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Capitolo I. Dagli Asburgo di Spagna agli Asburgo d'Austria

Grave crisi e incipiente ripresa demografica ed economica (1648 – 1734)

La rivolta maselliana nel Regno di Napoli fu domata nell'aprile 1648 in seguito agli sforzi congiunti di governo spagnolo e nobiltà feudale, alleatasi per sfuggire al pericolo. In Calabria i moti avevano assunto nei principali centri urbani sottoposti direttamente alla giurisdizione regia connotati diversi dalle campagne. Se nelle città demaniali era stato soprattutto il crescente carico fiscale a far insorgere le masse popolari, nelle aree feudali la sollevazione contadina aveva avuto come obiettivo principale l'eliminazione delle prerogative baronali. Nella regione si stabilì in breve tempo il precedente assetto politico e sociale, nonostante qualche concessione ottenuta dai popolani di Catanzaro e Cosenza. In quest’ultima città, più ampio e profondo era stato il consenso alla rivolta.

A differenza del confuso e anarcoide ribellismo contadino delle zone feudali, i nobili cosentini (come ci informa Rovito) avevano elaborato un progetto politico preciso, tendente alla conquista dell'egemonia sul resto della cittadinanza. Un simile processo era del resto già in atto a Napoli con l’ascesa del potere dei "togati". Il governo spagnolo nella seconda metà del '600 attraversò una crisi strutturale profonda; la decadenza fu aggravata da una serie di rovesci militari subiti dalle milizie iberiche ad opera della Francia di Luigi XIV. I riflessi di tale situazione di precarietà della compagine ispanica si avvertirono a livello politico più chiaramente in Calabria negli anni della rivolta antispagnola, scoppiata a Messina nel 1647, durante la guerra d’Olanda. Nell'agosto il viceré di Napoli dichiarò Reggio piazza d'armi e fornì i mezzi finanziari per reclutare in Calabria truppe per l'assedio.

Dalle prospiciente costa reggina, nonostante la sorveglianza della flotta spagnola, continuavano infatti a giungere le vettovaglie a Messina. Con la pace di Nemiga del 1678 si concluse la guerra d’Olanda tra la Spagna e Francia, che finì per abbandonare al proprio destino i ribelli messinesi. Il crepuscolo del dominio spagnolo nel Mezzogiorno giunse al definitivo tramonto agli inizi del '700. Nel 1707 durante il conflitto di successione spagnola, le truppe imperiali degli Asburgo d’Austria occuparono il Regno di Napoli.

L'avvento della nuova monarchia suscitò vive speranze tra gli intellettuali meridionali più influenzati dalle correnti razionalistiche che stavano diffondendosi in Europa. Essi attendevano infatti dai governanti austriaci una serie di riforme; portavoce di queste istanze fu Paolo Mattia Doria, secondo il quale gli spagnoli erano riusciti a governare a lungo il Regno di Napoli, grazie alla diligente osservanza di alcune "massime", cioè regole di comportamento politico. Tra un esse posto preminente era riservato al classico criterio del Divide et impera, "tieni separati e così puoi comandare", che i governanti attuarono, cercando di approfittare di ogni occasione propizia per accentuare il più possibile le fratture esistenti tra i vari ceti sociali del regno.

La dominazione austriaca durò tuttavia meno di un trentennio, durante il quale non vi furono sostanziali mutamenti di carattere istituzionale. A determinare la chiusura della parentesi austriaca fu un’altra guerra di successione, relativa stavolta alla corona polacca, rimasta vacante nel 1733 per la morte di Augusto II di Sassonia. A contrastare l’accesso al trono al figlio del defunto sovrano, scese in campo re Augusto di Sassonia, in cambio di concessioni territoriali. In tali accordi, sanciti nel 1738 dalla pace di Vienna, rientrò anche il Regno di Napoli, occupato sin dal 1734 dall'esercito di Carlo di Borbone, figlio del sovrano spagnolo, a cui fu assicurato il trono napoletano che tornava ad essere uno stato indipendente.

