

baroni napoletani tra i quali si sospettava potessero esservi degli infiltrati

potenzialmente pericolosi per l’incolumità dell’erede.

Cap. III Costruzione di nuovi conventi e sostegno di Luigi XII

Il sostegno di Carlo VIII e della casa reale si sarebbe rivelato decisivo per l’ulteriore

diffusione in Francia dei conventi dei minimi. Negli ultimi anni del regno, che fu di

breve durata per la sua prematura scomparsa avvenuta all’età di 28 anni, sarebbe

stato infatti seguito da altri benefattori l’esempio del sovrano e dei suoi familiari. Il re

era da poco rientrato in patria dalla fallimentare spedizione nel mezzogiorno d’Italia

quando vi fu l’istituzione del convento di Chatellerault. In questo convento viene

attribuita all’ intervento prodigioso di Francesco la guarigione di un malato di mente,

delle cui modalità si è informati dalla deposizione di un teste nel processo di

canonizzazione di Tours, testimonianza alla quale si sarebbero sovrapposte nei secoli

successivi ricostruzioni agiografiche tese a rendere, come al solito a fini devozionali,

ancora più stupefacente l’episodio. Istituito il nuovo convento i frati degli ordini

mendicanti della diocesi di Langres assunsero un atteggiamento ostile. Questi religiosi

insediati già da tempo nella medesima aria dove era sorto il convento, credendo che

ciò che era dato ad altri venisse sottratto a loro stessi, non volevano riconoscere ai

minimi il diritto di questua. Tra i possedimenti abbaziali vi era un oratorio intitolato a

San Rocco, posto fuori dalle mura cittadine, che il vescovo, grato a Francesco a cui

attribuiva la guarigione di due suoi nipoti, vuole assegnare al suo ordine insieme con i

terreni limitrofi per l’istituzione di un convento. Il frate accettò l’offerta e inviò due suoi

religiosi a insediarsi nel nuovo cenobio in ottemperanza a espresso ordine di Luigi XII.

Carlo VIII morì improvvisamente il 7 Aprile 1498, vigilia di Pasqua, in seguito a un

banale incidente. Insieme con la moglie Anna, che il mese precedente aveva dato alla

luce una bambina morta pochi giorni dopo, il re stava attraversando a cavallo una

galleria del castello di Amboise per recarsi ad assistere a una partita di Pallacorda

quando urtò violentemente con la fronte contro una trave del soffitto. Il colpo subito gli

provocò una perdita di coscienza e poco dopo cessò di vivere in quella galleria. Poiché

Carlo non lasciava discendenti diretti, la corona passò al cugino Luigi d’Orléans,

parente più prossimo in linea collaterale maschile, che era anche suo cognato

avendone sposato la sorella Giovanna, secondogenita di Luigi XI. Francesco, che si era

assunto l’impegno morale con Luigi XI di non fare mancare il suo supporto al figlio ed

erede, ritiene di avere ormai esaurito il proprio compito in Francia, dove del resto era

riuscito grazie all'appoggio decisivo di quel giovane sovrano a diffondere l’ordine dei

minimi. Appresa la notizia del decesso di Carlo VIII, il frate che avevo ormai 82 anni, di

cui gli ultimi 15 trascorsi lontano dalla patria, invia il suo collaboratore Binet insieme

con un altro religioso presso il nuovo sovrano, che avrebbe regnato con il nome di

Luigi XII, per chiedergli il salvacondotto per ritornare in Calabria. Alla richiesta di

Francesco il re rispose positivamente accordandogli il permesso di lasciare la Francia.

