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II. Caratteri originali: nobiltà, Chiesa e città.

Prima di dotarsi delle suddette armi l’Europa disponeva già di alcune importanti

risorse che la rendevano forte e relativamente omogenea, a dispetto delle

divisioni politiche. Gradualmente, durante il Medioevo, i paesi del nord, non

ancora definiti europei, avevano cominciato ad assumere questa identità ed

un’unità non politica ma spirituale. Avevano una stessa lingua di riferimento: il

latino; e una sola religione: il cristianesimo romano. Il potere di governo è

fragile, ma l’Europa ha imparato a restare salda e temibile anche nei momenti

di crisi politiche, grazie alle sue istituzioni ramificate, alle sue gerarchie ben

consolidate e ai suoi molteplici ordinamenti. Gli europei si erano dotati di ceti

dirigenti allo stesso tempo intraprendenti e stabili: la nobiltà. Inoltre avevano

un ordinamento culturale e religioso eccezionalmente potente e

istituzionalizzato: la Chiesa cattolica. Le città, popolose e vitali, riuscivano a

nutrire, dato che la terra coltivata a grano può dare da mangiare a più persone

di quelle che la lavorano. La nobiltà, la Chiesa e le tante città erano dunque tre

aspetti che caratterizzavano gli europei già prima che muovessero alla

conquista del mondo.

La nobiltà. La nobiltà era un ceto militare unitario da un capo all’altro del

continente. Incardinata su relazioni di dipendenza trasmesse per via ereditaria,

anziché immediatamente legata ai tempi brevi e mutevoli del potere, si era

stabilizzata come una classe dirigente fondata sulla nascita e sulla proprietà

terriera familiare. Questa gerarchia poggiava su riconoscimenti di dipendenza e

di protezioni che si rispettavano e si trasmettevano di padre in figlio e

mantenute. Più tardi, tra la fine del Settecento e l’Ottocento, questo

ordinamento aristocratico, poco propenso alla mobilità sociale, sarà superato,

ma per molti secoli era riuscito a garantire un apprezzabile livello di stabilità, e

anche un buon apporto di vitalità e perfino di imprenditorialità.

La Chiesa. La seconda risorsa era il cristianesimo romano: un solo Dio in cielo,

una sola Chiesa in terra, istituita dal figlio stesso di Dio, centralizzata,

immortale perché impersonale e quindi non soggetta ai rivolgimenti dei destini

individuali, capace di opporre ai poteri terreni la sua capacità di legittimarli (o

delegittimarli) tutti. La Chiesa cattolica era forse il più potente dei caratteri

originali che accomunavano gli europei e che riusciva a governare la politica.

Quando l’Impero romano d’Occidente era crollato, la Chiesa era diventata così

prestigiosa, già solo per il fatto di essere collocata a Roma, aveva costruito la

rete degli arcivescovati, delle diocesi, delle parrocchie, che coprivano l’intero

territorio europeo e aveva risposto alla domanda di sacro, di dedizione

spirituale, ma anche di assistenza, di arbitrato, di pace. Inoltre, nell’Occidente

europeo non si era solo istituito quel particolare dualismo delle strade, lungo le

quali derivava da Dio il diritto a governare, ma si era anche sbilanciato a

favore della Chiesa; fuori dell’Europa occidentale, il primato della politica non

era stato insidiato. In Europa potevano essere concepiti conflitti di sovranità e

di potere, ma non di dissenso religioso ed era l’autorità religiosa, non la

politica, a stabilire quali opinioni erano ammissibili e quali no. 3

I mongoli e i turchi erano totalmente tolleranti in fatto di religione, sebbene

l’islam, nei secoli a cavallo del Mille, fosse la cultura religiosa che godeva di

maggiore prestigio. Perfino il radicalismo monoteista dell’islam, nel Medio

Oriente, aveva lasciato vivere le altre religioni.

Anche nell’Impero cinese convivevano tre religioni: il confucianesimo, il

taoismo e il buddismo.

Tutto l’occidente, invece, era diventato compattamente cristiano cattolico, per

convincimento o per forza; la politica aveva subito un collasso, e per alcuni

secoli l’istituzione religiosa aveva occupato il suo posto. Il nemico per

eccellenza, in Europa, era l’eretico o l’apostata; gli unici non cristiani cui si

riconosceva un fragile diritto ad esistere, erano gli ebrei (“fratelli maggiori”),

pur fra molte limitazioni e fra saltuari scoppi di violenza persecutoria.

Nell’epoca della Controriforma, sarebbero stati istituiti i “ghetti”, il prototipo dei

quali fu a Venezia, dove gli ebrei avrebbero avuto obbligo di risiedere.

Nell’Europa cristiana non c’era nessun altro spazio di tolleranza. Tutte le volte

che il dissenso religioso si era manifestato in forma radicale era stato stroncato

con la violenza. Anche il cristianesimo greco ortodosso era ormai considerato

inammissibile, perché non riconosceva la supremazia del papa; la verità, che i

greci non sopportavano, era che il papa di Roma pretendesse di essere non

solo il patriarca più illustre, ma che si immischiasse degli equilibri terreni, che

si arrogasse il diritto di legittimare la sovranità. Gesù aveva detto, invece: “Il

mio regno non è di questo mondo”.

Le città. Una terza risorsa originale degli europei erano le città, con le loro

multiformi competenze culturali, mercantili, artigianali, amministrative,

giuridiche, finanziarie. Era un luogo dove i ruoli e i saperi si strutturano, ed

entrano in rapporti di scambio. In maniera troppo esclusiva, tutto ciò che si

stava modificando nella direzione che poi è sembrata giusta, cioè della libertà,

del progresso e della mobilità sociale, è stato imputato alla borghesia e

all’universo urbano. Ora sappiamo che le cose sono più complesse: il bisogno

impellente di libertà e di mobilità sociale si avvertirà davvero solo molto tempo

dopo, addirittura verso la fine dell’Età moderna, e non ha mai cancellato il

bisogno opposto, di stabilità e tenuta. In ogni caso la risorsa città si sarebbe

rivelata fondamentale per la crescita economica e istituzionale.

La nobiltà aveva dato continuità nel comando alla società europea. La Chiesa le

aveva fornito una ferrea identità culturale. Le città le avevano dato prosperità

e competenze istituzionali. Per lo sviluppo iniziale dell’Europa, e la sua capacità

di aggredire il resto del mondo, le aristocrazie e le gerarchie religiose sono

state molto più un vantaggio che un danno, e hanno dato un’enorme forza

all’identità europea e grandi mezzi istituzionali.

III. La famiglia. Le donne e gli uomini.

Alla base della società europea non c’erano grossi lignaggi patriarcali, tribù

forti e stabili, come in gran parte dell’Asia, ma famiglie “nucleari”, “carattere

originale” dell’instabilità europea; qualche volta arrivavano a convivere tre

generazioni, ma era un caso eccezionale, data la brevità della vita 4

(cinquant’anni). Escludendo in parte le forti e stabili stirpi della nobiltà, le

famiglie dell’Europa cristiana erano bilaterali, non “agnatiche” come quelle

orientali. La parentela è un rapporto privato che può avere rilevanza pubblica,

perché si traduce in alleanza, eventualmente in fazione, in organizzazione del

territorio. Con la sua struttura familiare variabile di generazione in

generazione, l’Europa aveva una propensione a ridefinire e rinegoziare

frequentemente le combinazioni fra punti di vista e interessi, e i sistemi di

controllo del territorio. È possibile quindi che la bilateralità sia da contare fra le

risorse degli europei fra gli ingredienti della loro dinamicità, o instabilità.

Allenati alla ginnastica della famiglia bilaterale, gli europei avevano una

propensione individualista.

Nelle società agnatiche organizzate dal lignaggio, dove la parentela materna

non influisce in modo rilevante, la donna è in un certo senso estranea alla

famiglia. Ha una situazione fragile, sia dal punto di vista sociale sia giuridico

perché non si integra fino in fondo nella famiglia che l’ha accolta, e mette al

mondo i figli per un lignaggio che è del marito, non suo, il che può favorire la

poligamia e il divorzio (come nel mondo islamico); i figli di uno stesso padre,

anche se di madri diverse, fanno ugualmente parte della medesima famiglia. Il

matrimonio come istituzione è quindi debole. Non definisce la parentela, la

proprietà, ma serve per assicurare la riproduzione e la discendenza della

famiglia.

Non era così nella società europea. La donna entrava nella parentela del

marito, il matrimonio era forte, fondava un’alleanza nuova, con negoziazione

degli interessi reciproci, della proprietà, dell’apporto ciascuna parte fornisce

alla coppia. Tendenzialmente il matrimonio nella società a famiglia bilaterale è

indissolubile, mentre i figli nati al di fuori sono illegittimi. La subordinazione

femminile è diffusa in entrambi i tipi di società: per tutta l’Età moderna non è

stata concepita altra dignità, né altro compito essenziale per le donne non

aristocratiche, che quello della maternità.

In Europa il matrimonio era in linea di massima indissolubile e altamente

impegnativo, addirittura un “sacramento”; diventava una tappa decisiva della

strada di ogni famiglia. Non è stato mai abbandonato alla libera scelta dei

soggetti interessati, ma è sempre stato uno dei mezzi per rafforzare i legami

sociali di comunità. La famiglia era appunto anche e soprattutto un’unità

economica, una comunità di persone che lavoravano e consumavano insieme.

Simili forme di famiglie “complesse” diventavano più chiuse, non facili da

abbandonare, perché garantivano la sopravvivenza, erano come aziende in cui

la proprietà non doveva frammentarsi. Col tempo si rafforzò sempre più

l’istituzione del matrimonio, atto fondatore della famiglia nucleare a cui si dava

vita, più importante di quella in cui si era nati. Per questo ci si arrivava a

sposare in linea generale solo se si poteva contare su un minimo di autonomia.

È così la famiglia europea, quindi l’età del matrimonio, di conseguenza la

fertilità rispecchiavano la dimensione della proprietà.

IV. la differenza di genere. Le streghe.

La differenza storicamente rilevante tra maschi e femmine non è tanto

biologica, ma piuttosto una costruzione sociale e culturale di ruoli diversi, in 5

casa e fuori; per questo si preferisce parlare di “genere”, un termine che

attiene all’organizzazione sociale, anziché di “sesso”, una definizione che

appartiene invece all’ambito naturale.

Non si può prescindere, per capire la posizione della donna europea, dal

modello religioso di femminilità dato dalla santità di Maria. Nel Quattrocento,

era ancora soprattutto una figura lontana, maestosa, raffigurata in

atteggiamento solenne; poi gradualmente prevalse un’interazione più positiva

e affettuosa fra i fedeli. Il modello supremo della femminilità diventava così

meno inarrivabile, anzi più intimo e familiare; ma sempre in un rapporto

indissolubile e subordinato al Padre e al Figlio, inoltre caratterizzato da due

caratteri incompatibili: la maternità e la verginità. Nella tradizione occidentale

cattolica ha prevalso la verginità. Non altrettanto nella tradizione orientale

ortodossa, e ancor meno poi, in Occidente, nelle Chiese protestanti, le quali

hanno rifiutato il dogma della verginità di Maria. Ma per tutti i secoli dell’Età

moderna la donna, per via della maternità, è stata considerata, nella coppia

natura-cultura, eccessivamente spostata verso il primo di questi poli, con tutte

le conseguenze di questo eccesso di naturalità, in termini di mancanza di

libertà, di autonomia, di responsabilità, di ruolo sociale.

La donna europea (il suo ruolo è altresì influenzato dal rapporto Maria-

Giuseppe) non è mai stata una figura disprezzata, o buona solo per la

riproduzione, bensì, purché le condizioni di moralità e purezza fossero

salvaguardate, una rispettata compagna dell’uomo, e perfino una sua valida

sostituzione in caso di vedovanza o comunque di assenza della figura maschile.

Diversamente da altre, l’identità europea di cui parliamo si è costruita anche in

un particolare rapporto fra uomo e donna, fatto di originale miscuglio di

violenza e protezione, di subordinazione e condivisione.

In linea generale, senza il rapporto col maschio all’interno della famiglia, la

figura femminile risultava diminuita, per la sua irrimediabile inferiorità: Eva era

stata fatta da una costola di Adamo, ed era moralmente colpevole. Spesso non

aveva neppure piena capacità giuridica nei tribunali, ma necessitava di essere

accompagnata e spalleggiata da un padre, da un marito, da un figlio maschio.

Anche il rapporto col lavoro era molto diverso fra donne e uomini, se pure

facevano le stesse attività: per gli uomini il lavoro era di solito un’esperienza

collettiva, che comportava visibilità sociale, un’identità; per le donne invece

era un’esperienza individuale, che riceveva un senso solo nella famiglia.

Il modello cattolico di santità femminile più accreditato era nel percorso

individuale e del misticismo, della ricerca di un rapporto esclusivo con Cristo. Il

caso più emblematico è quello di santa Teresa d’Avila (1515-82), modello

spirituale di ricerca di un percorso strettamente personale di santità attraverso

il rapporto diretto e mistico con Cristo.

La donna era anche una figura socialmente fragile per quanto era esposta al

rischio di perdere l’onore: valore basilare nella società d’antico regime che una

volta perso non si recuperava più. Si perdeva con un comportamento

sessualmente trasgressivo o una gravidanza fuori del matrimonio, a cui le

giovani donne erano enormemente esposte, soprattutto da parte dei loro

padroni, ma anche da parte dei loro familiari. Lo stupro era un reato grave,

punito in genere solo con una pena pecuniaria, ma era anche un reato

frequente, così come frequenti erano i figli illegittimi, spesso abbandonati. 6

Le donne che avevano perso l’onore difficilmente riuscivano a sposarsi. La

prostituzione era ovunque tollerata e anche regolamentata.

L’intromissione del diavolo (identificato nella natura peccaminosa del sesso e

quindi soprattutto nella donna) nella società umana diventò sempre di più

un’ossessione nella coscienza degli europei, maggiormente dopo la metà del

Trecento e le donne furono più spesso concepite come l’anello debole della

catena della resistenza all’invasione demoniaca, così come Eva era stata

l’anello debole del precedente peccato originale. Sessualmente incontrollabili,

animalescamente condizionate da una natura irrimediabilmente danneggiata

dal peccato, le donne erano le prede preferite del demonio.

Verso la fine del Medioevo, il contrasto all’invasione satanica fu sempre più

frequentemente affidato all’azione giudiziaria. I procedimenti furono sempre

più spesso impostati col rito inquisitorio. Da quel momento si sviluppò

vigorosamente la demonologia, e la stregoneria fu perciò assimilata all’eresia.

Essa era tragicamente dannosa per la società, perché ledeva l’unità della

comunità cristiana, introducendo la sudditanza al diavolo, la terribile eresia di

Satana. Divenne quindi competenza di una categoria di tribunali ecclesiastici:

l’”Inquisizione”. Venivano estorte confessioni con le torture; le indagini

potevano concludersi con ammonizioni a tornare a una vita cristiana, ma anche

con la cosiddetta “riconciliazione” alla Chiesa, che prevedeva la salvezza

dell’anima, ma altresì il bando perpetuo dalla società civile, o concludersi con la

morte sul rogo.

L’Europa meridionale cattolica fu complessivamente meno feroce. La

centralizzazione dei tribunali dell’Inquisizione da parte della corona spagnola o

della Chiesa romana rese più attente e più garantite le procedure. Fece anche

prevalere una cultura consapevole della necessità di operare più con

l’esorcismo, la confessione e la preghiera, che con la sola repressione. Ben più

spietata fu nel mondo romano-spagnolo la caccia ai protestanti, o agli ebrei

fintamente convertiti.

Le streghe non facevano nulla di sostanzialmente diverso dai guaritori, dai

presunti medici, dagli esorcisti, e per questo avevano sempre clienti; ma non

essendo benedette dalla Chiesa, operavano dalla parte di Satana.

Bisogna attendere la fine dell’Età moderna, addirittura l’inizio del Novecento,

perché il problema della piena uguaglianza di diritti fra i due sessi fosse

dichiaratamente posto e rivendicato nella società occidentale. Anche una volta

raggiunto il diritto della piena capacità giuridica, nonché la parità coi maschi,

col codice civile della Rivoluzione francese, le donne dovettero però rassegnarsi

ad aspettare cent’anni, e più, per un ruolo teoricamente pari a quello degli

uomini nella vita pubblica.

V. In campagna e in città.

In campagna. Caratteristica europea era che a lavorare la terra fossero in

generale piccole aziende familiari; le tenute coltivate da schiavi o da servi non

c’erano più in Europa occidentale, non ancora in quella orientale. Quelle

coltivate da braccianti salariati erano eccezionali, alla fine del Medioevo.

L’Europa rurale moderna era dunque una civiltà contadina; se solo ogni

famiglia avesse avuto un pezzo di terra sufficiente su cui lavorare, senza dover

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mantenere ricchi e fannulloni cittadini, la società sarebbe stata perfetta

secondo la maggioranza dei contadini.

Coltivato a grano il suolo s’impoverisce e dev’essere lasciato riposare a lungo o

concimato, perciò la terra agricola era sottoposta ad un complesso sistema di

rotazioni biennali o triennali.

Per la maggior parte del tempo i campi erano aperti all’uso comune: vi

pascolavano le bestie di tutti i contadini del villaggio, vi si raccoglieva la paglia.

Nessuno poteva vendere o comprare i terreni comuni, o “demaniali”. Erano

fondamentali all’equilibrio del villaggio, perché i maggesi non bastavano alle

mandrie, e senza carbone e legna non si poteva cucinare e scaldarsi, né

costruire le case, gli attrezzi, i carri, gli oggetti di tutti i giorni. Viceversa, sui

terreni destinati alla coltura si doveva seminare quello che la rotazione

imponeva. Non era pensabile di sperimentare altre colture, altrimenti non ci

sarebbe stato da mangiare per tutti. In altre parole non esisteva la proprietà

privata della maggioranza del suolo agricolo, ma solo in una forma parziale,

intermittente, sottoposta a controllo superiore.

