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Capitolo 1

La storia propriamente detta

La storia propriamente detta è l’insieme di quanto è accaduto e accade dalla comparsa del genere umano fino all’attimo fuggente e inafferrabile del presente; questo insieme è costituito dalle res gestae (= le cose accadute), cioè dagli eventi, dai fenomeni e dalle evoluzioni che hanno riguardato l’umanità in quell’ultima porzione estremamente ridotta del passato nella quale la specie umana è apparsa e si è sviluppata. La storia non corrisponde a tutto il passato; se tutto il tempo trascorso dal momento del “big bang” o della creazione ad oggi, cioè 13,7 miliardi di anni, fosse rapportato alla durata di un giorno, la presenza umana, e quindi la storia, corrisponderebbe soltanto a circa 6 decimi.

La storia propriamente detta è unica e oggettiva, perché tutti i fatti, grandi o piccoli, che la compongono hanno prodotto e producono cambiamenti reali ed effettivi, irripetibili e irreversibili.

Storiografia

La storiografia (= studio della storia), comprende tutte le forme e i modi di interpretare, trasmettere, studiare e raccontare i fatti accaduti; la storiografia è soggettiva, parziale e provvisoria. La differenza tra storia e storiografia è quindi analoga a quella che c'è tra un fatto e il suo ricordo, tra vivere una vicenda e raccontarla. È dunque sufficiente una qualsiasi azione della nostra mente nei confronti dei fatti e delle loro tracce per varcare la linea di demarcazione tra la storia propriamente detta e la storiografia, passando dal campo dall’oggettività della prima a quello della soggettività e della relatività della seconda.

Pertanto tutte le indagini, i resoconti e le esposizioni degli eventi della storia, essendo passate attraverso i filtri dell’interpretazione e della sintesi dei narratori, dei ricercatori e dei divulgatori, sono forme di storiografia, che per definizione è lo studio della storia. I percorsi della storiografia, pur nascendo dalle realtà storiche dei fatti e delle cose (realtà da res = cosa), non conducono mai a verità assolute.

A rendere ancora più parziale la conoscenza della storia, ha contribuito il fatto che la gran parte delle innumerevoli sfide che si sono svolte nella storia ci sono state tramandate secondo le versioni dei fatti fornite dai vincitori, mentre le ragioni e le narrazioni dei vinti sono per lo più scomparse o rimaste ignote.

Possiamo essere certi che un consistente numero di eventi sono stati volutamente celati, non solo dagli stessi esecutori, ma anche da coloro che avrebbero dovuto trasmetterli ed interpretarli, o dai regimi che ne hanno censurato le interpretazioni e i racconti.

La storia nel suo passaggio alla storiografia attraverso l’interpretazione non solo ha immancabilmente perduto l’oggettività degli eventi, ma è stata spesso occultata, deformata, a volte addirittura inventata, per poterla usare a sostegno e nell’interesse di sistemi e regimi politici, di ideologie e di concezioni religiose. L’uso pubblico della storia è rintracciabile in tutti i frangenti del passato umano.

Della storia - cioè della presenza umana sulla Terra - che già costituisce una piccola frazione del passato - conosciamo ben poco. Al di là dei barlumi che ci appaiono per gli ultimi millenni, la gran parte delle centinaia di migliaia di anni precedenti che hanno visto diffondersi la nostra specie su tutto il pianeta, ci rimane quasi del tutto ignota e oscura.

La nostra storia è quindi parte di quella più complessiva e globale che si è svolta finora e che si sta svolgendo sotto i nostri occhi. In questo senso si può affermare che la storia siamo noi in primo luogo poiché siamo tutti partecipi e soggetti di un cammino sia personale che comune, che possiamo cercare di influenzare e scegliere.

L’aspetto più affascinante e sorprendente di questa formula quasi magica che sembra trasformare ognuno di noi nella storia stessa, lo si scopre se si prende in esame il nesso tra noi e il nostro passato. Indipendentemente dalla nostra volontà ogni gesto che compiamo ne è influenzato. Intorno e dentro di noi ambienti, situazioni, comportamenti e linguaggi derivano da caratteristiche ed evoluzioni sia prossime che remote che condizionano inevitabilmente tutti i momenti della nostra esistenza.

