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Non vi sono comunicazioni fino al primo concilio ecumenico, tenutosi a nicea nel 325. Questo concilio, che

chiama tutti i vescovi dell’impero a riunirsi in un’unica sede per gravi emergenze, viene convocato

dall’imperatore costantino per la minaccia che egli vede nella dottrina ariana, e per quindi promuovere la sua

figura di sorvegliante dell’ortodossia e del buon funzionamento dell’impero (cosa che sarà ricorrente tra i re

barbarici), come “episcopo dei laici”.

Nata da ario, prete d’alessandria d’egitto, la dottrina ariana contestava la natura trinitaria di dio, trovando

difficoltà ad adorare dio e cristo allo stesso piano, e quindi sminuendo la posizione di cristo davanti a dio, per

il fatto che gesù non è di natura eterna. Seppur questa visione era contestata dal vescovo alessandrino

atanasio, ha un notevole successo sociale.

Il concilio di nicea reagisce quindi a questo successo con la condanna all’esilio per ario, alla proclamazione

della dottrina ariana a eresia (dal greco “scelta particolare”) e alla definizione del simbolo niceno, stabilendo

la consustanzialità tra dio e cristo. L’eresia ariana, la prima ad essere chiamata così, comunque non si

esaurisce.

Infatti, anche se l’imperatore teodosio con la convocazione di un secondo concilio fa ribadire le decisione del

concilio del 325, l’arianesimo verrà diffuso dal vescovo missionario ulfila tra i visigoti, traducendo a questo

scopo la bibbia in lingua gotica. A questa versione seguirà il codex argenteus, una bibbia riscritta agli

ostrogoti, tenuta ad uppsala.

Oltre all’eresia ariana, si sviluppa un’altra contestazione all’ortodossia cristiana imperiale, l’eresia donastica,

che nasce in africa proconsolare e numidia (attuali algeria e tunisia). Quest’eresia, legata alla figura del

vescovo di cartagine donato, ha le sue radici nello spirito antiromano che si respira in queste aree, e si scaglia

contro i vescovi definiti “indegni” delle città africane, colpevoli di aver abiurato la fede durante le

persecuzioni di diocleziano, e per questo indicati come “traditores”.

Questa corrente eretica, che tocca quindi la sacralità della figura vescovile, questione che sarà ripresa più

tardi, nel xii-xiii secolo, in provenza e francia meridionale dall’eresia catara, attrarrà le masse contadine della

popolazione berbera, che formeranno delle bande armate che opereranno un’azione di brigantaggio a danno

della popolazione “romana”.

L’eresia donatistica viene condannata ad eresia nel 314 nel consiglio provinciale di arles, e verrà condannata

nel 411 anche da agostino d’ippona. Essa però sopravvive fino al vi secolo all’interno delle masse rurali

berbere.

Il vero trionfo del cristianesimo si assiste però con la salita al trono imperiale di teodosio (378-395). Infatti,

egli nel 380, con l’editto di tessalonica, dichiara il cristianesimo religione di stato, e nel 392 mette la

religione pagana fuori legge (con la conseguente fine della celebrazione dei giochi olimpici, la quale ultima

avviene nel 393).

Teodosio si può quindi indicare come il primo vero imperatore cristiano (non costantino, poiché si fa

battezzare in punto di morte e da un vescovo ariano), anche se in questo è insita una pericolosa

contraddizione, che mette in contrasto l’autorità pubblica con quella religiosa. Questo scontro si evidenzia

nell’emblematico episodio della strage di tessalonica del 390, ordinata da teodosio per punire la città, rea di

aver ucciso il proprio governatore. Ambrogio, vescovo di milano, condanna però il gesto imperiale, e

costringe teodosio ad una pubblica penitenza, che viene accettata dall’imperatore.

Questo comporta il fatto che teodosio, come imperatore, riconosce la priorità morale della chiesa cristiana

anche sulla figura imperiale, posizione ribadita in un sermone dello stesso ambrogio, nel quale afferma che

l’imperatore è dentro la comunità della chiesa, non sopra di essa.

Nel v secolo si assiste allora ad un rafforzamento del potere e del prestigio delle strutture ecclesiastiche.