Tranne gli allodii, la terra aveva un signore, spesso nobile, il quale godeva di

una “proprietà emittente”, per la quale riscuoteva una sorta di tassa in denaro

o in natura: il significato sociale della signoria era di garantire sicurezza.

Anche la Chiesa riscuoteva una tassa per il mantenimento proprio e dei poveri:

la “decima”. E sempre più spesso anche il re esigeva il pagamento delle sue

tasse. I contadini non riuscivano mai a pagare tutti questi balzelli e spesso

s’indebitavano. La campagna era quindi complessivamente dominata.

Comprava e vendeva pochissimo, perché i contadini producevano in casa o

scambiavano in ambito locale quel poco di cui avevano bisogno; e subiva un

colossale prelievo che veniva portato e venduto in città.

In città. In città le cose andavano in maniera molto diversa dalla campagna. Le

risorse economiche e politiche in generale non erano soggette al sistema

signorile, si regolavano invece in base al “mercato”, tutelato, governato da una

pluralità di rapporti gerarchici e da una continua negoziazione dei conflitti e del

potere. I principali strumenti istituzionali del mondo del lavoro urbano erano le

corporazioni: associazioni fra padroni di botteghe artigiane dello stesso settore.

Esse controllavano il mercato e facevano a gara per il controllo della politica,

erano preziose per l’ordine pubblico, per la stabilità dei mercati.

Comunque la bottega corporata non era tutto. Esisteva una gran quantità di

lavori irregolari, alla giornata che componevano il mondo variopinto e disperato

della povertà urbana.

In campagna non c’era conflitto fra grandi, nello stesso territorio. Il potere era

stabile e scendeva dall’alto, e di norma era appannaggio di una sola famiglia

nobile, perché tutto era sotto la sua giurisdizione. Il signore prelevava risorse

in campagna e le spendeva in città, dove si consumava ricchezza e produceva

potere.

Le campagne e le città europee si sono temute e detestate. Hanno elaborato

modelli diversi, sociali e politici, utopie e mentalità divergenti. In campagna

l’uguaglianza e la terra. In città la libertà, la proprietà, il pluralismo giuridico,

gli equilibri fra i diversi soggetti, la possibilità di crescere e di competere;

inoltre però la concordia, l’armonia che queste differenze erano chiamate a 8

produrre, nell’interesse comune. I “contadini” e i “borghesi” sognavano valori

opposti, di uguaglianza i primi, di libertà i secondi. Le città sfruttavano lo

spazio rurale(“contado”): hanno rappresentato il protagonista vincente di un

grande modello di conflitto e di sfruttamento, che ha mostrato come si possono

gestire politicamente e culturalmente i dominati. Gli europei ne hanno tratto

grandi insegnamenti per governare il resto del mondo.

VI. La vita contro la morte.

Fra le mura urbane nel breve periodo era più probabile sopravvivere, perché

qualcuno doveva pur assicurare i rifornimenti alimentari, ma a lungo termine

era più probabile morire perché il sovraffollamento e le malattie facevano

strage. Si viveva in equilibrio precario fra uomo e ambiente, con una quantità

di cibo di solito appena sufficiente per nutrire la popolazione. Da un anno

all’altro, anche solo per un’annata più fredda e piovosa, potevano morire o

comunque sprofondare nell’indigenza e nella fame, essere costretti alla

mendicità, al vagabondaggio, perdere la condizione che forniva loro l’identità:

la famiglia, il villaggio la comunità dove erano nati, vivevano e lavoravano.

Con la carestia, la popolazione era più esposta alle epidemie e il commercio

non poteva sopperire alla mancata produzione di grano, tanto meno in tempi

rapidi. Perciò il primo compito della politica era prevenire se possibile le

carestie, attrezzarsi a fronteggiare le emergenze con scorte alimentari capaci

di garantire la sopravvivenza. E tali condizioni erano causa di una spirale

depressiva di decrescita demografica: la mortalità perinatale portava via un

quarto della popolazione e altrettanto quella infantile o nell’adolescenza. La

popolazione europea cresceva quindi con estrema difficoltà, e a volte crollava

brutalmente.

Alla fine del Duecento, gli abitanti dell’Europa erano arrivati a poco meno di

cento milioni, per più della metà nella parte occidentale e meridionale del

continente, più fertile e dal clima mite, dove la densità non era bassa, ed erano

cifre vicine ai massimi di quanto l’agricoltura potesse nutrire. Nel 1348 una

spaventosa tragedia biologica si abbatté sul continente: tornò la peste, che da

secoli non si vedeva, e in pochi anni portò via un terzo della popolazione. Da

allora, per quattro secoli, tre flagelli lavorarono insieme per compromettere lo

sviluppo demografico dell’Europa: la guerra, la fame e la peste. Ogni quindici o

vent’anni in media la peste spazzava via l’Europa, frequentemente portata

dagli eserciti. In campagna, l’agricoltura, devastata dai fatti d’arme o dal

contagio, mancava di braccia per i raccolti. Con la caduta della produzione

agricola, i prezzi s’impennavano e costringevano le città a convogliare tutte le

loro risorse per le “sussistenze”, a indebitarsi, e quindi anche a rinegoziare i

rapporti di potere. Ci sarebbero voluti quasi trecento anni, fino all’inizio del

Seicento, perché il tetto dei cento milioni di abitanti fosse raggiunto e

superato, e poi un altro secolo perché l’economia europea cominciasse ad

accumulare energie per crescere.

Divenne ancora più forte che nel Medioevo l’intimità con una morte che colpiva

gli uomini non più solo come l’inesorabile evento naturale che pone fine alla

vita, ma come flagello divino inviato a punizione dei peccati. Ne nacque una 9

cultura macabra e un’esasperazione religiosa della presenza del Male nella vita

umana.

Nel 1274, al concilio di Lione, era stata sancita l’esistenza di un luogo, diverso

dall’inferno e dal paradiso, del quale si incominciava a discutere d alcuni

decenni, dove le anime attendevano il giudizio finale, e intanto pagavano una

per una scotto dei loro peccati, secondo le responsabilità individuali, anziché

essere sprofondate nel sonno collettivo dell’attesa di un giudizio universale

forse uguale per tutti al ritorno di Cristo. Il “purgatorio” rispondeva anche alla

cultura popolare, con la rassicurazione che i morti erano subito custoditi in un

luogo dal quale non erano in grado di tornare a interferire con l’esistenza dei

vivi e dove ricevevano le preghiere di suffragio, ma senza poterle pretendere.

Con il purgatorio, il “lavoro del lutto” subì una sistemazione che diventò tipica

dell’Europa moderna. La morte dei poveri rimase un destino naturale e

collettivo, con sepoltura in fosse comuni intorno alle chiese, mentre quella delle

persone di ceto elevato diventò un evento individuale. La buona morte fu da

allora un momento cui si pensava per tutta la vita, atteso e preparato dal

testamento. E poi era seguita dalle messe di suffragio che accompagnavano,

abbreviavano, alleviavano la residenza nel purgatorio. E così la morte è

rimasta per tutta l’Età moderna, fino a che la contemporaneità l’ha

progressivamente ridotta ad un evento inesorabile ma totalmente ripugnante,

combattuto, odiato e occultato, non più un acquisto, un “transito” verso la vita

eterna, ma una perdita totale, uno scivolare nel nulla.

Benché ideologicamente sistemata e ritualizzata, la morte faceva paura, come

è ovvio, e ancora di più se improvvisa; se non poteva essere officiata con la

famiglia, né preparata dalla confessione dei peccati e dai conforti dell’estrema

unzione. Fra Tre e Quattrocento, la vicinanza della morte, la paura, la ricerca di

salvezza divenne un tratto profondo dell’identità europea.

Probabilmente l’esplosione dei temi macabri nel Quattrocento fu l’altra faccia di

un desiderio insaziabile di vita, di lusso. Quest’ondata di gusto per la vita

percorse la cultura urbana, in particolare nell’Italia centro-settentrionale e nei

Paesi Bassi, e contribuì al più straordinario risveglio culturale europeo: il

Rinascimento. Per la prima volta dall’antichità, la cultura prendeva

sistematicamente una direzione laica, non invocava la vita eterna dopo la

morte, ma faceva appello all’esistenza terrena contro la morte: alla bella

giovinezza ”che si fugge tuttavia”. E anche questa fu una risorsa degli europei,

un altro prerequisito della loro avidità e aggressività.

Capitolo secondo: I sistemi politici

VII. L’Impero e la Chiesa.

L’impero. L’Europa della fine del Quattrocento aveva al suo “centro” l’Impero,

l’unico impero europeo, poiché quello d’Oriente era stato spazzato via nel 1453

dai turchi ottomani.

Si estendeva dalle pianure polacche e ungheresi al cuore della Francia, e dal

Mare del Nord e del Baltico sino al Tirreno. Non era uno Stato, non una

nazione, non era un’unica comunità linguistica, giuridica, istituzionale. Ben 10

presto non sarebbe stato più neppure una comunità religiosa. Era invece una

specie di confederazione di decine e decine di città prevalentemente tedesche,

accomunate da una collocazione geopolitica al centro della cristianità

occidentale. Era una galassia creata da vincoli di sottomissione di tipo

personale, di libertà concesse come benefici elargiti dall’imperatore in cambio

di fedeltà.

Alla base c’era un’idea religiosa di comunità cristiana, e un’idea di gerarchia e

di politica di matrice feudale, fondata sull’affidamento a un signore di una

giurisdizione su di un territorio: una immunitas; e del relativo reddito: un

beneficium. Due importanti istituzioni di questo sistema erano anche l’auxilium

(che le comunità soggette dovevano al potere centrale) e il consilium

(consenso a cui le classi dirigenti erano tenute), in cambio di riconoscimenti,

protezioni e privilegi.

Progressivamente le varie unità territoriali avevano cercato di rendersi sempre

più autonome, e molte di loro avevano finito col diventare “Stati patrimoniali”;

il modo migliore per suggellare gli accordi politici e le alleanze internazionali

erano i matrimoni.

Tranne che sul piano religioso, sul quale la conformità era in generale richiesta,

la questione dell’identità di un paese, dell’appartenenza comune di una

popolazione a un’unica tradizione politica e civile si poneva soltanto ad un

livello strettamente locale. Ma poi ogni comunità poteva transitare da una

fedeltà all’altra. Nell’Impero c’erano, inoltre, parecchi principati e territori

ecclesiastici. Il legame fra tutti questi ordinamenti territoriali era leggero, più

rituale e cerimoniale che propriamente politico, e per noi difficile da capire. Ora

al centro della politica mettiamo il governo, il controllo di un territorio le leggi;

mentre allora si mettevano le gerarchie e i rapporti di subordinazione e di

lealtà. C’era un’assemblea rappresentativa, la Dieta (Reichstag); aveva una

camera dei feudatari e una delle città. Al vertice c’era una piccola Dieta

“elettorale”, composta solo dai sette membri più importanti del consesso.

Avevano il compito di eleggere l’imperatore, in teoria liberamente, benché

ormai all’interno di una stessa famiglia, gli Asburgo granduchi d’Austria. Gli

“elettori” erano quattro laici e tre ecclesiastici.

Da un paio di secoli l’Impero era in crisi politica e ideale ed in competizione con

la più importante monarchia rivale: la Francia. L’imperatore Massimiliano I

(1459, 1493-1519) attuò una politica matrimoniale austriaca. Sposò Maria,

figlia del duca di Borgogna (da cui ereditò i Paesi Bassi). Rimasto vedovo sposò

la nipote di Ludovico Moro, signore di Milano; organizzando, infine, il

matrimonio di suo figlio Filippo il Bello con l’ereditiera della corona spagnola,

Giovanna la Pazza, nel tentativo di unire l’impero alla Spagna e altri territori

per circondare la Francia.

La Chiesa. L’Impero aveva una capitale ideale paradossalmente fuori del suo

territorio: Roma. Era il centro del più importante Stato ecclesiastico, incapace

di difendersi militarmente da solo, ma perfettamente in grado di imporsi

politicamente. Il capo della Chiesa, il papa, era tenuto al celibato, perciò non

poteva avere eredi legittimi; era quindi sovrano temporale di uno Stato simile

agli altri Stati patrimoniali europei, che, però non era suo, né della sua famiglia

Il papa era eletto dal Collegio cardinalizio, ma egli stesso nominava i vescovi, 11

sin dal XI secolo. Forse la Chiesa romana era stata un tempo vicina a una

presunta purezza primitiva, o così si favoleggiava. Certamente non lo era più.

Dal XII secolo in poi, era invece un grande, influente e ricchissima macchina di

potere terreno, contesa dalle case regnanti. La Chiesa di Roma si era poi

spaccata in due, addirittura in tre, per riunificarsi nel 1417. La Boemia si era,

di fatto, distaccata, seguendo l’eresia di Jan Hus (1369-1415); condannato al

Concilio di Costanza, Hus era stato bruciato vivo sul rogo per la sua

insubordinazione a Roma, e la Boemia era stata investita militarmente per

essere ricondotta all’obbedienza, ma aveva resistito. Separarsi da Roma

cominciava a sembrare il modo giusto per liberarsi dalla terribile avidità in cui

la Chiesa era sprofondata e per rimediare all’oblio dei precetti evangelici.

Grande importanza si dava una frase di San Paolo (epistola ai romani): “ Non

c’è nessun potere che non discenda da Dio”. La particolarità storica dell’Europa

occidentale era che la linea attraverso la quale il potere discendeva da Dio si

era sdoppiata: Impero e Chiesa. Si poteva ritenere che solo alla Chiesa

toccasse di legittimare il potere temporale, e quindi di esercitare l’effettiva

suprema sovranità; o al contrario, che dovesse limitarsi al potere spirituale, e

lasciare che la politica fosse decisa da Cesare. Perché Gesù aveva detto: “Date

a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”.

Comunque, la comune origine divina, riunificata poi l’esercizio del potere e quel

dualismo non si avvertiva, fra il prete e il signore.

La Chiesa aveva, inoltre, un ruolo fondamentale nella giustificazione e nel

mantenimento dell’ordine sociale e della legge. Era l’unico mass medium

veramente efficace, aveva il monopolio dell’assistenza ai poveri e ai malati ed

era quindi l’unico ammortizzatore sociale.

VIII. Monarchie occidentali e il controllo del territorio.

Ad ovest dell’Impero e dei domini della Chiesa, si rafforzavano alcune

importanti monarchie con capacità di controllare e amministrare dal centro un

territorio compatto. Questa competizione per la sicurezza e il controllo del

territorio è stata definita come il processo di costruzione dello “Stato

moderno”, in cui la Francia, l’Inghilterra, la Spagna e il Portogallo erano “più

avanti”. Il termine “nazionali” per definire le monarchie dell’Europa occidentale

alla fine del Quattrocento è prematuro. Infatti “nazione” voleva dire allora, e

ancora per tre secoli, comunità a cui si appartiene per nascita, senza alcun

rapporto con i sistemi politici. I sopraccitati Stati prima degli altri hanno

cominciato ad abituarsi all’idea che ad ogni sistema politico dovesse

corrispondere una nazione e viceversa.

Il Portogallo. Benché ridotto come dimensione e popolazione, era però pieno di

risorse, e molto ambizioso, e per certi versi il modello più riuscito di

costruzione del sistema politico statale. Inevitabilmente si confrontava con

l’egemonia spagnola, ma era indipendente. Nel 1497 il portoghese Vasco de

Gama fu il primo europeo a raggiungere l’India per mare, circumnavigando

l’Africa, ponendo così le basi di un grandissimo impero commerciale

portoghese. Nel 1580, la Spagna sarebbe riuscita ad occupare il Portogallo, ma

per soli sessant’anni. 12

La Spagna. La Spagna aveva portato a termine la sua formazione territoriale

da poco tempo, e all’inizio del Cinquecento non aveva ancora una capitale. Il

Regno di Castiglia, con la sua regina Isabella (1451, 1474-1504), si era unito

nel 1479 al Regno di Aragona, che era di Ferdinando II (1452, 1479, 1516),

appartenente a una dinastia castigliana, del resto, unire i patrimoni pose le

premesse per la creazione di una comunità nazionale, con prevalenza

dell’identità castigliana. Pochi anni dopo, nel 1492, i due “re cattolici”

occuparono il piccolo regno musulmano di Granada scacciandone la classe

dirigente, che emigrò in Marocco, e sottomettendone la popolazione. Con la

reconquista la monarchia spagnola era “più avanti” nell’affermazione del

carattere nazionale, centralizzatore e protettivo. Era però ancora pluralista dal

punto di vista culturale e religioso, fra cattolicesimo, islam ed ebraismo, e su

questo terreno stava per fare scelte drastiche e drammatiche. Nel 1492, lo

stesso anno dell’occupazione di Granada, ebbe la fortuna e l’intelligenza di dare

ascolto a Cristoforo Colombo.

La Francia. Grande potenza, il paese più ricco e popoloso, la culla culturale e

politica dell’Europa medievale. Nel 1453 aveva scacciato gli inglesi dal suo

territorio, dopo l’interminabile “guerra dei Cent’anni” e l’unione effettiva e

definitiva avvenne nel 1532.

Il re di Francia che aveva impresso una svolta decisiva era Luigi XI (1423,

2461-83). Aveva fatto piegare la testa alle dinastie feudali e aveva, di fatto,

accresciuto il patrimonio della Corona da farlo praticamente coincidere con il

territorio “nazionale”. Indietro rispetto gli spagnoli nel controllo delle coscienze,

per il momento, del resto, la Francia non era minacciata nell’integrità culturale

e religiosa.

