Storia della misura del mondo
Tre definizioni: l’avvenimento, il caso, il sociale
Perché la grande storia possa proiettare le sue luci, rese necessarie dalle circostanze e quasi certamente benefiche, occorre che avvengano grandi cataclismi, sciagure in cui l’uomo e i popoli percepiscono istintivamente la tragicità del destino: così si intende una storia degli uomini vista nelle sue realtà collettive, nell’evoluzione lenta delle strutture, parola che si assume nel significato di moda: strutture degli Stati, delle economie, delle società e delle civiltà...
Tre sono le realtà che attengono da vicino alla storia: l’avvenimento, il caso e il sociale.
La storia evenemenziale
Gli eventi sembrano tessere al momento, la storia che si sta compiendo. Gli anni felici sono senza storia, cioè senza avvenimenti incombenti. Tuttavia la peggior politica sarebbe ignorare del tutto gli eventi oppure accettarli quali si presentano, cedere ai loro urti reiterati e soprattutto credere alla loro minaccia, alla loro schiacciante e regolare insistenza. È buona politica reagire e far fronte agli avvenimenti, in primo luogo sopportarli con pazienza e soprattutto giudicarli secondo il loro valore, a volte davvero irrisorio, poiché i grandi eventi svaniscono rapidamente, spesso senza provocare le importanti conseguenze che parevano annunciare.
Un avvenimento è un fatto storico. Un fatto annotato, segnalato alla nostra attenzione, registrato, reso visibile ai nostri occhi da una luce talvolta soltanto causale nella massa dei fatti innumerevoli che, ad ogni istante, costituiscono la storia ideale e completa del mondo. L’origine del fatto, così intesa, non implica necessariamente che si tratti sempre di un fatto rilevante. A decidere della sua importanza non è il rumore che suscita intorno a sé sul momento, sono invece le conseguenze che produrrà o non produrrà in seguito. Ma tali conseguenze sono figlie del tempo.
Gli avvenimenti sono gli uomini: uno parla, un altro arriva, un terzo scrive, ecc. Uomini che distinguiamo dagli altri, anche se, senza gli “altri”, gli uomini che riteniamo speciali valgono spesso ben poco. Il carattere umano o, più esattamente, individuale dell’avvenimento non sempre ne accresce l’importanza. Uno dei punti di forza della storia evenemenziale consiste nel permetterci di pensare che il destino dipenda dalla nostra volontà, che siamo noi a fare la nostra storia, modesta o illustre non importa. Essa stessa ci aiuta a crederlo, se non altro perché esalta i dominatori del momento, eroi hegeliani, superuomini nietzschiani, demiurghi, esemplari grandiosi e riusciti dell’uomo, coniati tuttavia a nostra immagine, modellati nella nostra stessa argilla. Da qui nasce l’indubbio fascino di questa prima storia a grandi titoli, sempre ricca di imprevisti, di peripezie e di emozioni.
Eppure, per quanto avvincenti, gli avvenimenti non rappresentano l’intera storia del tempo che passa, ma ne rispecchiano soltanto la superficie. La storia non è narrazione di avvenimenti puri e semplici; non è soltanto misura dell’uomo, dell’individuo, bensì di “tutti” gli uomini e delle realtà della loro vita collettiva.
Non tutti gli storici lo sanno
Alla base di qualsiasi trattazione storica c’è una documentazione attinente sia agli eventi, sia ad una aneddotica, sia alla vita vissuta. Il primo lavoro dello storico inizia con l’inventario e con la critica di questa documentazione. È vero che la nostra ricerca si riferisce ad avvenimenti privi dell’alone che circonda l’attualità, disposti secondo prospettive spesso mutevoli, ma pur sempre definibili come tali.
Il secondo lavoro consisterebbe nel cercare, accanto ai primi, dei fatti minori che non riguardino le azioni straordinarie o i personaggi illustri, ma gli atti della vita quotidiana. A questo scopo, “il prezzo del ferro o il tasso di rendita o il prezzo del pane ci fanno capire molte più cose della descrizione di una battaglia o dell’incontro di due sovrani”, notava Anatole France. Questi piccoli fatti ci permettono di cogliere la realtà della storia collettiva, della storia profonda.
