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Alla morte del patriarca Pagano nel 1332 vi fu un periodo segnato da un’indecisione molto sentita

da Giovanni XXII sulla scelta del successore. Dopo due anni, fu nominato BERTRANDO DI SAINT

GENIES.

Le azioni di questo patriarca si configurano sulla base della volontà delle casate friulane, dovendo

essere esse commisurate al loro gradimento. Tra le prime decisioni che egli pronunciò vi fu:

Quella di trasferire la prepositura di Sant’Odorico al Tagliamento presso la nuova pieve, che

⇒ prende il nome di Santa Maria Maggiore.

Attraverso questa mossa, il patriarca avrebbe potuto insediare nel tessuto sociale di Udine alcuni

dei suoi collaboratori, facendo di quella città una base per la sua sovranità e garantendo

un’ingente prebenda.

Questa prepositura era stata molto proficua per i della Torre e questa soppressione fu un fatto

molto grave, perché essi persero la possibilità di godere di queste alte rendite e l’opportunità di

mantenere consolidato il potere su quelle terre. La loro reazione fu molto dura ed è documentata

da molti appelli alla Sede Apostolica, durati fino alla nomina a patriarca di Ludovico della Torre.

Tra le persone che furono investite delle prebende della nuova chiesa, troviamo le figure di quattro

uomini di cui si circondò Bertrando:

Francesco di Misotto da Meduno;

Ù Raimondo da Giacomino da Baone;

Ù Tristano figlio di Federico Savorgnan;

Ù Nicola figlio di Gabriele di Cremona.

Ù

Chiaramente la preoccupazione di spostare questa prepositura, nasce dal fatto che essa, essendo

molto distante dalla residenza patriarcale, poteva garantire alte rendite e proventi e per questo era

necessario diminuire il suo grado d’indipendenza.

La prepositura era certamente un centro di potere politico, religioso ed economico della famiglia

della Torre.

Per rafforzare il potere del patriarca sul territorio, Bertrando, credeva fosse necessario ridurre la

potenza dei feudatari, tra cui comparivano anche i torriani, che ancora avevano forti ruoli

all’interno delle gerarchie ecclesiastiche. Egli era ben consapevole dei conflitti che ne sarebbero

nati: venne usato il diritto per colpire il potere di queste famiglie.

La nobiltà friulana venne spesso coinvolta in numerosi processi e accusata di infedeltà e violenze,

mentre i torriani furono infangati dall’accusa di praticare brigantaggio sulla strada pubblica di

Aquileia e vennero portati innanzi alla Curia Patriarcale.

Un’altra mossa per contrastare il potere dei Torriani, fu quello di limitare l’influenza della casata

attraverso l’assegnazione di maggiore potere alla famiglia nemica, quella dei Savorgnan, nelle

campagne della pianura friulana.

   

Appare evidente la volontà del patriarca di limitare la sfera di influenza della famiglia nel territorio

del Patriarcato. Queste azioni si inquadrano nel contesto dello sforzo del patriarca di colpire la

casata, che già era stata evidentemente privata di numerosi beni. questo però senza indebolirla

completamente, ma solo cercando di incrinare la solidarietà tra i clan lombardi nel territorio

friulano.

Il 24 novembre del 1336, Bertrando, affermò il divieto di vendere, cedere, donare luoghi in cui vi

fosse la possibilità di costruire fortezze o in cui esse fossero già presenti, a persone che non erano

fedeli alla Chiesa di Aquileia. La pena prevista prevedeva la confisca di tutti i beni e la privazione

dei diritti civili.

Il provvedimento nasceva dal succedersi di alcune situazioni piuttosto gravi accadute in Friuli lo

stesso anno, una in particolar maniera relativa a un della Torre.

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Ad ottobre di quell’anno il patriarca si era rifiutato di reinvestire i beni ad Ermacora della Torre, che

era stato accusato di brigantaggio. Questo provvedimento, gli avrebbe inoltre causato delle

pesanti difficoltà, perché non avrebbe più potuto effettuare atti di compravendita.

Chiaramente, questi conflitti non avevano ripercussioni sul rapporto del patriarca con gli altri clan

lombardi, come lo dimostrano anche alcune concessioni avvenute in quel periodo. Negli anni che

seguirono, tra il 1345-1346, si riacutizzò il conflitto tra due personaggi, esponenti delle due famiglie

rivali: ERMACORA DELLA TORRE;

⇒ ETTORE SAVORGNAN.

Accanto ad essi, si schierarono due città importanti del patriarcato:

1. Udine;

2. Cividale.

Il motivo del contendere si riscontra nella volontà dei Savorgnan di espandere le loro proprietà

nella Bassa Friulana a danno delle casate minori. Ovviamente, i Torriani non potevano che trovarsi

in disaccordo con la possibilità di rinunciare a parte del loro dominio. Quest’ultimi ebbero dalla loro

parte la città di Cividale.  

In  questo  periodo,  la  città  stava  attraversando  un  periodo  di  grande  difficoltà  dal  punto  di  vista  

finanziario,  per  il  conflitto  in  corso  tra  il  Patriarcato  e  la  contea  di  Gorizia.  Erano  state  infatti  

chiuse  le  vie  commerciali.  Il  patriarca  si  era  da  subito  disinteressato  alla  richiesta  di  risolvere  

la   situazione   da   parte   della   comunità.   Gli   esponenti   di   Cividale   erano   anche   stati   estromessi  

dall’amministrazione  delle  giurisdizioni  patriarcali.  A  questo  punto  la  situazione  non  potè  che  

precipitare,  anche   perché  il   patriarca   aveva  sempre  espresso   le  sue  preferenze  per  la  città  di  

Udine.  

Il patriarca e i Savorgnan si trovarono quindi in accordo nel perseguire i cividalesi che andavano a

danneggiare i diritti di entrambi. Gli udinesi si riifutarono allore si sottostare al gastaldo di Cividale e il

patriarca andava a ribadire la sua superiorità su un tribunale di astanti che non avessero pretese

territoriali. Lo scontro continuò a farsi sempre più drammatico. Le contese tra Udine e Cividale,

continuarono, mentre si cercavano dei tentativi per giungere alla pace: il 31 ottobre del 1346 Odorlico

Cirioli e alcuni gemonesi si rivolsero al Consiglio di Cividale, dichiarando che il Patriarca aveva

accettato una confessione di Ermacora della Torre.

In cambio di questa ammissione, Bertrando sembrò accettare la proposta di un risarcimento dei beni

cividalesi rubati dagli udinesi. La contesa però non sembrò volersi fermare. Il papa aveva assegnato al

patriarca nuovi privilegi, facendo il modo che il suo potere ne uscisse rafforzato, ma nulla venne

proposto per risolvere la contesa tra le due cittadine, che ormai era condotta in modo piuttosto

scostante. Nel marzo 1346, il gastaldo di Cividale, aveva proposto una tregua con Ermacora della Torre

e il patriarca aveva allora fatto confiscare un insieme di beni appartenenti a quest’ultimo e ai suoi

familiari. Purtroppo, la linea tenuta dal patriarca era quella di favorire ad ogni costo le casate friulane,

impedendo di fatto, la creazione di un equilibrio tra le parti.