Una delle cariche che comporta maggiore prestigio è quella del vescovo, tanto che in gallia ed hispania il

culmine del potere aristocratico è l’elezione vescovile, importante anche a livello urbano, mentre nella

penisola italiana quest’ambizione si scontra con l’ambizione ad una carica ugualmente prestigiosa, quella

senatoriale.

In questo secolo nascono, a livello territoriale, anche i cinque patriarcati (chiese madri), condotte dai

patriarchi, messi a capo di sedi episcopali ancora più prestigiose, perché esse sono vantanti di una fondazione

addirittura apostolica. Queste sedi, codificate nel 451 nel concilio di calcedonia, sono:

costantinopoli

 antiochia

 gerusalemme

 alessandria

 roma

come si può notare, quattro dei cinque patriarcati si trovano in oriente, ma roma possiede comunque una

posizione di primato, perché, oltre ad essere la capitale imperiale, ha una discendenza apostolica doppia, in

quanto luogo di martirizzazione di s. paolo e s. pietro (e in quanto quest’ultimo è designato come il “principe

degli apostoli” da cristo). Il primaTo romano è sostenuto anche da due papi, da leone i (440-461), che dà

maggiore sostegno alla causa romana, e gelasio (492-496).

Il primato di roma, comunque, in oriente si farà meno forte, poiché qui l’imperatore d’oriente si appoggia al

patriarca di costantinopoli.

Sorgono poi nuovi problemi eretici. Nel concilio di efeso, infatti, viene condannato nestorio, patriarca di

antiochia, poiché aveva affiancato in maniera eccessiva la natura umana a quella divina di cristo. Nestorio

venne attaccato anche dal patriarca di alessandria, cirillo, che però venne a sua volta condannato nel 451 nel

concilio di calcedonia, a causa del suo pensiero monofita (riconosce una sola natura a cristo). Il monofitismo

si espande comunque in egitto e siria, ciò indica come, a dispetto delle decisioni dei concili, i patriarchi

godano di una straordinaria influenza nelle loro zone di controllo, anche per il fatto che essi non usano il

latino, ma le lingue locali, come il copto e l’aramaico.

Essi quindi nascondono una sorta di patriottismo locale, che porteranno questi luoghi, per liberarsi dal

controllo di bisanzio, a darsi alla conquista araba.

La fine senza rumore dell’impero d’occidente

Parlando della fine dell’impero d’occidente, ci si rivolge di solito a trattare delle invasioni barbariche. Gli

storici tedeschi, invece, parlano di migrazioni di popoli che si insediano nell’impero dalle zone d’origine,

ossia la frontiera germanica, individuando questi popoli nelle popolazioni germaniche descritte da tacito. In

questi popoli gli storici tedeschi vedrebbero i loro progenitori.

La consultazione delle fonti che trattano dell’insediamento di questi popoli è però problematica, per il fatto

che non esistono resoconti di parte barbarica, che ignoravano la scrittura, ma solo di parte romana, che

peraltro sono state scritte 2-3 secoli dopo gli eventi descritti. Tra le opere si ricordano:

il “getica” e “romana” di iordanes, che racconta la genesi ed il regno dei goti;

 il “libri decem historiarium” di gregorio di tours, riguardante la storia dei franchi;

 l’ “historia langobardorum” di paolo diacono, che esamina il regno longobardo ed è scritto dopo la

 sua caduta;

l’ “historia ecclesiastica gentis anglorum” di beda, che descrive i regni barbarici;

questi testi sono saghe delle origini dei popoli barbarici che presentano lo stanziamento di questi popoli

come un’unica massa migratoria, e raccolgono di essi tutte le tradizioni, anche di tipo mitico.

In queste opere la migrazione è presentata come un viaggio unico del popolo barbarico al seguito di un

progenitore mitico, che da una patria sempre di origine mitica lo conduce nella terra promessa. Questo

schema riprende un modello biblico, come la storia del popolo ebraico al seguito di mosè. Queste opere

fungono allora da “collage memoriale”, in modo che l’autore mostri le tradizioni del popolo vinto ai nuovi

conquistatori che li hanno sopraffatti.

