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Riassunto esame Storia Medievale, prof. Esposito, libro consigliato Manuale Storia Medievale, Montanari Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia Medievale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Manuale Storia Medievale di Montanari.
Sono riassunti gli eventi basilari che si sono succeduti dalla caduta dell'impero romano d'occidente alla nascita degli stati nazionali nei secoli XIV - XV. Si ripercorrono gli eventi principali, le date storiche da ricordare e i concetti... Vedi di più

Esame di Storia medievale docente Prof. A. Esposito

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giuramento all’imperatore. Si ponevano così le basi di una conflittualità tra impero e chiesa che in età ottoniana non

arrivò ancora a manifestarsi per via della debolezza del papato.

14.4 L’impero dagli Ottoni ai Salii

Conquistati il regno italico e la corona imperiale, Ottone I cercò di rafforzare la propria posizione in Italia a danno dei

domini bizantini del Meridione. In questo caso però il progetto di espansione militare fallì, quindi fu avviata un’azione

diplomatica che avrebbe dovuto portare a un riconoscimento della nuova autorità di Ottone da parte degli imperatori

di Bisanzio. Dopo alcune non facili missioni diplomatiche, raggiunse i suoi obiettivi. L’imperatore bizantino,

politicamente debole, cedette alle pressioni di Ottone, riconoscendone di fatto il rango e acconsentendo al

matrimonio tra sua nipote e il figlio di Ottone I, chiamato anche lui Ottone. Il tentativo di Ottone I di acquisire l’Italia

meridionale attraverso il legame matrimoniale si rivelò ben presto velleitario, in considerazione del fatto che la sposa

di Ottone II era una principessa di “seconda fila”. Infatti dopo la morte del padre, Ottone II dovette verificare che da

parte bizantina non vi era alcuna intenzione di attuare i patti stabiliti, infatti quando salì al trono di Bisanzio Basilio II,

egli rinnegò le scelte del predecessore.

Inoltre Ottone II dovette far fronte alla minaccia dei Saraceni, contro i quali avviò una spedizione fallimentare. La sua

precoce morte bloccò qualsiasi altro progetto e suo figlio Ottone III era ancora un bambino. Tuttavia la madre e la

nonna di Ottone III riuscirono a garantirgli la successione ai titoli paterni, che egli poté assumere una volta compiuti i

sedici anni. Cresciuto nel mito dell’impero, Ottone III cercò di trasformare in realtà il modello di regalità elaborato

dagli intellettuali della sua corte.

Rispetto al progetto politico di Ottone I, quello di Ottone III era fortemente sbilanciato sul versante ideologico: ovvero

Ottone III non curò pragmaticamente i rapporti con i grandi dell’impero e finì per scontrarsi con i detentori dei poteri

concreti sul territorio, sia in Germania che in Italia. La renovatio imperii vagheggiata da Ottone III, si scontrò con una

realtà fatta di poteri forti e violenti. Cacciato da Roma in seguito a ripetute sollevazioni dovette rifugiarsi in un

monastero dove morì senza eredi. Si riapriva così la lotta alla successione.

Dopo non pochi contrasti fu eletto re di Germania Enrico II duca di Baviera, il quale rinunciò al sogno imperiale

“romano” di Ottone III e cercò piuttosto di rafforzare la propria autorità nei confronti del potere locale. Ciò che non

riuscì a Enrico II fu il mantenimento della corona regia nella mani della sua famiglia. Morto senza figli fu eletto suo

successore Corrado II duca di Franconia, appartenente alla famiglia dei Salii, un lignaggio che riuscì a mantenere il

potere per quattro generazioni. Cap 15

L’anno Mille: continuità e trasformazioni

15.1 I terrori del Mille

Quando l’anno Mille scoccò quasi nessuno vi fece caso; per cominciare i sistemi di datazione erano così diversi da una

località all’altra che i capodanni del Mille furono non uno ma molti. Inoltre, l’idea che il millennio potesse coincidere

con eventi apocalittici era nota solo ai frequentatori di dotte e ristrette cerchie. Solo una cronaca scritta nel XII secolo

parla di quell’anno come di un momento tragico, menzionando un terremoto e il passaggio di una cometa che aveva

illuminato il cielo di notte descrivendo l’immagine di un serpente. Essa non dice nulla a proposito della paura che il

mondo finisse, ma fu proprio sulla base di questo testo che verso la fine del XVI secolo si costruì il mito secondo cui

“l’orribile cometa” avrebbe costituito per molti “l’annunzio dell’ultimo giorno”. Il mito si basava su un passo

dell’Apocalisse e sin dalla sua elaborazione rinascimentale, la tesi di un anno Mille vissuto nel terrore ebbe un grande

successo e fu ripresa da storici, letterati e poeti fino a tutta l’età romantica, quando cominciò a essere contestata

grazie alla nascita filologia scientifica.

15.2 Continuità e discontinuità dell’economia. L’espansione agraria 35

Dal punto di vista demografico la mutazione non fu repentina, lungo i secoli VIII fino al XIV il numero e la densità degli

uomini aumentarono enormemente. Per dare conto di questa crescita si è ricorso in passato a varie spiegazioni: alcuni

hanno pensato alla ripresa dei commerci, altri alle innovazioni tecnologiche e al miglioramento dell’alimentazione.

Oggi si tende a non conferire più a questi elementi il ruolo di responsabili della crescita e, ci si chiede quali erano state

“le cause del precedente blocco”.

La nuova immagine della crescita demografica, non più repentina e violenta, ma lunga e graduale, la fa apparire come

un fenomeno fisiologico; in ogni caso, la crescente pressione demografica costrinse a ricercare una quantità maggiore

di risorse. Nuove tecnologie intensificarono la possibilità di sfruttamento delle fonti energetiche: il mulino ad acqua si

affermò ovunque; il giogo frontale dei bovini e il collare del cavallo, due modi di attaccare l’animale all’aratro,

consentirono, assieme all’uso della ferratura, di ottimizzare la forza animale in agricoltura; infine si diffuse al rotazione

triennale, ossia l’uso di far riposare una parte della terra (il maggese) non più ogni due anni, ma ogni tre.

Anche non considerando queste innovazioni come causa della crescita ma come suoi effetti, rimane aperto il

problema di datarne la diffusione. Si è cominciato ad anticipare l’inizio della rivoluzione tecnologica attorno ai secoli IX

e X, in ogni caso, più ancora del miglioramento delle tecnologie, l’elemento decisivo per aumentare la produzione fu

l’allargamento degli spazi coltivati. L’ampliamento della superficie coltivata si ebbe sia in quelle zone che, all’interno

delle curtes erano ancora incolte, sia in ambienti più isolati e disabitati dove i signori cercavano di crearsi nuovi spazi

di potere e di ricchezza: nascevano così le “villenuove” e i borghi “franchi” (cioè esenti). Molti nomi di località sono

collegati a questo generale movimento: In Italia, i toponimi legati a “ronco”, “roncole” e simili derivano dal grande

falcione utilizzato per disboscare; località come Borgofranco o Francavilla sono invece chiaramente connesse alla

fondazione di nuovi insediamenti.

All’occupazione delle nuove terre e al maggior sfruttamento di quelle già disponibili contribuirono in maniera diversa

ma convergente i grandi proprietari (laici ed ecclesiastici) e i contadini liberi. Ma i processi che spinsero gli uni e gli

altri ad agire si rendono visibili, ancora una volta, prima dell’anno Mille. Già nel X secolo entrò in crisi la bipartizione

che stava alla base della curtis, quella tra dominicum e massaricium; a questo fenomeno le cui cause sono tuttora

discusse, si accompagna la riduzione dei prebendarii, gli schiavi agricoli alloggiati sulla riserva. I contadini, alleggeriti

dall’obbligo delle corvées, si ritrovarono a godere di una maggiore disponibilità del proprio lavoro ed ebbero tempo e

modo di ottimizzare in maniera diversa le proprie rendite. I proprietari, intervennero attivamente nella

programmazione economica, sollecitando le innovazioni che facevano crescere i loro profitti. Dal punto di vista

economico, dunque, l’anno Mille e il secolo XI non rappresentarono una mutazione improvvisa, una cesura

determinante, la trasformazione iniziò più di un secolo prima e continuò a lungo, tuttavia secondo la maggior parte

degli storici, pur non avendo un valore periodizzante dal punto di vista economico, l’anno Mille costituì comunque una

svolta epocale.

15.3 La “mutazione feudale”

Con il termine “mutazione feudale” si intende l’idea secondo cui attorno al Mille si realizzò una delle più importanti

trasformazioni nella storia delle istituzioni politiche europee: la nascita di una forma di controllo politico del territorio

definita “signoria di banno”, esercitata da grandi proprietari capaci di attorniarsi di clientele vassallatiche, di costruire

fortezze come strumento di difesa e di dominio. La prima formulazione di questa tesi risale agli anni Cinquanta e fu

ripresa da molti studiosi che enfatizzarono l’anno Mille come il momento del passaggio dal sistema di produzione

antico, fondato sul lavoro degli schiavi, al sistema di produzione signorile, in cui la dimensione economica era divenuta

decisiva.

A questa linea interpretativa si contrappose la tesi della continuità, secondo la quale dall’età carolingia al XIII secolo

non vi furono scosse rilevanti, ma una sostanziale continuità. Da molti studiosi però, questa tesi è stata considerata

troppo estremista.

15.4 Fra politica ed economia: l’anno Mille come sintomo

A parere di Wickham attorno alla fine dell’VIII secolo si passò da un sistema sociale “a base contadina”, in cui

l’intervento aristocratico era assente, a un sistema sociale orientato in senso aristocratico. Prima della trasformazione

la società era povera perché i contadini avendo a disposizione solo una rendita fondiaria bassa, non riuscivano a

incentivare né l’artigianato né il commercio. Dopo la trasformazione le nuove élites cominciarono a intervenire

direttamente nella conduzione delle terre: la rendita fondiaria aumentò e con essa il resto della produzione,

l’artigianato e il commercio. Su questa esperienza comune alle società europee si innestarono secondo Wickham le

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diverse vicende politiche dell’età post-carolingia. Laddove, come nella pianura padana, lo stato impiantato dai

Carolingi aveva coinvolto le aristocrazie nella gestione del potere, furono gli stessi signori a promuovere lo sviluppo

economico. In zone come la Catalogna, invece, in cui il conte carolingio aveva tenuto lontane dal potere le élites locali,

queste, aumentando nel numero e nelle ricchezze lo combatterono e riuscirono ad eliminarlo. Qui fu la crescita

economica a influenzare l’evoluzione politica. Cap 16

Il nuovo monachesimo e la riforma della chiesa

Secoli X-XII

16.1 Verso la riforma della chiesa

Il secolo XI fu decisivo per l’affermarsi di un’organizzazione centralizzata della chiesa, basata su un modello

monarchico. Un contributo importante al rinnovamento della chiesa venne dal mondo monastico; all’interno di

alcuni monasteri si avvertì la necessità di ridare un prestigio e una credibilità morale alla chiesa, per permetterle di

difendere più efficacemente la sua posizione di guida della cristianità. Al contrario di quanto si è spesso sostenuto,

questa “riforma monastica” non contestava le ricchezze e i beni ecclesiastici, che, anzi, erano visti come legittimi se

servivano a dimostrare e rappresentare il fulgore della chiesa; ciò che si proponeva era l’estensione a tutta la chiesa

del modello monastico, basato sulla preghiera e la purezza del corpo. Principali portavoce di questa posizione furono i

monaci di Cluny, un’abbazia fondata attorno al 910 in Borgogna da uno dei “grandi” della Francia del tempo,

Guglielmo duca d’Aquitania. Fu merito dei suoi abati e della loro abile politica di mediazione tra i potenti locali e il

papato, se l’abbazia riuscì ad acquisire una forte autonomia.

L’abbazia di Cluny raggiunse grande notorietà anche per il modello di vita monastica che riuscì ad elaborare, basato

sulla specializzazione liturgica. Furono proprio i monaci di Cluny a elaborare e a diffondere la festa dei morti che ancor

oggi il mondo cristiano celebra il 2 novembre e a ribadire il valore della verginità come requisito necessario per chi

volesse fare da mediatore tra mondo terreno e mondo celeste. Il “modello monastico” proposto da Cluny incontrò

ben presto un ampio favore in quanto non metteva in discussione l’ordine sociale, anzi Cluny ben presto divenne una

delle abbazie più ricche d’Europa, grazie alle donazioni dei potenti che confidavano nelle preghiere dei monaci per

salvare l’anima; inoltre, sottraendosi al controllo vescovile, gli abati di Cluny si sottoposero direttamente al papa, di

cui riconobbero il primato. Nacque in tal modo una rete di priorati (così definiti in quanto affidati a un priore, ovvero

un “vice abate”) che costituirono una congregazione.

Cluny non fu l’unica protagonista del rinnovamento monastico, in Italia, per esempio, nel medesimo periodo

iniziarono a sorgere piccole comunità monastiche che rifiutavano la trasformazione di molte abbazie benedettine in

centri di potere. Esemplare da questo punto di vista fu la figura di Romualdo da Ravenna, che, ispirandosi ai “padri del

deserto” fondò nell’Italia centrale alcuni “eremi”, il più importante fu quello di Camaldoli nell’appennino tosco-

romagnolo.

A partire soprattutto dai movimenti riformatori monastici si diffusero istanze critiche nei confronti del clero, che

contestavano usanze largamente diffuse quali la simonia e il nicolaismo. Col primo termine, derivato dal nome di un

si indicava l’acquisto

personaggio biblico, Simon Mago, che tentò di comprare da Pietro il dono delle guarigioni,

di cariche ecclesiastiche, una pratica che dal X secolo era divenuta assai comune. Col secondo termine, che

si

appare già nell’Apocalisse di Giovanni e che probabilmente deriva dal nome di un diacono, chiamato Nicola,

indicavano i favorevoli al concubinato o al matri monio degli ecclesiastici . I movimenti antisimoniaci e

antinicolaiti si posero l’obiettivo di “moralizzare” la chiesa e ben presto fecero breccia tra le frange riformatrici della

stessa gerarchia ecclesiastica.

Accanto ai movimenti riformatori interni all’ordinamento ecclesiastico si diffusero anche movimenti religiosi di

ispirazione “pauperistica”, che predicavano un ideale evangelico di povertà, la rinuncia ai beni secolari e il ritorno alla

chiesa delle origini. Presenti soprattutto in ambito cittadino, essi contestarono in particolare l’alto clero locale. Perciò

trovarono in alcuni casi degli inaspettati alleati in quei papi che, nei medesimi anni, tentavano di rafforzare il controllo

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sulle chiese locali. Esemplare fu il caso della “patarìa”, un movimento d’ispirazione pauperistica che si diffuse a Milano

nel secolo XI in seguito alla predicazione del diacono Arialdo; esso fu ben presto coinvolto nella lotta che in città

contrapponeva il clero riformatore al vescovo. Sappiamo che i patarini si trasformarono in uno strumento attraverso il

quale la chiesa romana riuscì a riportare sotto il proprio controllo quella milanese, infatti la loro critica contro la

corruzione del clero milanese fu fatta propria da alcuni esponenti riformatori, che cercavano di rafforzare l’autorità

papale mediante la subordinazione gerarchica delle chiese locali.

16.2 La ridefinizione del papato

L’accelerazione verso un profondo rinnovamento della chiesa avvenne, paradossalmente, quando l’elezione papale fu

riportata sotto il diretto controllo imperiale, dopo che, per diversi anni, era stata monopolizzata da alcune famiglie

influenti dell’aristocrazia romana.

La pratica della simonia anche nel conferimento della carica papale non era una novità, tuttavia la drammaticità di

questi eventi e la contemporanea presenza di tre papi determinarono l’intervento dell’imperatore Enrico III.

Convocato un concilio a Sutri, egli fece deporre tutti e tre i papi e nominare un vescovo “tedesco”, estraneo agli

ambienti romani.

Il sistema della “chiesa imperiale” si basava su un’attenta selezione, anche morale, delle persone che andavano a

ricoprire la carica vescovile, in quanto il potere regio dipendeva direttamente dalla loro affidabilità. Fu così che in

Germania prima che altrove vi furono vescovi antisimoniaci. Tra i papi voluti da Enrico III il più duraturo fu Leone IX,

che chiamò a Roma alcuni dei principali esponenti riformatori e ingaggiò una dura battaglia contro la simonia e il

nicolaismo. Nella sua opera di ripristino dell’autorità pontificia, Leone IX si scontrò con il patriarca di Costantinopoli,

riguardo al controllo delle chiese locali nell’Italia meridionale. Proprio a partire da questo conflitto si giunse nel 1054

alla rottura definitiva tra chiesa di Roma e chiesa di Costantinopoli, con uno scisma ancor oggi non ricomposto.

Leone IX morì lo stesso anno ma la sua opera di riforma fu proseguita dai successori; morto anche Enrico III, fu eletto

imperatore il figlio che però era ancora minorenne. In questo vuoto di potere ripresero il sopravvento le famiglie

dell’aristocrazia romana, che dovettero confrontarsi con altri potenti dell’Italia centrale, come gli esponenti della

famiglia Canossa-Lorena. La nuova situazione d’incertezza si rispecchiò nel rapido susseguirsi di papi sostenuti dai vari

schieramenti, Una nuova svolta si ebbe con l’elezione di Niccolò II, sostenuto dai riformatori e dai Canossa-Lorena. Il

nuovo papa volle fissare nuove regole per l’elezione pontificia, legalizzando, di fatto, la procedura che l’aveva portato

al soglio pontificio in spregio alla Constitutio romana secondo la quale era l’imperatore a dire la parola definitiva

nell’elezione pontificia. Promulgò pertanto il decreto col quale si stabiliva che il diritto di scegliere il papa spettava

esclusivamente ai cardinali. Che tutto ciò non potesse facilmente essere accettato dalla corte imperiale risultò chiaro

quando si dovette procedere all’elezione del successore di Niccolò II.

In nuovo eletto Alessandro II, non fu riconosciuto dalla corte imperiale che gli contrappose un altro papa. Era ormai

chiaro che attorno all’elezione papale si giocavano equilibri più ampi. Gli intellettuali d’area riformatrici enfatizzando il

ruolo del papa e ripristinando un nuova moralità, parallelamente toglievano alla carica imperiale quegli elementi di

sacralità che l’avevano contraddistinta sin dall’età di Carlo Magno; se l’imperatore era solo uno dei tanti re, perché

avrebbe dovuto intromettersi nell’elezione papale? Se era privo di sacralità, come poteva permettersi di nominare dei

vescovi? Queste domande furono alla base dell’aspro contrasto che si determinò nella seconda metà del secolo,

quando l’imperatore Enrico IV, uscito dalla minorità, cercò di difendere un ruolo e un titolo che, dalla morte di suo

padre, erano stati svuotati di gran parte delle loro prerogative.

16.3 Enrico IV, Gregorio VII e la lotta per le investiture

Tradizionalmente, il contrasto fra chiesa e impero che caratterizzò la seconda metà del secolo XI viene ricordato come

“lotta per le investiture”. In realtà la questione delle investiture, ovvero la possibilità per gli imperatori di eleggere

vescovi, che tradizionalmente esercitavano i poteri pubblici nelle città, era solo uno degli aspetti di un contrasto più

radicale, che riguardava la stessa legittimazione del potere imperiale.

L’uscita di Enrico IV dalla minorità segnò un momento importante nella lotta con il papato, anche perché fu nominato

papa uno dei fautori principali del movimento riformatore, il monaco che assunse il nome di Gregorio VII. La sua

nomina avvenuta per acclamazione popolare e non secondo quanto stabilito dal decreto di Niccolò II, pose

immediatamente il problema della sua legittimità. Gregorio VII inviò in Germania dei legati cercando di ricondurre a

proprio vantaggio il malumore di alcuni grandi del regno, poco propensi ad accettare il ripristino del potere imperiale

dopo la lunga parentesi della minorità di Enrico. L’intromissione dei legati pontifici nelle questioni interne dell’impero

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produsse però un effetto contrario a quello sperato: gran parte dei vescovi tedeschi si schierarono apertamente a

favore di Enrico IV. Si scatenò a questo punto una serie di interventi di reciproca delegittimazione tra papa e

imperatore. Gregorio VII condannò le investiture imperiali, rendendole nulle. Probabilmente nel medesimo anno cercò

di dare un fondamento dottrinale al primato papale attraverso il cosiddetto Dictatus papae, un insieme di 27

proposizioni che definivano ruoli e funzioni del papato e delle chiesa di Roma.