Il patriarca allora, intraprese altri provvedimenti per abolire il potere della famiglia Torriana: dimostrò di

voler incrinare anche i rapporti all’interno della famiglia Torriana, in modo che fossero gli uni contro gli

altri.

il 15 agosto del 1347 egli aveva deciso di investire del feudo di Castelvenere Leone della Torre e Dordino,

di notevole importanza strategica. Questo Torriano si trovava a godere di enormi privilegi, proprio nel

momento in cui la famiglia veniva privata gradatamente di beni.

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in ogni caso, lo scontro tra il patriarca e i della Torre arrivò al culmine e il primo non aveva intenzione di

far ledere i suoi diritti e quelli dei Savorgnan a causa dei Torriani. Egli ottenne un mandato che gli

consentiva di intervenire sia contro i Torriani sia contro Cividale. Il patriarca diveniva così un uomo di

parte non il rappresentante di tutte le genti del Patriarcato. Si susseguirono le lotte intestine e si rafforzò la

volontà del patriarca di aumentare il suo potere sulle terre friulane. Venne imposta però una pace da

Guy de Boulogne, per favorire il flusso dei pellegrini in cammino verso il giubileo.

Alla morte di Bertrando, i successivi patriarchi non riuscirono a garantire l’autonomia del patriarcato

almeno dal piano diplomatico. Diventava forte a questo punto l’influenza dello stato veneziano. I

patriarchi allora si unirono agli schieramenti sulla base di quanto potesse essere necessario per

mantenere il potere sullo stato patriarchino.

Il primo patriarca serio dopo Bertrando, fu NICOLÒ DI LUSSEMBURGO, che prese possesso del soglio nel

1351. Tra le sue prime azioni si configura la volontà di punire tutti quei nobili che avevano partecipato

all’attentato contro il patriarca, lasciando impuniti coloro che avevano partecipato senza ricevere ruoli

di comando. Egli continuò la tradizione di governare in accordo con il Consiglio e con il Parlamento,

scegliendo di non cercare un equilibrio tra le forze friulane in conflitto con l’appoggio agli udinesi e ai

Savorgnan. Durante questo patriarcato, la casata Torriana riuscì a mantenere i propri possessi per i quali

aveva combattuto duramente.

Dopo la morte di questo patriarca, il Friuli attraverso momenti di profonda crisi con disordini, attentati,

estorsioni, violenze che spinsero i canonici ad eleggere un nuovo patriarca, scelto poi nella figura di

Federico Boiani, incaricato di difendere gli interessi del Patriarcato dalle intromissioni dei popoli vicini.

Nel frattempo Ludovico della Torre scrisse ai cividalesi e agli udinesi di essere stato delegittimato dalla

nomina di patriarca, ottenendo così pochissimo tempo dopo il soglio patriarchino, dopo aver ricoperto

vari incarichi come canonico di Aquileia e vescovo di Trieste. Durante il suo mandato, egli investì i propri

familiari di incarichi importanti:

Il vicedominato;

⇒ La tesoreria patriarchina;

⇒ La carica di maresciallo patriarchino.

Nel 1361 il patriarca aveva deciso di intraprendere una guerra contro Valpertoldo ed Enrico di

Spilimbergo, che erano stati alleati dei Veneziani. Dopo solo poche settimane di guerra, Ludovico

decise di scendere a patti con Rodolfo d’Austria, visto che i nobili friulani lo avevano riconosciuto

come signore. La situazione portata avanti non migliorò, anzi Rodolfo fece prigioniero Ludovico, con

la volontà di trattenerlo fino a quando non avesse ottenuto la firma del trattato. nel 1362 il patriarca

accettò il trattato di Rodolfo, con cui approvò la presenza di un capitano del duca in Friuli e la

concessione di un castello. Il duca, inoltre, sarebbe stato investito di tutti i beni della Chiesa di Aquileia

che essa aveva in:

1. Carniola;

2. Stiria;

3. Carinzia;

4. Sul carso.

L’ingerenza austriaca continuava a creare numerosi problemi in terra friulana, ma Ludovico della

Torre, riuscì a riprendere tutti i beni della Chiesa senza i quali non avrebbe potuto risolvere la

maggior parte dei problemi che imperversavano sul Patriarcato dal punto di vista finanziario.

Alla fine di questo periodo buio, mentre la casata della Torre veniva nettamente ridimensionata, la

maggior parte dei lombardi immigrati con i precedenti patriarchi, si era integrata nel tessuto

economico e sociale friulano, ottenedo anche L’ASCRIZIONE ALLA CITTADINANZA. Il potere dei

Torriani andò scemando alla morte di Ludovico, proprio in un secolo come il Trecento, che fu

caratterizzato da infiniti sforzi dei patriarchi nel tentativo di rendere stabile un’autorità sempre più

precaria. Si assistette all’affermarsi del potere dei Savorgnan, appoggiati dai patriarchi. La

  13  

presenza torriana, che era stata così decisiva finì alla fine del secolo, per allearsi con i de Portis e gli

Arcoloniani contro i Savorgnan. I cividalesi e gli udinesi non erano riusciti a trovare un loro spazio

all’interno del Patriarcato.

4.SITUAZIONE ECONOMICA DEL PATRIARCATO NEL TRECENTO

Nei primi decenni del Trecento la situazione friulana fu scossa da frequenti calamità, che

innescarono alcune difficoltà anche dal punto di vista della produzione agricola. La base della

produzione in Friuli era caratterizzata dal MASO.

È  una  azienda  agricola  costituita  da  appezzamenti  di  terreno,  non  collegati  tra  loro,  

con   un   livello   di   produzione,   che   garantiva   i   livelli   di   autosufficienza.   Della  

gestione   si   occupava   un   gruppo   familiare,   guidato   dalla   figura   del   capofamiglia.  

Esistevano  anche  proprietà  più  piccole  a  cui  aspiravano  i  medi  proprietari  terrieri  

oppure  i  ceti  benestanti  di  origine  cittadina  e  contadina  

La produzione agricola friulana era prevalentemente cerealicola, con una maggiore coltivazione

di frumento, che era inserito anche nei canoni di affitto. La produzione del frumento rimaneva

quella più usata e va sicuramente sottolineato che l’alimentazione era fondata sul consumo di

cereali e di conseguenza anche il commercio del grano era esteso e non limitato solo ai mercati

locali. Poteva capitare che i piccoli proprietari si trovassero nelle condizioni di non poter pagare i

censi richiesti dai signori, costringendosi quindi ad acquistare piccole quantità di grano, che

venivano richieste a quegli stessi signori che avevano a disposizione scorte di cereali. Coloro che

non potevano permettersi il grano, potevano usufruire di cereali meno pregiati, ma che resistevano

maggiormente alla conformazione del territorio, come:

Avena;

⇒ Miglio;

⇒ Segale;

⇒ Sorgo;

⇒ Orzo;

⇒ Farro.

Altri settori di produzione erano:

Coltivazione di vitigni;

⇒ Coltivazione di alberi da frutto.

Mentre questi ultimi erano piuttosto limitati, possiamo dire che la coltivazione delle viti era molto

diffusa su tutto il territorio, proprio per il valore commerciale del vino. Questa produzione era

documentata non sono nei grandi fondi, ma anche nelle piccole proprietà contadine, perché

poteva essere destinata all’autoconsumo, ma anche al commercio. Erano molto testimoniate

anche le vendite a credito di vino garantite dall’istituzione di guarentigie, animali o beni immobili.