Dal punto di vista archeologico, quindi, la tesi delle grandi migrazioni è stata confutata, è viene preferita la

visione secondo la quale si verifica invece un costante flusso migratorio in un periodo di tempo più dilatato

all’interno del confine imposto dal limes. Le opere racconterebbero allora solo l’ultima parte di questo

processo. Per questa visione le vere fonti allora sono le cronache militari riguardanti gli eventi tra il iv-v

secolo, scritte in latino e greco, e che offrono però solo la prospettiva romana (quindi comunque bisogna

maneggiare le informazioni con cautela).

Nel iv secolo si verificano dei movimenti gravi nel mondo barbarico al di là del limes, nelle zone quindi del

danubio e del reno (più a nord si conta anche il vallo di adriano), movimenti attribuiti alla migrazione di una

confederazione di tribù nomadi indicata con il nome di unni. Questa confederazione ha una veloce

espansione ed è legata ad una aristocrazia guerriera sottoposta ad un capo, attila.

I primi a cadere sotto i colpi dell’espansione unna sono gli alani, stanziati nella regione caucasica, seguiti

dagli ostrogoti, dislocati pare tra il don ed il dnepr. Sottoposti ad un attacco anche i visigoti, alleati dei

romani, disposti a difesa del limes danubiano, essi chiedono a roma di rifugiarsi all’interno del territorio

imperiale. Concesso ad essi aiuto, viene loro concessa la tracia.

La loro installazione nel territorio non viene però regolamentata, ed essi iniziano a saccheggiare i balcani, in

mancanza di una programmazione per il loro sostentamento. Ciò porta però alla reazione dell’imperatore

d’oriente, valente, che si scontra con i visigoti ad adrianopoli nel 378. Qui non solo i visigoti sconfiggono le

armate imperiali, ma inoltre uccidono valente. Questo fatto porta alla trasformazione della successiva politica

imperiale nei riguardi delle genti barbare, sempre mirante al patteggiamento. Infatti il successore di valente,

teodosio, si accorda con i visigoti, insediandoli nell’illirico, nominando il loro capo alarico magister militum

illirico.

In occidente si nota adesso la barbarizzazione delle alte cariche militari, che si tramuta in una situazione di

conflitto tra le alte cariche militari barbare e il potere imperiale. Questo conflitto sfocia nel 392 all’uccisione

dell’imperatore d’occidente valentiniano ii da parte di arbogaste, il franco magister militum praesentalis,

ossia il comandante delle armate imperiali occidentali, che insedia sul trono un suo fantoccio, il cancelliere

imperiale flavio eugenio.

La situazione sarà risolta nel 394 da teodosio, che sconfigge in battaglia arbogaste e flavio eugenio,

divenendo unico imperatore. Rimane comunque un forte conflitto tra l’autorità militare barbara ad occidente

e il saldo potere imperiale ad oriente.

L’impero tornerà ad essere diviso alla morte di teodosio nel 395, che divide l’impero tra i suoi due figli,

onorio ad occidente, sotto la tutela del vandalo stilicone, e arcadio ad oriente. Stilicone ottiene così il potere

su tutte le truppe romane occidentali, e intensifica la politica filobarbara.

Con la morte di teodosio, però, la situazione precipita: la tracia viene invasa dagli unni, e i visigoti iniziano a

creare disordini all’interno dell’illirico. Costantinopoli allora inizia a reprimere violentemente gli elementi

goti all’interno dei suoi possedimenti. Ciò porta alarico a condurre il suo popolo verso il punto debole

dell’impero, ossia l’italia. Qui però stilicone regge l’urto dei visigoti, ma richiama però per difendere la

penisola divisioni dalla gallia, favorendo però quello che gli autori del tempo indicano come un evento

catastrofico: nel 406 popolazioni di vandali, suebi, burgundi ed alani sfondano la frontiera del reno e

invadono la gallia, evento tramandato da prospero d’aquitania e commentato anche dal vescovo ambrogio di

milano.

Molti di questi popoli però puntavano verso la penisola iberica, e quest’invasione non compromette il

dominio romano in gallia, non come episodi quali lo stabilimento dei visigoti in gallia meridionale e la

presenza più a nord del popolo dei franchi.