Solo il papa, si afferma in alcune proposizioni, può istituire o deporre i vescovi; solo lui può deporre l’imperatore; solo

lui può usare le insegne imperiali; solo lui può sciogliere i sudditi dall’ubbidienza verso i sovrani. Negli anni successivi

Gregorio VII cercò di trasformare queste affermazioni in realtà di fatto, Enrico IV, di fronte all’opera di

delegittimazione perseguita dal pontefice, non rimase inerte. Come pronta risposta convocò a Worms un concilio dei

vescovi tedeschi che dichiarò deposto Gregorio VII. A sua volta Gregorio VII comminò all’imperatore la scomunica,

fatto di particolare gravità in quanto significava lo scioglimento dei sudditi dall’obbligo di obbedienza. Gli oppositori

interni di Enrico IV non tardarono a trarne profitto e a sollevarsi contro l’imperatore. Fu in questo contesto che

avvenne il famoso episodio di Canossa. Enrico IV si vide costretto a scendere a patti con il papa. Nell’inverno del 1076-

1077 si recò presso il castello di Canossa, nell’appennino emiliano, dove la potente contessa Matilde, stretta alleata di

Gregorio VII, ospitava il papa e l’abate di Cluny. Enrico IV fu umiliato: in veste di penitente dovette aspettare tre giorni

e tre notti prima di essere ammesso al cospetto del papa, che però fu costretto a ritirare la scomunica. Rilegittimato il

proprio potere, l’imperatore tornò in Germania e riprese la precedente politica con più vigore. Fu così che Enrico IV

convocò a Bressanone un sinodo di vescovi filo imperiali che elesse papa l’arcivescovo di Ravenna che assunse il nome

di Clemente III.

Quattro anni dopo l’imperatore occupò Roma e insediò Clemente III sulla cattedra di Pietro, Gregorio VII fu portato in

salvo dalle truppe normanne di Roberto il Guiscardo. Dopo la morte di Gregorio VII la conflittualità tra chiesa e impero

continuò, anche se i suoi successori cercarono di attuare una politica più flessibile.

Dopo circa un quindicennio di conflitti e di trattative nel 1122 la lotta per le investiture fu risolta con il concordato di

Worms, sottoscritto dall’imperatore Enrico V e da papa Callisto II. In esso si conveniva che l’elezione dei vescovi

doveva essere fatto ovunque nel rispetto dei canoni, cioè dal clero e dal popolo delle città, ma che nel regno di

Germania era ammessa la presenza dell’imperatore. Per sottolineare anche visivamente tutto ciò fu stabilito che

l’imperatore dovesse consegnare al vescovo cui attribuiva degli incarichi uno scettro, ma non l’anello e il pastorale

simboli dell’investitura ecclesiastica. Si concludeva così, sia pure in modo compromissorio la “lotta per le investiture”.

Gli scontri dell’XI secolo lasciarono un’eredità rilevante anche al di fuori della chiesa. L’aspra lotta tra Gregorio VII ed

Enrico IV contribuì a minare profondamente l’ideologia imperiale. A partire da quest’epoca gli imperatori tedeschi

videro sempre più messa in discussione la loro autorità e, nonostante l’apparire sulla scena di importanti personalità

come Federico I o Federico II di Svevia, le loro ambizioni universalistiche apparvero sempre più improbabili di fronte al

rafforzamento di altri sovrani europei. Cap 17

La costruzione delle monarchie feudali

Secoli XI-XII

17.1 L’uso politico dei rapporti feudali da parte delle monarchie

Tradizionalmente le popolazioni germaniche attribuivano al re la funzione di mantenere la pace, proteggere i deboli e

condurre la guerra. Tale funzione era ancora chiaramente percepita nel secolo XI, ma rispetto all’epoca dei regni

romano-barbarici e all’età carolingia era andato consolidandosi l’aspetto territoriale dei poteri politici, a tenere unite

le società era il fatto che esse vivevano su un determinato spazio, un territorio. I re attribuivano un’origine sacra al

proprio potere e questa relazione privilegiata che avevano col divino si espresse nell’allestimento di complesse liturgie

di incoronazione, spesso accompagnate dall’unzione. In Francia e in Inghilterra si creò la mitologia dei re

“taumaturghi”, capaci di guarire con il loro tocco, durante le adunanze, i sudditi affetti da particolari malattie. Tali

adunanze andavano nella stessa direzione dell’uso di appellativi aulici (come per Filippo di Francia detto “Augusto”).

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Tutto ciò serviva ad affermare il re come principe superiore agli altri; allo stesso scopo si prestò la riformulazione del

legami vassallatici.

Quando le monarchie cominciarono ad affermarsi, la gestione del potere era nel suo momento di massima

frammentazione; in particolare era venuto meno l’obbligo del servizio armato, anche perché ogni vassallo era legato a

un gran numero di signori e si creavano insanabili conflitti di priorità. Il beneficio insomma era divenuto puramente

patrimoniale ed ereditario. Dalla fine dell’XI secolo la tendenza si invertì e alcuni grandi principi territoriali

cominciarono a restaurare la propria autorità sui vassalli. Essi imposero loro di prestare un omaggio “ligio” e iniziarono

a far ricorso al cosiddetto “feudo di ripresa”. Con questa pratica il vassallo cedeva loro un bene che veniva tuttavia

immediatamente riconcesso in feudo allo stesso vassallo. In tal modo il signore otteneva il riconoscimento formale

della propria supremazia. Inoltre cercarono di affermare il carattere superiore della propria giustizia stabilendo che i

sudditi dovevano rivolgersi al tribunale regio in caso di delitti particolarmente gravi.

17.2 La monarchia normanna in Inghilterra

Con la battaglia Hastings del 1066 Guglielmo duca di Normandia conquistò l’Inghilterra, ponendo fine alla monarchia

anglosassone. I Normanni provvidero a impiantare una fitta maglia di castelli che Guglielmo (divenuto re di Inghilterra

e detto ora “il Conquistatore”) concesse in cambio dell’omaggio feudale.

Con l’estinzione in linea maschile della famiglia di Guglielmo salì al potere Enrico II, primo re della famiglia dei

Plantageneti. Egli provvide a ridurre il margine di potere acquisito dalla grande nobiltà recuperando i diritti regi,

facendo distruggere numerose fortezze e migliorando l’amministrazione. In particolare stabilì che i baroni potessero

pagare un’imposta che li esentava dalla prestazione del servizio militare, in tal modo cominciarono a cambiare i

rapporti tra il re e la grande nobiltà, il cui ruolo militare andava diminuendo. Enrico II cercò di sottomettere alla

giustizia regia anche il clero, con le Assise di Clarendon, una sorta di elenco dei diritti rivendicati dalla corona, definì in

termini larghissimi la potestà giudiziaria del re. Ma il suo antico cancelliere, Thomas Becket, divenuto arcivescovo di

Canterbury, si oppose, innescando un conflitto con il sovrano che gli costò la morte. L’omicidio di Becket scatenò una

vasta reazione e costrinse il re a fare penitenza inchinandosi sulla sua tomba, ma al di là di questo atto formale di

sottomissione, la giurisdizione regia ne uscì notevolmente rafforzata. Alla sua morte Enrico II lasciava all’Inghilterra un

sistema politico forte e organizzato con al proprio vertice il re. Questa efficiente macchina cominciò a scricchiolare

dopo la morte del successore di Enrico II, Riccardo Cuor di Leone.

Nel corso del regno di Giovanni Senza Terra la corona perdette la maggior parte dei possedimenti oltre la Manica,

terre di pertinenza di quel ducato di Normandia da cui il regno inglese aveva preso le mosse. Questi territori avevano

ostacolato l’espansione del regno di Francia, che solo ora riuscì a conquistarli. Ma anche all’interno dell’Inghilterra gli

equilibri si ruppero. Riaffacciarono le proprie pretese la chiesa e i baroni, e si espresse anche la crescente potenza

delle città mercantili, come Londra.

La coalizzazione di queste forze portò alla scrittura della Magna Charta, 1215, un documento che, nelle intenzioni di

coloro che l’avevano sollecitato, limitava l’eccessiva autorità che il potere regio aveva assunto dall’epoca di Enrico II.

17.3 I Capetingi in Francia

I primi cinque sovrani della dinastia capetingia esercitarono il loro potere solo in una limitata fascia di territorio posta

tra la Loira e la Senna. Le cose cominciarono a cambiare solo all’inizio del XII secolo, quando Luigi VI rivolse la sua

azione a reprimere l’indipendenza dei signori di banno che all’interno del demanio regio si erano ormai

completamente appropriati delle prerogative pubbliche e imponevano tasse a chiese e mercanti.

In quest’epoca il principato dei Capetingi non fu l’unico a rafforzarsi ai danni dei signori di castello. Anche altri

principati attestati sul territorio francese procedevano in questa direzione. Si tratta di un elemento chiave per

comprendere i progressi futuri della monarchia francese: i territori che questa avrebbe acquisito per vie dinastiche a

partire dal secolo XII erano strutture politicamente stabili grazie alle politiche di accentramento già compiute al loro

interno dai principi prima della conquista regia. Benché in molti casi fossero formalmente legati al regno da un

rapporto vassallatico, questi principi continuarono per lungo tempo a trattare da pari a pari con il re di Francia.

Proprio da una questione di diritto feudale iniziò lo scontro dei sovrani francesi con i più potenti dei loro vicini, i

Plantageneti, signori del Maine e della Normandia oltre che dell’Inghilterra. Accadde infatti che Goffredo Plantageneto

investì suo figlio Enrico, del ducato senza chiedere il consenso a Luigi VII. Il re, interpretando l’atto come un’ostile

affermazione di indipendenza, minacciò la guerra e riuscì ad ottenere l’omaggio del giovane figlio di Goffredo. Lo

scontro tuttavia ci fu quando Eleonora moglie di Luigi VII divorziò per sposare Enrico portandogli in dote l’Aquitania. Si

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verificò quindi una situazione per la quale Enrico, divenuto nel frattempo re d’Inghilterra, era formalmente vassallo

del Capetingio ma in realtà più potente di lui in quanto controllava una grande porzione della Francia. La guerra

proseguì per diversi anni fino a quando non si giunse ad una pace che riconosceva il rapporto vassallatico.

Nonostante la guerra, fu con Luigi VII che i re francesi rafforzarono l’autorità regia e iniziarono ad ottenere

sistematicamente la prestazione dell’omaggio ligio. Questa formalizzazione delle relazioni feudali progredì

ulteriormente sotto il regno di Filippo Augusto, caratterizzato dall’espansione territoriale. Infatti dopo la morte di

Enrico II, Filippo riuscì a strappare a Riccardo Cuor di Leone e a Giovanni Senza Terra la maggior parte dei territori che

detenevano al di qua della Manica, come la Normandia. A queste vittorie fecero seguito una serie di riforme: la nascita

di un nuovo ordine di funzionari i “balivi” che controllavano i beni posseduti dalla corona, o l’omaggio che tutte le

truppe dei signori feudali erano costrette a rendere al re.

17.4 La monarchia normanna in Italia meridionale

I cavalieri normanni provenienti dal ducato di Normandia affermatosi in Francia giunsero nel Mezzogiorno italiano al

principio del secolo XI, chiamati dai principi longobardi e bizantini in lotta tra loro. I servizi prestati dai Normanni come

condottieri furono ricompensati dai principi con la costituzione a loro favore della contea di Aversa e del ducato di

Melfi. Il pontefice Leone IX preoccupato dal costituirsi di questo nuovo centro di potere, raccolse un esercito per

disperdere i Normanni ma fu sconfitto a Civitate. I suoi successori preferirono scendere a patti: a Melfi, infatti, Niccolò

II stipulò un concordato con due capi normanni, Riccardo di Aversa e Roberto il Guiscardo, il vincitore di Civitate,

divenuto signore di parte della Puglia. In cambio della sottomissione feudale al papato i due ricevettero

rispettivamente il principato di Capua e il ducato di Puglia, Calabria e Sicilia. Negli accordi coesistevano due elementi:

quello più propriamente feudale e quello teologico - sacrale. In linea con quanto i canonisti andavano elaborando nel

contesto della riforma della chiesa, il papa era considerato figura più importante di un normale signore.

La conquista della Sicilia, promossa da Ruggero, fratello di Roberto il Guiscardo, si svolse con alcune interruzioni fino

alla fine del secolo XI, quando grazie ai conflitti interni alle fazioni musulmane riuscì a conquistare l’isola. Al

sostanziale mantenimento dell’amministrazione islamica fece riscontro una completa ridefinizione delle circoscrizioni

ecclesiastiche siciliane. La nomina dei titolari delle diocesi fu il principale strumento di affermazione dei Normanni.

Con la morte dei due fratelli che avevano dato sostanza all’egemonia normanna nel Meridione, i destini della Sicilia e

del continente vennero provvisoriamente a divergere. Mentre la Sicilia riuscì a mantenere la propria coesione anche

durante l’interregno dovuto alla minorità dei figli di Ruggero, nelle regioni continentali l’unità politica si disgregò. Da

questa disparità trasse vantaggio, una volta diventato re, Ruggero II di Sicilia, che riuscì ad assumere il controllo anche

dei domini continentali. Nel 1140 Ruggero promulgò in un’assemblea aperta a tutti i vassalli del regno l’Assise di

Ariano che comprendeva una serie di ordinamenti volti a estendere il controllo del re sulle giurisdizioni particolari,

quelle di feudatari e città. Nonostante ciò il potere regio si basava su una costruzione fragile che entrò in crisi già alla

morte di Ruggero II. La monarchia normanna riuscì tuttavia a mantenere un certo equilibrio fino a che per mancanza

di eredi diretti, la corona passò a Costanza figlia superstite di Ruggero II che, sposando l’imperatore Enrico VI, portò il

regno di Sicilia nelle mani della casa di Svevia.

17.5 I regni iberici e la “reconquista”

Lo sviluppo delle monarchie iberiche si inserisce nel più ampio contesto della reconquista, il processo attraverso il

quale, tra la fine del X e l’inizio del XIV secolo, alcuni piccoli regni cristiani del nord riuscirono a conquistare i vasti

territori in mano ai musulmani. Alla base di questo processo vi fu la generale crisi del mondo musulmano.

Dal punto di vista militare, l’XI secolo fu segnato dal continuo avanzamento degli eserciti cristiani, dovuto ad una certa

facilità di penetrazione delle zone periferiche del territorio musulmano, tale avanzata arrivò sino alle regioni centrali

della Spagna. A frenare l’espansione cristiana contribuì l’evoluzione interna dei regni del nord, in particolare quello di

Castiglia-Leon. In un primo tempo la scarsità di risorse aveva spinto i sovrani a lasciare che l’aristocrazia, impegnata

nell’espansione territoriale fosse ricompensata attraverso i bottini e le terre conquistate, sennonché questa stessa

aristocrazia si era ormai arricchita a tal punto da diventare una minaccia per la stessa corona. Si manifestò, quindi,

anche nella penisola iberica la necessità di riscrivere le relazioni tra regno e baroni, come ad esempio, la

riorganizzazione delle strutture feudali imponendo prestazioni collettive e legando i benefici dei vassalli alla

prestazione dell’omaggio al re. 41

Cap 18

Società cittadina e origine degli ordinamenti comunali

Secoli XI-XII

18.1 Come nacquero i comuni?

Nel processo di dissoluzione dell’impero carolingio la progressiva frammentazione del territorio e del potere pubblico,

in una molteplicità di signorie locali si accompagnò, in Italia, all’acquisizione di diritto o di fatto da parte dei vescovi

dell’intera gamma dei poteri pubblici all’interno della città. Entro le comunità cittadine non ci furono, insomma,

soltanto un signore e dei sottoposti, ma assunse importanza un insieme di persone che contribuì all’effettivo governo

della città.

18.2 Milano e gli “ordines” della società cittadina

Le vicende che meglio si prestano a esemplificare quanto andiamo dicendo sono quelle di Milano. Nella prima metà

del secolo XI l’arcivescovo Ariberto d’Intimiano era espressione del gruppo sociale dei cosiddetti capitanei, i grandi

signori stretti da legami vassallatico-beneficiari con la chiesa vescovile. A loro volta, tali grandi signori avevano legato a

sé, con vincoli analoghi, altri soggetti, i valvassores. Scoppiò un acceso conflitto fra i capitanei e i valvassores, poiché

questi ultimi pretendevano di trasmettere ereditariamente i benefici loro concessi. L’arcivescovo si schierò con i

capitanei e gli esponenti della nobiltà minore; la situazione tuttavia si complicò per il diritto d’intervento

dell’imperatore Corrado II, il quale, nell’intento di rafforzare l’autorità imperiale in Italia, emanò una disposizione

legislativa che garantiva ai vassalli dei capitanei la trasmissione ereditaria dei benefici. Tali disposizioni, favorevoli

all’aristocrazia minore, non garantirono però all’imperatore il controllo effettivo di Milano. Infatti quando Corrado II

decise di processare l’arcivescovo milanese e pose l’assedio alla città, si trovò a dover fronteggiare la difesa compatta

dell’intera cittadinanza, capitanei, valvassores e il populus, ossia tutti quei cittadini che non erano soggetti a legami

vassallatico-beneficiari. I milanesi ebbero la meglio e dimostrarono come, indipendentemente dalle divisioni interne,

la cittadinanza era decisa a far fronte comune rispetto a un potere esterno.

18.3 I comuni cittadini nella lotta per le investiture

L’azione riformatrice dell’impero, così come quella della chiesa, pretendeva di sottoporre al proprio controllo la

nomina dei vescovi cittadini e di sottrarre il clero canonicale alle strette relazioni parentali. Sia il potere imperiale, in

un primo tempo, sia l’autorità papale, imposero alle città vescovi estranei alla società locale ; come prima reazione a

questi tentativi di controllo si formarono all’interno delle città due opposti schieramenti politici, dei quali l’uno,

costituito dal ceto dominante urbano, volto alla conservazione delle autonomie locali, l’altro composto in prevalenza

dagli esclusi del regime precedente, favorevole ai cambiamenti proposti dalla riforma. In questo dualismo interno era

pressoché indifferente l’adesione alla parte filo-papale piuttosto che filo-imperiale, trattandosi soprattutto di opporsi,

o di affiancarsi, a chiunque, papa o imperatore, mettesse in discussione gli equilibri tradizionali.

18.4 Le prime istituzioni comunali

Da questa situazione di conflitto, che si inseriva nell’ampio contesto di scontro della cosiddetta “lotta per le

investiture” emerse nelle città una volontà di pacificazione sociale da cui prese avvio un nuovo sistema politico,

l’ordinamento comunale. I cittadini si distaccarono dalla figura del vescovo e sostituirono la tradizionale riunione

spontanea dei cittadini davanti alla cattedrale, con assemblee non elettive che chiamarono conciones. Tali assemblee

elessero come loro rappresentanti dei “consoli”. Il consolato fu una magistratura collegiale composta da almeno due

fino a ventiquattro o più membri, che fu posta a guida, politica, militare e giudiziaria, del nuovo organismo: il comune.

Si usa datare l’inizio dell’esperienza comunale nelle diverse città dal momento in cui nella documentazione appaiono

agire i consoli: così a Pisa e a Lucca si individua l’origine del comune nel 1085, a Bologna nel 1123. Alcuni storici

tuttavia ritengono che si possa parlare di comune semplicemente quando la cittadinanza agisce in modo autonomo: in

tal modo si anticipa la vicenda al secolo X; altri studiosi estremizzando in direzione opposta, negano che si possa

considerare organizzata in comune una città quando i consoli, paiono agire ancora sotto la protezione e la direzione

vescovile.

18.5 Basi culturali e ideologiche del movimento comunale 42

Le discussioni storiografiche sulla magistratura consolare, e sulla sua specifica importanza, sono in realtà estranee alla

consapevolezza dei contemporanei, i quali, peraltro, manifestarono in modo chiaro quale momento ritenessero

fondante per la loro autonomia: quello in cui cominciarono a conservare la documentazione relativa ai loro diritti

patrimoniali e giurisdizionali. Tale fenomeno costituisce uno dei punti di rottura più significativi della storia europea: è

infatti da questo momento che cessa la cosiddetta “egemonia ecclesiastica” nella conservazione della

documentazione scritta. Proprio nella produzione e nella conservazione documentaria è stato individuato il tratto

culturale più caratteristico della nuova realtà istituzionale. Il ricorso alle forme contrattuali, l’esigenza di fissare in

forma scritta i tempi e i modi delle conquiste del nuovo organismo cittadino procedettero di pari passo con la

riscoperta e il reimpiego del diritto romano come strumento base per la convivenza civile. E’ in quest’ottica che vanno

interpretati i numerosi richiami alla romanità di stampo repubblicano di cui si fece un largo uso ideologico come il

termine console per designare i magistrati. L’insieme di questi fattori esprime una precisa volontà di contrapporre la

società cittadina ai regimi di stampo signorile diffusi nel territorio.

18.6 La conquista del contado

Il fattore che assieme all’indipendenza politica discrimina la storia delle città comunali italiane del centro-nord da

quella delle altre regioni europee è la capacità di proiettarsi al di fuori delle mura alla conquista di un territorio:

territorio che coincideva in larga misura con quello della diocesi cittadina. La conquista di questi territori fu nell’Italia

centro-settentrionale un processo rapido, estremamente violento, di grande efficacia. Le città riuscirono ad

assoggettare buona parte dei loro contadi. Il controllo del contado costituiva un obiettivo imprescindibile soprattutto

dal punto di vista economico. Il sostentamento materiale degli abitanti delle città dipendeva in modo pressoché

esclusivo dal mercato e , di conseguenza, dalla capacità delle classi dominanti di garantire un regolare

approvvigionamento.

