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La Calabria nella storia del Mezzogiorno

1. LA DOMINAZIONE NORMANNA. INTRODUZIONE DEL FEUDALESIMO, LATINIZZAZIONE DEL RITO

RELIGIOSO E COLONIZZAZIONE DEL TERRITORIO (1059-1189)

La conquista normanna. I Normanni iniziarono ad insediarsi in Calabria intorno al secolo XI

approfittando dei contrasti fra Bizantini e Longobardi e acquisendo, inizialmente, la contea di

Aversa e il ducato di Melfi. Essi, accampatisi tra Castrovillari e San Marco Argentano, si affidarono

alla guida di Roberto il Guiscardo, figlio di Tancredi d’Altavilla, il quale non solo aveva una grande

astuzia ma anche una notevole prestanza fisica. Dopo aver represso una rivolta nella valle del

Crati, il condottiero conquistò Montalto, Cosenza, Bisignano, Martirano, Rossano e S. Eufemia

ponendo sotto il suo controllo gran parte del territorio calabrese. La morte del fratello Umfredo,

inoltre, gli diede la possibilità di acquisire territori pugliesi e di aumentare il suo ruolo di

preminenza. Tale preminenza gli venne riconosciuta a Reggio nel 1059 quando, dopo aver

espugnato la città, Roberto venne acclamato duca. Già due anni prima i Normanni avevano cercato

di conquistare Reggio ma l’impresa era stata rallentata da una dura resistenza e dai contrasti tra i

capi normanni, Roberto e il fratello Ruggero. Con la conquista di Squillace si completò

l’assoggettamento della Calabria che venne spartita tra i due fratelli: a Roberto toccò la parte

settentrionale; a Ruggero la parte meridionale anche se il Concordato di Melfi del 1059 stabiliva

che solo Roberto avrebbe avuto il titolo di duca di Calabria, Puglia e Sicilia una volta conquistata.

Dopo la morte del fratello Roberto nel 1085, il dominio della Calabria passerà tutto nelle mani di

Ruggero.

Sistema feudale, latinizzazione del rito religioso e valorizzazione fondiaria. I Normanni introdussero

un sistema che diede stabilità al mezzogiorno: il feudalesimo. Il sistema feudale era basato su un

rapporto reciproco tra il sovrano che concedeva un territorio, il feudo, e i suoi uomini di fiducia, i

vassalli che in cambio gli rendevano omaggio con un atto di sottomissione (garantivano la loro

disponibilità militare; versavano tributi economici al sovrano). All’interno del feudo il vassallo

acquisiva le immunità come l’amministrazione della giustizia, l’arruolamento di soldati,

l’imposizione di tributi. I vassalli, inoltre, potevano dare in concessione parte del feudo ai

valvassori. Sul feudo erano imperniate le attività agricole, in cui era impegnata la maggioranza

della popolazione calabrese, e ai signori feudali spettava il diritto di riscuotere parte della

produzione e parte delle entrate dei contadini. Con il Concordato di Melfi, Roberto il Guiscardo

aveva preso accordi col papa Leone IX per ciò che riguardava la latinizzazione del rito religioso,

ovvero il passaggio dal rito greco al rito latino. Vista la grande influenza che i basiliani avevano

sulla popolazione del meridione, il passaggio fu lento e graduale. Nel 1060 venne proposto un

arcivescovo di rito latino e vennero fondate nuove sedi affidate a presuli latini: nel 1080 fu istituita

l’Abbazia della Santissima Trinità a Mileto (VV); nel 1062 l’Abbazia Benedettina di Santa Maria di

Sant’Eufemia nel Lametino; nel 1090 la Certosa di Santo Stefano del Bosco. Il consolidamento del

feudalesimo si ebbe sotto Ruggero II, figlio di Ruggero d’Altavilla, che nel 1130 ottenne la corona

del regno di Sicilia. Alla conquista del regno di Sicilia fece seguito una riorganizzazione

amministrativa: il regno venne diviso in undici giustizierati per ciascuno dei quali era previsto un

giustiziere (che si occupava dell’ordine pubblico e dell’amministrazione della giustizia). La Calabria

fu divisa nei due giustizierati di Val di Crati e Terra Giordana (corrispondente a Cosenza Crotone e

parte di Catanzaro, e di Calabria (corrispondente alla parte meridionale). A Ruggero I nel 1154

succedette Guglielmo I detto il Malo e infine nel 1166 Guglielmo II detto il Buono alla cui morte,

nel 1189, si sarebbe estinta la discendenza diretta degli Altavilla.

