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una mitica ed escatologica, volta ad affrettare l’avvento del Regno di Dio

2) attraverso la loro conversione.

Il risultato fu una politica di ampio respiro, che utilizzava strumenti di varia natura,

persuasivi e coercitivi: la pressione fiscale, le incarcerazioni arbitrarie, la casa e il

collegio dei catecumeni, le prediche forzate.

La casa dei catecumeni, fondata a Roma sotto la spinta di Ignazio di Loyola nel 1543, era

destinata ad accogliere gli ebrei e gli altri infedeli, in particolare i musulmani che

volevano convertirsi. Nel 1562 fu fondata una casa per catecumeni di sesso femminile e

nel 1577 il collegio dei neofiti, che doveva istruire i catecumeni nella religione cristiana.

All’interno di queste strutture molti erano gli incentivi per il convertito:

egli poteva conservare i suoi beni, aveva diritto di elemosinare se povero, aveva i

vantaggi grazia all’istruzione nel collegio, da cui era possibile uscire con brillanti carriere

di predicatori, ebraisti o bibliotecari. Tutti gli ebrei che avevano manifestato un accenno

alla conversione, anche solo con una mezza frase, dovevano passare qualche settimana

nella casa dei catecumeni, sottoporsi ad una propaganda individuale pesante, soprattutto

sui giovani e i bambini. L’uso normale era infatti che i genitori neofiti, o anche solo uno

dei due, offrissero i figli, ma anche i nonni potevano offrire i propri nipoti. Spesso in casi

controversi, di donazioni di bambini da parte di parenti, si sfiorava la conversione forzata,

erano casi che suscitavano clamore e appelli al pontefice e venivano, nonostante

l’arbitrarietà della procedura, risolti secondo la “legge”; infatti quando sussisteva un

minimo di appiglio legale, la casa dei catecumeni non restituiva i sottratti se non dopo

averle battezzate, talvolta quando la situazione era del tutto favorevole agli ebrei, si

veniva rilasciati.

casi drammatici e limitati, si ha l’impressione che la scelta delle autorità fosse

Tranne

quella di molestare il più possibile il mondo ebraico, spaventarlo, creare uno stato

d’animo di insicurezza della legge senza però mettere davvero in discussione i confini

della legalità. Ad esempio nei casi controversi in cui ad offrire bambini erano parenti o

tutori e non i nonni o i genitori, il Sant’Uffizio dispose costantemente di restituirli alla

comunità ebraica.

Sul modello romano, la rete delle case di catecumeni si estese nel corso della seconda

metà del 500 e nel 600 a Venezia, Bologna, Ferrare, Modena, Reggio. Qui però era forte

la presenza di gruppi marginali e di poveri, che trovavano nella conversione e

nell’assistenza fornita dall’istituto una soluzione ai loro problemi. Questo avveniva ad

esempio a Torino, istituita nel 1653, i cui registri si sono conservati fino al 1720 e dal

quale emerge più uno ospizio per mendicanti che ad un luogo di prigionia e coercizione

come a Roma. l’aspetto più spettacolare assunto in questi anni

La predica forzata rappresentò

dalla spinta conversionistica. Si trattava di un istituto con una lunga tradizione nei secoli

precedenti, soprattutto in Spagna, dove era stato uno dei pilastri dell’attività proselitistica

dei domenicani aragonesi. Nel 1584 con la sua istituzione da parte della Chiesa, gli ebrei

romani vennero obbligati, in una rotazione che comprendeva gli adulti della comunità sia

uomini che donne, ad ascoltare ogni sabato una predica che reinterpretava in senso

cristiano la porzione settimanale del Pentateuco letta la mattino in sinagoga. Predicatori

agli ebrei furono alcuni dei più celebri convertiti del 500, forti della loro conoscenza del

mondo ebraico da cui erano usciti e del loro recente zelo religioso.

Montaigne nel suo viaggio a Roma del 1581 parla di un predicatore eloquente, Andrea

del Monte, predicatore agli ebrei tra il 1576 e il 1582, tanto efficace da suscitare le

proteste della comunità, che ottenne il suo allontanamento dalla funzione di predicatore.

Successivamente, nel corso del Seicento, tra i nomi dei predicatori agli ebrei non

prevalgono più quelli dei convertiti, probabile indice di una diffusione della conoscenza

dell’ebraico e del mondo ebraico che andava oltre il ristretto numero dei neofiti.

partecipazione alla predica forzata fu sentita dagli ebrei come un’umiliazione violenta,

La

e molti furono i tentativi sia collettivi che individuali di sfuggirvi. Gli ebrei che erano

obbligati ad assistervi resistevano con cera nelle orecchie per non ascoltare, oppure

parlavano tra loro nonostante i controlli, mentre dalle tribune i cristiani osservavano lo

spettacolo. Se la politica delle conversioni raggiunse qualche risultato, non fu attraverso

questi mezzi. Il senso e il valore di questi meccanismi era lo spettacolarizzare

l’umiliazione degli ebrei, con una sorta di linguaggio teatrale si rivolgeva ai cristiani, e

rappresentava una valvola di sfogo, consapevole o inconsapevole rispetto alla violenza in

cui ebrei e cristiani potevano sfociale nella società. Meccanismi di questo tipo non erano

sconosciuti nella Roma del tempo, nel XIV secolo gli ebrei erano obbligati a partecipare

ai giochi carnascialeschi di Agone e Testaccio tra il dileggio e le violenze del popolino,

ma si riscattò da questa umiliazione con il pagamento di una tassa. Anche la corsa degli

ebrei nudi al palio assunse nel 500 e nel 600 caratteri sempre più umilianti, fino a che non

fu riscattata dalla comunità nel 1668 attraverso una tassa di 300 scudi, ancora c’era la

sassaiola santa nell’Umbria del 400, una sassaiola ritualizzata e regolata in modo da non

scatenare eccessi incontrollati. Si tratta quindi di un meccanismo di teatralizzazione della

violenza raffrenata e simbolica, nella Roma del 500 le esigenze religiose sembra non

entrare in contrasto con quelle sociali, in quanto la violenza dal basso, causata dallo

scontento, doveva essere contenuta e ritualizzata, e le prediche con la loro carica teatrale

furono uno dei mezzi adottati per controllarla, ribadendo l’umiliazione e lì inferiorità

degli ebrei.

Le conversioni erano costanti in Italia, quindi non si trattava di una politica

fallimentare, e ad esempio nel 400 umbro, alcune comunità scomparirono del tutto, e

questo in un momento in cui la pressione conversionistica era affidata alla predicazione

francescana e ancora non era stata assunta dalla Chiesa. A Roma nel 600 la media delle

conversioni è di 10 l’anno e cresce leggermente nel 700, alcuni di questi ebrei

provenivano da altre città e ricevevano il battesimo a Roma. Questa percentuale di

conversioni non poteva intaccare l’identità collettiva, ma bastava a rendere le conversioni

un fenomeno presente.

Ciò nonostante la politica delle conversioni non intacca l’identità collettiva

ebraica dentro il ghetto, che rimane compatto. Il meccanismo era complesso ed operava

con sottigliezza e violenza, con minacce ed incentivi, fa leva sui vuoti, sulle paure,

opprimendo psicologicamente e materialmente. Ma le conversioni rimasero un fenomeno

individuale e non collettivo o di gruppo, e questa politica che aveva come scopo la

conversione di tutti gli ebrei, se osservata dal suo obbiettivo, risulta fallimentare.

La scelta dell’espulsione dall’intero mondo cristiano, avrebbe comportato

l’abbandono del principio agostiniano che aveva consentito per secoli la presenza degli

ebrei nella società cristiana, e quindi una vera e propria svolta teologica.

Possiamo concludere che alla metà del 500 il mondo romano vuole mutare la

tradizionale politica di equilibrio con gli ebrei, per eliminarli dalla sua società, ma si

tratta di un mutamento nella continuità, di un tentativo parzialmente fallito di cambiare la

politica tradizionale. Il prodotto di questo mutamento fu il ghetto, che però non raggiunse

il suo scopo ultimo. Il ghetto rappresenta l’esito ultimo di una politica che vedeva

necessario per ottenere la conversione degli ebrei, aggravare le condizioni della loro

esistenza. Il ghetto è l’unico dei metodi della Chiesa che è concreto nello spingere alla

conversione, poichè incide sulla realtà sociale della comunità, e sui suoi legami interni,

mentre tutti gli altri metodi, come la casa dei catecumeni, finirono per essere

fondamentalmente una rappresentazione destinata al pubblico, un teatro delle

conversioni. III I CONFINI DEL’IDENTITA’

L’IDENTITA’ FORTE

In un’ottica egualitaria, dove si negano le differenze, come riconoscere l’identità degli

ebrei? Fin tanto che il criterio di distinzione era stato quello religioso, era stato facile. La

storiografia guarda alla storia degli ebrei come un processo di costruzione e di

elaborazione, ripercorrendo dall’interno i meccanismi e le modalità di funzionamento

della società ebraica, le sue percezioni del mondo esterno, la sua creatività sociale e

culturale. La storia ebraica diviene una serie di strategie sottili e concrete per la

sopravvivenza, attraverso le quali si costruisce l’identità ebraica, il più saldo baluardo

contro ogni attacco alla sua identità sono state attivamente ed in positivo, le forme

culturali, sociali e organizzative che la comunità ebraica di è data nei secoli, gli elementi

di questa organizzazione sono concreti e ben documentati: l’organizzazione comunitaria e

familiare, il rapporto con lo studio e i testi sacri, la separatezza e il complesso rapporto

con l’esterno. Su tutto prevale il rapporto con la Legge e l’elaborazione rabbinica, la

Halakhah (modo di procedere) cioè il corpo della legge orale espressa nei testi normativi

e fondamentali, che regola e deicide ogni aspetto della vita ebraica, costituendo davvero

quella siepe intorno alla Torah che, dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme nel I

scolo dC fu lo strumento che consentì la difesa della religione ebraica e dell’identità del

suo popolo.

LA PERCEZIONE DI SE’: LA SEPARATEZZA

L’identità ebraica si perpetua e si mantiene nella storia in primo luogo attraverso la

diversità: diversità di organizzazione nelle strutture comunitarie, nel nucleo familiare,

nell’organizzazione sociale, regole e tabù alimentari, distinzione tra sacro e profano…

1) IL TEMPO, nel mondo ebraico è diverso dalla scansione temporale cristiana. La

differenza fondamentale si ravvisa nella giornata festiva, cioè la divisione tra il

tempo del lavoro e il tempo del Signore. Il giorno sacro degli ebrei è il sabato,

sabba, mentre il cristianesimo ha spostato sin dai suoi inizi tale giorno alla

domenica. Il pentateuco afferma che durante lo sabba ogni lavoro è proibito, è

proibito accendere il fuoco, usare mezzi di trasporto e scrivere e percorrere lunghi

tratti a piedi. L’osservanza del sabato e di questi divieti costituisce un barriera tra

due mondi e perpetua rigorosamente la diversità. Inoltre gli ebrei sono comunque

obbligati a rispettare la domenica, il giorno sacro dei cristiani, astenendosi anche

nella domenica dal lavoro, oltre al sabato.

2) CIBARIE, nel mondo ebreo la diversità alimentare e i tabù alimentari sono

molteplici, alcuni animali non possono essere cibo, il maiale è vietato, e fu un

elemento ripreso dalla tradizione islamica, il pesce deve avere pinne e squame

altrimenti non può essere cibo, tra l’altro nella spagna del 400 evitare il maiale

era prova di ebraismo. Gli animali ammessi nell’alimentazione devono essere

macellati con rituale, shejitah che li priva di sangue e grasso; inoltre è vietata la

mescolanza di carne e latte. E’ vietato bere vino prodotto o anche solo versato da

non ebrei, questo perché il vino sia nei culti pagani che in quelli cristiani ha un

particolare valore simbolico. E’ perciò impossibile e vietato che un ebreo e un

cristiano condividano la tavola.

3) RAPPORTO SACRO E MONDO, sono rapporti diversi per ebrei e cristiani. La

religione ebraica si esprime nella prassi concreta che ricorda continuamente il

rapporto con Dio, in una quotidianità religiosa. I cristiani professano il raporto

con Dio in un credo, nella religione, termine che non esiste nel mondo ebraico.

Anche il rapporto con lo spazio sacro è diverso, per gli ebrei vi era stata prima

l’Arca sacra, luogo mobile ove vi è sacralità, poi in Palestina il Santuario di

Gerusalemme, che una volta distrutto, fece scomparire questa sacralità del luogo

per spostarla in una dimensione simbolica ed immateriale.

Anche la differenziazione tra laici e sacerdoti è differente, il rabbino non è un

sacerdote, ma un maestro, un giudice.

Lo studio dei testi sacri è diverso, gli ebrei studiano la Torah il Talmud. La Torah

per gli ebrei ha la caratteristica di uno spazio sacro, un luogo sacro dove abita

Dio, molto più del luogo stesso della sinagoga. I rotoli della Torah sono spesso

sontuosamente abbigliati e al centro del rito religioso, talvolta anche adorati. Il

testo viene copiato sacralmente, e questo è un atto religioso di preghiera, ogni

giorno si ha l’obbligo di legger dei passi del testo sacro.

4) LA FAMIGLIA. La famiglia è un istituto fondamentale attraverso il quale si

trasmette la cultura ebraica, e si affianca alla sinagoga. Il bambino in famiglia

impara l’ebraico e i testi sacri, poi a 5 anni si affidavano o ad istitutori privati o a

istituzioni comunitarie. Gli studi superiori si iniziavano introno ai 12 13 anni, ma

talvolta più precocemente, qui si apprendevano oltre agli studi sacri anche quelli

profani, come l’aritmetica, il latino, la musica, la danza.

Gli studi talmudici, e l’esegesi erano tradizionalmente riservati agli uomini, ma

anche le donne di eccezionale sapienza potevano accedervi. Complessivamente le

donne ebree sono alfabetizzate quanto le donne dei ceti urbani borghesi, quindi

maggiormente rispetto alla media della società cristiana, dove la povertà lasciava

nella completa ignoranza le donne. Il canale di insegnamento delle ragazze

cristiane era il convento, per le ragazze ebree la famiglia. L’analfabetismo tra gli

ebrei è molto minore rispetto ai cristiani.

LA PERCEZIONE COLLETTIVA DI SE’

I gentili, cioè i non ebrei, i cristiani in particolare per gli ebrei erano degli idolatri allo

stesso modo dei politeisti pagani; la situazione degli ebrei nella società della diaspora,

rendeva però essenziale alla loro sopravvivenza materiale il rapporto con i gentili.

Quindi i testi furono reinterpretati in modo da rendere lecito questo rapporto senza

intaccare i principi religiosi.

Gli ebrei nonostante il loro esilio, Galut, ebbero rapporti costanti con la terra d’Israele,

anche se lontani, la Palestina non è mai stata abbandonata del tutto dagli ebrei. Spesso i

vecchi si recano in Terrasanta per esservi seppelliti, ma anche i giovani a studiare, a

formarsi nelle accademie di Gerusalemme e di Safed. L’esistenza di un polo di

riferimento come la terra d’Israele non implica la necessità di costruire una strategia di

ritorno, che per il movimento resta affidata a sogni messianici, quindi gli ebrei hanno

un’idea di provvisorietà della loro permanenza nel mondo cristiano.