La concentrazione della proprietà della terra nelle mani dei cittadini comportò cambiamenti importanti

nell’organizzazione del lavoro nelle campagne. I possessori urbani vedevano nel possesso della terra principalmente

una risorsa economica: essi si sostituirono progressivamente a una proprietà aristocratica che identificava invece nel

possesso fondiario la base per l’esercizio di poteri signorili. Specchio di questo diverso atteggiamento furono le

spettacolari operazioni di affrancamento dei servi messe in atto da alcuni governi cittadini che perseguivano il triplice

scopo di sottrarre manovalanza alle clientele aristocratiche, aumentare gli introiti fiscali e favorire la circolazione della

manodopera. Altra conseguenza fu la trasformazione dei rapporti di lavoro. Scomparvero le richieste di prestazioni

d’opera, la libertà personale dei coloni fu maggiormente garantita ma le nuove forme contrattuali crearono inedite

situazioni di dipendenza, non più sociale ma economica, di contadini dai proprietari.

18.7 La specificità del fenomeno: le città europee e dell’Italia meridionale

La nascita delle istituzioni comunali segna una netta divaricazione tra le città dell’Italia centro-settentrionale e quelle

delle altre regioni europee, da un lato, e dell’Italia del sud, dall’altro. Nella Francia continentale in un primo tempo le

cittadinanze lottarono per ottenere dal re o dal signore territoriale il riconoscimento di uno statuto giuridico diverso.

Solo in un secondo momento alcune città rivendicarono autentiche forme di autogoverno. Si crearono così da un lato i

comuni e dall’altro le città di franchigia: nel primo caso l’autogoverno della cittadinanza fu ufficialmente riconosciuto,

nel secondo caso, assai più diffuso, furono concessi ristretti margini di autonomia. Le città tedesche rimasero a lungo

soggette al potere dei vescovi, in tempi successivi anche nelle città germaniche si svilupparono forme assembleari,

esse però non ottennero mai forme di indipendenza politica concreta dai principati.

Una vicenda analoga a quella delle città del continente europeo vissero le città dell’Italia meridionale, esse vennero

progressivamente assoggettate al dominio normanno: non riuscirono, pertanto, generalmente a sviluppare istituzioni

autonome. Cap 19

La nascita della cavalleria e l’invenzione delle crociate

Secoli XI-XIII

19.1 La cavalleria: un nuovo protagonista della storia europea? 43

La questione dell’origine della cavalleria fu affrontata attorno gli anni Trenta del XX secolo da Marc Bloch, che la legò

strettamente a quella relativa allo sviluppo del feudalesimo. Bloch infatti propose di distinguere tra una prima età

feudale, caratterizzata dalla centralità dell’omaggio, cioè del giuramento di fedeltà prestato dal vassallo, e una

seconda età feudale, caratterizzata invece dall’importanza del beneficio, ovvero l’insieme di beni ottenuti dal vassallo.

L’avvicendamento tra queste due “età” sarebbe avvenuto a partire dalla seconda metà del secolo XI. Proprio in questo

periodo, l’affermazione del feudalesimo avrebbe portato a termine un decisivo mutamento nell’organizzazione

sociale, circoscrivendo sempre più il “mestiere delle armi” a un’élite formata dai signori e dai loro vassalli. Questa

specializzazione dell’uso delle armi secondo Bloch sarebbe confermata dall’affermazione di una nuova cerimonia

attraverso la quale una persona poteva accedere al mestiere delle armi, chiamata adoubement. Durante questa

cerimonia chi era destinato a divenire cavaliere otteneva la spada e riceveva un colpo simbolico sulla gota o sulla nuca

dalla mano del cavaliere più anziano che dirigeva la cerimonia. La diffusione dell’adoubement avrebbe fatto sì che i

cavalieri si percepissero come un gruppo sociale a se stante, dal quale si sarebbe sviluppata una nuova classe basata

su un preciso statuto giuridico: la nobiltà.

La tesi di Bloch determinò un vasto dibattito anche al di fuori della storiografia francese, in particolare in Germania e

in Italia. Nuove ricerche la misero in discussione, in particolare quelle condotte Duby. Nel giro di alcune generazioni il

titolo di cavaliere si sarebbe esteso a tutto il ceto aristocratico, divenendo già nella prima metà del secolo XI

l’elemento distintivo “dell’antica nobiltà” che ha acquistato finalmente un contorno e una definizione, cristallizzandosi

attorno al mestiere delle armi e ai privilegi che sul piano giuridico tale mestiere procura. Duby, in tal modo, includeva

nelle “trasformazioni” dell’anno Mille anche l’affermarsi di una nuova nobiltà coincidente con la cavalleria. Tali

conclusioni hanno suscitato, a loro volta, una nuova serie di studi. I risultati di molti di questi studi sono stati

comparati e ricondotti a un unico modello in una delle più recenti “teorie generali” sulla cavalleria, elaborata da un

altro storico francese, Flori.

Per Flori sino al XIII secolo la cavalleria non costituisce né un ordine né una classe: essa è sostanzialmente una

professione che poteva essere praticata da persone di ceto sociale diversificato. Solo nel Duecento, all’interno di un

nuovo contesto politico, si giungerebbe a una graduale chiusura della cavalleria. Ma, al contrario, di quanto affermava

Bloch, per Flori non fu la cavalleria a trasformarsi in nobiltà; al contrario, fu la nobiltà ad appropriasi della dignità

cavalleresca.

19.2 I primi cavalieri

Attorno al Mille lo sviluppo dei castelli avevano reso necessario un numero crescente di specialisti della guerra, di

persone che si dedicassero alla difesa del loro signore e dei suoi beni. Sono questi i milites delle fonti, i cavalieri, in

questa prima fase frequentemente di umili origini. In diverse lingue volgari il termine che traduceva il latino miles

rimandava proprio a un contesto sociale basso. Nei medesimi anni si viene affermando, soprattutto in ambito tedesco,

la figura dei “ministeriali”, servi che ricoprivano importanti incarichi e spesso guidavano gli uomini armati di un

signore. Nel corso del secolo XI, però, “il mestiere” del cavaliere venne sempre più specializzandosi. La tipologia dei

combattimenti in cui i cavalieri erano coinvolti, assedi e brevi assalti, determinò anche lo sviluppo di nuove tecniche di

combattimento basate soprattutto sullo scontro individuale. I cavalieri si specializzarono nell’uso di un’arma sin allora

secondaria, la lancia, una lunga asta di legno con una punta aguzza di metallo, che veniva tenuta orizzontalmente, ben

salda sotto l’ascella, per puntare e colpire l’avversario. Questa nuova tecnica di combattimento portò allo sviluppo di

nuove armature protettive, di nuovi elmi e scudi. In tal modo l’armamento del cavaliere divenne sempre più costoso.

Parallelamente, le spettacolari azioni di guerra dei cavalieri determinarono il loro successo personale e una rapida

crescita del loro prestigio. Gli stessi “allenamenti”dei cavalieri, i tornei, divennero una sorta di spettacolo guerresco

destinato a grande fortuna.

La crescita di cavalieri nobili era, indirettamente, anche una conseguenza dell’affermazione in ambito nobiliare di una

struttura familiare di tipo verticale che privilegiava la parentela paterna e i primogeniti. In precedenza, invece, tra le

famiglie aristocratiche era prevalsa una struttura familiare di tipo orizzontale, caratterizzata da un certo equilibrio tra

le linee parentali paterna e materna. Con l’affermarsi della signoria di banno, molte famiglie eminenti si radicarono

nella regione in cui possedevano il castello e la maggior parte dei loro beni. Era importante, per questo nuovo

contesto, non suddividere il patrimonio familiare, spesso di dimensioni ridotte. Ma, se la discendenza al primogenito

favoriva la coesione del patrimonio familiare, essa creava anche forti discriminazioni tra i figli. I “cadetti” ossia i non

44

primogeniti, privi di beni personali, erano costretti a cercare fortuna lontano dalla casa paterna, mettendo a frutto

l’unico mestiere che conoscevano, quello delle armi.

I cavalieri non ancora affermati, di qualsiasi origine sociale fossero, spesso si univano in compagnie che si spostavano

di corte in corte, di città in città, partecipando a combattimenti e tornei. Loro fine principale era quello di costituirsi

una base economica, contrarre matrimonio e stabilizzarsi. I testi ci informano che le compagnie di cavalieri erranti

frequentemente erano protagoniste di rapine e saccheggi. Proprio per disciplinare il loro comportamento e ricondurlo

a finalità di maggior vantaggio sociale si diffuse il movimento della “pace di Dio”: vista l’incapacità dei sovrani di

tutelare la pace nei loro territori, i vescovi con l’appoggio dei signori locali convocavano assemblee durante le quali

facevano giurare ai cavalieri di astenersi da violenze ingiustificate. Gli ecclesiastici che avevano promosso tali iniziative

cercarono anche di definire un modello etico al quale il cavaliere avrebbe dovuto attenersi. Egli doveva farsi difensore

dei poveri, dei deboli, delle donne e dei fanciulli, aderendo a un’immagine che nel XII secolo si propagò anche grazie

all’epica cavalleresca, a romanzi che narravano le vicende di cavalieri ispirati dalla fede. Cornice ideologica di questa

concezione della cavalleria fu un modello di organizzazione sociale su base tripartita. In tale modello la società era

rappresentata come un insieme organico di tre ordini (ordines):

 Oratores, coloro che pregano per la salvezza dell’anima di tutti;

 Bellatores, coloro che combattono in difesa di sé e degli altri;

 Laboratores, coloro che lavorano producendo il sostentamento materiale dell’intero corpo

sociale.

Come Dio è uno e trino, anche la società in base a questa proiezione ideologica, è costituita da tre “membra” di un

unico corpo, che debbono agire con un unico fine, la difesa e propagazione della cristianità. In questo quadro si

inserisce anche l’origine delle crociate.

19.3 Cavalieri e pellegrini: l’invenzione della crociata

Mentre si affermavano i poteri locali e si veniva costituendo la cavalleria, anche la chiesa visse una stagione di

profondo rinnovamento, partito da alcune grandi abbazie come Cluny e giunto ben presto a Roma. Una delle

componenti di questo rinnovamento religioso fu la crescente importanza e diffusione della pratica del pellegrinaggio,

in particolare quello diretto a Roma e Gerusalemme. Ben presto alle due città sante si aggiunse una nuova meta

privilegiata di pellegrinaggio, Santiago de Compostela, in Spagna. Qui, nell’ambito della cosiddetta “reconquista” fu

lanciato il culto di San Giacomo maggiore, fratello di san Giovanni Evangelista, che, secondo una leggenda, sarebbe

stato tra i primi evangelizzatori della penisola iberica. Il luogo divenne rapidamente un importate meta di

pellegrinaggio, anche grazie all’intervento dei monaci di Cluny che propagarono il culto del santo, favorendo l’arrivo di

migliaia di fedeli cristiani là dove nei medesimi anni si stava conducendo la guerra di espansione contro i musulmani.

L’appoggio diretto alla reconquista dato da papa Alessandro II che emanò una bolla che concedeva l’indulgenza,

ovvero la remissione dei peccati, a chi avesse partecipato alla lotta contro i Mori, nome con cui le fonti spesso

definiscono i musulmani, fece sì che molti cavalieri francesi partissero per la Spagna. L’idea di difendere ed espandere

la fede cristiana con le armi era ormai sancita. Non a caso sono proprio questi gli anni in cui inizia a diffondersi la

tradizione letteraria che ricorda le tragiche vicende di Carlo Magno e dei suoi paladini in Spagna.

A questo contesto va collegato l’appello che, secondo alcune fonti, papa Urbano II, avrebbe fatto durante un concilio

tenutosi in Francia a Clermont. Si sarebbe trattato di un appello di pacificazione ai nobili e cavalieri cristiani che da

tempo si contrapponevano in lotte fratricide: proprio per espiare questi loro peccati il papa li avrebbe esortati a

intraprendere un pellegrinaggio armato verso Gerusalemme. In realtà non sappiamo che cosa disse veramente

Urbano II, perché la sua allocuzione è riportata da fonti di epoca successiva, cronache che narrano la conquista di

Gerusalemme a fatti ormai avvenuti. Sulla base di queste fonti e di altri testi successivi si è voluto credere che avesse

bandito la prima crociata, ossia che avesse già allora la consapevolezza di che cosa fosse una crociata e che già avesse

in mente l’idea di organizzare una spedizione militare finalizzata alla conquista di Gerusalemme. Oggi invece, è stato

messo in evidenza come il concetto di crociata sia stato elaborato solo nel Duecento, per indicare le spedizioni militari

avviate sia per espandere militarmente la cristianità e difenderne i confini, sia per reprimere i nemici interni della

chiesa, i cosiddetti eretici. Sino al XIII secolo il termine crociata non è mai stato utilizzato nelle fonti, che si riferiscono

a quelle spedizioni con termini generici legati alla pratica del pellegrinaggio: iter, peregrinatio, passagium.

19.4 In armi verso la “Terrasanta” 45

Quando fece il suo appello Urbano II probabilmente non intendeva bandire una crociata ma solo esortare i cristiani a

una sorta di pellegrinaggio espiatorio. Egli pertanto, al contrario di quanto a lungo si è sostenuto non fu mosso né

dalla richiesta dell’imperatore di Bisanzio contro il “pericolo turco”, né da una presunta nuova oppressione dei

musulmani sui cristiani che si recavano a Gerusalemme. Gli esiti della predicazione però, andarono oltre la sua

volontà.

L’invito a organizzare un pellegrinaggio verso la Terrasanta inizialmente fu accolto con particolare favore dai ceti

popolari, tra cui erano maggiormente presenti le istanze di riforma religiosa. A essi si affiancarono gruppi di “cavalieri

poveri” animati da una confusa miscela di sentimenti religiosi e desideri di rivalsa sociale. Fu così che nacque la

cosiddetta “crociata popolare”, costituita da gruppi di pellegrini, armati e non, privi di qualsiasi organizzazione, guidati

da predicatori itineranti come Pietro l’Eremita. Lungo il percorso, questi “pellegrini” furono protagonisti di violenti atti

di intolleranza nei confronti di colore che, in vari modi e forme, venivano percepiti come nemici della cristianità, primi

fra tutti gli ebrei. Dopo aver percorso l’intera penisola balcanica, i pellegrini giunsero stremati in Anatolia, dove si

scontrarono militarmente con i Turchi, con esito disastroso. Nel frattempo Urbano II dopo una lunga opera

preparatoria, era riuscito a coinvolgere nell’iter verso il santo sepolcro alcuni dei maggiori esponenti dell’aristocrazia

francese e normanna. Partita nel 1096, dopo una serie di eventi drammatici la spedizione giunse a Gerusalemme, che

fu conquistata nel 1099 dopo sanguinosi combattimenti e massacri di popolazione inerme, testimoniati dai cronisti

cristiani e musulmani.

Non senza ragione Jacques Le Goff ha definito l’insediamento dei crociati in Palestina come il primo esempio di

colonialismo europeo. Nei territori conquistati furono fondati diversi regni: il più importante fu quello di

Gerusalemme, affidato a Goffredo di Buglione, uno dei signori che avevano guidato la spedizione. Il ceto dirigente di

questi regni era formato dai nobili e cavalieri che avevano partecipato alla crociata. L’organizzazione politica si basava

soprattutto sui legami feudali che legavano i cavalieri ai loro signori, tanto che, per alcuni storici, i regni crociati

costituiscono il primo esempio di monarchia feudale. In essi ben presto assunsero un ruolo importante gli ordini

religiosi istituiti per difendere i luoghi sacri e per ospitare e proteggere i pellegrini lungo il percorso in Terrasanta: così

i Templari, che stabilirono la loro sede presso il Tempio di Salomone; così gli Ospedalieri di san Giovanni o l’Ordine

teutonico, tutti ordini monastici caratterizzati dalla presenza al loro interno di monaci-guerrieri votati a difendere i

luoghi della cristianità con le armi. Successivamente, essi stabilirono delle sedi anche in Europa.

La Terrasanta non era importante solamente per il suo valore di simbolo religioso, era anche avamposto dei commerci

con l’Oriente; per questo nelle città costiere degli stati crociati si insediarono ben presto mercanti europei, provenienti

in particolare da Venezia, Genova, Pisa e Amalfi. Cavalieri crociati, monaci-guerrieri, commercianti si muovevano

spesso con intenti e interessi diversi; di conseguenza, la vita degli stati crociati fu caratterizzata da una forte

conflittualità interna, di cui approfittarono le popolazioni musulmane quando si furono riorganizzate dopo lo scacco

del 1099.

La reazione musulmana, che portò alla riconquista di diverse città, fu drammatizzata ed enfatizzata in Occidente. Ciò

accadde, per esempio, quando i cristiani persero la città di Edessa, posta vicino a un’importante rotta commerciale.

L’evento trovò vasta eco soprattutto nel regno di Francia, e fu proprio il re di Francia Luigi VII a farsi promotore di una

nuova spedizione verso le terre d’oltremare. Fu dunque Luigi VII a convincere da un lato il papa Eugenio III a

promuovere l’iniziativa, dall’altro, l’imperatore Corrado III a parteciparvi. Questa seconda crociata (1147-1148)

sembrava partire con i migliori auspici, ma fallì a causa dei contrasti tra i due sovrani che la guidavano. Nel frattempo

cresceva la conflittualità fra gli stati crociati, che non seppero fare fronte comune al nuovo attacco dei musulmani,

proveniente dall’Egitto, dove si era instaurato il nuovo regno di Salah ed-Din Yusuf, un condottiero di origine curda

conosciuto come Saladino o meglio come il “feroce Saladino”. L’espansione di Salah ed-Din non trovò ostacoli e

travolse anche gli stati crociati: la stessa Gerusalemme fu conquistata nel 1187. L’evento suscitò forte impressione in

Occidente e sollecitò un nuova spedizione in Terrasanta, la cosiddetta terza crociata (1189-1192), guidata dalle tre

maggiori personalità del mondo cristiano: l’imperatore Federico Barbarossa, il re di Francia Filippo Augusto, il re

d’Inghilterra Riccardo Cuor di Leone. Anche in questo caso non vi fu un reale coordinamento tra l’azione dei sovrani. Si

aggiunsero eventi tragici come l’improvvisa morte di Federico Barbarossa, caduto da cavallo, e le continue

conflittualità tra i gruppi che costituivano le diverse spedizioni. Il risultato fu lontano da quello sperato e Gerusalemme

rimase in mano musulmana.

19.5 Le molte crociate del XIII secolo 46

Le spedizioni indette fra la fine del secolo XI e la fine del XII per la conquista della Terrasanta furono episodi a se

stanti, legati a particolari contingenze e non riconducibili ad un unico disegno. Essi iniziarono a essere rappresentati

come una concatenazione di eventi agli inizi del XIII secolo, quando, con il pontificato di Innocenzo III, l’idea di crociata

divenne tema di approfondimento dottrinale. Innanzitutto essa venne definendosi come tentativo di ricondurre alla

cristianità occidentale tutti i territori che un tempo le erano appartenuti: non solo, quindi, la Terrasanta, ma anche

l’impero bizantino. Un primo esito di tale impostazione lo si ebbe con la quarta crociata (1202-1204), nella quale si

poté assistere a una sovrapposizione tra istanze papali, progetti militari e interessi economici, soprattutto di Venezia.

Ciò fece sì che lungo il percorso i crociati cambiassero il loro obiettivo: anziché sottrarre Gerusalemme ai musulmani,

sottrassero Costantinopoli ad altri cristiani. La città fu teatro di un saccheggio violento e feroce. Nei territori balcanici

e in parte di quelle anatolici dell’impero bizantino, fu creato il nuovo “impero latino d’Oriente”, destinato a

sopravvivere per circa un sessantennio.

Nei medesimi anni la crociata venne definendosi come mezzo per reprimere i “nemici della cristianità” anche

all’interno della cristianità stessa: in primo luogo gli eretici. Lo stesso Innocenzo III indisse una crociata contro i catari

della Francia meridionale, detti anche albigesi dal nome di una città, Albi, in cui erano particolarmente numerosi. Il

loro radicamento in questa regione era favorito dall’appoggio politico del conti di Tolosa. Contro i catari tolosani, rei di

aver ucciso un legato pontificio, e contro il conte di Tolosa, che avrebbe difeso gli assassini, fu scatenata la crociata di

Innocenzo III, il quale estese a tutti coloro che vi partecipavano gli stessi vantaggi spirituali concessi a coloro che

combattevano in Terrasanta. Il sud della Francia divenne teatro di scontri violentissimi, durati circa un ventennio, nel

corso dei quali il desiderio papale di controllare la cristianità si fuse con quello del re di Francia di estendere il suo

potere su tutti i territori del regno. Oltre che per riconquistare territori alla cristianità, la crociata servì anche a

estendere i confini. Fu questo il caso delle cosiddette “crociate del nord”, indette nel XIII secolo per sottomettere

popoli pagani quali i Balti, i Livoni e i Lettoni. Le spedizioni militari furono qui condotte da “specialisti” delle crociate, i

cavalieri dell’Ordine teutonico, che crearono un vero e proprio “stato crociato” nelle propaggini più orientali della

Germania.

