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Riassunto icone e potere

Introduzione

Nel corso del '900, manca un testo che indaghi il ruolo delle icone mariane nella società e cultura, sebbene proprio in questo periodo si abbiano studi sulla Vergine come in "Mary" del 1963 di Greaf, "Alone of all her sex" di Warner 1976 e "Mary Through the centuries" di Pelikan 1996. Questi mancano dell’analisi delle partiche rituali e forma di devozione. La rivoluzione delle icone avviene nei testi di Freedberg 1989 "Power of Imagine", e Belting 1994 "Linkness and presence", che, concentrandosi sull’ambito geografico-tematico e cronologico, non danno spazio all’analisi delle fonti materiali. Questo testo si incentra proprio su ciò, dando largo spazio alle reliquie, base del culto a Costantinopoli, nuova Roma con lingua greca, legislazione romana e religione cristiana, detta città di Icone a partire dal VI sec. Ciò avvenne poiché vi fu un passaggio dalla devozione di reliquie a quelle di icone, considerate mezzo per l’interazione tra sfera umana e divina grazie alla teoria dell’Incarnazione, che vede Maria con corpo sacro dopo che esso venne toccato dalla parola di Cristo. Il testo analizza quindi ogni principale rappresentazione mariana dal V al XIII sec mostrando l’evoluzione del culto mariano e identità visuale bizantina, fino alla creazione delle pratiche rituali di processione del periodo post-iconoclastia (730-843) che crearono la base ideologica per le odierne pratiche ortodosse. Inoltre, si interessa alla compenetrazione tra immagini e testimonianze scritte analizzando omelie e inni, secondo la teoria di Aguire in "Art and Eloquence".

Santuari principali di Costantinopoli

Il testo si concentra in particolare sui santuari principali della città:

  • 1° Blacherne: luogo principale e più antico del culto mariano in cui erano poste reliquie essenziali come il Velo della Vergine, e gli imperatori pregavano prima di ogni battaglia; vi era inoltre una processione ogni Venerdì, detta Presbeia, per risvegliare il potere di Maria e una celebrazione annuale detta Akathistos per celebrare le vittorie imperiali.
  • 2° Hodegon: qui si colloca l’icona dell’Hodegetria, colei che guida, dall’XI sec, subentrando alle Blacherne come principale luogo di culto e facendo partecipare la propria icona all’Akathistos annuale.
  • 3° Cristo Patokrator: realizzato dall’imperatore Giovanni II Comneno (1118-1143) per consolidare il proprio potere e legare il culto mariano alla dinastia imperiale.

Il culto mariano e il potere imperiale

Il testo si incentra inoltre sull’evoluzione del culto mariano, considerando la figura di Maria attraverso gli appellativi di Theotokos (colei che ha partorito dio), Meter Theau (Madre di Dio) o Theometor-Panagia (tutta santa), più vicini ai moderni ed occidentali Vergine e Madonna, ma anche appellativi di carattere politico come Vittoria e Thyche, legati alla tradizione romana e alla dimensione del potere, attribuendo a Maria una funzione di protezione dell’impero ma anche di legittimazione e garante delle vittorie imperiali per il suo particolar carattere di vergine e madre. Studiosi del XX sec come Lihacev e Kondakov si applicano a queste ricerche. In particolare, il secondo crea un sistema di divisione delle immagini in base ad appellativi toponomastici, ribaltato da Grabar che ne crea uno per appellativi poetici e qualitativi non attuando distinzioni tra le immagini mariane ma considerandole come testi. Speck e Alexakis si concentrano invece sulle mozioni contro ed in difesa delle immagini durante l’iconoclastia. Cameron sul Mandyloin di Cristo, Wolf sulla Vergine di Santa Maria Maggiore e Angelindi sull’Hodegetria per mostrare il suolo sociale delle icone nelle cultura dell’epoca. Dopo gli anni '60-'80, la ricerca non verte più sul periodo pre-iconoclastia, ma su quello successivo, poiché Carr indaga il ruolo pubblico delle icone nella società bizantina e post-bizantina e Sevcenko le lingue della liturgia, mentre Kalavrezou la creazione di nuove formule visive del periodo post-iconoclastia che esprimevano il dogma ortodosso delle immagini (Lidov crea un parallelo tra immagini bizantine e russe).