Appena però la notizia si diffuse negli ambienti di corte non pochi si affrettarono a

pregare il nuovo re che volesse ritrarre la parola data e non consentire a privarsi di un

uomo la cui presenza era una benedizione per il regno. Luigi diede l’ordine di fermare

il viaggio per l’Italia di Francesco che, partito subito dopo avere ricevuto l’assenso

regio, pare fosse arrivato già a Lione. Sebbene certamente deluso da questo

improvviso mutamento di opinione del re, il frate ne prese tuttavia atto con serena

rassegnazione. Francesco continuava infatti a mostrarsi rispettoso delle decisioni delle

autorità politiche, del cui apporto avrebbe avuto ancora bisogno per proseguire

l'azione Apostolica che stava proficuamente conducendo. Incuriosito dalle Lodi con le

quali da più parti che era stata presentata la virtuosa figura di Francesco, Luigi lo volle

incontrare e si recò perciò nel convento di Plessis dove solitamente dimorava. A Luigi

era stato imposto da Luigi XI, per motivi prettamente politici, di sposare la propria

figlia Giovanna. Il fine del sovrano era quello di stringere per questa via matrimoniale

un’alleanza con il partito aristocratico che si riconosceva nel duca, alleanza che però si

sarebbe rivelata estremamente fragile dopo la sua morte, quando Luigi d’Orléans

prese le armi contro il cognato Carlo che lo avrebbe pesantemente sconfitto.

Pacificatosì poi con Carlo e subentratogli quindi legittimamente sul trono, Luigi aveva

intenzione di chiedere al papa lo scioglimento del vincolo coniugale con la cugina

Giovanna, fisicamente tra l'altro poco attraente e notoriamente sterile, matrimonio

celebrato su costrizione del suocero e che sosteneva di non avere consumato.

Dal colloquio avuto con Francesco, Luigi XII pare fosse rimasto così impressionato da

uscire dalla sua cella commosso fino alle lacrime e da confidare alle persone del suo

seguito che non avrebbe mai creduto che vi fosse sulla terra un uomo così santo. Non

sarebbe affatto arbitrario il supporre che il santo gli avesse rivelato il disegno da lui

concepito di fare annullare il suo matrimonio con Giovanna. Profondamente dispiaciuto

dell’infelice condizione di questa donna duramente maltrattata prima dal padre e poi

dal marito, il frate le avevo offerto il proprio sostegno spirituale ma non sembra che in

realtà possa avere in alcun modo influito sulla decisione di Luigi di separarsi da lei.

Tale decisione Luigi l’aveva maturata da tempo ma aveva dovuto attendere la morte

del cognato per metterla in pratica. Subito dopo essere subentrato a Carlo sul trono

francese il nuovo sovrano presentò Infatti un’istanza al papa Alessandro Sesto per

chiedere l’annullamento del matrimonio. A tale fine, nel luglio 1498 il pontefice istituì

una commissione composta da tre prelati. Contrariamente alle aspettative, Giovanna

si oppose risolutamente all’annullamento del matrimonio affermando che esso era

stato regolarmente consumato. La forte resistenza della regina, che asseriva di essere

stata conosciuta carnalmente dal marito e smentiva di avere dei difetti fisici tali da

renderla incapace ad avere rapporti con l’altro sesso, portò a un imprevisto

allungamento del processo. L’esito della causa era comunque scontato dato che

l’interesse di Alessandro Sesto ad accogliere la richiesta di scioglimento di Luigi XII,

che in cambio si impegnava a favorire le mire di espansione territoriale del figlio

prediletto Cesare Borgia. Nel dicembre 1498 fu pronunciata la sentenza del tribunale

ecclesiastico che annullava il matrimonio di Luigi con Giovanna.

Francesco al suo arrivo in Francia aveva conosciuto anche Giovanna, con la quale i

rapporti sarebbero diventati più frequenti dopo la morte del padre. Da una

testimonianza al processo di canonizzazione risulta che l’eremita, incontratala un

giorno quando era ancora Regina insieme con il suo seguito di dame, l’aveva esortata

a vivere bene e rettamente. A tale esortazione erano seguite parole di conforto per i

travagli familiari che essq stava patendo e di cui Francesco era certamente a

conoscenza. Sulla base della sete di giustizia che lo portava a ergersi costantemente

difensore degli oppressi e che lo avrebbe spinto in qualche circostanza a scagliarsi

contro Ferrante e a contestare apertamente lo stesso Luigi XI, si è dedotto che in

quell’occasione Francesco non abbia risparmiato le sue rampogne a Luigi XII e ad Anna

di Bretagna che, come si vedrà più avanti, consentì di sposarlo. Ottenuto

l’annullamento del matrimonio con Giovanna, Luigi mise subito in pratica il progetto di

sposare per motivi politici Anna di Bretagna, vedova di Carlo VIII, titolare dei diritti su

quel Principato.