Queste vendite sovente innescavano meccanismi speculativi. In alcuni casi esistono anche norme

che costringevano il conduttore a prestare attenzione alla cura dei vitigni, attraverso:

Zappature;

⇒ Potatura;

⇒ Legatura dei tralci ai sostegni.

Naturalmente i grandi fondi avevano un carattere piuttosto frastagliato nel territorio e i grandi

proprietari per controllare la loro produzione, crearono dei registri censuari, i ROTULI, in cui venivano

elencati tutti i beni posseduti e si fornivano delle notizie sulle loro rendite. I canoni venivano stabiliti

attraverso l’ipotetica rendita massima a cui aspirava il proprietario senza che vi fossero

  14  

accertamenti dell’effettiva situazione. Questo tipo di meccanismo non potè che innescare la

condizione di povertà dei contadini, che non riuscivano a produrre quanto fosse necessario per

pagare l’affitto del terreno e la sussistenza della famiglia, costringendolo in una fase finale a

ricorrere ai prestiti.

In molti casi era proprio la coltivazione delle viti e la produzione del vino a permettere di assolvere i

pagamenti dovuti ai prestiti.

Il fenomeno che abbiamo appena accennato, ha sicuramente contribuito alla cessazione di tutti i

canoni perpetui e alla creazione delle condizioni per una migliore produzione viticola.

Un caso esemplare è quello della famiglia Savorgnan, che ha dimostrato chiaramente come agli

inizi del Trecento il patrimonio si dimostrasse di molto inferiore ad altre famiglie nobili friulane. La

loro espansione territoriale è legata strettamente al fenomeno dell’incastellamento. I Savorgnan

riuscirono a fondere il ruolo di milites di una struttura castellana con quello di cives udinesi e in un

cinquantennio riuscirono a collegare territori anche molto distanti tra loro.

Negli anni successivi la situazione friulana cominciò a migliorare sebbene rimase molto forte la

scarsità di cereali, come si evince da alcuni divieti di esportare grano imposti dal Parlamento

friulano. In ogni caso questa situazione non sfociò in una vera e propria crisi. Il vero problema del

Trecento fu però l’insolvenza dei contadini, che si unì sicuramente a difficoltà lavorative. Si trovò

allora un modo per ovviare a questa situazione:

A volte lo stesso massaro abbandonava il terreno dissolvendo in questo modo il contratto di

⇒ affitto;

In altri casi, si cercava di mantenere in vita il contratto trovando dei compromessi con i

⇒ concessionari.

Questo metodo fu efficace nel caso di Nicolino della Torre. Infatti il problema delle terre

abbandonate, causò numerosi problemi ai grandi proprietari, che furono costretti ad accettare

dei compromessi; molti tra questi cominciarono anche a praticare dei prestiti al consumo, che non

garantivano il guadagno, ma sicuramente evitavano il deterioramento dei fondi. I grandi

proprietari e il ceto ecclesiastico divenne l’unica reale possibilità di sostegno per tutti quei

contadini che continuarono a trovare in essi un punto di riferimento in caso di necessità. Con

questa pratica i signori:

da un lato, acuivano la dipendenza dei contadini;

dall’altra avevano una maggiore influenza sulla produzione che poi veniva concretamente

praticata.

Un’altra causa contingente che creò difficoltà nel territorio friulano su la sismicità. In modo

particolare il terremoto del 1348 fu distruttivo almeno per le zone dell’epicentro:

la Carnia;

l’area pedemontana.

Si aggiunse a tutto questo una forte epidemia di peste che non ebbe ripercussioni sul territorio

friulano, ma tornò ad acuirsi negli anni a cavallo tra il 1350, 1381-1382.

Delle continue crisi frumentarie il Friuli non risentì in modo pesante e non patì, come invece altre

zone, la crisi demografica trecentesca: non sono infatti attestati abbandoni di villaggi interi, ma

solo di piccole frazioni o insediamenti lontani dai grandi centri. Gli artigiani continuavano a

mantenere contatti con il loro luogo di provenienza, sebbene continuassero ad emigrare. Le

cittadine friulane cominciarono a conoscere uno sviluppo economico costante e questo spingeva

le persone a recarvisi, con la prospettiva di un facile impiego.

 

 

   

  15  

Questa situazione scatenò la nascita di un mercato locale con discrete possibilità economiche e

uno sviluppo buono delle attività artigianali. Gli artigiani:

gli artigiani mantenevano rapporti con i loro luoghi d’origine, anche se avevano deciso di

Ù risiedere altrove;

molti di essi continuavano a praticare anche il lavoro nei campi;

Ù per molto tempo non furono sottoposti ad alcuna legge che limitasse la loro libertà, attività

Ù o che imponesse loro un qualsiasi tipo di imposta.

Essi tendevano a tutelarsi attraverso delle GARANZIE: ossia l’istituzione di pegni oppure il ricorso alle

fideiussioni. Per la maggior parte dei casi attestati, le botteghe artigiane erano molto piccole e

dirette da familiari, domestici e tutti quei discepoli che ne volevano apprendere l’arte. I salariati

erano in numero minimo.

Il sistema monetario friulano era già stato inserito in quello veneziano e il sistema dei valori nominali

era quello veneto della libra denariorium veneciarum. Le autorità patriarcali furono attente a

mantenere sempre un tasso fisso stabile di cambio tra le monete:

denaro frisacense;

Ù soldo di denaro veneziano.

Ù

La moneta veniva rinnovata ogni volta che un nuovo patriarca si insediava. Questo speso faceva

incorrere nella svalutazione della moneta, anche se cambiare moneta divenne un metodo con il

quale il patriarca poteva ottenere un guadagno, speculando sulla quantità di metallo contenuta

nella moneta, perché la moneta svalutata faceva sparire dalla circolazione quelle monete che

avevano maggiore valore in metallo, che finivano alla zecca.

La situazione fu più volte al tracollo sia per le decisioni dei patriarchi, sia per le pessime condizioni

economiche del patriarcato.

Per quanto riguarda invece le cittadine strategiche, Gemona e Venzone, le scelte dei patriarca si

orientarono sempre verso la prima, su cui potevano avere una giurisdizione diretta. Venzone fu

sempre un punto dolente perché era collocata sui maggiori assi viari e godeva di una notevole

importanza a livello economico e commerciale. Dei problemi di Venzone si occupò Pagano della

Torre, in relazione alla muda. Questa veniva chiesta all’ingresso della Chiusa, ma nel periodo in cui

vi erano lotte intestine tra il patriarca e la contea di Gorizia o il carinziano, i venzonesi bloccavano il

transito delle merci con l’imposizione di una nuova tassa.

Fu costante il favore dei patriarchi verso Udine, che si trovò in una posizione di vantaggio e di

agevolazione nel suo processo di sviluppo. Addirittura nel 1274 il patriarca Raimondo aveva

concesso agli udinesi la metà di tutti i beni derivanti dalle pene inflitte dal nunzio nominato dal

patriarca a tutti gli abitanti includendo inoltre i dazi, i redditi e le altre esazioni fiscali relative a:

pesi

• misure

• vendita del vino al minuto

• selva coltivata fuori città.

