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2 L’ECONOMIA DELL’EUROPA PREINDUSTRIALE

I L’agricoltura: risposta estensiva e risposta intensiva

Nei secoli successivi al Mille, l’agricoltura europea aveva compiuto notevoli progressi che avevano

permesso di sottoporre a coltura i terreni umidi e argillosi delle aree cenro- settentrionali del vecchio

continente.

Nei Paesi mediterranei, però, la scarsità delle piogge e la natura friabile dei terreni, ostacolarono

l’applicazione di queste nuove tecniche.

Tra il 1450 e il 1750 l’organizzazione produttiva nelle campagne non registrò grandi mutamenti.

L’incremento demografico del “lungo Cinquecento” comportò un aumento della domanda di derrate

alimentari, soprattutto verso i cereali. La carne scomparve praticamente dalle mense dei contadini e, in

generale, di tutti i lavoratori manuali, che fino al XX secolo si nutrirono prevalentemente di pane e farinate,

accompagnati da legumi e verdure, lardo o pesce salato, uova e latticini in modeste quantità e vino o birra

di scadente qualità.

Ci si chiede come fosse possibile che l’agricoltura potesse riuscire a sfamare una popolazione in

continua crescita. A livello teorico sono possibili due tipi di risposte: una risposta “estensiva” consistente

nell’allargamento della superficie coltivata, e una risposta “intensiva”, consistente nell’adozione di tecniche

volte ad accrescere la produttività.

Fino al XVI secolo prevalse la soluzione intensiva, tanto che, mano a mano che la popolazione cresceva

vennero rimessi a coltura terreni precedentemente abbandonati, e furono bonificate molte aree che fino

ad allora erano occupate da foreste e paludi. Ovviamente i terreni così dissodati non sempre erano di prima

qualità. Nella maggior parte dei casi si trattava di terreni marginali che solo la pressione demografica aveva

fatto sì che fossero resi coltivabili. Conseguenza di ciò fu la contrazione della superficie adibita a pascolo,

che a sua volta, comportò una scarsità di concime.

II Il regime fondiario e i rapporti di produzione. L’Europa centro-occidentale

In gran parte dell’ Europa i secoli del basso Medioevo furono caratterizzati, oltre che dalla disgregazione

della feudalità come sistema di governo, anche dall’erosione dei poteri signorili nelle campagne sia per

effetto della crisi demografica, sia per la generale tendenza dei signori di monetizzare le prestazioni loro

dovute, sia, infine per le rivolte contadine scoppiate tra il Trecento e il Cinquecento.

All’inizio dell’età moderna i coltivatori del suolo erano personalmente liberi di sposarsi, di trasferirsi, di

disporre delle loro terre qualora ne possedevano. Le corvèes erano limitate a poche giornate all’anno e la

riserva signorile era stata, per la maggior parte, frazionata in appezzamenti affidati a famiglie coloniche con

una serie di patti agrari che andavano dal livello (un canone fisso in natura o in denaro stabilito per un

lungo periodo di tempo) al piccolo affitto o alla mezzadria.

Bisogna ricordare, però che in alcune zone rimasero dei residui feudali con tutto ciò che comportava (la

giurisdizione e il potere di banno ecc…)

Oltre ai residui feudali, i contadini erano soggetti anche alla decima ecclesiastica (per lo più

percepita in natura subito dopo il raccolto), alle imposte statali e, qualora non fossero stati i proprietari del

terreno coltivato, erano soggetti anche al gravoso prelievo rappresentato dalla rendita fondiaria.

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Per quanto riguarda, invece, i medi e grandi proprietari, ad essi conveniva acquistare nuove terre ed

accrescere il prelievo sui coloni.

III L’Europa Orientale

Le regioni che si trovano ad est di un’immaginaria linea tracciata dalle foci del fiume Elba a Trieste, avevano

due caratteristiche che le differenziava dalle regioni più occidentali.

Innanzi tutto comprendevano enormi estensioni di terreno pianeggiante e potenzialmente fertile, in

secondo luogo erano sparsamente popolate.