Stilicone viene quindi accusato della frantumazione del limes renano, e viene eliminato a ravenna nel 408.

Anche con la sua morte, valentiniano iii non riesce a salvare roma dal sacco a cui è sottoposta per mano dei

visigoti di alarico, e gli autori vedono in questo episodio la fine del mondo.

Dopo il 410, sulla scena politica si susseguono varie dittature militari, e dal 408 al 476, anche se si

continuano a nominare imperatori, erano privi di autorità, tanto che dal 395 l’imperatore non deteneva più

l’imperium, ossia il comando militare, sempre affidato ad un comandante barbaro.

Dopo la morte di stilicone, la gallia e la spagna vengono mantenute sotto controllo dai generali, soprattutto

da ezio, sempre seguendo la politica del patteggiamento. Questa politica aveva già portato allo stanziamento

dei visigoti in gallia meridionale nel 418, tornati alleati dei romani.

Per salvare l’integrità dell’impero romano, quindi i generali giocano con le ostilità che ci sono tra i vari

gruppi barbarici.

Parlando di gruppi barbarici, nel 451 gli unni vengono fermati definitivamente, e attila porta il suo popolo a

ritirarsi dietro la linea del reno. Due anni dopo, nel 453, attila muore, e questo porta alla frantumazione

dell’impero unno, da dove nascono nuovi gruppi barbarici, come ad esempio i longobardi. L’anno

successivo, nel 454, muoiono nello stesso anno il generale ezio e l’imperatore valentiniano iii.

Nel 455 i vandali (unico popolo barbarico a solcare i mari e svolgere un’attività di pirateria) infliggono un

nuovo sacco a roma, mentre i galli sopprimono le rivolte sociali esplose in gallia.

Il periodo che va dal 454, la morte di ezio e di valentiniano iii, e il 476, la caduta dell’impero occidentale,

vede la nomina di nove imperatori-fantoccio, fino appunto al 476, data della deposizione di romolo augustolo

da parte di odoacre, che non nomina nessun successore ed invia le insegne imperiali a zenone, l’imperatore

d’oriente, che non riconosce però il colpo di stato. Da adesso l’occidente romano non avrà più un imperatore.

Odoacre, senza la legittimazione orientale, deve trovare nuove forme di legittimità, trovandole nel fatto che

mentre i suoi soldati lo chiamano rex, i cittadini romani lo nominano patricius romanorum.

Davanti al colpo di stato di odoacre, si creano delle sacche di resistenza, rimaste fedeli all’impero. Queste

sacche si trovano in dalmazia, dove fino al 480 giulio nepote rimane fedele all’imperatore, ed in gallia egidio

ed il figlio siagrio mantengono la loro fedeltà fino al 486. Di fatto comunque odoacre rinuncia a dominare la

gallia, e si ritira ad asserrargliarsi in italia, riconquistando però la dalmazia e la sicilia, controllata dai

vandali.

Odoacre, a livello di politica interna, agisce accordandosi con le élites romane, concedendo a loro la

prosecuzione del loro dominio sociale, economico e politico, mantenendo l’onerosità delle truppe

dell’esercito e conservando l’amministrazione romana.

A livello territoriale, si verificano, con il crollo dell’impero occidente, nuove dominazioni di popolazioni

barbariche. In gallia meridionale e in penisola iberica si stabiliscono i visigoti, nella penisola iberica nord-

occidentale gli svevi, nell’africa settentrionale e in sicilia dal 429 i vandali, sul bacino del rodano i burgundi,

nell’odierna svizzera gli alamanni ed in britannia angli, sassoni e juti, mentre più a nord in scozia dal 450 si

trovano i pitti.