L’ORGANIZZAZIONE COMUNITARIA

La comunità ebraica nasce nell’Europa medioevale, senza veri e propri precedenti

nell’organizzazione politica e sociale degli ebrei nel periodo antico, essa nasce come

organizzazione collettiva della vita degli ebrei dentro la società cristiana, e quindi nella

diaspora.

Le comunità di riferimento sono le comunità ebraiche ashkenazite del XII secolo, quelle

italiane del 400, quelle polacche del XVII secolo, quelle spagnole del 2-300, quelle

seicentesche di derivazione marrana.

La società ebraica quale si è articolata attraverso il lungo periodo dal II e al XVIII secolo

è stata definita col termine di società tradizionale,si tratta di un sapiente dosaggio di

vecchio e di nuovo. Il fondamento giuridico di questa società è la Legge, espressa nei

testi esegetici, cioè l’interpretazione della Torah tramandato dalla sapienza rabbinica,

legge rappresenta l’elemento di conservazione. Mentre lo strumento delle

questa taqqanot

(crediti e ordinanze) sono l’elemento di mutamento, che risente delle contingenze

storiche e adegua lo strumento giuridico tradizionale al tempo e le sue necessità.

Le comunità nel mondo italiano venivano chiamate communitas hebreorum o

l’universitas hebreorum, era però un’entità che implicava un riconoscimento esterno da

parte delle autorità cristiane. L’organizzazione comunitaria prevedeva un certo numero di

ebrei, che richiedeva un organismo di direzione, la creazione di una sinagoga e di un

bagno rituale, di un forno e di un macello. La struttura che dirige l’organizzazione

comunitaria varia a seconda del luogo e del tempo; in generale era un’assemblea nella

quale aveva diritto al voto solo chi pagava le tasse comunitarie. Dopo il XIII secolo in

seguito alla tendenza rabbinica a concentrare nelle proprie mani il potere decisionale, si

crearono notevoli conflitti all’interno delle comunità, di qui fece la sua apparizione

l’istituzione del rabbino comunitario. Le funzioni del rabbino comunitario erano di

insegnare, esprimere pareri in materia rituale, essere giudice nelle materie in cui i

tribunali rabbinici avevano giurisdizione, e pronunciale lo herem cioè la scomunica. La

creazione di un rabbino comunitario riuscì soltanto nelle comunità piccole e omogenee,

come Padova o Verona, mentre nelle comunità più eterogenee era complesso.

L’ORGANIZZAZIONE INTERCOMUNALE

Le comunità erano nel mondo ebraico medioevale, organismi autonomi, questo voleva

dire che non esistevano in linea di principio organizzazioni centralizzate

sovracomunitarie, e che i tribunali rabbinici non avevamo alcuna giurisdizione sulle

decisioni delle altre comunità. L’esigenza che le ordinanze rabbiniche superassero lo

stretto confine comunitario era però viva e trovò tra il XII e il XVI secolo uno strumento

frequente nella convocazione di sinodi extracomunali in Italia, Francia, Spagna e

Germania. Queste assembrele non erano prive di rapporto con lo sviluppo delle forme

comunali nell’Europa cristiana, e principalmente in Itala da dove derivano modelli e

ambiti di funzionalità. I decreti sinodali avevano ampie giurisdizioni e coprivano ogni

sorta di ambito, da quelli rituali e comportamentali all’imposizione di tasse regionali,

all’eliminazioni di leggi suntuarie. (…..nn terminato)

LA SOCIETA’ INTERNA

L’omogeneità interna alla comunità, nel mondo ebraico dipende dalla forte mobilità

naturale di questo popolo, accresciuta dalle migrazioni imposte dalle persecuzioni

esterne. Questo determinò soprattutto nell’Italia del Rinascimento e nelle comunità

del’età moderna, una situazione in cui gli ebrei di diversa origine etnica si trovavano a

convivere. Tuttavia la scoietà comunitaria generalmente presenta una certa omogeneità

sociale, anche nei casi in cui la differenziazione e il conflitto era forte. Le minacce a cui

la comunità era sottoposta, rendevano necessario creare la coesione e ammorbidire le

tensioni interne.

In Spagna ad esempio le comunità erano caratterizzate da una forte conflittualità interna,

provocata dall’iniqua distribuzione della ricchezza e dalle lotte tra le famiglie. In Italia,

Venezia e Roma hanno comunità assai diversificate socialmente, a Roma vi era una forte

conflittualità interna, che porta a risse, violenze e furti ma anche a liti civili su affitti,

eredità o affari.

In generale però la coesione interna comunitaria aveva la meglio sulle spinte

disgregatrici, perché il contenimento delle tensioni sociali viene ad identificarsi con il

e la difesa dell’identità

mantenimento culturale e religiosa.

Oltre che per motivi sociali le tensioni potevano nascere per diversità etniche interne alla

comunità che implicavano conflitti culturali. Ad esempio Roma, la comunità fu disturbata

dall’afflusso dei profughi seguito al 1492, che divise gli ebrei italiani dagli ebrei

oltremontani. Daniele da Pisa nel 1524 scrisse dei Capitoli che introducevano la riforma

della comunità romana, che distribuisce la rappresentanza degli incarichi comunali

ripartendola tra italiani ed oltremontani, conferma del carattere etnico dei conflitti; inoltre

questi capitoli promossero un’unità reale tra sefarditi ed italiani, avviando le diverse etnie

verso una progressiva amalgamazione. Dopo la seconda metà del 500 i matrimoni misti

diventarono più frequenti così come i patti commerciali e gli affari tra le due etnie

ebraiche. Quindi l’appartenenza alle varie sinagoghe non era rigida come potrebbe far

pensare la loro denominazione di provenienza, cioè scola tempio (italiana), scola

siciliana, catalana, aragonese ecc. l’istituto era elastico e si sceglieva liberamente senza

obblighi. (…..)

LA STRUTTURA FAMILIARE

Accanto all’organizzazione politica attraverso la struttura comunitaria, è

all’organizzazione sociale che venivano affidata la trasmissione dell’identità ebraica. Un

ruolo fondamentale era quello della famiglia, che rappresenta il nucleo intorno a cui

ruotano non solo la vita quotidiana ma anche le forme stesse della ritualità, della socialità,

l’ideale di castità e molto forte, così come la

del sapere. Nel mondo cristiano

sublimazione della sessualità, nel mondo ebraico la castità è al contrario guardata con

sospetto e la vita matrimoniale è il compimento della persona nella sua religiosità. Le

alla sessualità non nascono dal perorare l’astinenza, ma dalle

regole ed i divieti ebraici

regole di impurità rituale che limitano la donna nel periodo mestruale. Si tratta di una

concezione basata sul rifiuto del sangue, mentre il sistema cristiano rifiuta la sessualità.

L’adempimento del marito del debito coniugale, l’onah è un obbligo rigoroso della vita

matrimoniale e se disatteso può essere causa di rottura del matrimonio stesso.

La famiglia ebraica è patriarcale,l’uso poligamico, consentito nella Bibbia è già

nell’XI secolo, viene formalmente abolito in un’ordinanza

scomparso quando emanata da

Rabbenu Gershom, una delle figure più importanti del mondo ebraico tedesco. Questa

universalmente adottata in Francia e Germania, fu estesa molto tardi all’area

taqqanah

spagnola. Il matrimonio ebraico non è indissolubile come quello cristiano ma prevede

l’esistenza del divorzio, istituto che nasce come riservato all’uomo che deve

ghet,

ripudiare la moglie e quindi diviene subordinato al consenso della moglie.

Anche la donna poteva però invocare il divorzio, seguendo una dettagliata normativa che

regolava i casi di rottura dell’armonia familiare definendo le modalità economiche di

divorzio. Nonostante il carattere patriarcale della famiglia alla donna si garantivano

sicurezze economiche ed affettive, che la proteggevano dalla situazione di moglie

abbandonata. Le donne maltrattate dai mariti esistevano, ma godevano della protezione

delle corti rabbiniche e del mondo ebraico circostante, a differenza del mondo cristiano, i

maltrattamenti alla moglie erano considerati unanimemente riprovevoli.

La donna ha nella vita ebraica una parte fondamentale, la trasmissione dell’identità

ebraica è affidata alla madre. Il ruolo del padre è un ruolo giuridico, mentre quello della

madre è naturale, il legame materno è considerato come indissolubile.

La famiglia è al centro della ritualità ebraica, nello spazio della casa vi è espressione

religiosa, e qui il ruolo della donna è fondamentale, anche se nella vita religiosa pubblica

la donna rimane subordinata.

La famiglia ebraica appare come una famiglia nucleare, che comprende soltanto 2

generazioni, quella dei genitori e quella dei figli, vi è ampio spazio all’affettività, vi è una

struttura interna e una morale familiare.

Ci sono però dei casi ove il matrimonio era combinato e stabilito dalle rispettive famiglie,

cosa che avveniva anche nel mondo cristiano, e chiaramente questa condizione dava

luogo a matrimoni clandestini, osteggiati con delle ordinanze specifiche.

IV GLI EBREI IN SPAGNA

UNA STORIA DIVERSA

Antica è la presenza di ebrei in Spagna, filtrata da miti e leggende della memoria storica,

infatti venne identificata con la biblica Sefarad, probabilmente l’antica Sardi, in Asia

Minore, come riferimento agli esiliati di Gerusalemme che sono in Sefars, di qui il nome

di Sefarad dato in ebraico alla Spagna e il termine sefaridi, con cui tutt’ora vengono

designati gli ebrei di origine spagnola. Il ricordo storiografico faceva risalire l’arrivo

degli ebrei in Spagna in un tempo molto antico, prima della morte di Cristo, ma nella

realtà le prime testimonianze sugli ebrei spagnoli sono degli ultimi secoli dell’Impero

romano, IV secolo circa, non sappiamo quanto consistente fosse questa presenza.

Comunque gli ebrei in spagna, come nel resto d’Europa, costituiscono una piccola

minoranza, e si tratta di un mondo prevalentemente urbano. Solo nel 400 le comunità

ebraiche si disseminano in Castiglia e su vasti territori e cesseranno di essere

prevalentemente urbane.

L’immagine del senso comune storiografico ci parla della storia ebraica spagnola

di questi secoli è quella di un’intolleranza crescente, legata al processo secolare di

Reconquista portata avanti dai regni cristiani contro i musulmani. La realtà è forse più

sfumata, un editto emanato da Sisebuto nel 613, re visigoto, imponeva con la forza la

conversione agli ebrei; l’editto fu attuato parzialmente grazie all’opposizione

dell’aristocrazia che proteggeva gli ebrei. Nel 694 fu convocato il concilio di Toledo, che

alla presenza dei sovrani stabilì che gli ebrei divevano essere posti in schiavitù, le loro

proprietà confiscate i figli separati dalle famiglie e allevati da cattolici.

Nel 711 gli arabi invasero la penisola iberica, e vi si stabilirono. Le cronache

contemporanee raccontano che gli ebrei tradirono i sovrani visigoti e aprirono le porte

agli invasori, leggenda del XII secolo che è eco delle ansie e dei sospetti verso gli ebrei

del mondo cristiano della Recoquista. Il dominio arabo rappresentò per gli ebrei la fine

delle persecuzioni religiose, ma non del loro stato giuridico di inferiorità, essendo infedeli

quanto i cristiani, la loro presenza nella società musulmana era accettata dietro

pagamento di una tassa annuale, che sostituiva il servizio militare e garantiva loro la

protezione. e i “popoli del Libro” erano state introdotte dal patto di

Le norme tra musulmani

Omar (VII secolo), che appunto regolava i rapporti con cristiani ed ebrei, prevedendo

l’uso del segno distintivo, il divieto di montare a cavallo, di portare armi, di costruire

chiese o sinagoghe oltre una certa altezza. Ma entro questi limiti gli ebrei godono di

libertà religiosa, non hanno limitazioni di proprietà o mestiere, e anzi nel ceto

amministrativo della società musulmana troviamo più ebrei che cristiani, nonostante il

divieto di occupare cariche di governo.

In questo periodo si forma quella cultura bilingue, ebraica e araba che resterà a

lungo una caratteristica degli ebrei di Spagna.

Nel corso del XII secolo, protetti dal favore dei sovrani cristiani gli ebrei si stanziarono in

Catalogna, Castiglia, in seguito all’invasione dell’Andalusia da parte degli

Aragona,

Almohadi che obbligarono a pena di morte alla conversione.

Il sorgere di nuove comunità fu contemporaneo alla nascita della civiltà urbana nella

Spagna cristiana e il contributo degli ebrei a questo processo fu decisivo. Anche la vita

culturale riprende nella “barbara” Spagna cristiana, la città di Toledo, in Castiglia, è nel

XII secolo un dentro culturale di primo piano, in cui traduttori ebrei e cristiani volgono

dall’arabo in latino le opere, dei filosofi e degli scienziati dell’antichità greca,

consentendo in Occidente la conoscenza dell’opera di Aristotele.

LA SOCIETA’ EBRAICA NELLA SPAGNA CRISTIANA.

La presenza nel suo seno di 3 diverse religioni ha portato tradizionalmente ad interpretare

la società spagnola come tripartita, in realtà nel mondo cristiano di questi secoli gli ebrei

come i musulmani sono una microsocietà che si inserisce entro la società cristiana, più

vasta. La società ebrea era legittimata dal rapporto diretto con la monarchia e la persona

del sovrano, gli ebrei erano una proprietà legale del sovrano, erano definiti nella

terminologia ufficiale come “forziere della Corona”, come un tesoro reale, allo stesso

modo che in Germania dove gli ebrei erano dei “servi camerae”.

La terminologia giuridica quindi rivela che gli ebrei sono per la monarchia spagnola una

docile fonte di reddito, le tasse che gravavano sugli ebrei erano più alte di quelle dei

e la garanzia dell’esistenza

cristiani, e più numerose; la contropartita era la protezione

degli ebrei in spagna. Era una situazione molto precaria e marginale, anche nei momenti

di maggior fortuna per gli ebrei, infatti le grandi fortune dei finanzieri ebrei alle corti dei

sovrani castigliani del XIII secolo erano spesso seguite da disgrazie repentine , e le

confische dei loro patrimoni erano una prassi comune; senza contare che essendo legati

alla Corona subivano le oscillazioni dinastiche e politiche, e che le frequenti crisi del

civile erano origine di grave povertà per l’intero

potere centrale e i periodi di guerra

mondo ebraico.

La società ebraica spagnola negli ultimi secoli del Medioevo era caratterizzata al suo

interno da una marcata differenziazione sociale. Al livello più alto vi erano gli ebrei di

coprivano ruoli amministrativi, funzionari, tesorieri di corte, un po’ come

corte che

avveniva anche sotto i musulmani In Castiglia questo coinvolgimento degli ebrei

nell’organizzazione dello Stato toccò il suo culmine nel XIV secolo per poi declinare nel

XV. Negli ultimi decenni del 400 i Re Cattolici ripresero a servirsi degli ebrei nel

processo di trasformazione e centralizzazione dello Stato, ebrei erano i maggiori

amministratori dello stato, come Isaac Abrabanel, alle soglie dell’espulsione.

scala sociale vi erano all’interno delle

Scendendo nella aljamas (comunità

erbraiche, termine di origine araba) mestieri numerosi e diversificati. Gli ebrei erano

proprietari di terre e coltivatori, erano proprietari soprattutto di vigne e produttori di vino.