Accanto alle nuove forme di crociata per tutto il Duecento si continuarono a organizzare spedizioni militari verso le

terre d’oltremare. Innocenzo III si fece promotore anche della quinta crociata (1217-1221), alla quale tuttavia non

presero parte i principali sovrani d’Occidente, impegnati a dirimere difficili questioni all’interno dei loro regni.

Obiettivo di questa crociata fu l’Egitto, considerato un importante avamposto dal quale organizzare la conquista dei

territori attorno a Gerusalemme. Anche in questo caso furono soprattutto i contrasti interni al movimento crociato a

far fallire l’iniziativa. Spettatore di alcuni episodi di questa crociata fu Francesco d’Assisi, che aveva raggiunto i crociati

nella speranza di convertire gli infedeli.

Più fortunata fu la spedizione condotta da lì a pochi anni, in modo anomalo, dall’imperatore Federico II. Nel momento

in cui partì per le terre d’oltremare nel 1228, egli era stato da poco scomunicato da papa Gregorio IX per non aver

affrontato l’impresa già l’anno prima. In modo del tutto inaspettato, Federico riuscì a riottenere Gerusalemme dopo

una lunga trattativa col sultano Al-Kamil, durante la quale furono trovate soluzioni di compromesso per garantire a

cristiani e musulmani un riconoscimento reciproco. La soluzione non fu accolta favorevolmente dal papa.

Le ultime due crociate verso il Medio Oriente (1248-1254 e 1270) ebbero un unico protagonista, re Luigi IX di Francia.

Mosso da una profonda e inquieta religiosità, egli si pose alla guida di due spedizioni risoltesi in altrettanti fallimenti.

Durante la prima il re fu catturato, durante la seconda morì di malattia appena sbarcato a Tunisi. Con la morte di Luigi

IX il progetto di riconquista di Gerusalemme fu definitivamente abbandonato.

Cap 20

L’impero bizantino e l’est europeo

Secoli VII-XV

20.1 Il restringimento territoriale

L’avvenimento che, nel VII secolo, contrassegnò la storia non solo di Bisanzio ma di tutto il mondo che si affacciava sul

bacino del Mediterraneo fu l’espansione islamica, che in tempi assai brevi si estese dalla penisola araba ai paesi

47

costieri del Medio Oriente, all’Africa settentrionale e alla penisola iberica. L’impero bizantino perse gran parte dei suoi

territori: la Siria, la Mesopotamia e l’Armenia in prima istanza, poi l’Egitto e le altre province africane. I Bizantini

persero anche il dominio sul mare: gli Arabi infatti si dotarono di una flotta efficiente e, forti della collaborazione delle

popolazioni costiere intrapresero azioni militari contro le isole di Cipro, Creta e Rodi. Gli Arabi condussero il loro

attacco fino a Costantinopoli, dove, però, le difese li respinsero definitivamente. La resistenza della città fu garantita

dall’utilizzo di una sorta di arma segreta dell’esercito bizantino, il “fuoco greco”, una miscela di petrolio, calce viva,

pece, zolfo, salnitro e fosforo che si incendiava a contatto con l’acqua ed era impiegato soprattutto nelle battaglie

navali. Se gran parte dei territori meridionali dell’impero vennero conquistati dagli Arabi, a nord-est premevano sulle

frontiere bizantine le popolazioni seminomadi degli Slavi e di Bulgari. Dopo i primi stanziamenti degli Slavi in ampie

aree della penisola balcanica, sopravvennero in seguito i Bulgari, che fondarono fra il Danubio e i Balcani, all’interno

del territorio imperiale, uno stato indipendente di cui Bisanzio fu costretta a riconoscere la legittimità.

20.2 Il riassetto amministrativo

Ormai il territorio soggetto all’autorità di Costantinopoli, nel secolo VIII, non raggiungeva in estensione, neppure la

terza parte di quello governato appena un secolo e mezzo prima da Giustiniano. Le strutture amministrative

dell’impero furono allora ridisegnate per corrispondere alla nuova realtà politica e territoriale. Base

dell’organizzazione dello stato divenne il théma, una circoscrizione di carattere militare che venne costituita in prima

istanza nei territori di frontiera. Il théma era affidato alla guida di un funzionario, lo stratego, che concentrava nella

sua persona i poteri militari e quelli civili. Veniva meno in tal modo la caratteristica più significativa dell’organizzazione

statuale romana, ossia la rigida separazione fra le funzioni politico-amministrative e quelle militari. Una delle finalità

principali del nuovo ordinamento era favorire lo stanziamento stabile dei soldati, gli stratioti, concedendo loro terre

che potevano trasmettere ereditariamente ai figli insieme con l’obbligo del servizio militare. Gli stratioti erano

esentati da gran parte dei carichi fiscali ed erano stipendiati per il servizio militare. Si venne formando in tal modo un

esercito nazionale.

Vennero favorite la piccola proprietà contadina e le comunità di villaggi rurali, che diventarono le unità di base

dell’amministrazione e dell’esazione fiscale a scapito delle città. L’amministrazione centrale dell’impero venne

profondamente riformata: scomparve l’impianto di uffici di stampo romano e vennero creati quattro grandi ministeri

preposti all’esercito, alle finanze, agli affari imperiali e alle comunicazioni. Spia dei cambiamenti in atto fu l’abbandono

del latino, sostituito dal greco come lingua ufficiale della corte e dell’amministrazione pubblica. Anche il diritto

giustinianeo venne progressivamente accantonato. La forte penetrazione di elementi di culture orientali a

Costantinopoli è attestata anche dai fastosi apparati e dai raffinati modi di vita della corte che circondava

l’imperatore, divenuto egli stesso oggetto di culto. Una nota merita la modalità di successione imperiale. L’ideologia

bizantina, erede in questo caso della tradizione romana, non prevedeva la successione ereditaria al trono; tuttavia gli

imperatori operarono in modo da assicurare la trasmissione della carica nel loro ambito familiare, strategia che

consentiva di tutelare gli interessi di gruppi dominanti che ne avevano favorito l’elezione. Fino a tutto il IX secolo la via

principale per accedere all’elezione imperiale fu una brillante carriera militare. Soltanto dal secolo X prevalse il

concetto dinastico.

20.3 La controversi iconoclasta

Agli inizi del secolo VIII l’impero bizantino aveva ormai definito un’identità territoriale, amministrativa e culturale che

lo rendeva estremamente diverso da quello che era stato l’impero romano d’Oriente. Aveva infatti frontiere ristrette,

un’economia basata prevalentemente sull’agricoltura, un impianto circoscrizionale basato su centri rurali. Soltanto la

religione, il cristianesimo, restava a baluardo di un’identità collettiva che aveva subito pesanti scossoni: ciò aiuta a

spiegare la profonda connessione fra vita civile e vita religiosa, che caratterizzò l’impero bizantino. Aiuta anche a

spiegare perché una controversia di mero carattere religioso, ossia se fosse lecito o meno venerare il Cristo e la

Madonna attraverso la riproduzione pittorica della loro immagine, riuscisse a travagliare la vita politica dell’impero per

ottant’anni. Gli iconoclasti (distruttori di immagini) riproponevano in forme nuove le controversie dottrinali che per

lungo tempo si erano affannate a discutere le modalità del culto di Cristo. Essi negavano che il divino fosse

rappresentabile, anche per influenza delle altre religioni monoteiste, l’islam e l’ebraismo. Gli iconoduli (adoratori di

immagini) ritenevano invece che proprio l’incarnazione di Cristo rendesse legittima la sua rappresentazione pittorica e

il culto della sua immagine materiale. 48

La controversi diventò un affare politico nel 726, quando l’imperatore Leone III emanò un decreto in base al quale si

vietava in tutto l’impero il culto delle immagini. Alcuni storici hanno pensato che la motivazione di fondo di questo

provvedimento fosse un deliberato attacco contro gli ordini monastici, estremamente ricchi e che grazie al culto delle

immagini avevano grande influenza sulla popolazione; altri che l’imperatore volesse in tal modo accogliere le istanze

spirituali delle aree più strettamente a contatto con i musulmani e gli ebrei. Attualmente si tende a considerare

entrambe le argomentazioni valide e in più a considerare come la lotta iconoclasta si inserisse in un preciso

programma volto a creare un fronte interno compatto contro il pericolo di un’ulteriore espansione islamica. Quando il

pericolo arabo alle frontiere venne meno, si esaurì anche la lotta iconoclasta: l’11 marzo 843, una ricorrenza ancora

oggi celebrata dalla chiesa ortodossa, il culto delle icone venne solennemente riabilitato.

20.4 Il periodo d’oro

Sotto la dinastia Amorica e soprattutto sotto la dinastia Macedone l’impero bizantino visse le positive conseguenze

della riorganizzazione territoriale, politica, amministrativa e ideologica che ne aveva segnato le vicende dei secoli VII e

VIII. La ristretta compagine territoriale attraversò un periodo di notevole floridezza economica. I dinasti macedoni si

impegnarono su tutti i fronti, contro gli Arabi a est e a ovest, contro i Bulgari a nord. Furono così riconquistate la

Cappadocia, la Cilicia e l’alta Mesopotamia. Il regno di Bulgaria fu annientato sotto la guida di Basilio II. Nell’Italia

meridionale i bizantini rioccuparono Bari e ampia parte del territorio peninsulare, che fu riorganizzato nei thémata di

Calabria, Lucania e Longobardia (l’odierna Puglia) un’azione militare di grande importanza fu quella condotta nelle

isole dell’Egeo, dove la riconquista di Creta determinò la fine dell’egemonia araba sulla navigazione. La nuova politica

espansionistica determinò una ridefinizione degli assetti amministrativi. Il sistema dei thémata, ossia la coincidenza

tra circoscrizione amministrativa e militare aveva dato ottimi risultati. Dalla seconda metà del X secolo si iniziò invece

a sostituire l’esercito a reclutamento regionale con un esercito di professionisti stipendiati; contemporaneamente le

alte cariche di comando dell’esercito vennero concentrate nelle mani di pochi e fidati collaboratori dell’imperatore.

Notevole fu la fioritura economica e commerciale, che fece recuperare un ruolo importante alle città.

La rinascita culturale della corte di Bisanzio ebbe esiti notevoli nel campo delle arti e delle lettere ma anche

nell’ambito della cultura giuridica: fu prodotta allora una nuova grande raccolta di leggi, detta i Basilici, che soppiantò

il Codex di Giustiniano. In questo arco di tempo si realizzò un fenomeno centrale per la successiva storia europea vale

a dire la “bizantinizzazione” delle popolazioni slave. Tale processo di acculturazione ebbe come tramite principale la

conversione al cristianesimo, avviata nel IX secolo dalle azioni missionarie di Cirillo e Metodio. In seguito, altre

missioni evangelizzarono i Serbi e i seminomadi della Valacchia e della Moldavia. Presso queste popolazioni assieme

alla fede cristiana i Bizantini portarono “un’idea di stato, nuove forme di governo e un nuovo diritto”. Il distacco

dell’impero bizantino dall’Occidente europeo trovò una definitiva sanzione nella frattura fra la chiesa orientale e

quella occidentale.

I segnali di ostilità e di progressivo allontanamento fra le due chiese erano stati numerosi: la controversia

sull’iconoclastia (che aveva trovato una netta opposizione da parte della chiesa di Roma); il conflitto per il controllo

della chiesa bulgara, dopo che i sovrani di quel regno avevano cercato contatti con la chiesa di Roma per sottrarsi

dall’influenza bizantina; diverse e talvolta pretestuose controversie dottrinali. Lo scisma si verificò a metà del secolo

XI, nel 1054, quando papa Leone IX e il patriarca di Costantinopoli Michele Cerulario si scomunicarono a vicenda.

L’avvenimento non fu quasi avvertito dai contemporanei: più volte in passato vi erano state analoghe scomuniche, ma

il particolare indirizzo che proprio in quel tempo andava prendendo il papato romano, rese sempre più distanti le

posizioni delle due chiese, che da allora in poi si divisero la gestione del culto cristiano nelle regioni dell’Europa

occidentale e orientale. Il principale motivo di contrasto rimase, assieme a varie questioni dottrinali, l’adesione della

chiesa greca (che da allora si chiamò ortodossa) a una struttura organizzativa di tipo conciliare, non fondata su un

modello verticistico come quello della chiesa romana, ma sull’autonomia delle chiese locali e su un governo

assembleare costituito da vescovi.

20.5 Il mercato mediterraneo e le crociate

A iniziare dal secolo XI l’economia dell’Europa occidentale entrò in una fase di rapida espansione e l’attività

commerciale si diresse verso Oriente. Sin dal X secolo Amalfi, era diventata un tramite commerciale di grande

rilevanza fra i porti della penisola iberica, del Maghreb, dell’Egitto e Costantinopoli. In area adriatica Venezia già dal

secolo VIII era tramite di importanti scambi commerciali tra le aree continentali europee e l’Oriente islamico, il

Maghreb e le aree bizantine. Nell’XI secolo i porti dell’Italia meridionale, lontani dai centri di produzione e sfavoriti

49

dalla politica centralistica dei normanni iniziarono a decadere, mentre si affermavano i centri costieri del

Mediterraneo occidentale, soprattutto Genova e Pisa. Queste città condussero una politica estremamente aggressiva

nei confronti dei musulmani, cacciandoli con le armi dalle isole di Sardegna e Corsica. Venezia approfittò sullo scorcio

del secolo delle difficoltà dell’impero bizantino, che in Italia aveva perso i thémata meridionali a causa dell’invasione

normanna, e sul fronte orientale era stato attaccato dai Turchi “selgiùchidi”. I Normanni dopo aver conquistato Bari

avevano condotto un attacco per via marittima nella penisola balcanica. I Veneziani concessero l’aiuto della loro flotta

a Bisanzio, ma a caro prezzo. Infatti l’imperatore Alessio I emanò una “bolla aurea” che garantiva ai Veneziani

l’attracco completamente esente da dazi e da imposte in tutti i porti dell’Adriatico, dello Ionio e dell’Egeo in mano

bizantina. Questa situazione di estremo favore fu pienamente sfruttata dai mercanti veneziani, che concentrarono in

quegli anni nelle loro mani un assoluto monopolio degli scambi con l’Oriente.

Il riflesso della nuova situazione sull’economia e sulle finanze dello stato bizantino fu drammatico: l’economia locale

cadde in una fase di profonda recessione mentre la situazione politico-militare dell’impero entrava anch’essa di nuovo

in crisi. Nel 1204 gli eserciti della quarta crociata, partiti per liberare Gerusalemme furono dirottati dall’abile politica

veneziana alla conquista della stessa Costantinopoli, che per la prima volta nella sua storia fu assediata, presa e

saccheggiata.

20.6 L’impero latino d’Oriente

Dopo la conquista di Costantinopoli l’impero fu diviso dai vincitori in diversi principati feudali: restava l’impero latino

di Costantinopoli a cui si aggiungevano il ducato di Atene e Tebe, il principato di Acaia e il regno di Tessalonica, mentre

i Veneziani si impadronirono di tutti i principali centri mercantili.

Quanto restava delle classi dominanti bizantine si organizzò in tre diverse formazioni politiche: l’impero di Nicea sulle

coste dell’Asia minore, il regno di Trebisonda sulla costa meridionale del Mar Nero e il despotato di Epiro sulla costa

balcanica. Fu a Nicea che si ricreò un ambiente favorevole all’elaborazione di un progetto di riconquista del

frantumato territorio imperiale. La difesa dell’ortodossia, costituì il collante ideologico e programmatico del progetto.

Costantinopoli fu ripresa nel 1261 ma né la città, né l’impero conservavano alcunché dell’antica grandezza: la capitale

era stata gravemente danneggiata, il territorio soggetto all’autorità imperiale era estremamente limitato. Sotto la

dinastia dei Paleòlogi mutò profondamente anche la compagine amministrativa dello stato, che cedette di fronte al

crescente potere della grande aristocrazia fondiaria. L’affermazione della grande proprietà non giovò alla ripresa

economica dell’impero; il commercio e la finanza restavano di fatto nella mani dei Veneziani e dei Genovesi. Le

limitate risorse che l’amministrazione centrale riusciva a reperire erano impiegate per il pagamento degli eserciti

mercenari.

Nella prima metà del secolo XIV i Turchi “ottomani” conquistarono la maggior parte delle terre che erano state

soggette ai Bizantini. Restavano indipendenti solamente Costantinopoli, il despotato di Mistrà e il regno di Trebisonda.

La lunga agonia dell’impero si concluse il 29 maggio 1453 quando la capitale venne conquistata dal sultano Maometto

II. Cap 21

Il rinnovamento culturale

Secolo XII

21.1 Nuovi modi di scrivere e di leggere

Per comprendere il cambiamento vanno considerati almeno due fattori generali. In primo luogo la crescita economica

che scatenò il bisogno di fissare per mezzo della scrittura diritti, transazioni e soluzioni di conflitti. In secondo luogo, la

ricomposizione politico-territoriale dovuta a organismi di volta in volta differenti ebbe ovunque come conseguenza la

creazione di gruppi di funzionari che impiegavano largamente la scrittura per scopi burocratici. Per queste ragioni, ciò

che si verificò durante il secolo XII fu un processo notevolmente più consistente della precedente “rinascita

carolingia”. Come ha notato Jacques Le Goff, essa in realtà non aveva avuto “nessuno degli aspetti quantitativi legati

per noi alla nozione di rinascita”. La cerchia di intellettuali riuniti alla corte di Carlo Magno e dei suoi successori aveva

recuperato lo studio dei classici latini soprattutto per migliorare le competenze grammaticali. Ma il mutamento rimase

interno al cenacolo palatino; non si intaccò il carattere ereditario del sapere. 50

A partire dal XII secolo tutto questo cambiò. Alla crescita quantitativa del numero di persone alfabetizzate e al

connesso allargamento del ceto degli intellettuali si affiancò una svolta qualitativa. Dalla fine del sistema scolastico

romano erano emerse forme di alfabetismo imperfetto: alcuni sapevano scrivere solo il proprio nome, altri sapevano

scrivere poco ma non leggere. Gli stessi monaci che copiavano i testi procedevano attraverso una sorta di

commistione di lettura e apprendimento a memoria. Dal XII secolo il libro divenne uno strumento fatto per essere

letto e utilizzato, non più solo esposto e ammirato. Si introdussero note marginali disposte su tutti e quattro i margini

della pagina. Si dotarono i libri di indici e di richiami, che non si limitavano a facilitare la lettura del testo ma

rendevano anche più semplice il suo riutilizzo in vista di nuove scritture selettive: antologie, centoni, riassunti. Queste

innovazioni nella disposizione materiale del testo sulla pagina furono strettamente connesse alla nascita di un sistema

di studio, la scolastica, espressione delle nuove sedi di trasmissione del sapere: le università.

21.2 La nascita delle università

Nei secoli XI e XII, il termine latino universitas designava qualsiasi comunità organizzata e dotata di un proprio statuto

giuridico. Le università dei maestri e degli studenti vennero alla luce assieme ad associazioni di altro tipo, come le

universitates formate dalle persone che svolgevano lo stesso mestiere. In tutti i casi si trattò di sviluppi spontanei,

stimolati dalla medesima necessità, che in questo periodo portò alla nascita dei comuni o, in tutt’altro contesto, delle

confraternite. Se la spontaneità fu un tratto comune, diversi furono però gli svolgimenti delle varie università all’inizio

della loro esistenza, come può mostrare un confronto fra le vicende di Bologna e quelle di Parigi.

Sembra appurato che a Bologna l’iniziativa sia partita dagli studenti, in massima parte laici, che si riunivano in società

al fine di pagare un maestro che leggesse e spiegasse loro “le antiche leggi dei romani”. A Parigi ad associarsi furono

invece i professori di teologia, per la maggior parte chierici, provenienti dalle principali scuole cittadine, preoccupati

per l’ingombrante presenza del cancelliere dell’arcivescovo, unico depositario del potere di conferire diplomi validi per

insegnare. Le università, una volta divenute, attorno alla metà del XII secolo, importanti sedi per la formazione

intellettuale, dovettero affrontare i tentativi egemonici dei poteri vicini e lontani. Con ogni probabilità su iniziativa

degli studenti di Bologna, Federico Barbarossa rilasciò una costituzione con la quale l’imperatore, in cerca di alleanze

per contrastare l’autonomia delle città italiane organizzate in comuni, concedeva a tutti gli studenti il privilegio di non

essere giudicati dai tribunali locali ma da quelli presieduti dai vescovi oppure dai loro maestri. In tal modo il

Barbarossa soddisfaceva la richiesta di un’associazione che cominciava a subire i tentativi di controllo dei poteri vicini.

Nel 1200 il re capetingio Filippo Augusto, anch’egli in cerca di sostegni per il proprio potere già saldo ma non

incontrastato, concesse agli studenti parigini il medesimo privilegio accompagnato dalla propria protezione.