Il 2 ottobre del 1291 il patriarca, come ringraziamento del sostegno che gli udinesi avevano fornito

per le spese belliche contro Venezia, concesse loro di stabilire a proprio piacimento i dazi di:

Pane;

• Vino;

• Formaggio;

• Olio;

• Tutte le merci sulle quali avrebbero deciso di apportare dei gravami.

In questo documento, veniva quindi concessa la possibilità di appaltare i dazi, che sarebbe stata

appannaggio di quei lombardi che si erano stabiliti in città e che sovente avrebbero ricorperto

posti di rilievo nell’amministrazione della res publica.

  16  

5.MUTUI E DEPOSITI ESEGUITI DALLA COMPONENTE LOMBARDA NEL COMUNE DI UDINE

 

La situazione dei comune nelle terre del Patriarcato era particolarmente grave a causa di:

Spese sostenute per finanziare le contese che in maniera continuativa stavano

Ù caratterizzando il Trecento.

I comuni erano impegnati in operazioni belliche condotte contro le casate nobiliari e non

Ù esitavano a combattersi tra loro per motivi di ordine politico ed economico.

Le spese di guerra non venivano affrontate solo per queste contese, giacchè i Comuni

Ù erano anche coinvolti nel prestare sostegno alle campagne di guerra dei della Torre degli

anni Settanta in terra lombarda.

L’acquisto di armi necessitava molto denaro.

Ù

Per trovare una soluzione a questo problema, i Comuni decisero di rivolgersi ai privati cittadini per

ottenere dei prestiti e sembra che grazie a questo metodo, questi ultimi abbiano trovato un’ottima

fonte di guadagno.

Il comune di Udine finanziò il disavanzo di cassa grazie all’uso di prestiti provenienti da:

Privati cittadini in prestiti o depositi;

Ù Enti di natura assistenziale, come ad esempio l’ospedale di Santa Maria Maddalena;

Ù Prestiti di natura usuraia.

Ù

La distinzione tra le tipologie di prestito è connessa in particolar modo ai diversi tassi di interesse

accettati dall’amministrazione comunale. In genere l’interesse sui capitali era corrisposto

calcolandolo sulla base di uno staio di grano. La tipologia usata in questi prestiti, però, può essere

definita un’indicizzazione automatica, visto che il prezzo del grano era sempre soggetto a diverse

varianti:

Andamento dei raccolti;

Ù Frequenti eventi bellici;

Ù Variazioni climatiche;

Ù calamità naturali.

Ù

Grazie al suo uso, però, i creditori erano tutelati nei loro diritti attraverso la possibilità di godere di

un reddito effettivo per quanto riguarda il potere di acquisto del capitale impiegato. La situazione

finanziaria del Comune di Udine si caratterizza durante tutto il Trecento per frequenti periodi di

difficoltà.

Questa situazione spinse l’amministrazione ad escogitare metodi di incentivazione alla pratica del

deposito o del prestito per attirare numerosi investitori. Un metodo per attirare investitori finì per

essere quello di rilasciare al creditore uno strumento redatto dal notaio in cui il Comune si dichiara

debitore del doppio della somma effettivamente ricevuta. Questo tipo di contratto era siglato con

la formula carta de duplo, ampiamente attestata nei quaderni della cameraria udinese. Il margine

d’interesse cui i creditori avevano diritto era calcolato sulla somma di denaro che era

effettivamente stata scritto nel contratto.

il comune di Udine accettò di usare questa procedura nella maggior parte delle registrazioni

relative a prestiti la cui entità fosse particolarmente elevata o nei momenti di difficoltà. Tra coloro

che garantirono con i loro beni i pagamenti degli interessi sui mutui concessi al comune udinese

compaiono i rappresentanti delle famiglie più in vista di Udine, tra cui:

i Savorgnan;

• gli Arcoloniali.

Tra i lombardi che erano riusciti ad ottenere l’iscrizione alla cittadinanza nella città di Udine,

l’interesse mostrato nei confronti dei depositi sembra essere stato piuttosto elevato ed espresso in

maniera molto continuativa lungo tutto il corso del XIV secolo. Si presume che il margine di

guadagno percepito possa aver convinto gli investitori che avrebbero trovato nella pratica del

deposito un investimento adatto alle loro esigenze. La sicurezza dell’investimento stesso

rappresentava un ottimo incentivo allo sviluppo di questa tipologia d’investimento.

  17  

Tra i lombardi per i quali conosciamo un attività di prestito si segnala il notaio e cancelliere

Gabriele, che operò per un lungo periodo compreso tra il 1307 e il 1352 arrivando a svolgere

l’importante ruolo di cancelliere patriarcale durante i patriarcati di:

Ottobono dei Razzi;

⇒ Pagano della Torre;

⇒ Bertrando di Saint Genies.

Molto probabilmente Gabriele frequentò scuole di grado superiore e l’Università di Padova.

L’attività di notaio è attestata fin dal 1306. In accordo con il fratello Gabriele riuscì a sfruttare al

meglio la possibilità di godere di una serie di benefici ecclesiastici. Nei primi anni Venti del

Trecento i due fratelli ottennero di partecipare alla dotazione di benefici del cardinale Pietro

Colonna, occupandosi della riscossione dei redditi in cambio di una quota delle entrate. La

conoscenza delle offerte d’investimento proposte dal Comune udinese fu resa più semplice dal

suo aver preso parte, nel periodo tra 1345 e il 1352, alle istituzioni in qualità di deputato assieme ad

altri di origine lombarda, tra cui:

1. Pietro e Giovanni Cassina di Milano;

2. Giacomo e Giovanni del Torso, originari della stessa città.

Gabriele si occupò in prima persona della gestione e dell’organizzazione della realtà ecclesiastica

friulana; egli fu infatti canonico sia ad Udine che a Cividale e affiancò in questo ruolo per un certo

periodo un altro lombardo, GUGLIELMO originario di Cremona. Tra i ruoli più importanti vi fu infine

quello di:

conservatore durante le sedi vacanti di Ottobono dei Razzi e di Pagano della Torre;

• e quello di conservatore nella disputa che aveva contrapposto il Patriarcato al Comune di

• Treviso per conto del patriarca Betrando di Saint Genies.

Il lombardo aveva cominciato a ricoprire un ruolo di primo piano nella vita amministrativa e

politica del comune udinese che si concretava negli investimenti fatti:

1. egli ebbe modo frequentemente di far uso della pratica dei depositi di denaro nelle casse

del Comune di Udine; egli, infatti, aveva avuto modo di conoscere con precisione i

meccanismi di credito attuati dal Comune per reperire nuova liquidità di denaro, visto che

ne aveva retto le sorti nel 1338 quando era stato nominato camerario.

2. I primi depositi sono attestati nel 1343 e il denaro prestato sarebbe poi stato restituito al

notaio 4 anni dopo durante la cameraria di Brunaccio di Domenico.

3. Alcuni anni dopo il notaio decise di fare un altro deposito, anche se in questo caso non

possiamo conoscere l’entità del tasso di interesse, perché non specificato nel testo. Anche

in questo caso vengono dilatati i tempi di restituzione, visto che fu estinto solo nel 1351.