Fino al XII secolo essi furono anche agricoltori, poi nel XIII secolo, la documentazione

testimonia il prevalere delle vendite di terre sugli acquisti, segno che crescono le attività

commerciali urbane e artigianali, di ebrei che abbandonano la campagna anche in seguito

ai primi divieti di essere proprietari di terre e di immobili.

Il commercio ed il prestito divengono terreni privilegiati dell’attività ebraica nel XIII

secolo, gli ebrei spagnoli trafficarono anche nel Mediterraneo, sia grandi che piccoli

al dettaglio di beni di ogni genere. Il prestito rimane l’attività maggioritaria

commercianti

degli ebrei e con maggior attrito con il mondo circostante, frequenti interventi da parte

delle Corone, volti a regolarne le modalità e ridurne i tassi di interesse. Il prestito

riguardava sia le zone rurali che urbane e a tutta la scala sociale, il prestito agricolo,

sembra aver avuto l’effetto di catalizzare o accelerare processi endogeni di sviluppo, o di

pauperizzazione dell’attività agricola. A partire dal 300 il prestito ebraico entrò in crisi, le

limitazioni crescenti imposte dalla legislazione, la riduzione dei tassi di interesse e la

concorrenza di nuove forme di organizzazione del prestito tra cristiani, tolsero agli ebrei

il monopolio della circolazione del denaro e resero il prestito ebraico sempre più

marginale nell’economia spagnola.

LE ALJAMAS: CONFLITTI INTERNI E AUTONOMIA GIUDIZIARIA

elementi importanti di differenziazione contraddistinguono l’organizzazione

Alcuni

comunitaria spagnola da quella del resto d’Europa, pur nella sostanziale omogeneità delle

forme politiche, sociali, culturali e religiose. Fondamentale era la sua alta conflittualità

interna che non aveva confronto nel resto del mondo ebraico, vi erano forti tensioni

sociali per l’esistenza di gruppi privilegiati, ma anche una particolare struttura di clan

familiari e di gruppi, agitati da continue lotte di potere.

Altro elemento di diversità era l’autonomia giudiziaria di cui godevano le comunità

aragonesi e castigliane, cioè il diritto di esercitare pieni poteri giudiziari sia in materia

civile che criminale. Si tratta di un’eredità del periodo musulmano, rafforzata però nel

XIII secolo, che non mancava di suscitare le resistenze della Chiesa, la quale considerava

come un esercizio abusivo di sovranità. Nonostante una sua temporanea abolizione in

Castiglia nel 1380 e malgrado tentativi successivi di limitarne la portata, questa

autonomia fu abolita soltanto nel 1480 in seguito alla politica centralizzatrice di Isabella e

Ferdinando. La giurisdizione criminale riconosciuta ai tribunali ebraici, prevedeva la

possibilità di comminare pene corporali e condanne capitali la cui esecuzione era delegata

alle autorità civili.

Fondamentale fu nel XIII secolo l’estensione della giurisdizione dei tribunali comunitari

ai malsinos, gli informatori, termine ebraico assunto poi dal castigliano, a designare i

calunniatori e i delatori. Nel XIII secolo il ricorso alla calunnia per regolare le rivalità

interne alla comunità era divenuta una realtà e un problema grave. Nel decennio 1380-90

la lotta contro i malsinos divenne in alcune comunità, un mero pretesto per duri conflitti

tra i gruppi e i clan che si accusavano a vicenda di malsineria. In questi anni la procedura

si va precisando basandosi sul modello dell’Inquisizione,

giudiziaria contro i malsinos

sistemato in quegli anni dall’inquisitore catalano Nicolas Eyemerich nel suo Directorium

Inquisitorum (1376).

Accanto alla lotta contro i malsinos, le comunità potenziano e sottopongono a procedure

d’eccezione anche il controllo sull’obbedienza religiosa e comunitaria, già alla fine del

XIII secolo la massima autorità rabbinica aragonese Solomon Ibn Adret, poteva scrivere

che è possibile innovare o derogare la legge ebraica della Torah a ciò che richiede la

situazione attuale.

L’autonomia giudiziaria non ha soltanto rappresentato un elemento di grande importanza

della vita interna delle comunità, ma ha anche notevolmente condizionato i loro rapporti

con l’esterni. Solo le aljamas poterono così rendere esecutive le ordinanze, emanare

sanzioni giudiziarie contro ogni trasgressione alle regole comunitarie, controllare i

costumi e l’osservanza religiosa dei loro membri, uniche le comunità spagnole tra le

comunità della diaspora. conflitto all’interno della società ebraica spagnola hanno

La polarizzazione e il

esercitato una funzione integratrice più che disgregatrice, come dimostra il caso degli

ebrei di corte e l’indubbio consenso interno su cui si fondava il loro potere. Giustificava

tale consenso e rendeva accettabili i privilegi, grandi, ci cui godevano gli ebrei di corte,

primo tra i quali l’esonero dalle tasse, convesso dai sovrani ma gravante sulla comunità, il

ruolo di mediatori tra la corte e la comunità che essi esercitavano, ruolo fondamentale per

il mondo ebraico dato il contesto politico incerto e dipendente dalla Corona.

La svolta politica che incise pesantemente sulla situazione degli ebrei in Aragona ed in

Castiglia, è stata individuata nel periodo delle guerre civili e di cambiamenti dinastici che

interessarono la Castiglia alla metà del XIV secolo, e che non sono passati alla storia con

il nome di rivoluzione Trastamara. Già nel XIII secolo la pressione legislativa sugli ebrei

all’interno della società

si era appesantita, delimitando progressivamente i loro spazi

spagnola, i divieti di proprietà terriera e le limitazioni del prestito ne rappresentano gli

aspetti più significativi.

Inoltre a partire dalla seconda metà del XIII secolo, i sovrani si rivelano disposti a

percepire nella legislazione civile tutta una serie di disposizioni verso gli ebrei, come il

divieto di avere al proprio servizio dei cristiani, o di magiare, bere o bagnarsi con i

cristiani, o di prestar loro cure mediche; questi divieti erano da tempo presenti nella legge

canonica, che li ribadirà nuovamente in Spagna all’inizio del 300 nel sinodo ecclesiastico

di Zamora, e sono indice anche da parte laica, di una nuova attenzione per il problema

della contaminazione che i contratti con gli ebrei potevano comportare. Tutte queste

disposizioni furono riprese sia nel famoso codice Las Siete Partidas emanato nel 1265 da

Alfonso X di castiglia, applicato solo a partire dal XIV secolo,e parzialmente, applicato

anche da Giacomo I di Aragona (1208-1276).

L’attenzione al problema della contaminazione portava nel tardo XIII secolo le autorità

locali della Linguadoca ad emanare una serie di ordinanze volte ad evitare che gli ebrei

potessero nei mercati contaminare il cibo venduto, come gli ebrei venivano ad esser

puniti per paure di contaminazione prostitute e lebbrosi. Una sorta di passione oscura

della purezza caratterizza gli ultimi secoli del Medioevo il Mediterraneo occidentale che

rende gli ebrei una casta di intoccabili.

All’inizio del XIV secolo, la situazione degli ebrei diventa particolarmente critica nel

Regno d’Aragona, interessato da una migrazione di ebrei cacciati dalla Francia. Nel 1320

la Crociata dei Pastorelli, dopo aver devastato il sud della Francia, avervi massacrato e

convertito con forza gli ebrei a Monclus. (…) Nel 1348 durante la peste, la Catalogna e

Valenza sono al centro di violenze e massacri, al crescendo di violenze si accompagna

l’azione dell’Inquisizione, che indaga nella vita degli ebrei e dà la caccia ai convertiti

ritornati all’ebraismo, numerosi tra gli scampati alle persecuzioni in Francia e Germania.

Inizia così la ricerca di terre più sicure, un movimento migratorio verso la Castiglia, non

alla giurisdizione inquisitoriale. Ma sarà da Siviglia, dall’Andalusia, che

sottoposta

partirà alla fine del 300 la scintilla destinata a portare a quasi totale distruzione il mondo

ebraico spagnolo.

L’ANNO DELLA DISTRUZIONE

Nel 1391 un pogrom distrusse la maggior parte delle comunità castigliane e andaluse, si

originò in Siviglia, centro da più di un decennio della predicazione dell’arcidiacono di

Ecija, Ferran Martinez, vicario dell’arcivescovo che con proseliti aizzava le folle a

distruggere sinagoghe o cacciare ebrei. Nonostante le ripetute ingiunzioni della Corona,

per difendere il “reddito” ebraico, e l’accusa di eresia mossagli proprio dall’arcivescovo,

Martinez continua ad alimentare ostilità e tensioni, fino a che nel 1390 di Giovanni I di

dell’arcivescovo gli lasciarono via libera.

Castiglia e

Il pogrom scoppiò il 6 giugno 1391 secondo il copione usuale, cioè distruzione di

sinagoghe, massacri e battesimi. Presto il movimento si estese in tutto il Regno di

Castiglia e in Catalogna, a Valenzia o Barcellona la sola notizia di queste violenze suscitò

il pogrom. Tra i massacratori vi sono marinai, vagabondi, borghesi e anche aristocratici.

Eventi del genere si verificarono a Maiorca, Gerona, Lerida e molte città minori.

Nell’insieme le autorità municipali, non favorirono le violenze ma tennero spesso

comportamenti ambigui e si dimostrarono comunque troppo deboli per impedirle e per

ristabilire l’ordine in tempi brevi, così i pogrom si estesero e prolungarono nel tempo, con

effetti devastanti sulle comunità, molte delle quali scomparvero del tutto. Anche le alte

gerarchie ecclesiastiche tentarono di frenare le violenze, ma il clero locale al contrario le

guidò.

Gli eventi del 1391 sono violenze religiose e sociali, al centro del pogrom vi è l’intento

della folla di purificare religiosamente, giustificandola con i compromessi e le assenze del

potere centrale, il pogrom è un comportamento sociale, nel senso di un’appropriazione

collettiva da parte di uno o più gruppi sociali delle istanze di purezza religiosa della

società, essi sono anche un atto religioso.

Alla fine di questa ondata di violenze, le comunità della spagna erano distrutte o se

sopravvissute erano impoverite. Le ambiguità della Corona rendevano impossibile il

proseguimento dell’equilibrio sino ad allora mantenuto tra alti e bassi. Solo dopo il

secondo decennio del 400 la situazione della comunità potrà avviarsi verso un parziale

ristabilimento, anche allora però l’equilibrio in fase di ricostruzione, era minacciato dalla

politica conversionistica della Corona.

LA SPINTA VERSO LA CONVERSIONE

Prima che il progetto di conversione degli ebrei passasse diretta,ente nelle mani dei

sovrani di Aragona e Castiglia, esso era stato al centro dello sforzo missionario

dell’ordine domenicano, che dina dal XIII secolo aveva accompagnato il processo della

Reconquista. I domenicani aragonesi, guidati da Raimondo di Penafort, idearono nuovi

strumenti per ottenere la conversione di ebrei e musulmani, strumenti che furono poi

indirizzati in particolare verso gli ebrei. Il più importante fu la predicazione forzata

introdotta nel 1242, quando il sovrano autorizzò i predicatori ad entrare nelle sinagoghe e

a predicarvi. La Chiesa approvò la predica forzata, senza obbligo, in una bolla del 1278 la

Vineam Sorec.

Nell’aragona del XIII secolo e nel XIV secolo, le prediche forzate nella sinagoga o in

cattedrale furono più volte autorizzate dai sovrani nonostante la resistenza ebraica, che

vedeva in essa la violazione del proprio diritto alla libera religione. A predicare erano

soprattutto ebrei convertiti, in grado di leggere l’ebraico e di discutere i testi ebraici, ma

già nella seconda metà del 200 i domenicani tentatono, senza gran successo, di creare

delle scuole di ebraico e di arabo in grado di fornire adeguate conoscenze linguistiche ai

predicatori.

La predica forzata è uno strumento che la Chiesa controriformistica riprenderà e

perfezionerà nel XVI secolo. Limitate all’esperienza spagnola furono le controversie tra

arabi e cristiani, in cui i rabbini erano tenuti a rispondere agli attacchi e alle polemiche

cristiane.

Lo sforzo dei domenicani urtava contro il fatto che la società spagnola medievale non

favoriva la conversione, la auspicava a livello teorico, ma nella realtà vi erano elementi e

leggi che ostacolavano la conversione: la confisca da parte della Corona dei beni del

convertito, quale risarcimento della Corona per la perdita finanziaria che essa subiva con

il passaggio da ebreo servo a quello di suddito cristiano. Questa norma, sotto la spinta

domenicana tra 1242 e 1311 fu abrogata in Aragona, ma continuava ad essere praticata

ancora alla fine del 300, tuttavia era stato introdotto il principio di incentivo materiale e

spirituale alla conversione, segno di un radicale mutamento di clima. La conversione da

momento di passaggio che genera squilibrio viene proposta come un traguardo,

gratificante e carico di aspettative.

Fino al 1391 le conversioni non furono comunque defezioni di massa, ma piuttosto uno

sociale degli ebrei e ai

stillicidio capillare, favorito dalle crescenti limitazioni all’ascesa

divieti posti all’esercizio delle attività ebraiche. Ma con il consolidamento delle

monarchie, la fine della Reconquista, e la precaria pacificazione interna dopo le guerre

civili del 300, la spinta verso la conversione degli ebrei diventa parte integrante della

dinamica politica in Spagna. La contraddizione di fondo tra il mantenimento dello statud

quo e l’istanza di uniformità religiosa segnerà ormai la politica delle Corone aragonese,

castigliana nel corso del 400.

La crisi del 1391 non fu la fine delle violenze aperte, attacchi ai quartieri ebraici vi furono

anche tra il 1415 e il 1417, ma la nuova offensiva agli ebrei era affidata più che ai

pogrom alla predicazione. Protagonista ne fu Vinecente Ferrer che a partire dal 1411

suscitò entusiasmi frenetici tra la popolazione castigliana e spinse interi gruppi di ebrei al

fonte battesimale. La predicazione di Ferrer viene contrapposta a quella di Ferran

Martinez, molto più moderata e mai oltrepassante i confini della legalità.

In linea con l’azione di Ferrer e ispirata al suo intervento è la durissima legislazione

emanata dalla Corona di Castiglia a Valladolid nel 1412, che imponeva agli ebrei:

-quartieri riservati;

del segno distintivo e di abiti particolari diversi

-l’obbligo da quelli dei cristiani;

-divieto di tagliare la barba e capelli;

-divieto di prestito;

dall’amministrazione e dalla quasi totalità dei mestieri;

-esclusione

-divieto ai medici ebrei di curare pazienti cristiani;

-divieto agli artigiani di vendere ai cristiani.

