Il popolo in lotta
Con il termine “popolo” le fonti del 200 non indicano genericamente la popolazione cittadina, l'insieme degli abitanti della città, ma fanno riferimento a un movimento politico organizzato, i cui affiliati prendono il nome di “popolari”. Il popolo era un movimento di opposizione, e i suoi nemici erano i potenti, chiamati nobiles o milites. Questa aristocrazia cittadina e militare controllava le istituzioni e occupava praticamente tutte le cariche politiche del Comune. Il nuovo protagonismo del popolo rappresentò un fatto inedito. Per la prima volta a prendere autonomamente l'iniziativa di dar vita a un movimento di opposizione furono i gruppi sociali esclusi dal potere.
Soprattutto nella prima fase, il popolo si scelse una guida militare e carismatica all'interno dello stesso ceto dei milites o tra gli esponenti più irrequieti delle grandi famiglie di signori rurali. Tentarono di conquistarsi uno spazio nella vita pubblica puntando sulla solidarietà orizzontale che li legava a tutti coloro che erano accomunati dal fatto di essere dei non milites, di essere dei pedites. La novità è che il popolo, a differenza delle fazioni nobiliari che si scontravano, aveva qualcosa di molto simile a un programma politico. Esso non intendeva semplicemente prendere parte all'accaparramento delle cariche comunali, alla spartizione delle risorse economiche legate al controllo delle istituzioni, ma intendeva affermare una sua concezione della politica.
La lotta di classe
La lotta del popolo era qualcosa di simile a una lotta di classe, solo che il popolo non può essere considerato una classe. Dentro il popolo si incontrarono gruppi sociali profondamente diversi. In prima linea nel populus troviamo spesso mercanti di una certa levatura. Si tratta anche di uomini d'affari, ma non mancano i mercanti di medio rango.
I membri più intraprendenti già all'inizio del 200 mettevano a disposizione del Comune le loro peculiari competenze nella gestione del denaro ricoprendo incarichi di carattere amministrativo e fiscale. I cittadini che ne avevano la possibilità economica puntavano anche sull'istruzione come fattore di mobilità sociale. Il denaro permetteva insomma ai mercanti di maggior successo di entrare in contatto con gli ambienti più esclusivi e di frequentare i luoghi dove si prendevano le decisioni che riguardavano la città. All'inizio del 200 non erano pochi i piccoli e medi proprietari residenti in città che si possono definire benestanti.
Tra il 12o e 13o secolo, in tutti i Comuni italiani erano tante le famiglie impegnate in una faticosa scalata sociale. Il popolo però non era composto solo da mercanti di successo e proprietari benestanti. Al di sotto di questo livello superiore c'era un ampio strato medio dai contorni indefiniti, composto da piccoli mercanti locali, bottegai e artigiani specializzati nelle diverse fasi nelle quali si articolavano le produzioni di punta delle città comunali, in particolare le manifatture tessili.
Più si scende la scala sociale più le tracce documentarie si rarefanno ed è più difficile individuare le storie personali e famigliari. All'interno dello stesso mondo artigiano esisteva un'estrema varietà di condizioni economiche. Era una società in movimento, nella quale per i cittadini più intraprendenti i passaggi da un livello all'altro non erano impossibili e neppure rari. Il confine inferiore comunque era rappresentato da piccoli artigiani e lavoranti, gente che viveva dignitosamente. Nel popolo non c'erano veri poveri, e rappresentava la parte produttiva della città.
Il movimento popolare
Il popolo non era una classe sociale preesistente, dotata di una precisa identità collettiva, ma era un'organizzazione costruita ex novo tra il 12o e 13o secolo, attraverso la scomposizione di legami sociali preesistenti e la ricomposizione di forme di solidarietà del tutto nuove. La complessità sociale del popolo fece sì che in esso confluissero interessi molto diversi.
I componenti del livello superiore scommisero sul movimento popolare per conquistare la rilevanza politica alla quale ritenevano di avere diritto. Fino a poco tempo prima, per famiglie di questo genere, il principale strumento di ascesa sociale e politica era stato l'integrazione nella militia. Ma ovunque a partire dalla fine del 12o secolo la militia cittadina aveva cominciato a ripiegarsi su se stessa e a chiudersi progressivamente agli apporti esterni. Essa aveva probabilmente carattere difensivo dovuto al timore che la mobilità sociale erodesse i vantaggi materiali legati allo status di miles.
Ma oltre all'ingresso nella militia c'era un'altra possibilità ed era quella di sfidare la preminenza dei milites, di metterne in dubbio la capacità di guidare i cittadini. Furono probabilmente considerazioni di questo tipo che spinsero molti cittadini benestanti, mercanti e proprietari terrieri, non solo a unirsi al popolo, ma ad assumerne la leadership, a contribuire personalmente, con grande dispendio di energie e di risorse economiche, alla sua organizzazione e al suo radicamento presso tutti gli strati della società.
Altri gruppi sociali che affluirono al popolo erano mossi probabilmente da motivazioni diverse: il coinvolgimento nella politica cittadina, la possibilità di esprimersi sulle questioni più rilevanti che riguardavano direttamente la loro vita. Gli artigiani cominciarono a temere forme di concorrenza sleale rese possibili dall'ampia disponibilità di manodopera a basso costo, e a percepire il rischio di un crollo dei prezzi determinato da crisi di sovrapproduzione o dall'immissione sul mercato di prodotti di cattiva qualità.