Al contrario delle regioni occidentali, qui il problema era rappresentato non dalla scarsità dei terreni

coltivabili, ma dalla scarsità della forza lavoro. Inoltre allo stesso tempo, molto più deboli e meno sviluppate

erano le città e le comunità di villaggio da un lato e le istituzioni statali dall’altro.

In questo contesto la diffusione dell’economia di mercato, che da una parte apriva soprattutto alle

regioni affacciate sul mare nuove possibilità di esportazione, e da un’altra spingeva i grandi proprietari a

procurarsi nuove ricchezze per l’acquisto di prodotti di lusso, agì come uno stimolo alla ad accrescere la

produzione attraverso la via più semplice, che era rappresentata dalla coercizione extraeconomica nei

confronti dei contadini. La servitù della gleba venne rafforzata dal XV secolo e fu introdotta in aree

dell’Europa orientale dove ancora non era conosciuta. Questo processo fu favorito e diretto dai poteri

statali la cui base sociale era costituita dalla stessa aristocrazia.

Generalmente il territorio agricolo di un villaggio prussiano o polacco era diviso in una o due grandi

tenute signorili e un certo numero di piccole proprietà. Le famiglie insediate in questi ultimi ricavavano le

risorse necessarie per vivere dai loro campi, ma dovevano dedicare gran parte del loro tempo e delle loro

energie a lavorare gratuitamente le terre dei signori. I prodotti eccedenti il fabbisogno della casa padronale

venivano commercializzati all’esterno e il ricavato veniva investito nel’acquisto di generi di lusso e di

manufatti provenienti dall’occidente. Questo sfruttamento dei contadini servi era reso possibile

dall’autorità del signore che amministrava la giustizia e riscuoteva le imposte a nome dello Stato. Solo con

le riforme che si avviarono a partire dal Settecento le pretese dei signori iniziarono ad essere limitate dalla

legge e solo a partire dal XIX secolo la servitù della gleba iniziò ad essere gradualmente abolita.

Le masse rurali, tuttavia, non sempre accettavano il loro destino di miseria e di oppressione. Esse

diedero vita ad una serie di manifestazioni di protesta che si risolvevano, laddove era possibile, attraverso

le vie legali, ma si manifestavano anche in sommosse e rivolte. Il grande ciclo di rivolte contadine si aprì a

partire dalla seconda metà del XIV secolo ed ebbe un’ultima recrudescenza nei primi decenni del

Cinquecento con la grande rivoluzione ungherese, con la ribellione dei “comuneros” in Spagna e con la

guerra dei contadini in Germania. Con lo sviluppo degli apparati statali, a partire dal XVII secolo, i bersagli

delle proteste iniziarono a spostarsi ad occidente e a colpire i signori feudali, il fisco e i suoi agenti.

IV L’economia urbana

Ai bisogni primari, oltre a quello del cibo, le famiglie contadine continuarono a provvedere da sé,

costruendosi rudimentali abitazioni e mobili con i materiali reperibili sul luogo, filando e tessendo lenzuola

e rozzi indumenti di lana, lino o canapa. Accanto a queste produzioni dirette al consumo familiare si

affermò in molte zone un’industria rurale anche di notevole importanza, attirata sia dal basso costo della

manodopera, sia dalla presenza di giacimenti minerari e corsi d’acqua. D’altra parte molte città ospitavano

agricoltori e orticoltori che lavoravano le terre limitrofe o gli spazzi interni alle mura. Tutti i manufatti che

richiedevano una superiore capacità artigianale e che , quindi dovevano essere acquistati all’esterno del

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nucleo familiare, provenivano in massima parte dalle botteghe cittadine o da organizzazioni produttive che

avevano sede nelle città.