Nello stesso periodo, a Tortosa, l’antipapa Benedetto XIII con l’aiuto del converso

Jeronimo di Santa Fe, organizza una grande disputa pubblica con i rabbini del Regno

d’Aragona, un’altra disputa simile si era tenuta a Barcellona nel 1263, ma questa volta a

Tortosa si verifica un vero e proprio processo al Talmud, portato avanti tramite

intimidazioni di ogni tipo. Per due anni 1413 e 1414, gli ebrei vennero condotti a migliaia

ad assistervi, e le conversioni furono numerose, soprattutto tra gli strati più elevati, tra gli

ebrei di corte e i rabbini. Questa disfatta teologica ebraica, ebbe un effetto più distruttivo

dei pogrom del 1391, tra 1412 e 1419, la sola predicazione di Vincete Ferrer porta 15 o

20 mila conversioni.

Nel 1415 Benedetto XIII emanava una bolla in cui riprende le disposizioni delle

ordinanze di Valladolid, aggiungendovi la confisca del Talmud e di tutta la letteratura

rabbinica, oltre che al’obbligo per gli ebrei di assistere a 3 sermoni l’anno. Ferdiando I

d’Aragona ne confermava la validità nel regno, così che in castiglia ed aragona gli ebrei

sono in crisi e viene messa in discussione la loro stessa esistenza.

AVERROISMO E APOSTASIA

Nei primi anni del 400, gli ebrei di Spagna sembrano così entrati in una crisi senza ritorno

ma una crisi provocata non tanto da massacri e distruzioni come nella Germania del 300,

ma dalla rinuncia, dall’abbandono, dalle conversioni su vasta scala. Certo queste

conversioni furono in buona parte il risultato di imposizioni e violenze, ma il preferire le

conversioni alla morte, e l’aggirare la conversione forzata mantenendosi cripto ebrei era

una scelta consapevole e teorizzata, non che siano mancati i martiri , anche se il martirio

almeno rispetto a paesi come la Germania rimane minoritario, gli spagnoli preferiscono la

conversione alla morte.

Le ragioni di questa scelta sono state diversamente valutate, e c’è chi le ha attribuite al

contatto profondo degli ebrei spagnoli con il mondo cristiano, alla diffusione di teorie

e scettiche che ne avrebbero logorato l’identità

filosofico-razionalistiche religiosa e

facilitato il passaggio alla religione dominante. E’ così che l’esperienza secolare di

rapporto con le altre culture, lo studio dei classici antichi e di tutta la sapienza delle

nazioni, sarebbero alle origini di una crisi che precede e prepara alla conversione, ultimo

cedimento di una coscienza già incrinata.

Nel mondo ebraico medievale questo clima culturale non era presente solo in Spagna,

Analoghe esperienze caratterizzano la storia degli ebrei provenzali, quelli cioè che

abitavano la Linguadoca e che usavano il provenzale come lingua vernacolare. Era nella

città provenzale di Lunel che si erano trasferiti, durane la persecuzione degli Almohadi,

scuola di traduttori dall’arabo delle opere della

gli intellettuali andalusi, dando vita ad una

tradizione aristotelica-averroista e dei filosofi ebrei medievali che imprime un carattere

accentuatamente razionalistico alla cultura provenzale di questi secoli.

All’inizio del 300 mentre il mondo ebraico spagnolo era attraversato da un’ondata

rigoristica di reazione contro la filosofia (indotta anche dall’arrivo di maestri di origine

askenazita) ed aveva messo al bando le correnti filosofiche più eterodosse, in quello

provenzale la diffusione della filosofia era al suo apice e aveva portato a un vivace

contrasto tra i tradizionalisti provenzali e spagnoli a proposito del pensiero maimonideo,

e in genere del rapporto con la scienza dei gentili. Ciò nonostante quando le violenze ed

espulsioni colpirono nel 1320 la Francia meridionale, non si verificheranno conversioni

di massa simili a quelle che invece avvengono il spagna alla fine del 300.

Ma il passaggio dall’averroismo all’apostasia non era scontato neanche il Spagna, come

dimostrano le opere apologetiche ebraiche composte dopo il 1391, in cui argomentazioni

prettamente razionalistiche e filosofiche venivano costantemente utilizzate a difesa della

religione ebraica contro i cristiani. Nella cultura spagnola e provenzale della fine del

Medioevo, le interpretazioni allegoriche dei testi sacri, diffuse in ambiente razionalista,

rappresentarono effettivamente un fattore di cristi della religione tradizionale,

introducendo l’idea di un doppio livello di lettura dei testi biblici, l’uno letterale,

più, l’altro allegorico, destinato ai pochi elettori in grado di cogliere le verità

destinato si

filosofiche dietro il veleno della narrazione allegorica, e fondamentalmente svalutativo

dell’osservanza. Ma conseguenze analoghe avrebbe portato anche il pensiero mistico e

cabalista diffusosi in Spagna nel secolo XIV attraverso la scelta di privilegiare una lettura

simbolica dei testi e di interpretare l’osservanza della Legge come la strada per cogliere

la divinità. Come la lettura razionalistica, anche quella mistica avrebbe minato alle radici

i principi del’ebraismo normativo rabbinico, sebbene i mistici, diversamente dai filosofi

che tendevano a svuotarli di significato, fossero assai rigorosi nel segnare i confini

rispetto al mondo esterno e nell’eliminare ogni contatto con la cultura dei gentili. Così si

collega al misticismo e le sue espressioni messianiche, alla rinuncia alla fede dei padri,

fenomeno che caratterizza il mondo spagnolo di questi secoli. Le continue speculazioni

messianiche della Spagna medioevale, nate sovente in ambienti mistici, avrebbero

suscitato attese e delusioni, proiezioni verso il futuro e forme di estrema passività

religiosa, mentre la “classica fede” askenazita, con la sua tranquilla accettazione del

volere divino, lontana da ogni entusiasmo messianico, si sarebbe rovesciata nel rituale

sacrificale del Quiddush ha-Shem, una sorta di volontaria espiazione dei peccati di tutti.

C0sì il misticismo, nonostante la sia apparente alleanza con il giudaismo tradizionale

avrebbe contenuto in sé gli stessi germi di dissoluzione della vita ebraica di cui si

facevano portatori lo scetticismo e la filosofia.

Per quanto riguarda i pogrom i fattori culturali che ne giustificano l’attuazione sono

diversi, fina dal XII secolo trovò spazio una dottrina che giustificava, sia pur sempre

entro i limiti della legge, la conversione accettata sotto la minaccia della morte. Colui

che aveva dato forza teorica e solide basi halachiche a questa scelta, che a prima vista

potrebbe apparire come essenzialmente pragmatica, era stato il massimo pensatore ed

esegeta dell’ebraismo medievale, Moshè ben Maimon meglio conosciuto come

Maimonide (1135-1204). Nel suo Trattato sulla Santificazione del Nome, scritto nel

1162-63 a Fez, Maimonide sostiene che non è necessario il martirio, e difende coloro che

pur convertendosi all’Islam, rimangono fedeli in segreto ai comandamenti. Al centro del

trattato vi è la distinzione tra violazione spontanea e violazione forzata dei

dell’osservanza

comandamenti, ne consegue la necessità di salvaguardare il principio

segreta di fronte, riconoscere Maometto senza farsi uccidere. L’ebreo però che accettava

la conversione forzata doveva partire ed abbandonare tutto ciò che gli apparteneva, e

viaggiare alla ricerca di un luogo ove potesse professare la propria religione. Le

conclusioni di Maimonide erano formulate in rapporto all’Islam, dal momento che

nell’esperienza storica in cui egli scriveva erano i musulmani che imponevano con la

forza la conversione a ebrei e cristiani, ma comunque è possibile riferire il testo ad altre

situazioni, sempre senza intaccare il principio che Islam e cristianesimo siano religioni

idolatriche.

Invece il primo a mettere in discussione il fatto che il cristianesimo fosse idolatra fu nel

XIII e XIV secolo in Provenza R.Menahem ha-Meiri, egli sosteneva che le nazioni gentili

erano in grado di elaborare delle religioni, che potevano essere considerate inferiori

all’ebraismo ma non idolatriche. Questa asserzione contribuì ad abbassare il livello di

conflittualità con il mondo cristiano e diffondendosi e aiutando il passaggio alle

conversioni.

All’origine della conversione di tanta parte del mondo ebraico spagnolo è fondamentale

la pressione esterna, divenuta insopportabile dopo i pogrom del 1391 e la disfatta

teologica di Tortosa, tutti gli altri fattori hanno contribuito a creare un clima favorevole

alla conversione, a smussare i confini tra cristiani ed ebrei, ridurre il battesimo ad una

mera finzione…ma gli ebrei spagnoli accettarono il battesimo quando divenne troppo

difficile restare ebrei.

TRA CONVERSIONE E RICOSTRUZIONE

Nel 1417 Martino V diviene papa, e la situazione delle comunità aragonesi e castigliane

che stava precipitando verso la catastrofe si ristabilì gradualmente. Nel 1419 il nuovo re

d’Aragona Alfonso V abrogò la prammatica reale che aveva confermato nel regno la

bolla dell’antipapa Benedetto XIII. Da ora in poi gli ebrei possono riprendere a leggere e

possedere il Talmud e la letteratura rabbinica, esercitare i mestieri da cui la bolla li aveva

esclusi ed avere i propri tribunali, complessivamente tornare alla situazione precedente il

1391. Le ordinanze di Valladolid erano già state abrogate in Castiglia nel 1418, ma 20

anni si leggi restrittive, pogrom e conversioni di massa avevano segnato gli ebrei

spagnoli.

Anche la geografia della comunità è mutata, la maggior parte delle comunità del Regno

d’Aragona sono distrutte o dimezzate, in Aragona nel 1492 non ci sono più di 600

famiglie ebraiche; ora la maggior parte degli ebrei vive in Castiglia dove non esiste

inquisizione, sparpagliata in numerosissime piccole comunità.

Nel corso del secolo vi è un accrescimento demografico e un ristabilirsi delle comunità.

Questo processo di ricostruzione fu agevolato dalle Corone, in particolare da quella di

Castiglia, preoccupate dell’impoverimento complessivo del mondo ebraico e della

riduzione della sua capacità di contribuzione fiscale. Dopo i massacri, nel 1392 la Corona

d’Aragona aveva tentato senza successo di ricostruire le comunità di Barcellona e di

Valenza, ma aveva presto abbandonato il progetto. Motore di questi sforzi di

ricostruzione delle comunità aragonesi vi era un rabbino legato alla corte, Hasdai

Crescas, che nel 1396 varò una ristrutturazione accentuatamente elitaria della comunità,

estesa dalla Corona a tutte le aljamas aragonesi.

La ripresa delle comunità castigliane successiva al 1419 fu opera di Abraham Benvenise,

ebreo di corte nominato nel 1429 dal re di Catsiglia “rabino mayor” ispiratore del sinodo

delle comunità castigliane a Valladolid nel 1432 che diede vita ad una riorganizzazione

comunitaria. Le disposizioni di questo sinodo infatti coordinavano le aljamas catigliane,

ripartivano le imposte comunitarie in modo da finanziare l’insegnamento e quindi il

consolidamento dell’identità religiosa ebraica, ripristinavano la struttura amministrativa e

giudiziaria della comunità, emanavano leggi suntuarie e rinvigorivano le disposizioni

giudiziarie contro i malsinos abolite nel 1380.

Oltre ai problemi economici e di riorganizzazione della vita comunitaria, la crisi dei

decenni precedenti poneva il problema di stabilire un linea di condotta per coloro che si

erano convertiti e che tentavano di tornare in seno all’ebraismo. Teoricamente un ebreo

convertito al cristianesimo restava ebreo e fin dal XI secolo questa formulazione

“anche se Israele ha peccato, rimane Israele” fu trasformata in principio

talmudica

giuridico, espresso in un responsum di autorità ebraiche. Il problema dell’ebreo che

rimane tale anche dopo il battesimo si poneva in rapporto a problemi giuridici concreti,

come vincoli matrimoniali, di eredità, ci società commerciali, la cui soluzione era legata

alla definizione dello stato legale che doveva essere riservato ai convertiti dentro la

comunità. I maestri ashkenaziti danno risposta basandosi sul presupposto che un ebreo

rimane un ebreo anche se peccatore, con tutte le conseguenze legali connesse alla

condizione di ebreo. Invece la percezione del mondo ebraico era diversa, i convertiti

venivano visti come cristiani dagli ebrei e ciò trovava spesso conferma nel diffuso

atteggiamento di zelo e persecutorio dei neofiti verso gli ex compagni ebrei.

Nella spagna del 400 il problema delle conversioni aveva cominciato a porsi chiaramente,

già dal 300, le autorità ebraiche avevano scelto di sostenere i conversos che volevano

tornare ebrei. La lotta contro i malsinos era uno degli strumenti di questa strategia, un

altro strumento può essere stato l’adozione di cerimonie di riammissione in seno

all’ebraismo; si tratta di rituali che non erano contemplati nella legge ebraica, dal

momento che non erano necessari teoricamente, ma che nel concreto sono diffusi in

Spagna e non solo, sintomo quindi della necessità di sottolineare la rigiudaizzazione con

l’attraversamento di una soglia, quasi un controbattesimo, diffuso soprattutto nelle società

ad altro tasso di conversioni.

L’INQUISIZIONE SPAGNOLA

Nel corso del XV secolo l’obbiettivo principale dell’attacco contro il mondo ebraico

comincia a non essere più l’ebreo pubblico, cioè colui che ha rifiutato la conversione, ma

ai primi decenni del 400 profonda era l’integrazione dei convertiti nella

il converso. Fino

società spagnola, caratterizzata da ampie alleanze matrimoniali tra le famiglie cristiane e i

nuovi cristiani, dimostrando un alto livello di permeabilità sociale; poi però nella prima

metà del 400 il processo di integrazione si arrestò e la politica che mirava ad ottenere la

conversione degli ebrei sembrò fallire. Paradossalmente si trattava di un fallimento

derivante dall’abbondanza di conversioni, che ne metteva in dubbio la sincerità, dubbio

che veniva agitato in particolare dai domenicani.

In questo contesto Ferdinando e Isabella decisero di introdurre anche in Castiglia

l’Inquisizione romana, presente in Aragona già dal XIII secolo: nasceva così

l’Inquisizione spagnola approvata da Sisto IV con una bolla del 1 novembre 1478. Il

potere di nominare o deporre i sovrani era totalmente affidato ai sovrani.

Da parte sua la monarchia istituiva nel 1480 il Consiglio dell’Inquisizione, in cui sedeva

l’inquisitore generale (che dal 1483 al 1498 fu il domenicano Tomas de Torquemada,

confessore di Isabella) stringendo così legami indissolubili tra lo Stato e l’inquisizione.

Nel 1480 cominciano subito i processi a Siviglia contro i giudaizzanti, In seguito ad un

tentativo di ribellione dei conversos, ardono i primi roghi. Da allora in spagna sarà

frequente lo spettacolo degli auto de fè le sentenze emanate pubblicamente e con grandi

formalità dall’Inquisizione, cui seguiva a conclusione della cerimonia, il rogo dei

secolari perchè l’Inquisizione non poteva spargere

condannati, operato dalle autorità

direttamente il sangue.

L’opposizione all’Inquisizione venne dai conversos, ma anche dai sostenitori delle

autonomie municipali e cittadine, e perfino dal clero locale, sia dai vecchi che dai nuovi

cristiani e già nel 1482 una bolla di Sisto IV condanna i metodi inquisitori ali e reclama il

controllo dei tribunali vescovili su quelli dell’Inquisizione. Ma il fronte di opposizione

anti-inquisitoriale si ruppe nel 1485 dopo che i converso assassinarono nella cattedrale di

Saragozza l’inquisitore Pedro de Arbues.