L’Inghilterra. Impegnata nella razionalizzazione centralistica delle proprie

istituzioni, l’Inghilterra aveva cercato di impossessarsi della Francia nella

guerra dei Cent’anni, durante la quale si era distinta Giovanna D’Arco(la “

pulzella d’Orléans”), mettendosi alla testa di un vero e proprio precocissimo

movimento di riscossa nazionale francese. Morì al rogo nel 1431.

La dinastia reale britannica dei Plantageneti era di origine francese, per questo

motivo aveva tanti possedimenti feudali in Francia e aveva sognato di

impadronirsi di quel paese. Poi il conflitto si era trasformato in una guerra

civile, fra i due rami dei Plantageneti, i Lancaster e gli York, che si erano

contesi il trono di Londra dal 1450 al 1485, nella guerra delle Due Rose. Alla

fine Enrico VII Tudor (1457, 1485-1509), Plantageneto per parte di madre,

aveva preso il trono.

Teoricamente padrona dell’Irlanda dalla fine del XII secolo, l’Inghilterra la

sottomise effettivamente nel XIV, e le tolse ogni autonomia nel 1494. Pochi

decenni più tardi l’Inghilterra aderì alla Riforma protestante, gli irlandesi si

attaccarono sempre più al cattolicesimo. Verso nord invece l’espansione inglese

era per ora esclusa dalla presenza del Regno di Scozia”, con cui Enrico VII

impostò però un’alleanza matrimoniale, tramite la figlia, alleanza destinata ad

unire le corone cent’anni dopo. 13

IX. La competizione per la giustizia e le assemblee di stati.

Cominciava il declino dell’idea che la società con i suoi istituti nobiliari, religiosi,

urbani potesse quasi governarsi da sé.

Il nuovo ruolo accresciuto delle monarchie richiedeva, però risorse, per

sostenere i conflitti con aristocrazie, Chiese e città. Tradizionalmente i re le

ricavavano da due origini: dai loro beni patrimoniali e dai contributi che

ricevevano dalla Chiesa, dall’aristocrazia e dalle città, in linea di principio

concordandoli con i loro rappresentanti nelle “assemblee di stati”. Il prelievo

diretto di risorse da parte del re era considerato materia di discussione, e

questo era il maggiore ostacolo al rafforzamento politico della monarchia, un

contrappeso oligarchico tradizionalista con cui le monarchie dovevano

confrontarsi.

In tutti i regni europei erano, infatti, presenti assemblee rappresentative le

quali davano voce alle tre grandi risorse delle società medievali: la Chiesa, la

nobiltà e le città. Il primo ceto, per dignità, era il clero; il secondo per rango

era l’aristocrazia; il terzo composto da tutti gli altri, dai non privilegiati. Le

“assemblee di stati” concedevano al re l’imposta e in alcuni casi discutevano le

scelte politiche: erano un elemento repubblicano che difendeva le “libertà. A

sedere in queste assemblee rappresentative erano comunque oligarchie che

potevano prendere la parola per il resto dei sudditi: la “parte migliore” di ogni

ceto, la sanior pars. Le “assemblee di stati” si consideravano sovrane alla pari

del re e “antiche quanto la monarchia”. Ma non lo erano. Caratterizzavano solo

da un paio di secoli le monarchie feudali: le Cortes in Spagna, gli Stati Generali

in Francia, il Parlamento in Inghilterra.

Dei tre, il paese dove meglio l’istituto rappresentativo sarebbe riuscito a

difendere il suo ruolo era l’Inghilterra, dove era bicamerale (camera dei Lord e

dei Comuni). Sarebbe stato seriamente minacciato solo per una ventina d’anni

nella prima metà del Seicento, ma avrebbe poi trionfalmente vinto la sua

partita.

In Francia a metà del Trecento c’era stato un momento acuto di conflitto fra la

monarchia e gli Stati Generali, da cui la monarchia uscì rafforzata.

L’ordine pubblico, l’offerta di sicurezza era la grande arma del re. Gli Stati

Generali rimasero vivi per altri due secoli e mezzo, fino all’inizio del Seicento,

quando furono liquidati da una monarchia ormai consolidata.

La competizione per la sicurezza e la protezione, fra monarchia e oligarchie

tradizionali era essenzialmente una questione di giustizia e di tribunali, e di

capacità di farne rispettare le sentenze. Spesso, per ogni contenzioso c’era una

diversa aula di giustizia e tutte insistevano sullo stesso territorio, ciascuna con

una sua forza pubblica, spesso in competizione. Così nacquero ovunque i

supremi tribunali del re: in Francia si chiamavano Parlamenti, in Inghilterra

Camera Stellata, in Spagna Audencia regia.

Ma l’esempio più importante e drammatico del successo politico del sovrano fu

nel controllo delle coscienze, proprio in Spagna, che assegnò alla politica un

campo della giustizia che in Occidente non le era mai stato attribuito, con

enormi implicazioni di carattere culturale. Nel 1479, lo stesso anno

dell’unificazione del regno, i re cattolici si diedero uno strumento politico e

giudiziario per rafforzare insieme l’unità del paese: l’Inquisizione. Il suo 14

compito era di difendere l’ortodossia religiosa e la sua novità era che, pur

essendo affidata a giudici ecclesiastici, al vertice dipendeva dalla Corona. Il

fatto è che l’uniformità delle coscienze era in Spagna un problema più acuto e

politicamente più grave che altrove; c’erano, infatti, tanti musulmani ed ebrei e

fra loro potevano nascondersi minoranze ostili che forse minacciavano la

sicurezza, guardando alla superpotenza musulmana dei turchi. Nel 1492, anno

della presa di Granada, insieme con la classe dirigente musulmana furono

espulsi anche gli ebrei, i quali se non accettavano la conversione si rifugiavano

in Oriente. Viceversa, i convertiti rimanevano sotto stretta vigilanza speciale

dell’Inquisizione per decenni.

Ora che i re cattolici avevano unificato il paese, dovevano produrre una cultura

dell’uniformità e dell’ortodossia e l’Inquisizione fu una scelta d’avanguardia. Si

tratta anche del più grande esempio dl modo con cui la monarchia spagnola

cominciava a centralizzare il controllo politico con una produzione di novità

istituzionali. Non si lasciava più campo libero ai vescovi, il re nominava invece

un “grande inquisitore” e lo metteva a capo di un istituto: il “Consiglio della

Suprema e Generale Inquisizione” che a sua volta nominava gli inquisitori e

controllava tutte le pratiche.

L’Inquisizione doveva difendere gli spagnoli dal pericolo dello sbandamento

delle coscienze e anche assicurare il massimo livello di giustizia e di correttezza

nell’accertamento della verità. I suoi interrogatori erano accompagnati da

torture; a chi si era allontanato dall’ortodossia veniva richiesto di abiurare, me

rimaneva comunque un sorvegliato speciale, e se ricadeva nell’eresia doveva

essere “riconciliato” alla fede, il che significava lasciato in vita, ma espulso per

sempre dalla società civile o, nei casi più gravi, “rilasciato” al boia, per essere

bruciato vivo in una piazza nel cosiddetto “atto di fede” (auto da fé). Il primo

grande inquisitore fu il domenicano Tomàs de Torquemada (1420-98) che ne

stabili codici e modalità. L’Inquisizione fu in un certo senso populista:

indulgente con gli umili e spietata con i grandi e gli intellettuali. Stroncò la

diversità, cercò di educare gli spagnoli al conformismo e all’intolleranza.

X. Il Mediterraneo orientale e i turchi.

Il bacino orientale del Mediterraneo era un mosaico di popoli, di lingue, di

culture, e anche di centri di potere. Nulla era stato così duramente così

duramente dalle prime invasioni barbariche, come invece in Occidente. Le

istituzioni politiche dell’Impero romano non si erano indebolite così gravemente

e le Chiese cristiane non avevano imparato a tenere testa al potere politico,

tanto meno avevano preteso di considerarsi superiori; si era totalmente

“lasciato a Cesare quel che è di Cesare”. Addirittura era avvenuto l’inverso: la

politica era sempre più intervenuta perfino nel dibattito teologico, fin dall’epoca

di Costantino. A Costantinopoli, la Chiesa non pretendeva affatto di controllare

la politica, perché Gesù aveva detto: “Il mio Regno non è di questo mondo”. Al

contrario, l’imperatore d’Oriente aveva imposto la sua soluzione su “ciò che è

di Dio”, perché i sovrani si definivano “uguali agli apostoli”: questa interferenza

è chiamata “cesaropapismo”. La mancanza di una radicata aristocrazia feudale

e della potente Chiesa romana rendevano la politica dell’Impero romano

d’Oriente paradossalmente ipertrofica e fragile. 15

A partire dal VII secolo il cristianesimo orientale era stato aggredito dall’islam,

che è, diversamente dal cristianesimo, un monoteismo assolutamente radicale.

Inoltre nell’islam “sunnita” (maggioritario) è ancora più lieve che nel

cristianesimo orientale la distinzione fra potere religioso e potere politico. Il

Profeta aveva combattuto in questo mondo, e così i suoi successori, che erano

stati uccisi nelle lotte di potere. Dio dunque voleva che le cose andassero così,

su questa terra, che la sua comunità di credenti fosse implicata nella conquista

del governo del mondo. La sovranità suprema era del califfo, il successore del

Profeta, quello che è di Cesare è di Dio e viceversa. Non c’era nessuna base

culturale per uno sdoppiamento di gerarchie di potere. Gli altri, in non

musulmani, potevano continuare a esistere e anche a governarsi secondo le

loro leggi, ma su concessione del califfo, e purché si sottomettessero all’islam.

Il cristianesimo orientale e l’islam si assomigliavano su un punto: che la

politica dominava la gerarchia ecclesiastica, e se ne serviva come strumento

diretto di dominazione. Una prima grande distanza fra Occidente e Oriente

stava dunque nell’identificazione, in Oriente, dei due grandi poteri, che

l’Occidente invece distingueva: il potere spirituale e temporale.

Una seconda differenza era nella natura della legge, che in Oriente coincideva

con la volontà del sovrano. In Occidente al contrario era considerata un

patrimonio ereditato dal passato e regolato da una serie di consuetudini. Le

leggi, più che la legge, le giustizie, più che la giustizia, le corti, più che la

corte: un patrimonio complesso di norme, che toccava ai giuristi interpretare.

Il potere politico non poteva dettare le leggi, ma al massimo vigilare con i suoi

ufficiali. La tutela della giustizia era in Occidente una continua negoziazione sui

confini tra le diverse magistrature, fra i sovrani, i signori, la Chiesa, le città. In

Oriente niente di tutto questo. La legge era il dono della sua volontà, che il

sovrano faceva al popolo, dandogli giustizia a protezione dei deboli. In

Occidente si è chiamato questo sistema politico-giuridico “dispotismo: un solo

Dio in cielo, un solo Re in terra.

Nel XII secolo in Anatolia si installarono i turchi, nomadi combattenti,

organizzati con una sorta di democrazia militare tribale. Avevano aderito

all’Islam, e dalle culture islamica e persiana ricavarono più complessi modelli di

società e di politica. Una delle tribù turche, gli “ottomani”, costituì uno Stato

molto forte nell’Anatolia occidentale, proprio di fronte a Costantinopoli. Nel XIV

secolo i turchi ottomani conquistarono gran parte della penisola balcanica,

sconfiggendo l’aristocrazia serba nella battaglia di Kosovo del 1389. All’Impero

d’Oriente era rimasta la città di Costantinopoli e un piccolo territorio, fino al

1453, anno dell’assedio finale. Il ventenne sultano Maometto II il

Conquistatore, entrato in Costantinopoli si trovo dinnanzi il millenario tempio

voluto da Costantino, emblema del cesaropapismo. Maometto non osò raderlo

al suolo, ma lo trasformo in moschea una volta distrutti tutti gli “empi”

mosaici. Solo allora il sultano fu insignito della qualità del califfo: successore

del Profeta, e fu pienamente e legittimamente alla testa dei due poteri. I

sultani lasciarono però che i cristiani sopravvivessero come comunità, così

come gli ebrei, purché pagassero le tasse e riconoscessero lealmente il

governo turco. Tali millet (“comunità nazionali” prive di base territoriale) si

integrarono nel sistema imperiale. Negli stessi anni in cui la Spagna

sottometteva e soggiogava i musulmani di Granada, i turchi creavano un 16

sistema amministrativo che permetteva alle minoranze di sopravvivere e le

accoglieva.

Scopo della politica in Oriente era l’uso della forza. Tramite essa si impone la

giustizia, a protezione dei deboli, la quale assicura la prosperità, la quale a sua

volta fornisce alla politica le risorse per mettere in campo la forza. Nell’Oriente

ottomano la politica si orientò su un sistema di funzionari, e l’esercito su corpi

professionisti di militari, selezionati e formati fin dall’infanzia all’esercito

dell’amministrazione e delle armi.

Tutto l’Oriente musulmano era grande acquirente di schiavi, non

necessariamente solo per ricoprire ruoli subalterni. In Egitto erano anzi

diventati da tempo il ceto militare e politico dirigente: i mamelucchi, o “schiavi

bianchi”. A Istanbul, schiave e straniere erano le mogli dei sultani, rinchiuse

nell’harem, a loro volta custodite da altri schiavi, potenti e rispettati: gli

eunuchi. Benché in generale la famiglia turca fosse bilaterale, quella del

sultano era rigidamente patrilineare, e le mogli schiave non incidevano sui

rapporti di parentela del suo lignaggio. Le province furono governati dai visir e

a capo del governo c’era il gran visir. Il nucleo più potente della forza armata

fu composto dal corpo dei giannizzeri. Fra il sultano, i visir e i giannizzeri i

rapporti erano improntati all’uso inflessibile della disciplina e della forza. Per

evitare i conflitti di successione, Selim I (1470, 1512-20) scelse il sistema più

drastico e tragico: la morte dei suoi figli, fratelli di Solimano, destinato a

succedergli.

XI. Ai confini orientali dell’Europa.

Nel secolo successivo alla presa di Costantinopoli, i turchi divennero

terribilmente minacciosi per l’Europa. Sottomisero tutta la penisola balcanica

cristiano-ortodossa ed entrarono in conflitto diretto con la cristianità cattolica

occidentale, spingendosi fino a minacciare Venezia e Vienna. L’unico Stato

cristiano-ortodosso che sopravvisse all’impatto fu un piccolo principato slavo,

destinato però a un grande futuro: la Moscovita. Il principe Ivan III, quello che

aveva respinto l’invito papale a essere nominato imperatore d’Oriente comincio

una grande espansione verso est, fino a superare gli Urali. Questa sorta di

reconquista russa verso est avveniva in spazi sostanzialmente vuoti o abitati

da popolazioni nomadi. Nella società russa la guerra era marginale, occasionale

e mal vista: tutto il contrario del caso castigliano e in generale occidentale. La

nobiltà russa dei “boiari” era soltanto un’oligarchia di grandi proprietari terrieri,

non di guerrieri, che non avevano conosciuto l’esperienza feudale. Si

consideravano ampiamente sganciati tanto dall’obbedienza quanto dalla fedeltà

al potere centrale, e tali rimasero fino a Ivan IV il Severo (o il “Terribile”;

1530, 1547-84). Ivan IV fu appunto “terribile” con i nobili boiari, che eliminò

come ceto dirigente; non molto più terribile però di quanto lo fosse stato Luigi

XI un secolo prima in Francia. La Chiesa ortodossa si inchinava, secondo la

tradizione cesaropapista, alla supremazia del potere politico. Con la caduta

dell’Impero d’Oriente, Mosca diventava il nuovo centro della cristianità

orientale greco-ortodossa: la “terza Roma”. Nel 1503, un grande concilio,

convocato da Ivan III, discusse il problema del rapporto spirituale e temporale:

alla Chiesa restavano le sue ricchezze, in cambio di un appoggio attivo alla 17

politica del principe autocrate. Il sovrano russo cominciò a fregiarsi del titolo di

cesare, o “zar”: un imperatore. In Russia non c’era un’assemblea

rappresentativa dei ceti; ci furono sporadicamente dei “consigli della terra”,

riunioni eccezionali di boiari, clero e popolo di Mosca, ma non avevano il peso

istituzionale, la stabilità, il prestigio, il rango, il seguito per contrastare il

dispotismo autocratico.

A fronteggiare i turchi, la prima linea della cristianità occidentale era costituita

da due grandi e prestigiose monarchie: la Polonia e l’Ungheria. In un certo

senso si può dire che questi paesi erano troppo poco dispotici, eccessivamente

preda della capacità dei loro nobili di difendere le loro prerogative. Mancavano

insomma di un requisito fondamentale per tenere testa politicamente e

militarmente alle sfide che venivano da Oriente. Questo requisito era la

capacità delle rispettive Corone di contrastare le aristocrazie terriere e di

contenere le spinte pluraliste. Per evitare una crescita incontrollata dei salari

agricoli, in un momento in cui il grano polacco cominciava a trovare sbocchi

commerciali in Occidente e saliva il prezzo, fu introdotta la servitù “della

gleba”, che in Occidente era ormai quasi completamente abbandonata. La

stessa cosa avvenne in Russia. Nel 1590 un Ukaz avrebbe abolito la mobilità

del giorno di San Giorgio e fissato i contadini sulla terra.

Il Mediterraneo, tanto musulmano quanto cristiano, era un grande

consumatore di schiavi; le pianure cerealicole dell’Europa orientale divennero

invece popolate di servi. La trasformazione dei contadini polacchi e russi in

servi avrebbe finanziato lo sviluppo, così come molto più tardi, nel Settecento,

la tratta degli schiavi avrebbe fornito lavoro a poco prezzo per le piantagioni di

zucchero e di cotone americano, e avrebbe, anch’essa, significamene finanziato

la crescita. I risultati politici di questo uso della dominazione per alterare il

mercato del lavoro sono stati del resto divergenti, e perfino contrastanti.