Ancora più rilevanti, furono gli interventi pontifici. Così nel 1219 Onorio III riconobbe, da un lato, agli studenti il diritto

di protestare contro il comune bolognese attraverso la pratica dello “sciopero” e l’emigrazione in altre sedi, ma

affermò, dall’altro, che le uniche licenze di insegnamento valide sarebbero state quelle concesse dall’arcidiacono della

chiesa bolognese. In tal modo scambiò il proprio aiuto contro l’ingerenza del comune con il riconoscimento di un

potere a lui stesso sottoposto. A Parigi, la migrazione degli studenti originaria dalle condanne emanate dal cancelliere

contro alcuni di loro, diede vita a un conflitto in cui intervenne il pontefice Gregorio IX, che, con una bolla ridisegnò

l’organizzazione universitaria affermandone l’autonomia rispetto al cancelliere. Il modello offerto da queste prime

spontanee università fu poi preso in prestito e per alcuni versi snaturato dai principi. Tra i tentativi di questo tipo si

annovera la fondazione dell’università di Napoli nel 1224, per iniziativa di Federico II di Svevia intenzionato a dotare il

regno di una scuola per la formazione dei funzionari. L’imperatore prometteva grandi benefici agli studenti del regno

di Sicilia che avessero scelto di frequentarlo, e stabiliva gravi pene per quanti fossero emigrati a studiare altrove.

21.3 L’organizzazione scolastica del sapere

Sia dove si studiava diritto (come a Bologna), sia dove si studiava teologia (come a Parigi), o le arti liberali del “trivio” e

del “quadrivio” o la medicina, base dell’insegnamento (lectio) era la lettura di un testo di riferimento classico e

autorevole (il Corpus iuris civilis di Giustiniano, la Bibbia, i testi di Prisciano e di Galeno). Il professore trascorreva la

maggior parte del tempo a leggere e commentare questo testo. I commenti dei professori cominciarono ben presto a

essere raccolti, da professori e studenti, sotto forma di “glosse” ossia spiegazioni di determinati passi.

In un’epoca che ancora non conosceva la stampa, ma solo la copiatura a mano, per evitare il sorgere di equivoci si

percepì sin dall’inizio la necessità di poter contare su copie affidabili sia del testo, sia dei commenti. A tale scopo si

istituirono presso le università botteghe di stacionarii, autorizzati a copiare e a vendere esemplari delle copie

autentiche approvate dall’università stessa. La forte domanda di libri che accompagnava il crescere degli studenti

51

favorì la messa a punto di sistemi per accelerare la copia dei manoscritti. Alla rigida immutabilità del testo di base

faceva riscontro la libertà nella discussione che dalla lettura di quel testo scaturiva. Gli stessi professori tendevano a

segnalare eventuali discrepanze e contraddizioni interne al testo e introducevano nel commento ai passi, il riferimento

a princìpi generali in grado di offrire appigli per risolvere il problema (quaestio) che proponevano alla discussione degli

studenti. La soluzione delle quaestiones doveva essere motivata sulla base di un ricorso logico ai testi disponibili. Si

svolgeva attraverso la proposta delle soluzioni possibili, l’analisi delle argomentazioni, dai princìpi generali e dei testi

in favore dell’una e dell’altra, e infine la scelta dell’interpretazione conclusiva. Fu in questo modo che emerse il

bisogno di cercare altri libri antichi e di scriverne di nuovi.

21.4 Il recupero dei testi greci

Una parte consistente del canone scientifico e filosofico dell’Occidente è composta dalle opere di autori dell’antica

Grecia: Platone, Aristotele, Euclide. Le opere di questi e di altri pensatori avevano esercitato un forte influsso a Roma,

ma non erano state tradotte in latino. Tale mancanza cominciò a farsi sentire nel VI secolo, quando, con la fine di quel

“sistema di educazione bilingue” la conoscenza della lingua greca venne meno. Ben altra sorte avevano subìto le

stesse opere in Oriente, dove il greco si era continuato a parlare e dove le opere dei filosofi e dei Padri della chiesa

erano state tradotte in siriaco, ebraico e arabo.

Questa forte disparità tra le due tradizioni culturali eredi del mondo romano spiega perché, nel momento in cui in

Occidente una nuova curiosità intellettuale spinse alcuni uomini a cercare i testi greci, la ricerca ripartì dalle aree di

confine con il mondo orientale e musulmano. Due furono i modi in cui i classici greci rientrarono nel mondo

occidentale: la traduzione dall’arabo, dall’ebraico e dalle altre lingue orientali, che prevalse nella penisola iberica e in

Sicilia e la traduzione diretta dal greco, realizzata soprattutto in Italia. Il confronto fra le traduzioni dall’arabo e quelle

dal greco, rese evidente che i testi forniti dalle prime erano spesso poco affidabili, avendo subìto troppi passaggi in

troppe lingue. Ma il tramite della cultura araba si rivelò in ogni caso fondamentale. I commentatori musulmani

avevano molto arricchito la tradizione scientifica classica, utilizzandola per nuovi scopi speculativi e pratici. In campi

come la matematica, l’astronomia, l’astrologia e l’alchimia la tradizione araba aggiunse all’originale curiosità, che in

Occidente aveva spinto a cercare i libri antichi, un nuovo metodo sperimentale che avrebbe contribuito fortemente

allo sviluppo della conoscenza e dell’osservazione della natura.

21.5 La scrittura delle lingue volgari

Il progresso nel numero delle persone alfabetizzate, le strutturali modifiche nel modo di leggere e di scrivere, la

nascita delle università, il recupero di testi antichi mostrano come tra la fine del secolo XI e l’inizio del XIII si sia

prodotto uno dei mutamenti culturali più rilevanti della storia occidentale. Grundmann ha voluto sintetizzare questo

cambiamento con la contrapposizione tra litterati e illitterati. Prima del XII secolo tale contrapposizione rimandava a

due sfere separate e non comunicanti: la prima, quella dei litterati composta esclusivamente dai chierici in grado di

utilizzare il latino e la scrittura; la seconda formata da quanti non conoscevano il latino e non padroneggiavano la

scrittura. Dopo il XII secolo i due gruppi vennero in contatto e il termine litteratus cominciò a indicare la superiorità

culturale acquisita da quanti, chierici e laici, sapevano leggere e scrivere in latino. Questa interpretazione ha il merito

di porre in risalto come nel XII secolo cominciassero a venir meno i confini tra la cultura di un’élite, quella dei chierici,

e le altre: confini che in precedenza erano rimasti fissati con grande precisione. La messa per iscritto di questi testi fu il

segno più evidente dello sconfinamento di una cultura nuova in uno spazio, quello della pagina scritta, che prima le

era precluso.

Non andò così ovunque: in Irlanda, in Inghilterra e in Germania, laddove cioè sin dall’epoca tardo-antica la lingua usata

dagli ecclesiastici litterati era molto diversa da quella di tutti gli altri abitanti, le prime testimonianze delle lingue

“nazionali” sono molto più antiche. In Francia, in Italia e nella penisola iberica invece, cioè in quei paesi in cui la lingua

parlata dalla gente e quella scritta dai chierici avevano la medesima origine, la continuità tra il volgare e il latino della

chiesa, pur consentendo maggiori rapporti, ritardò il processo di codificazione della lingua nazionale. Alla fine del

secolo XI furono scritti nella Francia centrale alcuni canti religiosi in volgare. La Chanson de Roland fu tra i testi più

rilevanti dell’epica europea, scritta in antico francese. All’inizio del XII secolo furono scritte da Guglielmo IX

d’Aquitania le prime liriche trobadoriche occitane. In Italia i primi ritmi religiosi in volgare sono della fine del XII

secolo, mentre i primi poemetti didattico - morali appartengono all’inizio del Duecento e poco dopo appare il Cantico

delle creature di Francesco d’Assisi. 52

Tali esempi mostrano come la scrittura dei volgari romanzi si intensificò in corrispondenza delle rilevanti novità che si

realizzarono tra XI e XII secolo nella sfera sociale, politica, religiosa.

Cap 22

L’impero e la dinastia Sveva

Secoli XII-XIII

22.1 Un regno elettivo e universale

Fra XII e XIII secolo, mentre nei regni di Francia, d’Inghilterra e dell’Italia del sud l’attività dei sovrani mirava a

ricomporre la frammentazione locale dei poteri, due grandi aree europee, il regno germanico e l’Italia centro-

settentrionale, seguirono processi politici e territoriali in larga misura diversi. Nel regno germanico non si era

affermato il principio dell’ereditarietà e della trasmissione dinastica del titolo regio: seppure fosse emersa a partire

dalla discendenza degli Ottoni, una tendenza alla successione di padre in figlio, ogni nomina continuava a essere

soggetta all’approvazione dell’assemblea dei principi. Era questa approvazione che conferiva legittimità al sovrano,

non la discendenza familiare. Inoltre, al regno germanico era connessa la dignità imperiale.

A ragion di ciò nel 1125, quando morì Enrico V, ultimo discendente della casata salica, venne eletto Lotario di

Supplimburgo della dinastia di Baviera, nonostante il sovrano morente avesse designato alla sua successione un

esponente della famiglia Hohenstaufen, i principi della Svevia. Analogamente, alla morte di Lotario, invece di eleggere

il genero Enrico di Baviera, i principi tedeschi scelsero Corrado III, ribadendo la loro autorità nella scelta del sovrano e

negando l’ereditarietà automatica del titolo. Nonostante ciò era evidente che la designazione si andava polarizzando

sulle due principali dinastie, quella di Svevia e quella di Baviera. E fu proprio grazie a una ben condotta politica

matrimoniale che venne eletto re, il duca di Svevia Federico Hohenstaufen , la cui madre Giuditta apparteneva alla

casa di Baviera. La personalità del nuovo sovrano e le sue capacità politiche e militari resero possibile la permanenza

della casata sul trono imperiale per tre generazioni.

22.2 La politica italiana di Federico I

Nel 1154 Federico I giunse per la prima volta in Italia. Il suo intervento era stato richiesto dal papa e da alcune piccole

città lombarde, minacciate dall’espansionismo delle città maggiori, fra cui Milano. L’imperatore durante questo primo

intervento riunì una assemblea che condannò Milano per aver mosso guerra alle città contermini. Si recò poi a Roma,

dove sostenne il papa nel conflitto con il comune cittadino, che osteggiava il potere temporale dei papi. Nel corso di

questa prima spedizione in Italia fu importante l’indagine conoscitiva che Federico e gli intellettuali della sua corte

compirono sulla situazione politica e sociale delle città italiane; di questo attento lavoro di analisi e del tentativo di

comprendere una realtà così diversa da quella tedesca ci è rimasta la testimonianza di Ottone di Frisinga, un

ecclesiastico, zio dell’imperatore, che narra anche con un certo stupore, l’ampia partecipazione dei cittadini al

governo delle città.

Federico I convocò poi a Roncaglia, presso Piacenza una grande assemblea pubblica (dieta) nel corso della quale, con

la collaborazione dei giuristi italiani, emanò un decreto in cui per la prima volta si definivano le prerogative

dell’autorità regia o “regalìe”: controllo delle vie di comunicazione, esercizio della giustizia, riscossione delle imposte,

autorità di battere moneta, diritto di muovere guerra. Nello stesso tempo l’imperatore emanò la Constitutio pacis,

con la quale proibiva le leghe fra città comunali e le guerre fra privati, rivendicando solo al potere imperiale il diritto di

pace e di guerra.

Egli volle riordinare anche il fitto intreccio di poteri signorili, garantendo la continuità del potere a coloro che lo

detenevano, ma impose loro il riconoscimento della sua autorità superiore, attraverso la formale sottoscrizione di un

rapporto feudale. Milano non si assoggettò all’autorità imperiale e venne attaccata e sconfitta dall’esercito di

53

Federico, al quale si unirono i comuni di Cremona, Lodi e Como. Le mura della città furono abbattute e a Milano, così

come negli altri comuni suoi alleati, fu inviato un funzionario imperiale che doveva far rispettare quanto stabilito a

Roncaglia. L’esercizio delle prerogative regie si tradusse in una forte pressione fiscale, che spinse i comuni a riunirsi in

un’alleanza detta “lega lombarda”. Essa poté contare sull’appoggio del pontefice determinato a ostacolare una forte

presenza imperiale nella penisola italiana. Dopo una lunga serie di battaglie, lo scontro militare decisivo avvenne a

Legnano nel 1176: l’esercito imperiale fu sconfitto. L’anno successivo Federico fu costretto a firmare con il papa la

pace di Venezia. Ma l’esito più significativo del conflitto fu la pace con i comune della lega, stipulata a Costanza nel

1183. Il documento emanato da Federico attribuiva ai comuni la possibilità di esercizio delle regalìe, in cambio di un

riconoscimento formale dell’autorità imperiale. La pace di Costanza è giunta a noi in un grandissimo numero di copie,

perché molti comuni ne conservarono un esemplare nei loro archivi. Nel 1190 Federico Barbarossa morì, annegando

nel tentativo di attraversare il fiume Salef in Anatolia, mentre prendeva parte alla terza crociata.

22.3 L’unione con il regno normanno

La mossa di Federico I che ebbe maggiore successo e che sortì le conseguenze più significative fu un’azione di politica

matrimoniale. Infatti il figlio ed erede Enrico VI sposò la figlia del re normanno Ruggero II, Costanza d’Altavilla. Enrico

VI si inserì in tal modo nelle lotte per la successione al regno di Sicilia, quando alla morte di Guglielmo II l’assenza di

eredi legittimi maschi provocò la designazione di diversi candidati. Enrico ebbe la meglio e fu incoronato re di Sicilia,

ma governò appena tre anni: morì infatti prematuramente. La moglie Costanza morì l’anno dopo. Rimase allora erede

del regno il loro unico figlio, Federico che aveva appena quattro anni. La madre, per garantire al meglio la sua

successione al regno di Sicilia, ne aveva affidato la tutela al pontefice Innocenzo III, di cui i re di Sicilia nominalmente

erano vassalli. Il papa, pur approfittando della minorità dell’erede per rafforzare il dominio temporale della chiesa in

Umbria, Marche e Romagna, tenne fede ai patti e quando nel 1208, a quattordici anni, Federico diventò maggiorenne

lo fece incoronare re di Sicilia. Nel medesimo tempo Innocenzo III si fece arbitro della contesa che si era aperta per la

successione imperiale. Ancora una volta erano un rappresentante della dinastia di Baviera e uno della discendenza

sveva a fronteggiarsi, rispettivamente Ottone di Brunswick, e Filippo di Svevia. Con il determinante appoggio del

pontefice prevalse Ottone. Il nuovo imperatore però, una volta venuta meno l’insidia della candidatura di Filippo, si

rese indipendente dalla protezione del papa e rivendicò all’impero la sovranità dei territori su cui Innocenzo III stava

consolidando l’autorità temporale della chiesa. Tale atteggiamento ne determinò la scomunica seguita dall’appoggio

concesso dal papa a una nuova candidatura sveva, quella del giovane Federico II. Nel 1212 Federico venne incoronato

re di Germania dopo essersi solennemente impegnato a non riunire mai le corone di Germania e di Sicilia. Quanto al

titolo imperiale, soltanto nel 1214 presso il ponte di Bouvines nelle Fiandre, furono le armi a risolvere in modo

definitivo la contesa per la successione. In quella battaglia si fronteggiarono Ottone appoggiato dal re d’Inghilterra

Giovanni Senza Terra e da alcuni grandi feudatari della Francia del nord, e il pupillo del papa Federico II, il cui esercito

poté contare sul determinante appoggio del re di Francia Filippo Augusto. La sconfitta sul campo di battaglia segnò il

destino di Ottone, che si ritirò nei suoi possessi dinastici, e consacrò Federico II re di Germania oltre che re di Sicilia e,

dal 1220, imperatore.

22.4 Federico II

Nato in Italia, a Jesi, dopo la nomina regia del 1212 Federico II intraprese un lungo viaggio costellato di insidie (più

volte si attentò alla sua vita) verso la Germania, dove rimase a lungo, fino al 1220. La stessa travagliata vicenda della

sua nomina mostra come in Germania non si fosse ancora affermato il principio di successione dinastica. Nei principati

tedeschi infatti il potere dei principi non poteva essere ostacolato dal sovrano: gli stessi legami feudali, che in altri

regni coevi costituivano uno dei principali strumenti per l’affermazione dell’autorità regia, nelle regioni tedesche

legavano il re ai principi e i principi ai loro vassalli, senza che fra le due reti si stabilisse alcuna relazione. Federico II

durante la sua permanenza in Germania cercò di riorganizzare questa situazione: nel 1212 riconobbe al re di Boemia

una completa indipendenza ed emanò un privilegio, la “Bolla d’oro” con la quale rinunciava ai diritti che il concordato

di Worms aveva attribuito al sovrano in merito alle elezioni vescovili. Nel 1220 preparò la partenza verso il regno di

Sicilia stringendo con in principi tedeschi un accordo che, in cambio della fedeltà al re, legittimava l’esercizio da parte

dei principi delle prerogative regie. Dopo la solenne incoronazione imperiale in San Pietro a Roma, Federico si diresse

nel regno di Sicilia dove la lunga assenza di un’autorità centrale aveva lasciato spazio alle dominazioni locali dei militari

germanici. L’azione politica del giovane sovrano fu qui radicalmente diversa da quella che aveva praticato in

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Germania: rivendicando a sé tutti i diritti regi usurpati. Egli ordinò la demolizione dei castelli costruiti da privati sullo

loro terre e volle ottenere un pieno controllo su governi cittadini autonomi.

Punto di forza della politica di Federico II furono la promozione d un commercio di stato, il controllo del territorio

attraverso una fitta rete di castelli presidiati da guarnigioni militari, e la costituzione di un efficiente apparato

amministrativo, indipendente dall’esercizio della milizia. L’importanza attribuita da Federico all’amministrazione del

regno emerge dalla fondazione dello studium a Napoli, la prima università nata per iniziativa regia.

L’insieme delle disposizioni emanate da Federico II nei suoi primi dieci anni al governo del regno di Sicilia vennero

raccolte nelle Constitutiones Melfitane, un testo legislativo promulgato a Melfi (nell’attuale Basilicata) nel 1231, che

testimonia la volontà del re di riappropriarsi delle regalìe, di riorganizzare l’esercizio della giustizia in base a una

precisa suddivisione del regno in circoscrizioni, e ancora di istituire un apparato finanziario atto a gestire l’ingente

patrimonio demaniale e a riscuotere dazi e pedaggi. Soltanto il clero godeva, nel regno, di una completa immunità

giurisdizionale e fiscale.

Federico II era uomo di notevole cultura personale e di grande vivacità intellettuale: mantenne relazioni epistolari con

numerosi dotti del suo tempo e fu autore in prima persona di un celebre trattato dedicato alla tecnica di caccia con i

falconi. Nella corte palermitana amò circondarsi di poeti, giuristi, filosofi e scienziati di diversa estrazione culturale,

latini, greci, arabi, ebrei. Erede in tal senso della tradizione normanna, Federico favorì lo sviluppo delle scienze e delle

arti: durante il suo regno si affermò la “scuola siciliana”, uno dei movimenti poetici che accogliendo la lezione dei

provenzali segnò le origini della letteratura italiana.

Dal 1235 al 1237 l’imperatore tornò in Germania in seguito alla ribellione del figlio e suo erede Enrico che venne

arrestato e condotto prigioniero in Italia. Nel regno tedesco Federico II continuò a condurre un’azione politica di segno

opposto a quella perseguita nel regno di Sicilia. L’ultima fase della vita di Federico II, dal 1237 alla morte avvenuta nel

1250, fu impegnata nel contrasto che lo oppose ai comuni dell’Italia centro-settentrionale. Dopo aver consolidato,

seppure con strategie politiche profondamente diverse, i due regni a lui direttamente sottoposti, egli volle imporre il

superiore controllo imperiale anche alle città della lega lombarda, ricostituitasi in quegli anni sotto la guida di Milano.

L’esordio del conflitto fu favorevole all’imperatore: Federico di ritorno dalla Germania di fermò a Verona dove al suo

esercito si unirono le truppe dei comuni fedeli all’impero. L’esercito imperiale sconfisse a Cortenuova, nei pressi di

Bergamo, le truppe della lega. Negli anni successivi Federico riuscì a imporre la propria diretta autorità su alcune

regioni dell’Italia centrale, la Toscana, le Marche, la Romagna ma non riuscì a sfruttare a pieno la vittoria a

Cortenuova. I comuni della lega ottennero l’aiuto del pontefice Gregorio IX, che scomunicò l’imperatore e scatenò

contro di lui una violenta campagna diffamatoria. Alla fine degli anni Quaranta del XIII secolo, una serie di sconfitte

militari segnarono un forte arretramento delle posizioni imperiali nell’Italia del centro-nord.