In quest’atmosfera, l’impero cerca di impedire che le popolazioni barbariche causino disastri sociali,

regolamentandone l’ingresso nei territori imperiali. Per questo motivo si registrano, tra il 395 ed il 476, la

stipulazione di almeno 100 trattati. Inoltre, si discute sulle tecniche di acquartieramento di queste

popolazioni:

nel iv secolo i barbari, trattati come soldati, vengono sfamati e pagati con i proventi dell’annona ( e

o in questo periodo nasce il concetto di hospitalitas, nel fornire un alloggio);

nel v secolo si assiste ad un cambiamento di prospettiva, perché lo stanziamento barbaro diviene

o stabile, e ai barbari viene assegnata il prelievo di una quota del fisco sui proprietari terrieri (tertia);

alla fine del v secolo, tramite un processo ancora rimasto oscuro, i barbari diventano proprietari

o terrieri a fianco dei proprietari romani;

ma questi stanziamenti sono la conseguenza di grandi migrazioni?

La teoria delle grandi migrazioni barbariche ha credibilità storica nell’800 e agli inizi del ‘900, ed in questa

visione si inserisce il pensiero di g. kossina, secondo cui i reperti archeologici indichino un tipo specifico di

gruppo sociale (ad esempio, una fibula di una specifica fattura ritrovata in gallia indica la presenza in quel

territorio di una determinata popolazione, e, una fibula uguale ritrovata in sud italia indica la migrazione di

quel popolo in quel luogo). In base a questa corrente di pensiero, si stabiliscono improbabili linee di

migrazione. Questa visione oggi è superata.

La superazione di questa visione è basata sul fatto che in primis il limes non è una barriera impermeabile, ma

uno spazio d’incontro tra le due culture, ed in secondis dal fatto che i barbari sono militarizzati all’interno

delle fila dell’esercito romano, creandosi una posizione di arricchimento.

Quindi il iv-v secolo non vede migrazioni di massa, ma l’arrivo di piccoli gruppi barbarici eterogenei guidati

da capi militari che si succedono fra loro. Questa eterogeneità crea una nuova identità etnica dei barbari del v

secolo. Infatti, l’idea che le popolazioni barbariche siano omogenee e trasmettano la loro etnicità

biologicamente di percezione ottocentesca è ormai superata.

È ora dominante la teoria secondo la quale le identità etniche del tardo-antico sono fluttuanti, poiché gli

individui scelgono da sé, per convenienza, la loro identità sociale. R. wenskus, con il suo saggio sulle origini

barbariche, considera le popolazioni barbare come eserciti che scelgono il loro capo e tramandano una

propria tradizione unificante, comprendente religione, leggi, costumi e miti di nascita, ecc.

L’impero romano quindi non si disgregò per colpa di gruppi barbarici senza alcun elemento di romanitas, ma

dalla genesi di nuove etnicità in gruppi periferici all’impero che saranno fautori dei cambiamenti politico-

istituzionali del iv-v secolo.

I regni barbarici hanno comunque, a metà del vi secolo, bisogno della legittimazione dell’imperatore

d’oriente, e da ciò deriva una doppia legittimità dei re barbarici, che possiedono il titolo di derivazione più

“bassa” di rex e il titolo, conferitogli dall’imperatore, di consoli.

Tra i regnanti barbarici si distinguono in questo due figure emergenti: teoderico e clodoveo.

Teoderico, marito della sorella di clodoveo, era a capo con la carica di magister militum della confederazione

etnica dei goti, foederati con i romani e stanziati in pannonia (attuale ungheria). All’interno di questa

confederazione poi avverrà un allargamento di allenze ed ad una successiva etnogenesi, dove nasce una

nuova identità sociale, quella del gruppo parentale degli amali, gruppo nato nel v secolo che indicava una

famiglia di antica dominazione sui goti (di cui faceva parte lo stesso teoderico).

Nel 489 teoderico viene inviato dall’imperatore d’oriente zenone in italia contro odoacre. Nel 493 teoderico

assale ravenna ed uccide odoacre, e da questo data si stabilisce l’inizio del regno goto di teoderico (493-526).

Il regno comprende l’italia (a cui verrà annessa la zona dell’attuale svizzera), l’illirico, la spagna meridionale

(dove sono insediati i visigoti, e che teoderico sottometterà tramite una politica matrimoniale) e la pannonia,

e questa sarà l’estensione più grande che un regno barbarico abbia visto.

