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religioso che li rendeva estremamente fedeli e disciplinati. Le idee non erano condivise dal

Cromwell che tuttavia non poteva privarsi di soldati così motivati dal punto di vista religioso.

• In seno alle sue truppe trovarono eco i programmi dei che era soprattutto un

Levellers

movimento politico capace di tradurre per la prima volta laicamente le aspirazioni sociali

latenti entro gli schieramenti religiosi. Le idee erano l’introduzione della democrazia

fondata sulla convinzione che unico legittimo detentore del potere fosse il popolo.

Su queste basi chiesero l’abbandono del criterio censitario per le elezioni,

l’estensione a tutti del diritto di voto, la libertà di stampa e di coscienza e l’elezione

Venne criticata la gentry piena di privilegi e il libero

popolare dei giudici di pace.

commercio. Non giunsero però a pretendere l’abolizione della proprietà privata e

neppure l’uguaglianza economica.

• I furono propugnatori di un’eguaglianza che implicava il diritto di

Diggers ( zappatori)

proprietà per tutti secondo una tendenza collettivistica accompagnata dalla denuncia

della religione come mistificazione sociale tesa a conservare lo sfruttamento.

La svolta si ebbe tra il 1646 e il ’47 quando sconfitti i realisti nuove elezioni portavano in

parlamento una maggioranza presbiteriana ma anche un gruppo di puritani indipendenti. la

fuga di Carlo I e una sua nuova alleanza con gli scozzesi ventilarono la possibilità di un accordo

tra il sovrano e il Parlamento ai danni del Cromwell però riuscì a bloccare

New Moderl Army.

questa operazione facendo letteralmente carne da macello gli scozzesi a Preston ( 17 agosto

1648). Ancor più virulenta la sua reazione alla nuove trattative del Parlamento con Carlo I : il 6

dicembre di quell’anno un contingente di militari arrestò 45 parlamentari e impedì l’accesso di

altri 96 alla Camera dei Comuni i cui rimanenti 78 formarono il Rump Parliament. Il 28 dicembre

1648 il Rump P. approvò la decisione di processare Carlo I, con il rifiuto della Camera alta

che venne poi soppressa. Il 27 gennaio 1649 il re venne condannato e tre giorni dopo salì

al patibolo. Per la prima volta una testa reale cadeva sotto la scure del boia dimostrando

che da quel momento la monarchia per sopravvivere avrebbe dovuto trovare un

compromesso con le forze ad essa alternative.

5.Cromwell al potere

Quando il 19 maggio 1649 il Rump Parliament proclamava la repubblica, l’Inghilterra era ancora

impreparata ad una simile svolta. Le forze del nuovo regime erano divise e il Parlamento era così

impopolare da non osare affrontare nuove elezioni. I primi problemi che Cromwell dovette

affrontare furono quelli di Scozia e dell’Irlanda. Gli scozzesi rigettarono la condanna a morte di

Carlo I e proclamarono re il figlio del defunto sovrano Carlo II. Subito Cromwell mosse contro le

riunificate truppe scozzesi e regie sconfiggendole a Worchester. Molto difficili furono i quattro

anni della campagna militare condotta per sottomettere la ribelle Irlanda. Dopo queste vittorie i

rapporti tra esercito e Parlamento divennero sempre meno facili, finché esso non fu sciolto con

il 20 aprile 1653 per ordine di Cromwell e senza alcun rimpianto da parte dei londinesi.

la forza

Avvenne l’insediamento senza elezioni di un Parlamento di designati da Consiglio

144 membri

degli ufficiali dell’esercito. Questo parlamento rappresentò il contraddittorio sbocco del precario

equilibrio stabilitosi tra le Quella parte della gentry di

uniche due forze rimaste in Inghilterra.

fede puritana e gli alti gradi dell’esercito. Due forze contrapposte che per evitare il ritorno della

monarchia potevano convergere soltanto su un punto anzi su una persona: Oliver Cromwell.

Su questa base Cromwell poté consolidare un potere personalistico e semidittatoriale. Questo

Parlamento rimase un organo debole proprio perché non poteva soddisfare per la sua stessa

origine e composizione, l’esigenza di una stabilizzazione moderata che eliminasse una volta per

tutte la pericolosa zavorra costituita dalle correnti religiose radicali.

Cromwell attuò una vera e propria controrivoluzione per liberarsi dei movimenti estremisti che

rischiavano di sfibrare il consenso al suo governo. C. si appoggiò di nuovo agli ufficiali

dell’esercito che il 16 dicembre di quell’anno approntarono una nuova costituzione, Instrument

con cui lo nominavano Lord protettore di Inghilterra. Dal punto di vista

of Government

costituzionale si tornava alla situazione antecedente la guerra civile, con l’abbandono dell’idea

di incentrare la sovranità su un organo legislativo. Tuttavia fu esattamente l’antica questione

della a costituire un grave punto di

facoltà del governo d’imporre liberamente dazi dissenso

tanto che questi parlamentari presentarono un nuovo testo costituzionale cui invitavano

si trattava di una proposta tesa a diminuire il potere del

Cromwell ad assumere titolo di Re

Lord Protettore. Cromwell pur rifiutando il titolo regio, accettò il testo costituzionale in una

forma che ristabiliva la Camera Alta e dava al protettore il diritto di designare un successore. Così

quando morì designò suo figlio Richard Cromwell il quale si dimise nel maggio 1659 poiché era

dal lato dei parlamentari.

6.Una problematica restaurazione

Senza eccessivi traumi una parte consistente delle truppe inglesi stanziate in Scozia al comando

del generale Monk si pronunciarono per il ritorno sul trono inglese del figlio di Carlo I. Monk

aiutò la ricostituzione di un Parlamento che indisse nuove elezioni, mentre Carlo II pubblicava la

cosiddetta Dichiarazione di Breda con cui prometteva l’amnistia, la tolleranza religiosa e il

pagamento degli arretrati all’esercito. Il nuovo Parlamento riconobbe subito la necessità del

ripristino della monarchia e la legittimità di Carlo II che così tornava a cingere la corona

d’Inghilterra con tutti i poteri che erano stati di suo padre, ma nei limiti fissati a suo tempo dal

Lungo Parlamento ossia controllando solo le forze armate e la politica estera. La restaurazione

stuardista riproponeva dunque il tradizionale rapporto di amichevole collaborazione tra re e

parlamento, ma di fatto lasciava irrisolto il problema ossia il controllo delle due Camere sulla

corona. Malgrado ciò il Parlamento divenne l’architrave imprescindibile del sistema

Fu votato il

costituzionale inglese dal quale non poté più prescindere la stessa monarchia.

principio nel 1679 dell stabilendo che nessun cittadino poteva essere

Habeas Corpus

imprigionato arbitrariamente per più di 24 ore, oltre le quali era obbligatorio dichiarare i motivi

dell’arresto.

Negli anni ’70 si formarono per la prima volta partiti politici coerenti. Si definirono due

schieramenti:

Uno a tendenza liberale o whig

Uno a tendenza conservatrice o tory

Espressione della borghesia mercantile e protocapitalistica i primi, della nobiltà e dell’alto clero

anglicano i secondi. Potere regio esercitabile solo nei limiti degli interessi sociali ( whig) e potere

regio come libera espressione della volontà del sovrano ( tory).

CAPITOLO 13. LUIGI XIV E IL MITO DELLA MONARCHIA UNIVERSALE

1.Dopo Westfalia: guerra franco spagnola e guerre commerciali

Benché avessero risistemato l’assetto europeo, i trattati di Westfalia del 1648 non avevano posto

fine a tutti i conflitti continentali. Proseguiva infatti la guerra tra Spagna e Francia che a fianco di

quest’ultima aveva visto coinvolta nel 1655 l’Inghilterra contribuendo all’isolamento spagnolo.

La Spagna del resto pativa ormai il distacco dal ramo austriaco. Per garantirsi la neutralità della

Germania e controbilanciare la posizione dell’Austria, Mazzarino aveva sostenuto la formazione

nel 1658 di una lega tra gli stati del medio Reno tra i quali Brandeburgo con l’adesione della

Svezia.

L’offensiva militare antispagnola lanciata dai francesi nel 1658 e sfociata nella vittoria alle Dune e

nella conquista di Dunkerque non fece altro che accelerare le trattative di pace che furono

concluse con la firma della pace dei Pirenei che oltre a far guadagnare agli inglesi la Giamaica e

Dunkerque, consacrava il dominio francese sul Rossiglione e stabiliva la cessione ai francesi di

una serie di piazzeforti spagnole e sistemava a vantaggio della Francia la contestata acquisizione

dell’ex dominio asburgico dell’Alsazia. Mazzarino incassò il successo di unire in matrimonio Luigi

XIV con l’infanta spagnola Maria Teresa d’Asburgo. La pace dei Pirenei fu per la Spagna una

definitiva rinuncia alle pretese di potenza egemone in Europa. L’ennesima bancarotta del 1662

venne a confermare il marasma delle finanze spagnole. All’ossessivo problema delle risorse

venne ad aggiungersi il sopravvento del sistema federalistico di stampo aragonese. Succeduto a

Filippo IV ad appena 4 anni e mezzo, Carlo II, con il quale si estinse il ramo spagnolo degli

Asburgo, sembrò quasi rappresentare emblematicamente questo stato di cose: malato, privo di

carisma, senza le qualità politiche.

In questo triennio di disordinata gestione interna, il punto più critico della Spagna rimase

l’insufficienza di risorse finanziarie in grado di sostenere una politica estera adeguata alla

risorgente pressione politico militare francese. Non tutto naturalmente fu negativo : la stessa

incapacità del governo di garantirsi un efficiente sistema di riscossione delle imposte, fece

diminuire l’ingombrante peso fiscale del passato. In Spagna ci fu una rinascita politica

dell’aristocrazia, irrobustita dall’acquisto di nuovi feudi e dalla concessione, in cambio dei

donativi alla corona, di più ampi diritti sui suoi domini, e nelle cui fila aspiravano ad entrare la

vecchia classe dei Non tardò a manifestarsi una virulenta reazione contadina allo

letrados.

strapotere feudale come avvenne a Valencia. Furono una serie di processi dai quali alla fine

emersero i tratti di una compagine statale in cui l’assolutismo sopravvisse solo a patto di

realizzare un compromesso strategico con la feudalità e di favorire quell’aristocratizzazione della

società che legò entro un’unica, struttura oligarchica le élites burocratiche a quelle feudali.

Nonostante ci fosse un primo ministro l’influenza dell’aristocrazia, esercitata a corte , era forte.

Questa non felice situazione interna andò ad intrecciarsi con la questione dell’indipendenza

del Portogallo.

Inutile si era rivelato il tentativo di invasione spagnola nel 1644. Il rafforzamento della corona

portoghese ebbe luogo in anni di sfavorevole congiuntura economica, effetto ad un tempo dello

scollamento dei rapporti economici con la Spagna e dell’attacco anglo-olandese alle colonie del

Portogallo. Una crisi economica fu parzialmente risolta dall’adozione di misure mercantilistiche

di limitazione alle importazioni. Interessata a sostenere la lotta anti spagnola, l’Inghilterra

cromwelliana aveva sottoscritto un trattato che le accordava speciali privilegi commerciali e

totale libertà di scambio in Portogallo il quale ricevette aiuti militari. L’aiuto inglese era diretto a

realizzare uno degli obiettivi principali di Cromwell: la costruzione di un fronte protestante

internazionale contro la Spagna cattolica. Gli spagnoli nel 1668 dovettero riconoscere

l’indipendenza del Portogallo con il trattato di Lisbona.

Lo strapotere commerciale delle Province Unite fece maturare in Inghilterra la ragione di un

contrasto economico. In coincidenza con questa crescente tensione si erano intensificati gli

interventi inglesi a favore del Portogallo, bersaglio dell’espansione economica e coloniale

olandese. Si trattava di un antagonismo che rifletteva i differenti modelli di sviluppo economico

e politico tra i due paesi protestanti. Il modello di Stato fondato sulle autonomie locali, spinto

fino ad un federalismo atomistico, svolto dagli olandesi finì per favorire una loro polemica il cui

oggetto fu la concorrenza britannica già nel 1609 il giurista olandese Ugo Grozio aveva

pubblicato il suo nel quale rivendicava la completa libertà dei mari per tutte le

Mare liberum

nazioni che intendessero sfruttarli; nel 1618 il suo collega inglese John Selden aveva risposto con

il le cui tesi vennero respinte dagli stati olandesi. Nel 1651 il

Mare clausum Rump Parliament

approvò un atto di navigazione (Navigation con il quale stabilì che le colonie inglesi

Act)

potessero commerciare solo con la madrepatria e avvalendosi solo di navi inglesi. Questo

provvedimento voleva colpire gli olandesi che era intermediari nei rapporti marittimi

internazionali. Per le P.U. questo rovesciamento degli equilibri interni era stato l’esito dei

contrasti regionali e sociali che si trascinavano dall’inizio del secolo e che si trasformarono nella

contrapposizione organista e repubblicana. Nel 1650 la scomparsa di Guglielmo d’Orange fece

finire il predominio degli orangisti e il partito avversario poté rapidamente prevalere con il

governo di Johan De Witt che ricoprì la carica di Gran Pensionario dal 1651 alla morte. Si tornò

allora a discutere dei temi come la libertà di culto; del diritto dello Stato. Ne derivò lo sviluppo di

una tolleranza religiosa garante della stabilità interna e assecondata dalle specifiche attività

economiche svolte dal ceto mercantile borghese. Da qui l’idea che significasse libertà

libertà

dalle tasse eccessive, dai monopoli, dalle regolamentazioni, dalle politiche dinastiche, dalle

guerre d’aggressione e dalle persecuzioni religiose. Si rigettava cosi l’intransigenza calvinista, il

fiscalismo paralizzante, la libera iniziativa economica e l’accentramento monarchico identificato

con gli Orange. era iniziato nel ’51.

Il conflitto con l’Inghilterra

il conflitto ebbe per teatro principale la Manica, ma non sortì effetti

I Guerra Commerciale :

definitivi, tanto da portare già il 25 Aprile 1654 alla pace a tutto vantaggio degli inglesi che non

ritirarono i provvedimenti adottati.

L’Olanda tuttavia non si rassegnò e lo scontro riprese ben presto. L’Inghilterra continuava ad

attuare una politica antispagnola e antiolandese dimostrata dall’attuazione di altre misure

protezionistiche come l’Act of Frauds, lo Staple Act, e si sviluppò in Gran Bretagna un vero e

proprio partito antiolandese. iniziata nel 1665 con la Francia a fianco delle P.U., questo nuovo

II Guerra Commerciale :

conflitto si concluse tre anni dopo con la pace di Breda del 31 Luglio 1667 con la sostanziale

sconfitta degli olandesi, costretti ad accettare le misure protezionistiche. Lo scontro anglo

olandese ebbe allora ripercussioni anche sulle lotte per l’egemonia dell’area baltica.

BALCANI

La lotta tra Svezia e Danimarca fu direttamente influenzata da quella tra Olanda e Inghilterra. Era

stata soprattutto la Svezia, emersa a grande potenza, a determinare gli squilibri nel Baltico.

Anche la Svezia aveva adottato una politica mercantilistica, regolamentando in particolare il

commercio estero a favore di alcune compagni e a cui venne dato il monopolio delle

importazioni ed esportazioni di beni di prima necessità. Alla morte di Gustavo Adolfo la corona

passò alla minorenne Cristina, e anche in questo periodo furono le stesse difficoltà provocate

dalla guerra dei Trent’anni a favorire l’ascesa della nobiltà. I nobili attorno al 1650 detenevano

circa i ¾ delle terre e era passata al controllo del potere politico attraverso l’istituzione di un

Consiglio di reggenza. Cristina rifiutò di maritarsi e quando designò suo successore suo cugino

Carlo Gustavo del Palatinato, abdicò e si convertì al cattolicesimo. Carlo X riprese la politica di

espansione nel Baltico. Inizialmente il suo obiettivo fu di conquistare le foci polacche della

Vistola, sul golfo di Danzica. Fu una scelta non casuale giacché allora l’espansionismo della

Russia tornava a premere proprio sulla Polonia.

L’economia polacca era soggetta ad una spaventosa crisi. A questo sconquasso economico

andava aggiunta la debolezza della corona e i nuovi contrasti religiosi. Ladislao IV era uscito con

perdite territoriali significative dalla guerra dei Trent’anni. Giovanni Casimiro (successore)

dovette affrontare dei problemi con i cosacchi Zaporaghi, un’etnia presente in Ucraina.

Proprio in Ucraina l’espansionismo polacco era accompagnato dalla colonizzazione delle terre

da parte della nobiltà che introdusse il latifondo riducendo i cosacchi in servitù e provocandone

la violenta reazione. Già ribellatisi nel 1637 gli Zaporaghi insorsero di nuovo nel 1648 e finirono

per passare all’impero moscovita cui li univa la religione ortodossa.

CONFLITTO

Fu questa rivolta a rappresentare il momento critico di cui approfittò Carlo X Gustavo di Svezia,

contro cui Giovanni Casimiro rivendicava la corona svedese pretendendosi unico legittimo erede

dei Vasa. Gli svedesi penetrarono nel territorio polacco affiancati dal Brandeburgo che intendeva

acquisire la Prussia Orientale. L’alleanza tra i cosacchi e lo zar Alessio dava anche alla Russia il

pretesto di invadere la Polonia, per ottenere l’ambito sbocco sul mare. I timori sollevati dai

repentini successi svedesi finirono per trascinare in guerra anche la Danimarca, storica rivale

della Svezia. Il re danese trovò a suo fianco non solo l’Olanda, ma anche il Brandeburgo che

aveva cambiato sponda. Mentre per i danesi la guerra svolse al peggio, cosi come per la Russia

contro la Svezia, nel 1659 un esercito austro polacco invadeva la Pomerania e assediava Stettino.

A questi eventi seguirono varie paci imposte da Francia Inghilterra e Olanda.

La Danimarca costretta a stipulare con la Svezia i trattati di Roskilde e di Copenaghen (

1660) cedeva agli svedesi la Scania;

La Russia non otteneva lo sbocco sul baltico e con la pace di Kardis 1661 con la Svezia era

obbligata a consacrare lo status quo ante nella zona;

Il conflitto russo polacco si concluse nel 1667 con il trattato di Andrussovo con il quale la

Polonia cedeva ai russi Smolensk e Kiev;

Ben diverso l’esito del conflitto tra Impero e Svezia. Quest’ultima doveva accettare le

condizioni imposte dalla pace stipulata ad Oliva il 3 maggio 1660 con la quale si stabilì la

rinuncia della Svezia a tutti i territori precedentemente ricadenti sotto la sovranità

polacca.

Il Brandeburgo raccoglieva i frutti del suo passaggio al fronte anti svedese ottenendo il

dominio della Prussia orientale gettando le basi per la nascita del Regno prussiano che

nasce nel 1701.

Con questi trattati si avviava nell’area baltica un’epoca di pacificazione. Ad un rafforzamento

assolutistico portarono le guerre baltiche in Danimarca. Il non fu più il principale

Rigsraad

organo dello Stato, mentre la direzione del governo passò ad organi collegiali consiliari e

l’amministrazione a funzionari controllati dalla corona tratti da ogni ceto sociale e persino

stranieri.

2.I nuovi equilibri tedeschi e la casa d’Austria: resistenze e recuperi

Il sostanziale disimpegno tedesco dalla politica europea era una conseguenza della guerra dei

Trent’anni. Leopoldo I dovette accettare l’emergente supremazia francese nel quadro di una

debolezza economica che obbligò gli Stati dell’Impero ad affrontare lunghi e difficili anni di

ricostruzione. Questo sforzo tuttavia si realizzò grazie all’autorità che gli stati territoriali avevano

ottenuto con la pace di Westfalia nell’ambito di un compromesso federalistico con la corona

imperiale. Con le politiche mercantilistiche i prìncipi tedeschi aiutarono la lenta ripresa

demografica ed economica. Il mercantilismo tedesco pose l’accento sugli aspetti amministrativi

della gestione finanziaria ed economica. Fu questa l’origine del termine

“ Cameralismo”,

derivante dalle Camere dei conti che amministravano le entrate e le spese del principe.

Originatosi dunque con lo scopo immediato di addestrare un nucleo di funzionari competenti

nella gestione dei redditi statali e nell’opera di riedificazione economico finanziaria post bellica,

il cameralismo divenne una vera e propria scienza dell'amministrazione pubblica, risultato della

sintesi tra scienza delle finanze economia politica e discipline giuspubblicistiche. Si divise in

cameralismo cattolico e protestante.

L’affermazione del Brandeburgo si delineò con caratteri affatto peculiari. Uscito devastato dalla

guerra dei Trent’0anni il marchesato fu tuttavia in grado di guadagnare con Federico Guglielmo

la piena sovranità della Prussia orientale. Federico Guglielmo avviò un’opera di ripopolamento e

colonizzazione interna bonificando le terre e introducendo nuove culture. Pilastro della coesione

statale fu soprattutto l’esercito. La nobiltà poté tornare ad esercitare la sua egemonia proprio

ponendosi al servizio del sovrano in quei settori amministrativo e militare che costituivano i

capisaldi del governo prussiano. Fu per questa strada che la conflittualità tra i due ceti

dell’aristocrazia fondiaria e della nascente borghesia urbana sfociò in un patto sociale tra

sovrano e aristocrazia che ebbe come conseguenze la ripartizione del maggior carico fiscale

sulle città, la seconda feudalizzazione con consolidamento del potere dei signori sui contadini.

Alla rigida demarcazione sociale nobiltà – borghesia corrisponde quella economica tra città e

campagna.

A Westfalia erano stati attribuiti ai prìncipi tedeschi quei diritti di sovranità che parallelamente

indebolirono la funzione coordinatrice e centralistica della monarchia imperiale. La struttura

costituzionale e governativa dell’impero continuò ad assolvere un ruolo non trascurabile. Ma dal

1648 fallito il tentativo di realizzare un potere assoluto, la corona imperiale venne identificandosi

con i domini della dinastia degli Asburgo tanto da trasformare l’Austria in un sinonimo d’Impero.

Gli Asburgo poterono appoggiarsi sulla Chiesa estendendo così l’uniformità di fede e

rafforzando il legame tra difesa dell’ortodossia cattolica e fedeltà alla dinastia. Importante fu

l’azione dei gesuiti capaci di una riconquista delle terre luterane e calviniste intraprendendo

attività missionarie, diffondendo il culto dei santi, istituendo collegi e promuovendo società per

la letteratura, il teatro ecc.. La corona asburgica assecondò il naturale conservatorismo della

società favorendo l’ascesa di poche grandi famiglie. In quest’alleanza condizionante con l’alta

nobiltà risedeva il limite dello stato austriaco. Se infatti l’Austria aveva dal 1620 un’apposita

cancelleria, effettivamente nessun potere aveva quest’organo sulle autonome strutture di

governo della Boemia e dell’Ungheria. In il progetto assolutistico assunse ed incontrò

Ungheria

non poche difficoltà a causa della ripresa della minaccia turca, della resistenza dei feudatari,

dell’insofferenza nazionalistica magiara alla cultura germanica e della persistenza presenza del

protestantesimo. Alla fine anche in Ungheria si raggiunse un’alleanza tra corona e la cerchia di

famiglie nobili. Il problema più grande dell’Impero tornò ad essere quello del confronto con il

rinascente espansionismo ottomano causa ed effetto insieme del trasferimento del baricentro

della politica di Leopoldo I verso quest’area nel quale cercò una compensazione.

3.Ripresa espansionistica e decadenza dell’Impero ottomano

Alla fine del XVII secolo l’impero ottomano attraversò un periodo di decadenza che condusse al

suo sostanziale ridimensionamento. Nella seconda metà del ‘500 l’espansione aveva raggiunto il

suo apogeo : sia verso Oriente, dove le guerre, condotte contro la Persia, avevano portato alla

sottomissione della Georgia e dell’Iran occidentale. Nella Transilvania c’era una situazione di

perenne instabilità ed ostilità con gli Asburgo, trasformatasi in guerra aperta tra il 1592 e il 1606,

quando la pace di Zsitvatorok e successivamente i trattati di Vienna ristabilirono la situazione

precedente e la duplice sovranità turca e asburgica sulla Transilvania. Verso oriente i conflitti con

la Persia provocarono la perdita dell’Irak riconquistata però dai turchi tre anni dopo. Tuttavia lo

scontro con gli Asburgo era destinato a riaprirsi e ad ampliarsi. Nel settore mediterraneo l’ultimo

grande successo turco era stata la conquista dell’isola di Candia ( Creta) che aveva coronato una

guerra contro la Repubblica di Venezia. L’impero ottomano cominciava a risentire anche sul

piano internazionale delle conseguenze di una decadenza strutturale le cui radici erano

economiche e politiche. L’antica solidità delle istituzioni civili e militari, si andò infatti

progressivamente disgregando di fronte ai problemi finanziari quando l’amministrazione

cominciò a corrompersi per incapacità dei sultanati che si dimostrarono sempre più despoti

sanguinari.

Nell’esercito accanto ai cavalieri, elemento portante erano i giannizzeri che avevano visto

lentamente scemare il loro severo spirito militare e fideistico del passato: l’abbandono del

sistema del devshirme per il loro reclutamento e il venir meno del rispetto del celibato li

condussero ben presto alla corruzione e alla consapevolezza di rappresentare una forza tale da

potersi intromettere nella politica. Nel 1651 essi giunsero a ribellarsi apertamente.

Il commercio estero che nel ‘500 era fondato sull’esportazione di materie prime e

sull’importazione di beni di lusso, fu colpito dalla concorrenza inaugurata da portoghesi e

olandesi con la rotta di Capo di Buona Speranza e da un aumento demografico non equilibrato

da una corrispondente crescita produttiva.

A questa decadenza cercò di porre rimedio Koporulu Mehemd Pascià e poi suo figlio Koporolu

Fazil Ahmed Pascià, attraverso la loro opera di risanamento amministrativo, finanziario con cui

l’Impero poté godere per vent’anni di una parvenza di ordine.

4.La Francia di Luigi XIV

Quando il 9 marzo 1661 moriva Mazzarino, l’appena ventiduenne Luigi XIV, educato fin da

bambino all’esercizio della sovranità, manifestò subito la sua intenzione di governare da solo.

Luigi XIV fu un tenace assertore dell’assolutismo al punto di affermare la celebre identificazione

tra lo Stato e la sua persona ( iperbolicamente magnificata nel titolo di Re Sole.

l’Etat c’est moi)

L’impianto assolutistico creato negli anni dal re sole non fu totalmente incondizionato ma fu

piuttosto il risultato di un compromesso tra sovrano e ceti dominanti in particolare nobiliari. Ciò

non gli impedì d’instaurare un nuovo tipo di governo sottoposto alla sua diretta e personale

sorveglianza e di avviare una serie di riforme che rappresentarono una svolta nella storia

francese.

Fin dall’inizio Luigi XIV governò mediante una struttura di Consigli ciascuno dei quali si

occupava di materie specifiche ( es: Consiglio delle finanze). Gli affari interni erano di

competenza del Consiglio dei Dispacci; la distribuzione dei benefici fu attribuita al Consiglio

degli Affari ecclesiastici.

Proprio la svolse un ruolo sempre più importante: luogo privilegiato della vita politica,

CORTE

era anche il centro del favoritismo e del clientelismo. Il mondo di corte era l’unica possibilità di

contatto tra il sovrano e la nobiltà. La stessa nobiltà poteva così ottenere privilegi e onori

offrendo in cambio della monarchia la propria fedeltà. E dal 1682 quando la reggia di Versailles si

trasformò definitivamente nel vero centro del regno, Luigi XIV era riuscito a far dipendere

interamente dai suoi favori nobili, occupandoli nelle funzioni di rappresentanza, vincolandoli al

suo servizio e allontanandoli dai loro legami locali.

Assai più importante era il ruolo dei ministri e dei segretari di Stato con i quali il sovrano

prendeva le decisioni ufficiali nel Consiglio reale e quelle più delicate in un Consiglio dei Tre

Nicolas Fouquet, Michel Le Tellier, e Hugues de Lionne. Al Lionne fu affidata la direzione

esclusiva della politica estera; Le Tellier fu ministro della guerra; Foquet si occupò delle finanze.

Difficoltà delle finanze :

− Indebolimento statale

− Anticipo della riscossione delle tasse

− Carestia

Fu in questa situazione che si decise l’istituzione di una ossia una corte

chambre de justice

speciale incaricata di giudicare i finanzieri colpevoli di aver guadagnato in modo illecito. Lo

stesso Fouquet fu condannato e imprigionato all’esilio. Il posto di Fouquet fu preso da Jean-

Baptiste Colbert che era amministratore delle ricchezze di Mazzarino. Colbert riordinò la

situazione finanziaria e fiscale del regno proseguendo nella politica già avviata da Fouquet di

progressiva riduzione della Nello stesso tempo Colbert spostò la pressione fiscale dalle

taille.

imposte dirette a quelle indirette introducendo la ossia il contratto di

Ferme générale

concessione di appalto di queste tasse che si distribuivano più equamente sulla popolazione

non escludendo i ceti privilegiati. Vennero cosi scemando le rivolte antifiscali e contadine. Grazie

ai suoi provvedimenti insomma Colbert fu in grado di migliorare la contabilità e di ridurre le

spese di amministrazione anche perché notevoli poteri di supervisione nel prelievo della tailleu

e di accertamenti delle riscossioni nelle provincie furono affidati agli intendenti. Fu proprio

tramite di essi che si consolidò una struttura di funzionari in grado di controllare il territorio e di

informare il governo centrale. La riforma delle finanze e dell’amministrazione procedettero di

pari passa trasformando lo stato da una struttura di tipo giudiziario ad una di carattere politico

esecutivo. Fu riorganizzata la municipalità di Parigi città ormai talmente cresciuta da diventare

caotica e igienicamente malsana.

