L'autunno del medioevo e le origini del mondo moderno
L'Europa tra crisi e trasformazione
Il rallentamento dello sviluppo economico e la crisi demografica
Inizi Trecento: rallentamento processo di crescita, arresto opere di dissodamento, rallentata la fondazione di nuovi insediamenti; all’aumento iniziale della produzione era seguita una riduzione delle rese per mancanza di concime, provocata a sua volta dalla diminuzione del bestiame; le innovazioni dopo il Mille nell’ambito delle tecniche agricole erano state di portata limitata e non erano in grado di concorrere ulteriormente all’aumento della produzione.
Carestie, particolarmente gravi 1313-1317; aumento dei prezzi del 300% rispetto agli anni precedenti; aumento tasso di mortalità e diminuzione tasso di natalità; peggioramento del clima: avanzamento ghiacciai artici e alpini, innalzamento livello del mar Caspio e più forte tasso di crescita delle conifere; ricorrenti catastrofi naturali; frequenti crisi di sussistenza che frenarono la crescita della popolazione e la resero più esposta alle malattie; l’equilibrio tra risorse e popolazione, ovunque precario, divenne sempre più difficile nelle città, dove cercavano rifugio gli abitanti delle campagne, il che fece peggiorare le condizioni igieniche della città e rese il terreno fertile al dilagare delle malattie.
1348 peste bubbonica, arrivata dal Medio Oriente, raggiungendo nel 1350 l’Europa intera, dove si stabilì in forma endemica, esplodendo più o meno violentemente prima in una regione, poi in un’altra; su popolazioni già debilitate dalla sottoalimentazione e dotate di scarse difese immunitarie qualsiasi malattia contagiosa aveva gravi conseguenze. Agli inizi Cinquecento si ritorna alla popolazione dei primi del Trecento.
1348 terremoto in Carinzia (Austria centro-meridionale), 1349 nell’Appennino centrale con due epicentri, uno nell’aquilano l’altro tra Montecassino e Isernia.
La guerra e le compagnie di ventura
Incursioni di Ungari, Vichinghi e Saraceni + contrasti tra signori locali + episodi di violenza di ogni genere: a partire dal Trecento, perdurarono per decenni in alcune regioni (non sono più episodi limitati). 1282 Guerra del Vespro in Sicilia, Calabria e Campania, durò 90 anni. Aragonesi in Sud Italia: nuovo tipo di guerra, combattuta soprattutto da milizie mercenarie e volte ad annientare l’avversario attraverso la distruzione delle sue risorse, finendo col configurarsi come vera e propria guerra economica; inizialmente, bande capeggiate da esponenti della piccola e media nobiltà, ai quali i patrimoni familiari, assottigliandosi attraverso le divisioni ereditarie, non erano più in grado di assicurare un livello decoroso di vita.
Deciso superamento dell’esercito feudale. Eserciti comunali italiani: recupero della tradizione germanica dell’esercito di popolo, entrarono in crisi quando all’interno dei Comuni cominciarono a restringersi gli spazi di democrazia e di partecipazione per l’affiorare di tendenze oligarchiche, che culminarono poi nel sorgere delle signorie; progressivo disarmo del popolo e smantellamento società delle armi che svolgevano nelle lotte politiche un ruolo ora ridimensionato per escludere dalla vita politica i meno abbienti.
Convergenza tra domanda di servizi militari di nuovo tipo da parte degli Stati + offerta di un numero sempre crescente di bande armate capeggiate da esponenti della nobiltà feudale: esplosione fenomeno milizie mercenarie che provocò la crescita delle spese militari e l’aumento della pressione fiscale. Condizione di precarietà finanziaria, affannoso reperimento dei mezzi necessari per il pagamento del soldo ai soldati.
Compagnie più famose: Giovanni di Montreal, bretone, saccheggiò Toscana, Romagna e Umbria; Grande Compagnia del tedesco Guarnieri di Urslingen, in Toscana e Emilia Romagna; Giovanni Hawkwood, inglese; Compagnia Santa, saccheggiò Faenza. Tra le compagnie italiane: San Giorgio, fondata nel 1379 dal conte Alberico da Barbiano, considerato caposcuola e maestro dei due condottieri italiani dei decenni a cavallo tra Tre-Quattrocento: il romagnolo Munzio Attendolo Sforza e Andrea Braccio da Montone, che crearono due scuole diverse, quella sforzesca, basata sull’abilità e sul coordinamento delle manovre, e la braccesca, che privilegiava la rapidità e la forza degli assalti.
Poi si trasformarono in organizzazioni complesse, i cui capi si configuravano non solo come signori della guerra, ma anche come imprenditori economici.