La storia non è soltanto racconto, sia pure di grandi eventi, la storia è “spiegazione” – e anche i grandi eventi ne richiedono una, poiché la storia è pur sempre, entro i suoi limiti, una scienza congetturale. Di fatto i grandi avvenimenti indicano – al di là della propria configurazione storica – delle realtà, delle linee di forza spesso decisive che ne sono forse l’aspetto più importante. È necessario operare delle scelte reiterate, non sempre facili o lucide, fra l’accessorio e il sostanziale, fra la storia evenemenziale, troppo spesso senza futuro, e la storia profonda cui appartiene l’avvenire.
Il ruolo del caso
Se consideriamo isolatamente ciascun avvenimento o piccolo destino individuale, il mondo degli uomini è proprietà esclusiva del caso, della sua inesauribile inventiva. Un numero inverosimile di dadi, sempre in movimento, dominano e decidono di ogni singola esistenza. La storia è sì “una povera piccola scienza congetturale! Quando ha per oggetto individui isolati dal gruppo, quando tratta di avvenimenti, ma è molto meno congetturale e ben più razionale sia nei procedimenti sia nei risultati, quando prende in esame i gruppi e il ripetersi di avvenimenti. La storia profonda, la storia su cui si può costruire è la “storia sociale”.
È sicuramente un abuso voler riassumere un intero movimento o tutto un settore di storia in una persona eccezionale; in tal modo si sostituisce una storia insicura, perché incentrata sugli individui, a una storia molto più semplice e chiara, in quanto indagata nelle realtà sociali su cui poggia. Al di là dell’evenemenziale, al di là dell’individuale, è la storia dei gruppi ad offrirci un solido terreno di ricerca. Così potremo far luce anche sull’altra storia, sia in ordine alla narrazione degli avvenimenti, sia in ordine ai soliti particolari biografici.
Storia e scienze sociali
Non costruiremo una storia completa, se non coglieremo i “fatti sociali” in tutto il loro spessore, se non affronteremo i fenomeni umani di massa, cercando “gli” uomini laddove, ostinatamente, si vuole vedere soltanto l’uomo, soprattutto se non utilizzeremo i risultati e gli strumenti delle altre scienze sociali attigue ai cantieri della storia. Uno storico non può non essere, pur restando nel proprio ambito, anche geografo, economista, giurista.
Se lo studio unico e unitario della società è spezzettato in tante diverse branche, compresa quella venerabile della storia, ciò è dovuto soltanto alle nostre carenze intellettuali, al trionfo utile ma pericoloso degli specialisti. Alcuni storici francesi hanno avuto il grande merito di ricostituire quella unità, di abbattere le barriere inutili e di restituire in tal modo alla storia la sua dignità; di rifare della storia, certo mai ignorata, ma non sempre considerata nel suo giusto valore, una delle misure essenziali del mondo e anche una delle più efficaci, in quanto in grado di mettere in causa, più di altre discipline, una coordinata essenziale, sensibile e onnipresente: il tempo; e, per di più, il tempo in tutte le sue forme reali, il tempo come tessuto connettivo, realtà di base di ogni fenomeno sociale.
La storia ci permette di ricollocare i grandi fatti nella giusta prospettiva. Essa è senza alcun dubbio una delle grandi spiegazioni del mondo e della vita. E se esiste per lo storico un rapporto di dipendenza rispetto alle altre scienze sociali, egli conserva nondimeno una posizione a sé stante. Un grande evento non è certo quello che fa più scalpore sul momento, ma quello che provoca le conseguenze più importanti e numerose. Le conseguenze non si manifestano al momento, sono figlie del tempo. Affinché un’epoca possa rivelare la sua struttura profonda, occorre che sia sufficientemente distante dalla nostra, sciolta dai legami di una bruciante attualità e, come certe preparazioni anatomiche, immersa e mantenuta per il tempo necessario in una soluzione che ne garantisca l’integrità. Il grande vantaggio di cui gode lo storico rispetto agli altri studiosi è la distanza, un privilegio che gli permette di raggiungere l’essenziale con un margine di errore assai più ridotto.