Gran parte degli oggetti di uso quotidiano continuava ad essere prodotta da artigiani che

lavoravano da soli, o che avevano un ristretto numero di collaboratori, nelle proprie abitazioni o in

laboratori che fungevano anche da botteghe. I settori più importanti erano quelli della lavorazione del

legno, dei metalli, del cuoio e dei pellami, i diversi rami del tessile, la confezione di indumenti,

l’alimentazione e l’edilizia. Ognuno di questi settori era a sua volta suddiviso in varie specializzazioni, i cui

addetti continuarono ad essere organizzati in corporazioni. Ciascuna di queste arti difendeva gelosamente il

proprio monopolio, risolveva al suo interno gli eventuali conflitti di lavoro e disciplinava la concorrenza tra

gli affiliati attraverso norme statutarie, le quali stabilivano per ogni maestro un numero massimo di garzoni

o apprendisti o una quantità massima di prodotto, oltre a regolare le tecniche di lavorazione e la qualità dei

manufatti.

La novità principale rispetto al Medioevo, che presentarono i secoli XV-XVIII nell’organizzazione

produttiva, sta nella grande diffusione del sistema noto come “industria o “protoindustria”.

a domicilio”

In questo caso il protagonista era il mercante imprenditore che acquistava la materia prima e l’affidava ad

operai che la lavoravano nella propria abitazione ed erano retribuiti a cottimo. Nel caso dell’industria

laniera il desiderio di abbattere i costi e di sfuggire alle limitazioni imposte dalle corporazioni, portò molto

spesso al decentramento delle fasi principali della lavorazione nelle campagne circostanti. I panni così

prodotti venivano poi rifiniti nei laboratori cittadini sempre su commissione del mercante che poi

provvedeva alla loro vendita sui mercati nazionali e internazionali. Il settore tessile rimase per molto tempo

il settore predominante dell’industria europea.

V Moneta, prezzi, mercato

Tra il XVI e il XVIII secolo l’economia monetaria era ormai universalmente diffusa. A partire dal XIII secolo

ovunque vigeva un regime di bimetallismo, nel senso che erano l’oro e l’argento a determinare i valori di

scambio anche per le monete divisionali fabbricate in rame.

Il flusso di argento proveniente dalle Americhe non si arrestava in Europa ma andava a pagare le

importazioni di spezie e di altri generi di lusso dal continente asiatico.

L’aumento della produzione industriale e la crescente richiesta di generi di prima necessità come il

grano, il legno e il sale, portarono, tra il tardo Quattrocento e gli inizi del Seicento, ad una grande

espansione dei traffici. Il trasporto via acqua, più rapido ed economico, continuò ad essere privilegiato

soprattutto per le merci più ingombranti nonostante i pericoli costituiti dalle tempeste e dai pirati e

nonostante le barriere daziarie lungo i fiumi navigabili. Il Mediterraneo mantenne più a lungo di quanto si

pensasse il suo ruolo di crocevia degli scambi tra Oriente e Occidente e tra Europa e Africa. Gli olandesi si

assicurarono un duraturo monopolio della produzione e della distribuzione in tutta Europa del pesce salato.

Accanto a questi scambi, acquistarono una grande importanza i rapporti commerciali con il Nuovo

Mondo scoperto da Colombo. I coloni, che in numero sempre maggiore, si stabilivano oltre oceano,

avevano bisogno di tutto, dai generi alimentari a cui erano abituati, al vestiario e agli oggetti di uso

quotidiano, potevano pagare le importazioni con l’oro e l’argento estratti dai fiumi e dal suolo.

Particolarmente redditizio si rivelò il commercio di schiavi neri, stimolato dalla crescente necessità

di manodopera per le piantagioni delle Antille, del Brasile e delle colonie inglesi. Le navi negriere partivano

dai porti europei cariche di mercanzie varie che venivano vendute lungo le coste africane ai capi indigeni in

cambio di schiavi. Il guadagno ricavato con la vendita degli schiavi veniva riutilizzato per l’acquisto di generi

coloniali da rivendere in patria.

6 Carattere diverso ebbe l’interscambio tra Europa ed Asia, dominato nel XVI secolo dai portoghesi.

L’impero portoghese non si basava sulla colonizzazione di grandi territori, ma sul possesso di scali e fattorie

e su accordi con i potenti locali.