Parte prima: la Theotokos e il potere imperiale

Le origini del culto

Il cristianesimo nacque come religione con un unico dio maschile, contrastando quelle precedenti che nel politeismo vedevano sempre spiccare divinità femminili di grande potere come Iside-Demetra-Magna Mater. Per questo, Maria venne inizialmente messa da parte e presentata in momenti della vita di Cristo fondamentali, come l’annunciazione, adorazione dei magi, fuga in Egitto, crocifissione, essendo presentata nella sua vita ed infanzia solo nella descrizione particolareggia a lei dedicata da Giacomo nel suo protoevangelion. Venne recuperata nel IV/V sec dalla patristica creando le prime discussioni sul dogma dell’incarnazione e divenne patrocinio imperiale a Bisanzio nel V sec come Thyche e Vittoria.

Nella seconda metà del V sec, la famiglia reale promuoveva il suo culto attraverso la creazione della chiesa di Dafne detta Protoktistos, una cappella affianco alla sala del trono (prima in assoluto), e poi alla fondazione della cappella (soros) delle Blacherne da parte degli imperatori Leone e Verina, che fondò anche la chiesa della Theotokos Chalkoprateia (davanti ad Hagia Sofia), nel VI sec fuori dalle mura cittadine come le altre della Hiereia e Pege: questa cappella era la sede del culto imperiale della Theotokos, come mostra il dipinto degli imperatori con figli affianco alla figura della Vergine centrale nella cappella. Giustino I (518-27) portò avanti il patrocinio imperiale delle Blacherne, Giustiniano (527-65) se ne prese il merito, e la ristrutturazione venne fatta da Sofia e Giustino II.

Vennero create anche molte festività in onore della Madonna da Giustiniano dal 530/50, come il 25/03 Nascita della Vergine, 08/09 Annunciazione, 21/11 entrata nel tempio, e da Maurizio (582-602), con la Dormizione o Koimesis del 15/08 ed attribuendogli forse anche l’invenzione della Presbeia del venerdì dalle Blacherne. Gli interrogativi sul culto imperiale mariano di Costantinopoli vengono risolti dall’Akathistos, canto ancora oggi in uso con 24 strofe e relativi ritornelli, che descrive il miracolo dell’incarnazione e nascita di Cristo.

Ogni verso dispari presentava inni e saluti a Maria detti Chirastemoi, introdotti da Ave com’era solito dal concilio di Efeso del 431 in poi; essi erano molto simili ai saluti agli imperatori vittoriosi che rientravano in città, dato che era detta “Diadema degli imperatori”. Era quindi connotata come Vittoria imperiale (colei che poneva il diadema in fronte agli imperatori), o come “Torre inaccessibile” venendo connotata come Tyche (ha una corona turrita e porta gli strumenti del potere come nella statuetta in bronzo del IV/V al Metropolitan di New York). La presentazione come Tyche si ha anche quando viene detta “fiore dell’incorruttibilità” poiché la Thyche di Costantinopoli, Anthousa, era detta “colei che fiorisce”.

Il pubblico assiste facilmente a queste qualità di protettrice e portatrice di vittoria che si intercorrono tra le immagini, poiché i discorsi erano presentati nel Foro di Costantino (con statue monumentali) o nell’Ippodromo: l’immagine della Thyche si mantiene inoltre sulle monete imperiali fino a Giustino II nel VI sec e quella della Vittoria fino al VII su quelle di Foca.

Le metafore della Akathistos danno una forza senza precedenti al potere di Maria, alternando immagini sacre, tratte dall’antico e nuovo Testamento, a quelle invece politiche-civiche, Thyche e Vittoria romana. Il 24° ritornello, dopo che tutti i precedenti erano volti all’invocazione di Cristo, presenta in apertura e in chiusura l’invocazione a Maria per liberare gli afflitti dal dolore e proteggere la città, rispondendo alla necessità umana di protezione materna che Dio non poteva dare. Il termine ante quem per la creazione dell’Akathistos prima era detto il 530, poi venne spostato tra il 431-451 da Limberis, perché credeva che l’imperatrice Pulcheria (414-53) avesse partecipato al concilio di Efeso sostenendo l’opera delle Omelie di Proclo e la creazione di santuari mariani (falsa tradizione), e Peltomaa, che ha motivazioni teologiche, ovvero sostiene che non vi siano gli attributi cristologici introdotti dal concilio di Calcedonia del 451. La collocazione temporale però più plausibile è quella di De Matos, che per gli attributi di potere mariano qui presenti colloca l’inno tra la fine del V e l’inizio del VI sec.