Quest’opera di riordino centralizzato procedette parallelamente alla riduzione dei poteri del

Parlamento e degli Stati provinciali senza tener neppure conto degli Stati generali non più

Riguardo alle politiche mercantilistiche Colbert sosteneva l’idea che

convocati dal 1614.

occorresse attirare moneta in Francia per poter accrescerne la potenza e che questo obiettivo

poteva essere realizzato soltanto tramite lo sviluppo del commercio estero, con l’incremento

delle importazioni a scapito delle esportazioni e con un conseguente protezionismo verso le

manifatture. Il disciplinò ogni aspetto della produzione industriale

Codice di Commercio

mediante le apposite regolamentazioni. Durante Colbert un posto in primo piano ce lo ebbero le

colonie e inoltre la costruzione di una flotta che doveva misurarsi con quella inglese e olandese.

Complessivamente i risultati ottenuti da Colbert furono soddisfacenti. Egli consegnò a Luigi XIV

uno Stato ampiamente riordinato e finanziariamente più solido. Tuttavia con il tempo la rigidità

colbertiana mostrò i propri limiti il controllo esercitato dallo Stato sull’economia finirono per

rallentare lo sviluppo di nuove tecniche produttive e di nuove forme di organizzazione del

lavoro industriale. Ma indubbiamente ciò che sclerotizzò alla fine l’intero sistema fu il peso

imposto dalle guerre intraprese da Luigi XIV.

fiscale

5.La guerra di devoluzione e la guerra contro l’Olanda ( guerra dei 7 anni)

Il primo bersaglio della politica egemonica di Luigi XIV fu la Spagna che era stata e rimaneva

ancora il principale avversario della Francia. Il confinante regno di Carlo II d’Asburgo ostacolava

sia il desiderio di fama e di potenza di Luigi XIV e sia l’obiettivo di dotare la Francia di frontiere

sicure. Verso est infatti le province dell’Alsazia, della Borgogna, del Delfinato e le diocesi di Metz,

Toul e Verdun erano ancora esposte a possibili attacchi imperiali attraverso il Lussemburgo e la

Franca Contea ancora spagnola. Tuttavia una politica aggressiva significava abbandonare la

strategia mazzariniana. Inizialmente però questa costruzione mazzariniana di un sistema di

alleanze e di controllo dei regni europei non fu abbandonata del tutto da Luigi XIV. La Francia

era interessata a mantenere ben viva l’antica alleanza con i turchi contro l’Impero. Una scelta

però che in occasione della guerra asburgico ottomana del 1661-64 non ottenne nulla di

positivo. Un colpo al prestigio del Re Sole venne dal suo mancato aiuto nella lotta contro il

risorgente espansionismo islamico, proprio nel momento in cui l’Europa si sentì minacciata di

nuovo.

In Luigi XIV tentò di trasformare il legame dinastico in vera e propria soggezione,

Polonia

inducendo Giovanni Casimiro a nominare per successore un principe di casa Condé. Tuttavia la

disordinata situazione interna polacca condusse all’abdicazione di Giovanni Casimiro, ultimo

esponente della dinastia Vasa in Polonia, e quando si trattò di eleggere il nuovo sovrano il duca

di Lorena, Carlo IV oppose al candidato imperiale il duca di Condé e il principe Federico

Guglielmo di Neuberg. Alla fine fu eletto un candidato nazionale a cui successe Sobieski. Luigi

XIV riuscì a legare a sé il Sobieski mediante il matrimonio con Maria Casimira d’Arquien.

L’atteggiamento del sovrano francese verso gli inglesi si fece meno diplomatico di quello

mazzariniano giungendo nel 1666, durante il secondo conflitto commerciale anglo-olandese, ad

entrare in guerra a fianco delle P.U. Intanto era stata resa operativa, contro la Spagna, l’invasione

dei Paesi Bassi nella primavera del 1667. L’improvviso attacco militare alla Spagna fu giustificato

dalla pretesa di Luigi XIV di ottenere per moglie Maria Teresa, di cui ancora non era stato

completato il pagamento della dote. Per questi motivi si parlò di Questo

guerra di devoluzione.

conflitto produsse l’immediata reazione dell’Olanda e anche per questo le P.U. si affrettarono a

concludere la pace di Breda e a stipulare una triplice alleanza anti francese con Inghilterra e

Svezia. Questo improvviso rovesciamento delle alleanze, che ruppe il tradizionale asse anti

spagnolo franco olandese, e l’amicizia con la Svezia, indussero Luigi a stringere con l’imperatore

Leopoldo I un accordo per la spartizione dei domini spagnoli. Nello stesso tempo il re occupava

la Franca contea spagnola con l’intento di riutilizzarla nelle successive trattative di pace. Alla

pace di Aquisgrana(1668) Luigi XIV pur ottenendo le piazzeforti dei Paesi Bassi in cambio della

restituzione della Franca Contea non riusciva a rendere operativa la spartizione pattuita a causa

della rapida guarigione di Carlo II. Né vi riuscì in seguito giacché ben presto di riacutizzò la

tensione sul fronte tedesco con Leopoldo I pronto a tutelare il territorio della Lorena che il Re

Sole occupò nel 1670.

Il definitivo sfaldamento del sistema mazzariniano aveva dunque portato soltanto ad un parziale

successo dell’espansionismo di Luigi XIV. Ciò segnò l’inizio di una personale politica estera di

Luigi XIV sostenuta dal militarismo del Louvois e ancor più ostinatamente protesa ad esaltare

l’universalismo della monarchia.

La guerra contro l’Olanda fu spinta dalla decisione di Colbert di aver aumentato a danno dei

mercanti olandesi i dazi doganali fino al 100%. Quando ormai la guerra era alle porte l’iniziale

opposizione ad essa poteva denunciare l’intuizione che l’esito militare del suo programma

mercantilistico avrebbe finito per vanificare i risultati che esso stesso aveva consentito di

raggiungere.

Accanto a sé ora la Francia aveva di nuovo l’Inghilterra pronta a riprendere la sua lotta

economico – militare contro le P.U. e a sottoscrivere con Luigi XIV quel patto segreto di Dover

che legava la dinastia Stuart ai Borboni. La campagna militare del 1672 fu un successo per i

francesi sul fronte terrestre tanto che gli olandesi decisero di aprire le dighe e allagare il paese

per difendere Amsterdam. Ma in mare la flotta anglo francese fu clamorosamente sconfitta a

Yarmouth il 17 giugno 1672. Dieci giorni dopo però l’imponente esercito del Re Sole prendeva

Utrecht e il panico che si diffuse tra la popolazione fu letale per Johan De Witt assassinato.

Conseguenza fu il ritorno al potere del principe Guglielmo III d’Orange. Le truppe francesi

bloccate nel pantano olandese non riuscirono ad avanzare ulteriormente proprio mentre

l’Europa reagiva.

A fianco delle P.U. scendeva in campo l’elettore Federico Guglielmo di Brandeburgo e il re

danese Cristiano V e perfino la Spagna. Poco dopo anche l’Inghilterra capendo che il vero

obiettivo di Luigi XIV era distruggere l’indipendenza delle P.U. combinò il matrimoni tra Maria

Stuart e Guglielmo III d’Orange. Federico Guglielmo poté sconfiggere a Fehrbellin l’unica alleata

del Re Sole , la Svezia. Nelle acque di Lipari, Stromboli e Augusta le squadre navali francesi

riportarono notevoli successi su quelle spagnole ed olandesi.

La pace, le cui trattative erano iniziate nel ’76 a appariva ormai necessaria alla

PACI: Nimega

stessa Francia. Le severe misure fiscali adottate non solo avevano cancellato gran parte delle

riforme colbertiane, ma anche provocato insurrezioni popolari. I trattarti firmati a Nimega (

agosto 1678-febbraio 1679) vennero dunque a chiudere una situazione ormai in stallo ed

assunsero la dignità di una pace generale che aspirava a designare un nuovo equilibrio nel

continente. La pace di Nimega fede guadagnare al Re Sole, a danno della Spagna, la tanto

ambita Franca Contea oltre ad una linea di fortezze nei Paesi Bassi. Appoggiati alla Francia, i

fedeli alleati svedesi riuscirono a recuperare parte della Pomerania dal Brandeburgo e la Scania

dalla Danimarca. Se fin qui l’esito dei 7 anni di guerra sostenuti dai francesi risultò un trionfo per

Luigi XIV, lo stesso non accadde verso l’Olanda la cui resistenza non era stata piegata. Colbert

ritirò le disposizioni doganali anti olandesi.

6.Questioni religiose, contrasti giurisdizionali e politica internazionale

Il provvisorio ristabilimento della pace fece emergere in Francia un insieme di problemi. Ad

alimentare spinte autonomistiche rimanevano le divisioni religiose. Verso gli ugonotti, Luigi XIV

non aveva abbandonato la dura politica che era stata di Richelieu e Mazzarino: il re mirò a

restringere i diritti legali dei calvinisti. Si trattò di un insieme di misure che soltanto la guerra

contro l’Olanda alleggerì momentaneamente. Ma l’ostilità del sovrano verso la Chiesa calvinista

non derivava da convinzioni religiose ma dalla necessità di sottomettere le minoranze per

realizzare quella uniformità religiosa del paese sotto il segno del cattolicesimo che era il

sostegno ideologico della monarchia. La chiesa favoriva infatti la corona consentendole di

nominare i vescovi. Sul piano giurisdizionale però questo stesso potere ecclesiastico creava non

pochi problemi. Il sovrano si trovava quindi alleati i cattolici con i quali però si scontrava ogni

volta che entravano in gioco le delicate questioni delle prerogative della Chiesa.

Tanto più difficile fu la monarchia districarsi in questo gioco di forze quando il cattolicesimo fu

apertamente diviso da contrasti ideologici. Da anni quei contrasti si erano presentati in relazione

al rapporto tra grazia e libero arbitrio che era stato alla base dello scisma luterano. Fu su questo

sfondo che nel 1640 apparve l’Augustinus opera del teologo olandese Cornelius Jansen detto

Giansenio. Nato come summa del pensiero agostiniano, l’Augustinus riproponeva ovviamente

una teologia della grazia fondata sull’insormontabile corruzione provocata nell’uomo dal

peccato originale. Dopo il peccato originale la grazia sufficiente non poteva più bastare e il male

poteva essere vinto soltanto tramite un decreto divino che la rendesse efficace e ciò era

possibile solo con la fede. In questo modo Giansenio si avvicinava alle dottrine luterane e

calviniste della predestinazione e della giustificazione per sola fede.

Saint-Curan aveva sostenuto un radicale predestinazionismo vicinissimo a quello calvinista

unendolo però ad una tensione mistica e rigoristica dai tratti oltranzisti che ne fecero

l’esponente di una Controriforma intesa come intima adesione al messaggio di Cristo, in

opposizione al formalismo esteriore dei gesuiti. Su queste basi Saint-Curan svolse un ruolo

decisivo nella prima diffusione del giansenismo a livello politico: era diventato a Parigi l’oracolo

dei cattolici che disapprovavano le alleanze internazionali con i protestanti. Poco prima di morire

aveva spinto Antoine Arnauld a difendere le dottrine di Giansenio condannate l’anno prima da

Roma. L’Arnauld pubblicava uno scritto in cui sosteneva il rifiuto della comunione per chi avesse

commesso peccati mortali. In questo modo combatteva il formalismo della Compagnia di Gesù.

Nel 1651 una Commissione si appellava a Roma perché venissero esaminate le cinque

proposizioni dell’Augustinus.

Si avviava così un conflitto che dal ristretto ambito teologico sfociò in uno scontro che ebbe

risonanza in tutta la Francia. A Roma la bolla emanata da Innocenzo X dichiarava

Cum occasione

come eretiche le cinque proposizioni gianseniste. Pertanto Arnauld dichiarava che avrebbe

osservato un assoluto silenzio sulla loro attribuzione al teologo olandese, pur accettando la

condanna delle proposizioni. Questa distinzione tra (accettazione della giusta

linea di diritto

condanna delle 5 proposizioni) e (la circostanza cioè che quelle proposizioni non

linea di fatto

fossero in effetti presenti sul testo di Giansenio) fu ovviamente interpretata come un tentativo di

celare la persistente adesione a dottrine che annullavano il libero arbitrio. L’assemblea del clero

francese impose a tutti i detentori di benefici ecclesiastici la sottoscrizione di un formulario di

ripudio delle proposizioni gianseniste. L’Arnauld veniva intanto espulso dalla Sorbona. Il

fermento giansenista aveva in sé i germi di un individualismo e di uno spirito di indipendenza

pericolosi agli occhi di Luigi XIV.

Quando, con l’avvento del nuovo pontefice Clemente IX che consentì tacitamente alla

distinzione tra linea di fatto e linea di diritto, fu imposta nel ’69 una pacificazione, montarono

quei conflitti giurisdizionali con Roma sorti già nel 1662-’64 quando la soppressione delle

extraterritorialità delle ambasciate a Roma fu considerata un affronto da parte di Luigi XIV. Il

sovrano decise con una serie di editti l’estensione a tutto il regno del diritto della monarchia di

recepire le entrate delle diocesi vacanti fino alla nomina del successore. Innocenzo XI scomunicò

uno degli arcivescovi e condannò la politica regia. Luigi XIV rispose convocando nell’ottobre

1681 una sessione speciale dell’assemblea del clero di Francia che rese pubblica una solenne

dichiarazione in cui esponeva le posizioni della Chiesa gallicana sui rapporti tra monarca e

potere spirituale del pontefice. Il testo sentenziava l’indipendenza dei sovrani dai pontefici e

sosteneva che i monarchi non possono essere disposti all’autorità della Chiesa si andava a

eliminare la possibilità di scomunica del Re. Luigi XIV inoltre incluse la dichiarazione negli

insegnamenti dei seminari e Innocenzo XI non canonizzò i vescovi di nomina regia.

In realtà questo profondo dissidio era anche il riflesso del contrasto politico internazionale tra

l’egemonia francese e i pontefici che volevano da tempo vedere un ‘alleanza tra Luigi XIV e la

potenza asburgica contro l’Impero ottomano. Ma Luigi XIV era disinteressato a questa manovra.

Per eliminare la minaccia austriaca in Ungheria, il gran visir Mustafa Pascià, sotto il sultano

Maometto IV si rivelò disposto a spremere finanziariamente le provincie dell’Impero ottomano.

L’assedio alla capitale austriaca si rivelò inglorioso per l’armata turca e ciò segnò la fine delle

mira espansioniste dei turchi. Leopoldo I ora poteva contrastare la Francia, ma non fece subito

questa scelta. Non abbandonò la presa sui turchi ed anzi in seguito alla costituzione di una Lega

Santa, continuò l’offensiva in Ungheria, Transilvania e Crimea. Ma i successivi tentativi d

annullare l’indipendentismo ungherese provocarono delle sollevazioni come quella conclusasi

con un accordo che sanciva il fallimento dell’assolutismo tentato dalla monarchia. Luigi XIV

veniva scalfito dal suo mancato intervento. La Francia appariva al culmine della sua potenza

Leopoldo I infine preferì stipulare una tregua con la Francia nel 1684

e al tempo stesso isolata.

con la pace di Ratisbona ( si trattò solo di un rinvio).

Luigi XIV successivamente decise per la revoca dell’Editto di Nantes proclamando l’Editto di

Fontainebleau del 17 ottobre 1685 con il quale diete il colpo di grazia alla minoranza ugonotta.

Molti ugonotti si ritirarono in una pratica religiosa individuale, altri si ribellarono e altri se ne

andarono dalla Francia. In tutti i casi non si crearono conversioni al cattolicesimo quindi l’editto

non raggiunse lo scopo prefissato. Nel 9 luglio 1686 nasceva la tra

LEGA DI AUGUSTA Impero,

Svezia e Spagna.

7.La “Gloriosa Rivoluzione “ inglese e il declino dell’egemonia francese.

In Inghilterra l’avvento di Giacomo II aveva prodotto una situazione poco tranquilla. Fervente

sostenitore di un assolutismo accentuò la politica di difesa dei diritti delle dissidenze religiose.

Nel 1687 il re sospese con una le leggi penali contro tutti i dissidenti.

Dichiarazione d’indulgenza

L’irritazione suscitata nei protestanti si unì all’insofferenza per l’atteggiamento sprezzante del

sovrano verso le prerogative parlamentari. Privo di figli ebbe inaspettatamente un erede

Giacomo Francesco Edoardo Stuart prospettando così una successione cattolica. Il partito

conservatore per quanto filomonarchico disapprovò subito la politica assolutistica del re.

tories

Se i due partiti si dividevano circa i poteri da attribuire agli organi costituzionali, il comune

sostrato sociale, aristocrazia e li univa nel ritenere inviolabili i diritti conquistati dopo la

gentry

prima rivoluzione. Fu così che 4 rappresentanti dei e tre dei si appellarono a

whigs tories

Guglielmo d’Orange affinché intervenisse. Le Province Unite erano da sempre in contrasto con la

Francia e quindi l’Orange intervenne subito: sbarcò sul suolo inglese con 600 navi e 20.000

uomini. Non ci fu alcuna guerra e l’Orange avanzò accolto dal popolo. Contemporaneamente

nella capitale si apriva una riunione congiunta della Camera dei Lord e dei Comuni sotto forma

di con poteri costituenti.

Convention L’origine liberale del parlamentarismo moderno

nasceva così da un atto sedizioso anche se pacifico che finiva per calpestare con il

principio del diritto divino dei re, condiviso anche dai parlamentari, anche la stessa causa

che l’aveva prodotta, giacché la funzione del Parlamento era stata rivendicata nel quadro

del reciproco rapporto di cooperazione con la corona ed era impossibile esercitarla in

assenza di questa.

Lord e comuni finirono per compiere un vero colpo di mano e lo si vide con l’approvazione di

una che diede la corona a Maria Sturart e al suo consorte Guglielmo

Declaration of Rights

d’Orange disegnando i primi contorni di una monarchia costituzionalmente controllata dal

potere parlamentare. Il sovrano infatti senza interpellare le camere non poteva né governare né

mantenere un esercito in tempo di pace. Si limitò inoltre il diritto di veto regio e si ribadì il

principio dell’habeas Infine il 24 maggio 1689 un Atto di tolleranza soppresse le pene

corpis.

contro i dissidenti religiosi anche se rinnovò il giuramento di fedeltà alla monarchia e

l’esclusione dalla vita pubblica per chi non si comunicava nella chiesa anglicana almeno una

volta l’anno.

Guglielmo d’Orange voleva fare dell’Inghilterra un perno del fronte protestante internazionale

antifrancese. Si preoccupò soprattutto di realizzare una politica estera grandiosa, più che dei

problemi interni al regno. Luigi XIV aveva intanto deciso di aprire le ostilità contro la Lega di

Augusta con un attacco al Palatinato e ciò favorì lo sbarco dell’Orange in Inghilterra e inoltre

scatenò la reazione imperiale determinando l’ingresso nella Lega di Augusta delle potenze

protestanti inglese e olandese ormai unite tra loro. L’occupazione del Palatinato si trasformò

nella L’estensione del conflitto trovò impreparato il Re Sole che però ottenne

guerra dei 9 anni.

inizialmente una serie di successi. Poi le sorti della guerra si equilibrarono: la flotta francese fu

distrutta da quella anglo olandese. La Francia ora doveva subire l’azione avversaria sul

continente.

In Inghilterra intanto Guglielmo d’Orange iniziava a pagare in termini di consenso il prezzo della

sua politica estera: le simpatie vennero meno di fronte all’esasperata politica fiscale

tories

necessaria a foraggiare una guerra che nel ’93 aveva portato il bilancio della corona quasi a sei

milioni di sterline. La guerra gli impose un metodo di reperimento delle finanze noto come il

debito pubblico a luna scadenza e per ottenerlo il cancelliere aveva bisogno di una grande

banca e venne istituita la non era quindi una banca

Compagnia della Banca di Inghilterra,

pubblica ma era una compagnia privata. Il governo non avrebbe usato i fondi della banca senza

l’approvazione delle Camere: il re la ottenne nel 1694 e ciò risollevò la situazione delle finanze.

Inoltre nello stesso anno venne votato il con il quale diveniva obbligatoria la

Triennal Act

convocazione delle camere entro scadenze determinate. Viene abolita la censura sulla stampa e i

whigs si strutturarono come dei veri e propri partiti.

Situazione francese:

• finanze dissanguate

• fiscalismo statale a livelli insopportabili

• crisi dei commerci

• devastante crisi agricola

Questo portò al fallimento del mito della monarchia e alla solidità dell’assolutismo regio.

Nel 1697 a Ryswick iniziano le trattive di pace che mirano a stabilire la situazione nelle colonie e

a ripristinare il quadro europeo uscito dalla pace di Nimega. Le Province Unite ottennero il diritto

di stabilire una catena di fortezze nei Paesi Bassi; l’Inghilterra guadagnò l’abolizione delle tariffe

doganali; La Francia accettava il ritorno in Lorena del nuovo duca Leopoldo e riconobbe come

legittimo sovrano Guglielmo d’Orange; Leopoldo I si vide restituiti i territori occupati dalla

Francia.

I trattati di Ryswick ridisegnarono gli equilibri europei a vantaggio dell’Inghilterra e dell’Austria.

Nell’impero ci furono delle spinte centrifughe dagli Hannover, dalla Baviera e dalla Sassonia.

Soprattutto qui il progetto di Federico Augusto II era di rompere gli sbarramenti turchi e di

riordinare lo stato polacco. Fu incoronato come Augusto II re di Polonia abbandonando la fede

luterana di cui la Sassonia ne era stata la culla. Augusto II decise di dichiarare guerra ai turchi che

erano già stati però attaccati dalle truppe imperiali e russe. Dopo la sconfitta di Zenta i soldati

ottomani chiesero la pace stipulata a Karlowitz che assegnò agli Asburgo anche Belgrado.

L’Austria usciva come la grande trionfatrice. Le due paci affermavano l’Inghilterra come

arbitro internazionale. il sovrano non voleva continuare ad

Ci fu un mutamento della politica religiosa di Luigi XIV:

avere nemica la Santa Sede e Innocenzo XI aveva ormai sempre meno motivi di combattere Luigi

XIV. Fin dal 1693 si era raggiunta così una tregua e nel 1695 ci fu una pacificazione decisiva.

L’accordo costituì da allora la base di un’intesa tra corona e gerarchie ecclesiastiche che si

unirono per combattere il giansenismo che era tornato a riproporsi.

Teologo: passato al giansenismo, ribadiva le classiche tesi della predestinazione di

Quesnel

Giansenio ma ne ricavava azzardate conseguenze ecclesiologiche rifacendosi a concezioni

elaborate da il quale concepiva la Chiesa come comunità democratica dei fedeli

Edmond Richer

la cui assemblea elogiava la cura pastorale a sacerdoti e vescovi. Era su questo sfondo che

Quesnel veniva a riaccendere scottanti problemi ecclesiologici e rilanciava controversie alla

vigilia dell’esplosione del problema della liceità del religioso silenzio circa le cinque proposizioni.

Il Quesnel veniva arrestato e intanto Clemente XI promulgava la bolla con cui

Vineam Domini

rigettava il rispettoso silenzio dei giansenisti e richiedeva loro u autentico assenso

sull’eterodossia delle contestate cinque proposizioni dell’Augustinus. Con ciò il sovrano otteneva

l’affossamento ufficiale delle dottrine gianseniste e insieme dei risvolti gallicani in esse

contenute. Clemente XI sopprimeva il monastero di Port Royal des Champs, e disperdeva le

religioni qui relegate che non vollero sottomettersi alla bolla del 1765 demolendone

successivamente le mura. La bolla condannava 101 preposizioni del Quesnel

Unigenitus

chiudendo così la questione giansenista. Questa volta il Parlamento di Parigi rifiutò di registrare

la bolla e questo creò una ribellione con 180 scritti sulla questione spingendo Luigi XIV a

giudicare i ribelli attraverso un concilio nazionale che non si tenne mai.

Espressione delle insofferenze suscitate dall’assolutismo accentratore instaurato dal Re Sole gli

sviluppi del giansenismo vennero comunque a certificare quanto già emerso nell’ultimo

decennio del XVII secolo. L’irrisione e i balli con cui la folla si abbandonò il giorno in cui la

salma di Luigi XIV raggiunge il sepolcro sembrarono così seppellire con lui lo sclerotizzato

mito dell’assolutismo universalistico ed aprire il nuovo secolo.

CAPITOLO 14. L’ITALIA DAL CINQUE AL SEICENTO

1.Luci ed ombre di un declino

La pace di Cateau-Cambresis del 1559 risistemando l’assetto europeo dopo i lunghi decenni di

scontro tra Asburgo e Valois, aveva anche ridisegnato una geografia politica della penisola

italiana. Da allora l’Italia godette per circa un secolo e mezzo di una condizione di pace. Ma da

allora gran parte della penisola si trovò soggetta al predominio della Spagna in grado di

governare direttamente il ducato di Milano, il Regno di Napoli, i viceregni di Sicilia e Sardegna.

Da parte sua non poté a lungo rappresentare una credibile alternativa al predominio spagnolo la

Francia che, impegnata nelle guerre dei religione, già a Cateau Cambresis, aveva dovuto

restituire al legittimo duca Emanuele Filiberto, la Savoia destinata ad assolvere quella funzione di

stato neutrale tra blocchi contrapposti. Proprio la Savoia venne progressivamente costruendo

una politica di progressiva autonomia dalle due potenze continentali, affiancandosi agli altri due

stati davvero indipendenti della penisola: lo Stato pontificio e la Repubblica di Venezia. Tuttavia

dal 1559 la supremazia spagnola rimase inalterata e poté coniugare il proprio assolutismo con il

modello aristocratico oligarchico e con il rafforzamento sociale dei ceti feudali nel meridione. La

società era sempre più conservatrice, gerarchicamente sclerotizzata e incapace di esprimere,

anche soltanto sul piano intellettuale, un’opposizione o una critica ai modelli ispanici. A

rispecchiare la realtà di un Italia segnata da un composito tessuto urbano e da realtà feudali non

trascurabili, stava la difformità giuridica della struttura dei domini spagnoli in ognuno dei quali

vennero conservate le antiche istituzioni rappresentative locali:

− Il parlamento di origine normanna in Sicilia

− Parlamento napoletano dominato dal baronaggio feudale

− Senato milanese espressione dell’oligarchia cittadina

In ciascuno, in misura diversa, si manifestò un dualismo di poteri tra questi organi di governo

locale o regionale e i rappresentanti dell’autorità della corona. Neppure l’istituzione di un

Consiglio d’Italia

, con sede a Madrid, riuscì ad imporre quell’indirizzo unitario che in

fondo non era neppure nelle intenzioni della monarchia.

La specificità della frammentazione territoriale ebbe una funzione essenziale nel diversificare

tempi, forme e contenuti di questa compattazione, diversa da regione a regione e perfino da

città a città. Una disparità che segnalava in prospettiva diversi livelli di crescita e di sviluppo

economico e sociale. Si distinse dagli altri ad esempio l’evoluzione dei tre stati italiani che

mantennero l’indipendenza: in Savoia e nello Stato Pontificio è riscontrabile un passaggio verso

uno stato moderno di tipo assolutistico (più evidente nel ducato sabaudo). Diverso invece

l’esempio di Venezia che confermò sostanzialmente senza innovazioni la struttura oligarchica

che la reggeva da antica data.

Una realtà dunque polverizzata. Lo sfondo comune era rimasto quello del ristagno e della crisi

aggravata dalla peste del 1630-31 che costituì il crinale tra la fase espansiva e quella di

contrazione. Fu allora che entrò in crisi il modello si sviluppo rinascimentale concentrato nelle

regioni urbanizzate centro settentrionali, dalle quali si irradiava la forza economica del

quadrilatero Milano-Genova-Firenze-Venezia fondato sulle manifatture, il grande commercio e le

attività finanziarie.

Ma nel settore manifatturiero forte era la concorrenza dell’Europa nord occidentale,

principalmente inglesi e olandesi, ma poi anche francesi, capace di offrire sul mercato prodotti di

minor qualità, ma a prezzi più bassi di quelli italiani, i quali avevano prodotti più costosi per i

metodi antiquati di produzione che mantennero alto il costo della manodopera. Entrarono in

crisi anche i servizi finanziari e bancari di cui l’Italia era stata all’avanguardia ma che ora

incontravano le difficoltà economiche della Spagna e della Francia. Anche in Italia si verificò quel

fenomeno di differenziazione geografica dei ritmi di crescita.

A Firenze la crisi della produzione laniera fu in parte controbilanciata dalla lavorazione dei drappi

da seta. A Lucca si mantenne una produzione tessile discreta. Complessivamente il tessile

compensò le perdite specializzandosi nella produzione di lusso. In generale quindi nel ‘600 non

subì un crollo irreversibile. Il settore industriale era invece pressoché ovunque regredito, mentre

l’agricoltura rimase predominante nonostante avesse subito un’analoga contrazione. La crisi

dell’agricoltura ebbe tra le conseguenze i rafforzamento del sistema annonario creato per

sopperire alle esigenze alimentari della società. Il dato più significativo dell’agricoltura fu il

trasferimento dei capitali urbani dalle manifatture e dai commerci all’investimento fondiario (

fenomeno che non si verificò solo in Italia).

