Parte I: Trasformazioni del mondo antico e l’inizio del Medioevo
Capitolo 1 – Il mondo ellenistico-romano e la diffusione del Cristianesimo
In età romana, il limes segnava la separazione tra due mondi: da un lato il mondo delle foreste, dall’altro il mondo delle città. La città romana non si presentava separata dal territorio circostante dato che non era circondata da mura (costruite dal III secolo sotto la minaccia di invasioni esterne). Il centro urbano (urbs) aveva funzioni amministrative, politiche e commerciali, di cui si avvalevano i residenti e gli abitanti del territorio (del civitas). La campagna era organizzata in un reticolo di campi di forma geometrica (centurie). Tra il ceto dirigente cittadino era diffusa la pratica letteraria e i dibattiti filosofici.
Tra il I e il II secolo d.C., si vide la diffusione tra le classi meno abbienti della scrittura; nel frattempo, entrava in crisi la religione ufficiale di tipo politeistico. Così, pian piano, iniziò ad affermarsi il Cristianesimo, anche per il tipo di organizzazione che si diedero le comunità cristiane, che poggiava non più su apostoli itineranti ma su una stabile gerarchia sacerdotale. Essa era formata da presbiteri (anziani) e vescovi (sorveglianti), i quali erano aiutati dai diaconi (assistenti). Il merito di aver reso universale il messaggio cristiano, facendolo uscire dalla Palestina, spetta a Paolo di Tarso. La sua predicazione si volse nelle città, con la conseguenza che le campagne restarono legate ai culti tradizionali. Per coloro che rifiutavano il messaggio di salvezza fu coniato il termine pagano (contadino).
Il Cristianesimo dovette però affrontare la difficile prova delle persecuzioni. La diffidenza verso i cristiani nasceva dal fatto di essere stati assimilati agli ebrei, i quali più volte si erano ribellati all’impero. Successivamente essa si fece sempre più forte e sfociò in ostilità aperta man mano che apparivano sempre più evidenti i segni di una crisi di enormi dimensioni (quella che tra II e III secolo colpì duramente l’Impero). All’origine della crisi c’erano lo sviluppo eccessivo delle città e l’abbandono delle terre da parte dei contadini. Il peso delle spese per il bilancio statale divenne insostenibile tra il II e il III secolo, quando fu necessario destinare alla difesa (contro la minaccia dei Germani) quote sempre più rilevanti delle entrate dello Stato. Carestie, epidemie, rivolte contadine fecero da sfondo a sanguinose guerre civili.
L’Impero riuscì a riprendersi grazie a imperatori di grande spessore politico. Il personaggio chiave fu Diocleziano, che per impedire l’abbandono delle campagne legò in maniera definitiva i contadini alla terra. Diocleziano attuò anche una riforma della costituzione, che portò alla divisione dell’autorità imperiale tra due Augusti e due Cesari; questi ultimi avrebbero dovuto succedere ai primi, nominando a loro volta altri due Cesari. Il Cristianesimo, con il suo intransigente monoteismo, fu avvertito da Diocleziano come un elemento di pericolo per la pace e l’unità interna, perciò fu fatto oggetto di una grande persecuzione a partire dal 303. Il suo successore, Costantino, ebbe l’intuizione che il Cristianesimo potesse diventare l’elemento di forza dell’impero. Così, nel 313, emanò con l’Augusto d’oriente, Licinio, l’Editto di tolleranza (Editto di Milano) che concedeva libertà di culto ai cristiani.
Agli inizi del IV secolo si diffuse la dottrina del prete Ario di Alessandria (Arianesimo), il quale sosteneva che il figlio di Dio incarnatosi in Cristo non aveva lo stesso grado di divinità del Padre, ma era a lui subordinato. L’imperatore Costantino fu così indotto a riunire nel 325 d.C. il concilio di Nicea (il primo concilio ecumenico), dove fu condannata la dottrina di Ario. Quello che poteva apparire un fatto episodico era destinato a diventare l’inizio di un processo, nel corso del V secolo, che portò alla formazione di una nuova ideologia imperiale che assegnava all’imperatore la responsabilità della difesa dell’ortodossia.
Nei successivi concili ecumenici i temi in discussione coinvolgevano anche la figura di Maria: i Nestoriani (seguaci di Nestorio, patriarca di Costantinopoli) volevano chiamarla non “madre di Dio” ma “madre di Cristo” per evitare ogni possibilità di confusione tra la persona umana e la persona divina del Cristo. Un punto fermo nella contesa fu posto dal Concilio di Calcedonia del 451, che dichiarò Cristo vero Dio e vero uomo, dotato di due nature distinte ma inseparabili. Gli oppositori di questa soluzione furono i monofisiti (da un termine greco che significa “una sola natura”) di Alessandria, che sostenevano che l’umanità e la divinità di Cristo si fondono appunto in una sola natura.