Dai pochi documenti disponibili risulta che Luigi XII, sulla scia dei suoi predecessori,

avrebbe continuato a mantenere buoni rapporti con Francesco, al cui ordine pochi

mesi dopo l'ascesa al trono di Luigi XII vennero confermati i privilegi concessi nel 1485

da Carlo VIII. Subito dopo l'ascesa al trono di Francia, Luigi XII, nella qualità di nipote di

Valentina Visconti, rivendica il possesso del Ducato di Milano. Dopo aver isolato

diplomaticamente il duca Ludovico Sforza, detto il moro, nell’estate del 1499 per fare

valere i suoi diritti Luigi mondoò alla volta della capitale Lombarda un forte esercito.

Sconfitto Il Moro il sovrano francese fece il suo ingresso Trionfale a Milano nel

settembre 1499. L’anno dopo un tentativo di rivincita dei sostenitori dello Sforza

venne sventato da Luigi, le cui truppe inviate a Novara ebbero la meglio su quelle

nemiche. In tale circostanza Ludovico il Moro fu catturato e imprigionato la stessa

sorte subì il fratello. Secondo gli agiografi Francesco si sarebbe trovata allora in quella

città e venuto a conoscenza della presenza del Cardinale Ascanio Sforza in carcere,

andrò a visitarlo e gli predisse l’imminente Liberazione. In realtà il cardinale sarebbe

stato liberato solo nel gennaio 1503 dopo quasi tre anni di prigionia per partecipare al

conclave da cui sarebbe stato eletto Pio III. Pio III, che sarebbe rimasto alla guida della

Santa Sede soltanto per pochi giorni, era subentrato ad Alessandro Sesto deceduto nel

agosto 1503. Francesco, con l’appoggio del re di Francia riuscì a ottenere il

riconoscimento della seconda e quindi della terza regola del suo ordine. Presso la corte

di Luigi XII si era intanto rifugiato insieme ai familiari ad alcuni fedeli Federico

d’Aragona che, dopo essere succeduto sul trono di Napoli al nipote Ferrandino,

incalzato dall’esercito spagnolo era stato costretto alla fuga. La scelta di Federico di

recarsi dal Sovrano di Francia, il quale vantava diritti sul regno napoletano che il suo

predecessore aveva pure conquistato, fu dovuta in gran parte al forte risentimento

maturato nei confronti di Ferdinando il Cattolico con cui Luigi era in guerra per il

possesso del mezzogiorno d’Italia. Secondo gli agiografi un peso importante

nell’orientare verso la Francia il sovrano avrebbe avuto la presenza verso quella corte

di Francesco, alle cui cure spirituali avrebbe desiderato affidarsi. Nel novembre 1504

Federico morì e il suo corpo venne inumato nella chiesa del convento dei Minimi di

Plessis. Dal conclave, tenutosi dopo il breve pontificato di Pio III, venne eletto Papa

Giulio II che era il candidato sostenuto da Luigi XII. Nel nuovo clima il re di Francia su

sollecitazione di Francesco chiese l’approvazione per il suo ordine di una quarta regola

che il pontefice concesse nel luglio 1506, meno di un anno prima della morte

dell’Eremita. Grazie ai riconoscimenti papali, Francesco era nel frattempo riuscito a

diffondere i minimi oltre che in Francia anche in altre parti d’Europa.

Cap. IV Insediamento dell'ordine in Spagna e nell'impero germanico e altri

conventi in Italia

Dopo parecchi anni di permanenza alla corte di Francia, Francesco, ormai propenso a

svolgere un'attività apostolica di vasto raggio, decide di accogliere anche le

sollecitazioni di fondare nuovi romitori provenienti da altri paesi d’Europa.