Sebbene il tribunale dell’Inquisizione giudicasse i giudaizzanti, ma anche tutti i reati

contro la fede cattolica, la quasi totalità dei condannati del corso del 400 e del primo 500

sono conversos accusati di giudaizzare.

La creazione dell’Inquisizione rafforzò anziché diminuire l’allarme per l’esito della

politica conversionistica. I processi dimostravano che i neofiti cristiani rimanevano cripto

ebrei, e dimostravano anche che gli ebrei pubblicamente dichiarati favorivano i rientri

all’ebraismo dei convertiti.

IL SANTO NINO DE LA GUARDIA

In Spagna si ricorse allo strumento tradizionale dell’accusa di omicidio rituale. Una prima

volta a Maiorca nel 1435 che costrinse alla conversione l’intera comunità; ancora una

volta nel 1454 a Valladolid dove però l’ebreo accusato era stato giudicato innocente,

nonostante la predicazione incendiaria e accusatrice del francescano Alonzo de Espina,

che scrisse anche l’opera

che aveva continuato a sostenere la colpevolezza degli ebrei e

Fortalitium fidei, dove riafferma l’accusa di omicidio rituale e la necessità di espulsioni

politiche citando gli esempi dell’Inghilterra e della Francia, dove ebrei erano stati espulsi

dopo omicidi rituali perché avevano violato il patto di sottomissione alla società cristiana.

Nel 1490 La Guardia arresta casualmente un conversos in possesso di un’ostia

consacrata, egli interrogato confessa, accusando anche altre persone, sia ebrei pubblici

che neofiti cristiani, e parla di un assassinio di infante per adoperarne il corpo a fini

magici, per far morire i cristiani e inquisitori e far trionfare l’ebraismo. Il bambino in

questione non era mai esistito, e non aveva un nome, perciò passa alla storia come santo

nigno de La Guardia, oggetto di culto popolare anche se non canonizzato. Il processo su

questo fantomatico assassinio, si concluse con un autodafé che ebbe vasta risonanza in

tutta la Spagna. Il processo fu anomalo, ed emerge che i conversos sono accusati assieme

perché si intendeva dare l’immagine di un complotto tra ebrei e neofiti

agli ebrei pubblici,

contro la cristianità, mostrando i timori e gli assilli della società cristiana come sempre

più ossessionanti.

L’ESPULSIONE l’espulsione sono state interpretate

Le misure prese contro gli ebrei negli anni precedenti

come le tappe successive di un processo ineluttabile e preparato da lungo tempo, che poi

porterà all’espulsione, ma può anche essere interpretata, come l’esito dell’oscillazione dei

Re Cattolici tra la conservazione della Legge tradizionale e le esigenze destabilizzanti

dell’omogeneità religiosa e politica. Nel 1480 i decreti di segregazione andavano

all’opposto di quelli di espulsione, e anche l’espulsione del 1483 dall’Andalusia,

concedeva agli ebrei un mese di tempo per liquidare i propri bene ed andarsene, fu una

iniziativa diretta dall’Inquisizione sivigliana, e va relazionata alla politica ebraica dei Re

Cattolici di Spagna che fino alle soglie dell’espulsione conservano la politica tradizionale

di conservazione protezione delle garanzie di esistenza degli ebrei nella società cristiana.

L’espulsine del 1492 derivò dall’inserimento in questo quadro di un elemento diverso,

cioè la consapevolezza del fallimento della politica conversionistica, e il tentativo

estremo di salvarne i risultati conseguiti fino a quel momento attraverso il taglio

definitivo del cordone ombelicale che ancora legava ebrei pubblici e conversos. Alla

soluzione dell’espulsione non si arrivò mai attraverso un crescendo di ostilità e

limitazioni, ma attraverso una linea spezzata che andava dalle istanze tradizionali di

stabilità ad una politica conversionistica essenzialmente destabilizzante e che con la

prima entrava in contraddizione. E il movente religioso, la necessità di isolare i nuovi

dagli ebrei fu alla base dell’editto di Ferdinando e Isabella, perché gli ebrei

cristiani

tentavano “con tutti i mezzi di dannare i cristiani e distoglierli dalla retta via”.

Almeno fino al 1499 il rientro degli esiliati fu facilitato dalla Corona, che consentì a

quanti di convertivano prima di attraversare la frontiera, di recuperare i beni venduti o

sequestrati in Spagna.

Nel 1492 una parte degli esiliati si rifugiò a Navarra, piccolo stato dell’Occidente retto da

una dinastia francese. Qui gli ebrei si erano rifugiati dalla cacciata degli Almohadi, dalla

cacciata della Francia nel 1294, dalla cacciata dei pogrom del 1391. A Navarra, la vita

degli ebrei a parte qualche momento di crisi, era caratterizzata da notevole integrazione

economica e sociale, essi potevano vivere in mezzo ai cristiani e godere di diritti su

terreni o case, esercitavano una vasta gamma di mestieri. Questa situazione, analoga a

quella spagnola dei secoli precedenti, non si deteriora nel corso del XV secolo. A seguito

di alcuni conversos accusati di aver assassinato l’Inquisitore Pedro de

del rifugio a Tudela

Arbues, anche qui fu introdotta l’Inquisizione nel 1488; nonostante ciò almeno fino al

1492 gli ebrei che si rifugiarono a Navarra furono accolti e si inserirono pienamente nella

vita del regno. Nel 1498 con la crescente influenza spagnola anche i sovrani navarresi

decisero l’espulsione degli ebrei, e di lì a poco Navarra fu annessa alla Spagna. A

Navarra l’editto di espulsione del 1498 prevedeva la scelta tra la conversione o l’esilio,

tuttavia chi sceglieva l’esilio non poteva materialmente lasciare il paese perché confinate

con i territori della spagna cattolica, perciò non potendo emigrare la maggior parte degli

ebrei navarresi scelse la conversione.

GLI EBREI IN PORTOGALLO

Una grande parte degli ebrei esiliati dalla Spagna avevano trovato rifugio in Portogallo,

incoraggiati dalla protezione del re Manuel, che considerava questo afflusso di profughi

come un’occasione per mettere a frutto le ricchezze e le capacità economiche ebraiche.

Al momento dell’espulsione spagnola, re Manuel aveva concesso a tutti il diritto di

stabilirsi, limitatamente ad un periodo di 8 mesi, sul territorio portoghese dietro

pagamento di una tassa pro capite. Particolari facilitazioni riguardavano però le famiglie

più ricche ed influenti che potevano pagare un tassa più elevata di entrata.

Nel 1496, in seguito al suo matrimonio con l’infanta Isabella, cedendo alle pressioni

spagnole, il sovrano decise la conversione forzata di tutti gli ebrei presenti in Portogallo.

In un primo momento fu emanato un anso di espulsione che lasciava 10 mesi di tempo

agli ebrei per convertirsi o lasciare il regno. A questo fece seguito, nel marzo 1497 un

decreto che imponeva la conversione a tutti i bambini tra i 4 ed i 14 anni, dopo il

battesimo i bambini venivano affidati a famiglie cristiane perchè fossero allevati da

cristiani. Nei mesi successivi imprigionati e torturati gli adulti furono convertiti. L’editto

era un iniziativa della Corona, ed incontrò l’opposizione decida della Chiesa portoghese

che lo dichiarò contrario ai canoni ecclesiastici, si trattava in effetti di una conversione

forzata, dal momento che non consentiva la scelta dell’esilio; i moventi della corona

erano finanziari ed economici, non religiosi, in particolare si voleva salvaguardare la

presenza degli ebrei come reddito fiscale per la corona, e anche come condizione di

sviluppo economico e commerciale, quando però questa esigenza entrò in contraddizione

con la richiesta della Spagna di purificare il regno dalla presenza degli ebrei, il re scelse,

con una decisione spregiudicata e contraria alla tradizione, di mantenere gli ebrei del

regno ma di sottoporli al battesimo.

Fu un evento assai traumatico per gli ebrei, rimase a lungo impresso nella memoria delle

successive generazioni. In una spazio di tempo brevissimo il Portogallo era diventato un

regno senza ebrei, e sulla sincerità di queste conversioni nessuno si faceva illusioni, tant’è

che la Corno aveva promesso di introdurre controlli sulle credenze religiose per 20 anni

nella speranza che i neofiti accettassero gradualmente la nuova fede.

La Corona aveva però fatto male i suoi conti dal momento che con la conversione degli

ebrei, trasformandoli in sudditi cristiani, la privava dei tradizionali sistemi di controllo e

di drenaggio fiscale destinati agli ebrei, di qui l’introduzione di norme intese a

differenziare i vecchi dai nuovi cristiani, e il tentativo di individuare nuovi sistemi di

controllo e di tassazione di questi gruppi mercantili. L’introduzione dopo il 1536

dell’Inquisizione avrebbe obbedito a tale necessità.

Nel 1506 un’epidemia di peste devasta la città, un pogrom di vaste dimensioni si scatenò

a Lisbona contro i conversos, la violenza di sviluppò secondo gli schemi consueti, tranne

che per il fatto che si scatenò contro cristiani e non ebrei. Il movimento iniziò con il

linciaggio di un neofita cristiano che si era mostrato scettico sulle virtù miracolose di un

crocifisso e si allargò rapidamente a colpire tutti iconversos. Alla testa del poplo vi erano

due domenicani, che saranno però giustiziati alla fine delle violenze, che incitavano la

folla ad uccidere.

Il pogrom in Portogallo dimostra quale fosse la percezione delle masse cittadine di questi

perciò andava restaurato l’ordine

neofiti, che venivano comunque considerati ebrei,

religioso, turbato dalla tolleranza del potere verso la fedeltà dei conversos all’ebraismo,

per porre fine alla punizione divina che sotto forma di peste infuriava in città. Vi erano

anche altri moventi all’origine del malessere della popolazione di Lisbona, non ultimo il

risentimento provocato dalla politica di progressiva eliminazione dei privilegi dei

cittadini attuata dalla monarchia con la partecipazione del gruppo dei conversos.

Dopo il ristabilimento dell’ordine, i conversos chiesero al sovrano di riaprire le frontiere

e di permettere loro di lasciare il paese, il decreto che liberalizzava l’emigrazione fu

emanato nel 1507 e consentì a molti di partire verso terre più ospitali dell’Impero turco.

Ma la maggior parte rimase, tranquillizzata anche dalla promessa contenuta nello stesso

decreto di abolire qualsiasi discriminazione tra vecchi e nuovi cristiani. Il tentativo era

quello di assimilare entro la società cristiana i conversos rimasti, presumibilmente quelli

meno attaccati alla loro religione. Questa politica consentì loro di sopravvivere sotto la

protezione dalla Corona fino al 1515. data in cui il re mutò improvvisante la sua linea e

chiese al pontefice di introdurre in Portogallo l’Inquisizione spagnola. All’origine di

questo mutamento di politica, vi era soprattutto il bisogno si individuare nuovi canali di

controllo sui beni dei conversos. Il tentativo, fallito in un primo momento sarà ripreso nel

1522 sotto Giovanni III successore di re Manuel, ma anche questa volta le trattative con il

papatp andarono per le lunghe per la riluttanza di Roma a concedere al Portogallo uno

strumento che già deplorava di aver concesso alla più potente spagna, sia per la vivace

reazione dei conversos che tentarono di impedire questa svolta pagando al pontefice

ingenti somme. Sono nel 1536 il Portogallo avrà vinta partita, e l’Inquisizione farà la sua

apparizione tra i conversos portoghesi.

LA LIMPIEZA DE SANGRE

Neppure l’esilio riuscì a spezzare del tutto il legame degli ebrei con la terra spagnola,

quella Sfarad che resterà mitica nella loro memoria, il paese che aveva rappresentato per

loro, nei corso de secoli, molto più di una terra di rifugio e di esilio. Ma anche gli

spagnoli continuarono a ricordare gli ebrei che avevano esiliato o distrutto, in un mondo

permeato dalla concezione cristiana secondo cui tutti gli uomini sono uguali, e in cui il

battesimo appare in grado di cancellare ogni macchina, vediamo apparire nel 400 un’idea

sangue. E’ un’idea che modifica profondamente il

del tutto nuova, quella della purezza di

quadro ideologico dei rapporti tra ebrei e cristiani. Esiste una contraddizione profonda e

insanabile tra l’idea della conversione e una concezione che sottolinea il sangue, a

dispetto della fede religiosa che si professa. Anche se le discriminazioni nascono dal

sospetto verso il cripto giudaizzante, esse finiscono rapidamente per assumere un sapore

decisamente razzista. Ebreo resta a dispetto della conversione, colui nelle cui vene scorre

sangue ebraico.

Nel 500 per entrare a far parte di un ordine religioso, per essere ammesso in una facoltà,

per ottenere una carica pubblica era necessario provare con certificati genealogici di non

avere antenati ebrei. Per quanto aggirata con la corruzione, la necessità di ottenere un

albero genealogico senza macchia si tramutò in un’ossessione collettiva, ed incise

profondamente sulla mentalità del 500 e del 600. Nel 1536 Carlo V concesse la sanzione

imperiale agli statuti di limpieza de sangre e poco dopo anche la Chiesa, che vi si era

sempre opposta, fu costretta a sanzionarli, limitatamente alla Spagna.

Le leggi sulla purezza di sangue non colpirono nella Spagna della prima età moderna,

solo i conversos ebrei, esse furono applicate anche ai discendenti dei musulmani

convertiti, anche se con minor rigore, i moriscos, che saranno espulsi dalla Spagna nel

1609. Con queste leggi sulla purezza di sangue era stato violato uno dei fondamenti

teologici del cristianesimo, quello che il battesimo e non il sangue determinassero

l’appartenenza religiosa, ed era stata al tempo stesso introdotta una contraddizione

insanabile nell’idea stessa della conversione degli ebrei.

V GLI EBREI IN ITALIA

Mentre per gli ebrei d’Europa il 300 è stato un secolo di violenze ed espulsioni ed esili, in

Italia esso ha segnato l’inizio di un grande periodo di espansione, in cui nuove comunità

si sono costituite e in cui Stati e città italiani sono divenuti terra di rifugio per gli esuli

della Germani, dalla Francia e dalla Spagna. La storia degli ebrei in Italia prende una

strada diversa dal resto d’Europa divenendo davvero quell’isola della rugiada divina, I

Tal Ya, descritta in questa fantasiosa etimologia diffusa già in età molto antica tra gli

ebrei. Fitte e numerose sono però le ombre che si addensano su quest’isola felice, e

percorsa di ambivalenze.

Una grande mobilità caratterizza il mondo ebraico italiano nei primi decenni del 300, gli

ebrei italiani si spostano, in qualche caso costretti dalle espulsioni, dome nel Regno di

Napoli o mossi dalle necessità dei traffici commerciali e finanziari. Il vuoto che si crea a

Roma con il trasferimento della sede papale ad Avignone (1305-1377), e che fa della

capitale della cristianità una città marginale e isolata dalle correnti dei traffici e dalla vita

culturale, spinge infatti molti ebrei romani a cercare luoghi più propizi nel centro e nord

Italia, A partire dalla fine del 200, e con maggiore intensità dopo la Peste nera, numerosi

sono gli ebrei ashkenaziti che scendono in Italia, cacciati dai massacri ed espulsioni della

Germania. E’ questa duplice corrente migratoria, da Roma verso il Nord e dai paesi

d’Oltralpe verso il Sud, che darà vita dalla fine del 200 e per tutto il 300, alle comunità di

banchieri che costellano città e comuni d’Italia centro-settentrionale.