Nel frattempo si sperimentava una forma di vita cristiana che si presentava come distacco totale dalla società: il monachesimo. Il fenomeno non era peculiare del mondo ellenistico-romano; il paese in cui per primo il fenomeno assunse notevoli dimensioni fu l’India, acquisendo poi ai tempi di Alessandro Magno grande rinomanza nel mondo greco-ellenistico. Il monachesimo cristiano nacque in Egitto nel III secolo. Nella sua fase iniziale appare diffuso tra le classi inferiori e caratterizzato da una totale sfiducia verso ogni speculazione intellettuale e dalla ricerca di una completa solitudine. A questi esempi si affiancarono presto forme meno aspre di esperienza monastica. Si ebbero così colonie di eremiti e, con la diffusione del cenobitismo ad opera di Pacomio, fu promossa la creazione di monasteri (maschili e femminili) in cui l’ascesa era praticata in maniera moderata. Basilio, vescovo di Cesarea, non fondò un vero e proprio ordine basiliano ma si limitò a promuovere le sue Regole, che non costituivano un codice di leggi ma indicazioni e ammaestramenti per i cristiani che vivevano in comunità.
Nel frattempo la cultura aristocratica delle città dell’impero stava assorbendo l’esperienza del monachesimo del deserto. Lo si vide soprattutto in occidente. Personaggio chiave è Gerolamo; egli, dopo aver compiuto gli studi a Roma, visse da eremita nel deserto di Calcide, in Siria. Ritornato a Roma, fu costretto ad abbandonare la città per l’ostilità crescente contro lo stile di vita monastica. Ma i monasteri maschili e femminili sorsero assai numerosi a Roma e altrove, soprattutto per l’iniziativa dei vescovi quali Ambrogio di Milano e Paolino di Nola.
Un altro personaggio importante del monachesimo tardonatico in Italia è Cassiodoro, il quale, dopo essere stato stretto collaboratore di Teodorico, re degli Ostrogoti, nel 540 si ritirò nei suoi possedimenti di Vivarium, presso Squillace in Calabria, dove fondò un monastero. Si trattava non tanto di un luogo di ascesi e di penitenza, quanto di una scuola dove si svolgeva un’intensa attività intellettuale e scrittoria; l’obiettivo era quello di salvaguardare il patrimonio culturale romano, ma l’operazione non era possibile. Importante fu invece l’opera di Cassiodoro e dei suoi discepoli per la trasmissione dei testi antichi e l’elaborazione di programmi di studio per la scuola medievale.
La diffusione del monachesimo in Gallia è legata a Martino, vescovo di Tours. Egli nel 357 abbandonò la vita militare e abbracciò la vita ascetica. La sua Vita, scritta dal discepolo Sulpicio Severo, divenne il primo manuale di spiritualità monastica dell’Occidente. Al suo nome è da affiancare quello di Giovanni Cassiano che, dopo essere stato in Palestina, in Egitto e a Costantinopoli, si diede a diffondere in Provenza gli ideali e le tradizioni del monachesimo orientale. Il centro monastico che in Gallia ebbe però maggiore risonanza si formò nell’isola di Lerins, intorno a Onorato, dove fu realizzato un misto di cenobitismo ed eremitismo. Poco si sa invece delle prime vicende del monachesimo in Spagna, in Gran Bretagna e in Irlanda (qui furono gli abati dei monasteri ad assumere la direzione delle Chiese locali).
Il monachesimo benedettino è il punto d’arrivo di tutte le esperienze tentate fino ad allora dai monaci dell’Occidente. Benedetto da Norcia era abate del monastero di Montecassino, per esso scrisse intorno al 540 una Regola. C’è un rapporto tra essa e la Regola del Maestro, quest’ultima è stata considerata per secoli una sua imitazione. Ma oggi sappiamo che essa non è un’imitazione ma la fonte dell’altra. La Regola del Maestro è stata redatta in Italia tra il 500 e il 530 in un’area compresa tra Lazio, Umbria e Campania; quella di Benedetto tra il 530 e il 560 nella stessa zona. La Regola Benedettina quindi non fu il primo codice monastico. Il suo pregio consisteva nella capacità di mettere a frutto l’esperienza del monachesimo orientale e occidentale. Tutte le norme sono improntate a grande moderazione e realismo, e ai monaci non si chiede mai nulla di eccessivamente gravoso.