La tarda creazione dell’inno porta ad interrogarsi sul valore del concilio di Efeso nella definizione del culto mariano; il fine del concilio, tenutosi nell’importante città portuale sede delle predicazioni di Paolo, aveva infatti come fine la definizione del culto di Cristo. Per questo tra le due posizioni presentate per la definizione del nome da attribuire a Maria per far risaltare la figura di Cristo vinse quella che prediligeva la sua origine divina (theo) e natura umana (thokos) nel nome di Theotokos. La proposta del vescovo di Costantinopoli, Nestorius, di Cristotokos, che avrebbe garantito una natura più vicina all’umano (madre di dio) venne scartata ed egli creò una propria setta eretica affiancata a quella degli ariani, combattuta da Sant’Ambrogio richiamando elementi del concilio di Nicea del 325 come il Credo, che definisce Cristo della stessa sostanza del padre. Il culto cristiano si diffuse prima in oriente che in Occidente e quello mariano solo dopo il concilio di Calcedonia del 451, che portò alla creazione di basiliche mariane in Occidente dagli anni 40 del V sec come Santa Maria Maggiore da Sisto III nel 438 e poi Santa Maria in Trastevere (il culto ebbe successo andando contro le posizioni maschiliste dell’epoca).

Le ultime strofe dell’Akathistos presentano Maria attraverso attributi tipici delle principali divinità civiche, ancora rappresentate in dittici consolari e monete con la Pax-Securitas e personificazioni cittadine. Thyche e la vittoria erano particolarmente legate alla figura imperiale poiché ne legittimavano la politica e le davano legittimità. Ciò viene dimostrato dalle prime rappresentazioni della Vergine come Vittoria alata sui solidus (monete in oro) di Costantino I il Grande (306/37), che nella moneta del 330 coniata ad Heracleia presenta nel recto la sua figura con globo con sopra la Vittoria alata, mentre nel verso è incoronato dalla stessa, a grandezza naturale, sul Tropheion (insegne dei nemici vinti). Sulla moneta, sempre del 330, coniata a Costantinopoli nel recto si ha la figura dell’imperatore con corona di gemme, mentre sul verso si ha la rappresentazione della prima Thyche Anthousa seduta in trono, con chitone ed in mano una cornucopia, e con un piede sulla prora di una nave, incorniciata dalla scritta “il nostro signore Costantino Maximus Triumphator Augustus”.

La Thyche venne legata alla città di Costantinopoli appunto da Costantino, che all’istituzione del compleanno della città l’11/05/330 creò una processione, ripetuta fino all’VIII sec, in cui una statua d’oro della Thyche Anthousa veniva portata dall’Ippodromo alla loggia imperiale, Kathisma, così che l’imperatore vi ci si inchinasse in proskynesis. Qui la figura non aveva la connotazione precedente ma diventava simbolo ed incarnazione di Costantinopoli, assumendo i tratti di Vittoria Militare con scettro e globo, come mostrano le monete di Valentiniano II (383-88) e di Arcadio I (388) la sua iconografia subì una nuova evoluzione.

Presentandosi come Vittoria militare con in mano il simbolo della Croce o globus Crucifer nelle monete da Teodosio II (408-50) e Pulcheria in poi; egli infatti la presenta nel verso della sua del 420-1, poi in quella dell’imperatrice Eudossia del 401-1 e quella dell’imperatore Anastasio I (491-518) in cui ha uno scettro con Crismon (nome di Cristo). Successivamente si hanno anche rappresentazioni affiancata ad Elena o Costantino sotto il Milion, arco con quattro colonne che rappresentava l’ingresso della città e sede di inizio delle misurazioni (Miglio) mostrando un gruppo statuario che desse prosperità alla città.

La Thyche appare poi su un trono senza schienale con il globus crucifer e uno scettro nelle monete di Giustino II (565-578) per poi sparire con Maurizio, che distrusse la sua statua nel foro sostituendola con una di Maria, ora personificazione cittadina e non più Costantinopoli. Infatti, nella vittoria contro gli Avari del 623 e rideposizione del Maphorion nelle Blacherne venne fondato il mito della fondazione della città come Theotokoupolis, in onore della Theotokos da Costantino, dando legittimità alla raffigurazione della Vergine come Vittoria militare che sullo scudo ha inciso “chi-Rho” e ha uno scettro a forma di croce.