Nel Lazio, nel Meridione e nelle Isole continuò a predominare il latifondo. In generale comunque

l’agricoltura manifestò una capacità di tenuta allorché il calo demografico e la diminuzione della

domanda di cereali favorirono la maggiore diffusione di colture diverse come mais e gelso. Il

Piemonte fu invece protagonista di una crescita economica che costituì comunque

un’eccezione.

La alla crisi nacque nel disagiato Mezzogiorno, nella prigione di Napoli dove fu

soluzione

rinchiuso per dieci anni ( con l’accusa di aver partecipato a un complotto antispagnolo) Serra,

che componeva il Breve trattato delle cause che possono far abbondare li Regni d’oro e d’argento

La questione da cui partiva l’autore

dove non sono miniere, con applicazione al Regno di Napoli.

era semplice: la povertà delle province napoletane a fronte delle ricchezza di Venezia o Genova.

Rigettando l’ipotesi che la povertà deriva da una mancanza di moneta, Serra ricercò le cause di

quella povertà nello squilibrio dei traffici instaurati dal Regno di Napoli. A risolvere il problema

occorreva incrementare la produzione agricola e la quantità di manufatti facendo così crescere

l’esportazione. Questo dipendeva però da una popolazione capace di imporsi con nuove

produzioni industriali e indispensabile per questo era lo stimolo dei governi.

2.I domini spagnoli

Il regno di Napoli, più degli altri possedimenti spagnoli, conobbe un processo di decadenza non

solo economica ma anche politica. Il viceré rimaneva infatti affiancato nella direzione di governo

dal Consiglio Collaterale, in cui trovavano larga espressione le istanze del ceto togato (

magistrati membri dei tribunali civili e finanziari). Indubbiamente i viceré erano riusciti a

indebolire la potenza del baronaggio napoletano e della feudalità delle province e tuttavia i

baroni rimanevano lo strato sociale dominante e avevano una forza esercitata soprattutto

mediante Parlamento. L’intero sistema si reggeva su un compromesso tra :

corona ceto baronagg

spagnola togato io

Il contrasto nato tra nobiltà e ceto togato si svolse a favore di quest’ultimo. Esemplare

testimonianza del crescente disagio del ceto nobiliare è il Discorso sopra il Regno di Napoli

composto da Giulio Cesare Caracciolo. Il testo criticava il modello statale spagnolo. Caracciolo

proponeva una reazione d’orgoglio nobiliare incentrata sulla restaurazione dell’antico onore

della nobiltà di spada. Vano era stato il tentativo in occasione della battaglia di Lepanto della

nobiltà di riproporre il Regno di Napoli come aggressivo bastione antiturco. Talmente vano che il

dissenso nobiliare tornò negli anni ’80 con le di Ferrante Carafa il quale traduceva le

Memorie

rivendicazioni dei nobili rimpiangendo il mondo medievale. Lo scritto denunciava inoltre la

sconfitta politica della nobiltà partenopea ridotta ad avanzare richieste corporative e cetuali. Fu

in questo ambito che i nobili abbandonarono le pretese di una restaurazione cavalleresca

integrandosi nelle istituzioni monarchiche. Anche la richiesta di autonomia istituzionale del

Regno si accompagnava sempre di più alla difesa della monarchia di cui si magnificava la

funzione di conservazione degli equilibri politico sociali pur chiedendo maggiore spazio per le

istanze di popolari negli organismi di governo. Il popolo poi era identificato con quei mercanti,

quegli strati borghesi, professionisti e burocrati ben distinti dalla plebe partenopea.

Le ragioni dell’incrinatura tra la monarchia asburgica e i ceti sociali vanno ricercato nella

crescente importanza attribuita dalla Spagna al Regno di Napoli come dominio da cui trarre

essenzialmente risorse fiscali e militari nel contesto della rinuncia strategica alla lotta contro i

turchi nel mediterraneo e degli impegni bellici della corona nel Paesi Bassi e poi nella guerra dei

Trent’anni. L’impegno nella guerra dei Trent’anni coincise così con una svolta durante la quale

l’oppressivo fiscalismo della corona si scaricava soprattutto nel napoletano più che sulla Sicilia e

sul milanese. Il governo aumentò l’imposizione indiretta finendo per colpire al cuore la già

depressa economia meridionale. La riguadagnata forza della nobiltà si accompagnò alla chiusura

oligarchica dei seggi della capitale a cui non poterono più accedere le nuove famiglie e alla

mancata convocazione del Parlamento che non fu più riunito dal 1642. Ma ad essere

protagonista dei moti esposi tre anni dopo non fu ne l’aristocrazia cittadina né il ceto borghese e

togato, fu invece la PLEBE, un’entità sociale urbana mobile e multiforme costituita da piccoli

rivenditori, ortolani, conciapelli, disoccupati ecc..

fu scatenata il 7 luglio del 1647 dall’imposizione dell’ennesima gabella sulla vendita

LA RIVOLTA

della frutta e fu immediatamente guidata da un pescivendolo, Masaniello, alle cui spalle agiva

l’abate Giulio Genoino. Riemergevano i miti dell’abbondanza a fianco della tradizionalistica

esaltazione del Re e della Chiesa. Ma queste aspirazioni popolari passarono in secondo piano di

fronte all’immediato intervento di quello strato civile della società che agiva solo per i propri

interessi, come dimostrano le rivendicazioni avanzate dal Genoino: parità di voti tra eletti del

popolo e nobili nei seggi del governo municipale, e abolizione di tutte le gabelle imposte dopo

Carlo V.

Con queste richieste il Genoino cercava di mediare tra le diverse istanze sociali e politiche

presenti all’interno della rivolta. Dopo solo 10 giorni Masaniello scompariva assassinato per

ordine del viceré in accordo probabilmente con lo stesso Genoino. Nonostante lo sbandamento

provocato dalla scomparsa di Masaniello, non venne meno la compattezza della protesta che si

ampliò fino a costringere le truppe spagnole a ritirarsi lasciando agli insorti il pieno controllo di

Napoli dove il 17 ottobre veniva proclamata la REAL REPUBBLICA NAPOLETANA con a capo

Enrico di Guisa.

Si passò cosi alla della rivoluzione. La monarchia spagnola trovò sostegno nella

seconda fase

nobiltà pronta a mettere a disposizione la forza delle proprie armi per soffocare le aspirazioni

ormai sovversive dei ceti borghesi e popolari. La rivoluzione tuttavia non solo rimase permeata

da uno spontaneismo privo di adeguata direzione politica, ma non seppe neppure esprimere

validi programmi alternativi al dominio ispanico o ispirarsi a valori borghesi.

Contemporaneamente a quella napoletana , la Spagna subiva nel maggio del 1647 una violenta

sollevazione a Palermo, in quella Sicilia dove ancor più saldo e incontrastato era il potere della

nobiltà feudale. Le tensioni accumulate da decenni nell’isola a causa di questo strapotere

feudale maturarono in rivolta in quella di Palermo che rappresentava una classe dirigente più

moderna. Lentamente la situazione venne riordinandosi dal novembre quando il cardinale

Teodoro Trivulzio assunse le funzioni di preside del Regno. Tuttavia al pari dei ceti popolari non

ne uscì vittoriosa neanche l’aristocrazia feudale dimostratasi incapace di porre fine da sola alla

sollevazione. Ciò consentì alla monarchia spagnola una restaurazione che poté far leva sulle

stesse trasformazioni interne del popolo e della nobiltà. Dagli anni ’60 questo rafforzamento

della monarchia si accompagnò ad un ulteriore ripresa dell’aristocrazia che a Napoli crebbe

come forza dominante nelle campagne.

L’ondata di violenze e il deterioramento dell’ordine pubblico che fecero da sfondo a questo

ulteriore rafforzamento dei nobili resero però necessario un irrobustimento dell’autorità regia

realizzato dal viceré Gaspar de Haro, marchese del Carpio. Il Carpio manifestò un rigore

inflessibile contro l’anarchia della nobiltà; scalzò i gruppi burocratici più saldamente ancorati nei

meandri del potere amministrativo e giudiziario. In questo modo egli riuscì ad irretire le

componenti moderate dell’aristocrazia e quelle del popolo. Il ceto civile riuscì cosi a proporre

con successo la propria forza mediatrice.

Diversi gli esiti in Sicilia dove dopo la rivolta palermitana nel 74 fu Messina ad insorgere sulla

spinta delle rivendicazioni antifiscali presto trasformate in istanze repubblicane, mercantili e

borghesi. La costituita repubblica indipendente visse così finché ebbe la protezione delle

squadre navali inviate dal sovrano francese . in Sicilia seguirono anni di pace e di integrazione tra

modello feudale e dinastia spagnola.

Né un esito diverso aveva avuto la crisi poco precedente della Sardegna dove il Parlamento fu

sciolto nel 1666 senza aver votato alcun donativo per i diniego opposto della nobiltà irritata

dalla sottrazione di alcune funzioni giurisdizionali e dall’inasprimento fiscale. I disordini che

seguirono non condussero tuttavia ad altro che alla rapida soppressione del movimento di

protesta. La Sardegna rimaneva costituita da un’economia assai povera con prevalenza di

pastorizia sull’agricoltura.

Nel ducato di Milano non si verificarono dal 1559 in poi sommovimenti come quelli napoletani o

siciliani sostanzialmente per tre motivi:

• La maggior capacità di resistenza e ripresa dell’economia lombarda;

• Funzione assegnata al milanese dalla strategia internazionale della Spagna;

• Coesione della locale classe dirigente

I patriziati urbani erano compatti e uniti dalla comune provenienza dei loro redditi. Il Senato era

dominato dalla componente patrizia che nelle altre città controllava i consigli municipali.

3.Il granducato di Toscana

Il ducato di Toscana era parzialmente riuscito con Cosimo I de’ Medici a sgravarsi dalla diretta

subordinazione asburgica, riacquisendo nel 1543 le fortezze concesse a Carlo V. Cosimo I non

fece nulla per incrinare l’alleanza con gli Asburgo mirando a divenire il fiduciario in Italia di

Filippo II. Particolare importanza assunse in questa politica la ripresa dei buoni rapporti con la

Santa Sede. Il recupero dell’amicizia dei pontefici Pio IV e Pio V costò naturalmente un prezzo:

non solo quello della condanna inquisitoriale di un filo mediceo Pietro Carnesecchi, ma anche

quello di un complessivo adattamento alla Chiesa controriformista. In cambio Cosimo I de’

Medici poté ottenere il titolo di Granduca. Spagna ed Impero non nascosero il loro fastidio per

questa vicinanza ma Cosimo I non giunse mai all’aperta rottura con gli Asburgo.

Negli intellettuali fiorentini l’antica passione repubblicana e civile si era da tempo spenta

nell’opportunistica deferenza al governo mediceo. Non difficoltoso fu allora l’impegno di

Cosimo I nell’organizzare direttamente cultura e istruzione attraverso la creazione

dell’Accademia fiorentina e dell’Università di Pisa. Il risultato fu un predominio culturale del

regime ma anche una modesta produzione letteraria e storiografica ormai lontana dai modelli

machiavelliani o guicciardiniani. A livello statale la conciliazione tra oligarchia mercantile e

fondiaria e nuova struttura assolutistica fu facilitata dal fatto che in Toscana non esistevano le

rappresentanze autonome del patriziato. I Medici proseguirono inoltre anche quella politica di

integrazione regionale avviata da Cosimo I con l’annessione di Siena che tuttavia non condusse

mai ad un’unificazione istituzionale tra domini fiorentini e nuovi territori acquisiti.

Al di là di queste divisioni istituzionali si realizzò un processo di uniformazione e centralizzazione

di più stretto legame tra centro e periferia attuato tramite un più energico esercizio del potere

ducale di approvazione e revisione degli Statuti. Cure particolare furono dedicate alla

riorganizzazione del fisco, dell’apparato militare, e di controllo della magistratura. A livello degli

organi centrali assunse importanza il Primo segretario che aiutava il Granduca nell’attività

governativa. Cosi organizzato il granducato non registrò dopo Siena nessuna grande espansione

territoriale rimanendo anzi uno stato di dimensioni relativamente ridotte. Non avvennero

successive modifiche con Francesco I, Ferdinando I e Ferdinando II.

4.Le diverse sorti delle Repubbliche : Genova e Venezia

Solo formalmente indipendente dalla Spagna era la . Nelle città ligure

maturavano le divergenze tra i cosiddetti nobili “vecchi” patrocinatori di una stretta alleanza con

la Spagna e i cosiddetti nobili “nuovi” sostenitori della promozione delle attività manifatturiere e

di una politica estera più autonoma. La crisi esplose nel 1575 con una sommossa presto

trasformatasi in guerra civile. Immediata la preoccupazione del pontefice e di Filippo II. A Casale,

nel marzo del ’76, grazie alla mediazione del cardinale Giovanni Morone, appositamente inviato

dalla Santa Sede, le parti trovarono un accordo da cui scaturirono le tratteggianti

Leges novae

una riforma costituzionale rimasta in vigore fino alla caduta della Repubblica nel 1797. In questo

modo l’antica divisione tra vecchi e nuovi fu gradatamente superata attraverso una fusione del

patriziato, interamente stratificato ormai soltanto in base alla ricchezza. Non fu però abolita la

gestione oligarchica dello Stato. Malgrado il compromesso del ’76 però e seppure in uno stato di

stabilità, la crescente differenziazione tra l’elitaria nobiltà di governo e una pletora di nobili

pauperizzati, si fece più acuta ed avvertita soprattutto nella prima metà del nuovo secolo,

quando l’economia genovese fu colpita dalle conseguenze della bancarotta spagnola del 1672.

Fu allora che la città tentò una parziale riconversione delle sue attività finanziarie verso altri paesi

che non fossero la Spagna asburgica. Erano però velleitarie speranze poiché ci fu un calo delle

attività del porto genovese. Né risultati di rilievo si registrarono in politica estera. Di fatto la

Repubblica non poté liberarsi della pesante tutela spagnola.

Se dunque Genova nella seconda metà del ‘600 si trovava ormai a pagare il prezzo di un declino

e di un isolamento, certamente meno rapido fu il tramonto della

All’inizio del secolo rappresentava l’ultimo simbolo delle libertà repubblicane con il suo mito

della stabilità e del buongoverno e la sua politica di indipendenza nei confronti della Spagna. Si

espressero in due orientamenti contrapposti : i vecchi e i giovani, rivelando i modi opposti di

concepire l’indipendenza, la sovranità e l’iniziativa politica dello Stato veneto. I patrizi giovani

desideravano una politica più risoluta e innovatrice più svincolata dall’egemonia spagnola. I

vecchi consideravano il limite imposto dalla superiorità spagnola, invalicabile, per evitare i

conflitti con la Chiesa.

Nella prima metà degli anni ’80 prevalse il partito dei giovani e immediate furono le ripercussioni

in politica estera : la Repubblica riconobbe come legittimo sovrano di Francia Enrico IV

suscitando grande indignazione in Filippo II e nel pontefice Sisto V. Anche la linea dei vecchi

aveva provocato contrasti con Roma e Madrid. Cosi era stato nel 1573 quando dopo la

clamorosa vittoria di Lepanto Venezia si era affrettata a stipulare col sultano una pace. Il 10

gennaio 1604 e il 26 marzo 1605 il senato emanò due leggi che vietavano la costruzione di

Chiese o l’alienazione di beni immobili ed ecclesiastici senza previa autorizzazione del Senato. A

questo punto il pontefice non aspettò altro che un pretesto per obbligare la Repubblica a

tornare sui suoi passi e al rispetto delle libertà ecclesiastiche. Un attacco frontale insomma alla

sovranità veneziana lanciato oltretutto in un momento tutt’altro che casuale, quando la

pressione sull’Italia da parte di Enrico IV si era allentata per problemi interni francesi. Poco graditi

alla Santa Sede e agli spagnoli erano inoltre i rapporti diplomatici stabiliti nel 1603 da Venezia

con l’Inghilterra protestante e le forti simpatie per le Province Unite.

Paolo Sarpi

Una figura importante fu il frate scelto come consultore teologo canonista del

governo. Quando Paolo V emanò l’interdetto il 17 aprile 1606, Venezia rispose il 6 maggio con

una dichiarazione che non solo ne respingeva la validità ma ne dichiarava il contenuto contrario

a quello che le sacre scritture insegnano. Si apriva in tal modo una violenta contesa durata quasi

un anno che coinvolse la Spagna e la Francia alla quale assistette tutta l’Europa, compresi i

protestanti che erano ammirati dalla resistenza veneziana contro il papato. Sarpi sostenne che di

fronte alle prevaricazione del pontefice era legittimo per un cristiano disobbedirgli il governo

veneziano poteva obbligare gli ecclesiastici dei suoi domini a svolgere regolarmente l’attività

religiosa. I gesuiti e i cappuccini contrari alle disposizioni del Senato furono banditi da Venezia.

La conseguenza più grave dell’aspra controversia veneto pontificia si ebbe non tanto sul piano

politico e giurisdizionale quanto su quello ideale e culturale. Il contrasto politico diplomatico si

concludeva il 21 aprile 1607 grazie all’intervento del cardinale francese François de Joyeuse con

un compromesso in base al quale nessuno dei due ammetteva di aver sbagliato mentre gli

arrestati venivano consegnati ad un commissario pontificio e la repubblica manteneva in vigore i

suoi provvedimenti.

Ne usciva sconfitta la Santa Sede. Malgrado tutto si avvertì il senso di una sconfitta poiché non fu

raggiunto l’obiettivo della piena affermazione della sovranità della Repubblica nelle materie

ecclesiastiche.

I protestanti proposero a Venezia un il cui perno sarebbe stata la Francia.

Unione evangelica

Venezia respinge la proposta ma Enrico IV intercetta una lettera in cui si illustrano le possibilità di

successo della Riforma nella città di Venezia, e la invia al pontefice Paolo V scatenando non solo

le ire romane, ma anche le risentite reazioni di chi a Venezia era contrario a cambiamenti tanto

radicali. La crisi significò riaprire lo scontro interno tra chi voleva la pace e la neutralità e chi

guardava alla guerra come un unico modo per liberarsi dall’ipoteca ispano imperiale.

L’alleanza con il duca di Savoia, quella con le Province Unite, il riconoscimento come re di

Boemia di Federico del Palatinato sancirono la fine della neutralità della Repubblica e la sua

aperta scelta di campo anti spagnola e anti imperiale. Ma i successi riportati dalle potenze

cattoliche costituirono gravi colpi per la politica veneziana. La pace di Ratisbona fu un successo

per tutti tranne che per Venezia che fu tagliata fuori dai negoziati e non otteneva niente. A

salvaguardare la credibilità di Venezia fu la tenace resistenza che seppe da sola opporre ai turchi,

anche se non si trattò di una scelta ma di una necessità. La stressante partecipazione ad una

guerra cosi lunga e lontana dalla madrepatria l’aveva distratta dalla situazione italiana.

5.Lo Stato della Chiesa

Il rafforzamento dell’autorità pontificia realizzatosi nell’età della Controriforma ebbe non solo un

significato religioso a raggio europeo ma anche un valore politico interno allo Stato della Chiesa

dove il papato intensificò l’azione di accentramento e consolidamento del suo potere temporale:

ristrutturò l’apparato centrale del governo e trasformò i rapporti tra questo e i territori periferici

da esso controllati. I pontefici tesero a stabilizzare la loro posizione di monarchi assoluti. Vennero

introdotti metodi personalistici di governo realizzati sia attraverso la creazione di Congregazioni

sia mediante la segreteria di Stato.

Le congregazioni nacquero come commissioni interne al Sacro collegio ma se ne

① distaccarono diventando a tutte gli effetti organi di governo operanti in maniera

impersonale e burocratica alle dirette dipendenze del pontefice. Furono introdotte con

Paolo IV e Pio V. Sisto V conferì ad alcune di esse poteri giurisdizionali. Clemente VIII creò

la Congregazione del buon governo; Gregorio XV con due bolle regolò il regolamento

elettorale del conclave e creò la Congregazione de propaganda fide; Urbano VIII fondò la

Congregazione per l’immunità ecclesiastica.

La Segreteria di Stato era competente per la direzione della politica vaticana. Nata in

② epoca tridentina attorno alla figura del “cardinal nipote” e affiancato poi dal cardinale

sovrintendente. Il grande nepotismo venne sostituito dal piccolo nepotismo consistente

nel favorire l’ascesa economica politica e curiale dei membri della famiglia pontificia.

Crebbe inoltre la burocrazia curiale e a testimoniarne l’importanza sta la circostanza che lo stesso

ecclesiastico prevedeva ormai una carriera scandita dall’assunzione di mansioni

cursum honorum

di tipo statale e amministrativo, poi da funzioni diplomatiche e infine da più alte responsabilità

ecclesiastiche. L’amministrazione statale era costituita da un corpo burocratico specializzato alle

dirette dipendenze del pontefice sia nelle cariche più alte, sia in quelle intermedie di

collaboratori. Il papato adottò in questo ambito un duplice comportamento :

Realizzazione di un equilibrio Sottomissione al governo

tra rappresentante del centrale

potere centrale e organismi

territoriali.

Nasce un modello di stato cioè fondato su un patto tra stato e ceti dominati nelle città. I

pattizio

patriziati municipali si videro riconosciute una serie di prerogative in cambio del pieno

riconoscimento della sovranità papale. Lo sviluppo dell’assolutismo papale pur nel modello

pattizio provocò una crescita del potere centrale nelle periferie. La severa politica tributaria di

Sisto V fu all’origine dell’esplosione di rabbia popolare a Roma alla sua morte quando la

popolazione atterrò la sua statua al Campidoglio. Non meno intensa fu la lotta al particolarismo

feudale la cui fase più acuta si ebbe negli anni 1572-1605. Con Sisto V si avviò anche una lotta ai

baroni e Urbano VIII tolse ai feudatari potere politico.

Conclusioni : la potenza dello Stato ecclesiastico venne dalla pace di Cateau Cambresis ad

assumere un peso maggiore. Da un lato la Santa Sede mantenne una posizione

privilegiata nello scenario internazionale, progressivamente scalfita dagli Stati europei

che agirono spesso indipendentemente dal papato. Dall’altro lato il papato guardò con

maggiore attenzione ai propri domini giocando un ruolo di grande potenza italiana in una

posizione di neutralità. Ma questa neutralità portò all’emarginazione del papato dalla

grande politica europea.

6.Il ducato di Savoia

Rinato con la pace di Cateau Cambresis lo stato sabaudo fu riorganizzato fin le sue fondamenta

da Emanuele Filiberto grazie alla funzione affidata alla Savoia di Stato neutrale tra Francia e

Spagna. Il restaurato duca poté dedicarsi così all’opera di riassetto interno delle strutture di

governo accompagnata da una severa politica di ordine pubblico e di repressione del

banditismo. cercò di ottenere l’appoggio della nobiltà con la creazione di

Emanuele Filiberto

un Consiglio di Stato che venne però successivamente privato dei suoi poteri. La

riorganizzazione della Camera dei Conti e la creazione di un Tesoriere sottolinearono

l’importanza della riforma finanziaria accompagnata a una politica mercantilistica le cui misure

non diedero però i risultati sperati. Ci fu anche una riforma militare che prevedeva l’introduzione

di nuove truppe organizzate su base nazionale. La riforma militare aveva anche un risvolto

politico poiché coinvolgeva tutta la popolazione disabituata alla presenza dell’autorità sabauda.

Contemporaneamente si riorganizzò l’amministrazione della giustizia. La neutralità sabauda era

una neutralità attiva cioè in grado di cercare alleanze che controbilanciassero la potenza

spagnola. Né Roma ne Venezia potevano essere sufficienti a limitare l’interventismo spagnolo e

francese. Questa politica ebbe i suoi frutti solo nel ’70 quando i francesi e spagnoli restituirono

allo stato sabaudo la sua integrità territoriali e consentendogli di intraprendere l’espansionismo

verso l’Italia.

Con l’avvento di Carlo Emanuele I la spinta espansionistica provocò le uniche scosse significative

nello statico quadro politico dell’Italia seicentesca. Ruppe definitivamente la neutralità

alleandosi con la Spagna e invadendo nel 1588 il marchesato di Saluzzo( francese). Con il

Trattato di Lione 1601 il dominio del tanto ambito marchesato divenne sabaudo e vennero

ceduti alla Francia alcuni territori transalpini. Il duca guardò ora verso l’Italia in particolare verso

la Lombardia mantenendo un alleanza formale con Madrid e intensificando i rapporti con i

francesi. Conseguenza fu che la Savoia rimase esposta ai rischi delle vendette spagnole e il duca

quindi invase il possesso gonzaghesco del Monferrato. Ne seguì una guerra che però alla fine

non vide nessun ampliamento territoriale dello stato sabaudo. Con l’inizio della Guerra dei

Trent’anni lo stato sabaudo poté riprendere le sue ambizioni espansive verso la Lombardia. La

pace franco spagnola di Monçon fu vissuta come un tradimento francese dal duca sabaudo, che

nella seconda crisi di Monferrato si schierò con la Spagna. Appena risolta la questione ugonotta,

la Francia non esitò un attimo nell’inviare le sue truppe così che la Savoia dovette scendere

immediatamente a patti.

Con la morte di Carlo Emanuele I si trasse il bilancio disastroso dell’espansionismo risorse

umane e finanziarie stremate. Con la sua morte finiva anche l’illusione della dinastia sabauda.

Amedeo I riceveva dunque un’eredità pesante: la Savoia e parte del Piemonte invase dai

francesi, l’erario esausto e in più la terribile pestilenza. Dal 1632 si aprì una breve fase di

ricostruzione e riassestamento interno interrotto dall’intenzione di Richelieu di legare a sé la

Savoia per costruire in Italia un fronte militare antispagnolo. Così nel 1635 il trattato di Rivoli

conduceva il ducato ad entrare ufficialmente a fianco dei francesi nel conflitto europeo facendo

però emergere nell’élite di governo un conflitto tra filofrancesi e filospagnoli. Con la morte di

Vittorio Amedeo I la reggenza fu affidata a Cristina di Lorena.

La divisione tra francofili e filospagnoli sfociò in una vera guerra civile che sconvolse il Piemonte

per 5 anni ma che non vide nessuna partecipazione popolare. Il 14 giugno 1642 si venne ad un

accordo tra le due parti secondo il quale la reggenza di Cristina venne riconosciuta in cambio

dell’inserimento degli esponenti dell’opposizione nel consiglio ducale. Con la maggiore età di

Carlo Emanuele II la reggenza rimase nelle mani di Cristina. Con la sua morte e dopo la morte di

Carlo Emanuele II il potere passò nelle mani di Maria Giovanna Battista di Savoia madre di

Vittorio Amedeo II. Quando quest ultimo fu maggiorenne sposò la nipote di Luigi XIV e assunse

la guida del ducato. Portò lo Stato verso un assolutismo autoritario. Quando Amedeo II decise di

porre fine alle interferenze francesi, ciò non fu facile e il duca si avvicina all’Impero, la Spagna e

all’Inghilterra. Cosi il Re Sole ordinò l’invasione della Savoia. Dopo la sconfitta della Marsaglia

delle truppe sabaude il duca dovette aprire le trattative di pace, spinto anche dal fastidio per la

troppa interferenza degli anglo olandesi negli affari della Savoia. Si conclusero nel 1696 con

l’abbandono da parte della Savoia del fronte anti francese e con l’acquisizione del Pirenolo.

Vittorio Amedeo II si guadagnò la fama di politico infido e cinico.

CAPITOLO 16. ALLE ORIGINI DELLA RIVOLUZIONE SCIENTIFICA: IL CASO GALILEI

1.Copernico : annuncio in sordina di una rivoluzione

L’edizione a Norimberga nel 1543 del trattato De revolutionibus orbium coelestium

dell’astronomo polacco Niccolò Copernico presentava delle caratteristiche sia scientifiche che

editoriali che avrebbero dovuto farne un caso politico letterario. Nessuna clamorosa reazione

invece fece seguito al testo. Copernico aveva studiato filosofia, astronomia e diritto canonico

all’Università di Cracovia e dal 1496 a Bologna. Progressivamente aveva acquisito la convinzione

Solo nel 1540 aveva deciso di

teorica della rotazione della terra su se stessa e attorno al sole.

affrontare il grande pubblico con molta prudenza. Solo nel 1543, quando però Copernico,

colpito da una paralisi celebrale, era ormai prossimo a morte, fu stampato finalmente il suo

volume. Dedicato a Paolo III il recava un’avvertenza

De revolutionibus orbium coelestium

editoriale, una sorta di avviso al lettore a non considerare certezze le spiegazioni copernicane.

Cosa c’era dunque di tanto pericoloso? Semplicemente il sovvertimento radicale di una credenza

classica e religiosa bimillenaria ( comune a cattolici e protestanti) negazione della immobilità e

della veridicità del Vecchio Testamento. Per Aristotele l’universo sublunare è caratterizzato

da corpi costituiti da quattro elementi ( terra, acqua, aria, fuoco) dotati di moto rettilineo,

il cui fine è il luogo naturale. Al di sopra dei corpi sublunari v’erano inoltre i corpi celesti il

cui movimento senza fine è generato da un quinto elemento, l’etere.

Nella cultura greca già erano nate posizioni filosofiche e opposte, ma la Bibbia parlava

esplicitamente del movimento del sole e della luna. All’affiorare dell’ipotesi eliocentrica scattò la

reazione di chi difendeva la Bibbia come unica fonte di verità: i protestanti. Per parte cattolica

alla benevolenza curiosità iniziale per le ipotesi copernicane seguì un lungo silenzio fino al 1616.