Su questo regno le fonti storiche sono eccezionali sia dal punto di vista numerico che qualitativo. Tra di esse,

spicca le “variae” di cassiodoro, che nel 540 pubblica questa raccolta di dodici libri di lettere prodotte dai re

goti sotto cui ha servito, in un periodo compreso tra la fine del v secolo ed il primo trentennio del vi secolo.

Il regno dei goti presenta le caratteristiche di un regno post-romano, con un incremento delle mansioni

burocratiche e con il potenziamento dell’esercito, avente il primo lo scopo di mantenere la pace interna,

mentre il secondo di difendere il regno dall’esterno. Questa divisione di ruoli statali viene indicata tramite

due nominativi, poiché coloro che svolgono incarichi burocratici vengono definiti “romani”, mentre coloro

che servono nell’esercito “goti”.

Sugli altri regni barbarici, poi, teoderico opera una politica di supremazia, nominandosi rex, visto che gli altri

re barbari hanno una carica puramente etnica, e attuando un’ampia politica matrimoniale, perché le donne

amale tramite questa unione “civilizzino” gli altri regni. Inoltre egli si propone come re edificatore della sua

capitale, ravenna.

In politica interna teoderico:

• valorizza l’aristocrazia provinciale;

• nomina, quindi, a senatori personalità politiche “nuove”, scelti in base alla loro fedeltà e/o alla loro

abilità militare;

• ripristina la prefettura italica, divisa in italia, retia, dalmatia e sicilia, da cui deriva anche il ripristino

della tassazione;

• si raccorda con l’aristocrazia religiosa;

• opera un’espansione militare, occupando prima l’illirico fino a sirmio (503-505) e poi la gallia

meridionale , ripristinando la prefettura gallica (508-510);

nel vi secolo si incentra poi lo sforzo di teoderico di potenziare l’immagine di ravenna come filiale, sia

livello edilizio che monumentale, di costantinopoli. In questo si inserisce la costruzione delle mura cittadine,

che rinforza il fianco occidentale della città, dove vengono costruiti i palazzi pubblici più importanti, come la

basilica ed il palatium. A livello architettonico vi è poi la ristrutturazione dell’acquedotto romano di ravenna

e il mausoleo di teoderico (ossia la chiesa dei santi apostoli).

La politica di teoderico non ha però gran effetto per la mancanza di un erede maschio. Infatti la principale

problematica dei regni barbarici a livello generale è la questione della successione al trono, poiché non vi è

un metodo unificato e convenzionale di successione, ma i regnanti cercheranno sempre di imporre la

successione dinastica, contro la successione elettiva del miglior guerriero a re.

Quindi nel 526, morto teoderico, si accende un forte dibattito sulla successione, con la salita al trono della

sua unica figlia, amalasunta, sposata con eutarico, visigoto spagnolo di antica discendenza amala. Nel 524

però muore anche eutarico, ed il figlio atalarico sale al trono a soli sette anni, sotto la reggenza informale

della madre (assumendo quindi il titolo di rex clausus o rex puer, un re dipendente da un’altra carica). La

situazione politica è quindi chiaramente instabile, che si aggrava con la morte nel 534 di atalarico (che si

scrive divenuto pazzo a causa della mancanza dell’educazione paterna e quindi soggetto delle sole attenzioni

materne). Amalasunta diviene quindi regina, e nomina come consors regni il cugino teodato, ossia come

“compagno di governo”. Teodato però la fa uccidere nel 535, e questo pone fine alla dinastia amala.

gli anni ’30 del vi secolo sono anni di instabilità politica nel regno goto, dove si avvia, dal 536, una

successione di re non più appartenenti alla dinastia amala, con il ritorno in auge del pensiero aristocratico

del re come eletto tra i migliori sul campo di battaglia. In quest’anno sale al potere vitige, spatharius

(scudiero) di teodato, eletto dall’esercito, e sempre nel 536 il regno goto deve difendersi da un attacco da

parte dell’impero d’oriente, guidato da giustiniano, che vuole riconquistare l’italia al dominio imperiale

(guerra greco-gotica).