Questi due prestiti mettono in luce una costante nella politica fiscale udinese, ossia la DILAZIONE

DEI PAGAMENTI: il pagamento del debito veniva eseguito soltanto anni dopo rispetto a quanto era

previsto dal contratto.

Questo era comunque un periodo molto difficile per il Comune udinese, perché si andavano

affrontando due forze:

Da un lato, Udine e la famiglia dei Savorgnan che guidava la città;

⇒ Dall’altra, Cividale che accentrava attornò a sé le forze feudali che in Friuli volevano

⇒ continuare a godere di tutte le prerogative che non erano mai state messe in discussione

fino a quel momento e che non volevano cedere al potere della comunità udinese.

Il camerario accettò i depositi di un’ulteriore carta di deposito, con carta de duplo, da parte del

notaio Gabriele del fu Enrigino, anche se fu chiesta come garanzia la triplice fideiussione di cui si

incaricarono:

Federico Savorgnan;

⇒ Ermanno di Carnia;

⇒ Leonardo Arcicoloniano.

  18  

I tre nobili rappresentavano gli esponenti di maggior spicco di quel segmento predominante della

società udinese che nel passare di pochi anni avrebbe visto l’ascesa di una di quelle tre famiglie, i

SAVORGNAN e la sopraffazione da parte di quest’ultima della famiglia dei da Carnia con cui per

molto tempo aveva mantenuto in vita una solida alleanza.

Chiaramente, gli anni 40 del XIV secolo furono uno dei periodi più difficili per l’equilibrio delle

finanze comunali udinesi e di conseguenza si rendeva necessario un allungamento dei tempi

previsti per la restituzione dei prestiti con l’aumento dei tassi di interesse ad essi applicati. Anche

l’accettazione di numerosi prestiti usurai contribuì a farci comprendere le difficoltà in cui versava il

Comune udinese. La comparazione tra i debiti contratti e quelli restituiti ha dimostrato come fosse

veramente complesso restituire i prestiti nei tempi prestabiliti. È frequente che nell’attività di un

camerario si registri il pagamento di debiti contratti in camerarie anche lontane nel tempo. Va

comunque sottolineato che le entrate del Comune non si limitavano a quanto registrato nei registri

dei camerari e quindi non ci è possibile delineare un quadro unitario della situazione economica in

cui versava la struttura pubblica udinese.

Gli anni 50 si caratterizzano per il fatto che nuovi lombardi aspiravano ad ottenere la vicinia di

Udine e nelle altre città del Patriarcato. Furono accolte nel 1351 le domande per accedervi di due

persone di origine lombarda:

1. Bonaventura di Mantova;

2. Pietro di Milano.

Inizialmente la cittadinanza era concessa per un periodo di 5 anni rinnovabile successivamente. I

due personaggi avevano chiesto la garanzia di qualcuno per ottenere l’ascrizione alla

cittadinanza.

Vennero fatti altri prestiti in favore del Comune di Udine e questa scelta sembra non essersi sempre

rivelata di buon auspicio per il lombardo, che fu costretto a presentarsi di fronte al Consiglio di

Udine per sollecitare il pagamento di quanto aveva versato in tempi diversi a titolo di mutuo o di

deposito e per ricevere gli interessi che non erano ancora stati soddisfatti, giacchè voleva evitare

che il tutto cadesse in prescrizione. Ricevette, tuttavia, un secco rifiuto.

Si stava profilando un anno difficile per il territorio del Patriarcato. Due esecuzioni capitai avevano

portato allo scontro tra udinesi e cividalesi, calmati solo grazie all’intervento di Francesco Carrara,

che ottenne il ritorno del Patriarca a Udine. Questa situazione non potè che riflettersi sulla

situazione delle finanze pubbliche dei Comuni Friulani che aumentarono i debiti con i privati, non

riuscendo ad estinguere quelli che avevano contratto in precedenza. Anche se i prestiti erano un

intervento sicuro, in casi eccezionali potevano esserci dei rischi, che potevano consistere in una

dilazione dei tempi di restituzione o in una mancata restituzione. Questo rischio era calcolato e

sembra non aver dissuaso nessuno nel concedere prestiti. Il 29 novembre 1357 il camerario udinese

procedette all’estinzione di tutta la serie dei depositi che Gabriele da Cremona aveva concesso

sino ad allora. Gabriele non fu l’unico a occuparsi dei prestiti al comune udinese, questo tipo di

interesse passò anche al figlio Nicola.

Oltre alla famiglia del notaio Gabriele altri lombardi residenti a Udine si interessarono nel Trecento

agli investimenti proposti nel Comune di Udine. Agli inizi del secolo, tra i prestiti al Comune si

segnala quello di Andalò, figlio di Ottavio Brugni. Questa divenne una delle famiglie più in vista

della cittadina di Gemona, riuscendo ad ottenere ruoli di primo piano nell’amministrazione

attraverso l’incarico di capitano della città nel 1289. Durante il Trecento, altri membri della famiglia

riuscirono ad ottenere la carica di capitano a Gemona:

Beltramino;

⇒ Guglielmino;

⇒ Il figlio suo Martino.

  19  

L’attività di prestito fu praticata dalla famiglia in maniera continuativa per tutto il TRECENTO, come è

attestato anche dai testamenti. Negli atti dei cancellieri patriarchini relativi alle condanne di usura,

i Brugni sono citati insieme ad altri toscani e persone appartenenti alle più conosciute casate

nobiliari. Continuarono ad essere presenti a Gemona lungo tutto il 400 e il 500, quando furono

insigniti del titolo di nobili. Da questa famiglia si era staccato il nucleo udinese, che conseguì la

nobiltà nel 1518 e si estinse nel XVIII secolo. Continuò l’attività della famiglia il ramo di Tolmezzo,

guidato inizialmente da Giuliano Brugni.

Successivamente i prestiti al Comune udinese coinvolsero anche esponenti del mondo

ecclesiastico, che si avvicinarono a questa tipologia di investimento per garantire l’eredità dei

minori di cui erano stati nominati tutori. I mutui concessi dal Comune da parte dei tutori di minori in

età pupillare sono piuttosto frequenti, perché la garanzia del rimborso da parte del Comune è un

ottimo incentivo ad un tipo di investimento che doveva essere molto sicuro per lo scopo che ne

era alla base.

Tornando agli interessati ai depositi troviamo una serie di famiglie:

DA CASSINA; erano giunti al seguito di Raimondo della Torre da Milano in Friuli. La casata fu

⇒ investita di un feudo d’abitanza nella località di Soffemburgo, luogo da cui la famiglia

sembra aver acquisito un secondo nome. Essi si erano creati uno spazio all’interno

dell’amministrazione cittadina ricoprendo il ruolo di membri del consiglio. Furono interessati

ai guadagni che si potevano conseguire attraverso i prestiti e i depositi al comune stesso.

DA PAVONA: in essi si realizza il binomio del lombardo esponente del comune e prestatore.

⇒ Fu Martino da Pavona ad interessarsi delle tipologie creditizie del Comune di Udine. Egli era

esponente della famiglia di origine bresciana dei da Pavona, giunti in Friuli nella prima

ondata di persone di origine lombarda che avevano seguito il patriarca Raimondo della

Torre.