Nell’Inghilterra elisabettiana John Dee fu conquistato dal copernicanesimo; in Francia lo fu Pierre

de la Ramée e nella stessa cultura tedesca ci furono le idee di Keplero. In Danimarca, Tyco Brahe

tentò di creare una sintesi tra le due idee lasciando al centro dell’universo la terra immobile con

la luna e il sole ruotanti attorno ad essa, ma facendo del sole il centro di rotazione degli altri

pianeti. Giordano Bruno scrisse criticando il sistema aristotelico-tolemaico e

La cena delle ceneri

l’adesione all’eliocentrismo.

2.Galilei, uno scienziato nella Controriforma

Nel 1584, mentre venivano pubblicate a Londra le opere bruniane, Galileo Galilei stentava ad

ultimare gli studi di medicina all’Università di Pisa. A Pisa frequentò il matematico Ostilio Riccii e

ricevette l’incarico di insegnamento triennale all’università di Pisa. L’astronomi era allora una

parte dell’insegnamento della matematica. Poi si spostò all’università di Padova dove vi sarebbe

rimasto fino al 1610. Nell’agosto 1597 scriveva a Keplero complimentandosi per la sua opera

aggiungendo di essere anche lui da molti anni arrivato all’opinione copernicana. Nel 1609

pubblicava con cui giungeva ad enunciare due delle tre leggi

Keplero l’Astronomia nova

fondamentali del moto dei pianeti ( la prima sull’orbita ellittica dei pianeti di cui il sole occupa

uno dei fuochi ; la seconda sulla variazione della velocità dei pianeti; e nel 1619 la terza sui

movimenti collegati dei pianeti).

Nello stesso anno Galileo giunse a costruire un eccezionale strumento di osservazione di cui

però non era stato l’inventore : il cannocchiale. Sistemato sul campanile di San Marco il

cannocchiale fu puntato verso il cielo che fu immediatamente prodigo di generosa

penetrazione. Si videro nuove stelle e la Luna apparve simile alla Terra ( soprattutto non piatta),

attorno a Giove si videro dei satelliti. Nel marzo 1610 usciva a stampa il un

Sidereus nuncius

volumetto di neanche 100 pagine con la descrizione delle scoperte che confermavano le ipotesi

copernicane.

Due sconosciuti filosofi Ludovico delle Colombe e Francesco Sizzi appellarono contro Galileo

all’autorità non solo di Aristotele ma delle Sacre Scritture : il primo definiva la nuova astronomia

pazza e pericolosa per la fede, il secondo negava che il numero dei pianeti potesse essere

diverso da 7 : tanti erano i bracci del candelabro del tempio di Gerusalemme.

Galileo torna in Toscana dove poté dedicarsi all’astronomia essendo inoltre circondato da un

grande successo fino a Roma. Al ritorno in Toscana non sapeva che il suo trionfo romano era

stato pericolosamente screziato da una piccola crepa dottrinale. Consapevole dunque del solo

successo affrontò con eccessiva sicurezza le ulteriori polemiche. A discutere contro Galilei sulla

natura delle macchie solari fu un gesuita Cristoforo Scheiner. La posizione di Galileo fu espressa

nella Per avere l’imprimatur cioè il permesso di

Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari.

stampa che un ecclesiastico doveva accordare a qualsiasi libro, Galileo dovette togliere

l’affermazione che l’erroneità della posizione aristotelica fosse confermata dalle Sacre Scritture.

Galileo pensò giunto il momento di esporre il proprio pensiero in merito alla

Punto di rottura:

grande questione del rapporto tra verità raggiunta per via scientifica e verità creduta per fede. In

questo senso scrisse una lunga lettera al Caselli ( allievo e successore di Galilei) : Sacra Scrittura e

Natura erano entrambe opere divine e avevano solo due diverse chiavi di lettura: allegorica la

prima e matematica la seconda. Mentre dunque la Sacra Scrittura andava interpretata

diversamente dal suo senso letterale, la Natura era scritta in linguaggio matematico. L’errore

sarebbe nell’esegesi cioè negli interpreti della Bibbia. L’imputazione della possibilità di

errore dunque agli ecclesiastici e non agli scienziati determinò l’avvio del procedimento

inquisitoriale.

Il Sant’Uffizio nel 1615 decise di avviare una pratica istruttoria chiedendo correttamente al

Castelli l’originale della lettera di Galilei. Vana sarebbe risultata l’immediata mossa di Galileo di

riprendere e ampliare il contenuto della lettera al Castelli. Così come vano era pensare di

aggiungere un’ulteriore prova scientifica delle rotazioni terrestre. Galilei non sapeva ancora che

al Sant’Uffizio romano s’era presentato il Caccini sostenendo che le proposizioni di Galileo “

repugnano alla fede”.

Le due proposizioni della teoria copernicana :

1) Che il Sole è al centro del mondo e quindi immobile;

2) Che la terra non è al centro del mondo ma si muove

venivano condannate nella seduta plenaria del tribunale il 24 febbraio 1616. Formalmente

Galileo non veniva citato nei dispositivi delle pronunce del Sant’Uffizio e dell’Indice ma evidente

era la condanna delle sue posizioni scientifiche.

3.Dalla condanna del copernicanesimo al processo a Galilei

La pronuncia del Sant’Uffizio contro il copernicanesimo provocò una necessità di adesione

formale. Altrettanto dovette fare Galilei, tra una malattia e l’altra da cui fu tormentato fino a

perdere la vista, si ritirò fuori Firenze apparentemente quieto. Nel settembre 1623 scrisse il

dedicato al papa Urbano VIII, affiancando lo stemma pontificio a quello

Saggiatore

dell’accademia dei lincei sulla copertina. Il gesuita Orazia Grassi, alla notizia dell’uscita del libro e

a leggerne il frontespizio “ si cambiò di colore”. Una sorta di partita a scacchi si ebbe attorno alla

metà degli anni’20 tra l’ordine dei gesuiti e Urbano VIII ( dalla parte di Galilei). Il Grassi accusava

Galilei di eresia eucaristica : nel Saggiatore secondo il gesuita le teorie atomistiche e

Nel 1624 Galilei

corpuscolari delle sanzioni impedivano la fede nella transustanziazione.

ondeggiava tra l’impulso di tirar dritto nel lavoro promesso al papa oppure rispondere a

polemiche vecchie e nuove. Gli amici romani lo invitavano alla moderazione mentre quelli

toscani lo invitavano a replicare agli avversari. Il pontefice aveva chiesto che nel volume di Galilei

figurasse l’argomento dell’onnipotenza divina che poteva produrre fenomeni fisici ed

astronomici diversamente dalla comprensione razionale umana.

Alla fine del 1629 l’opera era completata e doveva ottenere il necessario e a

imprimatur

doverlo dare era sempre Niccolò Riccardi, amico di Galilei. Il Riccardi fu però assalito da scrupoli

leggendo il manoscritto che era una ferma presa di posizione a favore di Copernico. Pretese una

introduzione e una conclusione dando così il sofferto Il papa fece probabilmente

imprimatur.

cambiare il titolo all’opera da a

Sul flusso e sul reflusso del mare Dialogo sui due massimi sistemi

L’opera venne stampata a Firenze poiché era morto il presidente e fondatore

del mondo.

dell’Accademia dei lincei. Protagonisti del dialogo erano Francesco Salviati ( convitato

copernicano) e Simplicio ( sostenitore dell’ipotesi aristotelica tolemaica). alla fine del Dialogo

Tre

le attestazioni a favore del copernicanesimo:

Retrogradazioni dei pianeti rispetto alla terra;

Rivoluzione del sole osservata tramite le macchie solari;

Le maree

Il libro giunse nelle mani di Urbano VIII nel ’33 e la reazione fu negativa. Riccardi dovette scrivere

all’inquisitore di Firenze per bloccare la diffusione del libro. Il papa era stato inoltre convinto che

Simplicio raffigurasse la Sua Sanità e poi venne convinto del fatto che i 3 delfini in copertina

raffigurassero il nepotismo di Urbano VIII verso i suoi 3 nipoti ( in realtà era lo stemma della

tipografia). Il contesto romano era inoltre influenzato dalle vicende della guerra dei Trent’anni.

Era insomma giunto il momento di passare la pratica al Sant’Uffizio.

4.Processo, condanna ed esiti del caso

Galilei giunse a Roma nel ’33 ed era stato avvertito dell’imminenza dell’interrogatorio. Il 12 aprile

1633 Galilei nella sede dell’Inquisizione affrontava il primo interrogatorio.

Fu subito interrogato sul famoso precetto giuntogli nel 1616 da Bellarmino, di non tenere lezioni

e di non difendere la dottrina copernicana. Galilei rispose sostenendo che questo precetto era

giunto solo oralmente quindi lui non aveva violato nessun’ingiunzione formale. Il commissario

generale spostò l’attenzione sul Dialogo sui due massimi sistemi, sostenendo che questo aveva

violato il precetto. Galilei rispose di non insegnare ne difendere la posizione. A conclusione di

questo primo interrogatorio la linea difensiva apparve rigidamente formalistica. Il suo Dialogo,

che nello stesso titolo conteneva tutte e due le teorie, non era una prova a favore di quella

copernicana. del 30 aprile, Galilei mutò radicalmente linea difensiva ( dopo un

Nel secondo interrogatorio

presunto colloquio con Maculano): riconobbe che riletto il dialogo la “parte falsa” ( quella

copernicana) era esposta con ragioni come le macchie solari e le maree. Il Sant’Uffizio aveva

vinto. Al termine dell’interrogatorio Galilei poté avere il permesso di tornare a risiedere presso

l’ambasciata toscana lasciando le stanze dell’Inquisizione. Il 10 maggio gli fu richiesta la difesa

scritta che non soddisfò il Tribunale che pretendeva una totale sottomissione.

Il 21 giugno si ebbe il per accertare con quale intenzione avesse

terzo e ultimo interrogatorio

scritto il Dialogo : ma neanche sotto minaccia di tortura confessò di averlo voluto scrivere per

favorire il copernicanesimo.

Il giorno seguente fu convocato per la << ti sei reso a questo Santo Officio

sentenza:

vehementemente sospetto di eresia. L’assoluzione delle relative censure poteva aver luogo solo

dopo la immediata, pubblica abiura>>. Seguì l’abiura recitata in ginocchio da Galilei con la mano

sulla Bibbia.

Il carcere a cui fu condannato fu una sorta di arresti domiciliari. Persa completamente la vista

morì l Venne successivamente avvertita l’Inquisizione che la piccola congrega

8 Gennaio 1642.

di amici di Galilei stesse diffondendo i principi del copernicanesimo. In realtà però non riuscì

nessuno a rilanciare un’iniziativa scientifica e da un lato imbalsamarono il mito di Galilei

attribuendogli meriti che non aveva e dall’altro furono inevitabilmente frenati dalle pronunce

del Sant’Uffizio e dell’Indice.

CAPITOLO 17. EUROPA INQUIETA: GUERRE DINASTICHE E MITO DELL’EQUILIBRIO

La politica degli Stati nel XVIII secolo è caratterizzata dalle guerre di successione, guerre

dinastiche in cui l’interesse dinastico rimane l’unica motivazione sostanziale al continuo

comporsi e scomporsi della carta geopolitica d’Europa.

1.La guerra di successione spagnola

Il 16 novembre 1700 Luigi XIV presenta alla corte spagnola il nipote Filippo d’Angiò come Filippo

V. Carlo II sarebbe morto senza eredi finendo quindi così la dinastica degli Asburgo. Le

diplomazie europee aveva stilato una prima lista di successione alla corona spagnola con relativi

possedimenti:

− Corona spagnola, Paesi Bassi e colonie americane al duca di Baviera, Giuseppe

Ferdinando

− I due viceregni di Napoli e Sicilia e lo Stato dei presidi a Filippo d’Angiò

La morte del duca di Baviera sconvolse i piani. Bisognava ricontrattare l’assetto spagnolo. Fu

stilata una nuova lista:

− A Carlo d’Asburgo la corona spagnola con i Paesi Bassi e le colonie americane;

− A Filippo d’Angiò oltre che ai domini italiani anche la Lorena

− Alla Francia sarebbe andata la Savoia con Nizza

− Al duca di Savoia il ducato di Milano

Alla morte di Carlo II emerse la sua volontà testamentaria di nominare suo erede Filippo d’Angiò

e ciò sconvolse l’assetto internazionale. L’impero ora poteva seguire due linee strategiche: 1)

concentrarsi contro l’Impero ottomano; 2) proseguire lo scontro contro la Francia. A capo di

questa seconda tendenza, Eugenio di Savoia ebbe un’influenza determinante.

Inoltre l’idea dell’equilibrio europeo di cui l’Inghilterra si fece assertrice mascherava interessi

nazionalistici, economici e militari. Inoltre l’antagonismo di Guglielmo d’Orange al Re Sole non

poteva permettere una posizione di forza francese. Venne stipulata cosi la “Grande Alleanza”

dell’Aja tra A lavorare

Impero, Gran Bretagna, Province Unite e i maggiori Stati tedeschi.

contro la coalizione troviamo la Francia insieme alla Spagna, il Portogallo e il ducato di Savoia e

Baviera.

Si schierarono così le forze in campo anche se la diplomazia inglese portava nella Grande

alleanza il ducato di Savoia e il Portogallo che apriva i porti alla Gran Bretagna con gli accordi di

Methuen. La marina inglese con le spalle coperte poteva occupare Gibilterra. In Baviera le forze

congiunte anglo imperiali sconfiggevano quelle franco bavaresi. La guerra si appressava al

confine francese. Da sud l’assedio alla città di Torino non l’aveva fatta capitolare e anzi venne

liberata con l’aiuto di un esercito imperiale. A nord la situazione era più critica in quanto

l’esercito della Grande Alleanza aveva ottenuto un successo nelle Fiandre. La flotta inglese

intanto aveva preso Minorcae la Sardegna e ora sbarcava a Napoli. Si creò inoltre una tensione

diplomatica tra Vienna e Roma che sfociò in un conflitto quando venne occupata la cittadina di

Comacchio. Un’apposita pace imponeva a Roma di riconoscere le pretese al trono spagnolo di

Carlo d’Asburgo e Comacchio tornava allo Stato della Chiesa.

L’epica battaglia di Oudenard vedeva ancora una volta vittoriose le truppe di Eugenio di Savoia e

inglesi che dopo aver posto sotto assedio Lille aveva le strade aperte verso Parigi. A Luigi XIV

venne offerta una pace umiliante : accettare sul trono di Spagna Carlo d’Asburgo e sgombrare

suo nipote Filippo V da Madrid. Luigi XIV non accettò e concentrando le forze francesi evitò

l’assedio della capitale. Due eventi fecero intravedere la pace:

− Successione in Inghilterra di un gabinetto tory, espressione quindi degli interessi del

capitale mobile ( mentre la guerra favoriva quello non mobile).

− Moriva l’imperatore Giuseppe I fratello maggiore di Carlo d’Asburgo che quindi

succedeva al trono imperiale

L’Inghilterra e l’Olanda si sganciavano allora dalla Grande Alleanza e intavolavano trattative di

pace con la Francia escludendo Carlo d’Asburgo. Giunsero ai l’11 aprile

trattati di Utrecht

17123. Carlo d’Asburgo subito dopo questi accordi emanava la con cui

prammatica sanzione

regolava la successione al trono imperiale. Undici mesi dopo nel marzo del 1714 anche Carlo

d’Asburgo accedeva alla pace con il trattato di Rastadt. Nuovo assetto europeo:

A Filippo V rimaneva la corona spagnola e le colonie americane

All’imperatore Carlo VI passavano i Paesi Bassi spagnoli e parte dei domini italiani: i

Viceregni di Napoli e Sardegna e i ducati di Mantova, Milano e lo stato dei presidi.

A Vittorio Amedeo di Savoia andavano i territori dell’Alessandrino, Monferrato, Valsesia e

Sicilia

Alle Province Unite andavano riconsegnate piazzeforti di frontiera

La Francia doveva smantellare Dunkerque

La supremazia inglese si faceva sentire senza vistosi ingrandimenti territoriali con definitive

acquisizioni strategiche (Gibilterra e Minorca) coloniali (Terranova) e commerciali (clausola della

nazione più favorita tra lei e la Spagna). Molte questioni però rimanevano in sospeso: la

tendenza francese a riequilibrare il sistema politica nel Mediterraneo; instabilità della zona nord

orientale dal Baltico all’Egeo. Poteva apparire stabilizzata la penisola italiana.

2.L’instabilità dell’ordine internazionale e il progetto dell’Alberoni per la liberazione

d’Italia

Grande Guerra del Nord

Iniziò una forte accelerazione della crisi svedese. La guerra inizia con la battaglia a Riga ( svedese

) attaccata dalle truppe sassoni polacche a cui rispondeva il nuovo re di Svezia Carlo XII che

costringeva la Danimarca a deporre le armi. Fu la volta poi dell’esercito russo, mentre assediava

Narvia difesa da un contingente svedese, a dove subire un grave rovescio dall’arrivo delle truppe

di Carlo XII il quale inoltre costrinse la dieta polacca a dichiarare decaduto Augusto di Sassonia e

ad eleggere re il nobile filo svedese Stanislao Leszczynski. Ora l’ultimo ostacolo per il dominio sul

Baltico era la Russia. Iniziò Carlo XII ad organizzare una spedizione antirussa dalla Sassonia che

aveva come obiettivo direttamente Mosca. Ma quando l’esercito russo e quello svedese si

scontrarono, quest’ultimo era dimezzato a causa della classica terra bruciata che aveva fatto

l’esercito russo. A Poltava lo scontro militare vide vittoriose le truppe zariste. Augusto di Sassonia

aveva rioccupato il trono polacco e la Prussia aveva attaccato la Pomerania svedese fino al porto

di Stettino; la Russia occupò fino alla Finlandia.

Quando muore il re svedese la successione fu contesa tra Ulrica Eleonora ( moglie di Federico

d’Assia e quindi filo occidentale) e Carlo Federico di Holstein ( filo russo). Sale al trono Ulrica

Eleonora e quindi apre le trattative di pace. Con la Pace generale di Nystad del 10 settembre

si chiuse la guerra del nord con il crollo della potenza della Svezia che determinò dei

1721

cambiamenti sull’assetto costituzionale interno:

Il centro decisionale della politica tornò ad essere il Consiglio di Stato emanazione del

o Parlamento

Principi di economia mercantilistica

o

L’8 dicembre 1714 i turchi dichiarano guerra a Venezia. L’irrequieta avanzata turca allarmò le

cancellerie europee e l’impero prima di scendere in campo affianco a Venezia volle garanzie

spagnole sul fatto che i nuovi domini asburgici in Italia soprattutto Napoli e Sardegna non

sarebbero stati oggetto di rinegoziazioni. Avute queste garanzie si creò un’alleanza tra Impero e

Repubblica di Venezia. Arrivarono anche rinforzi dal Portogallo, Toscana e Repubblica di Genova.

Le forze congiunte si unirono a Civitavecchia per andare a liberare Corfù. La flotta turca tolse

l’assedio prima dell’arrivo delle forze europee e il territorio di Temesvar fu inglobato nei domini

asburgici. L’obiettivo era la conquista di Belgrado che arriva il 18 agosto 1717. La flotta spagnola

parte da Cadice per congiungersi con la coalizione cattolica. Ma invece di proseguire per Corfù

operano uno sbarco per la Sardegna. Veniva dunque meno la garanzia spagnola. Inequivocabile

il segno di reazione contro l’assetto delle paci di Utrecht e Rastadt.

Alla corte spagnola a seguito della morte della moglie di Filippo V, Maria Luisa di Savoia, si era

verificato un brutto mutamento di élites dirigenti. Emerge la figura di un abate

Giulio Alberoni,

piacentino. La Spagna voleva a tutti i costi rimettere in discussione l’assetto stabilito con le due

paci. La piccola amministrazione di Parma inoltre servì da modello per riformare la contabilità

spagnola abolendo la carica del Presidente del Consiglio e incentivando l’industria tessile,

l’esercito e la flotta; furono coniate nuove monete e abolita l’amministrazione plurima dei vari

regni precenti l’unione politica spagnola.

Alberoni puntò ora ad avvicinarsi all’ex nemica Inghilterra, che non poteva però sacrificare

l’alleanza con l’Impero per favorire i piani spagnoli firmando così con l’accordo di Westminster

con Vienna per i domini presenti e futuri. La Spagna rimase così isolata di fronte al nascere della

La spagna voleva prendere il posto della

Triplice Alleanza tra Impero, Inghilterra e Francia.

Francia ma dovette tirarsi indietro di fronte alla richiesta di Clemente XI di avere a disposizione

della coalizione cattolica la flotta spagnola. La Spagna non poteva tirarsi indietro tanto più dopo

che Clemente XI aveva proposto la nomina cardinalizia di Alberoni. Quando la flotta spagnola

assaltò la Sardegna ( vedi sopra) violente furono le reazioni di Vienna e Roma mentre l’Inghilterra

si distinse per la sua cautela.

Ritorno degli ex viceregni di Napoli e Sicilia in mano alla Spagna; la

Progetto di Alberoni.

Sardegna in mano alla Savoia; granducato di Toscana e ducato di Parma a Carlo di Borbone; tutti

gli stati ostili all’impero diventavano alleati della Spagna ( impero ottomano, Russia e Svezia).

La triplice alleanza con l’ingresso dell’Olanda ridefinì le questioni dinastiche:

Divieto a Carlo d’Asburgo di considerarsi pretendente al trono spagnolo

o La Sicilia occupata dalle truppe spagnole sarebbe passata all’Impero

o La Sardegna passata al ducato di Savoia

o Unione del ducato di Parma e granducato di Toscana

o

La flotta inglese nell’agosto 1718 provvedeva a sbaragliare qualsiasi problema distruggendo la

flotta spagnola. L’Alberoni veniva visto come l’attentatore dell’equilibrio e il nemico della pace.

Madrid dovette firmare la pace dell’Aja del 1720 con con la situazione tornava quella delle paci

di Utrecht e Rastadt.

3.Guerre dinastiche in Polonia e Austria e compensi in Italia

In Francia emerge la figura di André Hercule de Fleury che fu nominato da Luigi XV ( succeduto a

Luigi XIV) primo ministro. La sua politica si caratterizzò per il fatto che decise di tenere una

politica essere di basso tono misurata alle esigenze di politica interna, come a trarre lezione dalla

fallimentare politica espansionista di Luigi XIV. Col trattato di Vienna del 1731 il Fleury era

riuscito a far da tramite tra Madrid e Londra, ma quando venne a morire il re di Polonia Augusto

II di Sassonia le procedure elettive del nuovo monarca scatenarono l’inevitabile conflitto.

A soffiare sul fuoco dell’intervento in Francia era uno dei più alti collaboratori del Fleury, Louis

Chauvelin. La morte del re di Polonia gli offriva l’occasione da tempo attesa di imporre le proprie

scelte politiche. La Dieta polacca eleggeva monarca Stanislao Leszczynski. La Polonia cercava

aiuto in Francia per sfuggire a tutti quei famelici vicini uniti inoltre da un interesse antiturco. Ad

elezione avvenuta truppe austriache e russe erano penetrate in Polonia e occupata Varsavia

avevano imposto ala Dieta di proclamare decaduto il L. e di eleggere il figlio di Augusto II,

Federico Augusto che diveniva cosi Augusto III di Polonia. In Francia l’affronto non poteva non

chiamare alla guerra. Chauvelin aveva già pronto il piano di intervento consistente nel legare alla

Francia stati non dipendenti dagli Asburgo o dai Borbone.

La guerra di successione polacca si combatté sul territorio italiano soprattutto. I progetti di C.

sembravano avere un buon esito quando iniziarono i primi sospetti sugli alleati: la Savoia per

esempio decise di pensare a una mediazione anglo olandese. Fleury tornava a guidare quindi la

politica francese e si arrivò alla Pace di Vienna del 1738-39.

La corona polacca andava ad Augusto III di Sassonia;

a L. andava la Lorena;

a Carlo Emanuele III di Savoia veniva concesso lo spostamento del confine fino al

Ticino;

il milanese rimaneva all’Impero assieme alla Toscana;

Spagna e Francia riconoscevano la prammatica sanzione

L’impero ottomano recuperava Belgrado

Le guerre dinastiche erano frutto di interessi privati fatti coincidere con l’interesse dello stato.

Morto Carlo VI sale al trono Maria Teresa. Nel 1740 si riapre la guerra scatenata dal re di Prussia

Federico II. L’esercito francese al comando del Belle-Isle occupa Praga. Gli inglesi oltre ad aiutare

Maria Teresa operano con un proprio esercito in Europa aiutando Maria Teresa ad occupare la

Baviera. Quando Belle-Isle fu richiamato in patria Federico II di Prussia abbandonò la coalizione

anti austriaca. ( ). Alla fine del 1748 Aquisgrana si avviarono le trattative di

casino di conflitti

pace. Alla firma degli accordi si giunse il 18 ottobre 1748.

La Slesia rimaneva in possesso al Re di Prussia

Il milanese rimaneva all’impero asburgico

Il ducato di Savoia era stato sacrificato

A Filippo di Borbone andava il territorio di Parma, Piacenza e Guastalla

Il granducato di Toscana rimaneva in vitalizio a Francesco Stefano di Lorena.

La Francia non otteneva nulla

4.Miti ricorrenti: pace perpetua, Società delle nazioni, principio d’equilibrio

La storia dei progetti di pace è antica ed è quasi un’utopia. Nel corso della prima età moderna

più che progetti di pace generale si ebbero appelli alla pace da uno o dall’altro contendente. La

pace codificava l’ordine europeo a vantaggio dello stato dominante.

In un trattato di si proponeva una capace di

Eméric Crucé Società universale delle Nazioni

respingere l’idea della guerra come strumento regolatore dei conflitti e sostituirla con una sorta

di tribunale arbitrale rappresentato dall’Assemblea dei delegati di ogni Stato.

rinviava alla necessità di risolvere le contese tra stati a regolari che

Ugo Grozio conferenze

avrebbero dovuto affidare a terzi la soluzione del caso.

ministro inglese, teorizzava la necessità di istituire una composta

William Penn, Dieta generale

dai delegati di ogni Stato. Compito di questi delegati era fissare norme internazionale e

sanzionare anche senza l’uso della forza gli stati trasgressori. ( progetto filo inglese però).

(abate di San Pierre) scrisse sette discorsi che strutturavano l’idea di una

Charles Castel pace

alternativa ai trattati di pace sul principio dell’equilibrio. A questa pace perpetua si

perpetua

poteva giungere solo attraverso una perpetua Unione tra stati. Questa unione sarebbe dovuta

essere composta da 24 stati ognuno rappresentato da un solo deputato.

fu proclamato a Utrecht come l’ispiratore delle volontà delle

Il principio di equilibrio

diplomazie europee, di Stati non tentati dal demone dell’egemonia. Il principio non poteva

avere cantori concordi nel celebrarlo. Così il principio dell’equilibrio ebbe un coro uguale, come

lo ebbe in passato il mito della monarchia universale.

CAPITOLO 18. ILLUMINISMO

1.Premessa: concetto e metodo

L’illuminismo, e cioè la tendenza metodologica a negare realtà non riducibili a comprensione

razionale è stato spesso considerato espressione culturale della borghesia in ascesa. È tuttavia

riduttivo considerare borghese la cultura illuministica. Fu infatti una cultura che rimase

impastata nella corrosione delle fedi religiose e politiche assolutistiche. Una cultura che venne

definendosi in circoli letterari ed accademie scientifiche esclusivistiche. Una cultura che giovò a

distruggere metodi, credenze e valori precedenti, anche se non sufficiente a sostituirli. Parimenti

riduttivo sarebbe tentare di attribuire un minimo comune denominatore all’illuminismo, tra

culture nazionali diverse e campi del sapere che spaziano dalle scienze naturali a quelle politico

sociali. L’opera di Newton ebbe un’influenza determinante sullo sviluppo della cultura

illuministica grazie al “metodo” : spiegazione logico scientifica per ogni fenomeno naturale. Alla

comprensibilità del mondo fisico si opponeva così l’irrazionalità del mondo metafisico. Il “

metodo “ fu diffuso grazie a François Marie Arouet detto Voltaire.

Con la pubblicazione delle e degli I

Lettres sur les Anglois Eléments de la philosophie de Newton.

due volumi erano ideologicamente legati tra loro. L’elogio delle istituzioni e della società politica

inglese trovavano un pendant nelle rifrazioni conservatrici insite nel newtonianismo, nella logica

del mondo fisico naturale a considerare impossibili le violazioni delle leggi fondamentali

della natura. E la natura doveva essere un modello anche per l’organizzazione politico-

sociale ,così come nella natura si manifestava la potenza logica del Creatore.

Questa concezione “naturalista” e deista che aveva dunque il supporto delle forze culturali di

Newton e Voltaire, veniva quindi a scontrarsi con l’antropologia delle religioni positive, cristiana

in particolare e cattolica in specie, che considerava la natura come codice divino. Ora essendo le

religioni cristiane e non cristiane basate tutte sul principio dualistico del bene e del male,

risultavano antitetiche rispetto alla concezione esclusivamente positiva dello stato di

natura, tipica della cultura illuministica.

Un’altra essenziale tessera di riconoscimento della cultura illuministica era il mito del buon

l’uomo primitivo, lontano dalla sopraggiunta civiltà, in continenti extraeuropei

selvaggio

appena conosciuti, viveva in uno stato felice perché appunto il più possibile vicino a quello di

natura. Mito a cui dettero linfa i missionari cattolici con le relazioni di viaggio in posti come la

Cina o il Medio Oriente.