La storia alla ricerca del mondo
Posizione della storia e dello storico
Il mondo degli uomini sul quale opera la storia deve essere studiato alla stregua delle realtà fisiche. Dobbiamo osservarlo, procedere a deduzioni, collegare i risultati per mezzo di “ipotesi” provvisorie, avanzare per tentativi, sperimentare, cercare delle leggi. Come i fisici, anche gli storici devono adottare un atteggiamento scientifico; osservare con distacco, concludere senza preconcetti, prescindere dalle passioni, dai calcoli personali, dalle singole posizioni morali e sociali. Lo storico non deve giudicare, deve spiegare e capire.
Nel “Discours sur l’Histoire universelle” Bossuet afferma: “La vera scienza della storia consiste nel far risaltare, in ogni tempo, le segrete tendenze che hanno preparato i grandi mutamenti e le importanti congiunture che li hanno provocati”.
Divisioni della storia, divisioni del mondo?
Fino ad ora abbiamo distinto nella storia due strati orizzontali: una storia evenemenziale (fragile) e, sotto questa superficie, una massa poderosa, ben altrimenti consistente: la storia profonda; l’una sostiene l’altra. Ma non basta avere stabilito la presenza dei due diversi livelli; da molto tempo gli storici hanno imparato a distinguere varie categorie di fatti sociali, settori differenziati tra loro: tutti approcci di uso ormai corrente, atti a sezionare verticalmente la storia: i fatti geografici innanzitutto, ovvero i legami fra il sociale e lo spazio; i fatti culturali, inerenti la civiltà; i fatti etnici; i fatti di struttura sociale; i fatti economici e, per finire, i fatti politici.
La prima sezione riguarda i fatti geografici, che si possono definire col termine di “geopolitica”, o, ancor meglio, di “geostoria”. Queste parole sottolineano la presenza di un dinamismo (come meccanismo frenante o complicità) dei fattori fisici e biologici che si trasmette alla vita sociale, un dinamismo presente in tutte le epoche. Il difetto della geopolitica è di studiare questa azione esterna unicamente sul piano delle realtà politiche e di assumere come oggetto lo Stato anziché la Società considerata nelle sue varie forme di attività. Di qui l’utilità del termine più largamente comprensivo di geostoria.
Gli anni e i secoli passano ma la scena su cui si svolge l’interminabile e incessantemente ripetuta commedia dell’umanità resta sempre la stessa. Tutti riconoscono che la commedia della storia, su quella scena, non si svolge in piena libertà. La scena è costituita da possibilità, da costanti imperiose: clima, stagioni, rilievo, sono altrettanti fattori di storia. Perciò la geostoria è ricca di invarianze, di immobilità, diciamo pure di ripetizioni: è una storia che sta ferma o che si muove ben poco.
La seconda sezione comprende i “fatti culturali”, cioè la storia di stati più resistenti e più complessi degli stati veri e propri: le civiltà. Le definizioni e i modi per affrontare questi problemi si chiederanno ai sociologi, agli etnografi e agli etnologi.
La terza sezione è costituita dai “fatti etnici”. La quarta, la quinta e la sesta sezione vertono sui fatti di struttura sociale, sui fatti politici, economici. Le nostre esistenze si svolgono tutte all’interno di una società, di un’economia, di un sistema politico: fasci di forze condizionanti, dinamici, creatori.
Diverse le storie, diversi i percorsi. Pur riconoscendo il suo valore relativo, nello studio si prenderanno in considerazione i fatti profondi e non gli avvenimenti – avvenimenti geografici, o avvenimenti culturali, etnici, economici e politici. Ci si occuperà di ciò che evolve lentamente, non subisce accelerazioni e si situa quindi al di là delle nostre azioni. La storia profonda infatti ci travalica, eccede la nostra misura di esseri viventi.
In ogni epoca, a tutte le latitudini, sempre e dovunque, il passato imprime duramente sul presente la propria impronta. La classificazione in geografia, civiltà, razza, struttura sociale, economia e politica si basa sulla velocità, più o meno grande, che caratterizza le diverse storie: all’inizio della serie, al massimo livello di profondità, le più lente, le meno condizionabili dall’intervento dell’uomo; alla fine, quelle che ne sono maggiormente influenzate, ovvero l’economia e la politica. L’uomo interviene con minore difficoltà sulle più mobili delle storie profonde, ovvero su quelle che considera giustamente più importanti perché più flessibili: politica, per alcuni, economia, per altri. Caratterizzate dalla velocità e dalla vicinanza nel tempo, permeate dall’elemento umano, queste storie dal fluire agitato presentano un corso al quale il nostro intervento può portare tante sensibili modificazioni.