Nell’istituzione del primo eremo dopo quelli francesi un ruolo decisivo è svolto da

Bernardo Boyl. Nato nel 1446 Boyl era esponente di una nobile famiglia e aveva

ricevuto l’educazione riservata ai paggi del futuro sovrano Ferdinando il cattolico, di

cui era quasi coetaneo. Con Ferdinando si sarebbero quindi creati rapporti di reciproca

stima consolidatisi nel tempo e che avrebbero indotto il sovrano Aragonese ad affidare

a Bernardo importanti incarichi istituzionali. Nominato segretario del Cattolico e

inserito nel consiglio reale, Boyl svolse poi le funzioni di commissario sovrintendente

alla flotta navale regia nel corso del conflitto combattuto nel 1480 con il marchese di

Oristano in Sardegna. Improvvisamente però Bernardo lascia la carriera burocratico

militare per entrare nelle fila ecclesiastiche, si ritira infatti in un eremo e nel dicembre

1481 viene ordinato sacerdote. Tra la Francia e la Spagna si era rischiato lo scoppio di

una guerra a causa della inosservanza da parte francese di un precedente accordo.

Luigi XI con il trattato di Salvatierre del maggio 1462 si era infatti impegnato a fornire

un aiuto militare a Giovanni II d’Aragona alle prese con la rivolta scoppiata in

Catalogna. In cambio di tale appoggio il sovrano Aragonese avrebbe dovuto versare a

Luigi 200000 scudi d’oro e nell’attesa di questa corresponsione gli aveva ceduto

impegno le contee pirenaiche di Cerdagne e Rossiglione. L’intervento di Enrico IV di

Castiglia, al quale i Catalani avevano offerto la corona del regno indipendente a cui

miravano, aveva indotto però il re di Francia a desistere dal contribuire con l’invio di

un esercito alla repressione della rivolta. Essendo venuto meno all’impegno preso, a

Luigi è chiesto dal sovrano Aragonese di restituire le contee ricevute in pegno,

operazione che però quest’ultimo non compie e alla quale solo poco prima di morire

avrebbe deciso di provvedere senza tuttavia averne avuto il tempo. La figlia Anna non

si curò di mantenere fede all’impegno assunto dal padre e Ferdinando il cattolico,

subentrato nel frattempo a Giovanni II sul trono d’Aragona, pensò di fare ricorso alle

armi per recuperare le contee. A tale iniziativa militare il re dovette però rinunciare

perché intanto a combattere contro il regno musulmano. Vengono quindi intavolati dei

negoziati con la corte di Tours, dove appunto nel 1487 viene mandato Boyl, che ha

così l’occasione di incontrare Francesco. I risultati politici della missione affidata Boyl

non furono quelli attesi dalla corte Cattolica così per qualche anno frate Boyle

scomparve dalla Spagna. Egli abbandonata ancora una volta l’attività burocratica, era

ritornato all' impegno religioso ponendosi al servizio del disegno apostolico di

Francesco.

All’apporto dato da Boyle all’azione apostolica di Francesco veniva ad aggiungersi

quello di un alto funzionario ispanico, il conte Pietro De Lucena Olid, che dal 1485

ricopriva la carica di Ambasciatore in Francia. Ferdinando il Cattolico e la moglie, tra i

vari interventi attuati a favore degli enti religiosi per manifestare la riconoscenza per il

sostegno Divino alle proprie imprese, decisero di donare un dormitorio alla

congregazione di Francesco. Su disposizione dei sovrani Boyl, come vicario di

Francesco, partì da Saragozza con l’intento di fondare una comunità eremitica nel

regno di Granada da poco riconquistato. Nel frattempo viene assegnato al religioso

Fernando Panduro, in rappresentanza del Vicario di Francesco, il compito di andare a

Malaga per procedere alla fondazione della sua prima comunità nell’Eremo di Santa

