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Storia del medioevo

Con il termine medioevo si indica di solito il periodo che va dal 476 al 1492. Si indica questo tempo spesso come un “non-luogo” o un “non-tempo”, concezione legata a una serie di concetti negativi ancorati per lo più nella mancanza di aspettative o di aspettative negative che si hanno verso questo periodo. Un esempio di questa negatività implicita di cui è intriso il termine medioevo è la veridicità attribuita allo “ius primae noctis”, luogo comune medioevale che non ha nessun riscontro reale e che è in realtà un’invenzione dell’ottocento, compresa in quella visione romantica che vuole attribuire al medioevo la decadenza della ragione.

La visione negativa del medioevo da parte degli intellettuali ottocenteschi si denota anche a livello di rappresentazioni pittoriche e architettoniche. Un esempio sono gli episodi del sacco di Roma del 410, l’epidemia di peste nera del 1348 e il castello “Medievale” di Torino, in realtà costruito in periodo ottocentesco. Queste immagini testimoniano il fatto che noi usiamo per rapportarci al medioevo immagini costruite sulla visione ottocentesca. Ad esempio, la furia barbarica responsabile della distruzione dell’impero romano è un prodotto dell’ottocento, come la concezione che il medioevo sia il periodo della costruzione architettonica locale e della produzione autoctona dei singoli luoghi.

Se l’inizio del medioevo si indica con la disgrazia della caduta dell’impero romano d’occidente, si indica la sua fine con un altro fatto negativo, ossia la crisi economica del XIV secolo, a cui si aggiunge il decadimento demografico dovuto all’epidemia di peste che si abbatte in Europa.

Perché si ha questa idea negativa del medioevo?

È figlia di una periodizzazione convenzionale, perché nessuna donna o uomo del tempo sapeva di vivere nel medioevo. Il termine medioevo (“media etas”) viene coniato nel XV secolo, con l’obiettivo di indicare il periodo di tempo che si poneva tra l’età classica e gli intellettuali umanisti, segnandolo come tempo di allontanamento dalla cultura classica, cultura che essi vogliono riprendere. Da questa concezione di partenza derivano le successive visioni, sempre di stampo negativo, basate anche sull’“effetto schiacciamento” a cui il medioevo è sottoposto, ossia il pensiero secondo cui il medioevo è pensato solo considerando il suo ultimo periodo di crisi.

Nel XVI secolo, infatti, la nascita della chiesa protestante pone il medioevo come il periodo segnato dalla negativa nascita della chiesa romana, da cui deriva un “papismo asfissiante”. Nel XVIII secolo il medioevo irrazionale e superstizioso si contrappone all’illuminismo razionale del Settecento. Nel XIX secolo il medioevo subì una rivalutazione come periodo della nascita dello spirito autentico delle nazioni europee, tanto che si assiste in questo secolo alla creazione dei “medioevi nazionali”, dove ogni nazione ricerca le sue radici.

Il medioevo è quindi in gran parte un luogo comune, e nella società moderna si intende questo periodo come un “medioevo altrove”, inteso come altrove negativo o positivo. Un'altra idea classica verso il medioevo è intenderlo come un periodo di preparazione a un tempo più evoluto, come premessa al capitalismo, alla società moderna, ecc., o come luogo delle radici delle identità nazionali e delle identità etniche. Si vuole quindi conoscere il medioevo degli storici medievisti.

La trasformazione dell’impero romano (IV-VI secolo)

Di questo periodo si hanno due visioni differenti, derivate dagli approcci che hanno gli studiosi di storia antica, che considerano il periodo tra il IV ed il VI secolo come il periodo di decadenza dell’impero romano, e gli studiosi di storia medievale, che valutano questo periodo come la trasformazione delle strutture imperiali romane. Gli storici medievali indicano quindi questo periodo con il nome di età tardo-antica.