Le autorità comunali, al contrario, sembravano vedere di buon occhio l'immigrazione di manodopera qualificata dalle campagne. Nei primi decenni del 200 gli artigiani, preso atto della scarsa disponibilità delle autorità cittadine ad affrontare il problema, diedero vita ad associazioni più organizzate e formalizzate. Nacquero così le corporazioni. Attraverso il popolo gli artigiani speravano di riuscire a far sentire la propria voce nei palazzi del potere e di conquistare per le loro organizzazioni uno spazio di espressione politica.
Questioni fiscali e sistema giudiziario
Uno dei problemi più avvertiti era poi la questione fiscale. Lo stato di mobilitazione permanente comportava altresì delle spese. Nessuno metteva in dubbio la necessità che tutti dessero il loro contributo alla conservazione e alla promozione della potenza militare del Comune, o alla realizzazione di opere utili alla collettività. Nessuno sosteneva che le tasse non andassero pagate.
I cittadini tuttavia volevano che non fossero pochi potenti lontani dalla loro realtà a decidere quando fosse il caso di mettere le mani nelle loro tasche. Essi pretendevano che alle assemblee consiliari prendessero parte i loro rappresentati, volevano che i loro soldi fossero spesi bene, che fossero amministrati con trasparenza e che venissero utilizzati per progetti veramente necessari. Una delle rivendicazioni più diffuse nei manifesti dei movimenti popolari era quella di distribuire i carichi fiscali sulla base della libra, un sistema che consentiva una ripartizione delle tasse grosso modo proporzionale alle possibilità di ognuno.
C'erano però anche altre questioni: il funzionamento del sistema giudiziario, che si voleva più equo. Il bersaglio polemico erano soprattutto quei giudici che ricorrevano a ogni sorta di cavilli per mettere in difficoltà i cittadini che non avevano una conoscenza approfondita delle procedure legali, né la possibilità economica per rivolgersi a dotti consulenti.
L'azione giudiziaria non poteva essere avviata dall'autorità pubblica, ma solo dalla vittima del reato e i rapporti di forza interni alla società influenzavano questo sistema. Il modello accusatorio non prevedeva alcun tipo di indagine, ma ognuna delle parti doveva cercare di far prevalere le proprie ragioni: era difficile per un cittadino appartenente ai ceti medio-bassi trovare testimoni che non si lasciassero intimidire dalla prepotenza dei milites. I giudici stessi non erano certo imparziali, e tutto ciò era anche molto costoso. In più si aggiunge il problema della violenza: si cercava un sostegno contro le prevaricazioni e i soprusi dei potenti e gli effetti nefasti che le lette tra le famiglie di milites producevano non solo sul tranquillo svolgimento della vita politica, ma anche sulla sicurezza pubblica.
Il ruolo del podestà
Alla fine del 12o secolo i consoli vennero sostituiti dal podestà, un ufficiale unico che si supponeva imparziale, capace di mediare tra fazioni avversarie. Dapprima il podestà era scelto tra i cittadini più influenti, ma quasi subito si tentò con un podestà forestiero, sempre comunque un miles. Le famiglie più rissose volevano il ritorno al consolato, e in alcuni anni lo ottennero.
Certo, l'exploit popolare fu legato alla strepitosa crescita demografica ed economica e diede a mercanti e artigiani coscienza della loro importanza. Ma il boom economico non basta. Il problema è che la militia non riuscì a produrre strumenti culturali e politici che consentissero un graduale assorbimento delle pressioni e delle tensioni prodotte dai mutamenti sociali. Essa tendeva a rispondere con la chiusura, con l'esasperazione di certi tratti identitari, ma anche con la riduzione del confronto politico a un gioco al massacro tra fazioni irriducibilmente nemiche. Non riuscì insomma a elaborare altra reazione che la negazione e il ripiegamento su se stesso.
L'unione delle diverse anime del popolo
Le diverse anime del popolo riuscirono ad accordarsi su proposte molto concrete e realizzabili. Ci si richiamava alla tradizione politica comunale, l'idea di Comune fu il collante. I discorsi sul Comune si erano diffusi in tutti gli ambienti sociali, avevano coinvolto e appassionato tutti i cittadini di ogni condizione. Il confronto e il dibattito in proposito erano normali. Si moltiplicarono le societates, le assemblee e riunioni di ogni genere. Anche il Comune stesso era nato come societas, come coniuratio, non solo di milites.
Nei suoi primi decenni di vita la decisioni venivano prese dall'arengo, l'assemblea alla quale erano chiamati a partecipare tutti i maschi adulti. Dalla seconda metà del 12o secolo l'arengo veniva convocato sempre più raramente, ma il suo ricordo non era certo scomparso. Fin dalle origini del Comune i consoli erano tenuti a prestare, di fronte alla comunità riunita nell'arengo, un giuramento, il breve consulum. Il giuramento sopravvisse all'aristocratizzazione del Comune.
Non solo i consoli continuavano a recitare il loro “breve” (testo statutario, con elenco di impegni giurati assunti formalmente dai consoli), ma anche i nuovi ufficiali dovevano giurare, e anche il podestà, sia cittadino che forestiero. Speculare al giuramento degli ufficiali era il giuramento del popolo, iuramentum populi. Una delle cose che i cittadini apprendevano da questo giuramento era che il Comune si fondava su un patto, un contratto tra i governanti e il populus.
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