Maria della Vittoria. Dopo un lungo assedio, il Cattolico avrebbe deciso di rinunciare

alla conquista della città ma Francesco lo avrebbe esortato a non desistere perché con

l’aiuto Divino dopo pochi giorni sarebbe riuscito a espugnare Malaga. Come predetto

dall’eremita i mori qualche giorno dopo si arresero. Grato a Francesco, Ferdinando fece

edificare un oratorio denominato Santa Maria della Vittoria. Dopo il riconoscimento

papale del febbraio 1493 l’ordine dei minimi avrebbe istituito in Spagna nuovi

conventi.

Isabella e Ferdinando, avendo deciso di intraprendere l’evangelizzazione del nuovo

mondo scoperto da Cristoforo Colombo ne avevano affidato l’incarico a Boyl. Con una

bolla emanata nel giugno 1493 Alessandro Sesto dava il suo assenso alla richiesta dei

sovrani cattolici di inviare in America padre Boyl per procedere alla conversione degli

indigeni. Nel mese di settembre dello stesso anno il vicario di Francesco partiva al

seguito di Colombo. Il frate rimprovera a Colombo una condotta troppo severa nei

confronti dei Nativi e, dopo pochi mesi di permanenza nel nuovo mondo, chiese a

Ferdinando e Isabella di essere richiamato in patria con il pretesto di avere notevoli

difficoltà di comunicazione a causa dell’ignoranza delle lingue indigene. Bernardo

sarebbe perciò ritornato in Spagna a svolgere il suo ruolo di Vicario dell'Ordine dei

minimi e in questa veste si occupa dei lavori ancora in corso per il completamento del

convento di Santa Maria della Vittoria. L’anno dopo si reca a Tours a trovare Francesco

che, contando sulle sue sperimentate qualità di negoziatore, lo invia a Roma per una

missione diplomatica presso Alessandro Sesto. Boyl viene raccomandato al pontefice

del re cattolico che auspica il successo della sua missione a favore dell’ordine. Sulla

natura delle questioni da trattare presso la Santa Sede non vi sono specifiche

indicazioni nella lettera del sovrano. Subito dopo l’ascesa al trono di Luigi XII, il papa

per frenare le rinnovate mire francesi sul regno di Napoli aveva stretto una lega con

l’imperatore Massimiliano d’Asburgo, Ferdinando il Cattolico e la Repubblica di

Venezia. Il sovrano spagnolo sembrava tuttavia propenso a stipulare con il re di

Francia una pace separata con l’intento di accordarsi sulla spartizione del regno di

Napoli, iniziativa ostacolata dal pontefice che vantava il diritto di alta sovranità sul

quel regno e voleva mantenere un certo equilibrio politico nella penisola italiana.

Furono quindi intraprese trattative con la corte ispanica. Secondo il pontefice

bisognava distogliere Ferdinando dal proposito di staccarsi dagli alleati e fare il

possibile per scongiurare una guerra tra gli stati cristiani di cui avrebbe potuto

approfittare la potenza ottomana.

Accanto a Boyl un altro personaggio di notevole statura politica che promosse la

diffusione dei minimi nella penisola iberica fu il già citato conte di Lucena. Durante la

quinquennale permanenza in Francia quale Ambasciatore dei sovrani cattolici presso

Carlo VIII il conte aveva avuto modo di ammirare la vita virtuosa di Francesco e

rientrato in patria insieme con la moglie gli offrì la disponibilità di un romitorio

intitolato a sant’Elena, posto nei pressi di Andujar, città di cui era originario. A

prendere possesso dell’Eremo il frate mandò Fernando Panduro accompagnato da altri

sette frati. Il numero delle fondazioni dei minimi in Spagna aumentò ancora agli inizi

del 500. Sempre in Spagna un frate laico sarebbe stato protagonista di un presunto

miracolo attribuito a Francesco che a Tours, dove il religioso si era recato a fargli visita,

gli avrebbe dato un ramo del gelso. Ritornato al convento il frate, seguendo le

indicazioni di Francesco, avrebbe piantato il ramo e ne sarebbe sorto un gelso Moro. La

notizia di questo prodigio si sarebbe diffusa nei centri vicini da dove fedeli accorrevano

per staccare le foglie del gelso che si riteneva avessero le proprietà di preservare i

bachi da seta dalle malattie.