A trasformare il mondo ebraico italiano in questi anni contribuisce la politica di

conversione forzata che nel 1290 spinse al battesimo o all’esilio una gran parte degli

ebrei del Regno di Napoli, determinando la scomparsa, sia pur temporanea, di comunità

secolari fittamente popolate. L’elemento chiave della storia ebraica italiana del 300 è il

sorgere nei comuni e nelle signorie in espansione di piccole e medie comunità fondate

sull’esercizio del prestito.

I BANCHI DI PRESTITO

Non sappiamo se gli ebrei che lasciavano Roma spinti dal ristagno economico della città

fossero già in origine prestatori e banchieri. Certamente lo erano gli ebrei ashkenaziti che

nello stesso periodo cominciarono a scendere verso le più ospitali terre italiane. Sia gli

ebrei romani che gli ebrei tedeschi diedero vita a comunità incentrate sul prestito, solo

successivamente nelle comunità più grandi, intorno al banchiere si formò un ambiente

composito di artigiani e mercanti.

L’invito allo stanziamento del prestatore ebreo partiva, in generale dalle autorità

municipali, bisognose di liquidi per le necessità cittadine o anche solo desiderose di

creare banchi di prestito su piccola scala per mitigare la piaga della povertà. In altri casi

l’iniziativa poteva essere del prestatore stesso che offriva alle autorità i suoi servigi,

sollecitandone l’accoglimento attraverso un sostanzioso prestito alla città, naturalmente a

fondo perduto.

Per accogliere gli ebrei entro una città o un comune, era necessario che le autorità ne

regolassero lo stato giuridico e le modalità della presenza. A questo scopo le città

stipulavano un patto, un contratto della condotta, le condotte, erano temporanee e

fissavano il numero di anni per cui il comune e il prestatore si impegnavano a tenere in

piedi il banco. Il contratto fissava anche l’ammontare del capitale che il prestatore

investiva nel banco ed il limite di interesse esigibile, in genere il 20% perché era il limite

fissato dalla Chiesa a distinguere l’interesse moderato dall’usura, mentre un interesse

troppo basso rischiava di diventare improduttivo per il prestatore, che comunque poteva

andare altrove in cerca di condizioni migliori. Le clausole della condotta fissavano anche

delle limitazioni sui pegni, vietato era accettare un oggetto di culto ecclesiastico, si

fissavano garanzie di sicurezza e di libertà religiosa date dal comune al prestatore.

Norme specifiche riguardavano la possibilità di avere una sinagoga, un cimitero e un

macello rituale, di osservare le festività ebreaiche, come anche il divieto di prestare nei

giorni delle festività cristiane.

Cos’ alla fine del 200 i banchieri ebrei di Roma aprono banchi nell’Umbria, nelle

Marche, nella Toscana, in Emilia e in Veneto. Nello stesso periodo scendono ebrei

ashkenaziti e si stabiliscono soprattutto al nord. Un caso particolare è Milano, dove un

decreto del 1320 espelleva gli ebrei impedendogli di stanziarsi, così come farà Genova

nel XVII secolo.

Non tutte le città italiane accettarono o sollecitarono la presenza ebraica, nelle città ove i

banchi cristiani erano numerosi ed organizzati in corporazioni, gli ebrei erano visti come

pericolosi concorrenti, quindi vi era ostilità, come ad esempio a Firenze ove banchieri

ebrei furono ammessi solo nel 1427 e comunque non fiorì il prestito ebraico per la grande

presenza della banca fiorentina.

Nonostante questi casi, la diffusione dei banchieri ebrei fu capillare e vastissima in Italia.

La vita in queste comunità così piccole e sparpagliate, ebbe però difficoltà organizzative

non indifferenti. Una delle clausole più importanti della condotta era la concessione agli

ebrei di un macello rituale, che garantisse loro carne adatta alla loro alimentazione.

cosa sollevava l’ostilità della Chiesa, la predicazione francescana insinuava che ai

Questa

cristiani veniva venduta carne macellata secondo il rito ebraico, e in queste ostilità si

insinuava il tradizionale fantasma della contaminazione. Nella pratica quotidiana il

comportamento della autorità era molto elastico rispetto a questa esigenza ebrea, ma

talvolta capitava che i francescani strappassero qualche proibizione alle autorità cittadine,

sull’onda dell’emozione della loro predicazione, ma le reazioni degli ebrei a questi divieti

riuscivano a neutralizzare e a dar cadere le prescrizioni, giungendo talvolta a minacciare

di lasciare la condotta pur di averla vinta.

A compiere la macellazione rituale doveva essere un ebreo addestrato al rito, lo shoehet,

e nell’Italia rinascimentale le regole della macellazione rituale fanno parte del cursus di

studi dei giovani, in genere era un rito riservato all’uomo, ma in Italia si trovano anche

casi di donne che praticavano questo rito, questo non infrangeva la Legge sacra, ma

piuttosto era insolito alla tradizione, perciò indica l’alto livello di emancipazione delle

donne ebree in Italia rinascimentale.

Intorno alla metà del 400 le comunità cominciarono a concentrarsi e ridursi invertendo la

precedente tendenza alla parcellizzazione. Questo processo fu causato soprattutto dalle

pressioni esterne generate dall’attività di propaganda antiebraica dei francescani, e dalla

creazione dei Monti di Pietà da loro inventati, e dalla conseguente politica municipale in

merito alle nuove situazioni di prestito.

Per eliminare l’attività del prestito ebraico non bastavano le prediche contro l’usura,

erano necessari strumenti che lo sostituissero, ed ecco che nasce il Monte di Pietà ideato

nella seconda metà del 400. La nascita del Monte di Pietà era stata preceduta da

un’intensa attività di predicazione, destinata a creare intorno al progetto francescano il

consenso delle masse popolari, e a suscitare l’entusiasmo per il processo di purificazione

della società cristiana dall’usura ebraica, alimentando la gente all’astio religioso,

spingendola a rinunciare ai patti stretti con gli ebrei, e perfino a cacciarli dalla città.

L’attacco mosso dai francescani al prestito ebraico è religioso ed ideologico, anche se a

determinare il successo del Monte di Pietà sul prestito ebraico furono soprattutto motivi

economici di convenienza sul tasso. Il Monte nasce come un incrocio tra un istituto

bancario e un’istituzione caritatevole, l’area di intervento iniziale è quella del

piccolissimo prestito ai poveri, rigidamente regolato per evitare che diventi un prestito

produttivo, infatti l’interesse richiesto dal 5 al 10 % era considerato una copertura per le

spese di gestione, ma comunque l’iniziativa francescana fu malvista da agostiniani e

domenicani.

in alcune città la fondazione del Monte non pose fine all’attività dei banchieri,

Anche se

in genere i comuni si affrettarono a disdire le condotte stipulate con gli ebrei. I casi:

1) Venezia. Qui il prestito era stato proibito sia agli ebrei che ai cristiani che a

chiunque dal 1254, e se un veneziano ne avesse avuto necessità doveva rivolgersi

a Treviso o a Mestre, le più vicine. Nel corso del 300 vi furono diversi tentativi di

introdurre il prestito a Venezia, tutti falliti, solo dopo la guerra di Chioggia (1378-

81) a causa della forte carenza di liquidità a Venezia, la città lagunare fu costretta

a concedere il prestito, consentendolo a chiunque, con il limite di prestare

massimo per 5 anni al massimo tasso del 10% su pegno e 12% su obbligazione.

L’invito fu accettato da ebrei, che ebbero anche diritto ad abitare insieme in un

luogo, ad avere un cimitero proprio. Ma si tratta di una breve parentesi appena la

città supera la crisi, nel 1394 il senato di Venezia decide che alla scadenza della

condotta nel 1396 , non l’avrebbe rinnovata e avrebbe espulso gli ebrei dalla città.

Chiaramente questa espulsione aveva eccezione perché gli ebrei che erano

mercanti importanti erano autorizzati a risiedere a Venezia, e a commerciarvi, così

come potevano rimanere i medici ebrei, purchè indossassero il segno distintivo,

Sembra quindi che anche dopo l’espulsione gli ebrei a Venezia

un cerchio giallo.

continuarono a viverci senza però esercitarvi il prestito e comunque in

precarietà.(…altre vicende fino al 500, pag 130)

La comunità ebraica di Venezia nasce come una comunità di banchieri, alla pari

di quelle dell’italia centro settentrionale del 200 300, anche se diversi sono i

rapporti con l’autorità. A Venezia è forte l’intreccio tra le preoccupazioni

a concedere l’insediamento nel 300, e

finanziarie che spingono la repubblica

ancora nel 1513 dopo aver perso un’altra guerra, e le preoccupazioni religiose

testimoniate dall’insistenza sul segno distintivo, e le preoccupazioni sociali che

spingono a privilegiare il prestito ai poveri mantenendo interessi bassi.

Il caso di Venezia fa capire il passaggio dal prestito cristiano a quello ebraico,

motivato dalla minor convenienza del primo, i cui alti tassi di interesse erano

difficilmente controllabili dalle autorità, e i cui profitti erano meno facilmente

assoggettabili ad imposizioni fiscali. Comunque la comunità veneziana non resta a

lungo una comunità di prestatori, l’afflusso di mercanti ebrei e i loro intensi

legami commerciali con la città, la trasformano fin dagli anni 30 del 500 in una

comunità la cui importanza per la vita economica di Venezia superava di molto il

ruolo dei prestatori e dei loro banchi.

2) Bologna. Qui la presenza di banchieri cristiani, organizzati tra loro, riuscì ad

impedire fino alla seconda metà del 300 la presenza dei prestatori ebrei. Poi si aprì

al prestito ebraico, in un periodo di fervido sviluppo economico e demografico,

tra l’altro accogliendo gli ebrei senza stipulare condotte. Poi nel 1473 la creazione

di un Monte, non portò all’allontanamento degli ebrei. Solo l’instaurazione del

dominio papale a Bologna, e l’espulsione decretata dalla bolla Caesa et obdurata

del 1593 porranno fine all’esistenza della comunità, e gli ebrei partirono per

Ferrara e Mantova, portandosi dietro le ossa dei loro morti.

i banchi si insediarono alla fine del XIII secolo, e all’inizio del 300

3) Umbria. Qui

facilitati da minori tassi di interesse soppiantarono i banchieri cristiani che vi

operavano. Nel 400 quando l’attività dei francescani incrementa e moltiplica di

Monti di Pietà e suscita gli scrupoli religiosi delle autorità cittadine contro gli

usurai ebrei, i banchi ebraici entrarono in crisi. E’ allora che gli ebrei si

occuparono di più attività da mercanti ad artigiani, a vetturai, straccivendoli e

pittori. La riconversione in attività mercantili ed artigianali di vaio genere non fu

però sufficiente ad evitare una crisi definitiva. In molte città umbre la

predicazione cristiana portò all’espulsione, alla conversione, ma in altre come a

Gubbio, Spello o Perugia anche senza espulsioni formalizzate molti ebrei

optarono per l’esilio.

La scelta attuata dai comuni italiani tra il 300 ed il 400 fu quella di consentire e

incrementare il prestito ebraico; era una scelta realistica perchè si teneva conto del

bisogno che avevano le economie cittadine di liquidità che gli ebrei fornivano a

condizioni vantaggiose, ma che obbligava a rapportarsi con l’ebreo, i due mondi

nonostante convivessero non erano in simbiosi, essi restavano separati e si dava

comunque per scontata l’inferiorità ebraica.

La leggenda di una vita felice degli ebrei i n Italia deve essere ridimensionata, in questi

secoli gli italiani cristiani hanno rapporti con gli ebrei piuttosto sereni perché non

influenzati dalla mitologia negativa ebraica, non perchè vi fosse una particolare

benevolenza della società italiana verso gli ebrei, essi erano considerati come persone

reali con fini pratici, perciò era più facile la convivenza.

GLI EBREI NELL’ITALIA MERIDIONALE E IN SICILIA

Per gli ebrei dell’Italia meridionale, il secolo XIV inizia con la conversione forzata

imposta nel 1292 dai sovrani angioini. Questa conversione di massa degli ebrei nel Regno

angioino, realizzatasi tra il 1290 e il 1294, fu sollecitata dall’Inquisizione, e ciò è

anomalo in quanto le espulsioni di ebrei più o meno contemporanee della Francia e

dell’Inghilterra furono si è ricordato iniziativa dei sovrani e non del clero. Anche la

monarchia angioina aveva sollecitato l’espulsione con la sua politica conversionistica,

che operava anche un salasso fiscale che impoverì gli ebrei e che spingeva alla

conversione in vista del privilegio dato ai convertiti, esenti dal pagare le tasse.

Nel 1442 con il passaggio alla dinastia aragonese, gli ebrei d’Italia meridionale ebbero

una parentesi privilegiata. Tra l’altro Alfonso I tolse ai tribunali vescovili la giurisdizione

sugli ebrei creando una magistratura apposita, cristiana e non ebraica, il bajulo, e accordò

loro l’abolizione del segno distintivo. Sotto Ferrante godettero della completa libertà di

movimento e del diritto di piena cittadinanza.

Anche in Sicilia gli ebrei erano assai numerosi, nel 1492 quando l’editto dei re cattolici

poneva fine, in pochi mesi, alla loro presenza millenaria nell’isola, essi sarebbero stati

molto numerosi quasi quanto tutti gli ebrei in Italia. Alcune particolarità differenziano gli

ebrei siculi da quelli del resto d’Italia, come l’organizzazione, influenzata dal lungo

rapporto con il mondo islamico, uso della lingua araba. Forte per gli ebrei siciliani era

anche il legame con il mondo spagnolo, accentuato dalla presenza di una dinastia

aragonese in Sicilia. L’elemento peculiare dell’organizzazione ebraica siciliana era la

mancanza del prestito, proibito dalla Corona su richiesta degli ebrei stessi, ma non

sappiamo per quale motivo; così gli ebrei siciliani erano mercanti, agricoltori, artigiani,

lavoratori e commercianti di pesce, gioiellieri insomma una vasta gamma di attività che

denota la loro integrazione sociale. Altri elementi sono però opposti, quindi negativi,

come la povertà degli ebrei siciliani, l’esistenza di forti discriminazioni come l’obbligo

del segno, l’obbligo di occuparsi della pulizia dei palazzi reali, quello si esercitare la

funzione del boia. Comunque nel XIV e XV secolo la vita degli ebrei siciliani scorreva

entro i binari della protezione regia, dal re dipendevano gli ebrei servi camerae regiae,

con tutte le limitazioni e i privilegi che tale dipendenza comportava, dalle imposte

pesantissime, alla concessione di una ampia autonomia giudiziaria, fino alla dipendenza

diretta dalla giustizia dopo che nel 1447 fu abolito l’ufficio particolarmente osteggiato

dalla comunità del Dayan Kelali, ricoperto da un ebreo preposto dal re a giudice supremo

degli ebrei. Nella seconda metà del 400 vi furono in Sicilia molte tensioni come pogrom e

massacri di Noto e di Modica e altre zone della Sicilia. Ma l’espulsione fu un fattore

esterno, il frutto di un’imposizione dei re spagnoli, e fu osteggiata dai vicerè e dai

maggiori città, che ancora alla vigilia del’espulsione chiedevano

rappresentanti delle

l’annullamento del provvedimento in ragione del danno economico che ne sarebbe

derivato all’isola. Il termine finale per l’esilio, dopo vari rinvii fu fissato per il 12 gennaio

1493, giorno in cui chi non si era convertito dovette lasciare la sicilia.

