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I – Attorno al focolare domestico. Popolazione e società nei Sassi sal XVII al XIX

secolo

Matera è sicuramente una delle città più antiche e suggestive d’Italia; essa è

caratterizzata da una struttura abitativa costituita da grotte tufacee scavate

nella roccia: i Sassi. I sassi di Matera sono due, anticamente separati da un

corso d’acqua, il Sasso Barisano e il Sasso Caveoso; fino al Settecento avevano

una struttura autonoma, al di fuori delle mura della Civita, il quartiere alto della

città. Le numerazioni dei fuochi furono effettuate solamente per fini fiscali, in

quanto erano utilizzate dall’autorità centrale per proporzionare al numero dei

fuochi (i nuclei familiari) il peso tributario da assegnare e richiedere a ciascun

comune del Regno di Napoli.. Nel 1689 l’indice di mascolinità era pari al 102.9,

il che attesta una leggera superiorità numerica dei maschi rispetto alle

femmine. La rappresentazione grafica della popolazione, distribuita per età,

sesso e stato civile assume la forma di una piramide a base larga che si

restringe fino quasi ad annullarsi nelle età senili. Si trattava di una popolazione

giovane. L’indice di vecchiaia, pari al 7.4 ribadisce il concetto di quanto fosse

difficile e improbabile raggiungere la vecchiaia. L’accesso al matrimonio era

precoce, soprattutto per le donne; l’età media al primo matrimonio era di 22

anni per le femmine e di 5 anni per i maschi. Una caratteristica costante delle

popolazioni del Mezzogiorno d’Italia in epoca storica era la massiccia presenza

di vedove rispetto ai vedovi. L’indice di vedovanza femminile risultava pari al

68.3%, mentre quello maschile era pari all’11.5%. Ciò che emerge all’inizio del

XIX secolo è un graduale miglioramento delle condizioni di vita della

popolazione, sinteticamente tradotto in un più elevato indice di vecchiaia pari

al 12.4. . L’età d’accesso al matrimonio rimase pressochè invariata per gli

uomini (25 anni) e aumento di circa un anno per le donne, passando dai 22 ai

23 anni. Sempre molto elevata la percentuale di donne vedove rispetto ai

vedovi. La popolazione viveva nella maggior parte dei casi in famiglie nucleari.

All’interno di questa categoria, il tipo di famiglia più diffusa era quella formata

dai genitori e figli a cui seguiva la vedova con figli. Abbastanza numerose erano

le famiglie estese a cui seguivano i solitari, i senza struttura e infine le famiglie

multiple.

La famiglia italiana del passato era una famiglia tendenzialmente nucleare; ciò

non toglie che talvolta si allargasse per accogliere altri membri del gruppo

parentale. Il significato di tale estensione era essenzialmente riconducibile a

due modelli: l’uno legato a esigenze di ordine economico, l’altro a ragioni

affettive e solidaristiche. Il modello strettamente solidaristico era diffuso

nell’Italia meridionale. In questo caso la famiglia si allargava prevalentemente

in senso ascendente, per cui a trovare accoglienza nel nucleo coniugale era un

anziano genitore vedovo, o in senso collaterale, quando entrava in famiglia una

sorella nubile o un membro della stessa generazione del capofamiglia. L’analisi

puntuale dei rapporti di parentela che legavano i parenti accolti al capofamiglia

ha rilevato che anche a Matera di fine Seicento era spesso la madre vedova a

entrare nella famiglia del figlio sposato, raramente il padre vedovo. Il maggior

numero di famiglie estese era rappresentato da nuclei primitivi a cui si univano

fratelli e sorelle del capofamiglia o della moglie. La famiglia era fatta di rapporti

di parentela esistenti fra gruppi di coresidenti legati da vincoli di sangue. E da

relazioni familiari, cioè da rapporti di autorità e di affetto esistenti all’interno

del nucleo familiare. Un altro elemento forte che legava le famiglie che

condividevano una delimitata area comune e costituito dal vicinato. Il vicinato

materano era un’unità coesa e organica sia da un punto di vista topografico

che sociale con una struttura molto particolare al suo interno. Le funzioni a cui

assolveva il vicinato erano quelle di mutuo soccorso, di associazionismo e di

controllo sociale, da cui scaturiva una strettissima relazione tra la vita e la

storia individuale e quella dell’intero vicinato. Gli elementi negativi erano:

ipocrisia, controllo sociale, condizionamenti esterni e invidia.