Successivamente la sua figura sarà totalmente sostituita dalla rappresentazione della croce, come nella moneta di Eraclio I (con il figlio nel Recto) del 613-9, non facendola più comparire nelle monete fino al IX sec, tanto che Giustino II decise di ripresentarla nel proprio sigillo con un medaglione con il volto di Cristo in mano, dato che la vittoria, come giustifica il Panegirico di Giustino II, parte dal Logos/Cristo e discende all’imperatore attraverso la madre. La Vergine assumerà, dopo aver abbandonato il ruolo di Regina Poli, quello di Imperatrice, come descrive il Patriarca Sergio dopo la ri-deposizione del Maphorion nelle Blacherne definendola “Vera imperatrice” o Andrea da Creta nel suo Akathistos dell’VIII sec definendola “imperatrice generale, governatrice generale, imperatrice affianco dell’imperatore, preziosissima porpora” prima di definirla con i classici attributi di Thyche e Vittoria. Le rappresentazioni di Maria come Imperatrice sono più frequenti in Occidente che in Oriente poiché affianco al papa non vi era una figura femminile al potere.

Va considerata quindi una cultura mediterranea unitaria che leghi queste manifestazioni agli scritti di Corippo, Patriarca Sergio, Andrea da Creta per comprendere quest’evoluzione dell’iconografia. Nella chiesa di Santa Maria Antiqua, sul colle Palatino in prossimità del Palazzo Bizantino durante la riconquista di Roma, si colloca l’affresco commissionato da Giustiniano-Belisario-Narsete che raffigura la madonna in trono affiancata da angeli con la corona e la ghirlanda (simboli del potere) mentre regge il bambino. Ella ha in fronte una corona con pre-pendulia di pietre e veste, in maniera unica, sopra la tunica bianca e la dalmatica purpurea un loros, fascia di pietre e gemme indossata dagli imperatori bizantini e netto simbolo del loro potere. Il papa si distanzierà subito da questa rappresentazione, facendola ricoprire con un’Annunciazione, per una precisa scelta politica, facendo diventare la Vergine Regina veicolo della propria posizione in materia, rifiutando l’avvicinamento al potere bizantino e sfidandolo in tutte le rappresentazioni successive della Madonna, come in Santa Maria in Trastevere in cui la Santa Maria della Clemenza indossa al posto del Loros una trabea sopra la tunica bianca e veste purpurea (con pendulia di fili di perle dalla corona ed affiancata da angeli mentre ai suoi piedi, sotto il Cristo in braccio, si ha il papa in proskynesis); lo stesso messaggio si ha nelle commissioni di Giovanni VII (705-7) nella da lui donata cappella di Santa Maria in San Pietro e nelle successive rappresentazioni di Santa Maria Antiqua di Zacaria (741-52), o in Hagia Sofia, che vede nel mosaico dell’abside, 867, la madonna senza gioielli con il maphorion su un trono ingioiellato, ed angeli nel Brema con i suoi attributi da Vittoria Militare.

Lo stesso avviene nell’abside della Chiesa della Koimesis di Nicea, in cui gli angeli hanno però il Loros (sono Potere e Dominio VII-X sec) e nell’abside del Vestibolo sud di Hagia Sofia (X sec) in cui la Madonna è Regina Caeli et Ecclesiae per associazione agli imperatori Costantino a sinistra, il più grande, e Giustiniano a destra, il più famoso. Lo studio dell’abbigliamento porta a comprendere come il Loros derivi dalla Trabea Triumphalis: indossata dal console che annualmente gestiva e finanziava i giochi; egli poteva coincidere con l’imperatore come mostrano varie monete e il fatto che l’ultima carica non imperiale fu del 541, dato che Giustino II stabilì che la carica fosse solo imperiale, fino al 642 venne infatti indossata la Trabea in ogni celebrazione pubblica e rappresentata fino all’VIII sec. Il dittico del Philoxenos del tardo VI mostra l’imperatore con gli attributi da console della mappa e dello scettro, posto in due tondi nei rispettivi lati. Sotto di essi si hanno le due Thyche di Oriente ed Occidente che non hanno più il chitone ma la veste consolare e mostrano, oltre alla congiunzione delle due parti dell’impero, una nuova evoluzione nell’iconografia.

La traccia testuale di tal rappresentazione si ha nella Natività di Proclo, che presenta come Dio assiso in trono abbia una fascia con al posto delle gemme i santi e le parole dei profeti al posto delle perle; inoltre Giovanni di Lido, al posto di presentarla solo da Giustiniano II in poi come appare dalle monete, la descrive già indossata dalla vittoria contro i vandali da Giustiniano, ascrivendo quindi il rapporto potere imperiale-consolare al trono.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ART/01 Storia dell'arte medievale

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Melissa. di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'arte medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Milano o del prof Della Valle Mauro.
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