22.5 Gli ultimi Svevi

Il 13 dicembre 1250 Federico II morì presso Lucera. Con la sua morte determinò anche la concezione di un potere

imperiale capace di coordinare l’intera fascia centrale europea, dai regni tedeschi alla Sicilia: nessun principe assunse

la carica imperiale dopo la sua morte, e anche in seguito i sovrani non svolsero più un ruolo significativo a sud delle

Alpi. Alla morte di Federico II si ripropose il problema del rapporto tra le corone di Sicilia e di Germania. L’imperatore

aveva disposto che suo successore fosse il suo unico figlio legittimo Corrado, escludendo gli altri e venendo meno

all’accordo col pontefice che prevedeva l’unione dei due regni solo nella persona di Federico. Corrado però

sopravvisse appena quattro anni al padre. Alla sua morte il figlio Corradino aveva appena dieci anni e salì al trono

sotto tutela. Approfittando della situazione un altro figlio di Federico II, Manfredi, si impadronì del regno. Il conflitto

fra gli ultimi Svevi consentì al papato di realizzare un progetto da lungo tempo meditato: affidare il regno di Sicilia a

una dinastia fedele. Pertanto in qualità di signore feudale dei re di Sicilia, il papa chiamò alla guida del regno Carlo

d’Angiò, fratello del re di Francia Luigi IX. A Benevento, Carlo d’Angiò sconfisse Manfredi che morì in battaglia.

L’ultimo discendente della dinastia sveva, Corradino, appoggiato dai maggiori esponenti del ghibellinismo italiano

cercò di riconquistare il regno ma fu sconfitto nel 1268.

22.6 Il mito degli Svevi e la discussione storiografica

L’azione politica dei sovrani della dinastia sveva, per le implicazioni di lunga durata che ebbe nella storia d’Italia e del

regno di Germania, è stata oggetto di numerosi studi che, soprattutto a partire dall’Ottocento, assunsero una forte

connotazione ideologica. La storiografia tedesca esaltò la figura di Federico I come l’imperatore che era riuscito a

tenere unite le popolazioni germaniche. In modo parallelo e contrario la storiografia italiana ottocentesca, ricercando i

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segni dell’identità nazionale e dello “spirito italico” nel movimento comunale, qualificò Federico I come il nemico per

eccellenza. Quanto a Federico II, è stata soprattutto la storiografia del Novecento a produrne una duplice immagine.

Alla fine degli anni Venti si esaltò l’azione politica dell’imperatore considerandolo un illuminato precursore della

sovranità moderna. Più recentemente si è ridimensionata la sua figura inserendo le sue celebrate innovazioni nel

quadro di una tradizione di governo già propria dell’epoca. Tuttavia Federico II può essere considerato una delle

personalità di maggior rilievo della storia occidentale.

Cap 23

I comuni italiani

Secoli XII-XIV

23.1 I nuovi conflitti sociali e l’istituto del podestà

Il processo di crescita economica che accompagnò la nascita e lo sviluppo delle grandi monarchie europee nell’Italia

centro-settentrionale prese corpo attorno alle città comunali. In virtù della diversa situazione politica, qui fu una parte

più estesa della società a beneficiare di questa crescita. Lo sviluppo generale e le nuove opportunità di investimento

che esso offriva favorirono l’immigrazione in città di diverse componenti della società rurale. La società urbana

divenne quindi più ricca e complessa, ma anche meno stabile e meno facile da governare.

Tra XII e XIII secolo entrò in crisi il sistema basato sul consolato, che aveva funzionato all’inizio dell’esperienza

comunale. Si trattava nei fatti di una sorta di accordo tra le famiglie più ricche che, alternando i propri membri alla

carica di console, trasformavano la loro egemonia informale in una prevalenza riconosciuta e legittima. La presenza di

conflitti interni al ceto consolare, che si intensificarono dopo la pace di Costanza, una volta finita la guerra con

Federico Barbarossa, spinse i cittadini a intervenire sul sistema sperimentando varie soluzioni. In quasi tutte le città si

crearono nuovi consigli più larghi del consolato, e dotati del potere di prendere decisioni non più semplicemente di

accogliere proposte. Molto battuta fu la strada di conferire poteri supremi di coordinazione a singoli individui: con il

termine di podestà, si chiamarono i magistrati a cui per periodi variabili fu affidato il compito di “reggere la città”.

All’inizio i modi in cui questi magistrati agirono furono molteplici: i podestà furono uno, due o più, furono scelti tra i

cittadini o chiamati da fuori. Il podestà una volta scelto, firmava con il comune un vero e proprio contratto, che lo

impegnava a portare con sé i propri giudici, che avrebbero amministrato la giustizia e i propri notai locali. Tra i suoi

compiti vi erano la presidenza del consiglio comunale, la direzione dei tribunali cittadini, la conduzione dell’esercito in

guerra, il mantenimento dell’ordine e della pace interna. Il podestà forestiero era dunque un professionista della

politica. Assieme a questo sistema di governo altri elementi si affermavano, segni tangibili della medesima necessità di

assicurare la trasparenza del governo e la sua separazione dagli interessi “privati”. In questa direzione andavano la

sempre più estesa produzione di documentazione scritta.

I primi podestà furono soprattutto milanesi e cremonesi, ossia cittadini di quelle città che dominavano i due principali

sistemi di alleanze in cui era divisa l’Italia comunale di inizio Duecento. In seguito alcune città, come Bologna, si

specializzarono nella formazione di questi ufficiali, che partivano per governare comuni vicini e lontani. Dopo la metà

del secolo, mentre andavano cristallizzandosi i fronti guelfo e ghibellino, si cominciò a scegliere il podestà all’interno

del proprio schieramento. Ciononostante al podestà si continuò a richiedere una certa equidistanza tra i gruppi che

lottavano in città. Nella pratica, non sempre ciò avveniva: le cronache del tempo sono piene di casi in cui i podestà

forestieri venivano cacciati o uccisi per aver preso iniziative impopolari.

23.2 Il conflitto sociale: popolo e parti

La crescita della popolazione non creò tensioni solo al vertice della società ma favorì anche l’aprirsi di un nuovo

scontro tra l’aristocrazia e i ceti “popolari” (mercanti, banchieri, artigiani). All’inizio del Duecento sono testimoniati in

molte città lombarde, emiliane e toscane scontri tra milites (cavalieri) e pedites (fanti). Non è un caso che il conflitto si

svolga tra le due componenti dell’esercito cittadino. Alla qualifica di cavaliere erano associati importanti privilegi come

l’esenzione dalle tasse. Quando il gruppo dei cavalieri si ampliò e le risorse comunali diminuirono, i popolari

cominciarono a protestare contro i loro privilegi; chiesero una più equa ripartizione delle imposte. 56

Una generazione dopo, attorno alla metà del Duecento, i popolari avevano raggiunto importanti traguardi: erano

entrati nei consigli del comune e avevano consolidato la propria presenza politica. Le “società del popolo” delle varie

città avevano un proprio consiglio generale e un collegio più ristretto, ed erano presiedute da una magistratura di

vertice speculare a quella dei podestà: il “capitano del popolo”, anch’esso forestiero. Il “popolo” insomma non si era

limitato a chiedere e ottenere una modifica delle istituzioni del comune, ma vi aveva affiancato un altro organismo

politico. Nelle città in cui la presenza popolare era più consistente e organizzata, come Bologna, Firenze, Perugia, le

istituzioni del “popolo” finirono per diventare il vero centro della politica cittadina. Mentre il “popolo” procedeva nelle

sue conquiste anche i discendenti degli antichi cavalieri e i nuovi ricchi che tentavano di assimilarsi a loro imitandone

lo stile di vita, provvidero a organizzarsi. All’inizio del Duecento è testimoniata la presenza di società di milites,

associazioni i cui membri si giuravano reciproca fedeltà e dedicavano le proprie energie a contrastare le rivendicazioni

del “popolo”. Rispetto agli sviluppi visibili in Europa o nell’Italia meridionale, la caratteristica più significativa dell’Italia

centro-settentrionale in questo periodo sembra essere la forte spontaneità delle vicende politiche; i comuni italiani

videro nascere e crescere spontaneamente movimenti sociali come il “popolo”.

23.3 La trasformazione delle istituzioni cittadine nel Trecento e l’eredità del comune

Tra le forme che il comune italiano assunse nel corso del Duecento, vi fu anche il conferimento straordinario di

importanti funzioni politiche a membri dell’aristocrazia cittadina. Talvolta la delega passò attraverso il prolungamento

della carica di podestà o di capitano del popolo. All’inizio del Trecento le cose cominciarono a cambiare. I signori che

dominavano le città cercarono di legittimare il proprio potere non più solo attraverso il riconoscimento formale da

parte del comune, ma anche attraverso l’acquisizione del titolo di “vicario” concesso dall’imperatore. Non si trattò di

uno sviluppo generale: spesso i signori vecchi e nuovi vennero scacciati e si tornò alle forme repubblicane, oppure le

città finirono per essere sottomesse ad altre città o al pontefice. Generale fu invece un altro cambiamento rispetto al

secolo precedente. Verso gli anni Trenta del XIV secolo si provvide ovunque a progettare una coerente riscrittura

dell’assetto istituzionale delle città. La varie istituzioni che erano sorte spontaneamente furono disposte in un nuovo

ordine gerarchico. Ma la chiusura della fase di mobilità sociale e istituzionale che si ebbe nel corso del Trecento non

significò l’abbandono di ciò che il comune aveva significato come esperienza politica, molte delle novità che i governi

comunali avevano introdotto rimasero. Infine nella coscienza dei successori, il comune rimase per molto tempo un

modello insuperato di partecipazione dei cittadini alla cosa pubblica.

Cap 24

Il consolidamento dei regni europei

Secolo XIII

24.1 Gli stati monarchici del Duecento

L’affermazione dello stato monarchico nel corso del Duecento non interessò tutto l’Occidente, ebbe luogo là dove già

attraverso l’uso dei rapporti feudali, alcuni sovrani erano riusciti a costruire una nuova base per il loro potere. Fu

pertanto in Francia, in Inghilterra e nella penisola iberica che la monarchia subì un processo di rafforzamento o di

assestamento.

Un tratto che avvicina gli stati monarchici del Duecento è l’espansione territoriale. I re cercarono di ricondurre sotto il

proprio diretto dominio territori che formalmente facevano parte del regno ma che, di fatto, erano controllati da

signori locali. Tale espansione territoriale fu collegata al mutamento degli eserciti regi, in cui assunsero un ruolo

crescente le milizie mercenarie, cioè quelle composte da professioniste della guerra. Le compagnie mercenarie,

potevano essere mobilitate in tempi brevi ed erano più uniformi dal punto di vista della tecnica militare. Proprio il

crescente costo delle spedizioni militari fu tra le cause che spinsero i sovrani a introdurre nuove forme di prelievo

fiscale, che, per essere efficaci, richiedevano una rete amministrativa che collegasse il più possibile il centro alla

periferia. La costruzione di questa rete fu un altro aspetto comune nella storia delle monarchie del Duecento.

Il rafforzamento del potere regio in alcuni casi determinò forme di conflittualità tra re e nobiltà, in altri portò al

riconoscimento di poteri di fatto; Contemporaneamente, il potere dei sovrani dovette confrontarsi con le attese di

nuovi ceti emergenti in particolari urbani, che stavano assumendo un ruolo economico e politico sempre più forte. 57

24.2 Il regno di Francia

Il processo di rafforzamento dei poteri pubblici avviato da Filippo II Augusto tra XII e XIII secolo fu proseguito dai suoi

successori, il figlio Luigi VIII e il nipote Luigi IX. Il primo, impegnandosi personalmente nella crociata contro gli albigesi

avviò la graduale espansione territoriale del regno di Francia verso sud.

Luigi VIII contribuì al consolidamento della monarchia capetingia anche sul piano ideologico. Le linee tracciate da Luigi

VIII furono seguite da Luigi IX, suo figlio e successore. Mosso da una profonda e tormentata religiosità, promotore di

due drammatiche e sfortunate crociate, già in vita egli acquisì fama di santità, tanto che fu canonizzato dopo la morte

avvenuta proprio nel corso della sua seconda spedizione verso la Terrasanta. Luigi IX con le sue azioni e con le sue

scelte, portò a termine il disegno di rilancio dell’autorità regia sia sul piano ideologico che su quello amministrativo e

militare. Si consolidarono le conquiste territoriali avviate dai suoi predecessori e fu ulteriormente rafforzato il ruolo

della Francia nel contesto europeo. Ma importanti furono anche le misure intraprese da Luigi IX per completare la

riorganizzazione amministrativa del regno. In questo senso vanno intesi vari provvedimenti, come le “inchieste” che

egli promosse quando inviò per la prima volta in tutto il regno degli inquirenti con il compito di registrare gli abusi fatti

dai funzionari pubblici. Come è stato messo in risalto da Jacques le Goff, le inchieste, in particolare la prima, furono

concepite da re francese soprattutto come misure penitenziali, come una sorta di purificazione dei “peccati” compiuti

in nome del re. Tuttavia, proprio questa connotazione religiosa e la centralità della giustizia nell’azione regia non

potevano non rafforzare il prestigio e il ruolo del sovrano. Nella stessa direzione andarono altre misure, come

l’abolizione del duello giudiziario. Con Luigi IX giunse insomma a compimento il processo di affermazione della

monarchia avviato da Filippo II Augusto. I suoi immediati successori, Filippo III l’Ardito e Filippo IV il Bello ebbero

soprattutto il compito di consolidare le sue conquiste. Essi si trovarono ad operare in una realtà in rapido mutamento,

contrassegnata dal declino del potere imperiale. In particolare Filippo IV cercò di inserirsi in questo vuoto,

contrapponendosi in modo risoluto a papa Bonifacio VIII, e dopo la morte di questi, portando direttamente sotto il

controllo francese il papato, con il trasferimento della sede apostolica da Roma ad Avignone, in Provenza. La

contrapposizione tra Filippo IV e Bonifacio VIII fu in parte l’esito di una politica condotta dai sovrani francesi, i quali,

cercarono di limitare l’autonomia della giurisdizione ecclesiastica. Sotto la spinta dei sovrani francesi veniva

formandosi così, nel regno di Francia una sorta di chiesa nazionale, la cosiddetta “chiesa gallicana”, che riconosceva il

magistero papale e il suo primato nell’ambito della fede, ma contemporaneamente era considerata uno dei “corpi”

che costituivano lo stato.

24.3 Il regno d’Inghilterra

Gli eventi che avevano coinvolto i re inglesi nei primi due decenni del XIII secolo, la sconfitta subita a Bouvines nel

1214, la ridefinizione della regalità nella Magna Charta del 1215, li ponevano nel loro regno in una posizione assai

diversa da quella dei re di Francia. Nel corso del Duecento essi affrontarono un lungo periodo di conflittualità. In

particolare Enrico III fu costretto più volte a effettuare concessioni che limitavano il potere regio e il suo regno fu

caratterizzato da una conflittualità quasi endemica che si concluse solamente nel 1265 con la battaglia di Eversham,

che vide la vittoria del sovrano.

Il temporaneo disinnesco dei conflitti interni andò di pari passo con il rafforzamento dell’organizzazione

amministrativa e dei rapporti vassallatici tra nobili e re. Tra le prime, importanti conseguenze di tale processo vi fu il

rapido incremento delle entrate fiscali che permisero al successore di Enrico III, Edoardo I di avviare imprese militari

per estendere il suo dominio nell’intera isola britannica. Dopo aver annesso il Galles, egli intervenne nel regno di

Scozia, dove era scoppiata una crisi dinastica. Invasa la Scozia, dovette sedare un’insurrezione guidata da alcuni

esponenti dell’aristocrazia terriera. Attorno a questo episodio successivamente a partire dal XV secolo, fu elaborato

uno di miti di fondanti dell’identità scozzese, che anacronisticamente presentava uno dei protagonisti

dell’insurrezione, William Wallace, detto Cuore impavido (Braveheart), come un eroe nazionale, difensore degli

Scozzesi contro gli “eterni nemici” inglesi.

24.4 I regni iberici

Nel corso del XII secolo nei territori settentrionali della penisola iberica si erano consolidati alcuni regni cristiani

(Portogallo, Castiglia, Navarra, Aragona) che, col sostegno ideologico della chiesa di Roma e quello militare di molti

cavalieri di altri regni europei, avevano intrapreso un’espansione militare (reconquista) a danno del regno musulmano.

Nei primi decenni del XIII secolo questo processo conobbe un’ulteriore accelerazione, in particolare, dopo che un

esercito composto da contingenti castigliani e aragonesi, supportati da cavalieri provenienti da tutto l’Occidente, riuscì

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a sconfiggere nel 1212 l’esercito musulmano a Las Navas de Tolosa, nel sud della penisola iberica. Gli anni successivi

furono contrassegnati da una serie di conquiste militari a favore del regno di Castiglia, che riuscì ad estendersi su

importanti città, mentre il regno di d’Aragona, rafforzò le sue posizioni sulla costa orientale e nel Mediterraneo. Il

regno di Navarra, schiacciato dalla potenza di Castiglia e Aragona, non riuscì ad allargarsi. Ai musulmani rimase solo il

regno di Granada.

Castiglia e Aragona assunsero un ruolo guida tra i regni iberici, ma misero ben presto in evidenza una vocazione

diversificata. Il regno di Castiglia aveva il suo baricentro nelle grandi pianure interne della penisola iberica, promossero

nuovi insediamenti, tramite la concessione di terre e carte di franchigia. Diversa fu l’evoluzione del regno di Aragona,

costituito da un insieme di regioni di tradizione eterogenea, in cui era presente una nobiltà fortemente radicata nel

territorio. La stessa sovranità dei re aragonesi aveva dei presupposti particolari: essa si basava su un giuramento tra il

re e i gruppi sociali eminenti del regno, finalizzato al mantenimento e al rispetto delle leggi consuetudinarie.

Il regno di Aragona si distingueva da quello di Castiglia anche da un punto di vista economico. Mentre l’economia di

quest’ultimo era di tipo agrario e si basava sul latifondo, quella aragonese era assai più dinamica. Era soprattutto

un’economia commerciale, legata ai grandi traffici marittimi nel Mediterraneo. Nel 1282, gli Aragonesi intervennero

nella crisi che si era aperta in Sicilia contro Carlo d’Angiò e che è entrata nella storia come “rivola del Vespro” o

“Vespri siciliani”. Dopo vent’anni di scontri, agli Aragonesi fu riconosciuto il potere sull’isola con la pace di

Caltabellotta (1302). Successivamente essi cercarono di completare la loro espansione nell’area mediterranea

strappando ai Pisani la Sardegna. L’intervento aragonese in Sicilia e in Sardegna, quello inglese in Galles e in Scozia,

quello francese in Italia meridionale furono tutti episodi di una nuova fase degli stati monarchici, segnata

dall’espansione territoriale e dal tentativo di creare nuove egemonie ed equilibri politici.

Cap 25

Papato universale e stato della chiesa

Secoli XII-XIV

25.1 L’elezione del papa e il cardinalato

Il decreto che nel 1059 aveva stabilito una procedura per l’elezione del papa, consistente nella scelta preliminare da

parte dei cardinali vescovi, nella consultazione dei cardinali preti e infine nell’acclamazione da parte del clero e del

popolo di Roma, invece di diventare una norma accettata, aveva dato luogo a nuovi scontri durante tutto il corso della

lotta per le investiture. A metà del secolo XII questi scontri non si erano ricomposti. Per porre freno all’abitudine dei

cardinali di prolungare in maniera eccessiva il momento dell’elezione papale, dando luogo a lunghe vacanze della sede

apostolica durante le quali i conflitti divampavano, Gregorio X emanò la costituzione Ubi periculum, in cui stabiliva

alcune norme tese ad accelerare l’elezione del nuovo papa. Il decreto stabilì che i cardinali elettori sarebbero stati

costretti a risiedere in uno spazio chiuso a chiave (conclave) nel quale nessun altro avrebbe avuto accesso. Inoltre a

differenza di quanto era avvenuto sino a quel momento, non avrebbero potuto godere delle entrate normalmente

dovute al papa.

L’istituzione del conclave, pur regolando l’elezione del papa, non minava affatto la posizione di preminenza acquisita

dai cardinali, che rimanevano i detentori esclusivi della possibilità di eleggere il sovrano pontefice. Oltre a ciò, fra XII e

XIII secolo i cardinali si attestarono come i principali collaboratori del papa: lo assistevano durante il concistoro, il più

importante consiglio della curia romana, firmavano le lettere e i privilegi emessi dal papa, formavano commissioni.