Relazioni di viaggio già circolavano quando apparvero anonimi nel 1721 due volumi di Lettres

opera di un magistrato francese, I

persanes, Charles de Secondat barone di Montesquieu.

volumi, di pura fantasia, riportavano le relazioni epistolari di due persiani, Usbek e Rica,

itineranti in Occidente. Graffiante era il ritratto dell’ipocrita società francese : tornava a

farsi sentire il lamento antico della non pacificazione europea, dei continui scontri dettati

dai motivi d’interesse, tanto più deprecabili quanto superiore, rispetto all’oriente, era

appunto l’assetto politico dei singoli Stati: il vero demone europeo rimaneva la ragion di

stato.

Si riaffacciò il diritto di natura ( giusnaturalismo ) con l’opera di Pufendorf e Grozio che contribuì

ad una più vasta diffusione sociale dei prìncipi giusnaturalistici. L’altra logica conseguenza della

concezione della natura fu lo sviluppo delle scienze naturali con Carlo Linneo e Georges Louis

Leclerc noto per l’analisi unitaria della natura, della teoria della molecola come struttura

dell’essere vivente.

L’unicità dell’ordine naturale postulava l’esistenza di un ordine politico sociale analogo a quello

fisico ma impedito e deviato nel suo corso naturale da leggi e disposizioni umane. Questo ordine

doveva rivelare le proprie leggi, economiche, che avrebbero consentito il progresso della

società. Nasceva la scienza economica. A metà del ‘700 in Francia si svilupparono due diverse

teorie economiche:

• La fisiocrazia ( François Quesnay);

• Liberismo ( Adam smith).

Fisiocrazia

Fisiocrazia significa potere della natura e indica la convinzione che solo la terra fosse fonte della

ricchezza di uno Stato e di conseguenza solo la produzione agricola veniva considerata

un’attività produttiva. Derivava così l’attenzione politica nei confronti dei proprietari e dei

produttori. Fu determinante per lo sviluppo della fisiocrazia la struttura economica semi feudale

della Francia.

Liberismo

Analoghe le premesse filosofiche di Adam Smith : la libertà dell’ordine naturale che doveva

consentire il libero agire economico dell’uomo, unico giudice dei propri bisogni e del proprio

interesse. L’uomo aveva insiti alcuni meccanismi logici di azione. Questa complessiva bussola

dell’agire economico dell’uomo gli consentiva il soddisfacimento dei bisogni. Il soddisfacimento

di questi bisogni individuali avrebbe concorso come se guidato da una mano invisibile, e

indipendentemente dalla volontà persona, all’interesse generale della società. Allo Stato

sarebbe spettato un compito ridottissimo ossia garantire la sicurezza e vigilare sui frodi e

inganni. Dunque libertà complessiva dell’agire economico ( il noto laissez-faire) nella

convinzione che ricchezza dello Stato fosse il lavoro umano.

2.La cultura politica dell’Illuminismo. Diffusione e limiti sociali.

La concezione della natura, la scoperta delle sue leggi e il progresso delle scienze fisiche e

naturali avevano sottratto alla natura le caratteristiche misteriose, inquietanti, magico

superstiziose con cui da sempre era stata avvertita dall’umanità. Questa scoperta fisica della

natura non portò solo ad uno scontro di genere antropologico con le religioni positive, ma

contribuì a mutare i caratteri della religiosità. Proprio la scoperta della natura, opponeva ora, da

un lato e dall’altro uno sviluppo del

l’ateismo scientifico deismo-teismo.

Nel primo caso le religioni venivano considerate conseguenze popolari, taumaturgiche,

della paura e della natura. Rappresentanti di questo filone radicale erano Julien Offray De

La Mettrie e Claude Adrien Hélvetius. L’uomo nega l’esistenza dell’anima e tentando di

dare una base scientifico naturale alla mora, obbedisce al soddisfacimento dei bisogni.

Natura e creatore vengono visti in opposizione;

Nel secondo caso Voltaire dette voce scientifica a questa concezione deistica facendosi

assertore del finalismo, della convinzione cioè che l’ordine naturale fosse stato

progettato e realizzato per un fine e per uno scopo. Ciò imponeva la fede in un Dio

creatore. Questo sviluppo della tradizione deistica si presentava nella cultura illuministica

quasi come un tentativo di purificazione dell’uomo dal dogmatismo delle religioni.

Voltaire sostituì infatti il termine deismo con quello di teismo. Il teismo alla teologia

trascendentale aggiunge quella naturale per analogia con la natura come un essere che

in forza dell’intelletto e di libertà contiene il principio originario di tutte le altre cose.

Alla diffusione dell’illuminismo contribuì una serie di fattori:

Aumento del tasso di alfabetizzazione;

Sviluppo di centri editoriali dotati di propri indirizzi culturali;

Mutamento della tipologia di lettura: nasceva una forma di lettura estensiva che

comportava una circolazione maggiore

Fu questo il contesto che favorì la diffusione dell’illuministica di Diderot. Riunì

Encyclopédie

attorno a sé il meglio della cultura illuministica e solo nel 1765 si poté giungere alla conclusione

del tetso. L’iniziativa fu un grande successo.

A dare una forte accelerazione all’estensione della lettura contribuì lo sviluppo della stampa

periodica e della nascita di ritrovi privati e pubblici, di società letterarie e di concorsi come quello

del 1750 indetto dall’Accademia di Digione sul tema: il progresso delle scienze e delle arti ha

fu il vincitore del

Jean Jacques Rousseau,

contribuito a corrompere o a migliorare i costumi?

concorso con una tesi negativa: il progresso fa cadere le virtù non solo militari ma anche

Anche la massoneria aiutò la diffusione della cultura

morali dell’uomo; è dunque dannoso.

illuminata soprattutto del deismo e del giusnaturalismo.

Il stava nel fatto che ai caffè potevano andare aristocratici, medici, avvocati e la

limite sociale

crema della società, ma veniva escluso tutto lo strato sociale sottostante, da cui quella cultura

era distante e cui volle rimanere estranea e avversa. L’analisi di J.J. Rousseau divaricò fino a

rompere il pensiero politico illuminista. Ha proiettato nel campo della storia e dell’ideologia

politica la nuova concezione della sovranità e dello Stato e della libertà degli individui. Lo

stato di natura è alla base di ogni sviluppo di pensiero. Per R. è un mito, uno stato perduto

e certamente non recuperabile. Si trattava di passare dallo stato di natura ad uno stato

sociale che respingesse l’emergere di spinte individualistiche sopraffattrici. Andava

dunque ripensata l’intera teoria del contratto. Il contrattualismo indicava il patto tra il

popolo e il sovrano, un patto di delega. R mette in discussione i protagonisti del contratto

e non la sua teoria. Si tratta di trovare una forma di associazione che difenda la persona e i

beni di ciascun associato. Il contratto doveva unire non solo gli individui al sovrano ma

anche gli individui tra loro CONTRATTO SOCIALE. il nuovo sovrano era un soggetto

La volontà generale è 1) non revocabile; 2)

politico espressione della volontà generale.

indivisibile; 3) inalienabile.

Montesquieu pubblicò l’Esprit des lois a Ginevra nel 1748. Oggetto di studio è il sistema

giuridico politico dello Stato nelle sue varie morfologie e le diverse forme di governo. M.

era consapevole delle diversità storico politiche delle nazioni e giudicò impossibile

l’applicazione di un modello istituzionale fuori dai sui limiti territoriali. Concentra la sua

analisi su tre forme di governo: repubblicana, monarchica e dispotica, dividendo la prima

in democratica e aristocratica a seconda che la sovranità risieda nel corpo sociale o nella

M. parla di separazione di poteri ma riguardo alla necessità di

sua parte più qualificata.

contenere il potere con altri poteri. Non guarda al modello inglese con positività, ma la teoria

della tripartizione dei poteri è diretta a recuperare la tradizione francese dei corpi intermedi.

L’Esprit fu condannato all’Indice nel 1751.

des lois

3.Questioni ecclesiastiche

Lo sviluppo della cultura scientifica in Europa forò la barriera di condanne e divieti opposti alla

circolazione di opere e idee dal reticolato di Inquisizione Indice. L’incontro tra lumi e religioni era

teoricamente impossibile anche se a volte si parlò di illuminismo cattolico come tentativo di

acquisizione di alcuni prìncipi illuministici dentro la religione cattolica senza che questa ne

venisse corrosa. Benedetto XIV aveva avuto un esperienza culturale nell’ambiente accademico.

Appena eletto al soglio pontificio volle dedicare cura a riformare statuti. Il sacerdote Ludovico

Muratori fu un esempio di esponente ecclesiastico illuminato criticando le chiusure

dell’ortodossia. Al nuovo clima romano si dovette anche l’emblematica riedizione delle opere di

Galileo. La nuova edizione dell’Indice cessò la proibizione a danno dei libri

dei libri proibiti ( 1757)

contenenti esposizioni eliocentriche e relativo insegnamento.

Diverso fu l’atteggiamento ecclesiastico verso le tendenze religioni interne dove si creò uno

schieramento di giansenisti, gallicani e gesuiti. Alla tradizione di centralismo e universalismo

romano rispose non solo la condanna al giansenismo ma anche la possibilità di accogliere o

meno riti all’interno della liturgia cattolico romana. Un problema era nato con la Compagnia di

Gesù.

Lo sviluppo delle missioni cattoliche era stato grandioso e avevano sviluppato, specie con

l’opera di Matteo Ricci, un particolare metodo missionario, consistente non nella

contrapposizione di una ritualità liturgica nuova, ma nella sua sussunzione interna a quella

romana. I nemici della Compagnia di Gesù cominciarono a diffondere voci sulla loro non

obbedienza al Papa e sul loro non rispetto dell’uniformità romana, tanto che il nuovo intervento

dell’Inquisizione fu determinante per il definitivo intervento di Benedetto XIV con la bolla Ex

che chiudeva la questione esigendo dal clero missionario il giuramento

quo dell’11 luglio 1742

di osservanza della bolla. In si determinò il tracollo della Compagnia. In

Asia America Latina

venne soppressa e poi espulsa la Compagnia. In questa Compagnia era diventata

Paraguay

quasi uno Stato nello Stato. La fine di questo stato era tuttavia prossima e legata ad un accordo

tra Spagna e Portogallo diretto ad eliminare in tutte le loro colonie attriti religiosi. Il 20 aprile

1759 Giuseppe I re del comunicò al pontefice l’espulsione dal Portogallo di tutti i

Portogallo

gesuiti colpevoli di aver provocato la ribellione in Paraguay. Nella patria letteraria

Francia,

dell’Illuminismo, la posizione dei gesuiti era ancora più delicata. Si pensò di istituire una sorta di

Vicario generale che avrebbe dovuto controllare le attività dell’Ordine. Una polemica stampa e

pamphlettistica invitava a seguire l’esempio portoghese. Il 1 dicembre 1764 vennero espulsi. In

anche si arrivò con la del 18 gennaio 1769 a sottoporre ad

Spagna Prammatica Sanzione

Exeuqatur regio ogni disposizione di ordine religioso proveniente da Roma. Anche se la

Prammatica Sanzione venne abolita i rapporti tra Stato e Chiesa volgevano al peggio. Il 29

gennaio 1767 i gesuiti venivano espulsi anche dalla Spagna.

Con la morte dio Clemente XIII risultò determinante per l’elezione pontificia l’esplicito impegno

di procedere alla soppressione della Compagnia di Gesù. Assunto questo impegno venne eletto

Clemente XIV. L’ambasciatore di Carlo III, (Re di Spagna) Josè Monino, ottenne la prima bozza di

un breve di soppressione della Compagnia. Nel ’73 fu inviato a Madrid e il 12 luglio era stato

ormai firmato dal papa. Per la sua pubblicazione si attendeva solo di far passare il 31 luglio

Sant’Ignazio, festa dei gesuiti. Il faceva riferimento alla necessità di

Dominus ac Redemptor

sacrificare le istituzioni che non rispondevano più al compito originario proprio. I beni immobili

della Compagnia venivano destinati alla beneficenza e i vertici vennero arrestati. La Compagnia

venne ricostituita solo durante il pontificato di Pio VII con la Bolla nel 1814.

Sollecitudo animarum

CAPITOLO 19. L’INDIPENDENZA DELLE COLONIE AMERICANE

1.Questioni coloniali e politica europea: la guerra dei Sette anni

la guerra dei sette anni può essere considerata la prima guerra mondiale essendo la prima volta

che eserciti europei si affrontarono non solamente sui territori del vecchio continente e furono

affiancati anche da truppe coloniali. Inoltre interessi coloniali determinarono il conflitto in

Europa. Le sue conseguenze furono per esempio la nascita degli Stati Uniti d’America. Grave si

presentava lo stato dei rapporti franco inglese nel sub continente indiano. L’inglese East India

era venuta progressivamente soppiantando i domini olandesi e portoghesi. Nella

Company

stessa regione agiva la francese. I rapporti tra Francia e Inghilterra si

Compagnie des Indes

ripercuotevano nei rapporti commerciali nelle lontane colonie. Il risultato fu il progressivo

sopravvento inglese a seguito dell’impulso impresso all’East India Company da Robert Clive. Una

tensione politico militare analoga tra Francia e Inghilterra si determinò nell’America

settentrionale. A nord del Golfo del Messico, che rimaneva un lago spagnolo, s’estendeva un

vastissimo territorio coloniale francese che da Nuova Orleans abbracciava il territorio interno

fino alle distese del Canada. Sulla costa orientale del continente erano disposti i possedimenti

inglesi e dal ’74 si erano avuti veri e propri scontri militari tra coloni inglesi e francesi lungo la

valle dell’Ohio ( dove George Washington allora combattette dalla parte inglese). In Francia non

v’era sensibilità politica né dunque particolare attenzione ai problemi coloniali. Il teatro unico

della politica e dell’economia rimaneva dunque l’Europa. Le colonie avevano un ruolo

puramente sussidiario soprattutto quelle americane visto il ridotto introito economico che

fornivano. Non c’erano inoltre molte emigrazioni di massa: basti pensare che nel Canada i

francesi erano 65.000 contro i due milioni di inglesi sull’Atlantico. Rispetto all’atteggiamento

quello fu viceversa di grande cura ed attenzione economica, cioè di pieno

francese inglese

sfruttamento e l’Inghilterra fu sempre pronta ad intervenire con la forza a sostegno delle proprie

compagnie di sfruttamento. La guerra franco inglese era inevitabile e si intrecciò ai problemi

europei dando luogo al “rovesciamento delle alleanze. ”

Inizio del conflitto:

Sul trono inglese stava un membro della dinastia Hannover: Giorgio III. Era dunque

necessario in caso di guerra ottenere garanzie giuridiche a difesa del principato

hannoveriano. Si rivolgono all’Austria, storico alleato senza ottenere però successi

visto l’interesse dell’Austria di recuperare la Slesia occupata dalle truppe prussiane.

C’era inoltre il mito sorgente di Federico II di Prussia, soprattutto in Francia,

alimentato dagli illuministi. Il diplomatico austriaco Wenzel von Kaunitz sapeva che

la Francia non avrebbe mai preferito allearsi con un tradizionale nemico ed era più

interessata ad una politica con la Prussia. Il Kaunitz fu allora abile nello

d’entent

sfruttare la carta della diplomazia segreta di Luigi XV tramite la marchesa di

Pompasour che era diventata una sua confidente. Fu cosi che Luigi XV e il Kaunitz

trattarono all’insaputa del Consiglio ufficiale e del Segretario di Stato. La nuova

alleanza franco austriaca venne stipulata a Versailles il 1 maggio 1756. Motivi che

portarono all’alleanza: garanzia per la Francia di un candidato francese al trono

polacco + la guerra nel nord America + notizia che l’Inghilterra si era alleata con la

Prussia di Federico II. La politica estera francese sacrificava l’intera tradizione delle

sue alleanze con l’Impero ottomano, la Svezia, la Polonia e gli stati tedeschi. Questo

rovesciamento delle alleanze consentiva all’Impero austriaco di operare militarmente

contro la Prussia la quale era l’unica dover combattere su più fronti.

Federico II capì di dover agire d’urgenza e invase la Sassonia, mentre quelle francesi

contrattaccavano invadendo l’Hannover e imponendo la convenzione di Closterseven che

impegnava gli Hannover a disarmare e congedare le truppe. Il colpo militare francese fu una

mazzata politica per gli anglo prussiani. Nel Mediterraneo la flotta francese aveva sconfitto

quella inglese recuperando Minorca. Tuttavia le solite rivalità interne alla corte di Versailles

vanificarono le ottime prospettive militari : il maresciallo d’Estrées fu sostituito da uno dei suoi

rivali a corte, il duca di Richelieu che si rifiutò di unire le sue truppe a quelle di un’altra armata

francese. Federico II al comando di un esercito di 22.000 prussiani sbaraglio a Rossbach nel 1757

l’armata franco imperiale forte del doppio degli uomini. Dopo un’altra vittoria prussiana

l’esercito francese non poteva più tenere testa al dilagare di quello prussiano. Poche settimane

dopo violando il trattato di Closterseven inglesi e hannoveriani si riarmavano allontanando i

francesi. Gli inglesi attaccarono allora con la flotta tutti i possedimenti coloniali francesi.

Determinanti per la fine del conflitto furono le dimissioni di William Pitte la successione sul trono

imperiale russo del prussiano filo Pietro III che salvava Federico II dalla guerra su due fronti. Cosi

come erano due le guerre parallele, allo stesso modo due furono le paci.

• A Parigi il 10 febbraio 1763 Francia, Inghilterra e Spagna regolavano i loro domini

coloniali : il Canada e tutta la valle dell’Ohio ad est del Mississippi venivano ceduti dalla

Francia all’Inghilterra che acquisiva dalla Spagna anche la Florida. Nelle Antille le isole di

Guadalupe e Martinica tornavano francesi; il resto era inglese, mentre in India la presenza

francese era ridotta a qualche scalo commerciale. In Europa l’isola di Minorca tornava in

mano inglese; per la Francia fu una pace vergognosa.

• Meglio andò all’Austria di Maria Teresa che con la pace di Hubertusburg rinunciava

definitivamente alla Slesia in favore dell’elezione imperiale del figlio Giuseppe d’Asburgo

Lorena.

2.Le colonie inglesi d’America

Disposte longitudinalmente, da nord a sud, il Massachussets, New Hampshire, New York, Rhode

Island, Connecticut, New Jersey, Pennsylvania, Delaware, Maryland, Virginia, Nord Carolina, Sud

Carolina e Georgia, non costituivano alcuna unità né politica, ne economica, ne giuridico

istituzionale e ne religiosa. L’economia era divisa in 4 fasce:

a) La fascia settentrionale era dedita alla cantieristica navale alla pesca e al commercio

atlantico;

b) L’economia centrale gravitava commercialmente attorno ai porti di New York e

Philadelfia e aveva un vasto retroterra agricolo;

c) L’economia del sud era un’economia caratterizzata dalle grandi piantagioni di tabacco,

riso e indaco. Erano piantagioni che richiedevano una notevole capitalizzazione e una

grande manodopera di schiavi.

d) Alle spalle di tutte le colonie una quarta fascia di attività economica raggruppava

egualmente da nord a sud pionieri, cacciatori, agricoltori che penetravano verso ovest, al

di là della catena dei monti Appalachi in territori abitati dai pellerossa.

Questa particolare forma di economia ebbe un rimbalzo sociale per l’identità collettiva

americana : . Diversamente che per la cultura europea, dove

frontiera ha un significato di limite rigido, non valicabile, per la cultura coloniale americana la

frontiera non era solo il limite momentaneo della colonizzazione, ma rappresentava il forgiatore

dell’individualismo eroico, del coraggio: frontiera impediva quindi la riproposizione di gerarchie

sociali europee di origine feudale, azzerava i valori predeterminati, accelerava al massimo il

dinamismo della mobilità sociale.

Diversa demografia inoltre la popolazione bianca era per i 2/3 di origine inglese e per il

rimanente terzo irlandese, scozzese, tedesca, olandese e francese. Tuttavia la concentrazione

bianca era avvenuta per raggruppamenti religiosi prima che nazionali : cosi l’emigrazione

puritana si era concentrata nelle zone settentrionali, quella anglicana in Virginia e quella

quacchera in Pennsylvania. La successiva emigrazione avvenne come conseguenza delle

enclosures inglesi o come conseguenza della devastazioni delle campagne europee dopo la

guerra dei trent’anni. Questa sedimentazione sociali creò scontri e tensioni. Tensioni sociali si

aggiungevano a quelle sociali. In le colonie avevano solo un’origine territoriale nel

comune

demanio della corona visto il rapporto di diritto privato tra il sovrano e una persona fisica e

giuridica. Si aveva una tripartizione delle colonie:

1. ( entità territoriali di sovranità diretta della corona)

Colonie regie

2. ( la carta o la patente regia affidava entità territoriali e relativo

Colonie di proprietà

potere di organizzazione politica ad un singolo proprietario privato )

3. ( i relativi diritti venivano concessi a comunità di coloni

Colonie incorporate

preesistenti).

Al momento della pace di Parigi del 1763 otto colonie erano regie, tre di proprietà e due

incorporate. Queste ultime erano quelle dove fu maggiormente radicato il senso

dell’indipendenza. Nella Pennsylvania ci fu uno scontro tra il governatore e il proprietario.

Questo scontro è una costante nella storia istituzionale coloniale.

Il nominato dal re o dal proprietario è il capo dell’esecutivo e dunque

governatore

dell’esercito. A lui spetta il potere di convocazione e scioglimento dell’Assemblea, può

porre il veto a norme da essa emanate, ha potere di grazia, nomina i funzionari e i giudici

dei tribunali speciali.

Il governatore è affiancato dal composto da membri nominati dal re o dal

Consiglio

proprietario. Assieme governatore e Consiglio fungono da corte giudiziaria d’appello;

A fronte di queste due istituzioni stava espressione delle

l’Assemblea dei deputati,

singole comunità coloniali elette secondo le rispettive modalità di suffragio.

le barriere censitarie variavano da 40 sterline

nello stato di New York a 40 scellini nel Connecticut. La

proprietà fondiaria

inoltre poteva dare pluralità di voto.

La progressione del ruolo delle Assemblee nelle colonie americane è analoga a quella percorsa

dal Parlamento di Inghilterra: giungere al potere di tassazione interna e presentarsi come

un’istituzione rappresentativa dei nuovi ceti emergenti. In questa alterazione politico

istituzionale del sistema giuridico di delega originaria è insita la crisi costituzionale.

3.Imposizioni fiscali, autonomia, indipendenza

Al termine della guerra dei Sette anni, il debito pubblico inglese era giunto a 139 milioni di

sterline. Le necessità fiscali inglesi implicarono un improvviso mutamento quasi d’ordine

psicologico nel rapporto con le colonie. Fino a quel momento l’Inghilterra non era intervenuta in

modo diretto e accentratore nella vita politico economica delle colonie. Inoltre nel corso della

guerra franco indiana truppe inglesi e coloni americani avevano combattuto assieme.

D’improvviso quella fraternità si ruppe. Per Londra si trattava di rimodulare il rapporto tra libera

attività economica e controllo politico concretizzando l’imposizione tributaria nel rigore fiscale.

Nel giro di un paio d’anni vennero introdotte delle misure come la (

Proclamation line

imponendo ai coloni di marciare verso ovest ) lo Con il

Sugar Act, il Currency Act e lo Stamp Act.

primo si imposero dei dazi alle importazioni; con il secondo si vietava di emettere certificati

aventi valore di carta moneta e con il terzo si impose un valore di bollo anche a giornali e

periodici. Nel frattempo un esercito inglese di 10.000 uomini veniva stanziato nelle colonie. Era

ormai una sorta di regime d’occupazione.

Ci furono le prime contestazioni giuridiche a seguito dello Stamp Act. James Otis

Dibattiti.

invocò per le colonie l’antico principio inglese del <no taxation without representation>. Da

parte inglese rispose Soame Jenyns sostenendo la rappresentanza virtuale dei coloni americani

nel Parlamento inglese. Una posizione che ebbe largo seguito in Inghilterra ma a cui si oppose

William Pitt.

L’assemblea del Massachusetts propose la riunione di un Congresso inter coloniale sullo Stamp

Act da tenersi nell’ottobre seguente a New York. Ma l’iniziativa non era più solo assembleare,

c’erano reazioni nelle piazze. Alla riunione dello i rappresentanti

Stamp Act Congress 1765

delle colonie erano ancora su posizioni lealiste ribadendo però il principio del no taxation

without representation. A sostituire il gabinetto Grenville era stato chiamato Charles Rockingam

che decise di revocare lo Stamp Act. Quella che poteva sembrare una vittoria delle colonie

americane fu azzerata dall’introduzione di un con cui il Parlamento inglese

Declaratroy Act

dichiarava la propria competenza legislativa in tutti gli affari coloniali. Era dunque l’inizio di un

braccio di ferro che vedeva nel 1766 l’approvazione dei Townshend Acts; del Revenue Act e dal

Riprendeva allora la reazione giuridica nelle colonie, rappresentata

Customs Collegting Act.

dall’azione di James Otis che si batté contro l’applicazione di quelle leggi considerate anti

costituzionali. L’assemblea del Massachusetts invitò tutte le Assemblee coloniali ad unirsi a

difesa delle libertà americane. A rendere ancora più tesa la situazione venne resa da due eventi:

• Massacro di Boston, occorso il 5 marzo 1770 quando truppe regolari inglesi acquartierate

in città dal 1768 per imporre l’applicazione dei Townshend Acts, spararono sui

manifestanti disarmati facendo 5 morti.

• Il Parlamento inglese affidò alla East India Company il monopolio del commercio del tè

con le colonie americane. La reazione dei coloni fu di assaltare un mercantile inglese

ancorato nel porto di Boston ( l’episodio venne chiamato Boston tea party).

Le colonie convocarono a Filadelfia il 5 settembre del 1774 il i 55

I Congresso Continentale.

delegati riuniti a Filadelfia in rappresentanza delle colonie ebbero il senso del momento storico

avvertendo d’essere i rappresentanti dei sudditi coloniali d’America. L’elemento radicale al

congresso non ebbe una forte prevalenza. I moderati per ora miravano a una ricomposizione

politica con la madre patria salvaguardando l’autonomia coloniale senza alcun cenno

all’indipendenza. Moderati e radicali trovarono un accordo nell’approvazione di una

con riconoscimento del potere di veto dell’Inghilterra. A

Dichiarazione dei diritti delle colonie

Londra operava Benjamin Franklin per presentare le petizioni del Congresso di Filadelfia.

Determinante fu la decisione del Re di dichiarare ribelli le colonie della New England.

Con il nel maggio del ’75 si tentò l’ultimo approccio lealista. Dopo il

II Congresso Continentale

secco rifiuto del re si avviarono le parti per il definitivo scontro militare. Con il II Congresso si

istituiva una ossia un esercito americano unitario e distinto dalle milizie

Continental Army

coloniali e il comando venne affidato a George Washington leader moderato della Virginia. A far

circolare la parola magica di indipendenza fu un giornalista inglese Thomas Paine pubblicando

un opuscolo che ebbe un successo enorme. Il messaggio era quello di un indipendenza che

consentiva d creare una società nuova in un mondo senza radici nel passato diverso e distante

dall’ipocrita progenitrice. La causa dell’America è la causa di tutta l’umanità. L’11 giugno fu

incaricata una commissione per progettare la confederazione delle colonie. Composta da

Franklin, Jefferson e Adams, a Jefferson fu affidato il compito di redigere la Dichiarazione

che fu approvata a Filadelfia il Risultano evidenti le matrici

d’indipendenza 4 Luglio 1776.

contrattualistiche e giusnaturalistiche. La ricerca della felicità di sostituì a quella della proprietà

contemplata da Locke. Nella seconda parte veniva ripreso il principio della no taxation without

representation estromettendo di fatto l’Inghilterra negli affari inglesi delle colonie.

4.Dalla dichiarazione d’indipendenza alla Costituzione federale

Anche il modo di affrontare e concepire la guerra fu radicalmente diverso tra i coloni e truppe

regie. Gli ufficiali inglesi sicuri della schiacciante forza della flotta agivano partendo dai porti

conquistati per inoltrarsi nell’interno, solo che l’interno non era un teatro di guerra simile ai tanti

europei. Poche strade di collegamento e centri abitati distanti, rendevano difficoltosi i

movimenti inglesi. I coloni non solo conoscevano le zone geografiche , ma vantavano di una

pirateria che poté tener testa alla flotta inglese. Le motivazioni dei coloni sopperivano al

disvalore tecnico organizzativo e disciplinare.

La fu la prima vinta dalla Continental Army ed ebbe una conseguenza di

battaglia di Saratoga

politica estera di notevole valore: guadagnò alle colonie l’alleanza con la Francia cui aveva

lavorato B. Franklin. L’ingresso della Francia oltre che militarmente determinante, toglieva le

colonie dall’isolamento politico diplomatico. L’anno seguente anche la Spagna scendeva in

campo con gli alleati franco americani. E proprio da una combinata manovra terrestre e navale

delle forze franco americane scaturì la in Virginia nell’ottobre 1781. Sia

vittoria di Yorktown

l’Inghilterra che le colonie avevano l’economia stremata la pace conveniva a tutti. Il

Parlamento inglese nel febbraio 1782 approvava l’avvio di trattative di pace. Franklin a Parigi

comprese la necessità di svincolarsi dall’alleanza e di trattare separatamente con l’Inghilterra. 3

le colonie degli Stati Uniti d’America erano riconosciute libere, sovrane e

Settembre 1783

indipendenti. Veniva inoltre ceduto loro il territorio della ex Louisiana francese. Veniva infine

riconosciuto agli americani il diritto di pesca nel golfo di San Lorenzo e sui banchi di Terranova.