L’aristocrazia polacca si rafforzò enormemente, i boiari russi invece venivano

sottomessi da Ivan il Terribile, e spogliati delle loro ricchezze. Come indennizzo

del rango politico che perdevano, e perché fossero legati lo stesso e sottomessi

all’autocrazia, i nobili russi ricevettero il medesimo regalo dei polacchi, quello

del dominio personale dei contadini, quando erano diventati politicamente

inoffensivi, mentre i magnati polacchi erano loro a sottomettere, di fatto, la

monarchia, e diventavano arbitri del paese. Nel 1505 la Dieta polacca ottenne

il potere legislativo e nel 1572 avrebbe dato il colpo decisivo all’istituzione

monarchica, trasformandola in elettiva, fino al vero e proprio suicidio

istituzionale del liberum veto, che avrebbe portato la Polonia alla paralisi

politica, e al disastro.

I magnati ungheresi erano altrettanto potenti: fin dal 1222 la nobiltà magiara

aveva ottenuto il carattere elettivo della sua monarchia. Purché l’Ungheria non

diventasse uno stato patrimoniale e nazionale, i magnati preferivano indebolire

le istituzioni statali centrali, proprio quando il paese stava per essere investito

dalla superpotenza ottomana. Il momento di maggior forza dell’Ungheria fu

durante il regno di Mattia Corvino (2440, 1458-90); nel trentennio seguente il

paese si indebolì di nuovo, finché, invaso per metà dai turchi, finì con l’entrare

stabilmente, per l’altra metà, nei domini assurgici. 18

Capitolo terzo: La scoperta delle complessità

XII. Le esplorazioni geografiche e la scoperta dell’America.

Le prime grandi novità della proiezione all’esterno dell’Europa vennero dal

Portogallo. Qui un eventuale sviluppo della borghesia non è rilevante, poiché il

Portogallo del Quattrocento non era né un paese particolarmente urbanizzato,

né particolarmente all’avanguardia. Era invece una terra di marinai e di

pescatori, guidata da una nobiltà agguerrita nell’affrontare in maniera ostile il

mondo islamico. In ogni caso dimostrò una straordinaria vitalità: in pochi

decenni mise in piedi un impero sterminato, dal Brasile all’Indonesia, con basi

commerciali ovunque, in Africa e in Asia. La sua risorsa più originale era

probabilmente politica, perché era uno Stato dotato di un governo più

accentrato, più forte di quello degli altri paesi occidentali.

Il Portogallo era alla ricerca di tre merci: oro, schiavi e spezie; l’Asia vendeva

agli europei tessuti preziosi o spezie, e non comprava niente, e voleva essere

pagata in oro. L’unico oro che arrivava in Europa proveniva dall’Africa a sud del

Sahara; nel 1415 il terminale carovaniero in Marocco.

Le stesse carovane portavano anche donne e uomini neri: schiavi. Una volta

venduti, con un’eventuale conversione potevano salvarsi l’anima, ma non più

cambiare il loro destino che era sempre di una condizione infima, a differenza

del mondo arabo-turco.

Le spezie arrivavano anche con le carovane sahariane, ma in misura molto più

ridotta di quelle portate dall’Oriente. Il commercio tradizionale era ora

intralciato e reso più oneroso dal sempre più invadente e oculato controllo

fiscale turco sugli scali del Levante. Naturalmente sarebbe stato conveniente

evitare l’intermediazione araba e andare a prendere le spezie direttamente

all’origine; cercare altre strade: aggirare il Marocco, e forse perfino, facendo il

periplo dell’intero continente, arrivare alla stessa India.

La spinta organizzativa più forte all’espansione portoghese venne da uno dei

più altolocati aristocratici, signore dell’Algarve, Enrico “il Navigatore” (1394-

1460); progressi tecnici erano stati compiuti: la caravella, la bussola,

l’astrolabio. In ogni caso le esplorazioni portoghesi quattrocentesche erano

ancora prevalentemente lungo la costa Africana. Fu Bartolomeo Dìaz (1450?-

1500) a sperimentare il salto psicologico più importante, quello di abbandonare

le coste, e affrontare l’oceano aperto, nel 1487. Passò al largo del Capo di

Buona Speranza, e fu certo di aver individuato l’estremità meridionale del

continente nero, e di aver aperto così la “via delle Indie”. Dieci anni dopo,

Vasco da Gama (1469?-1524) portò a termine l’impresa. Tre anni più tardi, nel

1500, un altro portoghese, Pedro Alvares Cabral (1468?-1525?), manovrando

lungo una rotta più occidentale, si imbatté nel Brasile. In brevissimo tempo, i

piloti portoghesi erano riusciti a trovare una via eccezionalmente sicura per

l’India.

Negli anni Settanta, Cristoforo Colombo (1447?-1506), aveva un’altra idea

sulla rotta più conveniente per arrivare in India: riteneva, infatti, che fosse più

breve fare il giro di tutta la terra che non dell’Africa. Non avendo ricevuto

ascolto in Portogallo, il pilota genovese riuscì a farsi ricevere dalla regina

Isabella di Pastiglia. Il navigatore era dunque deciso a cercare l?oriente verso 19

Occidente”. Il 9 settembre del 1942 lasciò le Azzorre per il grande salto verso

ovest; il 12 ottobre toccò terra, credendo di aver raggiunto il Giappone. Con un

prodigioso intuito di marinaio aveva individuato al primo colpo le rotte e

stabilito i tempi di navigazione, fra l’Europa e l’America. Quando morì era

ancora convinto di essere arrivato alle estreme propaggini orientali dell’Asia.

Tre anni prima però era stata pubblicata una lettera dell’italiano Amerigo

Vespucci (1454-1512) in cui si dava l’annuncio straordinario di un “nuovo

mondo”: l’America. La costa americana fu rapidamente esplorata, finché nel

1518 il passaggio verso Occidente fu trovato dal portoghese Ferdinando

Magellano (1480-1521) e fu realizzata la prima circumnavigazione del globo.

Si era anche constatato qualcosa di terribilmente pericoloso per qualunque

credenza dogmatica: che dall’esperienza si ricavava una quantità e una qualità

di conoscenza incomparabilmente superiore a quella trasmessa dai libri, anche

sacri. Gli europei avevano favoleggiato sulle popolazioni che abitavano i paesi

dall’altra parte della terra: si pensava agli “antipodi”, creature mostruose.

Inoltre, in conformità con l’universalismo cristiano, si credeva che alle spalle

del mondo musulmano ci fossero regni cristiani sconosciuti agli europei. La

spinta, come ai tempi delle crociate, che portava i pionieri, soprattutto

portoghesi sulle sponde del nuovo mondo era sintetizzata nella formula “oro e

religione”.

In America c’erano delle vere e proprie civiltà, tuttavia prive di alcune cose

fondamentali familiari da millenni agli europei: la ruota, il ferro, l’uso corrente

della scrittura.

Gli abitanti dell’America non erano né i mostri agli antipodi, né gli infedeli che

avevano rifiutato il Vangelo e potevano a buon diritto essere tradotti in

schiavitù. Erano popoli spesso civili, a volte miti, relativamente inermi di fronte

all’aggressività europea. I conquistatori li annientarono. Alcuni intellettuali

cominciarono invece a discutere se era giusto, se era proprio questo che Dio

voleva, addirittura se il bene e il male non erano concetti relativi, se le cose in

generale non dovevano essere ripensate in maniera differente da come erano

state insegnate. Ancora molti anni dopo, nel 1600, uno di questi intellettuali,

Giordano Bruno, che aveva ipotizzato l’esistenza di altri mondi, fu arso vivo in

Campo dei Fiori, a Roma.

XIII. La distruzione e la colonizzazione dell’America.

Colombo era stato piacevolmente sorpreso dall’aspetto e dal carattere dei

nativi americani: “Robusti, ben fatti e di buona intelligenza, strappati alla loro

condizione disumana, possono essere – io credo – i migliori schiavi del

mondo”. Gli avventurieri che partivano per le “Indie” erano militari inoperosi

dopo la fine della riconquista, ma ancora avvezzi alla pratica militare. In pochi

decenni, poche migliaia di conquistadores occuparono un intero continente,

travolgendo e distruggendo imperi di milioni di abitanti. I portoghesi si erano

fatti concedere fin dal 1455 dal papa Niccolò V una bolla che li autorizzava a

impadronirsi di tutte le terre che avrebbero scoperto nelle coste africane.

Altrettanto fecero gli spagnoli già nel 1493 con il papa Alessandro VI, per le

Indie che Colombo aveva appena scoperto. L’anno seguente le due potenze 20

firmarono il Trattato di Tordesillas, ratificato dal papa, per spartirsi il mondo;

ovviamente mai riconosciuto dalle altre potenze.

Portoghesi e spagnoli sbarcavano, piantavano una croce, proclamavano agli

ignari indigeni la sovranità iberica. Un religioso benediceva, diceva messa, e da

quel momento tutta la terra e tutti gli abitanti appartenevano alle rispettive

corone. I portoghesi lasciavano sulle coste solo un presidio militare; gli

spagnoli invece si insediavano, costruivano città, aziende agricole, strutture

amministrative, costringevano i nativi al lavoro forzato.

In America la sovranità spagnola si applicava col solo presupposto che il

dominio cristiano fosse l’unico legittimo. E nella stessa cultura cattolica la

validità di questo fondamento ideologico e la moralità del dominio iberico

furono contestate; in particolare dai domenicani che, seguendo san Tommaso,

sostenevano che se non esiste sovranità “nisi a Deo”, come aveva scritto san

Paolo, anche quella dei più stravaganti indigeni era voluta da Dio, e nulla

autorizzava l’asservimento della popolazione. Il più famoso di questi

domenicani fu Bartolomé de Las Casas (1474-1566); inizialmente gli parve

giusta la schiavitù degli africani, poi cambiò idea.

I nativi morirono a milioni, soprattutto di vaiolo. Erano “affidati” dalla Corona ai

coloni, che potevano sfruttarli, ma in teoria avrebbero dovuto curarsi di loro,

senza poter perpetuare questo “affidamento” (encomienda) per più di due

generazioni. Il governo del territorio e della popolazione rimase quindi ai

funzionari della Corona. Perciò non si istaurò nell’America spagnola né un

regime feudale, né la servitù della gleba; ma il latifondo sì, e l’asservimento di

fatto della popolazione pure. L’America aveva avuto alcune decine di milioni di

abitanti prima della conquista, forse quaranta o cinquanta. La popolazione

indiana era già piombata a 9 milione a metà del Cinquecento. Diventavano

alcoolisti, depressi, perdevano i punti di riferimento; così, impressionata dal

crollo demografico della popolazione indiana, la corona spagnola autorizzò la

“tratta” dei neri dall’Africa.

Il governo spagnolo si sforzò sin dall’inizio di governare la corsa all’oro, e di

evitare il saccheggio delle risorse e il disordine sociale; non istituì mai colonie

penali, né autorizzò compagnie privilegiate. Non consentì colonie feudali. Volle

mantenere il controllo del territorio; affido invece nella forma temporanea

dell’encomienda territori della dimensione di un’azienda agricola, con i relativi

abitanti, per lo sfruttamento delle risorse e l’evangelizzazione. Istituì a Siviglia

una grande amministrazione competente per tutto quello che riguardava

l’America: la Casa de contrataciòn, che assegnava le concessioni, sorvegliava il

flusso delle ricchezze in arrivo, la parte che spettava alla Corona, nominava i

funzionari che operavano in colonia.

Nel 1519 il militare spagnolo Hernàn Cortés (1485-1547) sbarcò sulla costa

messicana, dove fondò Veracruz, intenzionato a eliminare la disumana libertà

degli aztechi. Aveva con sé quattrocento uomini, una parte dei quali a cavallo,

con alcuni cannoni e naturalmente spade e corazze d’acciaio. Lo scopo di

Cortés era distruggere gli avversari, intuire ciò che il loro imperatore,

Montezuma (1467-1520) avrebbe fatto, per prevenire le mosse e annientarlo.

Lo scopo del capo azteco era invece sapere se quei brutti uomini di pietra

erano reincarnazioni o inviati di Quetzalcòatl, se il regno del Colibrì Azzurro era

giunto al suo termine. Se il delicato equilibrio degli dèi e ella natura era 21

minacciato dal destino, se quello iniziato da poco era l’ultimo ciclo di

cinquantadue anni, se esistevano segni di questa tragedia intelligibili da parte

dei sacerdoti; e se sì, certo non avrebbe avuto senso, anzi sarebbe stato

empio, opporsi. Nel 1521 Montezuma era stato assassinato, Tenochlitàn, la

capitale, incendiata e distrutta, e il Messico stava per diventare il primo

viceregno americano: la Nuova Spagna. Ma Cortés fu destituito e morì povero.

Mentre cadeva l’Impero azteco, si veniva sapere che molto più a sud ce n’era

un altro: gli incas, dotati di un’amministrazione efficientissima, per certi versi

più dei contemporanei Stati europei, benché totalmente privi di scrittura. Nel

1531, l’Impero inca fu investito dal soldato spagnolo Francisco Pizarro (1475?-

1541) con soli 183 uomini. L’inca Atahualpa (1500?-1533), non seppe opporre

altro che un sapere magico al sapere pragmatico, politico e militare degli

europei, che considerava dèi. I popoli sottomessi agli incas furono organizzati

dagli spagnoli nella ribellione, e le disunioni della famiglia imperiale utilizzate

per disarticolare il sistema politico. Un altro viceregno fu fondato al posto

dell’Impero inca: il Perù. Molto più tardi altri due: la Nuova Granada nella parte

settentrionale del Sudamerica e La Plata, nell’attuale Argentina. E così

l’enorme disegno politico-istituzionale degli spagnoli era condotto a termine;

un progetto però così fragile che non portò alla Spagna le risorse che si

attendevano.

Un secolo più tardi degli spagnoli, arrivarono in America gli inglesi e i francesi.

E i portoghesi s’insediarono stabilmente nel Brasile che il Trattato di Tortedillas

aveva lasciato loro. La nuova colonizzazione fu lasciata all’iniziativa privata, a

compagnie privilegiate che ricevevano il governo di porzioni di territorio,

finanziavano l’impresa e ne ricavavano profitti. Nella Nuova Inghilterra, a

partire dal 1620, si insediarono gruppi di dissidenti religiosi radicali inglesi.

Gli indiani dell’America settentrionale e del Brasile, ancora all’età della pietra,

più inermi dei maya, degli aztechi e degli incas, e molto più poveri subirono un

genocidio quasi completo da parte dei nuovi venuti. Nel complesso gli europei

in America hanno fondato la loro personalità sociale e culturale sulla scoperta

di un’alterità radicale, sulla sua distruzione e sulla ricostruzione ex novo di un

continente, dopo aver cercato di annullare per quanto possibile ogni eredità del

passato.

XIV. La Riforma di Lutero.

Da varie generazioni si riteneva che dal tronco della presunta purezza de

cristianesimo primitivo fosse cresciuta una selva di corruzioni. A volte la

gerarchia ecclesiastica ammetteva che si sarebbero dovuti cambiare gli uomini,

ma mai che si potesse toccare l’istituzione e molti religiosi e intellettuali

auspicavano ormai una vera, profonda azione di riforma; non solo eretici erano

finiti sul rogo, ma anche dotti, tra cui il maestro del pensiero umanistico

Erasmo da Rotterdam (1466-1536).

Fra le personalità influenzate da quest’ultimo, si contavano gli uomini politici

più importanti dei primi decenni del XVI secolo, tra cui Carlo V (1500, 1519-56,

1558). Tutte le principali corti europee furono governate da sovrani e politici

erasmiani. Eppure non riuscirono a ottenere la riforma della Chiesa nell’unità e

22

nella pace. La riforma ci fu, ma in maniera talmente conflittuale, che spaccò il

cristianesimo occidentale.

La Chiesa di Roma univa intimamente il campo che è proprio a ogni Chiesa:

quello del rapporto fra l’umano e il divino, con l’amministrazione delle cose

terrene. Questa era la sua forza, ma lì si annidava anche un potere fatto di

corruzione: la Chiesa cattolica non era limpida né povera, e non stava coi

poveri, ma coi potenti. C’era anche un secondo problema, secondo i

“protestanti” il più grave, perché riguardava la verità della fede e la natura

della salvezza. Il cattolicesimo romano aveva aggiunto molte cose in cui

credere, a quelle che Gesù aveva insegnato; non c’era salvezza per l’uomo se

non attraverso la Chiesa cattolica, che però era corrotta. L’indulgenza ne era

l’emblema: il papa Leone X (1475, 1513-1521) l’aveva concessa perché aveva

bisogno di denaro, per la sua politica italiana e per abbellire la Città Eterna, e

la propagandava con lo slogan “l’anima sale in paradiso appena la vostra

moneta tocca il fondo della scatola”.

Un frate agostiniano tedesco, professore all’università di Wittenberg, Martin

Lutero (1483-1546), aveva attraversato in quegli stessi anni un profondo

dramma religioso personale. Era convinto che non avrebbe mai potuto liberarsi

di tutte le sue colpe; nessun uomo potrà mai fare per salvarsi, che nessun

opera, e nessun prete lo potrà aiutare, perché la sua condanna è irrimediabile.