2. TRA SVEVI E ANGIOINI. INSERIMENTO NELL’ORBITA IMPERIALE, SEPARAZIONE POLITICA DALLA

SICILIA E INCIPIENTE CRISI DEMO-PRODUTTIVA (1189-1143)

Dagli imperatori Enrico VI e Federico II di Svevia al re Roberto d’Angiò. Enrico VI di Svevia scese in

dalla Germania nel Mezzogiorno per rivendicare il possesso di quello stato. Suo padre,

l’imperatore Federico Barbarossa, lo aveva fatto sposare con Costanza, zia di Guglielmo il Buono

che, poiché quest’ultimo non aveva figli, lo avrebbe succeduto al trono. Il regno di Enrico fu breve:

arrivò in Italia nel 1194 e dopo aver occupato Napoli e Salerno si era spinto in Calabria; poi si

imbarcò alla volta della Sicilia per imporvi finalmente la sua autorità. Una volta raggiunta la

maggiore età Federico, figlio di Enrico e Costanza, ottenne nel 1220 l’investitura imperiale e si pose

come obiettivo la riorganizzazione e la ripresa del Mezzogiorno. Federico II cercò di governare

seguendo l’esempio di Guglielmo il Buono ma fu rigido perché la sua idea era un’idea imperiale, di

espansionismo. L’ordinamento legislativo, giudiziario e burocratico ricalcò quello normanno e si

basò sul presupposto che il sovrano era tutto ma non poteva gestire tutto. La Calabria continuò ad

essere divisa in due giustizierati finché nel 1234 Federico II stabilì che tutto il regno fosse diviso in

cinque regioni, una delle quali corrispondenti all’attuale Calabria. Alla morte di Federico II, nel

1250, l’erede al trono era Corrado, figlio primogenito, che si trovava in Germania e, per questo

motivo, la reggenza venne provvisoriamente affidata a Manfredi. Egli nominò come suo vicario in

Calabria e Sicilia Pietro Ruffo che tentò di trasformare il vicariato in signoria. Questo tentativo

venne fermato non solo da Manfredi ma anche dai siciliani che lo obbligarono a consegnargli i

castelli di Reggio (che fu effettivamente ceduto ai siciliani) e di Calanna (che il Ruffo si rifiutò di

abbandonare). Nel frattempo, alla morte di Corrado, Manfredi diffuse la voce della morte

dell’erede Corradino in modo da cingere la corona del regno meridionale che indossò nel 1258.

Manfredi non restò a lungo al trono: nel 1266 venne sconfitto e ucciso a Benevento dalle truppe di

Carlo I d’Angiò che gli subentrò nel Regno di Sicilia. Carlo mantenne l’assetto amministrativo del

regno e godeva del forte sostegno del papa ma, mentre si apprestava a sostituire i feudatari

sostenuti dagli svevi con i suoi fedeli, dovette affrontare la rivalsa di Corradino e la ribellione dei

sudditi che non nutrivano stima nei suoi confronti. Le sorti del conflitto, però, si rivelarono a lui

favorevoli tanto che Corradino, dopo la sconfitta di Tagliacozzo, fu decapitato. Bisognoso di denaro

per far fronte ai debiti contratti, Carlo impose una pesante tassazione che fu il motivo principale

del rapido diffondersi della guerra dei Vespri Siciliani che portò all’espulsione degli Angioini e

all’ingresso in Sicilia di Pietro d’Aragona. Nel corso della ventennale guerra la Calabria fu un

terreno di scontri tra Angioini e Aragonesi. Il conflitto terminò con la pace di Caltabellotta che

sancì la rinuncia della Sicilia da parte degli Angioini e, di conseguenza, la separazione della stessa

dal Mezzogiorno. Ciò provocò danni economici soprattutto per l’area reggina. Per venire incontro

ai sudditi Roberto d’Angiò, salito al trono della Sicilia Citra Pharum (mezzogiorno peninsulare) nel