Rivolte contadine e tensioni sociali
Vaste dimensioni, improvvisa accelerazione intorno alla metà del Trecento. Due interpretazioni: 1. Rivolte come fatti accidentali legati a eventi individuabili (carestie, recessione economica, pressione fiscale); 2. Presupposti socio-economici delle rivolte, ricondotte alle condizioni di vita dei ceti rurali; risultato: ogni rivolta ebbe caratteri suoi peculiari sia per quanto riguarda i ceti sociali che vi furono coinvolti sia per quel che concerne i tempi e i modi della repressione.
- 1358 rivolta della jacquerie francese, moto contadino partito dall’Ile-de-France che si estese in una vasta area, perseguendo il progetto di ridurre i privilegi e quindi il potere politico della nobiltà, che però ebbe la meglio su di loro e li represse violentemente;
- 1381 rivolta inglese, moto contadino che coinvolse operai salariati e artigiani, trovando copertura ideologica in esponenti del ceto ecclesiastico, impegnati in una radicale contestazione dei vizi del clero e dell’egoismo dei ricchi; malcontento nato per l’inasprimento nelle campagne dei vecchi rapporti di dipendenza + emanazione dello Statuto dei lavoratori che vietava l’aumento dei salari: esploso in seguito alla crescita del prelievo fiscale causato dalla guerra contro la Francia; re Riccardo II e i nobili si videro costretti ad accogliere buona parte delle richieste dei rivoltosi e concedere un’amnistia generale;
- 1462 revuelta general in Catalogna, dove tra XII-XIII sec ¼ della popolazione di trovava in condizioni di servitù della gleba, trovò il sostegno della monarchia, ancora in lotta contro bassa nobiltà e patriziato cittadino.
- 1360-1380 Tuchini, dalla Linguadoca al Piemonte, contro la feudalità che stava accentuando la pressione fiscale sui contadini, ma privi di programma politico e di coordinamento operativo non seppero sfruttare i successi iniziali, per cui nel 1387 furono ripetutamente sconfitti dall’esercito del conte di Savoia.
- Italia meridionale, rivolte contro signori laici ed ecclesiastici: brigantaggio.
Le rivolte degli operai dell'industria tessile
Italia centro-settentrionale: incremento artigianato, con vero e proprio sviluppo nell’ambito del settore tessile. Due-Trecento: notevoli cambiamenti nell’ambito dell’organizzazione produttiva, riconducibili alla progressiva riduzione del numero delle vecchie botteghe artigiane e all’emergere del mercante-imprenditore che controllava l’intero ciclo produttivo attraverso l’acquisto della materia prima, la distribuzione del lavoro tra le aziende in cui si svolgevano le prime fasi della lavorazione, e la commercializzazione del prodotto finito.
Mancanza assoluta di tutela sindacale, non essendo loro consentito di organizzarsi in associazioni di mestiere; i membri delle arti erano giudici dei loro dipendenti nelle controversie di lavoro in tribunale, oltre che, in quanto esponenti del ceto dominante, partecipi delle scelte politiche che avevano un riflesso immediato sul mondo del lavoro.
1345 a Firenze, lo scardassiere (artigiano che esegue la cardatura della lana) Ciuto Brandini, per aver tentato di dare vita a una fratellanza di scardassieri, pettinatori e altri lavoratori salariati dell’Arte della Lana, fu condannato a morte nonostante le proteste. La nuova organizzazione era finalizzata alla produzione di grossi quantitativi di panni, destinati in gran parte all’esportazione; attività produttiva legata all’andamento del mercato ed esposta a tutti i contraccolpi delle congiunture sfavorevoli con conseguenze drammatiche per migliaia di lavoratori, ai quali i livelli dei salari non consentivano una capacità di risparmio che permettesse loro di superare periodi sia pur brevi di disoccupazione.
Rivolte, tensioni, scontri:
- 15 maggio 1371 a Perugia, rivolta aperta, bruciate le case dei mercanti-imprenditori con il risultato della presa di potere dei nobili, non essendo i rivoltosi in grado di assumere direttamente il governo della città e neanche di modificare la loro condizione di sottoposti all’Arte della lana.
- 1371 sommossa del bruco a Siena, dove i rivoltosi riuscirono a prendere il potere ma, incapaci di gestirlo e di mantenere in vita l’alleanza con gli artigiani furono colpiti dalla violenta reazione dei mercanti-imprenditori in collegamento con alcune famiglie nobili, ma il governo cittadino adottò alcuni provvedimenti volti a limitare l’arbitrio dei padroni.