Protagoniste indiscusse dei traffici con l’oceano indiano furono le compagnie privilegiate costituite

a partire dal tardo Cinquecento in Inghilterra, Province Unite e Francia. Con questo nome si designano due

tipologie diverse di organizzazione commerciale. La prima consiste sostanzialmente in una corporazione di

mercanti i quali godevano collettivamente del monopolio di un certo genere di traffico, ma operavano

individualmente o associati in piccole imprese. Le Compagnie delle Indie orientali, costituite a Londra nel

1602, e più tardi le compagnie francesi, erano delle vere e proprie società per azioni, il cui capitale era cioè

diviso in quote possedute da mercanti e finanzieri i quali ogni anno percepivano i dividendi, ovvero gli utili

proporzionali alla rispettiva quota del capitale sociale.

Tratti distintivi dell’età moderna rispetto a quella medievale, è la nascita di un’economia mondiale

incentrata sull’Europa e lo spostamento dell’asse dei traffici dal Mediterraneo all’Atlantico e ai mari

settentrionali.

3 CETI E GRUPPI SOCIALI

I Ordini, ceti, classi. La stratificazione sociale nell’Europa d’antico regime

Fino alla diffusione delle idee illuministiche la visione della società dominante in Europa, era una visione

corporativa e gerarchica. L’individuo non contava per sé, ma contava in quanto membro di una famiglia, di

un corpo, di una comunità. A questi corpi e comunità facevano riferimento le “libertà”, cioè le franchigie, le

immunità, i privilegi che componevano un universo giuridico frastagliato e multiforme. Eredità dell’epoca

medievale era la distinzione della società in tre grandi ordini: gli coloro che pregavano, e quindi il

oratores,

clero, i coloro che combattevano, e quindi i nobili, e i coloro che lavoravano per

bellatores, laboratores,

tutti. Naturalmente agli osservatori era ben chiaro che la stratificazione sociale fosse più complessa di

quanto è riassunto in questo semplice schema. In particolare era ben chiaro che all’interno del terzo stato

vi erano molteplici divisioni e suddivisioni. Per distinguere questi gruppi il termine più appropriato è quello

di “ceto”: a determinare, infatti il rango sociale di un individuo concorrevano diversi fattori quali la nascita,

il ruolo ricoperto nella vita pubblica e il prestigio e i privilegi a questo connessi.

La cosa fondamentale era che questi ceti si disponessero in una scala gerarchica ben definita dalla

base al vertice della società.

II Nobili e “civili”

Dal punto di vista giuridico la nobiltà e il clero erano i ceti meglio definiti e più riconoscibili in base alla

visione tripartita a cui abbiamo già accennato.

L’origine e la configurazione delle nobiliari europee presentano molte specificità locali.

èlites

Dovunque, però nobiltà significa in primo luogo ricchezza, o comunque agiatezza economica, che si basava

fondamentalmente sulla proprietà della terra e alla quale si associano in diverse misure anche funzioni di

giustizia e polizia e un potere esercitato sugli uomini all’interno della signoria.

I proventi della terra erano spesso integrati con entrate di altra natura, come ad esempio

l’estrazione di minerali, vetrerie, attività di trasformazione dei prodotti dell’agricoltura o dell’allevamento.

Per tutelare i patrimoni da eredi spendaccioni durante l’età moderna si diffusero dei meccanismi giuridici

7 La lunga durata

(fedecommesso e maggiorasco) che mantengono unito il patrimonio e ne garantiscono il passaggio

attraverso le generazioni.

Dove la nobiltà è più numerosa è più frequente anche la figura del nobile povero. Anche se solo

teoricamente, la nobiltà comprendeva diversi livelli di ricchezza e prestigio. Laddove l’impronta feudale era

più forte vi era una connotazione prevalentemente rurale della nobiltà e a questa si contrapponeva la

spiccata fisionomia cittadina dei patriziati propri dell’Italia centro-settentrionale, dei Paesi Bassi, delle aree

più urbanizzate della Svizzera e della Germania occidentale, i quali traevano, anch’essi il grosso delle loro

entrate dalla terra ma vivevano per lo più entro le mura cittadine e avevano nei consigli cittadini e nelle

cariche che da questi dipendevano la loro naturale arena politica.