Dopo aver fondato i primi conventi in Spagna, l’ordine dei minimi si insedia anche in

paesi soggetti all’Impero Germanico. A chiedere a Francesco di inviare i suoi frati nei

propri territori sarebbe stato lo stesso imperatore Massimiliano. Due dei tre conventi

sarebbero stati fondati in Germania. Tra la fine del Quattrocento e gli inizi del

Cinquecento furono fondati in Boemia 4 conventi dei minimi. In precedenza i minimi

erano penetrati anche in Austria e il promotore della fondazione del primo convento

austriaco era stato il conte Giorgio d'Harrach.

Al momento della partenza per la Francia il frate calabrese aveva fondato 5 romitori in

Calabria e uno in Sicilia e aveva inoltre ottenuto da Ferrante che si iniziasse la

costruzione a Napoli di quello che sarebbe poi divenuto il convento di San Luigi. Su

impulso dell’Eremita durante la sua permanenza in Francia si sarebbero instituiti in

cinque diverse aree della penisola sei conventi, di cui uno Roma, uno a Genova, uno a

Maida in Calabria due nel napoletano e l’altro a Messina grazie all’appoggio di Carlo

VIII. Numerosi erano dunque ormai i conventi che dopo il riconoscimento papale del

suo ordine Francesco quando era ancora in vita era riuscito a fondare in Italia e in altri

paesi europei. La prima regola dell'ordine, approvata nel 1493 da Alessandro sesto,

non aveva però completamente soddisfatto il fondatore dei minimi che in seguito

avrebbe cercato di migliorarla attraverso ulteriori modifiche, a volte con difficoltà, ma

comunque approvati dei Pontefici.

Cap. V Approvazione delle regole su pressioni politiche

Con la bolla Sedes Apostolica con cui riconosceva il movimento eremitico dopo oltre

un trentennio dalla sua effettiva esistenza, Sisto IV aveva concesso nel 1474 a

Francesco la possibilità di redigere Statuti e costituzioni per disciplinare la condotta dei

suoi discepoli. Nell’attesa del riconoscimento pontificio, Francesco e Baldassarre

preparano degli Statuti che sarebbero stati poi messi per iscritto nel 1474, lo stesso

anno quindi dell’approvazione papale della congregazione. Nel decennio successivo,

fino cioè all’andata in Francia di Francesco, non si fa stranamente menzione di questi

ordinamenti che vengono presentati solo nel 1483 quando l’Eremita calabrese, tramite

Luigi XI, ne chiede espressamente l’approvazione a Sisto IV. Le costituzioni del 1474,

chiamate protoregola, sono state scoperte nel 1975 in una biblioteca di Parigi.

All’istanza di approvazione della regola inoltrata da Francesco mediante Carlo VIII il

nuovo Papa Innocenzo VIII risponde negativamente. Un mese più tardi il papa approvò

la richiesta. Anche se i rapporti della Santa Sede con la corte francese continuavano a

essere improntati a reciproca stima, Innocenzo VIII a differenza del suo predecessore

non aveva l’impellenza di favorire il nuovo monarca Carlo VIII. Il papa poteva perciò

procrastinare la concessione del privilegio domandato per suo tramite da Francesco,

venuto meno l’ambito corrispettivo della restituzione della salute al re

perentoriamente richiestogli da Sisto IV. La mancata approvazione papale della regola

non sarebbe stata però senza conseguenze per la congregazione di Francesco. Riflessi

negativi si sarebbero infatti manifestati soprattutto fra gli Eremiti di Calabria che non

vedevano una soluzione chiara al loro definitivo incardinamento nello status di Eremiti