1309, concesse agevolazioni fiscali ai reggini. Il suo lungo regno, contrassegnato dalla volontà di

riconquistare la Sicilia, fu caratterizzato da continui scontri con gli aragonesi.

Mancato decollo in età sveva e declino socio-economico in età angioina. Sotto il profilo economico

e sociale il periodo che va dalla fine della dominazione normanna alla morte di Roberto d’Angiò si

può distinguere in due fasi: un ciclo positivo e un ciclo negativo. Durante la dominazione sveva

l’incremento demografico e il conseguente sviluppo della produttività determinarono condizioni

propizie per lo sviluppo economico. Per far fronte alle esigenze di carattere militare, Federico II

aveva bisogno di denaro e perciò operò un incremento del peso fiscale, sia diretto che indiretto

(arrivando a tassare i beni anche tipicamente calabresi come la seta). Si venne a creare, perciò, una

condizione che finì col frenare le potenzialità di sviluppo della Calabria. L’apertura dei porti di

Bivona e Crotone, da utilizzare per l’esportazione di cereali, avrebbe potuto rappresentare una

risorsa per l’economia calabrese se solo Federico non avesse anteposto gli interessi forestieri a

quelli del regno. Oltre alla crisi economica, a condurre la Calabria verso il ciclo negativo ci furono

anche la carestia, provocata da una serie di cattivi raccolti, e il sopraggiungere della peste nera.

Tutti questi problemi causarono la fuga di gran parte dei sudditi e lo spopolamento del territorio.

3. DAGLI ANGIOINI AGLI ARAGONESI.

INSTABILITÀ POLITICA E CRISI SOCIO-ECONOMICA (1343-1442)

La lunga lotta di successione. Roberto d’Angiò riuscì a mantenere saldamente il controllo della

Calabria la cui suddivisione amministrativa aveva subito delle modifiche. La parte settentrionale,

corrispondente all’attuale Cosenza, assunse la denominazione di Calabria Citeriore mentre la parte

meridionale assunse la denominazione di Calabria Ulteriore. Il confine era rappresentato dal fiume

Neto. Alla morte del re Roberto, salì sul trono la nipote Giovanna I, la quale non ebbe figli e, in

mancanza di discendenti diretti, si pose il problema della successione. Quest’ultima venne contesa

dagli Angiò di Provenza e dagli Angiò di Durazzo: dapprima Luigi I contro Carlo III di Durazzo e poi

Luigi II contro Ladislao. Dopo la morte di Luigi II subentrò nello scontro Alfonso V d’Aragona, detto

il Magnanimo che inizialmente contro Luigi III di Provenza diede il suo appoggio a Giovanna II,

sorella del defunto Ladislao, che lo adottò trasmettendogli i diritti di successione al trono.

L’adozione sarebbe stata valida solo se Alfonso non si fosse intromesso e non avesse ostentato

potere prima della morte della regina. Ciò non avvenne e Giovanna II nel 1423 revocò l’adozione

designando come suo erede il rivale Luigi III. Inizialmente impegnato su altri fronti, Alfonso non si

interessò di quest’affronto ma, agli inizi degli anni Trenta del Quattrocento, riprese le lotte e, dopo

una lunga resistenza, nel 1442 si impadronì definitivamente del regno di Napoli. Nel corso della

lotta di successione la Calabria fu teatro di scontri e le comunità furono oggetto di numerosi

provvedimenti con i quali i sovrani cercavano di acquisirne la piena fiducia (doc 2-3).