Il rafforzamento degli apparati statali tra la fine del XV e gli inizi del XVII secolo, sommandosi alle

conseguenze sociali date dalla crescita economica, fu in molti casi all’origine di una specie di crisi d’identità

dei ceti nobiliari, alle prese con la concorrenza sempre più agguerrita di nuovi gruppi di origine mercantile e

“borghese” da un lato, e dall’altro con controlli e limitazioni sempre più severe delle loro abitudini di

violenza e di anarchia feudale e dei poteri esercitati fino ad allora verso il basso. A questa sensazione di

insicurezza possiamo ricondurre l’ossessiva ricerca di legittimazione del primato nobiliare e quello

slittamento dalla virtù e dal valore militare come motivi fondanti della nobiltà, al sangue e alla stirpe.

In molte aree si affermò il principio che era nobile solo chi era riconosciuto tale dal monarca. Ciò

poteva avvenire o come sanzione di un processo verificatosi di fatto, in seguito all’acquisto di feudi, a

matrimoni nobili, all’acquisizione di un tenore di vita adeguato, oppure come conferimento di un titolo a

compenso di benemerenze vere o presunte di carattere militare o civile. Questi nuovi nobili erano,

naturalmente guardati con disprezzo e sarcasmo dai rappresentanti della più antica aristocrazia.

Il termine di “borghesia” non è il più adatto a designare i ceti intermedi tra nobiltà e plebe

nell’Europa preindustriale. Alcuni studiosi hanno voluto caratterizzare lo spirito capitalistico e borghese sul

piano degli atteggiamenti mentali, ma queste qualità erano al massimo tipiche di gruppi ristretti di

operatori economici e non erano patrimonio di categorie sociali che pure si usa considerare borghesia.

Un denominatore comune di queste categorie sociali era costituito dalla dominante connotazione

urbana. Il nesso è evidente nel termine con cui esse erano spesso designate in Italia, ovvero “ceto civile” o

“cittadinesco”. Ovunque questo ceto era ben distinto dagli stati inferiori a causa di due fattori

fondamentali: in primo luogo il rifiuto del lavoro manuale, considerato degradante, e il possesso di risorse

che lo garantivano dalla caduta nell’indigenza cui erano invece esposti.

III Poveri e marginali

Per considerare gli strati inferiori è bene rifarci alla distinzione, proposta, tra gli altri, da Jean-Pierre Gutton,

tra poveri “strutturali”, ovvero coloro che anche in tempi normali vivono in tutto o in parte di elemosine, e

poveri “congiunturali”, ovvero tutti coloro che ricavavano di che vivere o appena dal loro lavoro e che sono

quindi alla mercè del sopraggiungere di un’infermità, della vecchiaia, della disoccupazione o di una carestia.

Durante il Medioevo il povero era considerato come una controfigura del Cristo, ma nell’età

moderna egli appare sempre più una minaccia per l’ordine costituito e per la salute pubblica ed è

considerato come un potenziale delinquente da scacciare o da reprimere. Al povero residente, che nella

città o nel villaggio aveva il suo posto riconosciuto, tende a sostituirsi il vagabondo, il marginale, privo di

radici che vive di espedienti e che è spesso dedito alla frode o al furto ed è sospettato di portare malattie e

di fomentare rivolte e tumulti. Nei loro confronti, prima le città e poi gli Stati, cercarono delle soluzioni,

prendendo dei provvedimenti mano a mano più severi che comprendono l’espulsione dei poveri forestieri,

il divieto di accattonaggio, sostituito da forme di assistenza su base cittadina o parrocchiale (finanziato con

speciali tasse), e l’obbligo di lavoro per i poveri validi. Esempio pratico di queste disposizioni è l’editto regio

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia Moderna, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia Moderna (1492-1848), Capra. Gli argomenti trattati sono: la popolazione e le strutture familiari, la popolazione nell'età moderna, fonti e metodi, la storia della famiglia, l'economia nell'Europa preindustriale.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali
SSD:
Docente: Lupi Regina
Università: Perugia - Unipg
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Perugia - Unipg o del prof Lupi Regina.

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