In Sardegna gli ebrei ebbero la stessa sorte, dal luglio 1492, presenti nel’isola dal 200. Le

comunità maggiori si trovavano ad Alghero e a Cagliari. Lo status giuridico degli ebrei di

Sardegna è simile a quello degli ebrei siciliani, a differenza di questi però i sardi

potevano esercitare anche il prestito. Nel 1488 la situazione degli ebrei sardi si deteriora

l’obbligo

in seguito ad una legislazione restrittiva che impone agli ebrei quartieri separati,

rigoroso del segno e notevoli limitazioni nei mestieri, Nel 1492 dopo che l’editto di

espulsione spagnolo fu esteso alla Sardegna, la maggior parte degli ebrei dal porto di

Cagliari partì verso le coste africane dell’Impero turco. Le sinagoghe sarde divennero

chiese.

Gli ebrei che invece migravano dalla Sicilia si diressero verso il Regno di Napoli, dove la

corona aveva accolto favorevolmente i profughi spagnoli e dove ottennero la parità di

diritti con gli ebrei dei regno. (…)

Nel 1502 l’avvento del dominio diretto di Spagna rende irreversibile l’espulsione, attuata

in successive ondate nel 1510, nel 1514 e infine e totalmente nel 1541.

GLI EBREI A ROMA

Gli ebrei vivevano a Roma fin dall’età antica, con una continuità che rendeva la comunità

romana unica in tutta la diaspora. Nel corso dei secoli, nessuna espulsione li aveva

scacciati, tuttavia le prima tracce della loro presenza le abbiamo nell’XI secolo. Il

rapporto degli ebrei romani con il mondo circostante era particolare, dato il duplice

controllo delle autorità cittadine e del papa, infatti la politica ideologica della Chiesa, era

anche una politica temporale, e ciò si evidenziava nella politica esercitata sugli ebrei.

Una prima notizia la abbiamo da un mercante ebreo spagnolo che nel XII secolo conta

circa 200 famiglie d ebre a Roma, in buoni rapporti con la corte papale e che non erano

assoggettati ad alcuna imposizione fiscale. Nel 300 sappiamo di una forte migrazione di

ebrei romani al nord che riduce le dimensioni della comunità di Roma, poi dopo il 1492

abbiamo l’afflusso di ebrei profughi dalla Spagna e dall’Italia meridionale, che muta la

composizione della comunità romana aumentandola demograficamente, e ciò influì molto

anche sull’organizzazione comunitaria. Nel 1527 in un primo censimento risultano 370

famiglie di ebrei.

L’organizzazione comunitaria a Roma era assai antica, le sue prime tracce sono del XI

secolo. Nel 300 e 400 abbiamo i primi riferimenti all’Universitas iudeorum Urbis, e ci

si basava su un’assemblea generale che decideva a

permettono di capire che la comunità

maggioranza e su un potere esecutivo formato da tre fattori, che duravano in carica 4

mesi. I poteri comunitari erano però fortemente limitati dal punto di vista giudiziario e i

tribunali comunitari, composti di arbitri volontari avevano a Roma funzioni quasi del

tutto circoscritte alla materia matrimoniale.

Gli ebrei fino al XIII secolo si trovano nel quartiere di Trastevere, nel 300 cominciano

invece a stabilirsi nel quartiere S. Angelo, dove poi nel XVI secolo sarà edificato il

ghetto, in un processo spontaneo di concentrazione, che si verifica anche in altro

insediamenti ebraici in questi secoli.

Nonostante le lotte tra le fazioni dell’aristocrazia romana, gli ebrei vivono in una

sostanziale stabilità, ne il tentativo repubblicano di Cola di Rienzo ne la peste si

ripercossero sui rapporti tra le città e la comunità ebraica o ne misero in pericolo la

sicurezza o lo stato giuridico, definito in uno statuto di privilegi concesso loro dal senato

cittadino nel 1310, e confermato nel 1402, come avveniva per i cittadini romani.

Dall’obbligo del segno, che qui era il tabarro rosso, al quale lo statuto li sottoponeva dal

1310, e era ribadito nel 1363, erano esonerati gli ebrei abitanti nella contrada iudeorum,

come pure li ebrei forestieri, nei loro primi 10 giorni di soggiorno in città.

La legislazione civile sembra incline a mantenere la stabilità e a proteggere

sostanzialmente la comunità, i rapporti col papato, ristabilitosi a Roma all’inizio del 400,

pure presentato oscillazioni, sembra andare in una sola direzione. Martino V con le sue

bolle liberalizzanti nel 1419 e nel 1429, ribadiva la qualifica di cittadini agli ebrei,

consentiva loro la libera associazione con i cristiani e attribuiva loro altri privilegi. Più

ambigua fu la politica di Eugenio IV che inizialmente confermava la linea di garanzie

date agli ebrei, ma che nel 1442 emanava una bolla di segno diametralmente opposto ella

quale gli ebrei venivano sottoposti a molte restrizioni che andavano dalla proibizione del

commercio e del prestito fino al divieto dello studio dei libri talmudici. La bolla del 1442

estesa da Roma a tutta Italia fu però revocata nel giro di pochi mesi, in seguito ad un forte

donativo da parte degli ebrei romani e dopo un accordo stipulato tra la Curia e le

comunità italiane che portava alla somma elevatissima di 1130 fiorini la decima pagata

dagli ebrei italiani.

Nel corso di questi secoli erano quali la regola nei rapporti tra Stati ed ebrei sia accordi

finanziari di questo tipo sia il pagamento di donativi eccezionali allo scopo di modificare

disposizioni o leggi che minacciassero la libertà e l’esistenza delle comunità. Questo

accordo sembra indicare una notevole disponibilità finanziaria da parte della comunità

romana. A Roma i banchieri ebrei dai documenti emergono solo nel 400 sotto il

pontificato di Martino V, mentre nella Curia per tutto il secolo, prevalgono i banchieri

cristiani. I banchi di prestito esistevano sin da prima, tuttavia non ne resta traccia nei

notarili, piuttosto Daniele da Pisa ne cita l’esistenza a Roma nel 1524 nei suoi

documenti

Capitoli, che riorganizzano la struttura della comunità, dividendola in tre classi di censo d

cui la prima è quella dei banchieri.

Un importante gruppo di privilegiati ebrei romani, erano i medici, che spesso erano

archiatri pontifici, cioè medici personali del papa, come Bonet de Lattes, provenzale che

fu medico di Alessandro VI, Giulio II e Leone X. I medici ebrei a Roma godevano di

particolare prestigio: erano esonerati dal portare il segno distintivo, e al loro nome era

premesso negli atti notarili una qualifica onorifica.

Altre attività oltre a banchieri e medici, sono il commercio, di tessuti settore che poi

diverrà dominante, di cereali e di vino. In genere non possedevano proprietà immobiliari

o terreni nonostante la legislazione glielo consentisse espressamente, anche se erano

agricoltori o produttori di vino.

Un elemento importante dei rapporti tra comunità romana e papato erano le imposizioni

fiscali. Nel XII secolo gli ebrei romani erano esonerati da ogni imposta, nel 300 erano al

contrario sottoposti a una notevole pressione finanziaria. L’origine della prima tassa

pagata agli ebrei romani risale al 1310, quando essi iniziarono a versare un tributo annuo

d’oro per riscattarsi dall’obbligo di partecipare ai giochi carnevaleschi di

di 10 fiorini

Agone e Testaccio ove erano esposti alla violenza e all’irrisione pubblica del popolino.

Questa tassa inizialmente assai modesta, si moltiplicò nel corso del 400 perchè fu estesa a

tutte le 110 sinagoghe dello Stato pontificio. Ad essa fu aggiunta, la somma di 30 fiorini

in ricordo dei 30 denari con cui Giuda avrebbe venduto Cristo, in tutto 1130 fiorini, una

somma molto forte, che divenne pesante quando alla fine del 500 restarono a pagarla solo

le comunità di Roma e Ancona.

L’origine del sistema fiscale verso gli ebrei rimane così a Roma, legato ad aspetti

ideologici: la festa, la derisione, la violenza e il suo controllo, nello stesso modo in cui nel

corso dei secoli successivi al sistema fiscale si affiderà n compito repressivo e

conversioni stico, non presente all’inizio.

I complessi rapporti tra ebrei e Chiesa oscillano tra repressione e protezione, tra

conversione e stabilità; ad esempio un’anomalia lampante è la forte tassazione che nel

500 costrinse a mantenere la casa dei catecumeni, che li voleva convertire, quindi

pagavano la politica conversionistica della Chiesa.

Alla fine del 400 gli ebrei romani sono sottoposti ad una pressione fiscale fortissima, che

nell’età del ghetto, in seguito alla drastica riduzione del numero delle

si accentuerà

comunità e al crescente impoverimento degli ebrei romani. Alla metà del 400 ad esempio

compare la vigesima, una tassa diretta sui redditi imposta agli ebrei per sopperire ai

bisogni della Crociata contro i turchi, la Crociata però nel corso del secolo rimase solo un

progetto mentre la tassa si consoliderà attraverso alterne vicende, fino a diventare la

principale imposizione fiscale che gravava sugli ebrei dello Stato Pontificio.

Nella seconda metà del 500, l’inasprirsi della tassazione sugli ebrei, con l’aggiunta di

altre imposizioni e multe per varie infrazioni, assumerà ormai un dichiarato e

consapevole carattere ideologico: attraverso l’impoverimento e le vessazioni economiche

gli ebrei venivano spinti alla conversione, perciò la pressione finanziaria si diveniva

strumento di quella religiosa.

L’AVVENTURA DI DAVID REUBENI

Se alle soglie del 500 il problema della conversione si poneva ormai anche in Italia come

quello centrale dei rapporti tra ebrei e mondo cristiano, confusi erano gli echi italiani

delle vicende spagnole e portoghesi e del grande rilievo che il problema dei conversos

andava assumendo nel mondo iberico. L’ondata messianica che accompagnava

l’espulsione non si limitava infatti a suscitare l’interesse degli ebrei, ma risvegliava

quello di un mondo cristiano sempre più pervaso da un misticismo apocalittico. In questo

clima il passaggio tra Roma e il Portogallo di un avventuriero ebreo, ridando vita ai sogni

degli ebrei, creò adesioni e curiosità insospettate e sembrò incarnare l’abisso

messianici

esistente tra il clima italiano e le tensione esacerbate del mondo iberico.

David Reubeni sbarcò a Venezia nel 1523, diceva di venire dal deserto di Habor, in

Arabia, da un regno di ebrei di 300mila anime, diceva di essere fratello del re di questo

regno, Giuseppe, e ambasciatore del suo regno in Occidente in cerca di un’alleanza

politica e militare contro il turco. Attraverso le differenti versioni del suo viaggio e della

sua missione, e soprattutto nel suo Diario, possiamo intuire che egli effettivamente veniva

dalla’Arabia, anche se non da un fantomatico regno di ebrei.

A Venezia David non prese alloggio nel ghetto anche se si presentò come ebreo (prima di

allora e altrove si era presentato come musulmano) e alludeva alla sua oscura missione; i

veneziani lo accolsero cautamente e con diffidenza cos’ egli riprese presto la strada per

Roma, ove giunse nel febbraio 1524.

A Roma si presentò al cardinale Egidio da Viterbo, dotto ebraista, che lo introdusse alla

corte papale. A Roma si fermò 1 anno, divenendo familiare prima al cardinale Egidio poi

a Daniele da Pisa, personaggio autorevole nella comunità romana e autore dei famosi

ma in generale l’accoglienza della

Capitoli che riorganizzavano la vita comunitaria;

comunità romana non fu delle migliori, egli nel suo diario riferisce di tensioni ed

inimicizie. Ciò nonostante ottenne notevole credito presso la corte papale di Clemente

VII, che dopo avergli dato udienza, alla fine del suo soggiorno David ottenne lettere di

raccomandazione del papa per il re del Portogallo e per il sovrano di Etiopia. Dopo

alcune difficoltà con l’ambasciatore portoghese, restio a consegnargli un salvacondotto

che consentisse all’ebreo di entrare in un paese dove vi erano da 1 generazione

conversioni forzate, riuscì a recarsi in Portogallo, allora nel pieno delle trattative con

Roma che porteranno nel 1536 all’introduzione nel regno dell’Inquisizione di tipo

spagnolo.

In Portogallo l’arrivo di Reubeni suscitò un’ampia aspettativa nei conversos, un mondo

oppresso e soffocato aggrappatosi a correnti messianiche affini a quelle della Castiglia, e

non molto diversa dalle ansie millenaristiche che troviamo anche nel mondo cristiano alla

seconda metà del 500 avrebbero dato vita al sebastianismo, il movimento che dopo la

morte del re Sebastiano nel 1578 si alimentò delle speranze popolari della sua

resurrezione.

Lo scopo ufficiale della missione di Reubeni in Portogallo era quello di stringere con il re

II un’alleanza in funzione antiturca e di ottenerne in cambio le nuove armi

Giovanni

dell’artiglieria. E’ probabile che dietro tale progetto ve ne fosse un altro segreto di far

tornare all’ebraismo le masse dei conversos portoghesi e di farle emigrare nella terra di

Israele una volta che questa fosse stata riconquistata dai turchi, A questo ritorno in Israle

infatti reubeni allude ripetutamente. I conversos portoghese videro Reubeno come un

liberatore e un messia, nonostante egli si presentasse come un principe ambasciatore e il

suo progetto fosse politico militare. Mosso da questi sentimenti di aspettativa e speranza

un giovane converso del luogo, segretario della Cancelleria reale, Diogo Pires, tornò

clamorosamente all’ebraismo e si unì al progetto di David; l’episodio destò forte scandalo

a Corte, acuendo l’allarme per la fede che i conversos riponevano in David. Perciò

Giovanni III rinnegò tutte le sue promesse di alleanza e lo cacciò dal paese, mentre Pires

sotto il suo nuovo nome di Shelomò Molko di rifugiava a Gerusalemme. David una volta

lasciato il Portogallo ebbe anni assai travagliati, sappiamo poco delle vicende successive,

comunque nel 1530 tornò in Italia e a Venezia ritrovò Molko, tornato dalla Palestina dove

era diventato studioso e mistico di fama,

A Roma Molko era arrivato nel 1529 circondandosi di un alone messianico e profetico. Il

soggiorno in terra d’Inquisizione era ovviamente assai rischioso per lui, converso e

tornato all’ebraismo, sembra infatti che l’Inquisizione avesse ottenuto la sua condanna e

che Clemente VII lo avesse salvato facendolo sostituire sul rogo. Inoltre sempre

Clemente VII gli lasciò un salvacondotto in cui vietava di perseguirlo in alcun modo,

perché battezzato per forza in tenera età, aveva sempre vissuto come ebreo e mai creduto

alla fede cristiana.