privilegi e capitoli

Regesto di dei Sovrani alla città di Reggio (1345-1409): il documento ci mostra come le

comunità furono oggetto di numerosi provvedimenti con cui i sovrani cercarono di guadagnarsi la fiducia. Ad

esempio, con istanza del 26 giugno 1352, Luigi e Giovanna prima concedono che gli ufficiali non possano abusare

dei reggini senza pagare un adeguato salario, che nessuno possa essere catturato se non appartenente alla

malavita, che nessun ufficiale possa occupare la casa di privati senza affitto, etc. O ancora, con istanza dell’11

giugno 1361, essi confermano i privilegi accordati dai precedenti sovrani secondo cui i cittadini dovevano essere

esenti dal pagamento di collette e donativi.

Regesto di dispacci di Luigi III riguardanti la Calabria (1421-1424): il documento ci mostra le concessioni di Luigi

III fatte su richiesta a nobili e feudatari. Ad esempio, su istanza del 18 giugno 1423, dona a Puppo Caracciolo la

contea di Terranova. Mentre, con istanza del 4 dicembre 1423 nomina Guglielmo Coppola notaio pubblico del

ducato di Calabria. Il 9 dicembre 1423 conferma la Contea di Mileto a Ludovico Sanseverino e ancora il 24 maggio

1424 conferma a Carlo Ruffo il possesso delle terre di Sinopoli, Sant’Eufemia, Calanna, Motta Rossa, etc.

Le battaglie videro schierarsi non solo soldati mercenari ma anche appartenenti alla nobiltà che

erano soliti passare da uno schieramento all’altro a seconda della convenienza. Vi erano anche dei

casati, come quello dei Ruffo, i cui diversi rami si schierarono per diverso tempo su fronti

contrapposti con l’obiettivo di mantenere i possedimenti che gli erano stati concessi. Inoltre, vista

l’importanza del sostegno della feudalità per i sovrani, i signori dimostravano piena disponibilità in

cambio di privilegi: Alfonso concesse nel 1432 una serie di privilegi a Carlo Ruffo per convincerlo a

4).

passare dal suo schieramento (doc

Convenzione tra Alfonso il Magnanimo e Carlo Ruffo conte di Sinopoli (1432): il documento ci mostra

l’importanza che l’aiuto dei feudatari avesse per i sovrani. In particolare, in esso è analizzato l’accordo tra

Alfonso e il conte di Sinopoli il quale, in cambio della sua assoluta fedeltà, chiese: l’indulto, cioè il perdono per

tutti i reati commessi; la conferma del possesso dei territori che gli erano stati concessi; di obbligare i villani

scappati per non pagare le tasse a rientrare nei feudi; la libertà per tutti gli ebrei dalle tasse nei territori a lui

sottostanti.

A sancire il definitivo passaggio dei Ruffo dalla parte di Alfonso ci furono una serie di contratti

matrimoniali: Antonio Centelles (plenipotenziario di Alfonso) con Enrichetta Ruffo; le sue tre

sorelle con esponenti della stessa casata.

Calo demografico e recessione produttiva. I decenni che videro la Calabria attraversata dagli

eserciti portarono la regione in una crisi sociale ed economica. Come anticipato nel capitolo

precedente, questa crisi portò alla fuga di un gran numero di persone e, di conseguenza, una

notevole diminuzione della popolazione calabrese. Questa diminuzione si può desumere dal

confronto dei registri fiscali superstiti: dalla cedola di tassazione del 1276 risulta che, in quella

data, vi erano 359 agglomerati urbani; nel 1447, invece, risulta che ve ne fossero 245. La

popolazione risultava ridotta di circa 1/3. Parallelamente al calo demografico vi fu un calo della

forza-lavoro e della produzione agricola. Ciò portò ad una crisi del commercio. I signori feudali e gli

enti ecclesiastici, per fare fronte a questa carenza, optarono per la conduzione indiretta dei loro

fondi e, per attirare gli operatori agricoli, offrivano patti vantaggiosi che riguardavano gli affitti

delle terre e la ripartizione dei prodotti. Fu questo il caso dell’abbazia di S. Angelo de Frigillo in cui i

monaci, per rendere i terreni fruttiferi, li concessero in affitto a lungo termine con canoni

bassissimi o ancora consentirono che il concessionario diventasse per metà proprietario del fondo

(doc 5-6).