Capitolo 2 - L’Occidente romano-germanico
La civiltà germanica si formò lentamente, in seguito all’espansione degli Indoeuropei nell’Europa del nord, dove si fusero con le popolazioni indigene. Si possono individuare nell’ambito delle popolazioni germaniche tre grandi gruppi: quello settentrionale in Scandinavia e Danimarca, quello tra l’Oder e la Vistola e quello occidentale nell’attuale Germania a est del Reno.
Il primo contatto con i romani avvenne nel II secolo a.C., quando i Cimbri e i Teutoni dalla Danimarca si spinsero fino in Spagna, in Gallia e in Italia, dove furono sconfitti da Mario. La conquista della Gallia da parte di Cesare rese definitivo il contatto tra romani e germani. Accadeva anche che agli scontri e alle carestie si alternassero gli scambi commerciali.
I germani erano allevatori e praticavano un’agricoltura con metodi assai primitivi, per cui il suolo diventava presto improduttivo, di qui i continui spostamenti alla ricerca di terre più ricche. Il popolo era diviso in clan (nuclei parentali), l’organizzazione della società e del potere ruotava tutta intorno alla guerra. L’unica gerarchia esistente era quella dei duces, capi militari riconosciuti tali per prestigio guerriero, ma anche per la potenza magico-sacrale delle stirpi cui appartenevano. Essi erano però soggetti al controllo di un consiglio di anziani e all’approvazione dell’assemblea del popolo in armi. Il popolo germanico praticava una sorta di democrazia diretta, l’unico strumento per emergere era la capacità, fondata sul valore in guerra, di aggregare intorno a sé un certo numero di giovani guerrieri. Il gruppo in origine si scioglieva dopo ogni impresa, in seguito invece tese a stabilizzarsi. All’origine di questa evoluzione c’era l’influenza della civiltà romana. La stabilizzazione del comitato creò le premesse per l’emergere di elites guerriere, tendenti a superare anche le tradizionali separazioni tra i clan.
La penetrazione dei germani occidentali nel territorio dell’impero si faceva sempre più consistente. Già dal I secolo il loro apporto si rivelò indispensabile sia per il reclutamento delle legioni da schierare a difesa dei confini sia per il popolamento delle regioni periferiche. Agli inizi del III secolo la presenza germanica all’interno dell’esercito era ormai prevalente anche ai vertici. La sempre crescente pressione lungo i confini spinse l’impero ad accogliere nelle regioni lungo il confine del Reno tribù di Franchi, Alemanni e Burgundi, e respinse gli assalti dei Goti, che vennero sconfitti dall’imperatore Claudio II e non furono più un pericolo. Si tentò anzi di ridurre l’aggressività, favorendone la conversione al cristianesimo ad opera del vescovo goto Ulfila, il quale nel 341 tradusse in gotico ampi brani della Bibbia.
Un evento esterno impresse un’accelerazione improvvisa al corso della storia: l’arrivo dalle steppe asiatiche degli Unni. Travolti e inglobati nella loro dominazione prima gli Alani e poi gli Ostrogoti (Goti dell’est), gli invasori investirono i Visigoti (Goti dell’ovest). Questi ottennero dall’autorità imperiale di poter passare il confine, stanziandosi in Tracia. Gli Unni nel frattempo, organizzati come orda, vedevano affievolirsi la loro spinta espansiva man mano che si allontanavano dalle loro regioni di origine. La loro pressione ebbe l’effetto di provocare un grosso sommovimento tra le popolazioni germaniche.
Intanto l’insediamento dei Visigoti in Tracia si stava rivelando difficoltoso, ne nacque una guerra che terminò nel 378 con uno dei più grandi disastri militari della storia romana: la distruzione dell’esercito imperiale da parte della cavalleria gotica presso Adrianopoli e la morte dell’imperatore Valente. Il generale Teodosio (futuro imperatore) riuscì a stipulare un nuovo accordo con i Visigoti che prevedeva il loro trasferimento nell’Illirico.
Con Teodosio fu possibile restaurare l’unità imperiale, questo però non poteva annullare i vari motivi che rendevano le due parti dello stato sempre più diverse tra di loro. Fu perciò inevitabile che alla sua morte l’impero venisse diviso definitivamente tra i due figli Onorio e Arcadio. Il padre impose ad Onorio la tutela del generale vandalo Stilicone e mise Arcadio sotto la guida del goto Rufino. La posizione di Stilicone, stretto collaboratore di Teodosio, si faceva però di giorno in giorno più delicata per l’opposizione all’interno della corte verso gli elementi di origine germanica.