Si possono osservare ora i principali punti che caratterizzano tutte le monarchie barbariche, cioè:

1) il bisogno di continuo supporto da parte dell’aristocrazia;

2) la mancanza di regole precise di successione (con i conseguenti tentativi, sempre falliti, di

instaurare una dinastia ereditaria);

3) l’instaurazione di alleanze matrimoniali con lo scopo di espandere l’immagine del re al di fuori del

suo regno;

4) il conflitto perenne con correnti di opposizione miranti a destabilizzare il regno;

5) l’importanza alla lontana ma sempre importante legittimazione imperiale;

tra i regni barbarici assume col tempo molta importanza quello dei franchi. Questo nome, creato nel iv

secolo, indica il gruppo di soldati foederati che combatterono con ezio nel 454, ricevendo come ricompensa

il territorio compreso tra la mosa e la mosella, e significava generalmente “coraggiosi, liberi”.

Il nome passa poi alla confederazione di popoli che, alleandosi con i chatti, attraversano la frontiera del reno,

comportando l’assorbimento delle altre popolazioni presenti all’impresa al nome etnico di franchi. Nel 481

viene nominato rex francorum clodoveo, capo militare del belgio meridionale, zona intorno alla città di

tournai, nell’antica provincia romana della gallia belgica secunda. Clodoveo occupa le terre di siagrio nello

stesso anno, intorno alla città di soisson.

La prima politica franca è interessata da una serie roboante di vittorie militari, che sono seguite

dall’assorbimento politico dei regni vicini. Nel 496 clodoveo conquista l’alamannia, nel 507 il regno di

tolosa, nel 534 il regno dei burgundi e tra il 531 ed il 534 il regno dei turingi.

Clodoveo, oltre che passare come re vincitore avente la supremazia militare tra gli eserciti barbarici,

propaganda questa azione militare come un’opera di espansione del cattolicesimo contro la corrente ariana,

guadagnandosi l’appoggio dell’episcopato e la fama, per tutti i franchi, di protettori del cattolicesimo (due

fattori mancati a teoderico).

Le fonti sul regno franco provengono dalle raccolte di lettere inviate dai vescovi cattolici verso clodoveo,

richiedendone il supporto. Clodoveo, inoltre, per rafforzare il legame che vi era tra il suo potere politico e tra

il potere religioso, si fa battezzare tra il 496 ed il 507.

Il “cammino spirituale” DI CLODOVEO viene descritto da gregorio, vescovo di tours, descrivendolo nell’

“historia francorum” all’inizio del vi secolo. Nell’opera descrive clodoveo come un “mARito zuccone”

pagano “stressato” dalla moglie cattolica clotilde a convertirsi. Il re franco però cambia opinione sul campo

di battaglia contro gli alamanni, poiché, vedendosi sconfitto, invoca piangente gesù cristo, offrendo la sua

conversione ed il suo battesimo in cambio della vittoria. A questa invocazione segue la rotta degli alamanni.

Clotilde allora chiama a corte remigio, vescovo di reims, per tenere un seminario al marito clodoveo, che

verrà battezzato dallo stesso remigio e indicato come il nuovo costantino (su questo racconto i franchi basano

la loro immagine di popolo eletto).

Dopo la sua conversione, tra i molti vescovi che inviano loro felicitazioni al sovrano vi è avito vescovo di

vienne, che commenta scrivendo: “vestia fedis, nostra victoria est” (la vostra conversione è la nostra vittoria,

nostra inteso come episcopato). Inoltre, nel seminario tenutogli da remigio, gregorio di tours sottolinea come

clodoveo capisca in maniera preponderante come la dottrina ariana sia pericolosa per la “vera” fede cattolica,

anche perché egli è l’unico re barbarico a passare direttamente dal paganesimo al cattolicesimo, senza

l’intermedio ariano. Ciò lo spinge a voler cacciare gli ariani dai territori gallici.

Nell’opera di gregorio, infatti, il passo successivo tratta della battaglia di vouillé del 507, dove clodoveo

conduce l’esercito franco contro i visigoti di alarico, di fede ariana, sconfiggendoli (questo mostra la

connessione tra politica e religione, e di come il nemico politico sia anche un nemico religioso). Dopo questa

battaglia, l’imperatore d’oriente anastasio dona a clodoveo la carica di console, ed egli sposta la capitale del

regno a parigi (anche se non vi è una sede regale fissa, comportando una competizione tra le città franche).

