I libro di Compagni
Compagni inizia il libro esprimendo l'intenzione di scrivere il “vero”, termine proprio degli storici, rispetto le cose che lui vide e udì; delle cose che lui apprese solo per sentito dire, decise di scrivere quelle più diffuse, siccome spesso le storie vengono modificate, apposta o meno, da chi le racconta. Per far sì che chi è estraneo a questi accadimenti capisca meglio, dà una descrizione socio-fisica di Firenze e dei territori circostanti, facendo capire ai lettori la bellezza della città e conseguentemente quanto sia stato rovinoso questo scontro. Dunque i suoi cittadini «Piangano sopra loro e sopra i loro figli: i quali per loro superbia e per loro malizia e per gara d'ufici hanno così nobile città disfatta, e vituperate leggi, e barattare gli onori in picciol tempo, i quali i loro antichi con molta fatica e con lunghissimo tempo hanno acquistato. E aspettino la giustizia di Dio...».
Lo scontro tra Guelfi e Ghibellini
In particolare racconta di uno scontro, che divise i fiorentini in Guelfi e Ghibellini: un giovane nobile fiorentino, Buondalmonte de' Buondalmonti, stava per sposarsi con la figlia di Oderigo Giantrufetti, ma si lasciò poi convincere da monna Aldruda, moglie di Forteguerra Donati, a sposare la figlia. Oderigo chiese aiuto a parenti e amici per vendicarsi, pianificando di uccidere il ragazzo il giorno delle nozze; da questo episodio nacquero molti scandali e omicidi e la città si divise. Questo avvenimento è considerato antico da Compagni.
Nel 1280 i Guelfi scacciarono i Ghibellini. Temendo gli stessi Guelfi, che qualcuno tra loro acquisisse troppo potere, firmarono una pace con i Ghibellini suggellata dalla Chiesa, nello specifico da frate Latino, che sentenziò che i Ghibellini tornassero a Firenze. La pace diede i suoi frutti e tutti ne godevano, finché i Guelfi, più potenti, iniziarono a violare i patti. Così il popolo, che non voleva un altro scontro, fece radunare 6 cittadini popolani, tra cui lo stesso Compagni, che crearono, nel 1282, 6 nuovi uffici, uno per sestiero, in base alla suddivisione territoriale di Firenze, per due mesi, in modo che neanche il più astuto e potente potesse violare le nuove leggi per mantenere la pace: Priori delle Arti.
La situazione politica e la figura di Giano della Bella
Purtroppo questa situazione si deteriorò, poiché le leggi venivano raggirate e corrotte dal popolo grasso, e chi ne pagava le conseguenze non era aiutato. Ci furono rivolte popolari, in particolare ad Arezzo, (ultimo focolaio ghibellino) e scontri tra Arezzo e Siena, aiutata da Firenze, e Firenze contro Pisa, dal 1286 al 1289, con la battaglia decisiva a Campaldino, cui parteciparono i de' Cerchi, i Donati e Dante Alighieri, con la vittoria della fazione guelfa. Ormai Firenze era tutta guelfa, ma comunque divisa in varie fazioni.
Giano della Bella tornò a Firenze, dalla Borgogna, fu rieletto priore nel 1292; egli operò affinché le Arti minori, ossia il secondo popolo, venissero ammesse nel governo. Fu istituita, nel 1293, la carica di gonfaloniere di governo, ovvero custode della bandiera della città, cioè stendardo di tutti gli stendardi del circondario con una grande croce rossa nel mezzo, ruolo che ricoprì lo stesso Compagni. Furono create delle leggi chiamate Ordini di Giustizia, contro i magnati, che oltraggiavano (uccisioni, ferimenti e percosse) i popolani. Deliberarono che un magnate era obbligato a garantire in tutto, per sé, per figli, fratelli, zii, avi...e inoltre non potevano diventare gonfalonieri.
Conseguenze delle nuove leggi
I giudici, cioè i giuristi (avvocati, notai ecc...), guardati con diffidenza dai popolani, iniziarono a criticare le leggi, sostenendo che le pene inflitte ai magnati accusati risultavano troppo pesanti e sbrigative. Giano della Bella era molto temuto dai rettori (podestà e capitano del popolo) e veniva minacciato dai nobili, di voler uccidere i suoi nemici, e minacciavano anche di uccidere i popolani.