In ogni caso, la guerra con il duca d’Austria, anche se vittoriosa, comportò una lunga serie di

perdite nel Patriarcato che aggravarono la situazione debitoria di molti comuni friulani. In questa

situazione infatti i Comuni friulani. In questa situazione, i comuni dimostrarono di avere un

atteggiamento politico del tutto indipendente dalle scelte del potere centrale. Verso la fine del

Trecento, anche alcuni esponenti maschili della famiglia della Torre furono coinvolti nell’attività di

prestito del Comune, un campo che aveva coinvolto solo le donne della dinastia. i nobili della

famiglia avevano, infatti, mantenuto fino a quel momento, un interesse solo marginale nei

confronti dei prestiti al Comune udinese, preferendo dedicarsi al prestito al consumo rivolto ai

privati e alle società commerciali create con artigiani locali.

6.IL DEPOSITO DI DENARO NELLE CASSE COMUNALI: UN INVESTIMENTO FREQUENTE TRA LE DONNE

LOMBARDE

I mutui e i depositi nelle casse del Comune udinese vennero presi in grande considerazione dalla

componente femminile come una interessante possibilità di investire i propri capitali. Le donne

erano per la maggior parte vedove e disponevano di denaro sufficiente da investire in un settore

che offrire discrete possibilità di guadagno. I prestiti, in ogni caso, erano sempre restituiti e l’unico

inconveniente che poteva incorrere era una dilazione dei tempi di restituzione. Nella maggior

parte dei casi le donne facevano ricorso ad un procuratore, che spesso era indicato:

In uno dei componenti della famiglia;

• In un notaio.

Questo tipo di pratica attirò soprattutto le donne della comunità lombarda udinese, che lo

ritenevano un mezzo sicuro e affidabile, nonché redditizio per impiegare i capitali lasciati dai

mariti. Molte furono le donne che ne fecero uso, ma di poche si conserva testimonianza:

  20  

POMA: è vedova di Gasparino da Novate di Milano. Fu una delle pochissime donne che si

⇒ interessarono anche all’appalto dei dazi, che non sembra avere attirato la componente

femminile dell’epoca. Questo scarso interesse è anche attestato in altre realtà come

quella di Gemona. Già due anni dopo il primo investimento, Poma decise di depositare la

somma cospicua di 600 ducati d’oro e il contratto prevedeva che la restituzione fosse fatta

in una moneta simile a quella in cui era stato erogato. Ancora una volta è testimoniata la

difficoltà di risarcire il mutuo e gli interessi maturati al creditore, che in questi casi preferiva

accettare la dilazione del pagamento con la consapevolezza che avrebbero ricevuto il

mutuo effettuato e gli interessi previsti.

CATERINA: era figlia di Poma ed era andata in sposa ad un esponente importante della

⇒ nobiltà friulana, Federico del fu Corrado Boiani di Cividale. Agiva per suo tramite un

procuratore e la stessa cosa accadeva alla sorella, interessata anch’essa alle pratiche

creditizie comunali. Esse avevano a disposizione del capitale da investire che derivava

dall’eredità paterna, visto che la madre con la sua vedovanza aveva ricevuto dote e altri

beni.

Le donne comunque non si occupavano direttamente della gestione dei beni avuti in eredità, ma

preferivano delegare molti compiti a dei procuratori assunti con questo scopo. Poma e le figlie non

furono le uniche donne ad occuparsi di investimenti di cui è rimasta traccia nelle registrazioni dei

quaderni dei camerari. Esistono anche altre donne:

FRISA: vedova di Franzolo della Scala di Milano. Ella si presentò davanti al camerario per

⇒ depositare presso il comune la somma di 300 marche e 6 denari aquileiesi. Era solita

depositare delle somme di denaro nelle casse comunali, come si evince anche da alcune

registrazioni.

DONNE TORRIANE: si interessarono ai mutui e ai depositi del Comune udinese lungo tutto il

⇒ corso del secolo e non solamente al suo termine. Esse risultavano agevolate rispetto alle

altre donne, per la possibilità di disporre di ingenti capitali lasciati dai defunti mariti che in

vita avevano goduto di privilegi derivati dai tanti feudi e incarichi di cui erano stati rivestiti

dal patriarca. Ricordiamo Caterina vedova di Moschino della Torre, Pomina figlia di

Carlevario della Torre e moglie di un Cuccagna. Presso le nobili donne torriane sono rari i

casi in cui esse si rivolgono all’amministrazione da sole per effettuare un prestito,

preferendo tendenzialmente farsi rappresentare da un procuratore o da un loro familiare.

In genere, però, le donne lombarde preferiscono farsi rappresentare negli affari anziché gestirli in

prima persona come è testimoniato da alcune vedove di artigiani locali. Poteva succedere anche

di trovare delle donne che praticavano questa tipologia di investimenti assieme ai propri mariti

(Mussia, moglie di Gabriele di Cremona).

7.L’ACQUISTO DI APPALTI DI DAZI A UDINE E NELLE LOCALITÀ MINORI

Nelle terre del Patriarcato non si possono trovare altri sistemi di gestione finanziaria oltre a:

Percezione dei redditi patrimoniali;

• Imposizione straordinaria di imposte dirette;

• Appalto dei dazi: era una delle entrate maggiori che andava a colpire i beni di largo

• consumo come il pane, la farina, il vino, l’olio, la carne, il pesce, misure e tessuti. La facoltà

di imporli era stata concessa alla città di Udine dal patriarca Bertoldo di Andesch – Merania

nel 1248.

DAZIO DEL VINO: rappresentava a Udine il maggior fattore di entrate. Ad Esempio a Gemona,

questo dazio era diviso in più capitoli: nella rubrica, si stabiliva che ogni venditore di vino alla spina

o al minuto, pagasse un’imposta di otto bozze per conzo e il dazio veniva calcolato sull’ottava

parte del prezzo a cui era venduto il conzo. Le varie tipologie che concernono gli appalti dei dazi

  21  

sul vino erano specificate nelle altre rubriche fino alla 154; in esse venivano definite con precisione

le imposte sul vino venduto all’ingrosso e al minuto, che variava a seconda della qualità del vino o

del venditore.

Il venditore cittadino era sottoposto a minori imposte rispetto a quello forestiero. Altro dazio era

quello sulle merci tedesche, i cui proventi servivano:

a mantenere le truppe,

“ alle spese per l’amministrazione pubblica,

“ al pagamento dei salari dei dipendenti comunali,

“ alla costruzione di opere di carattere collettivo.

“

Non possiamo conoscere le somme effettive riscosse dalle persone he acquistavano il diritto di

riscuotere le entrate previste con il dazio per un anno, ma ci è possibile risalire alla somme di

denaro che le persone versavano ad ogni comune per ottenere l’appalto e che costituiscono

l’effettivo introito del comune stesso. In genere, queste quote ci fanno pensare che chi chiedesse

l’appalto dei dazi, fossero acquirenti in possesso di ingenti quantità di denaro. Nella maggior parte

gli acquirenti erano:

Classi artigianali

“ Ambiente nobiliare friulano

“ Classi mercantili: tra essi compaiono numerosi lombardi e toscani che utilizzavano i ricavi

“ ottenuti dalle pratiche creditizie per acquistare l’appalto dei dazi. Furono i toscani quelli

maggiormente presenti, mentre i lombardi preferivano le possibilità di guadagno grazie ai

depositi e ai prestiti proposti dai Comuni. I lombardi erano tiepidi nei confronti delle

possibilità offerte dall’acquisto dei dazi. Uno dei pochi esempi, è proprio il caso di una

donna, Poma, che acquistò il dazio del pane.