Modifiche principali nel IV-VI secolo

  • L’organizzazione dello stato
  • La modificazione dell’esercito
  • La presenza del cristianesimo che diviene poi religione di stato (quindi la religione non è più un fatto privato)

La struttura familiare

Una modificazione importante della struttura interna romana si verifica all’interno dei legami di parentela, legata alla struttura dei familiari e della trasmissione dei beni e del patrimonio sociale. La struttura della famiglia romana si reggeva sull’autorità incontrastata del pater familias all’interno della famiglia e sulla servitù, famiglia divisa in consanguinei e non consanguinei, detti affini, su cui comunque vigeva l’autorità paterna. Dal punto di vista della trasmissione delle proprietà, alla morte del pater familias le proprietà passano a tutti i figli, come quelle della madre, considerate però come patrimonio a parte da quello del pater. In mancanza di figli ereditari, si ricorre all’adozione. All’interno della gens, il pater familias alla morte trasmette al proprio figlio il suo nomen e cognomen, ereditandone la linea degli antenati paterni (trianomina prenomen-nomen-cognomen). Questa si identifica quindi come una struttura patritrimoniale.

Nel VII secolo, questa struttura viene sconvolta: scompare l’adozione, i beni passano ad essere in comunione tra i coniugi e gli individui sono ora indicati con il prenomen, che assumerà il ruolo che era del nomen. Il nomen fa ora parte del patrimonio sia paterno che materno, ereditando quindi entrambe le linee di discendenza. Il passaggio tra i due sistemi avviene tramite l’entrata del patrimonio degli antenati della moglie nella famiglia e dalla perdita dell’istituto dell’adozione.

Nel mondo romano si poteva divorziare dalla moglie o dal marito tutte le volte che si voleva, fino però al VI secolo, quando Giustiniano proibisce il divorzio per evitare che le donne aristocratiche romane, divorziando dai mariti di più bassa estrazione, li costringano a tornare alla loro misera situazione economica precedente al matrimonio (concetto di ipergamia, ossia lo sposalizio con individui più elevati socialmente, che si contrappone al suo contrario, l’ipogamia). Nel mondo romano, individui che possedevano proprietà terriere si sposavano con individui di estrazione sociale a loro simile, quindi sempre proprietari terrieri (isogamia), mantenendo un principio di stabilità sociale.

Nel mondo tardo-antico si vedono invece matrimoni tra uomini di bassa estrazione sociale con donne appartenenti al ceto aristocratico, situazione che si verifica specificatamente nelle sezioni provinciali dell’impero e all’interno di coloro che fanno carriera nell’esercito. Ciò, che si verifica dal IV secolo, porta questi a sostenere l’idea di unione dei patrimoni nel matrimonio. Nella trasmissione del patrimonio ai figli, la più elevata estrazione sociale degli antenati materni mette in ombra il cognome del padre, e ciò porta ad assegnare il prestigio ora al nomen, che può essere quindi legato alla discendenza materna.

Si rafforzano socialmente quindi coloro che stanno dentro all’esercito e decade invece il prestigio, soprattutto nel VII secolo, derivato dai titoli pubblici.

Lo stato dell’età tardo-antica

Lo stato, organismo politico contraddistinto da confini, tassazione (riguardante solo chi possiede terreni), funzionari statali ed esercito, la trasformazione avviene a livello territoriale, con la divisione, in età diocleziana, dell’impero in province, quest’ultime poi raggruppate in diocesi, con a capo una città centrale come raccoglitore finale delle imposte. Le diocesi inoltre erano riunite in quattro prefetture amministrative:

  • La Gallia
  • L’Italia e l’Africa settentrionale
  • L’Oriente
  • L’Illirico (che sarà una zona sempre contesa tra l’Occidente e l’Oriente)

A livello burocratico, vi è un aumento del personale, e al vertice della burocrazia vi sono i prefetti, seguiti dai ruoli burocratici dei vicari, dei presidi e da una selva di funzionari minori, in un numero complessivo di 30.000 persone. Al di sopra di queste personalità burocratiche, vi è a capo il senato di Roma, che si riunisce per l’ultima volta alla metà del VI secolo, quando Papa Gregorio Magno fa risiedere all’interno di esso dei suoi accoliti per ristabilire il numero minimo di partecipazione al senato.