- 1378 rivolta dei ciompi a Firenze, operai industria tessile (detti ciompi perché unti, imbrattati e malvestiti a causa del loro lavoro) chiesero aumenti salariali, concessioni di portata limitata e si proposero di modificare in maniera definitiva le loro condizioni di vita e i rapporti di potere all’interno della città, chiedendo la creazione di un’arte di operai tessili che li tutelasse dalle pretese dei padroni e la loro partecipazione al governo cittadino, alleandosi con le arti minori, le quali, pur partecipando ufficialmente al governo, erano discriminate nell’attribuzione delle cariche pubbliche a tutto vantaggio degli esponenti delle arti maggiori; inizialmente diede il risultato sperato, con la creazione di 3 nuove arti + presenza paritetica di tutte le arti all’interno del Priorato (massima magistratura cittadina), ma i contrasti fra i datori di lavoro e i lavoratori salariati non erano sanati, ma solo trasferiti all’interno della struttura di governo; i rivoltosi infatti avanzarono richieste di natura essenzialmente politica; i datori di lavoro ricorsero allora prima alla serrata, chiudendo cioè le loro botteghe, e poi alla riduzione della produzione, facendo sparire la materia prima; a quel punto si ruppe l’alleanza dei Ciompi con le arti minori, interessate alla ripresa delle attività produttive e i rivoltosi rimasero i soli a fronteggiare la violenta reazione dei datori di lavoro e del Comune.
Depressione economica o riconversione?
Alle difficoltà di un settore produttivo corrisponde lo sviluppo di un altro. A Firenze, alla crisi del settore tessile corrispose l’incremento dell’industria serica, che richiedeva manodopera meno numerosa ma più qualificata; forte incremento industrie metallurgiche, soprattutto in Lombardia, sotto lo stimolo delle continue guerre e del perfezionamento delle tecniche militari nonché della cantieristica (domanda di navi); i livelli di vita dei salariati non erano bassi in tutti i settori, e la riduzione di manodopera provocata dal calo demografico creò le condizioni per un aumento dei salari.
Il declino di certe piazze fu compensato dall’ascesa di altre: Venezia acquistò il dominio assoluto del commercio delle spezie in seguito al declino di Genova, Barcellona e Marsiglia. Abbandono del commercio da parte di mercanti che si trasformarono in proprietari fondiari o ufficiali pubblici; la destinazione del capitale mercantile alla terra o all’acquisto di cariche non significava la sua uscita dal circuito capitalistico; processi di ricomposizione fondiaria e miglioramenti colturali all’origine dei progressi dell’agricoltura tardo medievale; scarsità di moneta circolante, che era metallica e in quanto tale disponibile in quantità limitata, dato che le miniere europee non erano ricchissime; le autorità cercarono di reagire con provvedimenti volti a impedire l’esportazione di oro e argento e rimettere in circolazione la moneta, imponendo l’uso del contante nelle transazioni commerciali e nel pagamento delle lettere di cambio; riduzione dazi di importazione su metalli preziosi e loro contenuto nelle monete.
Governi europei accusano gli italiani della penuria di moneta sia per le loro pratiche mercantili e bancarie sofisticate sia in quanto esportatori di denaro per il papa. Il consolidamento delle istituzioni monarchiche in Europa.
L'evoluzione del pensiero politico e il conflitto tra Filippo il Bello e Bonifacio VIII
Pensatori del Due-Trecento orientati verso il superamento dell’ideologia imperiale e il riconoscimento ai vari sovrani della pienezza dei poteri nell’ambito dei rispettivi regni. Due ostacoli: 1. Resistenza papato, che vede messa in discussione la sua supremazia; 2. Aggravarsi di conflitti ad ogni livello, che necessita un’autorità superiore, capace di assicurare pace e giustizia.
Conflitto tra re di Francia Filippo il Bello e il pontefice Bonifacio VIII, la cui elezione era stata contestata sia da famiglie della nobiltà romana che da ordini mendicanti e laicato pio che reclamavano un rinnovamento della Chiesa all’insegna del ritorno ai valori evangelici della povertà e della carità, ma il nuovo pontefice non si fece intimidire e li sconfisse (sia Colonna che esponenti francescani); 1300 indice il Giubileo (anno santo), concedendo indulgenza plenaria a tutti coloro che avessero visitato le tombe degli apostoli in stato di grazia (dopo essere stati confessati e comunicati) attirando pellegrini da tutta Europa.