DAZIO DEL PANE: esso riguardava la fabbricazione del pane di frumento e la vendita al minuto di

grano saraceno e di sorgo. Il prezzo di questo bene di largo consumo era deciso dalle autorità. Era

il Comune che provvedeva ogni anno all’acquisto dei carichi di frumento necessari per la

panificazione e il dazio, in seguito, veniva poi affidato in gestione ad un esattore, che sarebbe

rimasto in carica fino all’anno successivo.

la procedura utilizzara per la vendita degli appalti dei dazi era costituita da varie fasi:

Inizialmente veniva offerto agli interessati il diritto di riscuotere per conto del Comune uno o

⇒ più dazi in un periodo prestabilito, nella maggior parte dei casi fissato in un anno di tempo,

in cambio di una somma inferiore all’introito che si prevedeva si potesse realizzare

attraverso la riscossione del dazio.

In genere le persone che acquistavano il dazio si dichiaravano disponibili a versare il

⇒ denaro in tre rate. Se si trovavano altri acquirenti, questi subentravano ai precedenti.

La prima fase di appalto dei dazi aveva generalmente termine nel mese di ottobre,

⇒ concludendosi nel mese di aprile, quando il camerario registrava gli ulteriori proventi

derivanti dalla vendita dei dazi stessi.

Tra le persone di origine lombarda che si interessarono sull’acquisto degli appalti dei dazi compare

il notaio Gabriele di Cremona.

DAZIO DELLE DRAPPERIE: ne esistevano per vari tessuti. Tra coloro che si distinsero in questo settore

furono i maestri della lana, capaci di diventare il centro di enormi giri di affari. Tra essi erano

annoverate molte famiglie toscane, ma anche molti personaggi legai ai della Torre e alcuni

membri della famiglia stessa, che alternarono i loro investimenti tra le società che operavano nel

settore della lana con quelle attiva nel commercio delle spezie. Si comprende come i Torriani

volessero tutelarsi nel caso in cui uno dei loro investimenti fosse stato poco felice.

  22  

Questi investimenti denotano la capacità economica di cui godeva la famiglia stessa, ottenuta

grazie al continuo sostegno garantito dai patriarchi torriani attraverso una politica, che voleva

incrementare le possibilità economiche attraverso l’investitura di beni e l’affidamento di importanti

cariche amministrative.

Tra le famiglie che figurano tra gli acquirenti degli appalti di dazi, troviamo i DA CASSINA: questa

famiglia aveva ottimi rapporti con la casata della Torre e si era rivelata particolarmente interessata

all’acquisto del dazio che veniva pagato sulle quarte. Questo acquisto si rivelò un buon affare,

visto che il lombardo l’anno successivo acquistò l’appalto già dalla prima rata. Il loro interesse si

rivolse poi anche ad altri dazi, come il vino, la carne,..

DAZIO SULLA CARNE: fu rilevato anche da Nicolino della Torre e rivenduto poi in un’asta pubblica il

17 settembre del 1401 al beccaio Antonio del fu Odorico.

Il denaro ricavato dall’acquisto di un appalto dei dazi veniva sfruttato dal comune udinese per

saldare i conti di molte spese:

1. Si pagavano i salari dei dipendenti comunali;

2. Si coprivano le generiche spese dell’amministrazione pubblica;

3. Si reperivano i soldi necessari per le dispendiose operazioni di guerra.

Altro aspetto importante era la normativa relativa alla pignorazione , che trovava ampio spazio

nelle CONSTITUTIONES PATRIAE FORIIULII, promulgate da Marquardo nel 1366:

Nel caso in cui ad essere venduti fossero dei pegni costituiti da animali o da beni immobili, i

⇒ legislatori avevano previsto la consegna degli stessi nelle mani del precone di Udine che si

sarebbe dovuto poi occupare delle fasi della vendita.

Nel caso in cui fossero stati venduti dei beni immobili era lecito a coloro che fossero

⇒ contrari alla cessione avere un periodo di dieci giorni per risarcire il compratore per le

spese sostenute,

Ogni Comune regolava l’istituto del pegno con leggi proprie, che venivano precisate negli

⇒ statuti cittadini.

La vendita all’asta dei beni pignorati era regolata nel caso udinese dal Capitano e dal

⇒ Consiglio delle città e le norme erano valide sia per i compratori udinesi che per quelli

forestieri.

I lombardi che s’interessarono alle possibilità offerte dall’appalto dei dazi furono:

DA CASSINA;

⇒ DA PAVONA.

I dazi più remunerativi erano carne e vino. I lombardi che erano insediati nell’amministrazione

cittadina si avvalsero del ventaglio di offerte di investimento proposte dal Comune, anche se la

pratica dei dazi rimane circoscritta a pochi nuclei familiari che sono gli stessi che sono meno

presenti nel mercato del prestito ad interesse e nelle società commerciali. Oltre che come

acquirenti degli appalti le persone di origine lombarda ebbero un ruolo di primo piano all’interno

dell’organizzazione che gestiva gli appalti stessi. Il comune assumeva delle persone che

svolgevano il ruolo di daziari ed altre che dovevano occuparsi del compito della misurazione delle

merci che venivano vendute. L’appalto dei dazi fu meno appetibile dei prestiti per la componente

lombarda del Patriarcato, anche per la natura stessa dell’investimento che presentava minori

margini di sicurezza e con guadagni altalenanti. Tra gli acquirenti maggiori troviamo i toscani, che

accettavano spesso anche il ruolo di fideiussori per conto della nascente borghesia locale,

costituita da:

Artigiani;

⇒ Maestri delle varie arti;

⇒ Notai;

⇒ Avvocati.

  23  

8.IL RUOLO MILITARE ASSUNTO DALLA COMPONENTE LOMBARDA NELL’ESEMPIO UDINESE: CIVES

INSERITI PERFETTAMENTE NEI MECCANISMI MILITARI.

L’inserimento dei lombardi più in vista nel sistema politico friulano patriarchino significava anche il

loro immediato coinvolgimento nell’organizzazione militare. Il diritto ad avere voce nel Parlamento

friulano si legava al dovere di garantire un servizio armato, la cui entità era misurata sulla base

della capacità economica dei membri del Parlamento. Il più ingente tra i servizi era costituito dalla

cavalleria, che si distingueva in:

Pesante, gli elmi;

• Leggera, le balestre.

Ad essa andava aggiunta poi la leva della fanteria. Alla cavalleria appartenevano i membri della

nobiltà feudale e della ministerialità patriarchina, anche se nel tempo a questi elementi si era

aggiunta la componente stipendiaria, finanziata da:

Camera del principe ecclesiastico

• Comunità maggiori.