La situazione precipitò nel 406 quando il confine del Reno fu superato da Vandali, Alani e Svevi diretti in Gallia, e da qui in Spagna. Ad essi si aggiunsero Franchi e Burgundi. Il prestigio di Stilicone ne fu fortemente scosso e finì vittima di una sollevazione delle truppe di nazionalità romana. Questo aprì le porte dell’Italia ai Visigoti guidati da Alarico, i quali nel 410 entrarono a Roma saccheggiandola, il che fece riesplodere le polemiche tra pagani e cristiani (i primi rinnovarono la condanna al Cristianesimo, considerato, insieme ai barbari, responsabile della crisi dell’impero).
Il crollo della frontiera del Reno segnò una data di non ritorno. Morto qualche mese dopo Alarico, i Visigoti risalirono l’Italia e ottennero di potersi stanziare come federati in Aquitania, nella Gallia meridionale, contribuendo a sospingere sempre più verso il sud della Spagna Vandali e Alani. Vandali, Alani, Svevi, Franchi, Burgundi, Visigoti furono tutti riconosciuti da Onorio e dai suoi successori come federati e quindi posti a carico dei proprietari romani sulla base dell’istituto dell’hospitalitas, che prevedeva l’obbligo per i proprietari di cedere un certo delle loro terre ai Germani.
I Vandali sconfitti in Spagna dai Visigoti, nel 429 sotto la guida del re Genserico passarono in Africa imponendo alla regione un duro dominio che non si mitigò neanche quando nel 435 furono riconosciuti come federati dell’impero. Intanto la Britannia verso la metà del V secolo fu invasa da Angli, Sassoni e Juti. Essi si sostituirono alla popolazione celtica, spingendola verso il Galles e la Cornovaglia, mentre i Bretoni per sottrarsi al loro dominio, attraversarono la manica e si stabilirono in Bretagna.
L’autorità dell’imperatore dell’Occidente, la cui residenza era stata spostata da Milano a Ravenna, si esercitava ormai sull’Italia e sulle province con essa confinanti. Dopo la scomparsa di Stilicone ben presto apparve chiaro che l’apporto dell’elemento germanico era essenziale per la sopravvivenza dell’impero d’Occidente, per cui si tornò a una politica di convergenza tra romani e barbari. Di essa si fece interprete Ezio che riprese la politica di Teodosio e Stilicone, per utilizzare i germani contro gli unni, i quali sotto la guida di Attila avevano invaso la Gallia. Ezio riuscì nel 451 a batterli sui Campi Catalaunici alla testa di un esercito formato da Visigoti e Burgundi. L’anno dopo Attila penetrò in Italia distruggendo Aquileia. La sua marcia si arrestò sul Mincio dove gli andò incontro il papa Leone I in qualità di ambasciatore di Valentiniano III.
Nel 454 Ezio fu ucciso dallo stesso Valentiniano III, il quale a sua volta cadde l’anno dopo per mano di due seguaci di Ezio. Dopo vi fu un succedersi rapido di imperatori privi di potere effettivo. Lo sciro Odoacre dopo aver deposto nel 476 il giovanissimo imperatore Romolo Augustolo rimandò a Costantinopoli le insegne imperiali, dichiarando di voler governare l’impero d’Occidente in nome dell’imperatore d’Oriente con il solo titolo di patrizio.
Teodorico, re Ostrogoto, nel 489, per incarico dell’imperatore Zenone preoccupato per l’espansionismo di Odoacre in Dalmazia, portò in Italia il suo popolo. L’aristocrazia e l’episcopato cattolico si volsero subito dalla sua parte. Con gli ostrogoti era la prima volta che si stanziava in Italica un intero popolo, inoltre non si instaurò la dominazione degli Ostrogoti sulla popolazione romana ma si realizzò la coesistenza di due comunità con distinti ordinamenti giuridici e unite soltanto nella figura di Teodorico.
I Goti, gli unici ad avere il diritto di portare le armi, erano governati da comites (conti). I romani continuavano a vivere secondo il diritto romano ed erano inquadrati nell’apparato politico-amministrativo dall’aristocrazia. Teodorico tentò di tenere le due comunità distinte richiamando in vita una vecchia legge romana del 370 che vietava i matrimoni tra romani e barbari, e sostenendo l’Arianesimo. Ora l’aristocrazia gota entrava a far parte del consiglio del re ma non più del senato, presidio della romanità.
Cassiodoro, uno dei più illustri rappresentanti, insieme a Boezio e Simmaco, della colta aristocrazia romana che si stri...
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