Non ci sono meriti sufficienti né santi abbastanza santi. Ancor meno monete

che battono sul fondo della scatola. Lo potrà salvare solo Dio, solamente per la

sua fede: sola fide. Cristo, infatti, aveva detto: Il giusto vivrà per fede”, cioè

giusto perché giustificatala Dio; giacché con le sue forze nessuno è giusto. La

Chiesa quindi non ha nessun ruolo decisivo. Non si può interporre fra l’umano e

il divino. Solo scriptura era anche un altro motto luterano L’intuizione di Lutero

era rivoluzionaria. Risolveva di colpo tutti e due i problemi maggiori: il

monopolio ecclesiastico del rapporto con la salvezza, e la corruzione della

gerarchia; semplicemente rendendo tutti uguali davanti a Dio, abolendo il ruolo

di intermediazione del clero, col sacerdozio universale. La Chiesa è soltanto

una povera istituzione terrena che può insegnare e consolare, ma non mediare

fra l’uomo e Dio, non legittimare, non assolvere: restare fuori dal segreto delle

coscienze. Del resto Lutero era un agostiniano: “La verità si trova all’interno

dell’uomo”. Nel 1517, Lutero fece conoscere il suo pensiero in un documento

articolato nelle famose “95 tesi”: lo scandalo dell’indulgenza leonina

volgarmente venduta sembrava fatta apposta per dargli ragione. La recente

invenzione della stampa a caratteri mobili favoriva una diffusione larghissima

del suo pensiero; sovrani tedeschi potevano trovare conveniente adottare la

nuova dottrina, sia per impadronirsi dei beni della Chiesa, sia per sottolineare

la loro autonomia dall’imperatore. La predicazione di Lutero era violenta,

contro la Chiesa romana, la “prostituta di Babilonia”.

Il primo principe che si convertì alla riforma fu l’elettore di Sassoni, di cui

Lutero era suddito. Carlo V era impegnato in una difficile partita internazionale,

contro i francesi, contro i turchi, e voleva la pace in Germania. Perciò convocò

il religioso riformatore alla Dieta di Worms del 1521. Si seguiva una prassi che

potremmo definire conciliarista: Lutero ci andò e gli fu chiesto di abiurare,

l’alternativa era il rogo. Non abiurò: allora l’elettore di Sassonia lo fece rapire e

23

lo nascose per un anno, durante il quale scrisse i suoi trattati più importanti e

cominciò la traduzione in volgare.

Lutero ragionava di teologia rivoluzionaria. Il mondo tedesco recepiva però

anche un messaggio di rivoluzione politica e sociale, con venature nazionali. I

principi sequestravano i beni della Chiesa, compagnie di cavalieri, rimasti

disoccupati per gli sforzi fatti dall’imperatore per mantenere la pace in

Germania; assalirono i territori ecclesiastici dell’Impero.

Soprattutto la rivoluzione sociale esplose fra i contadini, fra il 1524 e il 1525,

sotto la guida di uno dei primi compagni di Lutero, Thomas Muntzer (1489?-

1525), diventato un radicale che voleva fondare una comunità di santi. Se il

poter della Chiesa era illegittimo e diabolico, a maggior ragione quello dei

signori. Se si ritornava alla semplicità primitiva della fede, a maggior ragione

all’equilibrio sociale, all’uguaglianza nella gestione delle risorse, alla terra per

tutti. Nel 1535, Lutero aveva completamente sconfessato questi suoi discepoli

rivoluzionari e intolleranti; stava dalla parte del potere istituito da Dio, secondo

quanto aveva detto san Paolo, e chiese – e facilmente ottenne – che i ribelli

fossero massacrati. Era convinto che la rivoluzione sociale fosse opera del

diavolo, per far fallire la sua riforma, la quale doveva riguardare soltanto il

messaggio religioso del cristianesimo. La riforma di Lutero prendeva invece un

canale politico, coinvolgendo in buona parte i principi tedeschi, che

cominciarono presto a negoziare e a ottenere dall’imperatore diritti alla libertà

religiosa. E quando questi diritti furono minacciati, si unirono per firmare una

protesta, già nel 1529. Per questo furono chiamati “protestanti”.

XV. La diffusione della Riforma e la Controriforma.

L’Italia era preda della guerra fra i diversi Stati, e fra le grandi potenze, e per

tutti gli anni Venti Roma aveva sottovalutato la gravità della rottura. Nel 1527

però la Città Eterna fu conquistata dalle truppe imperiali, nel quadro delle

guerre che laceravano la penisola. Il “sacco di Roma” fece risuonare l’allarme,

quando per sei mesi la “prostituta di Babilonia” fu stuprata da “lanzichenecchi”

luterani. Sembrò che gli eretici avessero ragione, che la capitale del

cristianesimo fosse arrivata alla fine, che fosse stata abbandonata da Dio, e

così negli anni Trenta le idee riformatrici cominciarono ad essere prese sul

serio. In generale mancò un’utilizzazione politica o una lettura sociale della

teologia riformata: gli “eretici italiani” rimasero individui o gruppi relativamente

piccoli, che non ebbero un largo appoggio, né poterono opporre resistenza alla

repressione. A metà degli anni Trenta, col pontificato di Paolo III Farnese

(1468, 1534-49), i consigli di riforma iniziarono ad essere presi sul serio.

Se ci si voleva riconciliare con i luterani, bisognava però affrontare anche l’altro

tema della salvezza per sola fede, o anche per le opere.

All’inizio degli anni Quaranta, mentre militarmente Carlo V si imponeva,

svaniva il suo sogno politico di tenere unita la cristianità. La Riforma, infatti,

fece un passo avanti decisivo con la decisione con la diffusione del pensiero del

teologo francese Giovanni Calvino (1509-64), scacciato da Parigi, fu accolto a

Ginevra, dove riuscì a fondare una repubblica cittadina riformata. Fu lui a dare

nuova energia al protestantesimo. Fra il pensiero di Calvino e di Lutero ci sono

due differenze: la dottrina sulla predestinazione e, di conseguenza, il ruolo 24

della Chiesa nella salvezza delle anime. Mentre la Chiesa luterana era

un’istituzione debole, segnata dal peccato, la Chiesa calvinista poteva essere

forte, capace di condizionare la politica, perché era l’orgogliosa comunità dei

predestinati alla salvezza. Ma non era gerarchica, né soggetta a corruzione,

poiché i pastori erano eletti.

Anche nel cattolicesimo emerse una novità altrettanto importante dallo

spagnolo Ignazio di Lodola (1491-1556), fondatore della “Compagnia di Gesù”,

un vero esercito, un ordine religioso più centralizzato degli altri, quasi militare.

Anziché ammettere di essere schiacciato nel peccato e aspettare la salvezza

soltanto da D io e dall’imperscrutabile predestinazione, il “gesuita” doveva e

poteva rendersi padrone di se stesso e degno della grazia divina attraverso la

pratica di esercizi spirituali.

I gesuiti di Sant’Ignazio ricevettero l’approvazione papale nel 1540. Nel 1542

fu fondato il tribunale dell’Inquisizione romana, o Congregazione del

Sant’uffizio, sul modello spagnolo. Dagli ambienti dell’Inquisizione sarebbero

venuti i più importanti papi della seconda metà del secolo, che condannarono

ogni forma di dialogo con gli eretici luterani e calvinisti, e organizzarono la

riscossa cattolica, la Controriforma, le cui braccia furono proprio l’Inquisizione

e la Compagnia di Gesù. I gesuiti furono l’arma della conquista attraverso

l’educazione delle classi dirigenti.

Sempre nel 1542 fu indetto il concilio, il quale, convocato a Trento, apertosi nel

1545, per concludersi nel ’63, anziché riconciliare la cristianità né provocò la

definitiva rottura.

La formazione intellettuale e teologica dei sacerdoti sarebbe stata assicurata

da apposite scuole: i “seminari”. I vescovi furono obbligati alla residenza: essi

non costituivano un concilio di pari, erano, bensì, sottomessi all’autorità del

papa. Dovevano risiedere nelle loro diocesi perché così prescriveva la Chiesa,

non Dio; mediante questi e altri accorgimenti la Chiesa si assicurava un

controllo più capillare del territorio (e fu utile per la documentazione

anagrafica).

Il papato aveva vinto contro gli erasmiani: in quarant’anni, dalle 95 tesi di

Lutero al pontificato di Paolo IV (1476, 1555-59), la cristianità occidentale si

era spaccata in maniera insanabile, producendo due mentalità diverse, che per

molti decenni avrebbero dato luogo a una serie di guerre civili, a una sorta di

cortina di ferro capace di dividere l’Europa, a un’identità.

XVI. L’inflazione. Lo sviluppo demografico ed economico.

A partire dalla fine del Quattrocento, per più di un secolo i prezzi crebbero in

tutta Europa. Nulla a che vedere con le grandi ondate inflative del XX secolo,

con eccezione dell’Inghilterra in cui a metà del Cinquecento la moneta fu

svalutata di colpo di due terzi.

Fra Otto e Novecento si è parlato esageratamente di “rivoluzione dei prezzi”, e

se ne è data una spiegazione monetarista. Affluiva metallo prezioso

dall’America, quindi circolava più moneta, e perciò i prezzi salivano. L’argento

veniva scaricato a Siviglia, dove crescevano i prezzi delle derrate più richieste

per l’esportazione in America, trainati da questi, tutti gli altri prezzi. Merci di

ogni tipo affluivano dunque in Spagna, perché lì i prezzi erano più alti; mentre

25

il metallo prezioso faceva il percorso inverso, verso gli altri paesi europei, dove

un po’ più lentamente l’inflazione seguiva quella spagnola. L’inflazione e i

movimenti speculativi erano uno scandalo, in un mondo che aspirava come

valore massimo alla stabilità. Nel Cinquecento era precaria la vita di ciascun

individuo, perché la morte era in agguato per chiunque. Ma il quadro culturale

della collettività e l’insieme dei suoi valori e delle sue abitudini erano

sacrosanti; o così si credeva che fossero, prima che arrivassero l’inconcepibile

perdita dell’unità religiosa e le sconvolgenti novità dall’America.

Oggi la spiegazione monetarista non convince più. I prezzi sono cresciuti assai

più di quanto l’aumento dello stok di metalli preziosi circolanti in Europa

giustificherebbe. E in realtà la grande maggioranza degli europei non vedeva

nulla di questi. Scambiava una merce con l’altra sotto forma di baratto, quindi

senza che si determinasse un prezzo. Per spiegare l’inflazione, si dà quindi ora

un peso molto maggiore all’aumento della domanda, piuttosto che all’aumento

dei metalli preziosi circolanti.

La popolazione cresceva più della produzione e di conseguenza i prezzi; il

grano era la merce di cui saliva inesorabilmente la domanda perché mangiare

bisogna. L’offerta di grano aumentava meno: più di tanto i campi non potevano

produrre, mentre la popolazione aumentava, abbandonava la terra

sovraffollata, per trasferirsi in città, e lì doveva essere sfamata. Sull’economia

regnava quindi il grano come oggi il petrolio.

Inoltre erano in pieno sviluppo tutti i processi della “costruzione dello Stato

moderno”: gli eserciti, le artiglierie, le fortificazioni, le navi, le corti, le capitali,

i palazzi, le strade, i porti, le amministrazioni, i tribunali, le milizie. Tutto

questo era caro. E soprattutto costava la guerra; e questa domanda si

convertiva in pressione fiscale. Cresceva l’indebitamento degli Stati e i

banchieri concedevano prestiti a tassi elevati. Le comunità rurali, che avevano

sempre pagato soprattutto in natura decime e diritti feudali, ora dovevano

versare anche tasse al re in moneta metallica.

Più interessanti sono le conseguenze, di quanto l’inflazione in sé. L’aumento

dei prezzi dei prezzi è stato indice di uno sviluppo generale dell’economia; ha

contribuito a stimolare la società, ha incentivato l’offerta, ha arricchito chi

sapeva far fruttare il denaro, e ha impoverito i ceti a reddito fisso. Fra gli

impoveriti è stata probabilmente una parte dell’aristocrazia e anche i salariati;

l’inflazione ha in generale favorito i debitori e sfavorito i creditori, ha stimolato

trasformazioni sociali. È andata a vantaggio invece di chi aveva merci da

vendere, o sapeva come schivare le leggi e farsi remunerare il denaro prestato

a tassi elevati, senza passare, però, per usuraio.

I contadini polacchi diventavano “servi della gleba”, i contadini inglesi erano

espulsi dalla terra, per far posto alle pecore, la pressione demografica teneva

bassi i salari. I banchieri prestavano i governi, affrontavano il rischio di non

essere rimborsati, ma si indennizzavano lautamente appaltando la riscossione

delle tasse o monopoli di interi settori commerciali. Così la politica si mescolava

sempre di più con gli affari. I genovesi furono nel Cinquecento i finanziatori

degli spagnoli; gli olandesi, invece, diventarono nel primo Seicento gli

intermediari più intraprendenti. 26

Lo sviluppo cinquecentesco trasformava rapporti di forza consolidati, spostava

gli assi del commercio mondiale e modificava le relazioni fra classi dirigenti e

potere politico.

Assetti culturali e sociali fino ad allora stabili furono profondamente modificati.

XVII. Credito, speculazione e governo del tempo.

Il cambio e il credito erano praticati da secoli, altrimenti l’economia non

avrebbe potuto girare. Ma erano ancora guardati con sospetto, per diffidenza

conservatrice nei confronti dell’arricchimento, e per la convinzione che il tempo

e di Dio e non lo si può vendere. Nulla è più certo della nostra morte, né più

incerto del momento in cui arriverà. A speculare sul tempo e sul denaro si

incorreva nel crimine di usura. Le lettere di cambio circolavano in forma

privata, garantite dalla fiducia reciproca da tre secoli; poteva diventare mezzi

di pagamento, perché il denaro circolante non era mai abbondante. Venivano

negoziate, e chiunque poteva presentarsi a saldare al momento e nel luogo

pattuito. Le monete di conto erano teoriche, virtuali. Non esistevano

fisicamente, ma erano parametri stabiliti dai governi in rapporto all’argento,

per fissare il valore del circolante, che era la moneta piccola, con sempre meno

argento e tanto rame: l’unica che concretamente veniva impiegata negli

scambi di tutti i giorni. Prestare denaro, vivere prestando denaro e speculando

sui cambi, sui corsi delle monete piccole e delle monete grosse, significava

pensare in termini concreti e razionali al futuro: una novità, un pensiero

irriverente, quasi blasfemo, perché entrava in un campo che era di Dio.

Un’ulteriore certezza andò così in crisi nel Cinquecento: che il tempo fosse

estraneo al controllo umano. Per l’enorme maggioranza degli europei il tempo

lo conosceva la Chiesa, era lei ad amministrarlo, a dare il segnale della

preghiera; a interrompere il ritmo del lavoro con il riposo della domenica

dedicato al signore. Era lei a distribuire i santi nei diversi giorni, che si

distinguevano solo con i loro nomi. Ogni cosa avveniva o si faceva in un

determinato giorno, diverso dagli altri perché dedicato al suo santo. Il sapere

relativo al passare del tempo, al concreto, era un sapere della Chiesa e di

matematici e astronomi, molto lontano però dal sentire comune, che

accoglieva la nozione del tempo in maniera ancora passiva. Cancellerie e notai

usavano da secoli notare la data nei loro documenti, con un numero e un

mese, ma la gente comune no. Per la maggioranza vigeva un generale

disordine e distrazione. In alcuni casi perfino fra i ceti istruiti, le persone non

conoscevano esattamente la loro età. L’anno cominciava a Natale, a Pasqua o

all’Annunciazione, altrove il primo gennaio. Gli orologi meccanici erano stati a

volte montati sulle torri dei municipi, e rivaleggiavano con i campanili; in realtà

la gente si regolava sul sole. Anche i mesi erano unità di conto piuttosto

inservibili. Fino alla prima metà del Cinquecento, nei calendari non

comparivano i numeri dei giorni, ma solo i nomi dei santi. L’anno ricominciava

e i calendari restavano, misure di un tempo ciclico che sempre tornava al suo

ripetersi; avevano un significato filosofico, non pratico, perché assegnava ai

diversi momenti il rispettivo significato simbolico. Il calendario ufficiale andava

avanti di quasi un giorno rispetto al movimento delle sfere celesti e la Chiesa

cattolica doveva rimediare all’inconveniente. Il concilio di Trento diede 27

mandato al papa Gregorio XIII (1502, 1572-85) di affrontare il problema:

sopprimere un certo numero di giorni dal calendario, rimettere a punto il

meccanismo dei bisestili, perché le questione liturgiche fossero risolte, e da

allora in poi il calendario risultasse affidabile in rapporto al corso degli astri.

Si riaffermava così che il tempo fosse della Chiesa, non del potere politico. Nel

1582 si sottrassero tutti insieme dieci giorni dal mese di ottobre e si

introdussero le varianti “gregoriane” al calendario giuliano. Tutti i paesi cattolici

adottarono la riforma; i paesi protestanti, invece, la ignorarono. La Russia

ortodossa l’avrebbe adottata solo dopo la rivoluzione comunista del 1917.

Commentava Giovanni Keplero (1571-1630): “Meglio essere in disaccordo con

le stelle che d’accordo col papa”.

Capitolo quarto: Guerra, fazioni e politica

XVIII. La fragilità politica dell’Italia.

Si era ancora alquanto lontani dallo “Stato”. Nelle monarchie dell’Europa

occidentale si era meno lontani, e questa è una delle principali ragioni che

spiegano il loro successo, in confronto all’Europa centrale, e particolarmente

all’Italia. Gli ostacoli si rivelarono a lungo insuperabili e crearono una debolezza

strutturale della politica, una costante di lungo periodo della storia della

penisola. L’Italia era il paese più opulento, e più colto e raffinato d’Europa, e

divenne anche il più gracile e inerme, fin dalla fine del quattrocento facile

preda dei vicini: La Francia e la Spagna, più tardi l’Austria; fu testimone di ciò

Niccolò Machiavelli (1469-1527). In Italia c’erano cinque potenze regionali

principali: Milano, Venezia, Firenze, Roma e Napoli, e una moltitudine di

staterelli minori o famiglie feudali, che non sentivano l’appartenenza nazionale.