La Francia recuperava la costa del Senegal e l’isola di Tobago. La Spagna riprendeva Minorca e la

Florida.

Al congresso continentale furono riservate le sole competenze di politica estera e difesa. Tutto il

resto compreso il diritto di imposizione fiscale e quello di batter moneta, veniva lasciato alle

Assemblee dei singoli stati. Le Assemblee erano venute prevalendo sull’esecutivo. Emergeva la

necessità di dotare la guida politica dell’Unione di poteri centrali forti capaci di comporre

interessi, imporre decisioni regolando le politiche economiche e monetarie. Madison e altri

delegati chiesero al Congresso di convocare un’apposita riunione allo scopo di adeguare la

costituzione del governo federale alle esigenze dell’Unione. Il 25 maggio 1787 un’apposita

venne convocata una convenzione a Filadelfia alla cui presidenza venne eletto George

Washington.

Lo scontro ideologico verteva sui rapporti tra potere esecutivo e legislativo. La vecchia linea

radicale, antifederalista, temeva l’accentramento del potere esecutivo, la politica economica

fatta di stretta fiscale, controllo del credito e difesa dei monopoli fattori che non solo colpivano

gli interessi delle fasce sociali rappresentate dal radicalismo, ma anche riproponevano un

mondo contro cui i vari Patrick Henry, Samuel Adams e Richard Lee avevano combattuto.

L’altra tendenza è rappresentata dagli 85 papers di Madison e Hamilton riproposti nel 1787-88

con il nome di The Federalist. In ogni caso fu un compromesso: ferma

il nuovo assetto federale

restando la sovranità popolare, il contrasto avvenne sulla rappresentanza politica per stato e

(elezioni di rappresentanti ripartiti secondo la ricchezza e il numero di abitanti di

per individuo?

uno stato numero uguali di rappresentanti per ogni stato). Il fu un Congresso

oppure risultato

bicamerale : il Senato avrebbe visto eletti due rappresentanti per Stato e la Camera avrebbe

avuto dei seggi ripartiti fra Stati secondo il relativo numero di abitanti. Il presidente federale

eletto a doppio turno era titolare del potere esecutivo. Il legislativo spettava al Congresso e

quello giudiziario alla Corte Suprema. Il 39 dei 42 delegati alla convenzione

17 Settembre 1787

approvarono il testo della nuova costituzione composta da un preambolo e da 7 lunghi articoli.

La sua entrata in vigore fu condizionata alla ratifica di almeno 9 dei 13 stati. La Costituzione

apparve alle Assemblee dei singoli stati eccessivamente centralistica e sbilanciata a favore

dell’esecutivo. Fu proposto di allegare al testo costituzionale un Bill of Right che contiene un

elenco di diritti imprescindibili della persona. Cosi venne approvata e il 4 marzo 1789 George

Washington fu il primo presidente degli Stati Uniti d’America.

Non si è usato il termine rivoluzione perché i coloni americani combatterono per difendere il loro

diritto all’autogoverno minacciato dall’accentramento inglese. Combatterono per conservare uno

status e non per abbatterlo e costituirne uno nuovo.

CAPITOLO 20.ECONOMIE E ISTITUZIONI: IL RIFORMISMO EUROPEO

Successiva al grande sviluppo della cultura illuministica è la necessità avvertita da molti sovrani

di ammodernamento delle strutture dello Stato. Non v’è però automatismo meccanico tra

Illuminismo e riformismo. Le riforme delle strutture statali non obbedirono a princìpi politici

illuministici. La teoria della separazione dei poteri di Montesquieu ad esempio non fu mai

compiutamente applicata. Queste riforme ebbero origine nella esclusiva volontà dei sovrani,

non indotte da esigenze di tutela o di favore per un indefinito popolo. Le finalità furono dirette

alla conservazione del potere sovrano assoluto e accentrato, per questo il movimento di riforme

è stato chiamato Da un capo all’altro d’Europa, dal Baltico alla

DISPOTISMO ILLUMINATO.

penisola iberica, venne allora mutando nella seconda metà del ‘700, l’assetto tributario,

amministrativo e militare.

1.Le riforme negli Stati europei nord-orientali

Russia

Determinante per il controllo politico-sociale dello Stato sul territorio era stato l’appoggio della

Chiesa ortodossa che dal 1589 era divenuta autocefala, cioè non più dipendente dal patriarcato

di Costantinopoli. La Russia si trovò dinnanzi a gravi tensioni sociali provocate da riforme

ecclesiastiche e liturgiche dovute all’iniziativa di Nikon, patriarca di Mosca dal 1652. Il patriarca

avviò un’attività di revisione filologica dei testi ecclesiastici e di riforme liturgiche che

provocarono opposizioni interne superate nel Concilio del 1654 grazie anche all’appoggio dello

zar Alessio che provocarono uno scisma devastante ( tra vecchi credenti e la Chiesa ortodossa)

che da allora innescò rivolte contadine. Ai disordini socio religiosi si aggiunsero quelli di natura

dinastica quando, alla morte dello zar Alessio, si scontrarono per la successione le famiglie delle

due mogli Maria Miroslawskaja e Natalja Naryskina, che avevano dato entrambe un figlio allo zar.

Si decise per una reggenza di Pietro e Ivan insieme alla sorella Sofia. godendo di maggior

Pietro

favore, di attitudini fisico militari e di esperienza politico culturale detronizzò la reggente

assumendo la guida dello Stato dal 1689. La politica estera, caratterizzata dallo scontro co la

Svezia, fu la molla che determinò la necessità di ristrutturare il sistema finanziario e

amministrativo statale.

L’amministrazione fu riordinata sostituendo alla ragnatela di istituti e competenze pletoriche, un

sistema di collegi che facevano capo a un Senato istituito nel 1711. L’istituzione più tarda, nel

1722, della tabella dei ranghi, servì allo zar per disciplinare le gerarchie sociali e funzionali di

aristocrazia e amministrazione civile e militare. Divisa in 14 gradi, dall’ottavo in su dava diritto ad

un titolo nobiliare ereditario; al di sotto dell’ottavo il titolo nobiliare era solo personale. Il

vantaggio del sistema era di inserire la nobiltà nello sttao e di aggiungere un sistema

meritocratico a quello sociale aristocratico. Ammodernamento e laicità dell’istruzione, con

scuole elementari, scuole di lingua, scuole professionali e controllo della Chiesa ortodossa con

l’istituzione del Santo sinodo nel 1721.

Alla morte dello zar, gli imposero sul trono la vedova Caterina I ; poi la successione passò

strel’cy

a: Pietro il Grande; alla sorella, Anna; nel bisnipote Ivan VI; alla figlia di Pietro, Elisabetta che fece

sposare il nipote Pietro III con la principessa tedesca che a sua volta

Caterina di Anhalt Zerbst

detronizzò il marito e si fece proclamare zarina nel Luglio del1762. Caterina II poté riprendere

l’azione riformatrice di Pietro il grande.

Di cultura occidentale e formazione illuministica dette una decisa accelerata per occidentalizzare

la Russia. Dispose subito di misure di rigore anti ecclesiastico; avviò un processo di unificazione

giuridica poiché la tradizione russa non disponeva né di leggi fondamentali né di corpi

intermedi; seguì i principi di benessere dei sudditi, tolleranza, libertà ecc.. secondo schemi

dell’Esprit des lois. Emanò la carta della nobiltà che confermava diritti e privilegi in contrasto con

le riforme che avevano profilato l’habeas contro gli arresti arbitrari, istituivano Tribunali di

corpus

equità, regolavano i poteri di polizia ecc..

Svezia

L’equilibrio istituzionale tra corona e Parlamento fu garantito dalla politica moderata seguita dal

cancelliere Arvia Horn che tuttavia non poté disinnescare le tensioni latenti nel corpo sociale e

che portarono al raggrupparsi di due partiti essenzialmente divisi da diversi obiettivi di politica

estera: gli filo occidentali e i filo russi. La linea di equilibrio del cancelliere fu messa

hattar mossor

in discussione dal prevalere degli nel Consiglio di Stato che portò prima alle stesse

hattar

dimissioni dell’Horn e poi all’intervento militare contro la Russia, mal preparato che costò alla

Svezia la cessione dell’Estonia, Lituania e Ingria. Il nuovo re, era dotato di fascino

Gustavo III

personale, di carattere deciso e al tempo stesso duttile, si trovava a Versailles presso Luigi XV

quando dovette tornare in patria alla morte del padre. Prese l’iniziativa di una composizione tra i

due contrastanti interessi dei partiti in nome dell’interesse nazionale, fallita la quale procedette

ad una sorta di colpo di stato che portò all’incarcerazione dei capi degli e dei

hattar mossor,

all’abolizione del regime costituzionale del 1720 e all’istituzione di uno nuovo con forti poteri

alla corona. La : riordinate le finanze , reso più libero il

politica interna fu di grandi riforme

commercio interno, abolita la tortura, proclamata la libertà di stampa. La latente opposizione

aristocratica si concretizzò : a Gustavo III venne chiesta la convocazione di una dieta, e il re si

appellò ai ceti non privilegiati ottenendone nella Dieta del 1789 il pieno consenso. L’opposizione

aristocratica che era stata formalmente liquidata gli saldò il conto uccidendolo nel corso di un

ballo in maschera il 29 marzo 1792.

Polonia

Federico Augusto III di Sassonia aveva dovuto rinunciare ai primi tentativi di una necessaria

riforma dello Stato. Alla morte del sovrano, il blocco orientale Russia e Prussia determinò

l’elezione al trono di Stanislao Poniatowski. Il nuovo re tentò allora di ripercorrere con nuova

energia la strada della riforma costituzionale eliminando quei vincoli giuridici, dal al

liberum veto

diritto di rifiuto di obbedienza, alla stessa elettività della corona. Una simile volontà riformatrice

era dunque destinata a scontrarsi non solo con l’aristocrazia interna che avrebbe perso, se le

intenzioni del nuovo re fossero andate in porto, ogni potere contrattuale verso la monarchia, ma

con gli Stati che esercitavano un controllo militare ferreo sulla Polonia. La Russia intervenne

negli affari polacchi per alzare il vessillo della difesa delle libertà e la Francia intervenne per

evitare il predominio russo sulla Polonia. Sollevazioni interne contadine e intervento militare

russo chiusero però la partita nel 1772 quando fu evidente che la difesa delle libertà

costituzionali dello stato polacco doveva portare alla sua dissoluzione. Si ebbe infatti la prima

spartizione del territorio nazionale : la Russia si annetté quasi tutta la Bielorussia; la Prussia

acquisì il territorio della Prussia occidentale. Ne approfittò anche l’Impero austriaco acquisendo

la Galizia. Solo allora si comprese la necessità di abbandonare la difesa delle libertà costituzionali

per un programma di rinascita patriottica e nazionale.

A procedere verso una radicale riforma sociale e politica , con una monarchia ereditaria ed

esecutivo forte, contribuì paradossalmente l’istituzione di un Consiglio permanente voluto dalla

Russia ma che si trasformò nell’organo capace di superare le resistente dell’aristocrazia e di

avviare dal 1788 la realizzazione della nuova che

costituzione polacca del 3 maggio 1791

eliminava le libertà costituzionali del dell’eleggibilità della corona ed equiparava

liberum veto,

borghesia e nobiltà e rafforzava l’esecutivo.

2.Prussia e Austria

Prussia

L’ascesa al trono di Federico II di Prussia sembrava annunciare un mutamento di rotta politico

sociale. Ereditava una struttura burocratica che si era ormai stabilizzata e ulteriormente

gerarchizzata mediante “camere”, commissari e dipartimenti. A guidare questa rete burocratica

di competenze gerarchizzate era stato il principio “ cameralistico” consistente in una

convergenza di scienze delle finanze, economia politica e discipline giuspubblicistiche in una

sorta di scienza nuova ossia la scienza dell’amministrazione dello Stato. I funzionari venivano

cosi costituendo un corpo di esperti socialmente in ascesa indipendentemente dai natali.

Federico II privilegiò la politica estera e dunque ebbe necessità di far ricorso all’esercito e quindi

alla nobiltà. A questa classe riservò maggior spazio nei ruoli della burocrazia statale. Nel 1763

venne abolita la servitù della gleba. Le tradizionali attività borghesi di artigianato e commercio

furono allora incrementate grazie ad una oculata politica di favore all’immigrazione di mano

d’opera qualificata. Venne poi agevolata la tolleranza religiosa. Il controllo da parte dello Stato

della vita economica portò alla necessità di istituire tribunali camerali competenti nei settori

economici e tributari. Federico II volle servirsi di Samuel von Cocceji per il riordinamento e

l’emanazione dei codici procedurali e per un progetto di unificazione giuridica romanistica. La

necessità di giungere comunque ad una codificazione scritta e univoca tornò a farsi sensibile 25

anni dopo la morte dei Cocceji con l’istituzione nell’aprile del 1780 di una commissione di nuovi

giuristi che avrebbe portato alla redazione del “ Diritto territoriale generale per gli stati del regno

entrati in vigore nel 1794 dopo la morte di Federico II.

prussiano”

Austria non era per nulla affascinata dall’illuminismo anzi era

Maria Teresa imperatrice d’Austria

convintamente cattolica. Le premesse culturali e religiose diverse dettero comunque un

medesimo risultato : le riforme dello Stato. La spinta determinante venne dalle esigenze militari

della politica estera particolarmente effervescente nella prima metà del ‘700 e dalle necessità di

supportarle economicamente. Fiscalità, burocrazia e istruzione furono i campi d’azione delle

riforme. L’impero era giuridicamente variegato tra le province austriache. Una fitta rete di

particolarismi e privilegi costituiva il fronte della resistenza al fiscalismo centralistico. Le

necessità militari della guerra di successione austriaca se da un lato portarono alla costituzione

di dicasteri come il Commissariato generale di guerra, dall’altro consentirono al cancelliere

Friedrich von Haugwitz di scardinare la resistenza delle assemblee dei ceti, ricorrendo ad un

nuovo sistema di contrattazione lasciando cioè alle singole assemblee la possibilità di votare per

un decennio le proposte della corona. Anche l’aristocrazia fu allora obbligata a partecipare alle

contribuzioni fiscali anche se gli fu riservato maggiore spazio nell’apparato statale civile e

militare. Nel settore militare fu riformato il precedente sistema di arruolamento affidato ai grandi

proprietari terrieri. Maria Teresa in persona curò la centralizzando il

riforma dell’esercito

sistema d’addestramento e istituendo per gli ufficiali un’apposita Accademia. L’amministrazione

seguì il modello prussiano che fu però messo in discussione e a sua volta riformato a seguito

dell’affidamento del cancellierato a Anton Wenzel von Kaunitz artefice del rovesciamento delle

alleanze. Ripristinò la cancelleria austriaca e boema e istituì il Consiglio di Stato. Riguardo alla

venne abolito il mercantilismo, si attuarono protezioni doganali e monopoli

politica economica

e si giunse al mercato unico interno nel 1775. Ma il modello prussiano cacciato dalla porta

rientrava dalla finestra: fermo rimaneva l’approccio cameralistico all’amministrazione statale, ad

esercito e burocrazia. Il principio di intervento e di controllo dello Stato centrale non poteva non

invadere il Dopo la guerra dei Sette anni lo stato aveva avuto

settore ecclesiastico.

l’opportunità di intervenire per ridurre l’azione ecclesiastica solo alla sfera di competenza

religioso - spirituale, limitando nuove acquisizioni immobiliari da parte di Ordini religiosi,

impedendo che i tributi ecclesiastici fuoriuscissero dallo Stato e approfittando della

soppressione della Compagnia di Gesù per riordinare l’intero sistema scolastico nazionale.

Giuseppe II proseguì la strada delle riforme anche se non appena ventenne aveva elaborato un

progetto di confisca della proprietà ecclesiastica ( bocciato dalla madre indignata) ed era inoltre

influenzato dal giansenismo e dal Questa corrente prende il nome dallo

febronianesimo.

pseudonimo di Giustino Febronio il quale denunciava la duplice natura dei diritti essenziali( la

cui fonte è Cristo) e accidentali ( acquisiti illegalmente dai pontefici). Una dottrina dunque

episcopale che sul piano politico giunse a negare il primato pontificio chiedendo dunque la

soppressione di nunzi e legati che costituivano indebite interferenze romane nella vita dei

singoli episcopati nazionali. Il febronianesimo spinse il sovrano a interventi come l’abolizione

della commissione di censura, la libertà di culto e rimosse le discriminazione antiebraiche.

Soppresse inoltre gli Ordini religiosi non socialmente utili rendendo vano il pellegrinaggio

apostolico ossia la visita al pontefice. Al parroco sarebbe toccato il compito di guida morale e

civile della comunità. Riguardo alle Giuseppe II grazie all’aiuto del giurista

iniziative giuridiche

Carlo Antonio Martini poté essere pubblicato nel 1781 il vero e

regolamento giudiziario civile

proprio codice di procedura civile. Nel 1787 si giunse al codice di diritto penale e nell’anno dopo

di procedura penale. In questo caso fu determinante l’influenza dell’illuminista Cesare Beccaria.

3.Le riforme negli Stati italiani

Nel ‘700 la Spagna aveva progressivamente perso i suoi domini in Italia.

Savoia

Politica estera dinamica e politica interna riformatrice interagivano tra loro determinando

condizioni di favore per l’ammodernamento dell’apparato statale, per lo sviluppo di un senso

dello Stato diverso dal municipalismo veneziano o toscano e per un’azione anti aristocratica di

riequilibrio sociale. Un forte ceto di burocrati sviluppatosi nel corso del ’600 identificava le

proprie fortune con quelle dello Stato. L’opera di revisione fiscale, il nuovo catasto fu avviata fin

dal 1699 e conclusa l’anno dopo l’abdicazione di Vittorio Amedeo II. Del 1727 è il Concordato

con la Santa Sede mentre già era avviata l’opera di riforma scoltastica culminata in un sistema

unico dell’istruzione dalle scuole superiori all’Università.

Lombardia

L’attività riformatrice della Lombardia asburgica muove dalle stesse esigenze avvertite in Austria

: dalla necessità di mantenere un esercito stanziale dunque di trovare in loco le risorse

finanziarie, e nel disordine dell’amministrazione giuridica e fiscale dotarsi di strumenti di

controllo. Giorgio Pallavicino, governatore, aveva avviato il progetto di unificare

l’amministrazione tributaria tramite una Ferma generale concentrando l’esazione nelle mani di

un’unica campagna. La riforma non andò comunque in porto per le sopraggiunte esigenze

economiche che obbligarono a cercare nuovi prestiti. Con l’entrata in vigore del catasto del 1760

si ottenne una redistribuzione dell’imposta fondiaria e fu ridotta l’imposta personale gravante

sui contadini. Contestualmente fu promossa la riforma dell’amministrazione locale volta ad

uniformare il particolarismo comunale e provinciale che sotto controllo dei cancellieri del censo

consentì qualche margine di autonomia.

Cesare Beccaria era stato conquistato dall’illuminismo di Montesquieu. Tra il marzo del 1763 e i

primi del ’64 redasse il trattatello che nell’Introduzione dichiarava la

Dei delitti e delle pene

necessità di un radicale ripensamento del giure in nome della lotta al privilegio. La legge doveva

essere sottratta all’arbitrio del magistrato e andava proporzionata la pena al reato sostituendo la

pena di morte con i lavori forzati, socialmente più utili.

Ulteriori furono le riforme economiche e fiscali come l’abolizione della Ferma e di ogni regime

vincolistico. Il Magistrato camerale era l’organo che assorbiva le precedenti competenze della

Ferma e del Consiglio di Economia; alla Camera di Conti veniva affidato il controllo contabile

della gestione fiscale. Nel 1786 venivano soppresse le antiche corporazioni artigiane e

professionali.

Toscana poté contare su venticinque anni di regno dal 1765 al 1790. La cultura

Pietro Leopoldo

illuminista era conosciuta e apprezzata. Appena giunto a Firenze, Pietro Leopoldo chiamò

accanto a sé, per l’opera di riforma dello Stato, Pompeo Neri. Ora Pietro Leopoldo istituì quattro

chiave: Esteri, Guerra, Interni e Finanze i cui titolari formavano il Consiglio di Stato la

dicasteri

cui presidenza fu affidata al Neri. Affondò subito il bisturi nella piaga comune di un sistema

impacciato da privilegi ed esenzioni e affidato agli appaltatori rescindendo il

tributario

contratto che legava lo Stato ad essi. Fu avviata un’opera di ripensamento del rapporto giuridico

economico tra città e campagna abolendo il sistema corporativo di controllo del mercato del

lavoro, abbattendo i dazi interni e rendendo finalmente unico il mercato interno. Si giunse

immediatamente a la che sostituiva con una Camera delle Comunità gli

riforma comunitativa

antichi istituti podestarili e signorili. Il nuovo istituto ebbe compiti tecnici come la revisione dei

bilanci o il controllo sulle alienazioni dei beni. Al Neri va il merito della riforma giudiziaria

diretta ad unificare l’esercizio della giustizia amministrata da tribunali e magistrati. Le libertà

economiche conseguenti alla soppressione delle corporazioni determinarono la pressione

giuridica e culturale per culminare in una sorta di costituzione politica. Il progetto fu affidato a

Francesco Maria Gianni e terminò con l’Editto per la formazione degli Stati di Toscana. Prevedeva

limiti alla sovranità assoluta e tutela dei beni e delle libertà degli individui. Non era consentita al

principe alcuna politica personale estera : per tutte queste decisioni era necessario il consenso

dei rappresentanti del pubblico. Costoro avrebbero dovuto essere i componenti dell’Assemblea

generale dello Stato. Il tiolo d’accesso al diritto elettorale era la proprietà terriera. Il progetto

teorico non fu però mai applicato perché essendo tipicamente illuminista era distante dal sentire

comune.

Napoli

Ostacoli alle riforme venivano dalla tradizione culturale spagnola e da un ceto baronale assai più

forte che negli altri Stati italiani. A Napoli era forte la figura di Bernardo Tanucci già professore di

diritto civile all’Università di Pisa. Al Tanucci si dovettero le misure essenziali di questa prima

attività di riforma. Intanto una Giunta di commercio fu istituita allo scopo di avanzare progetti di

incentivazione economica. Dal 1739 la Giunta fu trasformata in Supremo Magistrato di

commercio col compito di assicurare il disbrigo del contenzioso commerciale. Venne introdotto

il catasto e questo fece scattare le resistenze ecclesiastiche. Più determinate furono le reazioni

baronali. A sostenere la necessità di continuare l’opera di riforme fu una schiera di intellettuali

che supportarono già Carlo di Borbone negli ultimi anni di permanenza a Napoli. Antonio

Genovesi affrontò il problema economico; Gaetano Filangieri parlava di una risistemazione

giuridico amministrativa. Era stato ormai storicamente dimostrato che un organismo di

reggenza non garantiva una direzione politica univoca ma solo manovre personali. Quando si

provò a toccare il clero giunse subito l’ordine di revoca da Madrid.

Sicilia

Qui il senso di autonomia e il prevalere del potere feudale del baronaggio era reso ancora più

forte dalla presenza di un Parlamento che l’autorità regia non era riuscita a contenere e che si

presentava come il baluardo del privilegio contro il centralismo dello stato. Nel 1781 vi veniva

inviato come viceré Domenico Caracciolo. I fini dell’azione del Caracciolo erano in tutto simili a

quelli perseguiti a Napoli o a Milano e identiche le forze sociali della resistenza. Quando chiese il

censimento e il catasto l’opposizione del braccio baronale era scontata. Il viceré propose al

Parlamento imposte per un ammontare di 400.000 scudi per il terremoto di Messina. Nessun

problema per l’approvazione bensì per la ripartizione. Dinnanzi alla proposta del Caracciolo di

dividere la quota in parti uguali fra i tre bracci, scattò la reazione baronale. Un lungo braccio di

ferro vide fallire la proposta del Caracciolo. La Giunta di Sicilia inoltre gli bocciò la proposta del

catasto nel 1784. Caracciolo non si arrese e prosegui la sua opera di corrosione del potere

baronale, fino a quando divenne viceré Lopez y Rojo che ripristina la situazione precedente.

Repubblica di Venezia

La dinamica economica veneziana di progressivo passaggio dal capitale mobile a quello

immobile, con il “ ritorno alla terra” aveva determinato una nuova attenzione verso i problemi

della produzione agraria o della circolazione delle merci. Il regime protezionistico era stato

superato ma non erano state abbracciate le dottrine liberali. La riforma della scuola proposta da

Gaspare Gozzi era all’insegna dell’antigesuitismo ma che non giunse alla lotta del privilegio

fiscale ecclesiastico. Col passaggio dello Stato cittadino a quello territoriale il conservatorismo

politico sociale costituì un fattore determinante della decadenza della Repubblica.

Stato della Chiesa

In questo caso il procedere delle riforme fu lento, vischioso e ostacolato non solo dalle forze

sociali del baronaggio che qui come altrove avevano molto da perdere dal procedere uniforme

del fiscalismo, ma dalla stessa volontà dei pontefici. Congregazioni “economica” e del “Sollievo”

erano destinate a studiare progetti di revisione del sistema fiscale e della politica annonaria. La

reazione dei latifondisti e dei baroni romani impedì attuazione pratica alle proposte teoriche

della Congregazione del Sollievo. Sembrò pertanto già rivoluzionaria la decisione di Benedetto

XIII di giungere a liberare il commercio dei grani da vincoli e dazi interni. A piccoli passi si giunse

con Clemente XII ad istituire un registro di contabilità generale dello Stato. Solo con Pio VI si

ebbe un’azione continuativa e di una certa incisività : alla volontà di bonificare le paludi all’opera

di costruzione di nuove arterie viarie, al tentativo di obbligare i proprietari di fondi nell’Agro

romano a coltivare un quinto delle loro terre, pena la confisca. In conclusione fuori discussione

rimaneva la delimitazione dell’ambito territoriale entro cui l’azione riformatrice ebbe

effettualità concreta. Negli Stati centro settentrionali si era affermato con il fiscalismo

uniforme il centralismo dello Stato; in quelli meridionali contro lo Stato avevano prevalso

le autonomie locali, i Parlamenti e le libertà del privilegio.

4.Economia e politica in Inghilterra e in Francia

Le due diverse anomalie rappresentate dalle dinamiche sociali dell’Inghilterra e della Francia

consistono nel non aver avuto bisogno di riforme.

Inghilterra

La stabilità istituzionale raggiunta dall’Inghilterra alla fine del ‘600 con la seconda rivoluzione, fu

rafforzata dalle successioni dinastiche del primo ‘700 in particolare l’avvento al trono di Giorgio I

e poi Giorgio II Hannover. Rimanendo di cultura e di lingua tedesca dovevano affidarsi a

esponenti parlamentari capaci di controllare la vita e le procedure istituzionali locali. Essenziale

fu in questo campo l’opera di Robert Walpole che fu a capo del governo dal 1721 al 1742 e che

tramite tra parlamento e corona e al cosiddetto

dette vita alla figura del primo ministro,

governo di gabinetto, organo costituito dal primo ministro e dai principali ministri che

governano in nome e per conto del re ma che rispondono comunque al parlamento.

Il modello teorico della vita politico istituzionale inglese svelava i difetti tipi del parlamentarismo

moderno ossia trasformismo e corruzione. Il sistema elettorale inoltre era diverso da contea a

contea ed era soggetto a corruzione e compravendite. Pagando si poteva ottenere anche la

riconferma dei deputati uscenti. La contraddittorietà tra un principio e la sua applicazione

appare spesso nella vita politica inglese. L’affermazione ad esempio del principio di tolleranza

non riguardò così la popolazione cattolica ne dentro al regno ne fuori ( tipo Irlanda). Ancora più

evidente il divario tra principi e prassi nel caso di un particolare commercio : quello della

schiavitù che avveniva negli stessi anni in cui l’Inghilterra si batteva per la libertà di stampa.

La battaglia per la libertà di stampa prese avvio in modo casuale il 23 aprile 1763. L’antica

alleanza tra Camera dei Comuni e stampa che aveva segnato il momento eroico dell’opposizione

all’assolutismo Stuart, non reggeva più. Inoltre vigeva ancora la proibizione di pubblicare sui

giornali le discussioni parlamentari. I giornalisti allora presenziavano alle sedute tra il pubblico e

dettero vita a una costante violazione di questo divieto. La situazione era in evoluzione quando

scoppiò il CASO WILKES:

John Wilkes studiò presso l’Università olandese. Al ritorno in Inghilterra intraprese la carriera

politica candidandosi tra i whigs nel 1754 alternando con la curruzione la composizione del

collegio elettorale e non riuscendo comunque ad essere eletto. Grazie alla compravendita dei

voti riuscì tre anni dopo. Affiancò l’azione politica di Grenville e Pitt fondando un grande

giornale, il North Briton e si mise subito in mostra per la spregiudicatezza delle polemiche dirette

contro il primo ministro Bute e anche contro Giorgio III entrambi accusati di gestione

eccessivamente personale del potere. L’opinione pubblica affiancò il giornale e costrinse il Bute

alle dimissioni. Il 23 aprile 1763 uscì il famoso n°45 del giornale con un editoriale di grave critica

al re il quale reagì facendo arrestare 48 persone tra cui W. Il giudice capo di Londra non

convalidò l’arresto e Wilkes poté uscire dal carcere anche se l’intero parlamento gli rimase ostile.