Nel Comune di Firenze il pontefice si inserì con successo per aiutare la fazione dei Neri, che comprendeva le famiglie dei grandi operatori economici legati al papato e capeggiati dai Donati, a prevalere su quella dei Bianchi, che voleva una politica di maggiore indipendenza da Roma e che faceva capo alla famiglia dei Cerchi (vittima illustre fu Dante).
Filippo il Bello era impegnato in un’opera di consolidamento dello Stato, che aveva coinvolto anche il clero, al quale nel 1296 erano stati imposti dei tributi senza l’autorizzazione della Santa Sede e il cui conflitto venne risolto con un compromesso, ma in seguito all’imprigionamento di un legato del papa riesplose: il papa annullò la concessione fatta al re di Francia e poi di fronte alla determinazione del sovrano, che aveva riunito per la prima volta a Parigi gli Stati Generali (rappresentanti di clero, nobiltà e borghesia cittadina) per far approvare la sua politica di indipendenza da Roma, emanò nel 1302 la bolla Unam Sanctam: riaffermazione della sottomissione al pontefice di ogni creatura umana e autorità politica (confortato nell’elaborazione del suo pensiero da una fitta rete di teologi e canonisti); Filippo a sua volta era circondato di collaboratori con buona preparazione giuridica: violenta campagna scandalistica contro il pontefice, per sottoporlo a giudizio davanti al tribunale francese, ma la popolazione insorse e con l’aiuto di rinforzi giunti da Roma riuscirono a liberarlo, costringendo i francesi alla ritirata. Generale condanna all’azione del sovrano che però non fu sottoposto a nessuna conseguenza, essendo nel frattempo morto Bonifacio VIII, e che anzi si trovò a esercitare un controllo diretto sul papato in seguito al trasferimento della sede pontificia ad Avignone con l’elezione di Clemente V a pontefice che vi si insediò nel 1309, temendo reazioni da parte dei romani, in quanto francese.
L'idea di sovranità da Dante a Marsilio da Padova
Germania: 1250 morte di Federico II, aumento particolarismo politico a causa delle spinte autonomistiche delle città e del rafforzamento di principati laici ed ecclesiastici. Titolo imperiale/re svuotati di contenuto; 1308 re di Germania il conte di Lussemburgo Enrico VII: tentativo di restaurare autorità regia unendola a quella imperiale recandosi nel 1310 in Italia suscitando l’entusiasmo di Dante che nell’opera “De Monarchia” esprime la sua idea: alla guida della cristianità due autorità tra loro eguali e indipendenti, il papa e l’imperatore che, come due Soli, avrebbero dovuto guidare gli uomini, rispettivamente, verso la salvezza eterna e la felicità terrena; l’imperatore avrebbe dovuto avere verso il pontefice solo un atteggiamento di filiale devozione, mai subordinazione.
Enrico VII fallisce totalmente; i suoi successori si orientarono verso un’interpretazione più coincidente con quella di Dante.
Ludovico il Bavaro si fa incoronare imperatore nel 1328 in Campidoglio da Sciarra Colonna, in qualità di rappresentante del popolo romano, che si era dato un ordinamento di tipo comunale dopo il trasferimento della sede pontificia ad Avignone. Ispirato dalle teorie di Marsilio da Padova, maestro e poi rettore dell’università di Parigi, “Defensor Pacis”: si rifaceva alla teoria aristotelica dell’istinto naturale dell’uomo a vivere in società dando fondamento nuovo al potere politico, considerato sì derivato da Dio, ma poggiante sul consenso popolare, che delega le sue prerogative al principe, affidandogli il compito di garantire la pace e la giustizia; allo stesso modo nella Chiesa la sovranità appartiene ai fedeli di cui è espressione autentica il concilio, che pertanto ha più autorità del papa e della gerarchia; il principe, in quanto difensore della pace, non solo non ha bisogno di alcune legittimazione da parte dell’autorità religiosa, ma ha anche il dovere di occuparsi degli aspetti organizzativi della vita della Chiesa convocando il concilio, intervenendo nella scelta del papa e usando i poteri coercitivi contro eretici e peccatori.
Creazione presupposto per la riforma dell’elezione imperiale, operata nel 1338 nella Dieta di Rhens dai principi tedeschi, che dichiararono che la dignità imperiale era attribuita automaticamente a colui che fosse stato eletto re di Germania e incoronato ad Aquisgrana; nel 1356 il nuovo imperatore Carlo IV di Lussemburgo-Boemia con la Bolla d’oro diede sanzione definitiva alla volontà espressa dai principi tedeschi, precisando che il diritto di elezione spettava a sette grandi elettori (3 ecclesiastici e 4 laici): Impero rinuncia alle pretese di potere.
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