Le monarchie avevano la dignità di organismi voluti da Dio, di cui le diverse

comunità erano le membra. Invece le città italiane, suddite di altre città erano

state semplicemente sottomesse e non avevano pienamente la dignità di

membra di un organismo vivente. La guerra si faceva prevalentemente con

milizie professioniste mercenarie (compagnie di ventura). Anche le politiche, i

progetti politici, si facevano solo di volta in volta, perché, mancando le solidità

dinastiche, gli interessi cambiavano, così come le alleanze. Venezia, Firenze e

Roma, escludevano alleanze matrimoniali durevoli e legittime. Venezia era una

vera repubblica oligarchica, con una sua compattezza di classe dirigente e una

sua opinione condivisa sull’interesse pubblico, sotto questo aspetto era

un’eccezione nel panorama italiano. A Firenze invece la famiglia dei Medici

aveva avviato la trasformazione in principato, e, di fatto, controllava il potere: i

meccanismi elettorali e le leve della grande finanza.

Milano era più avanti nella costruzione dello Stato principesco. Era uno Stato

molto ricco, il potere era detenuto dagli Sforza (Ludovico il Moro, 1451-1508).

Il Regno di Napoli era “più avanti” nella “costruzione dello Stato”.

La vera particolarità dell’Italia era proprio lo Stato della Chiesa, che

attraversava una profonda crisi d’identità. Era l’ostacolo insuperabile

all’unificazione della penisola, intendeva prima di tutto rafforzarsi come

dominio territoriale italiano. L’unico modo sarebbe stato nell’ambito di un

progetto patrimoniale e dinastico, che alla Chiesa era precluso. I papi 28

cercarono tutte le vie per aggirare l’ostacolo, e dare respiro e profondità

temporale alle loro politiche: il dominio universalistico sulla cristianità si

sarebbe potuto imporre solo alla condizione che Roma dominasse saldamente

un suo Stato italiano. I papi, però, erano spesso eletti in tarda età, e quindi

regnavano per troppo poco tempo, per riuscire a consolidare il potere della

propria famiglia. Cercarono di indicare, se possibile, il successore, nominando

nel collegio cardinalizio il maggior numero di prelati fidati, o concedendo poteri

straordinari a figli illegittimi o a parenti. Il papa Alessandro VI Borgia (1431,

1492-1503) nominò suo figlio Cesare cardinale e gonfaloniere della Chiesa. Gli

fece anche concedere in feudo dal re di Francia il Ducato del Valentinois (1476-

1507). Machiavelli, che lo osservava da vicino e con interesse, credette alle sue

possibilità di riuscita. Se qualcuno riusciva in un territorio a imporre il suo ruolo

di giustiziere, cioè a eliminare i nemici della sua famiglia o della sua fazione,

provava che quel territorio gli apparteneva. Questa identità fra politica,

giurisdizione e potere di una famiglia è tipica ancora della prima Età moderna.

La famosa “costruzione dello Stato moderno” non è tanto avvenuta creando le

“istituzioni” capaci di regolare la “società civile, ma piuttosto aggregando

fazioni che facevano capo a parentele aristocratiche dando vita a faide dalle

quali uscivano vittoriose. Si contavano molte centinaia di giurisdizioni

territoriali; in Italia decine e decine. Ogni comunità era di chi riusciva a far

valere le proprie regole: di quella fazione, di quella famiglia, di quella oligarchia

che sapeva imporre il suo modo di interpretare le forme delle rivalità. Ben

poche di queste giurisdizioni sono sopravvissute. Conquiste militari, che

consideriamo per eccellenza di diritto pubblico, matrimoni, cioè cardini del

diritto privato, faide, parentele, fazioni, quindi alleanze private dotate di

rilevanza pubblica, hanno progressivamente semplificato il quadro del potere.

Questo processo di aggregazione per alleanze è stato accelerato e trasformato

in risorse laddove un potere centrale è riuscito a governarlo ed è stato invece

rallentato dove le giurisdizioni rivali si sono troppo gravemente e con troppo

successo contrastate. Così è stato in Italia e altrove, e ha dato luogo a ritardo

e fragilità.

XIX. Carlo V e le guerre d’Italia.

La prima metà del Cinquecento è occupata dalle “guerre d’Italia”, fra Francia e

Spagna. La Francia cominciò nel 1494 queste guerre, che ebbero come

obiettivo principale il possesso dell’Italia, e particolarmente di Milano. Alla fine

le perse, nella grande battaglia di San Quintino (1557) e con la Pace Cateau-

Cambrésis (1559). Queste guerre erano arrivate a definire un assetto, con la

Pace di Noyon del 1516, che assegnava Napoli alla Spagna e Milano alla

Francia, la Spagna e l’Impero si unirono, di fatto, nella persona di Carlo, I di

Spagna e V come imperatore, cosi che la Milano francese si trovò a spezzare in

due i domini del nuovo superimpero. La guerra riprese e durò altri

quarant’anni. Ma Milano e l’Italia rimasero agli spagnoli. Negli stessi decenni la

Riforma danneggiò profondamente la Chiesa, e anche l’idea imperiale, per sua

natura unitaria, inoltre il sistema politico tedesco, poiché portò la guerra civile

in Germania. Nel 1494 il signore di Milano Ludovico il Moro, desiderando

eliminare il re di Napoli, fece appello al re di Francia Carlo VIII (1470, 1483- 29

1498). Il re di Francia conquistò Napoli, usando – si disse – invece della

polvere da sparo, il gesso per segnare le case dove alloggiare i suoi ufficiali. A

Firenze, Piero de’ Medici (1471-1503) gli spalancò le porte sentendosi insicuro

in città, da dove, infatti, fu cacciato. Per quattro anni la capitale toscana fu

governata dalla fazione del domenicano Girolamo Savonarola. Alla fine di

questi quattro anni, Piero de’ Medici rientrò a Firenze, dove fece impiccare e

bruciare sul rogo, Girolamo Savonarola. Di fronte a una vittoria schiacciante

della monarchia di san Luigi si formò improvvisamente una coalizione contro la

Francia, capeggiata da Venezia, per difendere la “libertà d’Italia”, a cui

aderirono tutti, compresa Milano, e i francesi dovettero lasciare Napoli. Nessun

equilibrio durava. Venezia era stata a sua volta troppo rafforzata dal successo

contro i francesi, e subito si formò una nuova schiacciante coalizione di tutti

contro di lei (compresi Francia, Spagna e Impero) capeggiata dal papa.

Venezia fu sconfitta nella sanguinosa battaglia di Agnadello, del 1509 e le sue

ambizione di leadership in Italia furono rintuzzate per sempre. Fu allora che il

papa Giulio II cambiò fronte, e capeggiò una “lega santa” con Inezia e la

Spagna contro i francesi di Luigi XII (1462, 1498-1515), cugino e successore di

Carlo VIII, e riuscì a bloccarne le ambizioni sullo Stato di Milano. Poi si

succedettero al Papato due esponenti della famiglia dei Medici, Leone X e

Clemente VII e per un ventennio l’asse principale della politica italiana diventò

quello fra Roma e Firenze. I francesi comunque con la pace di Noyon si erano

attestati a Milano, pur rinunciando a Napoli. I patrimoni spagnolo e tedesco, fra

i quali i francesi a Milano si erano incuneati, stavano per confluire nella persona

del giovane Carlo. Era succeduto ai nonni materni sul trono di Spagna, e fu

eletto, dopo il nonno paterno, Massimiliano, sul trono imperiale. Avrebbe

regnato per quarant’anni, e fatto l’ultimo grande tentativo di far trionfare un

impero cristiano universalista. Molte comunità urbane si ribellarono in difesa

dei loro privilegi, e chiedevano che Carlo rimanesse reggente, anziché re. La

monarchia sarebbe stata più debole, e le città e le aristocrazie più forti. La

costruzione dello stato monarchico in Spagna era un processo assai più vitale

che in Italia, ma anche lì era soggetto a battute di arresto, a contrattazioni e a

prezzi da pagare. La recente costruzione di istituzioni centralizzate fu

sottoposta, dopo l’incoronazione di Carlo, a un grave pericolo. Carlo era nato e

cresciuto nei Paesi Bassi, ed era estraneo ai riconoscimenti reciproci di lealtà

che reggevano i sistemi di fedeltà spagnoli. Eppure in cinque anni riuscì a

pacificare il Regno. Nel 1519 morì l’altro suo nonno, l’imperatore Massimiliano

e si aprì una sorta di campagna elettorale presso i sette grandi elettori. Furono

proposti come candidati anche i re di Francia e d’Inghilterra, ma il re di Spagna

aveva il vantaggio di essere un Asburgo, granduca d’Austria, il candidato

interno che poteva rinsaldare l’identità tedesca. L’elezione di Carlo V salvò la

Germania da un declino di tipo polacco o ungherese. Milano era lo snodo

centrale delle comunicazioni fra Spagna e Impero, e la guerra con la Francia

riprese. Ancora una volta tutti in Italia si allearono contro il vincitore, proprio

mentre l’imperatore re di Spagna, pur vittorioso, era però nella massima

difficoltà per difendere la cristianità dal conflitto religioso e dai turchi. La

coalizione, una nuova “lega santa” stretta questa volta con i francesi, fu voluta

da Clemente VII de’ Medici, benché fosse stato quasi una creatura

dell’imperatore stesso. L’identità politica degli italiani si stava consolidando in 30

quei decenni nella consapevolezza della divisione e subordinazione. I soldati

imperiali, i “lanzichenecchi”, calarono nella penisola, trovando sul loro

cammino le “bande nere” di Giovanni de’ Medici. Molti dei soldati tedeschi

erano luterani e si abbatterono sulla Città Eterna come un castigo di Dio nel

1527, saccheggiandola per un anno. Il presunto fantasma della “libertà

dell’Italia” era ormai completamente finito. Clemente VII, detenuto per mesi in

Castel Sant’Angelo, accettò di incoronare solennemente a Bologna Carlo V

imperatore. In cambio la repubblica fiorentina fu schiacciata dagli imperiali e

restituita ai Medici, la famiglia del papa. Con la Pace Cateau-Cambrésis (1559)

la penisola fu politicamente controllata dagli spagnoli per un secolo e mezzo.

La Francia aveva ottenuto, almeno di non essere circondata da una sola

potenza ostile; l’imperatore, infatti, abdicò nel 1556 separando Germania e

Spagna. Al fratello Ferdinando I restavano i possedimenti austriaci, mentre il

figlio Filippo II ereditava la Spagna e il dominio dell’Italia e dei Paesi Bassi.

Nel 1526, i turchi avevano battuto l’Ungheria nella battaglia di Mohàcs

attestandosi saldamente nelle pianure danubiane, e per un secolo e mezzo

fecero arretrare i confini dell’Europa. Carlo V, che voleva essere il restauratore

dell’impero cristiano, fu il testimone della rottura definitiva della cristianità

occidentale. Quando abdicò, pur nel pieno dei suoi poteri e delle sue facoltà, lo

fece perché dovette rinunciare al sogno che aveva ispirato la sua missione

politica: quello di tenere insieme la comunità cristiana e assicurarle la pace.

XX. Le guerre di religione e le prime prove di pacificazione.

Per più di un secolo l’Europa fu lacerata in maniera insanabile in un conflitto

che a più riprese diventò guerra civile. E per decenni non sembrò possibile che

le fazioni religiose arrivassero ad accettare l’una l’esistenza dell’altra; e si

penso solo a convertire o a sottomettere, o addirittura ad annientare il rivale.

Eppure si dovettero infine accettare forme di pacificazione, che comunque

determinarono una crescita decisiva della cultura politica europea. Non c’era

stata, fra le due visioni del cristianesimo, una separazione territoriale netta,

fondata su tradizioni progressivamente divergenti, come nel caso dello scisma

d’Oriente, perciò fu necessario finire col tollerare l’esistenza dell’altro; ma ci

volle tempo.

Si sperimentarono tre modelli di pacificazione: uno tedesco, della spartizione

territoriale; uno francese, del confinamento della minoranza entro spazi e

regole vincolanti; uno inglese della creazione di un quadro istituzionale

sufficientemente generale da poter contenere una parte del dissenso.

Mentre la Riforma si diffondeva rapidamente, favorita dalla stampa, dal

sentimento anti-romano, dalle ambizioni dei principi, dalle garanzie in termini

di rispetto delle gerarchi sociali, che Lutero aveva dato, Ferdinando, vicario per

la Germania e futuro imperatore, concesse già nel 1526 la libertà, ai principi e

alle città tedesche, di adottare la riforma. Ma tre anni dopo volle revocare

questa concessione, suscitando la “protesta” dei membri luterani della Dieta

che l’anno seguente, il 1530, si federarono nella Lega di Smalcalda, per

garantirsi sostegno reciproco. Passarono altri quindici anni relativamente

tranquilli, gli stessi in cui l’imperatore, i politici erasmiani e una parte della

curia romana lavoravano alla ricomposizione delle divergenze sulla grazia 31

divina e alla convocazione di un concilio capace di riformare in maniera unitaria

la Chiesa. Ma dopo la rottura dei primi anni quaranta, in Germania si arrivò alla

guerra, fra l’imperatore e la Lega di Smalcalda, in cui protestanti, sostenuti

dalla Francia, benché sconfitti, riuscirono però a tenere complessivamente

testa all’imperatore, che prima di ammettere il fallimento dei suoi piani, e di

abdicare, concesse la “pacificazione di Augusta”, nel 1555. Si riconosceva con

questo atto formale che ad ogni regnante toccasse e spettasse di determinare

la religione dei suoi sudditi: cuius regio, eius religio.

Negli anni seguenti il protestantesimo si sviluppò ancora, prendendo piede in

altri territori e oltre al luteranesimo penetrò anche il calvinismo. Nel 1618,

dopo decenni di pace, sarebbe così scoppiata un’enorme guerra civile tedesca,

diventata europea: la guerra dei Trent’anni, la quale alla fine avrebbe ribadito

il principio del 1555.

Nei decenni in cui in Germania si sperimentava la pacificazione di Augusta e la

separazione territoriale, in Francia scoppiava invece la guerra civile.

Trattandosi di un regno unitario, e non di una confederazione di Stati, la posta

politica era più alta: conquistare tutto il paese o farlo a pezzi. Fin dall’inizio del

conflitto (1562) si profilò la soluzione che alla fine sarebbe prevalsa. La

monarchia sarebbe rimasta cattolica e avrebbe riconosciuto agli “ugonotti”, i

calvinisti francesi, il diritto di esercitare il loro culto nelle case private, e

pubblicamente solo in alcune città. Ma nessuna delle due parti accettò, e

trent’anni di massacri inseguirono il paese. Sia la grande nobiltà protestante

sia quella cattolica usarono la questione religiosa per cercare di rinegoziare

l’intero processo di costruzione dello Stato centralizzato; e si organizzarono,

soprattutto a Parigi, delle “leghe”, forme di autogoverno quasi repubblicano per

difendere il cattolicesimo e per contestare il potere del re e dei Grandi.

L’episodio considerato più crudele avvenne il 23-24 agosto del 1572, notte di

San Bartolomeo. I nobili protestanti erano convenuti a Parigi per festeggiare il

matrimonio della sorella del re con il calvinista Enrico di Borbone, re di

Navarra, ed eventuale successore al trono, se i figli di Enrico II fossero morti

senza eredi, come poi, infatti, avvenne. Per ordine di Caterina gli ugonotti

furono colti nel sonno e massacrati dal popolo della capitale: quasi tremila

morti in una sola notte. La Francia finì con l’essere lacerata da una guerra

civile generalizzata, “dei tre Enrichi”, fra ugonotti guidati da Enrico di Borbone,

cattolici che obbedivano ad un altro parente della famiglia reale, Enrico di

Guisa, e quello che restava del potere statale, intorno alla monarchia. Alla fine

il diritto di uccidere in nome di Dio si rivolse contro il re Enrico III. Il

successore legittimo era Enrico IV di Borbone (1553, 1589-1610), il capo della

fazione calvinista, che ci mise cinque anni a conquistare e pacificare il suo

regno, un po’ con le armi, un po’ con la politica, con le elargizioni di denaro,

con i riconoscimenti di privilegi, e soprattutto convertendosi al cattolicesimo

(“Parigi val bene una messa”). Eppure anche lui, alla fine, fu assassinatola un

cattolico fanatico. La convivenza religiosa fu alla fine regolata dall’editto di

Nantes, promulgato da Enrico IV nel 1598.

L’altro grande paese conquistato protestantesimo fu l’Inghilterra, dove, però i

conflitti furono per lungo tempo molto più contenuti. Il re Enrico VIII (1491,

1509-47), privo di figli maschi, chiese di divorziare dalla moglie Caterina

d’Aragona, ormai in età non fertile, per sposare la giovane Anna Bolena. Ma 32

Caterina, era zia di Carlo V. Enrico VIII era stato rivale di Carlo all’elezione

imperiale, poi suo alleato contro la Francia, ma dopo la battaglia di Pavia del

’25, era passato all’alleanza francese contro un imperatore troppo potente. Al

papa Clemente VII, che aveva subito l’orrore del Sacco di Roma nel ’27, non si

poteva più convenire irritare ulteriormente Carlo V. Così rifiutò l’annullamento

del matrimonio. Il re d’Inghilterra procedette allora ugualmente a far celebrare

le nuove nozze. Fu così che, con l’atto (la legge) “di supremazia”, approvato

nel 1534 dal Parlamento, la Chiesa d’Inghilterra fu separata da quella di Roma,

e sottoposta al re. Nasceva così la Chiesa anglicana scismatica, con riforma del

clero ed esproprio degli ordini religiosi, ma senza lacerazione della fede.