Riparò a Parigi e quando tornò a Londra fu accolto come un trionfatore dalla folla, ma la Camera

dei Comuni respinse la sua nuova elezione facendolo di nuovo arrestare. Iniziarono una serie di

manifestazioni e scioperi al grido di Wilkes and liberty; la scritta 45 apparve su moltissimi muri di

Londra. Uscito di prigione fu sceriffo e magistrato e proprio da magistrato eliminò il divieto di

pubblicare resoconti parlamentari, quando dovette giudicare Thomas Webber reo di aver

commesso quel reato.

Altre riforme avvennero nel quando la necessità di estendere e intensificare la

campo agricolo

produzione agricola portarono col sistema delle ad un accorpamento e inglobamento

enclosures

delle piccole proprietà in quelle grandi che agevolò la grande proprietà dei Questa

landlords.

progressione alla concentrazione terriera portò l’aristocrazia inglese a investire nell’agricoltura:

più campi contigui divennero aziende e si inventarono nuovi strumenti di lavoro; si iniziò a

formare una massa-lavoro disoccupata e nomade prossima ad essere utilizzata nell’ambito dei

nuovi cicli produttivi industriali.

Il XIII capitolo del I libro del di Marx è dedicato al “macchinismo” e alla grande industria

Capitale

che il filosofo tedesco fa simbolicamente risalire all’invenzione della macchina a vapore di James

Watt. Il macchinismo è costituito dal passaggio dell’innovazione tecnologica da elemento

accessorio a fattore determinante della produzione. Vennero inventate la e la

fly-shuttle spinning

che non erano però invenzioni ma applicazioni tecniche di due addetti ai lavori. Questa

Jenny

evoluzione comportò, con l’uso delle macchine, la iniziale concentrazione della manodopera in

fabbriche di nuove dimensioni, capaci di ospitare ingombranti macchinari e poi la progressiva

riduzione della manodopera. Successivamente all’industria tessile toccò a quella metallurgica

sperimentare innovazioni e macchinismi anche se qui non era più sufficiente l’esperienza di un

singolo artigiano. Il passaggio dall’uso del carbone di legna al carbon fossile (coke) è spiegabile

con la diversa quantità disponibile in natura. Il salto di qualità dell’intero sistema industriale

inglese, che passò da un proto capitalismo a un capitalismo pieno, si ebbe con l’invenzione del

1769 della macchina a vapore di James Watt che ebbe moltissimi usi: dai mantici per altiforni,

alle pompe idrovore in miniera, a forza motrice per i mulini e anche per mezzo di trasporto.

Le di questo cambiamento furono 3:

conseguenze sociali

1. La costituzione di nuove ricchezze non sarebbe andata soggetta a contingenze aleatorie;

2. Nuove dinastie industriali si sarebbero affiancate a quelle dei landlords;

3. L’antica divisione del lavoro scompariva per far posto ad un ciclo produttivo accelerato e

integrato che vedeva scomparire la forza lavoro concentrata ormai in un solo ambiente:

la fabbrica.

Si andava così formano un proletariato, di provenienza diversa che contribuiva con la sua stessa

presenza alla compressione dei salari degli operai delle fabbriche e allo sfruttamento inumano

del lavoro minorile con cui l’Inghilterra creò la sua potenza industriale economica e militare. Le

innovazioni tecnologiche portarono all’espulsione dell’operaio dalla fabbrica e ciò provocò una

prima presa di coscienza operaia che portò alla difesa del lavoro.

Francia

La situazione francese presenta una caratteristica particolare: il ridottissimo rapporto tra la

diffusione della cultura illuministica e l’esito delle riforme delle strutture dello Stato e delle

finanze. Con la morte di Luigi XIV era salito al trono con cui riprendevano vita le forze

Luigi XV

aristocratiche che avrebbero sbarrato la strada a ogni tentativo di riforma. Le riforme di

amministrazione statale e di economia c’erano già state con il Re Sole, ora si trattava di trovare

delle controriforme. In questa strada s era posto subito il reggente di Luigi XV(minorenne)

Filippo d’Orleans che aveva restituito a tutti i parlamenti il diritto di rimostranza revocato da

Luigi XIV e aveva richiamato l’aristocrazia ad un ruolo politico attivo. Sull’intera vita politico

sociale della Francia pesava però una diversa ipoteca: il debito pubblico che rendeva inutile

qualsiasi riforma. Il controllo delle finanze fu affidato a uno scozzese John Law il quale istituì una

banca privata (la Banca Generale), ottenne l’appalto delle imposte dirette e il monopolio del

conio delle monete ecc.. ma a una condizione di favore seguì immediatamente un ribasso che lo

obbligò a trasferirsi in Inghilterra. Il miglioramento delle condizioni economiche si ebbe grazie a

un periodo di pace e a un periodo di buone annate agricole ( non è una conseguenza di riforme).

La necessità comune a tutti gli Stati di riordinare il sistema fiscale, urtava in Francia con il

riacquisto del potere politico dei parlamentari.

Già alla fine del 1758 a seguito dell’errore strategico della politica estera francese (

rovesciamento delle alleanze) il segretario di stato venne sostituito con il duca di Choiseul il

quale obbligò a una politica fiscale a danno dei soliti ceti non privilegiati e di solite esenzioni per

quelli privilegiati. La “svolta” si ebbe quando Luigi XV intervenne in

il 3 marzo 1766 lit de justice

facendo leggere un proprio discorso al parlamento di Parigi noto come “il discorso della

flagellazione” con il quale flagellò privilegi e prerogative parlamentari giungendo a ricordare che

soltanto nella sua persona risiede il potere sovrano e il potere legislativo. A dar manforte al Re

contro i Parlamentari intervenne l’avvocato René-Nicolas de Maupeou nominato guardasigilli.

Dopo un braccio di ferro tra re e Parlamento si giunse alla convocazione di tutti i membri del

Parlamento e all’espulsione di tutti coloro che si rifiutavano di prendere servizio. Le funzioni del

parlamento vennero momentaneamente assunte dal Consiglio del Re. Il 10 maggio 1774 la

morte del re e la successione al trono di determinarono l’esautoramento della carica

Luigi XVI

del risoluto guardasigilli. Era il trionfo della nobiltà. Una nuova stagione restauratrice del vecchio

ordine e dei sempre inattaccabili privilegi sembrava così aprirsi. A controllare le finanze venne

chiamato che era intendente a Limoges dove aveva riequilibrato il sistema di riscossione

Turgot

delle imposte, aveva compilato un catasto, sostituita la con una tassa in denaro a carico

corvée

del proprietario fondiario e favorita la libera circolazione delle merci. A questa sua esperienza si

sommava l’influenza della scuola fisiocratica. Allora dalla considerazione della terra come unica

fonte di produzione di ricchezza dovevano discendere due conseguenze:

Sua tassazione unitaria e uniforme indipendentemente dal ceto sociale;

Agevolazioni al commercio della produzione agricola fino alla libera circolazione.

Si concentrò sulla seconda e nel settembre 1774 ordinò il libero commercio dei cereali nel regno

( anche se quell’anno ci fu uno scarso raccolto). Turgot fece una politica di basso profilo

riordinando la riscossione delle imposte e contenendo la spesa pubblica. Quando abolì la corvée

per la costruzione di opere pubbliche, il parlamento si oppose. Il re lo licenziò e così cadde di

nuovo l’intelaiatura dell’ennesimo progetto riformatore.

CAPITOLO 21. L’EPOPEA RIVOLUZIONARIA: LA RIVOLUZONE BORGHESE

1.Prima della rivoluzione

Il banchiere calvinista ginevrino Jacques Necker, dopo un decennio di favolosi affari, dal 1762

aveva fatto del suo salotto uno dei più noti ritrovi intellettuali della capitale. Le ostilità e le

reazioni conseguenti ai tentativi di riordinamento giuridico ed economico avanzati dal Turgot,

portarono Necker alla carica di direttore delle finanze ( dal 1776 al 1781). La crisi francese che si

trovò a dover fronteggiare era più finanziaria ed economica. Il paese nel suo complesso

produceva ricchezza sviluppo demografico e urbanistico; rete stradale sviluppata; sistema dei

trasporti pubblici rimodernizzato e la stessa ripartizione della proprietà terriera appariva ripartita

in percentuali più o meno uguale tra clero e nobiltà, borghesia e contadina. La pressione fiscale

non era maggiore di quella negli altri paesi. Il era l’incidenza della spesa pubblica che

problema

sopravanzava le entrate, e la ripartizione sociale del carico fiscale era diseguale ( un contadino

piccolo proprietario pagava più del 50% di imposte dirette).

Né la riforma dell’amministrazione del demanio, o della gestione delle imposte dirette, o la

riduzione di uffici e spese della corte, apportarono benefici rilevanti. Il Necker venne licenziato

per la pubblicazione dei ( rendiconto pubblico) che era un rendiconto delle

Compte rendu au roi

entrate e delle spese da cui emergeva un deficit di soli 10 milioni da i 254 di entrate e i 264 di

spese ( peccato che il rendiconto trattava solo di spese ordinarie e non straordinarie)

consentiva però di leggere le spese di corte, le pensioni e i benefici concessi dal re a esponenti

del clero e dell’aristocrazia fu uno scandalo pubblico.

Il posto di Necker venne preso da Charles-Alexandre de Calonne che era legato agli ambienti di

corte. Non volle prendere inizialmente provvedimenti clamorosi, ma dovette continuare a fare

ricorso a prestiti. Il 20 agosto 1786 Calonne presentò un piano che prevedeva un’imposta non

personale ma sulla proprietà fondiaria proporzionale al reddito. Veniva offerto, in cambio, un

sistema di rappresentanze elettive aperto ai contribuenti con reddito annuo di almeno 600 lire.

Per scavalcare l’opposizione dei parlamenti, Luigi XVI e Calonne ricorsero ad un istituto antico e

straordinario : Fu cosi che nel 1787 si riunirono 144

L’assemblea dei notabili del regno.

esponenti di alto clero e alta aristocrazia, che tuttavia , contrariamente a quanto sperato, non

sostennero il piano finanziario presentato da Calonne, costringendo il Re a sostituirlo con

l’arcivescovo di Tolosa Etienne-Charles Loménie de Brienne. Questo dovette far ricorso a un

nuovo prestito trovandosi a percorrere la stessa strada del predecessore, con l’imposta di

quotità, a cui furono assoggettati clero e nobiltà, ma prefissandone l’importo annuo. La parola

tornò al Parlamento che chiesero di convocare gli Stati Generali.

iniziò un testa a testa tra il Parlamento e la corona. Il Re annunciò una serie di riforme che

limitavano i poteri del parlamento. Gli editti di Lamoignon prevedevano il trasferimento delle

competenze dei Parlamenti alle 45 corti di baliaggio e a una corte plenaria. I Parlamenti

venivano dichiarati in vacanza. Anche l’assemblea dei notabili chiese la convocazione degli Stati

Generali decidendo nell’attesa di non approvare più alcuna tassa o sussidio fiscale. Il 1 maggio

vennero convocati gli Stati Generali a Parigi. I parlamentari vennero ristabiliti nelle loro

1789

antiche funzioni. Nel frattempo Nacker con il sostegno dell’opinione pubblica veniva richiamato

alla guida delle finanze.

2.Gli Stati Generali e la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”.

La convocazione degli stati generali pero il 5 maggio 1789 provocò però l’immediata rottura

dell’alleanza anti monarchica tra aristocrazia e borghesia. A prendere la guida dell’opposizione

alla restaurazione della società del privilegio, fu il composto da esponenti

partito nazionale,

della borghesia colta e dell’aristocrazia che reclamavano l’eguaglianza giuridica e fiscale

espressa attraverso una campagna d’opinione nei caffè letterari, nei circoli e nei club. Si chiedeva

inoltre che fosse raddoppiata la presenza del terzo stato alla prossima riunione degli stati

generali e che si votasse per testa e non più per ordine. L’aristocrazia fu perfettamente

consapevole del rischio giuridico e nel dicembre fece pressioni sul re perché ora difendesse la

sua brava antica e rispettabile nobiltà. Il regolamento elettorale del 1789 emanato dal re non

accennava al tipo di voto ma regolava le procedure per le elezioni interne. Nel corso della

campagna elettorale il partito nazionale riuscì a tenere serrate le fila delle rivendicazioni

politiche e giuridiche, presentandosi come un organismo non solo dirigente ma anche

rappresentativo del terzo stato. Opuscoli e pamphlets circolarono in tutta la Francia diretti

rispettivamente a formare:

• Una coscienza consapevole di classe;

• E al rappresentare al re, avvertito come giudice giusto, lo stato delle sofferenze e dei torti

subiti.

Un opuscolo che ottenne successo fu quello di Cos’è il terzo stato?

Sieyés: Cos’è il terzo stato.

Tutto. Che cosa è stato fino ad oggi? Niente. Che cosa chiede? Di divenire qualcosa.

Presentati il 2 maggio 1789 al re i 1165 deputati degli stati generali ( 291 del clero, 270

dell’aristocrazia, 604 del terzo stato) il 5 ebbe luogo la solenne inaugurazione con un breve

discorso del re e di Necker che dopo un discorso di 3 ore deluse le aspettative del terzo stato che

aveva sperato nell’annuncio delle riforme giuridiche e fiscali ormai da tempo richieste. Il 6

maggio, i rappresentanti del terzo stato si definirono sul modello inglese e

deputati dei Comuni

rifiutando di riunirsi separatamente in una propria assemblea compivano il primo atto

rivoluzionario non obbedendo più alla divisione per ordini della rappresentanza sociale. Il

braccio di ferro continuò per oltre un mese, fino a che Sieyes ricordò ai deputati dei comuni di

rappresentare il 96% della nazione e propose loro di costituirsi in Assemblea nazionale. La sua

proposta venne approvata con larga maggioranza il 17 giugno. Due giorni dopo l’assemblea del

clero decideva di aderire all’Assemblea nazionale. I deputati dei comuni si riunirono nella sala

della Pallacorda, giurandovi di riunirsi ovunque fosse stato possibile fino a che la Costituzione

del regno non sia instaurata.

Il discorso del Re fu una serie di concessioni e restrizioni: garantiva le libertà individuali e di

stampa, ma abrogava le decisioni del terzo stato; consentiva l’eguaglianza fiscale lasciando però

in vigore decime ecclesiastiche e diritti feudali ordinando lo scioglimento della seduta del terzo

stato che venne il giorno dopo raggiunto dalla maggioranza del clero e da una cinquantina di

nobili guidati dal duca d’Orleans.

Il 7 luglio il comitato costituente fece approvare la proclamazione dell’Assemblea in Assemblea

nazionale costituente. Il giorno dopo il terzo stato provvide alla costituzione di una guardia

municipale di armi. Il re liquidò i becchi ministri e nominando al proprio posto esponenti della

reazione aristocratica. Crebbe quindi la tensione con scontri di piazza tra la folla.

Il popolo parigino il 13 luglio decise allora di innalzare barricate e cercare armi ovunque. Il giorno

seguente la folla tumultuante si diresse alla Bastiglia. La folla voleva sfondare il portone non per

liberare detenuti politici, ma per prendere armi. Il governatore consentì l’accesso nella fortezza

alla folla. Era la sera del A Parigi intanto si era costituito un organo di

14 Luglio 1789.

amministrazione borghese con sindaco Bailly. Il re aveva rifiutato il ricorso alla

La Comune

forza dimostrandosi quindi debole. Aveva preso avvio quel fenomeno di emigrazione

aristocratica che portò alla formazione di un nucleo di nobili scampati alla ghigliottina a

Coblenza.

Il clamoroso episodio della presa della Bastiglia provocò una sorta di scossa elettrica che diede

vita a reazioni diverse nei centri urbani e nelle campagne. A Parigi si era già iniziato a procedere

a esecuzioni sommarie. Nelle altre città la vecchia amministrazione non esisteva più. Diversa la

situazione nelle campagne dove l’immagine del re era ancora di colui che riparava i torti. Si

determinò un fenomeno di angoscia collettiva definito grande paura.

Era iniziata il 1 agosto la discussione in Assemblea di quella che sarebbe stata la Dichiarazione dei

I deputati avevano a rischio le loro stesse proprietà fondiarie. Il 4

diritti dell’uomo e del cittadino.

agosto 1789 si giunse a votare l’abrogazione del regime feudale. Dal punto di vista giuridico si

era stabilita l’uguaglianza tra persone, indipendentemente dall’appartenenza al ceto. Nella

discussione plenaria si manifestarono perplessità di promulgare un testo sul modello della

costituzione americana. Il 19 agosto decisero di procedere all’elaborazione di una Dichiarazione

dei diritti. Il 20 agosto venne approvato il Preambolo e i primi articoli. Il vide

26 agosto 1789

effettivamente approvata la Il preambolo

Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

parlava di diritti naturali inalienabili e sacri dell’uomo in 17 articoli.

Art 2: diritti inalienabili sono la libertà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione.

Art 3: il principio di ogni sovranità risiede nella nazione.

Art 6: la legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini sono uguali ai suoi

occhi.

Art 7 : norme di garanzia giuridica per il cittadino.

Art 11 : libertà di pensiero, di stampa e di associazione.

Art 13 : indispensabilità della contribuzione fiscale di tutti i cittadini.

Art 15 : responsabilità del pubblico ufficiale.

Art 16 : garanzie individuali del cittadino.

Art 17 : esproprio della proprietà per pubblica necessità.

L’impianto giuridico di fondo della dichiarazione rispondeva ad una dialettica interna ad uno

stesso fronte anti aristocratico ma moderato. L’ispirazione è lockiana e quindi esprime un nesso

tra libertà e uguaglianza civile, ma non economica.

3. La costituzione monarchica

Le discussioni in Assemblea sul testo della Costituzione da far seguire a quello della

Dichiarazione dei diritti fecero ormai emergere le divisioni ideologiche. Intanto fin dall’inizio di

luglio del 1789 il termine costituzione appariva del tutto indefinito. Per costituzione si doveva

intendere un ordine fisso e stabilito della maniera di governare appoggiato su regole

fondamentali create dal consenso libero e formale di una nazione. La discussione fu quindi

stretta fra una resistenza monarchica e il timore borghese di un seguito rivoluzionario. L’ala

destra dell’Assemblea pensava ormai di chiudere la Rivoluzione, proponendo la richiesta della

sanzione regia ai decreti assembleari in cambio di nuove istituzioni politiche a tutela della

monarchia. Proposero inoltre l’istituzione di una camera alta sul modello inglese e potere di veto

al re. Immediate le reazioni della sinistra che poté contare su un giovane deputato degli Stati

Generali, Robespierre.

Aveva partecipato alla prima fase della rivoluzione e si era messo in mostra con una relazione in

favore dell’elezione popolare di curati e vescovi. Aveva inoltre proposto un decreto in base al

quale la vendetta e i crimini sono un diritto della Nazione, ossia un intervento a favore del

primato della volontà popolare sulle procedure giudiziarie. “ le leggi altro non sono che gli atti di

una volontà generale[..]. chi sostiene che un individuo ha il diritto di opporsi alla legge, sostiene che

la volontà di uno è al di sopra della volontà di tutti.”

La sinistra moderata dell’assemblea si vedeva scavalcata non solo dai sostenitori di Robespierre,

ma da un’opinione pubblica che aveva trasportato la passione politica dal salotto letterario al

club politico. Uno dei più importanti fu il club dei giacobini, egemonizzato da Robespierre.

Presso un altro convento si riunivano i cordiglieri che era un club che avevano un carattere più

popolaresco e meno raffinato. Il ruolo non era solo quello di informare i cittadini, ma anche

quello di informare i deputati dei bisogni e delle grida dei cittadini.

A fine settembre le discussioni assembleari si erano impantanate sulla questione della scelta dei

ministri e del relativo potere.

il 1 ottobre durante una cena di gala alcuni ufficiali calpestarono la coccarda

Scintilla

tricolore, inneggiando la regina: una folla invase la reggia, insultò la regina e obbligò il Re a

lasciare Versailles per trasferirsi a Parigi cosa che avvenne il 6 ottobre. In Assemblea si discusse

subito del problema economico – finanziario. Di Charles Maurice de Talleyrand fu l’idea di

risanare il debito pubblico con la confisca dei beni del clero. La proposta era propriamente

rivoluzionaria e venne accettata.

Si definì il clero amministratore e i beni immobili

vennero valutati 3 miliardi. Furono emessi assegnati per 400 milioni

in una sorta di beni del Tesoro che si trasformarono in carta moneta causando un’altissima

inflazione che peggiorò la situazione.

Il principio giuridico su cui poggiava la manovra di recupero del patrimonio immobiliare

ecclesiastico prevedeva un intervento diretto dello stato nell’organizzazione della vita

ecclesiastica nazionale. L’Assemblea il 12 luglio votava la Si decise di

Costituzione civile del clero.

ristabilire i confini delle diocesi stabilendo che esse dovessero essere 83( anzi che 130) e doveva

esserci un vescovo per ogni dipartimento. Ma il vescovo doveva essere eletto dalla stessa

assemblea dipartimentale. la reazione del clero francese fu cosi compatta che per ottenere

l’approvazione si preferì percorrere la strada di un contatto diplomatico con la Santa Sede. Dopo

le indecisioni di Roma toccò a Luigi XVI rompere gli indugi, e la festa di San Luigi, il 24 agosto, il

re sanzionava la Costituzione civile del clero che entrava cosi in vigore. Solo 7 vescovi

accettarono di giurare di osservare la costituzione.

Due erano le questioni costituzionali che ancora non venivano risolte in seno all’Assemblea:

• La nomina dei ministri

• La legge elettorale

Per il primo caso si decise solo al re spetta la nomina e la revoca dei ministri. I ministri sono

inoltre tenuti a presentare ogni anno al Corpo legislativo il quadro delle spese da fare nel loro

dicastero. La legge elettorale venne approvata il 22 dicembre 1789 ma per l’accentuato carattere

censitario provocò continue tensioni fino ad essere ridiscussa. Si dovette al Sieyés l’impianto

giuridico politico che distingueva tra cittadini che non contribuivano al sistema tributario, e che

erano titolari di soli diritti passivi, e cittadini che contribuendo diventavano titolari di diritti attivi,

cioè politici.

Si poteva votare per eleggere gli elettori se il tributo annuo fosse stato pari a 3 giornate

lavorative;

Gli elettori potevano eleggere i deputati solo se il loro tributo fosse stato pari a 10

giornate lavorative;

Gli eleggibili erano contribuenti annui per almeno 50 livres.

Solo 5 deputati si pronunciarono per il suffragio universale. Subito dopo l’approvazione

Robespierre parlò di riconoscere i diritti politici a ebrei e uomini di teatro “ l’interesse generale è

quello del popolo. Quello dei ricchi è un interesse particolare”.

Luigi XVI iniziò ad organizzare una fuga spinto dalle pressioni psicologiche di Maria Antonietta.

il momento per la fuga organizzata da Maria Antonietta e dal de Fersen era indubbiamente

ben scelto. I problemi stavano sorgendo per le approvazioni dell’Assemblea che giungeva ora a

votare il nuovo diritto internazionale che rifiutava la guerra come guerra di conquista ma

piuttosto come accettazione della volontà dei popoli. La fuga dell’intera famiglia prese avvio

nella notte tra il 20 e il 21 giugno 1791 da una porta del palazzo delle Tuileries. Diretta nelle

Ardenne la carrozza regia partita con 5 ore di ritardo giunta a Varennes non trovò pronto il

cambio dei cavalli e fu costretta a fermarsi. Già in precedenza il re si era fatto riconoscere. Il

popolo e ussari accorsero e il giorno dopo la famiglia reale fu costretta a un rientro a Parigi nel

silenzio del popolo.

Questo episodio rappresenta la fine dell’antica monarchia capetingia. L’assembla dovette

sospendere il re dalle sue funzioni fornendo la spiegazione che l’episodio era stato un tentativo

di rapire il re.

Suffragio censitario

Monocamerale con prerogative di :

− spese pubbliche;

− ripartire il contributo diretto;

− decidere la creazione o soppressione di uffici pubblici;

− decidere la guerra

Separazione dei poteri

− camera

Legislativo

− Giudiziario giudici eletti dal popolo

− Esecutivo re ( capo delle forze armate, nomina gli ambasciatori, i generali, può

non sanzionare un decreto).

Sovranità della nazione

CAPITOLO 22. IL RADICALISMO RIVOLUZIONARIO

1. La nascita della Repubblica

L’Assemblea nazionale costituente su proposta di Robespierre, del 16 maggio 1791 aveva votato

l’ineleggibilità dei suoi membri alla prossima assemblea legislativa. Il secondo turno elettorale di

fine agosto si tenne sotto l’effetto della Dichiarazione di Pillnitz in cui l’imperatore d’Austria e il

re di Prussia avevano minacciato un intervento militare in Francia a favore del Re. Questo non

aveva fatto altro che accrescere il sentimento nazionale. Il 31 settembre l’assemblea legislativa

nuova di riuniva. Dei 745 deputati 264 erano foglianti della ex sinistra moderata del triunvirato,

Barnave-Duport-Lameth e di Lafayette; 136 erano i giacobini ( o girondini) e infine i rimanenti

deputati erano di centro senza ideologia, ma in grado di modificare gli schieramenti.

L’assemblea legislativa votò allora 4 decreti:

1. Intimazione al fratello del re, Carlo d’Artois di rientrare in patri, pena la perdita dei diritti

di successione al trono;

2. Analoga intimazione a tutti gli altri emigranti sotto pena di confisca dei beni;

3. Nuovo giuramento ai preti refrattari;

4. Intimazione ai principi tedeschi di cessare di accogliere gli emigranti.

Il re operò il suo diritto di veto sugli aristocratici e sui preti. Frattanto c’era alle porte la guerra. A

favore della guerra c’erano le forze di sinistra e coloro che avevano interessi economici e

finanziari; Contro la guerra c’era l’ala moderata come Robespierre cosciente della situazione in

cui si trovava l’esercito. La decisione a favore della guerra venne votata il 20 aprile del 1792

dall’Assemblea legislativa francese su proposta di Luigi XVI. La Prussia entra in guerra affianco

dell’Austria, ma lo stato delle finanze francesi era disastroso in più c’era disorganizzazione e

indisciplina tanto che dopo un mese i militari già chiedevano di chiedere la pace. La tensione

crebbe quando il re pose il veto su due decreti : deprtazione a Soissons di preti che fossero stati

denunciati per refrattari da almeno 20 cittadini; formazione di 20.000 uomini come Guardia

nazionale.

Ripresero ad essere organizzate le giornate popolari cioè iniziative di piazza dirette a far sentire

la pressione su corona e parlamento. Il 20 giugno ’92 la folla invase l’assemblea e il palazzo reale.

Robespierre cavalcava ormai la protesta popolare antimonarchica, antigirondina e

antiparlamentare: il 29 luglio chiese lo scioglimento dell’Assemblea legislativa e l’istituzione di

una convenzione per la riforma della costituzione. Le sezioni parigine del movimento giacobino

continuavano a premere sull’Assemblea legislativa chiedendo che si pronunciasse sulla

decadenza del re entro la mezzanotte del 9 agosto. Passato questo termine scattò l’insurrezione:

il popolo invase l’Hotel uccidendo il comandante della Guardia nazionale e proclamarono

de Ville

la Comune insurrezionale. Marciò sul palazzo delle Tuileries e il re fu costretto a rifugiarsi nella

sala dove era riunita l’assemblea. Il re venne sospeso dalle funzioni e venne indetto il suffragio

universale per la nuova assemblea costituente: la Era l’accettazione

Convenzione nazionale.

integrale del programma di Robespierre imposto dalla piazza al parlamento. Un Assemblea

legislativa votò subito l’istituzione di un Consiglio provvisorio formato da 6 ministri.

Continua inoltre la guerra con l’Austria e Prussia che hanno via libera verso Parigi. Quello che era

in pericolo era la Patria e la Rivoluzione. A Parigi la reazione popolare si abbatté nelle carceri

dove vennero massacrati 1300 prigionieri convinti della nascita di un complotto. La Comune

corrono alle armi i volontari ( i

insurrezionale intanto a parigi preparava la difesa della città

sanculotti) che combattono senza esperienza militare ma per la patria. Lo scontro di Valmy del

settembre del 92 arresta l’avanzata sulla città e impone il ritiro delle truppe prussiane. La

rivoluzione e la Francia sono libere. Lo stesso giorno si insedia la Convenzione nazionale con

degli schieramenti diversi questa volta: a destra c’erano i girondini, circa 200; a sinistra l’ala

radicale giacobina, guidata da Robespierre e il solito raggruppamento di centro. Su un punto

risultarono subito d’accordo : decretare all’unanimità che la monarchia è abolita in Francia (

Anche se questo bruciò i progetti federativi girondini.

21 settembre 1792).

Entrambi i gruppi più marcati, girondini e montagnardi erano espressione del Terzo stato;

borghesi dunque entrambi.

I girondini erano espressione dell’alta borghesia, legalitaria, costituzionale e liberista;

I montagnardi erano espressione del popolo partigiano e operaio ( i sanculotti).