Lasciata l’Italia, Reubeni e Molko andarono a Ratisbona a chiedere udienza a Carlo V,

non sappiamo bene come andarono le cose e se i due si trovarono a Ratisbona, o cosa

chiedessero al re, o se volevano convertirlo all’ebraismo; ad ogni modo Carlo V non gli

concesse udienza e li fece arrestare, Molko venne bruciato come giudaizzante a Mantova

nel 1532 e David Reubeni fece la stessa fine nel 1538 a Badajoz.

E’ evidente che all’inizio del 500 il mondo ebraico era un terreno assai fertile per

avventure di questo genere, episodi simili come quello di un altro falso messia Asher

Lemlein aveva fatto rumore a Venezia nel 1502, preparando il terreno alle esplosioni di

fervore messianico. Il mondo ebraico però non si fidò unanimemente di Reubeni, in Italia

ed in Germania la sua presenza suscitò resistenze e dubbi, grande invece fu la sua fama

messianica tra gli ebrei dei paesi musulmani del Nordafrica e tra i conversos portoghesi.

In Italia Reubeni fu sostenuto da Daniele da Pisa, dal medico Yosef Zarfati e Bienvenida

Abrabanel, quest’ultima una donna di nobili natali che gli donerà una bandiera che

Reubeni porterà nei suoi viaggi insieme con altre bandiere che colpirono l’immaginario

dei contemporanei, simbolo di regno per un popolo senza regno, sulle quali erano

ricamati in ebraico il Nome divino e i 10 comandamenti. Il maghen david, la stella di

Davide, diventerà solo molto più tardi simbolo del popolo ebraico.

Paradossale e estrema questa vicenda rivela molti elementi:

- la differenza tra il mondo italiano e quello sefardita, tra il messianismo degli ebrei

spagnoli e dei conversos e lo scetticismo degli ebrei veneziani e romani che

consideravano Reubeni un pericolo impostore;

- testimonia il passaggio nel mondo romano di una concezione che vedeva la

conversione degli ebrei quale il frutto della persuasione ad una linea di durezza e

di chiusura. Infatti il salvacondotto concesso a Molko da Clemente VII prelude

alle affermazioni più generali fatte da Clemente VII nel 1533 nella bolla

Sempiterno regi, in cui le conversioni portoghesi del 1497 venivano

esplicitamente definite come conversioni forzate e i conversos ritornati

all’ebraismo venivano sottratti alla giurisdizione dell’Inquisizione. Questo

giudizio mirava a tracciare una distinzione tra conversione spontanea e

conversione forzata, e quindi a salvaguardare l’idea stessa della conversione.

In qualche modo la vicenda di Reubeni e Molko sembra essere un incontro tra il mondo

di ebrei e dei gentili, un intreccio di cultura che è tipico del mondo Rinascimentale e

culmina in questa vicenda.

TRA ESTERNO E INTERNO: GLI EBREI E LA CULTURA DEL RINASCIMENTO

Il Rinascimento è un momento di riscoperta del mondo degli antichi , il XV secolo porta

l’elitè del mondo cristiano ad una trasformazione della propria cultura e della propria

percezione culturale del passato, ma ciò non significa che la minoranza ebraica sia stata

diversamente considerata. Il mondo medievale nel suo passaggio all’età moderna è

più intollerante,m pretendendo l’uniformazione culturale e religiosa, non è un

divenuto

caso che i roghi delle streghe abbiano costellato non il Medioevo europeo ma lo sforzo di

modernizzazione degli stati nella prima età moderna, cos’ come le espulsioni e le

persecuzioni di ebrei furono sollecitate dagli Stati che si avviavano ad una

centralizzazione che non dalla Chiesa.

Nel campo culturale, il Rinascimento ha facilitato un processo di reciproci scambi tra

cultura ebraica e cristiana, anche se l’immagine positiva di un mondo intellettuale

umanistico aperto a qualunque influsso culturale e curioso della diversità non è del tutto

reale. I rapporti tra le due culture, pur rilevanti erano in realtà complessi e percorsi da

ambiguità, alla base di questa Koinè, se di essa si può parlare, vi era soprattutto una

fortissima fascinazione rispetto al mondo dell’altro, un’attrazione che però non metteva

in discussione le radici separate di questi due mondi, di cui quello ebraico era inferiore,

ma che spingeva alla conoscenza reciproca più approfondita e talvolta giungeva a dare

del mondo “diverso” una percezione anticonvenzionale rispetto a quella tradizionale.

Per i cristiani l’attrazione all’ebraismo era ambigua e pericolosa.

Affinchè gli umanisti si potessero accostare ai testi ebraici, era necessario che si

impadronissero degli strumenti filologici e critici, e linguistici per la comprensione diretta

dei tesi. Agli ebrei perciò venne chiesto di insegnare la propria lingua ai cristiani e di far

loro guida tra i testi biblici e rabbinici. Una volta acquisiti i fondamenti, ciò che

interessava e affascinava gli umanisti era il pensiero cabalistico.

La tradizione cabalistica, fu il centro del fascino ebraico che subivano gli umanisti, in

vuol dire “tradizione ricevuta”, e con tale termine viene designata la

ebraico quabbalah

particolare forma assunta dal misticismo in Provenza nel XII secolo e in Spagna nel XIII

secolo. Molto si è discusso sul rapporto fra essa e la tradizione mistica precedente, prima

nel I e III secolo e poi nel VII e XI nella mistica della Mekabah.

Legami sussistono tra il sistema cabalistico e un testo del II o VI secolo, il Libro della

Creazione, Sefer Yezirah, che sarà al centro delle riflessioni dei cabalisti medievali. Alle

origini del movimento cabalistico nella Provenza del XII secolo troviamo un testo di

difficile datazione e provenienza, il Sefer Bahir, attraverso cui precisi elementi gnostici

penetrano nella dottrina ebraica. Il testo fondamentale della Qabbalah è il Libro dello

Splendore, lo Zohar, composto in Spagna alla fine del XIII secolo ma dalla tradizione

datato al II secolo.

Il pensiero cabalistico medievale, aveva un carattere esoterico e tentava attraverso una

lettura mistica dei testi sacri di arrivare al profondo segreto della Creazione, al Dio

nascosto. Dopo il 1492 sull’onda del trauma del’esilio spagnolo e del rivolgimento che

tocca gli ebrei d’Europa, la Quabbalah si trasforma ad opera della scuola luriana, e del

pensiero mistico della scuola cabalistica di Safed, la cittadina posta su un colle della

Galilea dove si sviluppò nel XVI secolo un importante centro di pensiero, i cui fautori

L’obbiettivo della quabbalah era quello di

furono Moshè Cordovero e Itzaak Luria.

giungere a ricomporre l’unità infranta di Dio attraverso esercizi mistici, perché questa

ricomposizione dell’unità divina era la chiave della redenzione.

La riscoperta della cultura ebraica da parte dei cristiani è testimoniata dall’attività che la

stampa, in questi anni nascente, dedicava ai testi ebraici e cabballistici; in Italia, lo

stampatore importante, fiammingo, Daniel Bomberg di Venezia, nel 1515 ottenne un

privilegio decennale come unico stampatore di libri ebraici a Venezia. In quest’attività

egli si avvalse dell’opera di ebrei e convertiti, come Felice da Prato, Nascono così dal

1516 alcune imprese editoriali, come la prima edizione a stampa completa della Bibbia

rabbinica, e quella del Talmud di Babilonia e di Gerusalemme. Risultato della fusione tra

umanesimo e interessi cabalistici è la produzione successiva di Bomberg e anche di altri

editori. Questo mondo di convertiti che gravitava intorno alla stampa di Bomberg cos’

come aveva precedentemente gravitato intorno all’Accademia fiorentina, suscitava nel

mondo ebraico allarme e preoccupazione per i rischi di questa collaborazione culturale,

che poteva minare l’identità ebraica nel profondo, soprattutto perché queste conoscenze

da parte dei cristiani potevano essere riversate nei tentativi conversionistici, e di

demolizione del credo ebraico.

Tuttavia nei momenti più alti si questo progetto vi era un sentimento utopico, una

credenza in un’antica sapienza, pisca veritas, principio eterno ed universale, comune a

tutti i filosofi e dotti. Pico della Mirandola, e intorno a lui i maestri ebrei come Johannan

Alemanno, Avraham Farissol ed Elijah Delmedigo, si radunano in gruppi di convertiti,

partecipi dei suoi ideali filosofici. Flavio Mitridate era un convertito che divenne dotto

umanista, influenzato dal platonismo fiorentino, rilegge spiritualmente l’ebraismo e

ad un cristianesimo eterodosso ed esoterico. All’accademia fiorentina il clima

approda

era di sincretismo culturale, questo movimento di forte osmosi culturale è stato

rinominato umanesimo ebraico.

Diverso fu il percorso di Avraham Yagel, rabbino medico e cabalista di Mantova

vissuto a cavallo tra 500 e 600, egli interessato alla natura, alla magia e all’astrologia,

tentò di trovare una prospettiva diversa, conciliando cristianesimo ed ebraismo usando

fonti prevalentemente cristiane o pagane, anche se la sua scrittura in ebraico indica che le

sue opere sono dirette agli ebrei. Yagel si richiama ad una antica preminenza della

conoscenza ebraica, unito però alla credenza sostanziale in una prisca veritas simile a

quella di Pico, per cui la saggezza pagana e quella cristiana erano strade diverse per la

stessa verità.

Nel mondo cristiano l’attrazione per la cultura ebraica doveva essere inserita

entro uno schema di conversione, per essere accettata. All’Accademia fiorentina, soli i

polemisti e i teologi potevano usare strumenti ebraici liberamente.

Complessivamente il quadro delle influenze tra cultura ebraica e cristiana è complesso e

non univoco, ebrei e cristiani cercano, dibattono, e creano insieme conoscenza, ma ogni

contatto troppo intenso tra i due mondi si arresta al limite del giudizio sulla propria verità,

Uno dei motori fondamentali di questi rapporti è il pensiero cabalistico che agisce

sull’umanesimo italiano, e ispira a nuove letture.

La cultura del rinascimento mostra esempi di grande integrazione e di grandi chiusure, di

attrazione e repulsione, di usi diversissimi degli stessi strumenti culturali. E da ambedue

le parti, l’ambivalenza sembra esserne il segno ufficiale.

VI L’ETA’ DEI GHETTI

IL GHETTO TRA RECLUSIONE E PROTEZIONE

Paolo IV istituiva in ghetto di Roma con la bolla Cum nimis absurdum, nel 1555, in tutte

le localitò dello Stato della Chiesa in cui vi erano ebrei essi avrebbero dovuto vivere

(…) gli

concentrati in un sola strada assolutamente separata dalle abitazioni dei cristiani

ebrei non potevano avere proprietà immobiliari e avrebbero dovuto vendere

immediatamente ai cristiani quelle che avevano. La scelta della Chiesa è quella di una

rigida segregazione, e la motivazione data è quella della necessità di salvaguardare lo

stato di inferiorità degli ebrei.

Un ghetto esisteva già, nel 1516 era quello di Venezia, dal cui decreto di nascita si conia

anche il termine ghetto (…)

Nell’arco di due secoli dal 1555 fino al 700 tutti gli Stati italiani che non avevano espulso

gli ebrei finirono per chiuderli nei ghetti, ove confluivano anche ebrei dalle zone

limitrofe, perciò la ghettizzazione finiva per essere un’espulsione anche se si trattava di

uno spazio interno e non esterno, come nelle espulsioni vere e proprie.

Con la bolla Haebreorum gens di Pio V del 1569 furono mantenuti in vita solo i ghetti di

Roma e Ancona, mentre vennero espulsi gli ebrei dalle altre località.

sanciva l’esistenza dei soliti

Nel 1593 Clemente VIII con la bolla Ceca er obdurata,

ghetti di Roma, Ancona, Avignone. Tra il 1624 e il 1639 furono creati i ghetti di Ferrara

di Cento e di Lugo. Nel 1634 anche il ducato di Urbino passò alla Chiesa e furono istituiti

i ghetti di Urbino, Pesaro, Senigallia. Così via in tutte le regioni d’Italia.

L’istituzione del ghetto nelle varie regioni italiane, fu impronta all’esempio romano e non

veneziano, a Roma la bolla Cum nimis absurdum, si garantiva la presenza ebraica, ed era

un fenomeno che andava al di là della semplice segregazione. In sé la chiusura forzata di

ebrei si era verificata anche altrove, nel 1462 nel ghetto di Francoforte, in spagna nel

1480 divenne norma generale la segregazione, anche con motivazioni ideologiche.

Tuttavia il ghetto italiano si caratterizzava per l’ideologia che assume che è diversa da

quella esclusivamente segregazionista.

Il ghetto è il primo strumento della politica conversionistica tentata dalla Chiesa della

Controriforma, l’invenzione di uno spazio artificiale in cui rinchiudere gli ebrei in attesa

della loro conversione, perciò poteva anche essere considerato come un recinto (hasser=

recinto in ebraico) di un istituto di correzione, allargato a contenere tutti gli ebrei .

Il ghetto italiano è fenomeno dell’Italia controriformistica, ed è caratterizzato da questi

presupposti ideologici, ma anche da una particolare struttura comunitaria su cui questa

ideologia opera attraverso la costrizione e la chiusura. Infatti le comunità ebraiche del

medioevo sono già impostate su una concentrazione in quartieri e quindi l’introduzione

del ghetto non altera fondamentalmente la struttura preesistente della società ebraica,

configurandosi come un elemento di continuità. Continuità e frattura sono elementi

costitutivi di una realtà compatta e unificata in cui anche le ambiguità vengono

riassorbite, in un certo senso la maggiore delle ambiguità del ghetto è che la società

ebraica in essa è molto stabile.

Le barriere del ghetto isolavano la società dal tempo, dalla cultura esterna, dal mondo e

dai fermenti fuori dal ghetto, e in un certo senso le mura del ghetto potevano sembrare

agli ebrei la concreta realizzazione di quelle mura invisibili che la Legge aveva costruito

intorno all’identità del popolo ebraico, per proteggerla e conservarla, infatti scarse furono

a quelle fatte all’imposizione del segno

le opposizioni al ghetto, almeno rispetto

distintivo, e addirittura in alcuni casi, come Mantova o Verona, l’istituzione del ghetto fu

celebrata con feste e ringraziamenti dagli stessi ebrei!

Nella società artificiale del ghetto era formata da due aspetti fondamentali,

complementari ed opposti: la protezione e la discriminazione.


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di Storia moderna della professoressa Anna Foa sulla presenza dgli ebrei in Europa dal periodo Medievale all'Ottocento, in cui vengono analizzati i seguenti argomenti: presenza, spostamenti ed espulsione del popolo ebreo, la morte nera e la costruzione dello stereotipo antisemita, la Chiesa, gli ebrei e l'attacco al Talmud, il Cinquecento, le censure e la politica delle conversioni, l'identità forte del popolo ebreo e la struttura familiare, la presenza degli ebrei in diversi Paesi del mondo, caratteristiche e differenze.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere classiche
SSD:
Docente: Foa Anna
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia Moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Foa Anna.

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