Calo demografico e produttivo e lenta ripresa

I decenni conclusivi del dominio spagnolo del Mezzogiorno furono caratterizzati da una persistente crisi sociale ed economica di dimensioni continentali, accentuata in alcune aree calabresi. Uno degli aspetti più evidenti fu il calo demografico che colpì la regione, parallelamente al fenomeno dell’inurbanamento, cioè all’afflusso di popolazione verso i centri abitati al fine di poter soddisfare i bisogni primari e garantirsi le condizioni minime di sopravvivenza. Tra il 1648 e il 1669, crebbe la popolazione di Catanzaro e Reggio.

Nella seconda metà del '600 si ebbe in Calabria un forte calo produttivo, collegato al decremento demografico, che aveva ridotto la disponibilità di manodopera agricola e l’abbandono di crescenti superfici terriere. Per far fronte a tali inconvenienti era necessario attrarre nelle terre incolte i superstiti massari e braccianti, con offerte vantaggiose che presupponevano canoni annui in denaro o percentuali sul raccolto. Tale contratto, detto "a ordigno", assegnava un terreno incolto con l’obbligo del concessionario di renderlo fruttifero con l’impianto di viti e gelsi e di versare in un primo periodo un canone annuo in denaro.

Al denaro si sarebbe sostituita una quota del prodotto e infine, quando il costo ricavato dalla vigna sarebbe stato inferiore a una prestabilita quantità, le viti si sarebbero tagliate. Il fondo veniva quindi diviso a metà tra assegnatario e proprietario, che aveva diritto di scegliere annualmente la porzione da cui riscuotere i prodotti. La lunga congiuntura negativa si interruppe in Calabria, tra la fine del '600; il fenomeno interessò l’intera regione, che si avviò così al recupero dei livelli demografici e produttivi.

Caso emblematico è quello di Scilla. Durante una relazione dell’arcivescovo di Reggio risulta che nel 1623 a Scilla vi erano 2.260 abitanti, crescita rilevante, con un notevole incremento dei matrimoni immediatamente successivo alle pestilenze. Per regolare gli aspetti materiali del rapporto nuziale era infatti consueto fare ricorso a un atto notarile alla redazione del contratto di nozze si perveniva dopo una trattativa fra famiglie alla quale partecipavano, in qualità di mediatori, comuni amici e parenti.

La nubenda era rappresentata dal padre, che si impegnava con la madre alla corresponsione della dote, la quale era composta da corredi, suppellettili, denaro contante e beni immobili e gioielli. L’apporto nuziale dello sposo era costituito dal cosiddetto "dotario o antefato", corrispondente di norma alla terza parte del valore complessivo della dote. Sia la dote che il dotario erano inalienabili, in quanto il loro scopo era quello di garantire la sussistenza della prole.

Solo in casi di estrema necessità era consentita dal locale capitano la vendita di beni dotali. In mancanza di figli, se la moglie moriva prima del marito, questi era tenuto a restituire la dote ai parenti più prossimi della moglie, che se invece rimaneva vedova poteva disporre del dotario. Attraverso il matrimonio si potevano rimpinguare patrimoni in dissesto ma era difficile conseguire una promozione sociale. I contratti di nozze rappresentano quindi un importante documento per una migliore conoscenza degli aspetti economici e sociali di realtà locali poco note. La stessa ripresa economica di fine '600 e inizi '700 è confermata dai contratti nuziali del tempo, che rispecchiavano nelle identità più esigue degli apporti nuziali, la grave crisi che si era abbattuta sulla regione.

Capitolo II. Da Carlo di Borbone alla repubblica giacobina

Tra calamità naturali, riforme e rivoluzione (1734-1799)

Dal riformismo borbonico alla rivoluzione giacobina

L'avvento al trono napoletano di Carlo di Borbone entrato vittorioso a Napoli nel maggio del 1734, dopo aver sconfitto gli Austriaci, destò entusiasmo. Dopo circa 5 secoli, inoltre la Sicilia era politicamente unita da Carlo al Mezzogiorno peninsulare, e ciò costituiva un vantaggio per la Calabria, che data la sua posizione geografica non era più un'appendice periferica, ma si collocava adesso al centro della nuova entità statale. Quando il sovrano borbonico si recò in Sicilia, dove nel luglio del 1735 fu incoronato a Palermo, passò per la Calabria, dove si fermò a Catanzaro per 4 giorni, incontrando le famiglie patrizie importanti come i De Riso e gli Schipani.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher KrazyGin di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Messina o del prof Caridi Giuseppe.
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