In genere:

1. Erano gli ufficiali patriarcali per le circoscrizioni a loro affidate ad occuparsi di redigere le

liste in cui erano inseriti coloro che erano atti alle armi;

2. Questi ultimi venivano raggruppati in gruppi di dieci persone tra cui venivano scelte una o

due da mandare all’esercito patriarchino;

3. Lo stesso patriarca non si limitava a svolgere un ruolo di capo militare simbolico, ma

esercitava la sua funzione mettendosi in moto anche nei campi di battaglia.

La talea veniva imposta anche al patriarca e poteva essere di due tipi:

1. La prima era fissata per ogni singola casata, Comune o ente ecclesiastico sulla base di

quanto richiesto per consuetudine tenendo comunque conto di eventuali cambiamenti a

livello economico;

2. La seconda veniva fissata per contingere e distribuitain maniera uniforme in proporzione

all’aumento della talea stessa.

Il Consiglio in tempo di guerra:

Ordinava a Comuni e a signori l’invio dei contingenti;

Ù Eleggeva i capitani dell’esercito;

Ù Prendeva decisioni sul da farsi.

Ù

Al Parlamento, invece, spettava la decisione di stabilire quale pena infliggere a coloro che

avevano rifiutato l’invio di soldati richiesto.

La città di Udine, era divisa in 5 zone, che corrispondevano alla ripartizioni militare e amministrativa.

Era legata alla famiglia Savorgnan, cui procurava fanti e cavalli a seconda della necessità

dell’esercito patriarcale, sulla base di quanto disposto dal Parlamento. Nel caso di necessità

potevano essere chiamati alle armi tutti i cittadini. Questi erano divisi poi per le loro capacità e i

migliori costituivano dei gruppi di dieci persone definiti con il termine DECENE. Tra gli stipendiati

dell’anno 1352 figurano:

Sia familiari di esponenti della famiglia della Torre;

Ù Sia un familiare del notaio cremonese Gabriele di Cremona.

Ù

La presenza lombarda nell’esercito non si limitava ai familiari delle famiglie più note: i lombardi che

avevano ottenuto l’ascrizione alla cittadinanza nel Comune Udinese non delegavano sempre ad

un’altra persona il ruolo che dovevano svolgere nell’esercito patriarchino e facevano parte

attivamente dell’esercito della città.

Vennero assoldati spesso anche dei mercenari e i documenti parlano di una ingente quantità di

mercenari di origine tedesca. Il mondo germanico rappresentò, lungo tutto il corso del Medioevo,

  24  

uno dei più grandi serbatoi di armi, pronto a combattere per i signori locali o per città più lontane.

Nel Patriarcato si sentiva spesso la necessità di avere forze maggiori in campo e per questo ci si

rivolgeva alle compagnie militari di mercenari. Le loro difficoltà, però, emergono dalla

documentazione, in cui si rivela come i mercenari arrivassero a chiedere prestiti per far fronte alle

necessità economiche anche accettando tassi di interesse molto elevati. Poteva accedere anche

che, terminati i soldi, essi impegnassero armi e cavalli. Il Comune udinese si avvalse anche di

mercenari lombardi, attestati nella connestabileria, ossia un contingente assoldato tramite un

capo militare composto da una squadra di soldati che variava da 20 a 100 uomini.

9.LA PRESENZA DI CITTADINI LOMBARDI NELLE AMBASCERIE: ALCUNE CONSIDERAZIONI.

Il ruolo dei lombardi come ambasciatori per le diverse città ci è noto solo attraverso le note di

spesa che i camerari registravano nei loro quaderni. Per questo, non è possibile risalire alla

motivazione che spinse a creare le ambascerie costituite da cives di origine lombarda, che

generalmente erano tra coloro che avevano raggiunto le posizioni più eminenti nella città in cui

vivevano. Alcuni di essi furono incaricati di svolgere ambascerie in più occasioni dimostrando di

essere considerati come esponenti di fiducia dalle amministrazioni che si susseguivano nei Comuni.

Tuttavia, le fonti parlano in maniera frammentaria di queste ambascerie e questa carenza risulta

determinante nel delineare una mancanza di informazioni necessarie per conoscerne gli scopi.

Parallelamente, possiamo dire che nel Trecento non è diffusa nelle terre patriarchine una figura

professionalizzata di ambasciatore, che svolga questo lavoro per i governi comunali. Tra le spese

del Comune di Udine, in ogni caso, una parte cospicua era rappresentata dal costo delle

ambascerie. Erano numerosi i lombardi che erano riusciti a ricoprire ruoli di primo piano: questi

cittadini, infatti, furono impiegati dall’amministrazione comunale udinese in diverse missioni, di cui

ci rimane traccia attraverso la richiesta di rimborso che presentavano al Comune per ottenere un

risarcimento delle spese che si erano trovati a compiere per le diverse operazioni svolte. Vengono

qui riportati tre esempi relativi a:

RIMBORSI CHIESTI DA UN’AMBASCERIA CHE AVEVA DATO SUPPORTO A ERMACORA DELLA

• TORRE;

RIMBORSI A FAVORE DI FRANCESCO DELLA TORRE;

• RIMBORSO PER UN’AMBASCERIA IN SUPPORTO A FRANCESCO SAVORGNAN.

Essi rappresentano uno spaccato di come potessero presentarsi le ambascerie che coinvolgevano

cittadini di origine lombarda:

Essi potevano essere inviati fuori città del Patriarcato o in città che ne facevano parte per

• delicati incarichi a livello politico;

Potevano essere impegnati a rappresentare il Comune di residenza negli organismi

• amministrativi interni allo stato patriarcale, come il Consiglio. Nel caso di Udine, tra gli

incaricati figurano anche esponenti torriani che risiedevano in città.

Tra le richieste di rimborso, comparivano anche quelle relative al costo dei cavalli usati nelle

missioni. In ogni caso, è molto interessante il ruolo svolto da due cittadini lombardi nelle vicende del

Comune udinese, che li inviò per trattare con i Veneziani:

Biagio di Lissone;

• Giacomo da Pavona.

I due erano stati mandati per sondare quali fossero le reali intenzioni di Venezia, che

temporeggiava nel prendere parte alla lega nata per difendere il Patriarcato.

Comunque, persone di origine lombarda compaiono nelle note di spesa di altre cittadine del Friuli

del tempo come nel caso del gemonese, in cui comparivano persone facenti parte della famiglia

Brugni. Il primo esponente che compare è GIULIANO, scelto come ambasciatore. Il ruolo di

ambasciatore fu uno dei tanti modi con cui le persone di origine lombarda potevano ottenere

potere politico, acquisito nel momento in cui diventavano cittadini. Nei primi casi si ritrovano tra gli

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DESCRIZIONE APPUNTO

Riassunto per l'esame di Storia medievale del professor Cammarosano, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Lombardi in Friuli: Per la storia delle migrazioni interne nell'Italia del Trecento, Davide . Gli argomenti trattati sono i seguenti: il radicamento dei lombradi in Friuli nel corso del 1300, con conseguente imposizione sul territorio della casata della Torre.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze dell'antichità: archeologia, storia, letterature
SSD:
Università: Udine - Uniud
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher jessicabortuzzo di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Udine - Uniud o del prof Cammarosano Paolo.

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