Se percorriamo certe strade, se usiamo certi linguaggi, se festeggiamo certe ricorrenze con certe forme e certe cerimonie, se ci alimentiamo con certi cibi, fatti con certi prodotti e con certe ricette è perché siamo la risultante attuale di un’evoluzione lunghissima che risale certamente, come per tutti, alle prime presenze umane. Se poi passiamo ad esaminare le nostre fattezze ne troviamo ulteriori conferme: le forme del nostro corpo e del nostro viso, il colore dei nostri occhi e dei nostri capelli sono l’esito dei lasciti di tante persone vissute nell’arco della storia, dai progenitori più lontani ai nostri genitori e ciò ci fa capire che in realtà la nostra storia personale non comincia affatto con la nostra nascita e con il nostro concepimento, ma ben prima.

La nostra attuale esistenza si presenta pertanto con gli aspetti e i caratteri unici e originali che ha assunto dalla confluenza delle eredità del passato con i contesti e gli influssi del presente.

In definitiva ciascuno di noi nasce in un ambiente modellato dalle generazioni precedenti ed è erede di un patrimonio di fattezze fisiche e di attitudini mentali, di cultura e di comportamenti a cui aggiunge man mano le conoscenze, le inclinazioni, le convinzioni e le aspirazioni che trae dalla propria esistenza.

Essendo composta da tutto quanto è accaduto nell’ultima ridottissima parte del passato che ha visto la presenza dell’umanità sulla Terra, la storia è e rimane una e unita, in sé imparziale e indivisibile.

Periodizzazione della storia

La periodizzazione della storia è frutto di visioni e di convenzioni adottate presso le civiltà che hanno diffuso e imposto le loro culture, ma può non avere alcun significato presso le altre. La protostoria (e non la preistoria, come troppo spesso si definisce la lunghissima prima fase della presenza umana su questo pianeta), la storia antica, il Medioevo, l’età moderna e l’età contemporanea con le loro delimitazioni più consuete sono i periodi, adottati nel “mondo occidentale”, intendendo con “Occidente” quella vasta area del pianeta in cui hanno prevalso le visioni e le impronte scaturite dalla lunga egemonia culturale europea (Europa e Asia nordoccidentale, America, Australia) [visione e ripartizione eurocentrica della storia].

Qualsiasi periodizzamento è provvisorio e variabile; provvisorio perché possiamo essere certi che, come per quei periodi individuati in passato, altri e nuovi se ne adotteranno in futuro, con altre date limite; variabile perché dipendente dai diversi aspetti delle vicende umane che si vogliono prendere in considerazione.

La storia è stata associata alla presenza umana. Ne consegue che il suo inizio va fatto coincidere con la comparsa dei primi esseri umani: una comparsa ritenuta ben circostanziata e databile. Di conseguenza, la preistoria, non fa parte della storia, ma la precede: corrisponde a quell’enorme periodo di 13,7 miliardi di anni che intercorsero tra il big bang e la comparsa umana.

Ma allora perché ad un certo punto si è affermato e spesso si continua a sostenere che la storia è nata con l’invenzione della scrittura? Questa evidente contraddizione si è generata e si è trasmessa per un fraintendimento della forma più diffusa di periodizzazione della storia, quella eurocentrica che l’ha divisa per periodi ed eventi che hanno significato soltanto per una parte dell’ecumene. Il fatto che in questa divisione il periodo iniziale dell’intera vicenda umana sia stato chiamato impropriamente preistoria e che convenzionalmente per il passaggio da questo lunghissimo periodo a quello successivo della cosiddetta “storia antica” sia stata scelta l’invenzione della scrittura ha generato l’equivoco che quella “preistoria” - che in realtà si dovrebbe chiamare protostoria - preceda la storia, mentre è evidente che ne costituisce la prima e più duratura parte.

Ma il tempo che intercorre tra l'antichità e l'età moderna fu davvero così nefasto, così "buio" per tutti i popoli ed ad ogni latitudine da giustificare l'uso generalizzato di una denominazione che ne implica un ripudio? Anche rimanendo in Europa basterebbe spostarsi verso il centro-nord presso i popoli germanici o scandinavi per rendersi conto che per quelle genti e culture il cosiddetto Medioevo corrisponde ad un periodo di affermazione e non di decadenza. Così come la definizione di Medioevo, anche la sua suddivisione in sotto periodi è frutto di una convenzione.