Sotto il regno del suo primo successore, l’adolescente Edoardo VI (1537, 1547-

53), la Chiesa anglicana si orientò in senso calvinista in un clima tuttavia

moderato, con la pubblicazione del “libro comune di preghiera” e l’ “atto di

uniformità”, che si limitava a sanzioni pecuniarie per i dissenzienti. Ci fu invece

una sterzata violenta in senso cattolico con Maria (1516, 1553-58), che fu

moglie del re di Spagna Filippo II. Maria la cattolica è passata alla storia con il

triste nome di “sanguinaria”, perché usò di nuovo la repressione violenta,

riaccendendo i roghi. Dopo do lei il trono inglese passò alla terza figlia di Enrico

VIII, avuta con Anna Bolena: la grande Elisabetta I, la quale lasciò tendenze

moderatamente calviniste. Così per un secolo la soluzione inglese al problema

della convivenza religiosa, tenne. Poi sarebbe esplosa nella rivoluzione di metà

Seicento, che avrebbe dato modo, alla fine, alla forma più moderna e avanzata

di “tolleranza”.

XXI. Parigi e Londra.

Nell’Europa del Cinquecento si era operata una svolta in direzione di una nuova

identità degli europei, moderna in quanto espansiva e conflittuale. In primo

luogo dal punto di vista religioso e in secundis per l’allargamento degli orizzonti

al “nuovo mondo”, all’esistenza di altri popoli completamente sconosciuti e

radicalmente diversi. Poi ancora per la vastità degli strati sociale che venivano

almeno toccati in questo processo di trasformazione, grazie alla stampa e alla

mobilitazione ideologica nei conflitti; per la crescita delle reti commerciali e

produttive, per il rimescolamento delle gerarchie, per il diverso senso del

tempo. La politica aveva risposto a tutto ciò aumentando a sua volta il proprio

grado di complessità. Negli anni Ottanta del Cinquecento la Francia era stata

alle prese con la distruzione, eppure aveva superato la prova. La monarchia, la

Chiesa, l’unità del paese si erano salvate, e la società si era scoperta prospera

e vitale. La monarchia, sempre più bisognosa di denaro, aveva cominciato a

vendere, prima sottobanco, poi apertamente, le cariche di giustizia e perfino

ammise che gli uffici fossero trasmissibili in eredità: “venalità degli uffici”.

Dall’inizio del Seicento cominciò perfino a riscuotere ogni anno una tassa,

proprio sulla facoltà di trasmettere l’ufficio agli eredi: la paulette, dal nome del

suo inventore, Charles Paulet.

La giustizia e l’amministrazione non erano gratuite, e così le cariche fornivano

un reddito. I più facoltosi fra i “borghesi” acquistando una carica diventavano

aristocratici servitori dello Stato e, inoltre, nobili “di toga”. 33

Gli Stati Generali furono ancora varie volte riuniti durante le guerre di

religione, e un’ultima volta quattro anni dopo l’assassinio di Enrico IV, nel

1614; poi non venne più convocata per quasi due secoli, fino alla Rivoluzione.

La venalità degli uffici favoriva il rafforzamento dell’apparato statale, e così il

terzo stato perdeva consistenza ideale e politica, nonché forza contrattuale.

Dalla seconda metà del Seicento la conflittualità fra ceti dirigenti, borghesi e

nobili si andò regolando, e la monarchia si rafforzo costruendo intorno a sé

“l’antico regime”, ossia una grande piramide di istituzioni, di “uffici” e di

“gerarchie”.

In Inghilterra la complessità sociale e politica evolveva verso appartenenze

meno rigidamente strutturate. Il lungo regno di Elisabetta vide una progressiva

erosione del potere da parte della grandissima aristocrazia dei “Pari”. Nel 1570

una ribellione della grande aristocrazia cattolica fu schiacciata, le principali

famiglie furono distrutte, e i loro beni confiscati. Due anni prima, la regina di

Scozia, Maria Stuart (1542-87), francese e cattolica, vedova del re di Francia

Francesco II, era stata scacciata dalla sua Edimburgo, dove la Riforma

calvinista aveva vinto, e si era rifugiata in Inghilterra. Maria era cugina di

Elisabetta e poteva pretendere per suo figlio la successione al trono inglese;

ma, essendo lei cattolica, poteva costituire un punto di riferimento per

l’aristocrazia ribelle e per Francia e Spagna. Elisabetta la fece dunque

rinchiudere in un’elegante residenza, e diciotto anni dopo la condannò a morte,

salvo poi seppellirla con i dovuti onori.

Mentre combatteva le grandi famiglie, Elisabetta favoriva l’ascesa della gentry

(gentleman + country), cioè della piccola aristocrazia, via d’accesso della

classe dirigente, che procacciava sul mercato locale dei titoli e delle proprietà

aristocratiche, che nobilitavano. I proprietari terrieri britannici si arricchivano

fra l’altro cominciando ad accaparrare terre di proprietà comune (enclosures);

l’ascesa sociale, qui, rimodellava quindi l’assetto del territorio, il governo

locale, l’equilibrio delle comunità. Determinavano l’espulsione dei contadini

dalle campagne, poiché la pastorizia necessitava di molto meno manodopera

dell’agricoltura. Era un fenomeno ancora limitato, nel Cinquecento, ma

destinato a diventare impetuoso: “Le pecore mangiano gli uomini” aveva detto

Thomas More.

La gentry aveva un ruolo importante di classe dirigente locale: assumeva

volontariamente e gratuitamente gli incarichi di “giudici di pace”, con compiti di

tipo giudiziario, amministrativo-fiscale, politico, di mantenimento dell’ordine

pubblico. La società inglese rimase più fluida di quella francese, e più centrata

sugli equilibri periferici.

XXII. Madrid, Venezia, Istanbul e Roma.

Parigi e Londra erano le capitali della politica e grandi centri permanenti della

complessità istituzionale. Parigi era diventata una grandissima città , e Londra

era in pieno sviluppo. Madrid era invece una capitale nuova. Fu scelta da

Filippo II come centro del suo regno nel 1561, e nei suoi pressi fu costruito un

grandissimo palazzo destinato a ospitare il re con la sua corte e la sua

complessa macchina di governo: l’Escorial. Le Cortes furono sottomesse e

indotte ad accettare fortissimi incrementi della fiscalità. L’Inquisizione fece il 34

vuoto fra le file degli intellettuali presunti luterani; fu indulgente con i piccoli

bestemmiatori e in generale con il popolo, di cui assicurò un largo consenso

alla monarchia, mandando al rogo i ricchi e perdonando i poveri. Fu

considerata affidabile solo la vecchia nobiltà casigliana, depurata dalle

intromissioni di ceti sociali emergenti o di famiglie convertite di recente.

L’intolleranza si rivolse soprattutto contro i moriscos, gli ex sudditi musulmani

del Regno di Granada. Si ribellarono, resistendo per molti mesi agli eserciti del

re, finché furono sconfitti, deportati e dispersi nel 1570. Ma non si integrarono.

I superstiti furono definitivamente espulsi quarant’anni dopo.

Filippo II si pose a difesa della fede contro i protestanti e contro i turchi. I

Paesi Bassi spagnoli, urbanizzati, tolleranti, ricchi e colti, entrarono in conflitto

con il Regno dominante, tanto per l’ispanizzazione quanto per la crescente

pressione fiscale. Incurante dei malumori locali, Filippo II volle annunciare

l’introduzione nei Paesi Bassi dell’Inquisizione. Fu allora, nel 1566, che la

grande aristocrazia fiamminga si mise alla testa di una vera rivolta nazionale,

che prese le bandiere del calvinismo. La carta religiosa era una delle più

efficaci da usare per unire le comunità locali alla loro aristocrazia, contro il

crescente potere monarchico.

Dopo una vittoria spagnola, la rivolta calvinista e nazionale ricominciò nel

1572. La ribellione era guidata dal maggiore esponente dell’aristocrazia locale

Guglielmo d’Orange “il taciturno” (1533-84), che sarebbe poi morto

assassinato da un fanatico cattolico. Gli insorti dei Paesi Bassi ricevevano aiuti

dagli ugonotti francesi e dall’Inghilterra; e la Spagna finì con l’intervenire nella

politica francese, e anche direttamente con un esercito. Nel 1588, dopo la

condanna a morte di Maria Stuart, organizzò una spedizione contro

l’Inghilterra, con una flotta grandissima: “l’armata invincibile”, che però non

riuscì a sbarcare e fu abbattuta dalle agili navi inglesi e olandesi. La guerra

d’indipendenza dei Paesi Bassi sarebbe temporaneamente terminata nel 1598

con la divisione del paese. Il Sud più ricco restava cattolico e spagnolo, e il

Nord fondava le province unite, calviniste e repubblicane.

Filippo II si schierò anche contro i turchi: un duello fra le due superpotenze del

Mediterraneo, nel quale rimase schiacciata la Repubblica di Venezia. Lì nessun

accesso alla classe dirigente era più consentito. Non si compravano

possedimenti aristocratici e titoli come in Inghilterra, né cariche pubbliche

nobilitanti come in Francia, ma tutto il potere era del “Maggior Consiglio”, in

cui nessuna nuova famiglia poteva più entrare; il sistema veneziano era una

sorta di oligarchia assoluta. Il capo dello Stato era il doge eletto a vita, il quale

aveva un ruolo più che altro cerimoniale, che non poteva contrastare le

aristocratiche magistrature repubblicane. Venezia era compromessa come

potenza mediterranea, così che nei decenni centrali del Cinquecento, sul mare

resse quasi da sola l’assalto dell’Impero ottomano, e perse il suo predominio. I

turchi avevano ora un grande sovrano: Solimano “il Legislatore” (1495, 1520-

66), “il Magnifico” per gli occidentali. Sotto di lui l’Impero ottomano trovò il suo

assetto istituzionale: equilibrato, efficiente, tollerante e all’insegna di un ordine

garantito. Le tre grandi religioni monoteiste coabitavano nel quadro

istituzionale dei millet. Ma il potere del sultano non era bilanciato da nessuna

istituzione: la politica come l’esercito, era appannaggio di professionisti formati

sin dall’infanzia e nominati a revocati a piacere del sultano. Nel 1526, dopo la 35

presa dell’Ungheria e una lunga serie di conquiste sul loro cammino, i turchi

minacciavano Vienna.

Tornando allo scontro ispano-turco, nel 1570, anno in cui gli spagnoli avevano

iniziato la loro pulizia etnica contro i moriscos e si illudevano di aver domato la

ribellione olandese, decisero di reagire all’offensiva mediterranea degli infedeli.

Fu allora che papa Pio VI riuscì a mettere in piedi un’enorme lega antiturca. La

flotta cristiana, comandata da don Giovanni d’Austria (figlio naturale di Carlo

V) incontrò quella turca nelle acque di Lepanto, e la distrusse nel 1571.

L’offensiva turca nel Mediterraneo era per il momento conclusa; questo veniva

diviso a metà tra Spagna e Impero ottomano. Venezia non si riprese.

Da Roma si gestiva molto degli equilibri politici dell’Europa cattolica, si

distribuivano le nunziature, i cappelli cardinalizi, i benefici episcopali, le

posizioni dirigenziali degli ordini religiosi, si tutelava la sicurezza della fede.

L’Europa non aveva ancora trovato l’equilibrio della convivenza. La sicurezza

degli Stati e dei sistemi di valori non c’era più, non era tutelata da regole

condivise, e una guerra generale poteva scoppiare, per ridefinire i sistemi di

appartenenza nell’Europa cristiana.

XXIII. La guerra dei Trent’anni.

Per un paio di generazioni, mentre i cugini spagnoli si dedicavano a costruire il

prototipo di monarchia accentrata, custode dell’ortodossia della Controriforma,

gli Asburgo d’Austria mantennero l’equilibrio trovato nella pacificazione di

Augusta fra cattolici e protestanti. Il governo imperiale restava un po’

paternalista e all’antica; l’Imperatore Ferdinando I (1527, 1564-76),

segretamente protestante, ma cattolico di facciata, successe il nipote Rodolfo

II (1552, 1576-1612), sinceramente cattolico, scelse come sede del governo

imperiale Praga, la cui nobiltà era quasi tutta calvinista di tradizione hussita, e

le garantì libertà religiosa. La Praga rudolfina fu per quarant’anni un centro di

cultura e relativa libertà.

A Rodolfo successe il fratello Mattia (1557, 1612-19), al quale, in assenza di

figli fu designato a succedere il cugino duca di Stiria, poi Ferdinando II (1568,

1619-37). L’orientamento politico cambiava completamente. La libertà religiosa

e le prerogative della nobiltà boema furono attaccate, come cinquant’anni

prima quelle dei Paesi Bassi da parte di Filippo II. Gli Stati boemi reagirono

duramente. Una loro delegazione salì al castello di Praga, affrontò due

luogotenenti di Mattia e un loro segretario, li buttò dalla finestra. I tre non

morirono, ma la “defenestrazione” del maggio 1618 segnò l’inizio della guerra

dei trent’anni, che devastò la Germania, non riuscì a trasformarla in una

monarchia assoluta, ma fece crescere il rango internazionale degli Asburgo

d’Austria.

L’anno seguente, a Praga, gli Stati rifiutarono di riconoscere la successione di

Ferdinando, ed elessero re di Boemia l’elettore palatino Federico V, un principe

calvinista. Era un’aperta ribellione che fu schiacciata già nel 1620, dopo la

quale Praga fu sottoposta una violenta repressione. La Boemia fu trasformata

in una delle terre più cattoliche d’Europa, centro della Compagnia di Gesù,

dell’arte barocca, la quale usava i suoi meravigliosi strumenti visivi per

disporre delle coscienze. I praghesi rimasero praticamente soli contro 36

Ferdinando, aiutati soltanto dalla nobiltà ungherese in rivolta e da prestiti

olandesi e veneziani. Qualche anno più tardi, nel ’25, intervenne in campo

protestante il re di Danimarca, che però fu sconfitto e costretto alla pace.

Un’alleanza protestante non si riusciva a formare; a fianco dell’imperatore

scendevano in campo i cugini di Spagna: Filippo III (1578, 1598-1621), poi

Filippo IV (1605, 1621-1665), e i principi tedeschi cattolici.

L’imperatore Ferdinando II si proponeva di trasformare la Germania in una

monarchia assoluta, accentrata e cattolica. In un solo anno, dal ’31 al ’32, le

sorti dei luterani furono risollevate dagli svedesi, e dopo un decennio di vittorie

degli Asburgo, contro il traballante fronte protestante, la guerra prese

improvvisamente una piega diversa: il capo delle truppe imperiale era un

grande talento militare, l’unico che riuscì a fermare gli svedesi, Albrecht von

Wallenstein (1583-1634), un aristocratico boemo convertito al cattolicesimo.

Chiese ed ottenne il comando politico oltre che militare; probabilmente voleva

per sé la corona di Boemia ed essere lui l’arbitro dei destini della Germania.

Finì col negoziare con gli svedesi il proprio passaggio al campo avverso e morì

assassinato da due colonnelli fedeli all’imperatore. Gli svedesi scacciarono gli

imperiali dal cuore della Germania e dalla stessa Boemia, ma nella battaglia di

Lutzen del 1632, in cui benché vittoriosi, persero il loro re. Senza Gustavo

Adolfo, l’alleanza protestante fu di nuovo in difficoltà. Alla fine della guerra dei

trent’anni, con i Trattati di Westfalia, 1648, si sarebbe poi adottato il 1624

come anno di riferimento, il che avrebbe riportato la spartizione religiosa

pressappoco dell’anteguerra. La guerra dei Trent’anni non fu ormai né dagli

imperiali né dai protestanti, si risolse in un orribile devastazione per la

Germania e in un ritardo tedesco nella costruzione di una politica moderna,

capace di governare gli artifici di elaborazioni istituzionali sofisticate.

Comunque, con le vittorie svedesi, e poi l’uscita di scena, tanto di Gustavo

Adolfo quanto Wallestein, e perfino con la pace di Westfalia, il conflitto europeo

non finì, poiché entrarono in campo in maniera diretta, una contro l’altra la

Francia e la Spagna, che rimasero in guerra fino alla Pace dei Pirenei del 1659.

La guerra cresceva come cresceva come materia di diplomazia; la guerra e la

politica diventavano due attività che non potevano più essere affidate alle corti,

né a condottieri più o meno fortunati o geniali, ma professionisti del governo

che ne assumevano la responsabilità. In questo senso la guerra dei Trent’anni,

col suo nulla di fatto sul piano religioso e la sua sollecitazione all’arte della

guerra e all’arte politica e diplomatica, fece fare una svolta importante alla

crescita dell’Europa moderna.

XXIV. Una politica barocca. Il centro, la periferia e la rivolta.

La Francia di Luigi III (1601, 1610-43) e la Spagna di Filippo IV, inaugurarono

una novità della politica seicentesca, affidarono il governo a un principale

ministro, o favorito del re, che in Spagna si chiamò “il valido”. A Parigi il

cardinale di Richelieu (1585-1642) e a Madrid il conte duca di Olivares (1587-

1645). Questi ministri si assumevano le responsabilità di governo e i relativi

rischi; coprivano la monarchia da pericoli di fallimento politico e attiravano su

di sé la lotta delle fazioni. La forma politica che stavano costruendo prendeva il

nome di monarchia assoluta (absoluta legibus). Quando queste fazioni si erano

37

rivolte contro la monarchia avevano potuto delegittimarla, e si erano

squalificate avevano costituito a volte una minaccia per la sopravvivenza dello

Stato, ma togliere loro la cassa di risonanza delle assemblee di ceti, non

risolveva il problema. Si può parlare di politica barocca con allusione ai

complessi rituali di corte, alle etichette, alle visibilità, alle tecniche della

comunicazione pubblica e alle simbologie, agli illusionismi di una

dissimulazione codificata. Richelieu rimase al potere sino alla morte e lasciò

come erede il suo allievo politi, il cardinale Mazzarino (1602-61). Richelieu e

Mazzarino risollevarono di molto il prestigio internazionale della Francia,

uscendo vincitori dal conflitto con la Spagna; rafforzarono l’amministrazione, le

finanze, l’esercito. Richelieu, nel 1628, con una breve guerra, riaprì e concluse

i conflitti religiosi, espugnando la piazzaforte ugonotta di La Rochelle, e

sopprimendo la clausola militare dell’editto di Nantes, che ammetteva

l’esistenza di una struttura militare protestante autonoma, una sovranità

calvinista dentro la Stato cattolico.