L’immagine della Basilicata moderna era quella di una realtà caratterizzata da

un’economia saldamente ancorata ai settori produttivi tradizionali, l’agricoltura

e l’allevamento. Le condizioni di vita della popolazione erano precarie. La

popolazione era costituita da contadini laceri e affamati, tormentati dalla

malaria con il volto segnato dalla misera e dal duro lavoro. Un tratto distintivo

dell’economia materna era rappresentato dall’allevamento del bestiame, che

costituiva una cospicua fonte di ricchezza. La maggior parte della popolazione

era costituita da braccianti, a cui seguivano artigiani e bottegai. Consistente

era il numero di pastori e vaccari. Una considerevole fetta della popolazione

era costituita da sacerdoti e chierici e da servitori e soldati di campagna. Non

mancavano inoltre figure come il barbiere, il molinaro, il ferraio, il falegname, il

fabbro, lo scarpaio, infine l’orefice, il corriere, il trainante, lo scrivano, lo

speziale, il medico chirurgo e il dottore.

La registrazione di ogni individuo per nome di battesimo permette di indagare

sulle forme nominali maschili e femminili in una comunità e in un preciso

momento storico. La scelta del nome di battesimo spesso nel passato

rispondeva a tradizioni familiari secondo le quali ai nipoti venivano attribuiti i

nomi dei nonni paterni e materni oppure degli zii. Spesso si sceglieva il nome

del santo festeggiato nel giorno della nascita, o quello del santo patrono della

città o del paese. Altre volte si trattava di nomi affettivi, augurali, teoforici. Nel

1689 il nome maschile più diffuso era Donato a cui seguivano Giuseppe e

Francesco. Il nome femminile più diffuso fra i parrocchiani di S. Pietro Caveoso

nel 1689 è risultato Gratia, a cui seguiva Maria. Al terzo posto si collocava

Nunzia. La situazione anche a distanza di oltre un secolo, non presenta

significativi mutamenti. Nel 1818 la forma nominale maschile più diffusa era

Francesco a cui seguivano Giuseppe e Nicola. Il nome Donato riscontrava meno

simpatie. Spostando l’analisi alla compagnie femminile della popolazione della

parrocchia di S. Pietro Caveoso nel 1818 al primo posto si collocava in maniera

forte e determinante il nome Maria. Da sottolineare la presenza del nome

Bruna, chiara manifestazione del culto della Madonna della Bruna, patrona di

Matera che risultava anche il secondo nome più diffuso tra la popolazione

femminile.

II – Madri segrete. L’infanzia abbandonata a Matera nell’Ottocento

Ricostruire l’andamento dei fenomeno dei bambini abbandonati in Italia nei

primi secoli dell’età moderna è un’impresa ardua. La fonte principale per lo

studio delle nascite illegittime è costituita dai registri parrocchiali di battesimo.

Una svolta significativa, in termini di produzione e fruizione di fonti civili e

statistiche della popolazione per l’analisi del fenomeno dell’abbandono, è

collocabile agli inizi del XIX secolo. Il punto nodale risiede nel passaggio dalla

carità cristiana e dall’intervento della Chiesa a sostengo dei bisognosi

all’assistenza istituzionale e all’intervento dello Stato nelle politiche

assistenziali con l’arrivo dei francesi. Anche il Regno di Napoli non fu estraneo

al riformismo francese che coinvolse tutti i settori della vita amministrativa,

politica e sociale. Il Tribunale misto, istituito nel 1742, era l’organo preposto

alla gestione dei luoghi pii del Regno di Napoli. Tale organo di controllo fu

soppresso nel 1809 e fu creato un Consiglio Generale degli Ospizi per ogni

capoluogo di provincia. Le disposizioni generali affidarono la “cura” dei proietti

ai consigli generali degli ospizi, istituiti in ciascuna provincia del Regno di

Napoli. L’installazione di una ruota fu resa obbligatoria in ogni comune del

Regno. Accanto alla ruota, apera sia di giorno che di notte, vi era un

campanello, coni l quale la persona che abbandonava il piccolo allertava il

personale interno dell’evento. Era prevista la figura della “pia ricevitrice”,

incaricata della ricezione dei bambini abbandonati e stipendiata dal comune.

La donna doveva essere “pia e discreta” e possedere “la sensibilità e le virtù di

una buona madre”. La pia ricevitrice viveva nei locali adiacenti alla ruota, in

un’abitazione che il comune metteva a disposizione della donna gratuitamente.

La pia ricevitrice era tenuta ad accogliere il bambino appena abbandonato

nella ruota e presentarlo subito innanzi all’ufficiale di stato civile, insieme con i

vestiti e con gli altri oggetti personali per la compilazione dell’atto di nascita

dell’esposto. La pia ricevitrice, in un secondo momento si recava dal parroco

per l’amministrazione del battesimo. La futura balia, per poter riceve in

affidamento un esposto, doveva dimostrare di essere in grado di allattare,

certificando o la morte di un proprio figlio avvenuta in età neonatale oppure di

aver già svezzato il proprio bambino e di p

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

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