  • Periodo tardo antico, fra IV e VI secolo: tramonto degli antichi ordini e sistemi politici che fanno perno sul Mediterraneo; affermazione e diffusione del cristianesimo; insediamento di nuovi popoli nell'Europa occidentale.
  • Alto Medioevo, fra VI e X secolo: decremento e stagnazione demografica, restringimento degli orizzonti economici e commerciali; ascesa dei regni centroeuropei e tentativi di nuovi assetti sovranazionali; affermazione e rapida diffusione dell'Islam.
  • Pieno Medioevo, fra X e XIII secolo: generale incremento demografico e produttivo e ampliamento delle terre coltivate; apertura degli scambi in ambiti sovralocali; ascesa delle città; apogeo della Chiesa Romana e sua scissione da quella orientale; conflitti col mondo islamico; rinnovamento culturale.
  • Basso Medioevo, fra XIII e XV secolo: apice dello sviluppo economico e demografico, sovrappopolamento rispetto alle risorse, inversione della crescita demografica e crisi di mortalità; nuovi assetti geopolitici e affermazione delle prime monarchie nazionali; perdita di peso economico e politico delle città italiane, ma loro protagonismo culturale ed artistico; ulteriore irrigidimento dei rapporti tra cristianità e mondo islamico e ricerca di nuove vie commerciali verso l'Oriente.

Quando si indicano i secoli con numeri ordinali occorre ricordare che, siccome il secolo che va dall’anno 0 al 99 è ovviamente il primo, si dovrà essere coerenti anche per i secoli successivi: ad esempio gli anni che vanno dal 1200 al 1299 appartengono al tredicesimo secolo e non al dodicesimo come verrebbe più immediato fare. Lo stesso vale anche ovviamente per i millenni; nella lingua italiana i numeri ordinali dei secoli e dei millenni vengono convenzionalmente indicati con cifre romane: I, II, III, IV, V… XI … XV…XXI.

Alla base della conoscenza della storia ci sono le fonti, cioè le impronte lasciate dai fatti sotto forma di manufatti, tracce, testimonianze, documenti e resti. Ogni essere vivente e ogni oggetto è fonte di conoscenza sugli eventi e sulle eventuali volontà che l’hanno generato e trasformato e quindi oltre che sulla sua origine, anche sulle sue motivazioni, sulla sua funzione e sui suoi contatti.

Le fonti possono essere considerate le radici e i puntelli delle ricerche storiche, poiché la loro disponibilità è essenziale, ma non si traduce automaticamente in notizie e informazioni certe; ogni oggetto, scritto o traccia può divenire testimonianza e rivelare informazioni attendibili solo in ragione delle capacità del suo interlocutore di osservarla e di interrogarla. Le fonti devono essere sottoposte a critica ed esegesi per trarne le informazioni che effettivamente contengono, al di là delle loro apparenze spesso fallaci. Vi sono poi alcuni oggetti e documenti che già in origine vengono appositamente prodotti al fine di falsificare la realtà; anche il falso conserva valore documentario perché ad un significato apparente se ne sostituisce un altro, diverso e nuovo, forse ancor più importante di quello che gli avevano voluto attribuire i contraffattori. Esso diventa fonte dell'operazione di falsificazione e delle intenzioni che l’avevano generata.

Ogni fonte è quindi “autentica”, poiché prodotta comunque da un atto generatore di cui è l’esito; si tratta di identificare e decodificare tale “autenticità” e scindere ciò che corrisponde alla realtà o dalla sua copertura.

Capitolo 2

Il millennio compreso tra V e XV secolo d.C., è un periodo che viene spesso considerato di generale regresso e stagnazione, ma che, anche ad uno sguardo sommario, rivela formidabili trasformazioni. La grande globalizzazione appare l’esito di un lunghissimo processo svoltosi nelle ultime decine di migliaia d’anni, fin dai più remoti spostamenti delle prime comunità umane, mosse dalla continua ricerca delle risorse per sostentarsi. Tale processo può essere diviso in due fasi: una lunghissima di propagazione e dispersione ed quella successiva assai più breve di ricongiungimento progressivo e generale. I gruppi umani dovevano continuamente spostarsi per procurarsi di che sopravvivere raccogliendo, cacciando e pescando, poiché ancora incapaci di produrre i propri alimenti. Fu così che dalle zone di origine dell’Africa centro-orientale essi si mossero in diverse direzioni, raggiungendo con piccoli spostamenti protrattisi per millenni i vari continenti, fino a distribuirsi e collocarsi in tutte le aree abitabili del pianeta. Dai contesti climatici e ambientali assunsero quelle differenze somatiche che caratterizzano le cosiddette razze, ma che in realtà non hanno mutato la quasi assoluta identità della specie umana, oggi confermata dalle indagini genetiche; fu così che negli orizzonti circoscritti dai loro raggi di spostamento sorsero e si irradiarono i diversi ceppi linguistici.