Ma non dimentichiamo che la vita è un tutto unico, che anche la storia deve esserlo e che non bisogna perdere di vista in nessuna occasione, neppure per un attimo, l’intrecciarsi indefinito delle cause e delle conseguenze. Non dimentichiamo soprattutto che sono gli storici a creare le suddivisioni. Il vero fine della storia non è tanto il passato – un mezzo più che uno scopo – quanto la conoscenza degli uomini, compito collettivo, punto di incontro e di convergenza delle scienze sociali e anche di chi le pratica.
Geostoria: la società, lo spazio, il tempo
La geografia, una scienza incompiuta
André Siegfried dice che: “La geografia non si limita allo studio della terra, ma si estende a tutto ciò che vive sulla terra, e specificatamente all’uomo, alla vita economica, sociale, politica dell’uomo”. La geografia è una scienza incompiuta, come tutte le scienze; ma ancora più delle altre, perché è la più complessa e di gran lunga la più antica, eccettuata la storia. Erodoto non è soltanto il padre della storia, ma anche della geografia, una geografia profondamente mutata rispetto ai suoi tempi e insieme sempre simile a se stessa, resa ancora più complicata dalle recenti importanti acquisizioni che l’hanno portata, negli ultimi 50 anni, ad estendere a largo raggio e in tempi brevi il campo della sua attività, sconfinando nei territori delle altre scienze e più ancora nelle scienze della natura che in quelle dell’uomo.
È in atto una crisi della geografia. Come la storia, così la geografia: il suo passato non sempre le è di aiuto, anzi la schiaccia o almeno l’intralcia. Anche la geografia si presenta come racconto, come scienza dell’evenemenziale, ma senza esserne sempre consapevole, il che peggiora ulteriormente la situazione. E con gli stessi risultati: da un lato gli avvenimenti, le peripezie, i gesti dei grandi uomini o pretesi tali, una storia tutta di superficie; dall’altro, simmetricamente, le descrizioni e i viaggi, una geografia anch’essa tutta di superficie.
D’altra parte descrivere è un mezzo per conoscere: vedere e vedere bene è il primo compito del geografo. Inoltre, la sua materia è inesauribile. Per non parlare di un lavoro che prima o poi è quasi sempre da ricominciare, perché le parole che usiamo per descrivere invecchiano rapidamente – come le immagini stesse, come le attrezzature per viaggiare o per dipingere. Bisogna cambiarle, rimetterle a nuovo a scadenze ravvicinate, tanto più che anche la terra si trasforma, i popoli si evolvono.
Ma non basta descrivere, bisogna anche spiegare. La geografia è una “descrizione razionale” che si è affermata nel corso degli ultimi 50 anni come scienza del paesaggio o, per dir meglio, come studio scientifico dell’ambiente naturale o geografico o, ancora più esattamente, dell’ambiente fisico biologico; formule che, più o meno, si equivalgono per designare l’“environment” della vita umana di cui parlano i geografi americani.
L’oggetto, il cuore della geografia umana e forse della geografia “tout court”, della geografia “profonda”, non è l’uomo, ma è la “società”; è lo studio della società nello spazio o meglio per mezzo dello spazio, in armonia con la definizione che vede la storia intesa come studio della società attraverso quel “mezzo” che è il passato. Anche lo spazio è un mezzo.
In realtà non esiste un problema sociale che non sia da inserire nel suo quadro geografico, in uno spazio in cui estendersi e con cui confrontarsi; non esiste sulla terra una realtà sociale che non occupi un suo posto specifico, ben determinato, e questo certo non facilita le cose. Situare i fatti che si vogliono studiare: di qui deve partire ogni seria ricerca sociale. Distribuire i fatti storici nello spazio significa per forza capirli meglio.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.
Scarica il documento per vederlo tutto.