Per diventare cardinale occorreva la nomina papale. Tra la metà del XII secolo e gli inizi del XIV il numero dei cardinali

oscillò tra più di trenta e meno di dieci. Potenzialmente vi erano più di cinquanta “titoli” (le chiese romane collegate

alla nomina), ma il numero dei cardinali tese a diminuire poiché molti titoli rimanevano vacanti e altri furono

accorpati. Con la riduzione del collegio cardinalizio il potere dei singoli cardinali aumentò, e in tal modo le nomine

divennero uno strumento fondamentale per la strategia politica dei pontefici. Una precondizione che fu sempre molto

importante per diventare cardinale fu l’appartenenza alla famiglia o alla clientela del papa. 59

25.2 Lo stato pontificio

Alla crescita del potere pontificio si opponevano all’interno i baroni, signori territoriali dell’area laziale, e i comuni

cittadini, tra cui quello che si era formato a Roma assumendo il nome antico e legittimante di “senato romano”;

all’esterno i sovrani normanni. Dalla metà del XII secolo anche la presenza dell’impero tornò a farsi sentire in Italia;

per difendersi, il papato rinsaldò i legami diplomatici e politici con le altre forze anti-imperiali, soprattutto i comuni del

nord Italia. Al termine del conflitto cono Federico Barbarossa, Alessandro III riuscì a ottenere la concessione delle

ragalìe. La congiunzione tra la corona del regno di Sicilia e l’impero che si realizzò con Enrico VI stringendo lo stato

della chiesa da nord e da sud, sembrò arrestarne lo sviluppo, ma con la morte precoce di Enrico l’opera di

allargamento territoriale dello stato pontificio poté riprendere. La prima fase di questa espansione fu condotta da

Innocenzo III che la definì “recupero” presentandola come ricostruzione di un ordine antico. Innocenzo si fece giurare

fedeltà da nobili e città del Lazio, dell’Umbria e delle Marche e riuscì con l’aiuto dei comuni e dei signori locali a

scacciare i rettori imperiali. Al termine del suo pontificato Innocenzo III aveva ormai delineato i tratti essenziali dello

stato pontificio, articolato in quattro province maggiori (Campagna e Marittima nel Lazio meridionale, patrimonio di

Tuscia nel Lazio settentrionale, ducato di Spoleto in Umbria, marca di Ancona nella Marche). Si trattò sin dal principio,

di uno stato che concedeva ai propri sudditi larghe zone di autonomia, in materia fiscale, giudiziaria e militare.

Lo stato pontificio, oltre a essere in sé un vasto territorio, aveva una funzione strategica particolarmente importante.

Era posto al centro dell’Italia e separava due regioni che si trovavano sotto l’influenza imperiale: il regno di Sicilia,

passato agli Svevi, e l’antico regnum Italiae, l’Italia centro-settentrionale ormai divisa in comuni. La reazione papale a

questo accerchiamento si organizzò dopo la morte di Federico II (1250), quando il pontefice Urbano IV, francese,

sollecitò il fratello del re di Francia, Carlo d’Angiò, a intervenire in Sicilia per cacciarne gli ultimi eredi della dinastia

sveva, Manfredi e Corradino. Peraltro, dopo averli sconfitti, Carlo si sciolse dalla tutela pontificia e iniziò lui stesso a

condizionare la politica papale. L’influenza degli Angiò si indebolì solo quando persero la Sicilia, che dopo la rivolta dei

Vespri (1282) passò agli Aragonesi. L’espansione territoriale non contribuì a rimuovere gli strutturali fattori di

debolezza che per tutto il Duecento e oltre continuarono a caratterizzare lo stato pontificio. Rispetto agli organismi

politici coevi, lo stato pontificio non disponeva né di una dinastia che ne tutelasse la continuità nel tempo, né

dell’appoggio di ampi strati sociali.

25.3 Le relazioni con le chiese locali e l’universalità del papato

A questi elementi di debolezza facevano riscontro alcuni punti di forza: in particolare la funzione di coordinamento

delle strutture ecclesiastiche che il pontefice aveva rivendicato a sé. Per i pontefici romani affermarsi come il vertice

supremo della cristianità significò riscuotere tasse da tutta Europa e intervenire attivamente in molte sfere di

competenza dei vescovi. Sul piano ideologico ciò volle dire consolidare la propria regalità ed elaborare una figura di

sovrano assoluto che nei secoli successivi sarebbe stata presa a modello anche dai poteri laici.

Dal punto di vista finanziario al papa spettavano sia i tributi che i sudditi gli dovevano come sovrano, sia quelli che

riscuoteva in quanto signore territoriale (censi, affitti), a questi si aggiungevano le decime locali, cioè i versamenti

obbligatori che proprietari e coltivatori dovevano versare alle chiese locali e ai monasteri. Anche dal punto di vista

giurisdizionale il Duecento segnò un momento di crescita del papa. Se fino ad allora si era limitato a proteggere le

chiese locali dagli attacchi dei poteri concorrenti, dal XIII secolo esso cominciò a controllarle sempre più strettamente.

Tale azione di controllo si estese a vari ambiti, così mentre assieme al diritto laico si sviluppava e veniva approfondito

anche quello canonico, si moltiplicarono le cause che richiedevano l’arbitrato del pontefice: crebbe anche i numero

dei cosiddetti “peccati riservati” (per esempio l’adulterio), dai quali si poteva essere assolti solo grazie all’intervento

pontificio.

I pontefici acquistarono sempre più potere anche nel controllo dei benefici, cioè delle rendite e dei possedimenti

assegnati a chi riceveva incarichi ecclesiastici. Il raggio d’azione dei pontefici si estese anche nell'ambito più

strettamente spirituale, mediante una più stretta disciplina dei fenomeni di religiosità spontanea, da cui nacquero nel

XIII secolo i nuovi ordini mendicanti, e del culto della santità.

Le nuove istanze di controllo e di intervento nella politica e nell’amministrazione delle chiese locali comportarono il

moltiplicarsi dei documenti e delle lettere che partivano dalla curia pontificia per le varie destinazioni. Al fine di gestire

questa massa di lettere, all’inizio del Duecento la cancelleria fu dotata di un numero crescente di ufficiali. Nonostante

lo sviluppo di questo grande apparato burocratico, alcuni storici hanno sostenuto che lo stato pontificio restò sempre

un potere debole. Tra gli argomenti usati si invocano l’opinione dei contemporanei che notavano la difficoltà di

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pacificare internamente il territorio, o il deficit tra entrate e uscite. Il rischio di una simile posizione è quello di

giudicare una configurazione politica del XIII secolo con parametri moderni e, soprattutto, di sottovalutare

l’importanza che il modello di sovranità inventato dai pontefici romani ebbe quale fondamentale punto di riferimento

per i principi di epoca successiva. Ciò avvenne in virtù del potere spirituale che il papa, a differenza degli altri sovrani,

affiancava a quello temporale. Partendo da questo elemento i teologi e i canonisti del Duecento definirono il potere

del papa come maggiore degli altri; già Innocenzo III sostenne che il potere spirituale dei papi era superiore al quello

temporale e che in caso di necessità il papa avrebbe potuto sostituirsi agli altri sovrani. Fu però con Bonifacio VIII

(1294-1303) che questa idea di superiorità raggiunse il suo punto massimo: nella bolla Unam sanctam del 1303, egli

riscrisse l’intera gerarchia dei poteri ponendo al suo vertice il papato.

25.4 Il papato ad Avignone

La redazione dell’Unam sanctam da parte di Bonifacio VIII si inserisce nel quadro di una politica volta a rilanciare la

figura del papa e la centralità di Roma in un momento in cui da molte parti si levavano voci di protesta che

auspicavano un rinnovamento della chiesa e un ritorno ai valori del Vangelo. Per canalizzare queste spinte, e anche

per rispondere al movimento millenaristico secondo cui nel 1300 avrebbe avuto luogo la fine del mondo, il pontefice

stabilì per quell’anno il primo giubileo, con il quale concedeva l’indulgenza a chiunque avesse visitato Roma e i suoi

luoghi santi. Non ebbero altrettanto successo altre iniziative politiche di Bonifacio, in particolare quelle promosse

contro la corona francese che aveva sottoposto a tassazione anche il clero, in precedenza esente. La Unam sanctam fu

redatta anche per rispondere a quest’azione, vista da Bonifacio come un attentato alla libertà e all’indipendenza della

chiesa. Il re di Francia, Filippo il Bello, rispose con una campagna di discredito e con l’organizzazione di una spedizione

ad Anagni, in quel momento sede della curia, che avrebbe dovuto prelevare il papa, tradurlo davanti a una corte

francese e processarlo per lesa maestà. L’operazione non andò in porto ma, dopo la morte di Bonifacio e il breve

pontificato del suo successore, il re riuscì a far eleggere papa un suo candidato che salì al soglio pontificio con il nome

di Clemente V (1305-1314) e, nel 1309 decretò il trasferimento della curia ad Avignone.

Quello avignonese è stato giudicato per molto tempo come un periodo di crisi del papato. In realtà in questo periodo

l’organizzazione della curia, libera dai conflitti tra le grandi famiglie baronali di Roma e del Lazio, fu perfezionata in

senso statale: attorno al palazzo di Avignone si intensificò l’attività finanziaria; l’accentramento iniziato nel Duecento

proseguì, con la privazione della maggior parte delle autonomie che ancora rimanevano alle chiese locali. I papi

francesi contribuirono in politica estera a creare un asse “guelfo” che estendeva la propria sfera d’influenza su tutta

l’Europa facendo perno sulla corte di Parigi. Solo alla fine del periodo avignonese si aprì un nuovo conflitto interno,

stavolta in seno al collegio cardinalizio, per la prima volta dopo tanti anni spaccato al punto da eleggere due papi

diversi. Si apriva una stagione difficile per il papato che ebbe tra le sue conseguenze la definitiva fine dell’idea

teocratica elaborata dai pontefici tra XII e XIV secolo, ma non delle loro innovazioni economiche, burocratiche,

politiche, che diedero importanti frutti nelle corti europee

Cap 26

Eresie e ordini mendicanti

Secoli XII – XIV

26.1 Le prime eresie (secoli XI e XII)

Uno scoppio improvviso di predicazioni eterodosse scosse la Francia meridionale all’inizio del secolo XI. Gli uomini

della chiesa che ne lasciarono memoria non avevano strumenti per comprendere questi fenomeni e li relegarono nel

mondo della follia, dell’influenza demoniaca, della marginalità. E “marginali” in apparenza erano i protagonisti:

contadini, semplici preti, persone ignoranti istigate da forze oscure. Il ricorso a pratiche ascetiche di purificazione, il

rifiuto della mediazione ecclesiastica e dei sacramenti, la lettura integrale della Bibbia che assicurava un contatto

diretto con Dio, sono elementi comuni a tutti gli episodi ereticali di questi anni. Queste spinte religiose si

sovrapponevano a un più esplicito processo di contestazione delle strutture ecclesiastiche ufficiali, molti laici si erano

levati contro la corruzione del clero, la ricchezza delle canoniche delle cattedrali, la prepotenza politica. Molti

movimenti evangelici, definiti più tardi ereticali dalla chiesa romana, non avevano in realtà elaborato alcuna dottrina

estranea ai dettami cristiani. Così per esempio, il movimento popolare nato a Milano chiamato “patarìa”. Similmente

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alla fine del secolo XII, i seguaci di Valdo, un ricco mercante di Lione che, dopo aver rinunciato ai suoi beni, visse in

povertà predicando il Vangelo. Il peccato che costò a Valdo una condanna e poi la scomunica ufficiale, non fu la scelta

di vivere in povertà, ma la presunzione di predicare nonostante il divieto delle gerarchie ecclesiastiche. Il controllo

della predicazione doveva infatti rimanere monopolio della chiesa. I seguaci di Valdo, invece, ritenevano la

predicazione laica una fondamentale necessità, al punto che, nella diocesi di Lione, persino le donne la praticavano.

26.2 Nascita e sviluppo dell’eresia catara

In questo mondo così vivace, si sviluppò un altro tipo di eresia, il “catarismo”, basata su presupposti dottrinali

fortemente in contrasto con la dottrina cristiana. I catari (il nome viene dal greco e significa “puri”) professavano una

religione di stampo dualistico, che credeva cioè nell’esistenza di due principi eterni, il bene e il male, che si affrontano

in una lotta incessante. Quando venne individuata, l’eresia catara si era già diffusa in tutti gli strati sociali, organizzata

in chiese con strutture territoriali ricalcate su quelle cattoliche, guidata da una gerarchia di “vescovi”. Nel 1167,

evento quasi eccezionale per una chiesa eretica, fu celebrato addirittura un concilio, in Francia. Assieme ai vescovi di

Francia e di Lombardia intervenne in quella occasione un “papa”, Niceta che impose all’assemblea un dualismo

radicale, più estremo di quello moderato seguito fino ad allora (che ammetteva un principio primo, il bene, insidiato

da un essere maligno dopo la creazione). Per i catari radicali, invece, male e bene erano entrambi principi eterni e

increati, e il mondo terreno era opera di Satana (il dio dell’Antico Testamento) che aveva imprigionato nei corpi le

anime degli angeli caduti. La lotta fra il bene e il male coinvolgeva tutti e sola via di salvezza era liberarsi dalla materia

attraverso una continua opera di purificazione o, nei casi estremi, l’autodistruzione. Ciò spiega la severità dei riti

riservati ai “perfetti” che avevano ricevuto il “consolamento”, sorta di battesimo durante il quale si riceveva lo spirito

santo. I più perfetti dei perfetti erano quanti, lasciandosi morire di fame, segnavano la vittoria estrema dello spirito sul

corpo. La promessa di una liberazione dal male, il fascino dell’anti-chiesa e l’esempio folgorante dei perfetti favorirono

la diffusione del catarismo in Italia settentrionale. Si conoscono sei grandi chiese con indirizzi dottrinali diversi: 1)

Concorezzo (presso Milano) che professava un dualismo moderato; 2) Desenzano, dualista radicale; 3) Bagnolo (vicino

a Mantova), 4) Vicenza; 5) Firenze; 6) la valle spoletina. Ma gli eretici erano presenti in tutte le città comunali.

Inutilmente i pontefici ordinarono punizioni sempre più severe. Nel 1208 venne bandita dal pontefice una vera

crociata contro i catari di Albi e della contea di Tolosa, nella Francia meridionale, che provocò un massacro della

popolazione. Nel 1215 si ribadì l’anatema per gli eretici e i loro fautori.

26.3 La risposta della chiesa: gli ordini mendicanti

Per la chiesa si faceva via via più urgente l’esigenza di riappropriarsi del primato nella predicazione e nel proselitismo.

Durante il pontificato di Innocenzo III e poi di Onorio III furono accettati all’interno dell’ortodossia religiosa due

movimenti, quello domenicano e quello francescano, che in questa prospettiva si dimostrarono vincenti.

Domenico di Guzmàn era un sacerdote della cattedrale di Osma in Castiglia. Uomo inquieto, decise di dedicarsi alla

conversione degli eretici della Francia meridionale. Egli organizzò dapprima una sorta di comunità itinerante costituita

da sacerdoti suoi seguaci, che, in coppia, si recavano a predicare in diverse città francesi del sud; più tardi si stabilì a

Tolosa, dove ottenne per il suo ordine l’approvazione vescovile. Nel 1215 Domenico richiese l’approvazione a papa

Innocenzo III; l’anno successivo fu il nuovo pontefice Onorio III a riconoscere l’ordine. Da quel momento i frati

“predicatori” poterono espandersi in tutto il territorio europeo. I seguaci di Domenico seguivano la regola agostiniana,

la stessa adottata dai canonici “regolari”. A tale regola fu aggiunto l’obbligo della povertà non solo personale ma per

l’intero ordine, e a ciò è legata la definizione “ordine mendicante” che contraddistinse i domenicani come pure i

francescani, i quali potevano sostentarsi solo con quanto veniva loro donato in elemosina.

Francesco nacque ad Assisi nel 1182 da una famiglia di ricchi mercanti. Poco più che ventenne si associò come eremita

alla comunità benedettina che viveva alle pendici del monte Subasio. Dopo tre anni di eremitaggio ritornò alla vita

associata, dedicandosi in completa povertà alla predicazione itinerante della penitenza. Attorno alla sua figura

carismatica si raccolse un piccolo gruppo di confratelli, che si dissero minores, ossia più piccoli. Il movimento

francescano non aveva ai suoi esordi alcuna caratteristica che potesse distinguerlo dagli altri movimenti pauperistici.

Soltanto con l’ascesa al soglio pontificio di Onorio III i francescani cominciarono a godere di simpatia presso gli

ambienti romani. La confraternita crebbe rapidamente ed ebbe a partire dal 1213 anche una sezione femminile

guidata da Chiara: dal 1217 fu organizzata territorialmente per province e iniziò la sua espansione in Francia,

62

Germania, Spagna e Ungheria. In questi paesi i francescani furono spesso perseguitati dal clero regolare; in Francia e

in Germania furono scambiati per albigesi e incarcerati. Francesco era contrario a una istituzionalizzazione del

movimento che aveva creato, ma infine, su pressione dei suoi stessi confratelli, si decise a stendere una regola che,

eliminati gli aspetti più radicali della sua predicazione, potesse essere approvata a Roma. Tale regola, nota come

Regula bullata, ossia approvata dal pontefice, fu accolta da Onorio III nel 1223, Francesco morì pochi anni dopo, nel

1226. Nel 1228 fu dichiarato santo.

Dopo la morte di Francesco, l’ordine si divise presto in correnti diverse, alcune delle quali si trovarono spesso in bilico

sul crinale dell’eresia. I francescani più moderati trovarono invece un pieno inquadramento nella chiesa cattolica dopo

il concilio di Lione che soppresse tutti gli ordini mendicanti sorti dopo il 1215, a eccezione dei domenicani, dei

francescani moderati e degli eremiti di sant’Agostino. Gli ordini mendicanti, domenicani e francescani, furono

protagonisti soprattutto della vita cittadina e non solo per l’attività di predicazione: sin dai primi decenni del Duecento

si stabilirono in conventi ai margini delle aree urbane, dove i contrasti fra vecchi e nuovi interessi erano più evidenti. Si

fecero promotori di un associazionismo religioso favorevole alla pacificazione sociale. I domenicani soprattutto

divennero tramite fra il papato e i governi locali per favorire l’introduzione negli statuti cittadini di norme antiereticali.

Il successo dei nuovi ordini negli ambienti urbani fu enorme proprio perché riuscivano a coinvolgere i laici in attività

religiose che rimanevano nell’ambito dell’ortodossia.

26.4 Il tribunale dell’inquisizione

La nascita e l’approvazione degli ordini mendicanti si rivelarono un evento decisivo nella lotta contro l’eresia.

Francescani e domenicani dovevano combattere gli eretici sul piano dottrinale, attraverso un’opera capillare di

predicazione e sottraendo consensi con l’esempio di una vita “mendicante” ma pienamente ortodossa. Agli stessi

ordini fu affidata la “santa inquisizione”, un tribunale dipendente dal papa, con poteri giurisdizionali speciali in

materia di fede. La risposta degli eretici fu ancora una volta violenta. Nel 1239 a Orvieto fu distrutto il convento dei

domenicani. Nel 1252 l’inquisitore per la Lombardia, Pietro da Verona, fu ucciso nei boschi presso Milano. Ma la

macchina era stata messa in moto. Tra il 1268 e il 1280 una grande ondata di processi portò alla distruzione fisica di

importanti comunità ereticali. Sul piano politico il sostegno all’eresia diventava difficile anche per i comuni più

indipendenti. L’egemonia di Carlo d’Angiò sulle città guelfe dell’Italia centro-settentrionale aveva favorito e avallato

un conformismo religioso che confondeva eresia e opposizione politica, fede e ubbidienza: nei primi decenni del

Trecento i grandi nemici ghibellini del papato furono combattuti proprio con l’accusa di eresia.

26.5 Le eresie del Trecento fra pauperismo e rivolta sociale

La mancanza di un retroterra favorevole, oltre lo spontaneismo iniziale, segnò il destino delle ultime grandi

manifestazioni ereticali. Così fu per gli “apostolici”, seguaci di Gerardo Sagarelli che predicava la povertà assoluta e la

preghiera. Nessuna teoria eterodossa, ma lo scandalo della predicazione giustificò ancora una volta la repressione

violenta: Gerardo fu condannato al rogo nel luglio 1300. La sua opera fu continuata da Dolcino di Novara, un frate, che

riorganizzò il movimento con intenti più spiccatamente politici. Incerto è lo spessore dottrinale delle sue tesi. Più che

altro sono regole di comportamento, che attaccano frontalmente la mediazione ecclesiastica in tutte le forme in cui

essa si manifestava, dal papato agli ordini mendicanti. Più concreto l’aspetto politico. Dolcino si alleò con i signori

ghibellini, combatté la chiesa sul campo; per quattro anni tenne testa alle forze papali, fino alla sconfitta infertagli

dall’esercito “crociato” mosso contro di lui da Clemente V. La sua fine si tinse di martirio, anche per la straordinaria

fermezza d’animo di Dolcino, che rifiutò sempre di rinnegare la sua fede.

Cap 27

Crisi e nuovi equilibri

Secolo XIV

27.1 Prima della crisi: lo sviluppo economico del Duecento

Nel corso del Duecento la stabilizzazione delle strutture politiche, il conseguente aumento della capacità di controllo

dei conflitti locali e non da ultimo, una fase climatica relativamente mite favorirono la prosecuzione della tendenza

economica positiva iniziata nei decenni intorno al Mille. Gli sviluppi duecenteschi interessarono in primo luogo il

commercio e la produzione di manufatti ed una generale ripresa dei commerci su larga scala. Ciò permise l’affermarsi

63

di grandi fiere specializzate nella compravendita di prodotti come stoffe, tinture e spezie. Famose furono le fiere della

Champagne in Francia. L’intensificazione dei commerci stimolò la produzione di nuova moneta. Fu proprio nel

Duecento che da parte di varie autorità fu intrapresa la coniazione dapprima di monete d’argento e in seguito di

monete d’oro. L’ampliamento del raggio dei commerci e la necessità di dar loro una maggiore organizzazione spinsero

molti mercanti a costituire compagnie e società volte a sostenere le imprese commerciali: tali erano le “commende”.