A capo della struttura imperiale si pone comunque l’imperatore, che diverrà poi due (uno ad oriente ed uno ad occidente), che esercitava tra le sue funzioni quella di capo dell’esercito (patricius presentarii). Non vi è una regola fissa per la successione alla carica imperiale, alternando:

  • Principio di ereditarietà
  • Principio d’adozione
  • Elezione, che dal III secolo diviene la norma tramite l’acclamazione dell’imperatore da parte dell’esercito

Un’altra carica esercitata dall’imperatore è quella di pontifex maximus, carica sacrale che si basava sul culto della figura stessa dell’imperatore come sol invictus, culto che sopravvive anche dopo l’editto di Costantino del 313. Nell’età tardo-antica questa dimensione sacrale subisce un’accentuazione tramite l’istituzione di funzionari come il praepositus cubiculi, funzionario con compiti riguardanti la persona dell’imperatore, e dei comites, funzionari con cariche amministrative. La corte imperiale è il centro di questo culto.

All’interno delle prefetture amministrative vi sono delle capitali centrali, ed esse sono:

  • Roma (praefectus urbis)
  • Costantinopoli (dal 330)
  • Treviri (dal IV secolo)
  • Milano (dal 285 e al 402)
  • Ravenna (dal 402 al 476)

In queste capitali, in ognuna si trova un palatium, sede del potere imperiale, dove l’imperatore risiede quando si reca in queste città. Infatti la corte imperiale è itinerante, per il fatto di garantirsi l’appoggio delle diverse zone imperiali. Queste costruzioni rafforzano lo status di queste città, ma Roma non perde mai la sua posizione di centralità culturale poiché qui risiede il senato (e qui si trova il primo palatium sul colle Palatino).

Dal punto di vista sociale, nelle città risiedono delle élites urbane composte da gruppi familiari aristocratici aventi grandi patrimoni fondiari di possedimenti rurali. In questi possedimenti queste aristocrazie costruiscono le loro residenze concepite come luoghi di villeggiatura di ostentazione del loro potere. La residenza pubblica, invece, rimane all’interno della città urbana.

Si stabilisce inoltre tra le città una sorta di differenziazione in base alla loro importanza, tra città dove l’imperatore risiede, ossia le grandi capitali nelle prefetture, le città che sono sedi dei centri amministrativi e le città senza sedi amministrativo-politiche, meno rilevanti. Ciò comporta che mentre alcune città resistono come luoghi di insediamento e centri monumentali, centri che subiranno una fortificazione nel IV secolo, altre vengono letteralmente abbandonate.

La società tardo-antica

La caratteristica importante che si evidenzia nella società tardo-antica è l’inasprimento delle tasse, che viene giustificato dalle autorità imperiali con la necessità di stipendiare le sempre più in aumento armate dell’esercito. In età diocleziana, l’aumento delle imposte si basa sul rialzo dell’annona, la tassa principale che ricopre le spese sia dell’esercito, ma anche degli organi burocratici e della corte. A questa tassa, si affiancano delle tasse periodiche e delle tasse regolari. Un esempio ne è la coemptio, che, attuata in caso di carestie, obbliga i proprietari terrieri a vendere i loro prodotti agricoli a prezzi ribassati. Un altro esempio sono le liturgie, che si inseriscono come prestazioni gratuite obbligatorie di riparazione dei monumenti pubblici.

A queste Diocleziano introduce la iugatio, una tassa sull’estensione delle proprietà terriere, e la capitatio, che si applica sull’“esistenza” come cittadino. Queste tasse sono dirette verso i proprietari terrieri. In particolare, la capitatio colpì in modo particolarmente duro i piccoli proprietari terrieri, che cercarono quindi dei metodi per evadere il fisco imperiale. Uno di questi metodi consisteva nel cedere il terreno a un proprietario fondiario più grande, diventandone affittuario, evitando così di pagare la capitatio. Ciò comporta uno schiacciamento sociale di coloro che si affidano a un “protettore” (patronus), andando a costruire una società fortemente gerarchizzata con gruppi sociali aventi diritti diseguali. Quindi ora le élites urbane, per la prima volta, passano da una dimensione pubblica a una prettamente privata.

Si assiste allora, nella struttura sociale, a un bipolarismo di base, che contrappone da una parte il ceto dei più ricchi, contenente senatori, burocrati e alti gradi dell’esercito, detti honestiones (“i più onesti”), a quello dei meno abbienti, che riunisce gruppi sociali con diversi diritti, chiamati humiliores.