Le fazioni politiche, pro o contro il favorito, non esistevano soltanto a corte ma

pure in periferia; a tutti i livelli quindi la politica imparava a dare voce agli

interessi. Il vecchio assioma della concordia delle membra che compongono lo

Stato era ormai lasciato alle spalle. C’era sempre dietro ai conflitti una

questione d’imposte, che crescevano dovunque in maniera drammatica, spinte

dalla guerra. La politica centralizzata faceva perdere privilegi consolidati,

garantii da statuti, soprattutto appunto in maniera fiscale. A Lisbona, la rivolta

scoppiata nel 1640, portò in alcuni anni alla separazione da Madrid e alla

restaurazione di una monarchia indipendente; sia Lisbona sia Barcellona furono

appoggiate dai francesi in guerra con la Spagna. La propaganda e la retorica

insurrezionali facevano ricorso a un concetto antico e nuovo: la patria. Nel

1647, a Palermo e a Napoli, l’elemento popolare nella rivolta assunse una

grande visibilità. Napoli fu per parecchi giorni da un pescatore di Amalfi, che si

era messo a capo della rivolta, Masianello (1620-47). Masianello fu assassinato

e poco per volta, la rivolta entrò nella normalità della lotta politica. La grande

espansine cinquecentesca era finita e l’economia non cresceva più. Questo può

aver aumentato le tensioni sociali.

Capitolo quinto:

Monarchie, repubbliche e politiche riformatrici

XXV. Conflitti in Francia e nelle Province Unite.

Dopo la guerra dei Trent’anni, la crescita della cultura politica permise

gradualmente agli europei di affrontare i conflitti in una maniera più negoziale.

Non essere riusciti a eliminare per sempre il nemico costrinse le parti a

discutere della legittimità delle istituzioni e a inventare o a sviluppare

progressivamente sedi politiche e diplomatiche finalizzate a regolare i conflitti.

Alla metà del Seicento, l’ultima enorme vampata di passione ideale, ancora di

guerra di religione, o forse già la prima di trasformazione politica e sociale,

travolse l’Inghilterra. In generale chi era protestante rimase tale e così i

cattolici, e le discussioni religiose non travalicarono più le grandi appartenenze;

il conflitto politico lentamente rientrò in un ambito più limitato di questioni 38

negoziabili, discutibili. Anche la guerra, dopo le esperienze sanguinarie,

cominciò a professionalizzarsi mirando a risparmiare le risorse. Le monarchie si

rafforzarono in senso assolutista. In Francia come ovunque, la pressione

militare fece rapidamente crescere il prelievo fiscale che gravava sulle spalle

dei contadini e si aggiungeva ai diritti signorili. Intanto l’espansione del lungo

Cinquecento era finita e gli anni Trenta e Quaranta furono costellati di rivolte

rurali: queste rivolte erano soprattutto antifeudali. La crisi si spiegherebbe con

un presunto tradimento di una borghesia che ambiva al possesso della terra e

del titolo nobiliare invece di investire. Le rivolte contadine erano invece

soprattutto antifiscali. Direttamente contro la corte e il principale ministro

Richelieu si moltiplicarono le rivolte aperte e le congiure dei Grandi; spiccava in

queste congiure il fratello di Luigi XIII, Gastone duca d’Orleans (1608-60) e il

cugino Monsieur le Prince Luigi principe di Condé (1621-86). L’altissima nobiltà

militare pretendeva di fare ancora le sue politiche sovrane. Il gran Condé

sarebbe più tardi passato al servizio del re di Spagna combattendo contro il

suo paese. Dopo la morte di Luigi XIII, nel ’43, la vedova regina madre Anna

d’Austria, sorella di Filippo IV di Spagna, con cui la Francia era in guerra, attirò

l’odio di diversi settori del sistema politico e dello schieramento sociale. Al suo

fianco era il cardinale Giulio Mazzarino. Nell’opposizione assunsero un ruolo

dirigente i giudici del Parlamento di Parigi. I Parlamenti sostenevano di avere,

come suprema corte, la manutenzione delle leggi supreme del Regno. La

grande aristocrazia di spada e di toga si trovavano paradossalmente a

rappresentare, in maniera del tutto impropria, ogni resistenza del paese

all’accrescimento dell’assolutismo monarchico. Nel 1648 i parlamentari si

opposero a un ennesimo prelievo fiscale; invocarono la riforma del regno, che

le corti sovrane diventassero accanto al re o al suo posto, fonte legittima della

politica nazionale. Per risposta Mazzarino fece arrestare tre parlamentari capi

della sedizione. Il popolo di Parigi insorse nella “giornata delle barricate”, a

protezione della magistratura. Cominciarono così cinque anni di rivolte e guerre

civili, sino al ’52, che presero il nome di “fronda”. Mazzarino si allontanò da

Parigi, consapevole di essere solo lui il collante delle diverse opposizioni e che

in sua assenza la toga, la spada e i capi popolo parigini si sarebbero divisi.

Riuscì a tenere separate la “fronda parlamentare” dalla “fronda dei principi” e

dal popolo turbolento e pericoloso. La Francia sembrò spaccarsi di nuovo senza

ritorno.

Anche nel Nord dei Paesi Bassi, liberatosi dagli spagnoli dopo ottant’anni di

guerra nazionale e religiosa, le istituzioni e la politica degli interessi e dei punti

di vista cominciavano a ridisegnare i conflitti. Erano nate le “Province Unite”

formate da sette repubbliche. Una di queste era molto più ricca e popolosa

delle altre, l’Olanda. Legate da un vincolo confederale erano tutte dotate delle

stesse istituzioni: avevano Stati provinciali, per lo più tricamerali, di nobiltà,

città e contadini, che designavano il “reggente dello Stato”, lo staathouder.

Nominavano però anche un funzionario per dirigere l’amministrazione e la

politica, il pensionario. Lo staathouder d’Olanda, poi anche delle altre province,

diventò di fatto ereditario nella famiglia degli Orange, ed era dunque il primo

nobile del paese, quasi un re, il cui prestigio era radicato nelle campagne e fra

la gente semplice, devota alle lealtà gerarchiche, inoltre appoggiato dalla

Chiesa calvinista. Il pensionario di Olanda era invece un politico cittadino, 39

sostenuto dal patriziato repubblicano. Per molti anni fu Jan van Oldenbarnevelt

(1547-1619). Dietro di lui c’era il partito meno propenso alla guerra e più allo

sviluppo economico, una parte accusata di sottovalutare la difesa della patria e

che accusava invece gli avversari di tendenze monarchiche e dispotiche. I due

partiti si combatterono ferocemente dandosi delle contrapposte identità

ideologiche e religiose: il partito repubblicano aveva un profilo ideologico

moderato ed erano religiosamente arminiani; gli “orangisti” erano giansenisti.

In Inghilterra avvenne il contrario che nelle Province Unite: fu arminiana la

gerarchia anglicana monarchica contro i calvinisti ortodossi, i puritani e

repubblicani. In Olanda la lotta fra orangisti e repubblicani fu abbastanza

drammatica. Gli Orange erano vicino alla casa Stuart, regnante d’Inghilterra,

che aveva appena perso il trono (con la prima rivoluzione del 1640).

L’Inghilterra rivoluzionaria era aggressiva, aveva escluso gli olandesi dal

proprio commercio marittimo e aveva combattuto una breve guerra per

abbattere la loro potenza marittima. Così la carica di staathouder fu abolita e

per due decenni le Province Unite furono governate dal pensionarlo Jan de Witt

(1625-72) e da suo fratello Cornelis. Jan de Witt non capiva e non amava la

guerra. Ma le Province Unite non potevano vivere senza difendersi, erano per

la loro ricchezza minacciate, anzi attaccate dai terribili vicini: Inghilterra e la

Francia. Nel 1672 affrontarono la crisi più grave della loro storia: furono invase

dalle truppe di Luigi XIV, tornarono allo staathouderato, e da allora scivolarono

verso la monarchia. I fratelli de Witt furono assassinati e Guglielmo III (1650-

1702), salvatore e ormai padrone del paese rifiutò di perseguire gli assassini.

XXVI. La rivoluzione Inglese.

In Inghilterra, dopo la morte senza figli di Elisabetta, si cercò di introdurre

qualche miscuglio di ridimensionamento dell’Assemblea Rappresentativa,

accentramento dei processi di decisione, rafforzamento dell’apparato

burocratico e governo delle fazioni attraverso il favorito. Il tentativo fu fatto dal

re Stuart Giacomo I (1566, 1603-25) e suo figlio Carlo I (1600, 1625-49),

succeduti al trono in quanto discendenti da una sorella di Enrico VIII e si

risolse per un tragico fallimento per la monarchia e nella vittoria per il

Parlamento. Giacomo I, IV come re di Scozia, era figlio di Maria Stuart; quando

sua madre fu uccisa aveva vent’anni e dimostrò indifferenza, avvicinandosi

anzi a Elisabetta di cui sarebbe stato il prossimo erede. Si professò anglicano,

condizione necessaria per poter regnare a Londra e riunire le due corone. Sul

trono inglese contrastò vivamente con la camera dei comuni, poiché era un

sostenitore della monarchia di diritto divino. Diede tutto il potere al suo

favorito, che nominò duca di Buckingham (1592-1628), che si arricchì

personalmente in maniera scandalosa e finì però assassinato come altri

“tiranni” della sua epoca. Uno dei suoi massimi oppositori diventò il più

ascoltato consigliere, se non proprio “favorito”, di Carlo I, che lo insignì del

titolo di conte di Srafford (1593-1641). Fu così considerato traditore e nemico

del Parlamento che lo avrebbe poi condannato a morte.

Nella battaglia per modernizzare la monarchia in senso assolutista, la mossa

decisiva era sottrarre alle camere dei Lord e dei Comuni il controllo del

prelievo, che istituzionalmente apparteneva a loro. Stava al re convocarle 40

oppure no; e meno la corona aveva bisogno di soldi, più poteva andare avanti

senza Parlamento. Carlo I non convocò più le camere per undici anni; ne

poteva fare a meno a patto di non fare la guerra, che era l’unica voce che

destabilizzava davvero i bilanci pubblici.

Nel 1633 fu nominato arcivescovo di Canterbury, quindi primate della Chiesa

d’Inghilterra, William Laud (1573-1645), che si decise a imporre l’uniformità

religiosa a tutti i sudditi, anche scozzesi: un passo generalmente considerato

decisivo per il rafforzamento dell’autorità monarchica.

Gli scozzesi però erano calvinisti “presbiteriani”: l’aristocrazia scozzese, come

vent’anni prima quella boema, difendendo la sua religione, proteggeva le sue

prerogative, la sua “libertà”. Nel 1639 scoppiò la guerra e nel ’40 Carlo I

dovette convocare il “Parlamento corto”, che sciolse subito per indire nuove

elezioni, ma il secondo, il “Parlamento lungo”, non fu affatto più docile. Si alleò

con gli scozzesi contro il re; condannò a morte Strafford e poi Laud. Poi, nel

1649, a seguito di una guerra civile, lo stesso Carlo I. Alla testa della fazione

radicale c’era un membro della gentry puritana, Oliver Cromwell (1599-1658),

già eletto nel Parlamento del 1628, poi leader nel “corto” e nel “lungo” del

1640. Fu la “rivoluzione”: era dunque il popolo a detenere la potestas, che

secondo san Paolo deriva soltanto da Dio? Era così secondo i puritani che erano

stati perseguitati nell’Inghilterra Stuart e avevano cercato nel Nuovo Mondo un

angolo libero dalla corruzione dove costituire la loro società perfetta. Una

spedizione di un centinaio di “Padri pellegrini” era partita nel 1620 e aveva

fondato la colonia americana del Massachusetts. Se però ora si arrivava ad

ammettere ufficialmente questo principio da parte del Parlamento inglese, la

cassa di risonanza del repubblicanesimo radicale diventava enorme. Si sarebbe

modificato il concetto stesso comunemente ammesso di libertà: non più la

prerogativa di una comunità o di un ceto, ma il sistema dei diritti di tutti i

cittadini. Il radicalismo politico e religioso apriva la porta al contrattualismo

politico, all’idea che anziché ubbidire e basta, bisognasse concordare le regole

della politica, poiché si è tutti uguali davanti a Dio, e allora anche davanti alla

legge, e che solo così si è liberi. La rivolta-ribellione guardava avanti pensando

indietro, immaginando un’epoca futura-passata, ecco perché la parola

“rivoluzione” andava bene, perché esprimeva il movimento ciclico degli astri.

I deputati puritani erano piuttosto rappresentanti della città, di Londra prima di

tutto; quella da loro diretta era una “rivoluzione borghese”, la prima di una

serie, un modello di quella profonda trasformazione dei rapporti sociali che nei

due secoli successivi avrebbe completamente cambiato l’Europa, e poi il

mondo.

I puritani, come i calvinisti radicali, pensavano a una società di giusti e di

uguali davanti a Dio, senza gerarchie episcopali, una Città di Dio, una

repubblica senza oligarchie, un Commonwealth, una Res publica. La repubblica

fu votata nel 1649 da quello che restava del Lungo Parlamento, ormai epurato

da Cromwell: il Rump Parliament, “Parlamento tronco”. Il potere era saldo

nelle mani di un’oligarchia religiosa, che aveva in mano l’esercito e controllava

totalmente la politica.

L’Irlanda cattolica fu messa a ferro e fuoco, a Drogheda Cromwell fece un

massacro. 41

La Scozia presbiteriana riconobbe come re il figlio del sovrano decapitato e

mandò le proprie forze contro Londra a cercare di ripristinare la monarchia,

mentre il Parlamento “tronco” protestava contro la dittatura dell’esercito, e

diverse opposizioni prendevano piede nel paese. L’ala radicale dell’opposizione

voleva che la rivoluzione andasse molto più a fondo: i “Livellatori” (artigiani

delle città” e ancor più radicali gli “Zappatori”, (che davano voce ai contadini

privati delle terre dalle enclosures) contro la nobiltà e la proprietà. Manteneva

l’ordine l’esercito del New Model Army, apprezzato dalla popolazione. Inoltre il

governo di Cromwell difendeva in maniera aggressiva gli interessi commerciali

del paese, con una sorta di protezionismo.

Nel 1653, il “Parlamento tronco” fu sciolto con la forza dall’esercito di

Cromwell, il quale rifiutò il trono, ma si fece nominare Lord protettore, col

titolo di “Altezza e facoltà di designare il proprio successore. Infatti, designò

suo figlio Richard, il quale, però non riuscì, dopo la morte del padre, a

governare i diversi pezzi del sistema politico e dell’esercito, e nel 1660 fu

rovesciato dal generale George Monck (1608-70), un monarchico; questi

richiamò quello che restava in vita del Lungo Parlamento, il quale, a sua volta,

aprì la strada al ritorno della casa Stuart, nella persona di Carlo II (1630,

1660-85). L’Inghilterra tornava monarchica, ma non assolutista come la

Francia dopo la Fronda, e l’istituzione parlamentare non fu più minacciata, anzi

si rafforzò, perché aveva superato la tempesta rivoluzionaria.

XXVII. Luigi XIV e l’assolutismo. Il mercantilismo.

Nel 1661 morì il cardinale Mazzarino e Luigi XIV annunciò che avrebbe retto il

paese da solo; divise in due l’amministrazione, affidando le finanze e gli interni

a Jean-Baptiste Colbert (1619-83), e gli esteri e la guerra a Michel Le Tellier

(1603-85), né l’uno né l’altro erano grandi signori. L’assolutismo di cui la

Francia era modello contagioso, era il trionfo della “ragion di stato”,

sottomessa alle regole della morale, non più necessariamente al controllo della

Chiesa.

Le Tellier e suo figlio e successore Louvois riuscirono a rafforzare la potenza

militare della Francia, la quale aggredì i possedimenti spagnoli delle Fiandre e

della Franca Contea, rivendicando la “devoluzione2 del patrimonio fiammingo

della Spagna i soli figli di primo letto (Maria Teresa d’Austria, moglie di Luigi

XIV avrebbe dovuto pertanto ereditare i Paesi Bassi al posto del fratellastro re

di Spagna Carlo II, essendo l’unica figlia del primo matrimonio di Filippo IV. La

questione della successione spagnola occupò Luigi XIV per tutta la vita.

All’identità europea è mancata l’unità politica e Luigi XIV ha fatto uno dei

grandi tentativi per proporla, anche come modello politico e culturale, dandole

Parigi per capitale.

Dopo la breve “guerra di devoluzione” del 1667, nel 1672 la Francia aggredì le

Province Unite per spezzare la loro supremazia marittima, come aveva già

fatto Cromwell. Una parte dei Paesi Bassi è sotto il livello del mare e gli

olandesi fermarono l’invasione francese solo rompendo le dighe e distruggendo

il lavoro di generazioni. Si salvarono, ma ripristinando lo staathouderato per

Guglielmo III, e rafforzando il peso della famiglia d’Orange. Alla lunga erano

avviati anche loro verso un sistema tendenzialmente monarchico. Il 1672 fu 42


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Corso di laurea: Corso di laurea in storia medievale, moderna e contemporanea
SSD:
A.A.: 2008-2009

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