I potenti disprezzavano il nuovo regime e cercarono di abbatterlo in molti modi: fecero venire dalla Champagne (in realtà sarebbe Borgogna storicamente) il franco Gian di Celona, che era già stato in accordi con Firenze nel 1285, con alcune giurisdizioni a lui date dall'imperatore, con l'appoggio anche del neo Papa Bonifacio VIII, per distruggere il regime di Giano. Molti furono gli ordini per uccidere Giano, ma i nobili temevano il popolo: trovarono, però, un piano ingegnoso per eliminarlo: mettere fuori legge Giano, presentandolo come nemico della patria, scrivendo una falsa legge, con la complicità di falsi popolani, con cui si fingeva di voler rafforzare il regime popolare, costringendo le città sotto l'influenza di Firenze, a non ospitare magnati ribelli, mentre in realtà si puntava a indebolirlo, impedendo a Giano, una volta bandito come nemico del popolo, di rimanere vicino a Firenze e rischiare che venisse richiamato. Dino Compagni stesso se ne accorse e avvertì Giano della congiura e gli consigliò di smettere di proporre nuove leggi e che si opponesse agli avversari con la sua eloquenza; da qui si intuisce che Compagni riteneva la parola più forte di ogni legge.
Coloro che non avevano partecipato alla congiura volevano indagare, chiarendo i moventi della congiura, ma Giano, più ardito che saggio, scoperti i congiurati, minacciò di ucciderli, smise di proporre leggi e la commissione si sciolse. Tutti i congiurati ebbero fretta di ucciderlo, per paura di ciò che poteva fare. Scoppiarono guerriglie tra magnati e popolani, in particolare lo scontro tra il nobile messere Corso Donati e un suo cugino messere Simone Galastrone, rivale della famiglia nel quale morì un servo e lo stesso Galastrone rimase ferito. Al processo il podestà (suprema magistratura giudiziaria e militare del Comune), Gian di Lucino assolse Corso Donati, che godeva di protezioni, e incriminò Galastrone, fatto che fece insorgere il popolo. Giano decise di andare a salvare il podestà, convinto, come anche Compagni, che fosse stato ingannato e non avesse alcuna colpa; egli era sicuro che alle sue parole il popolo si sarebbe fermato, invece gli puntarono le lance contro, perciò tornò indietro. Il podestà fuggì.
Divisioni interne e la cacciata di Giano
La città si divise: alcuni contro, e altri a favore di Giano, altri ancora volevano farsi giustizia da soli contro i magnati. Alla fine anche coloro a favore, si convinsero che Giano non fosse stato in grado di frenare l'agitazione popolare e risultò impopolare anche ai loro occhi. Il 17 febbraio 1294 (erroneamente scritto da Compagni, come il 5 marzo) Giano fu scacciato dalla città e il popolo “minuto” si ritrovò nel caos, senza capo.
Si fece largo una famiglia di buoni e ricchi mercanti: i Cerchi, che comperò il palazzo de' Conti, vicino all'abitazione della famiglia dei Pazzi e dei Donati, più nobili di sangue, ma meno ricchi, e questi, invidiosi, iniziarono a odiare i Cerchi, sempre più. I Cerchi iniziarono a non frequentare più i Donati e le riunioni della Parte guelfa, dove questi ultimi erano ben visti, ma iniziarono ad avvicinarsi ai luoghi delle istituzioni popolane (soprattutto priori), anche con finanziamenti, quindi amati dal popolo minuto, ed allo stesso tempo erano ben visti dal podestà e dal capitano del popolo. Anche i Ghibellini li amavano, perché erano tolleranti, pieni umanità e non ingiuriosi.
Ci furono parecchi scontri, iniziati anche dai Cerchi, che Compagni cerca di presentare il più possibile come pacifisti, ma alcuni finirono ancora prima di cominciare, per mano di terzi, che non volevano lo scontro. Uno dei personaggi, protagonista di alcuni scontri tra queste due fazioni, fu Guido Cavalcanti, temuto e odiato da Corso Donati, al punto che cercò invano di assassinarlo. Per tutta risposta lui e alcuni Cerchi assalirono casa Donati, lanciando frecce e i Donati iniziarono a lanciargli sassi dalle finestre; Guido fu ferito a una mano. I Donati godevano dell'alleanza con il Papa Bonifacio VIII, uomo che non aveva problemi a togliere potere a chi non gli obbediva; questo Papa fu molto odiato da Dante, per la crudeltà.
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