L’esercito

Nell’età tardo-antica si verifica una trasformazione anche all’interno dei ranghi dell’esercito. Intanto, esso ha una composizione diversa, visto che scompare la molto lunga leva militare romana (20-24 anni) e i proprietari terrieri pagano una tassa per essere esentati dalla leva militare. Inoltre l’imperatore Galieno (260-268) esclude i senatori dalle cariche di comando militare, e ciò comporta che si possa fare carriera all’interno dell’esercito a prescindere dal livello sociale d’estrazione. Quindi l’esercito diviene composto da uomini professionali e stipendiati.

Nell’esercito, dal III secolo, vengono arruolati anche i barbari, e l’esercito romano stringe un patto con le popolazioni barbare di confine per la difesa di quest’ultimo, il foedera. L’esercito inoltre sarà, tra il III ed il V secolo, la base d’appoggio per la legittimazione del potere di “imperatori-soldato”. Il confine dell’impero (limes) in questo periodo storico non impedisce il passaggio tra interno ed esterno, e diviene luogo di assimilazione tra cultura romana e barbara piuttosto che di divisione. Ciò si vede anche nell’esercito nel IV-V secolo.

Nell’esercito si vede inoltre l’appartenenza di donne o bambini a dei ranghi dell’esercito, anche se ovviamente non combattono. Esso è inoltre luogo di fondazione di nuove identità militari. Un esempio è il sepolcreto di Aquileia, dove si assiste a una maggiore enfatizzazione funeraria militare, visto che, mentre tra il I-II secolo abbiamo solo 20% di epigrafi militari, dal III-IV secolo si assiste a una crescita del 40% di queste epigrafi, dove inoltre i soldati non sono solo nominati, ma anche raffigurati in abiti d’arme. Questo sta a significare che nell’età tardo-antica c’è una crescita di prestigio nell’essere soldati.

Nelle sepolture si moltiplicano inoltre i manufatti di carattere militare, come le fibule a “cipolla”, i cui materiali di composizione indicano il rango del possessore, che usa la fibula per allacciare il mantello. L’aumento del prestigio militare comporta una militarizzazione della società, che costruisce il genere maschile sull’identificazione dell’uomo con il soldato, che sostituisce la visione romana che identificava l’uomo con colui che aveva una certa discendenza, delle proprietà terriere e che si dedicava all’otium, l’ozio per studiare la retorica per la vita politica. Questo cambio di costruzione di genere si deve alle ripercussioni sociali della diffusione della religione cristiana.

I cristiani, inizialmente ritenuti dei terroristi contro lo stato romano, sono vittime di persecuzioni imperiali, persecuzioni basate sul fatto che i cristiani non riconoscono la natura divina dell’imperatore. L’ultima persecuzione, che avviene per mano di Diocleziano nel 303-311, consiste nell’obbligo di compiere riti a favore dell’imperatore e nella confisca dei beni di proprietà dei cristiani. Il cristianesimo, che adotta un vocabolario di natura militare (lotta contro i vizi, combattere il male, ecc.), si sviluppa come religione non schierata politicamente, posizione basata sul fatto che secondo la dottrina cristiana la giustizia sociale si realizzerà con il giudizio universale.

La struttura della religione cristiana

La struttura della religione cristiana copia dalla società romana alcune regole, come un sistema basato su comunità di proprietà fondiarie donate dalle élites e dagli stessi imperatori e su una profonda gerarchizzazione, fondata su gruppi (ekklesìa), guidata da epìskopos (sorvegliante), con all’interno i presbyteroi (anziani) e i diakonoi (aiutanti).

Il cristianesimo

Nel libro del XVIII secolo “History of the Decline and Fall of the Roman Empire” di Gibbon, l’autore indica nel cristianesimo e nella chiesa una delle cause della caduta dell’impero romano. Invece, nel IV secolo la stessa chiesa cristiana verrà investita di un importante ruolo politico e di un suo potere temporale (situazione che comunque segue le persecuzioni di cui è vittima nel III secolo). L’evoluzione del cristianesimo si inserisce nel contesto urbano delle città romane, anche se non è priva di contraddizioni. La sua lingua di diffusione è il greco, anche se i testi sacri sono in ebraico e in aramaico. Le prime traduzioni in latino, la vegus latina, si vedono nel II-III secolo, mentre nel V secolo Papa Damaso commissiona la traduzione unitaria delle sacre scritture a S. Gerolamo, la “Vulgata”.

Le prime comunità di ekklesìa sono all’inizio isolate, creando realtà...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

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