Contratto agrario di locazione ventinovennale (25 gennaio 1356): il documento si riferisce all’abbazia di S.

Angelo de Frigillo, nella terra di Mesoraca. Giovanni Falcono, abate del monastero desiderava ampliare i beni del

monastero e rendere migliore la condizione di chi lo abitava perciò, unanimemente con gli altri monaci, concesse

un pezzo di terra a Tommaso Policio. La durata della concessione è di cinque anni in cinque e dura fino a

ventinove anni, al canone di 10 grana da pagare ogni anno nella festa della gloriosa Vergine Maria.

Contratto di bonifica agraria e divisione a metà (8 agosto 1390) il documento si riferisce ai terreni dell’Abbazia

● :

di Sant’Angelo de Frigillo. L’abate Nicola da Badolato aveva concesso al giudice Ruggero Pullisano di Mesoraca un

appezzamento di terra. Il terreno era stato concesso per piantarvi una vigna e alberi che, dopo essere stata

coltivata per cinque anni e resa fruttifera, doveva essere divisa a metà. Il giudice ricevette il terreno incolto e

sterile e con il proprio lavoro riuscì a bonificarlo. Passati gli anni stabiliti il terreno venne diviso in due parti

uguali: l’abate scelse la parte superiore vicino alle rive dette de li Manki. Ruggero si impegnò a rispettare sempre

suddetta divisione e così fece anche l’abate.

4. L’ETÀ ARAGONESE. RIVOLTE E DECLINO POLITICO-MILITARE DEL BARONAGGIO, SPERANZE E

DELUSIONI DELLE COMUNITÀ CITTADINE (1443-1497)

Rivolte baronali e repressione regia. Pochi mesi dopo che Alfonso era salito al trono scoppiò una

rivolta anti-aragonese capeggiata da Antonio Centelles. Questi, in seguito alle nozze con Enrichetta

Ruffo, aveva ereditato molti territori calabresi (Crotone, Catanzaro, Caulonia, Isola Capo Rizzuto,

Montebello, Motta San Giovanni, etc.) e, timoroso di un’imminente punizione da parte del

sovrano, decise di ribellarsi. Alfonso, infatti, era rimasto deluso dalla condotta del Centelles che,

invece di guidare le trattative matrimoniali tra Enrichetta Ruffo e Innigo Davalos, aveva provveduto

ad ottenere per se stesso la mano della contessa di Catanzaro. Scoppiata la rivolta, Alfonso fu

costretto ad intraprendere una spedizione militare in Calabria e pose assedio a tutti i territori a lui

ostili che, in cambio della concessione di alcune grazie, come quelle accordate alla città di Santa

Severina (doc 7), si arresero e si sottomisero al re.

Convenzione tra Alfonso il Magnanimo e Carlo Ruffo conte di Sinopoli (1432): il documento ci mostra

l’importanza che l’aiuto dei feudatari avesse per i sovrani. In particolare, in esso è analizzato l’accordo tra Alfonso

e il conte di Sinopoli il quale, in cambio della sua assoluta fedeltà, chiese: l’indulto, cioè il perdono per tutti i reati

commessi; la conferma del possesso dei territori che gli erano stati concessi; di obbligare i villani scappati per non

pagare le tasse a rientrare nei feudi; la libertà per tutti gli ebrei dalle tasse nei territori a lui sottostanti.

Nel 1458 il Magnanimo morì e salì al trono Ferdinando I, detto Ferrante. Anche sotto il suo regno

scoppiò una rivolta capeggiata d

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

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