Alla crescente domanda di denaro fecero fronte anche le nuove attività creditizie, i “banchi” specializzati nello

scambio di moneta e nel prestito.

Lo sviluppo economico, interagendo con la crescita della popolazione che nei secoli dopo il Mille assunse proporzioni

vistose, provocò importanti flussi migratori: dalle montagne alle pianure e, soprattutto, dalle campagne alle città. Per

la prima volta dall’età tardo-antica molte città superarono la soglia dei 10.000 abitanti e alcune avvicinarono, o anche

superarono la soglia dei 100.000. Si calcola che in Italia, verso l’inizio del Trecento, Milano avesse circa 150.000

abitanti, Venezia e Firenze circa 100.000, Genova 60.000.

Il processo di inurbamento portò contemporaneamente a un calo della manodopera rurale e alla crescita del

fabbisogno alimentare delle città; ma le tecniche agricole, pur migliorate nel corso del Duecento grazie alla diffusione

della rotazione triennale e al perfezionamento di diversi attrezzi agricoli, non permettevano di ottenere rese adeguate

alla domanda. Ciò spinse molti proprietari fondiari a mettere a coltura nuove terre, che spesso non erano

particolarmente fertili. Già negli ultimi decenni del Duecento, la crescita della popolazione urbana e la messa a coltura

di terre marginali posero le premesse della crisi che scoppiò nel secolo successivo.

27.2 Il ritorno della carestia e della peste

Le contraddizioni che avevano accompagnato lo sviluppo economico del Duecento emersero all’inizio del secolo

successivo, quando in tutta Europa, fra il 1313 e il 1317, una serie di cattivi raccolti portò a gravi carestie. Non si

trattava certo di una realtà nuova, ora però, la congiuntura era assai più grave, perché la penuria era generalizzata e

riduceva al minimo le capacità compensative del mercato. Soprattutto nelle città, i prezzi dei cereali ebbero una

rapida impennata, rendendo proibitivo l’acquisto del pane, che ormai era divenuto l’alimento base del proletariato

urbano. Anche le campagne vissero momenti drammatici. Molti coltivatori travolti dalla crisi diedero vita a nuovi flussi

migratori verso le città, contando di trovarvi migliori condizioni di vita. Speranza infondata: i governi cittadini

tentavano in ogni modo di tenere alla larga gli intrusi che avrebbero pericolosamente fatto crescere la domanda di

cibo. Dopo molti decenni, dunque in Europa si ricominciava a morire di fame. Ma, al contrario di quanto era avvenuto

nei secoli passati, gli eventi meteorologi furono una concausa di una crisi strutturale che aveva la sua principale

origine negli scompensi generati dall’evoluzione economica e demografica degli ultimi decenni del Duecento.

Oltre che dal ritorno delle carestie, la società europea del Trecento fu profondamente segnata da una nuova,

inaspettata epidemia. Nel 1348, nel giro di pochi mesi, in tutta Europa si diffuse la peste nera, una terribile malattia

infettiva, la cui diffusione fu improvvisa e rapidissima e gli uomini del tempo non riuscirono a individuarne le cause,

che sono state scoperte solo in tempi relativamente recenti. Oggi sappiamo che la malattia si diffonde attraverso un

bacillo trasmesso tramite puntura da pulci parassite del ratto nero. A metà del Trecento questo bacillo giunse in

Europa dall’Asia lungo le vie carovaniere. Naturalmente tutto ciò era ignoto ai contemporanei. Allora in mancanza di

altre risposte, si interpretava la peste per lo più come un castigo divino o come manifestazione del maligno. In alcune

zone d’Europa furono intraprese spedizioni punitive contro presunti “nemici della cristianità”, in particolare contro

comunità ebraiche. Lo sgomento nei confronti della nuova epidemia fu dovuto anche al fatto che la peste si era

manifestata in Occidente per l’ultima volta nel VI secolo. Essa era pertanto una malattia sconosciuta, che non si

sapeva come curare e delimitare.

Non sappiamo con esattezza quanti morti abbia causato la peste, anche perché l’epidemia del 1348 fu la prima di una

serie di tre ondate successive, dopo le quali la malattia rimase endemica in Europa, sembra però, cha almeno in città,

la peste abbia falciato circa un terzo della popolazione, infierendo soprattutto tra i ceti sociali medio-bassi che

vivevano in condizioni igieniche precarie.

27.3 La peste e il dibattito storiografico sulla crisi del Trecento

Da quando i temi economici hanno assunto una crescente centralità nell’analisi storica, più volte ci si è interrogati sul

ruolo della pesta nella cosiddetta “crisi del Trecento”: se, in particolare, essa possa essere interpretata come il

momento d’avvio della crisi stessa. Questo dibattito ha le sue radici nel pensiero economico e politico di fine

Settecento e dell’Ottocento. Fu un economista inglese, Thomas Robert Malthus, alle prese con i problemi causati dalle

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primissime fasi della rivoluzione industriale a dare una prima interpretazione, sia pure indiretta, alla crisi del Trecento.

Il problema che lo tormentava era quello della prolificità dei ceti sociali più bassi, verso i quali non bisognava avere

alcun atteggiamento caritativo. In un suo celebre scritto egli mise in risalto come la popolazione tenda ad aumentare

in progressione geometrica (1,2,4,8,16 ecc) mentre i mezzi di sostentamento crescono in progressione aritmetica

(1,2,3,4,5, ecc). Perciò l’aumento ciclico della miseria a suo avviso, sarebbe salutare perché, impedendo ai poveri di

fare figli, provoca un riequilibrio del rapporto popolazione/risorse tramutandosi in vantaggio collettivo. Alcuni studiosi

hanno creduto di poter applicare i fondamenti dell’analisi di Malthus alla crisi del Trecento. In particolare lo storico

tedesco Abel e lo storico inglese Postan hanno proposto di leggere la crisi del Trecento e la catastrofe demografica

causata dalla peste come un evento complessivamente positivo. Per questa loro posizione, Abel, Postan e altri storici

che hanno assunto posizioni analoghe vengono definiti “neomalthusiani”. Al di là del suo apparente cinismo, tale

interpretazione è oggi piuttosto diffusa, in particolare nella sua versione “depressionista”, in base alla quale il

Trecento sarebbe stato caratterizzato da una crisi di lunga durata (depressione) iniziata ben prima dello scoppio della

peste. Tale depressione e il calo demografico avrebbero determinato la concentrazione delle ricchezze in mano a un

gruppo ristretto di persone, che, dunque, poterono disporre di ingenti capitali da reinvestire sia nelle attività

produttive, sia in quelle artistiche e culturali. Queste posizioni si sono spesso confrontate con quelle di storici di

matrice marxista per i quali i trends demografici devono essere spiegati a partire dall’analisi delle strutture

economiche.

Sono infatti i rapporti economici, i “modi di produzione”, a caratterizzare secondo Karl Marx le singole epoche

storiche. La crisi del Trecento si sarebbe manifestata per Marx durante il lungo periodo di transizione tra il modo di

produzione feudale e quello capitalistico, caratterizzato dall’ascesa della borghesia come classe egemone.

27.4 Verso una nuova organizzazione sociale: le campagne

Se la peste nera non fu la causa prima e unica dei cambiamenti economici e sociali che caratterizzarono la vita delle

campagne nel Trecento, sicuramente contribuì ad accelerarli. I primi effetti delle crisi e delle epidemie furono

l’abbandono delle terre marginali di bassa redditività. In alcune regioni, dove questo fenomeno fu particolarmente

intenso, i mutamenti economici si rispecchiarono nei mutamenti di paesaggio. L’abbandono delle terre marginali andò

spesso di pari passo con l’aumento della pastorizia, in particolare quella ovina e con la riorganizzazione dei coltivi, in

cui, venuta meno la pressante richiesta di cereali, iniziarono ad affermarsi nuove colture specializzate, come il riso, il

lino o il gelso. Oltre alle colture e al paesaggio, nelle campagne in tanti casi cambiarono l’habitat e le modalità stesse

del lavoro dei contadini. Di particolare interesse fu quanto accadde in Italia centro-settentrionale, dove la peste e il

crollo demografico produssero una razionalizzazione della gestione fondiaria e un aumento degli investimenti

produttivi. Chiave della svolta fu la possibilità di rinnovare i patti agrari approfittando del ricambio di terre e di uomini

provocato dallo sconquasso economico e demografico. Per esempio in Toscana e in Emilia, i proprietari iniziarono ad

accorpare i loro beni fondiari strutturandoli in “poderi”, aziende compatte dotate di una casa colonica e delle

infrastrutture necessarie per il lavoro. Ciascuno di questi poderi era dato in lavorazione a una famiglia di contadini con

contratti di breve durata (da 1 a 5 anni) che prevedevano una serie di investimenti da parte del proprietario in cambio

della miglioria dei terreni e, soprattutto, della consegna di un parte cospicua del raccolto. I contratti di mezzadria

vennero così sostituendo i tradizionali contratti parziari a lungo termine.

Quello della mezzadria è un tema assai discusso dagli storici, che, in particolare negli ultimi decenni, hanno cercato di

comprendere se e in quale misura essa abbia significato un miglioramento nelle condizioni di vita dei contadini.

L’opinione prevalente è che la mezzadria costituì complessivamente un passo avanti nell’economia delle campagne.

Anche in altre regioni europee la riorganizzazione della produzione agricola determinò nuove forme di oppressione,

che a loro volta diedero luogo a moti e rivolte, spesso intrecciate con analoghe sollevazioni nelle città. Così, per

esempio, la rivolta contadina esplosa nel 1358 nel cuore del regno di Francia, l’Ile – de – France, da dove si estese a

Parigi. Essa fu denominata Jacquerie, un nome destinato anche in futuro a designare le rivolte rurali, derivato dal

nome di Jacques, assai diffuso tra i contadini.

Miglior esito ebbe la rivolta scoppiata in Inghilterra nel 1381, quando contadini e salariati urbani insorsero contro

l’aumento della tassa che ogni singola persona era tenuta a versare nelle casse regie per finanziare le compagne

militari. In questo caso, grazie anche all’appoggio che i rivoltosi ottennero da parte di esponenti del clero, fu trovata

una soluzione di compromesso che venne incontro però solo alle istanze più moderate.

27.5 Verso una nuova organizzazione sociale: manifatture e commerci 65

Tra il XII e il XIII secolo, in molte città si erano costituite delle associazioni di persone che operavano nel medesimo

settore produttivo, chiamate in vario modo (arte, corporazione, compagnia) il cui scopo era tutelare gli interessi

comuni. Ben presto, queste associazioni assunsero una sorta di monopolio sul proprio settore, per esempio fissavano

gli orari di lavoro, la qualità dei prodotti o le modalità di produzione e di vendita. Le arti accoglievano i proprietari e i

capi delle botteghe, i loro collaboratori, gli apprendisti, ma non i lavoratori salariati, a cui non era neppure consentito

di formare proprie corporazioni. Fu soprattutto su questi lavoratori che, nella seconda metà del Trecento, ricaddero i

principali squilibri della nuova situazione economica. Privi di ogni tutela e rappresentanza, i lavoratori salariati delle

fasce sociali più basse furono protagonisti di rivolte urbane: basti ricordare quella scoppiata nelle Fiandre o quelle che

si accesero in molte città tedesche, o infine, il cosiddetto “tumulto dei ciompi” avvenuto a Firenze nel 1378, quando

gli operai dell’industria tessile, chiamati spregiativamente “ciompi” per la loro sporcizia, cercarono di rivendicare

maggiori salari e, soprattutto, la possibilità di essere rappresentati negli organi istituzionali della città.

Nel corso del Trecento si diffusero anche nuovi sistemi di contabilità, come la “partita doppia” che separava in conti

diversi le operazioni in dare e in avere, o di pagamento, come la lettera di cambio, una sorta di antenato dell’odierno

assegno. Le nuove esigenze commerciali portarono a un parallelo sviluppo delle attività creditizie. Anche i sovrani,

impegnati in continue e costose guerre, ricorsero all’aiuto di banchieri, soprattutto quelli fiorentini, che erano riusciti

a costruirsi una notevole base finanziaria. E furono proprio loro i protagonisti del primo, grande crollo bancario della

storia: ciò accadde tra il 1342 e il 1343, quando l’insolvenza del re d’Inghilterra Edoardo III e di altri sovrani portò al

fallimento alcune delle principali banche fiorentine. Il loro crollo provocò una sorta di reazione a catena con il

coinvolgimento di numerose compagnie mercantili, anche perché, in quest’epoca, l’attività bancaria e quella

commerciale spesso erano svolte dalle medesime persone. Questa serie di fallimenti suggerì una ristrutturazione del

sistema bancario, proprio per evitare l’effetto domino. Nell’evoluzione dell’attività creditizia, dunque, come di quella

commerciale, artigianale e agricola, il Trecento rappresentò una tappa decisiva. La lunga crisi che attraversò

drammaticamente il secolo permise in tutti i campi una profonda opera di riconversione economica.

Cap 28

Gli stati regionali in Italia

Secoli XIV –XV

28.1 Guelfi e ghibellini

Sin dalla loro nascita i comuni avevano combattuto delle guerre. Il fenomeno nuovo che iniziò dalla fine del Duecento

fu l’inquadramento dei conflitti locali in due schieramenti, quello dei guelfi e quello dei ghibellini, favorevoli

rispettivamente alla chiesa e all’impero. Questi fronti attrassero progressivamente nella loro orbita le città e i gruppi

che all’interno delle città si scontravano. Nel regno meridionale, le parti dei guelfi e dei ghibellini si diffusero con la

rivolta dei Vespri siciliani, in seguito alla quale il regno si divise in due: le regioni continentali rimasero in mano agli

Angiò, storici alleati del papato; la Sicilia fu acquisita da un ramo della dinastia aragonese e si trovò a gravitare nello

schieramento ghibellino. A differenza dei guelfi, tuttavia, i ghibellini non avevano più una figura di riferimento. In

seguito all’estinzione della casa di Svevia, le città e i signori che appartenevano a questo fronte trovarono la propria

ragion d’essere più nell’opposizione al potente asse creatosi tra papato e sovrani angioini che nella speranza di un

intervento imperiale nella penisola.

Tale speranza si rianimò al principio del Trecento con l’elezione del nuovo imperatore Enrico VII che volle essere

incoronato a Milano. Egli fu coinvolto nello scontro che divideva la penisola e schieratosi dalla parte dei ghibellini, che

vedevano alla propria testa i Visconti, signori di Milano, e gli Scaligeri, signori di Verona concesse loro privilegi

imperiali che contribuirono a rafforzarli all’interno delle città. La morte dell’imperatore nel 1313 li lasciò liberi di

estendere la propria influenza oltre i confini del contado cittadino. Tale espansione scatenò la reazione del pontefice

Giovanni XXII, ma nonostante vari tentativi il papa non riuscì ad arrestare la prevalenza dei signori ghibellini. I Visconti

di Milano acquisirono il controllo di gran parte della Lombardia, gli Scaligeri quello delle città venete, mentre la lega

delle città ghibelline toscane, guidata da Pisa, si impose su Firenze e sui guelfi. Verso il 1330 i nomi delle “parti”

duecentesche contavano ormai molto meno dei concreti equilibri politici e militari, condizionati dall’espansione di un

numero sempre più piccolo di soggetti politici: lo si vide bene quando l’iniziativa di alcune città lombarde ed emiliane

66

provocò la reazione di forze sia guelfe, sia ghibelline, che si confederarono per scacciare dalla penisola il nuovo

sovrano.

28.2 I nuovi stati territoriali: guerra, finanza, burocrazia

L’ampliamento di scala dei conflitti portò gli eserciti cittadini a combattere non più solo a livello regionale ma anche a

grande distanza dal luogo di origine, ma la scarsa disponibilità dei cittadini a combattere guerre lontane scatenò il

bisogno di assoldare truppe mercenarie e comportò un generale aumento delle spese militari.

In particolare ebbe modo di affermarsi la pratica del debito pubblico consolidato, secondo cui i cittadini investivano il

proprio risparmio in titoli emessi dallo stato, che davano diritto alla riscossione di un interesse e che potevano essere

scambiati. Il sistema consentì agli stati di disporre di risorse più ingenti. I sudditi più ricchi, che avevano denaro da

investire in titoli di debito pubblico, furono in tal modo cointeressati nella politica di espansione e di conquista. Allo

stesso fine si diffuse la distribuzione di uffici. Dal momento che questi davano diritto a rendite economiche, i signori li

utilizzarono, assieme alle rendite dei beni demaniali e a dazi, per mantenere il consenso degli aristocratici e crearsi

delle clientele. Questo fenomeno caratteristico dei nuovi sistemi finanziari, è noto come “venalità delle cariche”, cioè

concessione di uffici pubblici in cambio di denaro. Nel contempo si sviluppò una nuova burocrazia che aveva il compito

di prelevare e redistribuire risorse, ma anche di smistare informazioni e istruzioni all’interno di ambiti notevolmente

più estesi di quelli comunali. Al fine di formare una classe di persone in grado di assolvere alle nuove funzioni i sovrani

provvidero a creare università nei propri domini.

28.3 Dal comune cittadino allo stato regionale: varietà di modelli

Milano, Firenze e Venezia costituiscono tre tipi diversi di evoluzione dal comune allo stato regionale, dal punto di vista

sia delle istituzioni cittadine, sia dell’amministrazione del territorio. Milano compì già nel secolo Duecento alcuni passi

nella direzione della signoria. I Visconti ottennero a più riprese il titolo di “vicario”imperiale, cioè rappresentante

dell’imperatore; solo nel 1395, però, Gian Galeazzo Visconti, ottenne, sempre dall’imperatore, il titolo di “principe e

duca”, una carica del tutto nuovo rispetto alla struttura istituzionale del comune. La città aveva da sempre un contado

particolarmente vasto e intratteneva rapporti privilegiati con i comuni vicini, in un’area che si estendeva fino al

Piemonte occidentale, alla Marca Trevigiana e all’Emilia. Nel Trecento questi rapporti assunsero la forma della

soggezione. Un motivo propagandistico molto frequente negli atti delle sottomissioni viscontee fu la necessità delle

piccole città di ottenere la pace interna, di avere un signore superiore non coinvolto nelle fazioni locali e capace di

porre un freno ai disordini. A differenza di Milano, Firenze mantenne molto a lungo le forme di partecipazione

allargata tipiche dell’esperienza comunale. Il comune di Firenze infatti continuò ad articolarsi per buona parte del

Trecento secondo la struttura istituzionale formatasi nel secolo precedente. Solo dopo la rivolta dei ciompi si cominciò

a limitare a un numero ristretto di famiglie l’accesso alle istituzioni di vertice. Ben prima che questi sviluppi avessero

luogo, Firenze aveva cominciato a conquistare il proprio contado. Alla fine del XIII secolo, grazie al ruolo strategico

assunto dalla città nella regione, Firenze cominciò a egemonizzare in maniera indiretta le città circostanti, alle quali

inviava propri podestà o chiedeva contributi economici o militari. Le città sottomesse avevano, in precedenza, a loro

volta condotto la propria conquista del contado, cosicché Firenze si trovò a dominare realtà già disciplinate. Tipico del

governo fiorentino, tuttavia, fu il pesante intervento operato in questi territori attraverso la ridefinizione dei contadi,

e in alcuni casi, come sarebbe avvenuto nel Quattrocento per Pisa, l’annullamento di ogni potere della città

sottomessa sul proprio territorio. In questo modo Firenze diede vita a un modello di gestione dello stato fortemente

centralizzato.

Diversa ancora fu la vicenda veneziana, dove già nel corso del XIII secolo si era andata cristallizzando una classe di

governo ristretta e compatta che trovò, la propria espressione istituzionale nel Maggior Consiglio. L’accesso a questo

collegio fu limitato e si stabilì che potessero entrarvi solo quanti ne avessero fatto parte negli ultimi quattro anni o

fossero stati cooptati dal consiglio stesso. Diversamente da Firenze, Venezia, che nel corso del Duecento aveva rivolto

la propria attenzione alle coste dell’Adriatico e dell’Oriente, per buona parte del XIV secolo non mise in atto alcuna

strategia per la conquista del contado.

28.4 I regni meridionali: Angioini e Aragonesi

Dal punto di vista territoriale la storia del Meridione italiano in quest’epoca appare segnata dalla divisione apertasi nel

1282 con i Vespri e la conquista della Sicilia da parte del re d’Aragona Pietro III, e terminata con la conquista di Napoli

da parte del re d’Aragona Alfonso V. 67


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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia Medievale, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Manuale Storia Medievale di Montanari.
Sono riassunti gli eventi basilari che si sono succeduti dalla caduta dell'impero romano d'occidente alla nascita degli stati nazionali nei secoli XIV - XV. Si ripercorrono gli eventi principali, le date storiche da ricordare e i concetti base che ogni studente deve conoscere per sostenere l'esame. Il riassunto del manuale permette una fruizione più leggera e mirata di un periodo storico particolarmente denso di eventi e di date.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia medievale, moderna e contemporanea
SSD:
A.A.: 2009-2010

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