Il processo al Re e la giornata insurrezionale del 10 agosto erano problemi connessi: il non

processo avrebbe portato la sconfessione dell’insurrezione. Il 20 novembre fu scoperto alle

Tuileries il vero e proprio archivio segreto di Luigi XVI che consentì di documentare tutte le

trame del re con i nemici della nazione. Il processo non era più eludibile. Il 14 gennaio 1793 la

Convenzione chiamò infatti i deputati a rispondere con voto pubblico per appello nominale a tre

quesiti:

1. Colpevolezza del re;

2. Appello alla nazione dopo la sentenza;

3. Sulla pena;

Luigi XVI venne dichiarato colpevole con voto unanime. Fu condannato a morte e il 21 gennaio

1793 alle 11 di mattina veniva ghigliottinato a L’esecuzione era ormai la

Place de la Revolution.

guerra dell’ancien contro la Rivoluzione.

regime

2. La reazione europea

Le cancellerie europee in un primo momento rimasero a guardare il drammatico sviluppo

rivoluzionario che paralizzava la politica estera francese. Ma mentre erano prossime a

concludersi le facili manovre militari russo prussiane contro la Polonia, il nuovo esercito

rivoluzionario si era ormai mosso e inseguendo quello prussianno dal giorno di Valmy aveva

passato il Reno e occupato Worms, Magonza e Francoforte. La guerra era culminata nel decreto

del 19 novembre 1792 :” la Convenzione dichiara in nome della nazione francese che accorderà

fratellanza e aiuti a tutti i popoli che vorranno recuperare la loro libertà”: i popoli dunque

venivano liberati, non più territori nemici occupati esercito rivoluzionario come esercito di

liberazione.

Il conflitto lambiva ormai la penisola italiana e preoccupava l’Inghilterra che da sempre temeva

l’affacciarsi della Francia sulle coste olandesi. Pio VI condannava le stesse norme della

Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino considerati contrari ai principi e alla prassi

ecclesiastica. La sorveglianza sugli stranieri a Roma, soprattutto sui francesi si fece più intensa

mentre sorgeva la psicosi di un complotto. Un complotto che avrebbe visto concorrere alla

distruzione della Chiesa e del suo Stato, illuministi, massoni, giacobini ed ebrei. Nel clima di

tensione occorse anche un grave incidente diplomatica il 13 gennaio 1793 allorché Hugon de

Bassville, segretario del rappresentante diplomatico francese presso la corte borbonica di Napoli,

fu assassinato dalla folla a Roma determinando una dura reazione della Convenzione che ebbe

l’effetto di portare diplomaticamente dalla parte della Santa Sede, potenze protestanti ( tipo

Svezia e Inghilterra).

In Inghilterra il nuovo re Giorgio III e i tories cercavano di riguadagnare alla corona il potere

perduto in favore del parlamento. Uno degli intellettuali più in vista fu Edmund Burke che ruppe

l’unità ideologica filofrancese del partito repubblicano le Reflexions on the revolution in France.

Polemico contro quanti vedevano nella rivoluzione francese un modello politico istituzionale

utile per la realtà inglese. Egli considerava la libertà frutto di un processo storico politico

consuetudinario non di un improvviso proclama assoluto.

3. La crisi della Rivoluzione

La guerra ebbe conseguenze sulla situazione politica interna francese nella quale al crescere

dell’inflazione e dei prezzi seguirono sommosse popolari specie nelle campagne mentre operai

disoccupati saccheggiavano negozi e case. L’andamento della guerra risultò critico per le armi

francesi strutturate ancora su un sistema misto : volontari e vecchi battaglioni di linea tanto che

fu necessaria la legge dell’ “amalgama” per unificare il sistema. In più venne introdotta la leva

obbligatoria di 300.000 uomini. Le truppe prussiane intanto riprendevano Worms, Spira e

assediavano Magonza, mentre la leva obbligatoria venne contrastata dai contadini. Gli scontri si

ebbero sia coi borghesi delle città sia con le

sostenitori della Rivoluzione, truppe della

spedite urgentemente in Vandea. Quella che sembrava un fenomeno

Guardia nazionale

contadino si trasformò in un movimento controrivoluzionario dotato di proprie bandiere e di

propri capi militari. La strategia era di puntare ai porti del nord per mettersi in contatto con

l’Inghilterra. La resistenza della borghesia delle città portuali vanificò il progetto vandeano. In

estate dovettero essere invitati ben due eserciti regolari contro i vandeani per cercare di

riprendere il controllo della situazione. Era ormai una Le forze vandeane vennero

guerra civile.

distrutte il 22-23 dicembre 1793 e la repressione che seguì fu uno sterminio con 250.000 vittime.

La resistenza vandeana dalla guerra passò alla guerriglia e la rivolta continuò a covare sotto la

cenere delle distruzioni.

La: • Difficile situazione economica del paese

• La crisi militare

• L’insurrezione vadeana

Avevano posto il problema drammatico ai deputati della Convenzione se salvare ormai la

Repubblica o la Rivoluzione. Al moderatismo dei girondini si opponeva il radicalismo dei

montagnardi. La Montagna riuscì a imporre alla Convenzione provvedimenti straordinari: dopo

l’istituzione del Tribunale rivoluzionario, ora i comitati di sorveglianza rivoluzionaria incaricati di

arrestare i cittadini freddi verso la rivoluzione. Seguì l’istituzione del Comitato di Salute. I

girondini gridavano alla dittatura. Prendeva piede un’altra rivolta al centralismo rivoluzionario :

la “rivolta federalista” politicamente legata alla Gironda. Il giorno seguente Robespierre

chiamava il popolo sanculotto all’insurrezione.

Il 31 maggio con una marcia sulla Convenzione fu presentato un programma ulteriormente

rivoluzionario: epurazione dei girondini, arresto dei sospetti e diritti di voto ai soli sanculotti. Al

rifiuto dei deputati di accettare i sanculotti radunarono 80.000 armati e puntarono i cannoni

sulla Convenzione

Il la nuova Costituzione venne applicata ( seconda costituzione monarchica;

24 Giugno 1793

prima repubblicana). Il testo prevedeva 400 articoli in cui veniva enunciato il suffragio

universale, predominio del potere legislativo sull’esecutivo e rafforzamento dei principi

dipartimentali. Lo stesso giorno veniva varata una nuova Dichiarazione dei diritti dell’uomo e

del cittadino.

diritti imprescrittibili come l’uguaglianza, la libertà, la sicurezza e la proprietà;

Art 2: ogni sovranità risiede nella nazione;

Art 3: la sovranità risiede nel popolo;

Art 25 :

la legge deve proteggere la libertà pubblica e individuale contro l’oppressione di

Art 9 :

chi governa;

: il più sacro dei diritti è l’insurrezione del popolo contro il governo;

Art 33-35

il popolo francese è l’amico e l’alleato naturale dei popoli liberi;

Art 118: esso da asilo agli stranieri banditi dalla loro patria per la causa della libertà; lo

Art 120:

rifiuta ai tiranni.

La Costituzione del ’93 non entrò mai in vigore per la crisi militare che impone il governo

provvisorio fino alla fine della guerra. Le nuove elezioni del 27 luglio ’93 per il rinnovo dei

membri del comitato di salute portano alla nomina di Robespierre, Saint Just, ecc.. è il cosiddetto

dell’anno II della Repubblica. Per risolvere la situazione dovettero mediare

Grande Comitato

con il movimento popolare di Hébert e Roux. Intanto però si erano riproposte le giornate

popolari, gli erano insorti era il terrore.

arrabbiati

4.Il democratismo radicale e la reazione termidoriana

Queste ultime giornate popolari erano diverse perché ora la Montagna era al potere. Si sente la

necessità di sintesi tra sovranità e rappresentanza ossia una guida politica di partito come unico

interprete della volontà popolare, un’unica volontà generale. Inizia però così una forma di

terrore totalitario che impone la riduzione e coesione a popolo. Ebbe inizio la serie dei grandi

processi : in meno di un anno tra il 93 e il 94 le condanne a morte erano il 79%.

Oltre al recupero della sovranità interna contro la Vandea e la rivolta federalista, il Comitato di

Salute doveva affrontare anche la guerra in politica estera che tra ottobre a dicembre del ’93 era

passata sotto il controllo del Comitato. Un accidentalmente

caso di malversazione determinò

un aggrovigliarsi di tensioni che avviò la spirale della crisi.

Un deputato della Convenzione, Philippe D’Englentine, amico di Danton, fu coinvolto nel caso

della chiusura della Compagnia delle Indie. D’Englentine iniziò una polemica contro una

pattuglia di deputati dell’estrema sinistra accusandoli d’intesa con lo straniero. Nacque la psicosi

di un complotto straniero e Danton e Robespierre ne approfittarono per colpire la sinistra, la

quale rispose attaccando la responsabilità del Comitato di Salute. La reazione di sinistra

peggiorò quando si scoprì delle colpe del d’Englentine. Scoppia un insurrezione appoggiata da

Hébert i cui capi vennero ghigliottinati sotto ordine del comitato di salute. I dirigenti

dell’opposizione del governo non esistevano più.

CAPITOLO 23. L’ETA’ NAPOLEONICA

1.Il Direttorio

Morto Robespierre, non vi era alcuna volontà da parte dei termidoriani di porre fine

all’esperienza politica rivoluzionaria e repubblicana. Né dunque di far venir meno la guida

montagnarda alla Convenzione. Barére rappresentava, assieme al Collot d’Herbois, la sinistra

termidoriana, cui si opponeva una destra sempre termidoriana, cui si opponeva una destra,

parimenti termidoriana, rappresentata da Barras e Tallien, pronta a chiudere con gli eccessi del

terrore l’attività degli organismi che lo avevano reso possibile, come il Comitato di Salute. Le

prigioni venivano svuotate e veniva terminata l’attività dei comitati rivoluzionari delle provincie.

Veniva riavviato il processo di liberalizzazione dell’economia senza risolvere però il problema

monetario. Alle misure post termidoriane prese piede un nuovo sistema di indirizzo politico che

non mancò di conseguenze istituzionali internazionali non meno che di reazioni popolari.

Prese allora piede un fenomeno chiamato cioè la caccia all’uomo, solo che ora

terrore bianco

veniva praticata ai danni di chi fino ad ora era stato cacciatore, cioè sanculotti, esponenti del

movimento popolare parigino, giacobini o montagnardi, membri dei e sezioni. Esponenti di

club

questo voltafaccia furono Barrras, Frèron e Tallien. A dare segno di resistenza, a denunciare i

gravi pericoli di involuzione ideologica del nuovo corso politico emerse una singolare figura

allora nota come François Noel Babeuf, un giornalista che nel suo giornale Le tribun du peuple

scriveva di rimpiangere il sistema di Robespierre invitando il popolo sanculotto all’insurrezione (

per questo Babefu venne arrestato). Il problema era tuttavia la dispersione delle forze dei centri

organizzativi. Per questo furono condannate a un fallimento le riprese di quelle manifestazioni

che un tempo si chiamavano “giornate popolari”. Il 1 aprile ’95 una folla invase l’aula della

chiedendo pane e la Costituzione del ’93 che ancora non era in vigore. La Guardia

Convenzione

nazionale disperse i manifestanti, decretò lo stato d’assedio e vennero arrestati gli esponenti

montagnardi.

Malgrado ciò le agitazioni popolari continuarono a scuotere tutta la Francia sempre a causa della

carestia e della crisi monetaria. Il 20 maggio la folla invase nuovamente la Convenzione ma

stavolta ci scappò un morto : un deputato linciato mentre veniva letto un proclama

insurrezionale. Il giorno dopo la folla conquistò militarmente la sede dell’Assemblea. Truppe

dell’esercito dovettero essere impiegate nelle operazioni che si conclusero la sera del 22 maggio

con il controllo militare dei quartieri e con una serie di processi a danno degli insorti. Dopo la

prima invasione della sede dell’Assemblea , fu costituita una commissione con l’incarico di

proporre delle leggi organiche d’attuazione della Costituzione.

Un mese dopo le giornate insurrezionali il relatore della Convenzione, Franois Antoine Boissy

d’Anglas definiva la Costituzione repubblicana del 1793 l’organizzazione dell’anarchia. Il destino

della Costituzione del ’93 era segnato non sarebbe mai entrata in vigore.

L’opera demolitoria del Boissy ai danni della Costituzione del ’93 procedeva di pari passo con la

costruzione del nuovo testo che doveva dunque essere ispirato a quei principi ideologici, a quei

criteri giuridico politici negati dall’esperienza del radicalismo rivoluzionario e cioè la restrizione

censitaria del suffragio, del bicameralismo e il rafforzamento del potere esecutivo.

La Convenzione non oppose alcuna resistenza al progetto conservatore. Il vero suffragio

universale fu proposto da Jacques Marie Rouzet che lo intendeva esteso anche alle donne. Alla

fine del ’94 una favorevole aveva permesso alle armati francesi un

congiuntura internazionale

recupero offensivo che le aveva portate a controllare il Belgio, passare la riva del Reno e

occupare l’Olanda. : un insurrezione nazionale guidata da Varsavia nel marzo

Problema polacco

del ’94 stava rimettendo in discussione lo Le truppe russe furono cacciate da Varsavia

status quo.

che fu invano assediata da forze prussiane. Nell’ottobre 1794 l’esercito di volontari e regolari

polacchi si batteva invano contro due armate russe inviate da Caterina II. Nel Novembre

assediava Varsavia che pagava la sua resistenza con 8000 soldati e 12.000 civili. Il trattato di

Pietroburgo vedeva una spartizione solo tra Austria e Russia. La Prussia mostrò allora una

arrendevolezza nel corso dei colloqui di pace con la Francia giungendo nel trattato di Basilea del

5 aprile ’95 a denunciare l’alleanza con l’Austria. Finiva formalmente con questo accordo la prima

coalizione antifrancese. La fine della coalizione faceva progressivamente venire a patti con la

Francia repubblicana gli altri minori Stati membri come l’Olanda e la Spagna.

Ciononostante le condizioni di generale favore interno e internazionale maturate nella

primavera estate del ’95 consentirono alla Francia di portare a termine il nuovo testo

costituzionale : dal 17 luglio era in discussione alla Convenzione il principio del bicameralismo

che vide un solo deputato opporvisi. Si decise che oltre a una Dichiarazione dei diritti dovesse

esserci una Dichiarazione dei doveri, a precedere il testo costituzionale. Il nuovo testo

costituzionale venne approvato il 22 agosto 1795. La Dichiarazione dei diritti e dei doveri

era divisa in 2 parti: Una prima parte ( 22 articoli) riguarda i diritti. 9

dell’uomo e del cittadino

articoli riguardavano i doveri.

i diritti dell’uomo sono la libertà l’uguaglianza la sicurezza e la proprietà

Art 1: l’eguaglianza consiste nel fatto che la legge è uguale per tutti ( uguaglianza

Art 3:

giuridica e non economica)

la sovranità risiede nell’universalità dei cittadini ( non più nel popolo);

Art 17: nessun cittadino più attribuirsi la sovranità.

Art 18: la dichiarazione dei diritti contiene gli obblighi dei legislatori; la

Art 1:

conservazione della società richiede che quelli che la compongono conoscano e

compiano ugualmente i loro doveri.

non fate agli altri ciò che non volete sia fatto a voi

Art 2 : è sul mantenimento della proprietà che riposa l’ordine sociale;

Art 8 : ogni cittadino deve i suoi servizi alla patria e al mantenimento della libertà

Art 9 :

La nuova Costituzione prevedeva per la prima volta che le colonie francesi sono parte integrante

della Repubblica e sono sottoposte alla stessa legislazione. Non veniva però abolita la schiavitù.

Il era articolato in due camere:

potere legislativo

− Il Consiglio degli anziani

− Il Consiglio dei cinquecento i cui membri restavano in carica 3 anni.

La proposta delle leggi appartiene al Consiglio dei Cinquecento mentre al Consiglio degli

Anziani spetta il compito di respingere o approvare le risoluzioni del CdC. Il è

potere esecutivo

affidato a un Direttorio di cinque membri eletti in carica per 5 anni dal CdA su una lista di 50

membri soppostagli dal CdC. Il Direttorio è l’organo collegiale a capo dello Stato e del governo e

provvede alla sicurezza interna ed esterna della Repubblica. Nomina e revoca i ministri ma le

attribuzione e il numero sono di competenza del legislativo. Il rimaneva

potere giudiziario

distinto dagli altri due poteri.

L’impianto generale di questa Costituzione la riporta evidentemente ai principi del 1789

piuttosto che a quelli del ’93. La convenzione però prima che la Costituzione venne approvata

aggiunse alcuni provvedimenti di dubbia legalità come quello di stabilire che i 2/3 dei membri

delle nuove camere dovesse essere eletto tra i deputati della Convenzione ; un altro decreto

prevedeva che dove non fosse stata raggiunta quella proporzione per via elettorale avrebbe

provveduto la Convenzione a nominare i membri per cooptazione. Il 23 settembre 1795 la

Convenzione dichiarava approvata la Costituzione e i provvedimenti, ma anche qui le misure da

cui era stata accompagnata ne segnavano la fallimentare via.

La destra infatti aveva iniziato a fine settembre a dar vita a una vera e propria insurrezione

popolare che sfociò il 5 ottobre in una vera e propria insurrezione della capitale. Vennero eletti 5

membri del Direttorio:

1. Barras

2. Lazare Carnot

3. Lepaux

4. Reubell

5. Letourneur

Dal primo proclama lanciato da questa nuova istituzione si capirono le linee guida del governo

Lotta ai tentativi di restaurazione monarchica

Repressione delle fazioni e riattivazione del patriottismo

Rivitalizzazione dell’Industria e del commercio

Risanamento del credito pubblico

Riapertura dei clubs dei giacobini

Fuori uscita del sistema della carta moneta.

2.Napoleone e l’Italia giacobina

Prime congiure giacobine contro l’ordine s’erano già avute in alcuni Stati italiani.

ancien régime

Lo stato della Chiesa e il regno di Napoli e di Sardegna furono i territori in cui si scontrarono

vecchie e nuove tendenze culturali. Alle immediate simpatie riscosse dalla prima fase della

Rivoluzione francese tra il ceto colto italiano seguì un moto contrario fra lo sdegno e l’orrore che

iniziò a manifestarsi già dopo l’esecuzione di Luigi XVI. Allora venne meno la voglia di “nuovo”. A

dar manforte, per contro al mito della Rivoluzione nel suo complesso, senza dunque distinguersi

tra le due fasi, moderata e radicale, provvidero i centri di informazione politica e propaganda

ideologica agenti spesso sotto copertura diplomatica. Le logge massoniche trasformarono il loro

indirizzo politico da fil conservatore in fil rivoluzionario. Importante anche la funzione di

aggregazione socio culturale svolta dalle Accademie.

Il localismo, lo spontaneismo, l’isolamento tra l’una e l’altra congiura giacobina che

caratterizzano questi primi anni di movimento in Italia tra il 1792 e il 1795, dimostrano da un lato

la preesistenza del fenomeno rispetto alla discesa delle truppe militari francesi nella primavera

del 1796, dall’altro all’azione di influenza ideologica che a seguire sarebbe stata esercitata sul

variegato mondo giacobino italiano dall’esule toscano in Francia, Filippo Buonarroti.

In Corsica agisce in favore della Rivoluzione e stringe amicizia con Giuseppe e Napoleone

Bonaparte. Nel ’93 raggiunse Parigi dove entra in contatto con Robespierre di cui sarà sempre un

seguace radicale. Arrestato qualche mese dopo la reazione termidoriana, nel febbraio del ’95 e

tradotto in prigione a Parigi come partigiano del sistema del terrore ne sarebbe uscito a seguito

dell’amnistia del 26 ottobre 1795.

Con Buonarroti esce di prigione anche ( esponente del giornalismo della sinistra

Gracco Babeuf

radicale). Nel del Pantheon si erano riuniti robespierristi ( Buonarroti) ed ex anti

club

robespierristi (Babeuf) uniti dal comune bersaglio dei termidoriani. Sul venne

Tribune du peuple

pubblicato il con l’enunciazione esplicita del principio della comunità dei

Manifeste des plébéiens

beni e del lavoro. La dottrina politica babeuvista partiva dal presupposto dell’eguaglianza di

natura e dunque anche del relativo obbligo al lavoro. Bandiera del manifesto tornava ad essere

la Costituzione del ’93. Si era costituito attorno al Babeuf un comitato insurrezionale di ordine

pubblico, tutti i congiurati si definivano uguali tanto che venne chiamata la congiura degli

L’azione era ovviamente segreta al popolo e doveva essere svelata solo la parte utile a

eguali.

guadagnare le simpatie politiche. Questa propaganda ebbe l’effetto di destare le reazioni di

parte politica avversa e i sospetti del Direttorio che fece chiudere il club.

Buonarroti continuava intanto a raccogliere attorno a sé nuclei di esuli e profughi italiani

progettando disegni insurrezionali anche in Italia. Per questo Buonarroti tramava con Babeuf per

il nuovo ordine anti proprietario e per ripristinare la Costituzione del ’93 contro il Direttorio.

Ripresa delle operazioni militari il grosso dell’esercito agiva in Germania meridionale mentre

forze minori avrebbero dovuto avere ruoli diversi. Emerse così la figura di Napoleone

a capo del comando in Italia. Nato in Corsica ad Ajaccio vi tornò per prendere parte

Bonaparte

alla guerra contro la flotta inglese. La famiglia si stanziò a Tolone mentre lui prendeva servizio a

Nizza. Durante il periodo termidoriano si fece dei mesi di carcere per le sue idee robespierriste.

Ottenne poi il comando della seconda in Italia.

armée

Insediatosi al comando dell’armata avanzò direttamente per il passo di Cadibona e trovandosi di

fronte a tre armate piemontesi riuscì a disperdere le forze e a sconfiggerle. Il 15 maggio con la

pace di Parigi sottomette Amedeo II di Savoia. In quel periodo (11 maggio) doveva esserci

l’insurrezione di Babeuf e Buonarroti che però vennero scoperti e alla vigilia (10 maggio)

arrestati. Buonarroti ottenne grazie a napoleone i domiciliari. Intanto Napoleone aveva successi

militari in Italia a Lodi, Mantova, Parma e Modena e Livorno. Nella situazione della Lombardia alle

trionfali accoglienze seguirono momenti difficili sul piano economico e sul piano politico

istituzionale. Milano era ormai il centro della cultura politica e dei progetti giacobini per l’intera

Italia.

Il 27 settembre 1796 viene bandito sul tema: quale dei governi liberi conviene

Il concorso si trasformò in una sorta di “palestra costituzionale”: vi parteciparono 57

all’Italia?

persone e fu vinto da Melchiorre Gioia, ma vennero pubblicate oltre alla sua altre 10 tesi. La

proposta di Gioia partiva dalla necessità di basarsi sui modelli della costituzione francese del 95:

dunque eguaglianza giuridica , moderatismo, gradualismo nella formazione della Repubblica .

La maggior parte delle tesi si basava sull’idea di una e indivisibile repubblica. Ma ci furono anche

qualche tesi federalista, come quella di Antonio Ranza che prevedeva 11 repubbliche ognuna

con una propria Convenzione e Costituzione facente capo a un Consiglio permanente composto

da due deputati per ognuna delle repubbliche.

Ma a fronte di tanti progetti la situazione effettiva della Lombardia rimaneva nelle mani di

Napoleone. La prima repubblica nata in Italia fu quella cispadana distante dalla cultura politica di

Milano. Napoleone, in un congresso a Modena il 16 ottobre 1796 dei rappresentanti delle

municipalità di Bologna, Ferrara, Modena e Reggio, dette vita alla Confederazione cispadana.

Pochi mesi dopo si discusse la sostituzione della confederazione a carattere militare con

l’istituzione di una Repubblica una e indivisibile comprendente anche la Lombardia. Nasce la

Repubblica e il viene deciso di dotarsi di una nuova bandiera con il tricolore.

7 gennaio 1797

La tendenza moderata prevalente impose un testo costituzionale ispirato a quello francese del

1795. Preceduta da una era formata

Dichiarazione dei diritti e dei doveri dell’uomo e del cittadino

da 404 articoli e prevedeva un corpo legislativo bicamerale : il Consiglio dei Sessanta e dei

Trenta, eletti a doppio turno; il potere esecutivo era affidato a un direttorio di tre membri

nominati dal corpo legislativo. Le elezioni per la nomina del Consiglio dei Trenta e dei Sessanta

diedero un esito più che positivo e ciò impensierì Napoleone che provvide a una

ricompattazione politico geografica del territorio sotto il suo controllo militare. Napoleone

riteneva necessario vedersi riconosciuti i suoi domini in Lombardia, in cambio avrebbe ceduto la

Repubblica di Venezia agli Asburgo. Il Direttorio inviò istruzioni a Napoleone di una politica

esattamente contraria. Tra maggio e giugno del ’97 N. aggregando le vecchie legazioni pontificie

e il ducato di Modena e Reggio della repubblica cispadana, con la ex Lombardia austriaca

costituì la nuova con capitale Milano. Lo schema costituzionale era

repubblica cisalpina

analogo a quello francese, ma sciolto allora il governo della Rep cispadana non si provvide ad

elezioni ma alla nomina diretta da parte di Napoleone dei cinque direttori.

Il 17 ottobre 1797 veniva firmata la pace con l’Austria ( Campoformio). La Repubblica di Venezia

veniva cancellata politicamente e geograficamente : il Veneto e la costa istriana e dalmata

venivano ceduti all’Austria che riconosceva la nuova Repubblica cisalpina e si impegnava a far

riconoscere il possesso francese della riva sinistra del Reno da un’apposita dieta di Stati tedeschi

convocata a Rastadt il mese seguente. La reazione dei patriottici fu indignata.

si avvitò ulteriormente riprendendo l’abitudine del colpo di

La situazione interna francese

mano contro i risultati elettorali. Il Direttorio era diviso tra le figure politiche di Barras e di Carnot.

I nodi vennero al pettine con le elezioni della primavera del 1797 che videro il previsto successo

della destra. A presiedere i Consigli dei Cinquecento e degli Anziani vennero eletti

rispettivamente Marbois e il generale Pichegru. I primi provvedimenti legislativi furono

ovviamente di tutto favore per gli emigranti e per i preti refrattari. Barras allora passò alla

controffensiva: ruppe i rapporti con Carnot e chiamò ai dicasteri degli Esteri e della Guerra,

Tayllerand e il generale Hoche che avevano intanto ordinato alle sue truppe di mettersi in marcia

su Parigi. Il Direttorio diviso al suo interno si trovò nella posizione di cedere alla destra o affidarsi

a generali lealisti per un colpo di mano. Napoleone partecipò al complotto fornendo le prove del

tradimento di Pichegru. La posizione legalitaria di Carnot spianò la strada a un colpo di mano di

Barras. Nella notte del 4 settembre 1797 le truppe dell’armata di Hoche occuparono la sede della

aule parlamentari e presidiarono Parigi. In questa nuova situazione i due consigli furono

obbligati a varare leggi di salute pubblica imposte da un Direttorio di triunviri ( Barras, La

Réveillière e Reubell) e quindi proscrivere nuovamente emigranti e preti refrattari, riattribuendo

poteri esclusivi all’esecutivo. Di questo colpo di stato approfittò Napoleone per condurre in

proprio quella politica estera che portò alla pace di Campoformio ( agisce indisturbato in Italia).

In Italia la nascita delle Repubbliche sorelle continuò in modo disorganico. Esemplare il caso di

quella romana dove c’erano difficili circostanze economico e sociali, di un cattivo raccolto. A

Roma tumulti di piazza ebbero come bersaglio edifici pubblici francesi tra cui la stessa residenza

dell’ambasciatore. Il 15 febbraio al Foro romano appena un centinaio di patrioti con l’appoggio

di soldati francesi deciso con l’Atto del popolo sovrano, la proclamazione della Repubblica. Il

papa rifiutò di riconoscere la Repubblica. Le truppe francesi occuparono il Vaticano. La

Repubblica romana nasceva dunque a seguito dell’intervento militare francese avviato

Ma la

contro dimostrazioni e scontri di piazza che avevano avuto bersagli francesi.

redazione della Costituzione della nuova Repubblica fu affidata a 4 commissari francesi inviati a

Roma dal Direttorio che si limitarono ad un adattamento della costituzione francese del ’95:

Tribunato e Senato ; 5 consoli e separazione dei poteri. L’articolo 369 disponeva un ‘alleanza tra

la repubblica romana e la repubblica francese. Ogni legge emanata dai consigli legislativi romani

non poteva essere approvata senza l’approvazione del generale del comandante delle truppe

francesi era una Repubblica a sovranità limitata.

Napoli

A l’occupazione militare francese di Roma e la conseguente Repubblica avevano

destato preoccupazioni sfruttate a corte dalla locale lobby inglese. Con il trattato di Vienna del

19 maggio ’98 il regno di Napoli aveva trovato la piena disponibilità austriaca ad un’azione

congiunta antifrancese. Dopo lo scontro navale di Abukir la flotta inglese aveva distrutto quella

francese e aveva bloccato l’esercito di Napoleone in Egitto e aveva reso sicuro le coste

borboniche da minacce navali francesi. A Napoli si pensò giunto il momento per far sgombrare

da Roma l’inquietante presenza francese. Il 23 novembre le truppe borboniche invasero da sud il

territorio della Repubblica romana. le truppe francesi si ritiravano a Civita Castellana ma con una

controffensiva batterono le truppe austro-borboniche. Il vicario generale del regno a Napoli,

Francesco Pignatelli, concluse allora l’11 gennaio una tregua con il generale Championnett. Alla

notizia della tregua insorse la Napoli sanfedista e l’esercito francese dovette combattere con i

Lazzari. Il centro giacobino napoletano occupò allora Castel Sant’Elmo, forte strategico per la

difesa di Napoli, proclamando l’insurrezione della Repubblica partenopea. L’incarico ufficiale di

apportare un testo base fu affidato ad un apposito comitato di legislazione. Il testo non si poté

però approvare dinnanzi al precipitare della situazione militare e all’abbandono francese di


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Appunti Storia moderna del testo di Aubert e Simoncelli in cui si analizzano in modo approfondito queste tematiche: accentramento nazionale, Europa orientale, Europa centro-occidentale, nuovo mondo, Stati italiani, fine equilibrio, Repubblica fiorentina.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze politiche e delle relazioni Internazionali
SSD:
A.A.: 2013-2014

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