Quei millenni potrebbero essere dunque considerati i tempi della propagazione, del frazionamento e della separazione delle comunità umane, dato che quasi tutti i popoli che andarono ad occupare le diverse zone della Terra ignoravano l’esistenza di quelli lontani o tutt’al più ne avrebbero avuto qualche leggendaria parvenza attraverso coloro che avviarono scambi a lunga distanza, assumendo la funzione di mediatori.

Per il superamento delle antiche separazioni e barriere tra popoli e continenti attraverso un processo di ricomposizione fatto di contatti, incontri, conflitti, migrazioni e scambi, fu fondamentale proprio il millennio che per il nostro contesto è stato poi chiamato Medioevo. In quei secoli, in Europa la definitiva affermazione di sistemi economici e politici a base sedentaria pose le premesse e generò gli impulsi per raggiungere “nuovi mondi” dove attingere materie prime e creare propri insediamenti.

Ci sono delle evidenti corrispondenze tra le evoluzioni climatiche generali e alcune delle svolte più significative nelle vicende umane: in particolare per gli incrementi e i decrementi di popolazione legati a corrispondenti andamenti delle produzioni agricole e delle attività economiche e commerciali indotte; nelle società preindustriali la disponibilità di alimenti e gli andamenti demografici dipendevano dall’esito dei raccolti che erano strettamente dipendenti dalle condizioni climatiche. I mutamenti climatici dei primi secoli dell’era volgare, in particolare l’irrigidimento delle temperature tra il V e il VI secolo d.C., hanno certamente influito sui movimenti di popoli nell’Europa settentrionale ed orientale che proprio allora sfondarono il fronte Reno/Danubio che delimitava a nordest l’Impero Romano.

Le grandi epidemie hanno avuto particolare incidenza sulle società urbane, dato che le concentrazioni di popolazione ne aumentano l’esposizione ai contagi. Occorrono infatti cospicui gruppi di persone coesistenti perché alcune malattie riescano a diffondersi. Ma anche in ambito sanitario i mille anni o prodotto un grande esito. Data l’arretratezza delle conoscenze mediche e l’ignoranza quasi assoluta delle cause dei contagi, le risposte alle grandi epidemie non furono che di tipo empirico, limitandosi all’organizzazione delle forme di isolamento dei contagiati nei lazzaretti e delle quarantene.

Almeno a partire dal X millennio a.C. insediamenti stabili sempre più articolati e organizzati si erano disseminati lungo la fascia temperata dell'emisfero boreale, tra l'Oceano Atlantico e l'Oceano Pacifico. Prevalentemente si erano sviluppati in aree propizie alle evoluzioni tecnologiche basilari; cioè laddove le condizioni ambientali avevano consentito i passaggi dall'allevamento nomade a quello stanziale e domestico, dall'economia di raccolta spontanea e dagli incolti alle prime forme agricole, dall'uso di utensili di pietra alle prime produzioni metallurgiche. In quelle stesse zone si coagularono i primi poli urbani, favoriti dalla confluenza di grandi vie di traffico terrestre, fluviale e marittimo, completando la transizione dai primi villaggi alle città, dalle reti urbane fino ai primi regni e imperi incentrati sulle loro capitali. Furono in particolare le civiltà cosiddette potamiche (= dei fiumi) comprese tra l’estremo Oriente e il Mediterraneo a presentare le prime e più complesse forme di stanziamento e di stratificazione interna.

Con la formazione delle prime civiltà stanziali dotate delle risorse e delle ricchezze che le loro attività consentivano di accumulare si affiancò una variante aggressiva di gruppi e popoli che assalivano gli insediamenti stabili per trarne bottino. Nell'età medievale si consumò uno scontro tra i sistemi economici, politici e culturali del mondo sedentarizzato e quelli delle genti nomadi e seminonadi eurasiatiche.

Invasioni: sono spostamenti, migrazioni concentrate, di interi gruppi etnici su territori abitati da altri; affrontavano scontri armati, ma con una volontà distruttiva limitata dalle finalità di stanziamento e dalla necessità di venire a patti.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher simona.marchionni.5 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi "Carlo Bo" di Urbino o del prof Di Carpegna Tommaso.
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