o di religiosi. Numerosi frati erano infatti entrati nella congregazione eremitica con la

prospettiva che presto, grazie al riconoscimento papale, si sarebbe trasformata in un

ordine vero e proprio. Nel quinquennio dal 1485 al 1490 parecchi di essi, delusi dal

rifiuto pontificio, chiesero di poterla abbandonare per fare il loro ingresso in ordini

riconosciuti dalla Santa Sede. Nella cosiddetta protoregola confluiscono brani mutuati

dalle regole preesistenti insieme con qualche nuova disposizione. Essa si apre con

l'enunciazione che si tratta di ordinamenti per istruire i frati nella vita della religione e

obbedienza e osservanza dei comandamenti di Dio. Si esortano i religiosi a vivere

insieme nello Spirito Santo e nella devozione, occorre osservare totalmente i voti di

castità, povertà e obbedienza, tipici della comunità monastica, viene introdotto il

correttore il quale ha il compito di praticare e di inculcare lo spirito austero e penitente

della regola. Un aspetto su cui insistere è l'osservanza rigorosa della povertà, i frati

non possono toccare denaro né avere alcuna cosa propria ma tutte le loro cose sono

della chiesa e spetta al correttore la distribuzione a ciascuno secondo il suo bisogno,

tanto dei viveri come del vestiario ma non in uguale misura perché non tutti sono dello

stesso grado e autorità. Particolare attenzione è riservata all'abbigliamento, il

comportamento da tenere all’interno e all’esterno del convento, vengono descritti gli

abiti da indossare, se si trovano fuori dal convento i frati possono coricarsi sui letti che

saranno loro offerti ma devono essere completamente vestiti e non usare lenzuola, è

proibito portare ai piedi calze scarpe galosce eccetto che nei casi strettamente

necessari e con il permesso del correttore, è raccomandato ai frati di stare il più

possibile in silenzio e limitarsi quindi a parlare solo se indispensabile. Nello stabilire i

castighi da infliggere ai Frati che non rispettano il voto dell’obbedienza una certa

discrezione è lasciata al correttore che deve possedere tutte le qualità richieste a chi è

preposto alla guida di una comunità di religiosi. Egli deve perciò essere dotto, esperto,

saggio, puro, umile, coraggioso, paziente, fortemente autoritario, di vita ammirevole

ed esemplare. Occorre pertanto aspettare ancora 8 anni prima di poter conseguire

l'obiettivo del riconoscimento della regola, passaggio preliminare all'istituzione di un

nuovo ordine. Nel febbraio 1493 Alessandro Sesto con la bolla Meritis religiosae

approva la regola con cui si istituisce l’ordine dei minimi. Questa prima regola si

articola in 13 capitoli e sarà poi ulteriormente rivista e soggetta ad altre approvazioni

fino alla vigilia della morte del fondatore, quando assumerà la forma definitiva.

Francesco e i collaboratori che avevano concorso la redazione della regola si erano

comunque attenuti alla raccomandazione pontificia di non introdurre norme diverse da

quelle contenute nelle regole canoniche. Si è infatti opportunamente osservato come

questa prima regola si sia ampiamente attenta alle regole precedenti soprattutto a

quella di Francesco D’Assisi, che ne costituisce un nucleo considerevole e da cui sono

tratti i 13 brani, inseriti nei diversi capitoli, 8 passi sono attinti da Sant'Agostino e due

da San Benedetto. Nel primo capitolo si prescrive l’osservanza dei voti di povertà

castità e obbedienza. La necessità che i minimi si sottopongano a digiuno è trattata

nel settimo capitolo attraverso un passo tratto dalla regola di Sant’Agostino. Da

Francesco d’Assisi deriva il brano dell’undicesimo capitolo in cui si prescrive di evitare

rapporti confidenziali con le donne. Nell'ultimo capitolo si stabiliscono le modalità per il

governo dell'ordine che deve essere retto del correttore generale la cui durata in

carica e triennale; egli deve essere un membro della congregazione designato da tutti

i frati. Non rientra in alcune delle regole canoniche la prescrizione di astenersi dal

consumo di carne, uova e latticini divieto già presente nella protoregola risalente alle

origini della comunità di Francesco. Tale disposizione non ha ancora il carattere del

voto e sarà questo l’obiettivo da conseguire e a cui si dedicherà negli anni seguenti

Francesco per averne l’approvazione della Santa Sede. Grazie alla mediazione del

nuovo sovrano di Francia Luigi XII, agli inizi del 500 Francesco riesce a conseguire da

Alessandro VI l'approvazione di una seconda regola per il suo ordine. I capitoli di

questa seconda regola sono ridotti a 10. Pervenutagli da Francesco la domanda di

approvazione di una terza regola del suo ordine, Alessandro Sesto incarica una

commissione di prelati di esaminare il nuovo testo, che in realtà ricalca fedelmente il

precedente, e di fornire il proprio parere. Avendo rilevato che non si riscontrano

elementi contrari ai sacri canoni, il papa, il 18 maggio 1502, concedere l’approvazione

richiesta. La terza regola sarebbe rimasta in vigore per un quadriennio, durante il

quale i minimi avrebbero continuare a diffondersi e a rafforzare la loro posizione

nell'ambito della chiesa, ma con qualche inconveniente emerso intorno al 1505,

quando si manifestano in alcune comunità malumori dovuto in particolare al rigore

della vita quaresimale. Le difficoltà spingono il fondatore a chiedere al nuovo pontefice

Giulio II l’autorizzazione a rivedere nuovamente la regola. Ottenuta l’autorizzazione

papale Francesco invia per l’approvazione alla Santa Sede la regola dei frati Minimi

nella sua nuova versione.

Cap. VI Istituzione del secondo e del terzo ordine dei minimi

Nel luglio 1506, Giulio II insieme alla quarta regola dei minimi aveva approvato anche

altre due regole relative al secondo e al terzo ordine, che costituivano rispettivamente

le componenti femminile e laica dei seguaci di Francesco. Quella che riguardava

l’ordine femminile era una novità e sanciva perciò ufficialmente l’istituzione di una

comunità di Monache. Francesco incoraggia le monache a proseguire nella vita

consacrata alla quale avevano cominciato a dedicarsi e le invita a ricordare

costantemente nelle loro orazioni Lucena, il loro benefattore. Vi era inoltre una

continua tensione tra Francia e Spagna regni sui cui Francesco contava per avere

l’appoggio necessario presso la Curia romana per il riconoscimento giuridico e

l’ulteriore diffusione del suo ordine. Già all’epoca di Alessandro VI, predecessore di

Giulio II, le donne che vivevano da claustrali auspicavano ad avere un riconoscimento

ufficiale del loro stato. Appare pertanto evidente che già dal gennaio 1501 l'Eremita si

stava adoperando per fondare anche il secondo ordine femminile. L’approvazione non

sarebbe però avvenuta. Le religiose, il cui numero era intanto cresciuto fino a

raggiungere le 21 unità, avevano perciò ritenuto opportuno insistere presso Francesco

per sollecitare dalla Santa Sede un provvedimento che consentisse loro una completa

autonomia dall’ordine maschile ma avrebbero dovuto attendere ancora un triennio per

averne finalmente una propria e ottenere quindi il riconoscimento giuridico. Il lungo e

complesso itinerario verso l’istituzione di un ordine femminile giunge finalmente al

traguardo nel luglio 1506, pochi mesi prima della morte del fondatore. Insieme con la

soddisfazione del riconoscimento papale, le monache del secondo ordine devono però

subire le sofferenze per le molestie causate da altri ecclesiastici che avanzavano nei

loro riguardi arbitrarie pretese di carattere economico, prontamente bloccate

dall’intervento del fondatore presso il papa. Con la bolla Dudum ad sacrum, Giulio II


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venera19

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4 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in turismo e spettacolo
SSD:
Università: Messina - Unime
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher venera19 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Messina - Unime o del prof Caridi Giuseppe.

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