La nuova carica stimola un coinvolgimento regale nel disciplinare l’accordo tra le gerarchie ecclesiastiche.

Coinvolgimento che si rende concreto nel 511, quando clodoveo convoca il concilio d’orléans, riunendo 32

vescovi per discutere sulla regolamentazione delle istituzioni ecclesiastiche, l’amministrazione delle

proprietà ecclesiastiche e sui doveri e comportamenti del clero (altro fattore di differenze tra clodoveo e

teoderico, poiché quest’ultimo non convocò mai nessun concilio, anzi i vescovi in italia si autoconvocavano).

Clodoveo inoltre si sforza sul piano religioso nella costruzione di monasteri ed edifici ecclesiastici, donando

ad essi ampi beni fondiari. Designa poi la sua sepoltura nella chiesa dei santi apostoli (dal vi secolo la

basilica apostolorum, sulle cui fondamenta viene costruita prima l’abbazia di san genoveffa e, dal 1756, per

volere di luigi xiv, l’odierno pantheon) a parigi. Questo tipo di sepoltura si differenzia dalla sepoltura del

padre di clodoveo, childerico, sepolto a tournai. La tomba, scoperta alla fine del ‘600, consiste in una

sepoltura attorniata da 4 fosse sacrificali contenenti giovani cavalli. Il medico di corte di luigi xiv, shifflé, ha

catalogato gli elementi ritrovati all’interno della tomba, tra i quali una fibula (di cui ci è pervenuto solo il

disegno di shifflé), le cosiddette “mosche d’oro”, guarnizioni di una spada e un anello-sigillo d’oro riportante

un’effigie di childerico come “childerici regis”, raffigurato con i capelli lunghi.

I capelli lunghi di childerico sono un’identità etnica franca riguardante il gruppo famigliare dei merovingi (di

cui fa parte lo stesso clodoveo), che non si sottopongono al rito di passaggio romano dalla giovinezza

all’adolescenza del taglio dei capelli, manifestando apertamente la loro diversità, ed acquisendo il titolo di

“regis criniti”.

Nel regno franco non è poi presente una divisione di mansioni tra burocrati ed esercito, ed il nome “franchi”

rimane ad indicare tutti coloro che sono sotto il potere del re (franci homines), indicando un’identità

territoriale, non professionale (come invece avveniva nel regno gotico). Per buona parte del vi secolo, però,

specialmente in gallia, l’episcopato era in mano alle aristocrazie romane, anche se l’elezione episcopale

diveniva mano a mano prerogativa regale. Il prestigio sociale dei vescovi (prestigio non condiviso con i

vescovi italici, contrastati dal prestigio della carica senatoriale) porta i merovingi ad opporsi fermamente ai

matrimoni dei vescovi, per impedire la formazione di élites vescovili all’interno delle città. Da questo deriva

la tendenza, riscontrabile da clodoveo, dei vescovi a non sposarsi più e del re di designare dove devono

risiedere i vescovi.

La carica episcopale del vescovo diviene ora il culmine di una carriera politica che iniziava con un

apprendistato presso il palatium regio. aI giovani apprendisti, definiti nutriti, veniva qui insegnato la fedeltà

al re e i primi fondamenti dell’arte militare ed amministrativa.

Il re diviene quindi ora l’unico responsabile dei destini episcopali, e l’ideologia del regno si basa ora sul

binomio “amor regis” e “timor regis”, amore e timore per la figura regale.

All’interno del palatium franco vengono poi a delinearsi nuove cariche palaziali molto limitate

numericamente, contro le 267 cariche palaziali gotiche tramandateci da cassiodoro. Il fatto che esse siano

così poche determina il fatto che per accedervi vi sia una forte selezione destinata ad eleggere i migliori.

Le cariche sono:

1) episcopus;

2) maior domus (che controlla il fisco regio ricavato dalle terre pubbliche sotto il controllo del re);

3) cubicularius (che si occupa della persona regale);

4) camerarius (tesoriere regio);

5) referendarius (esattore delle imposte);

6) nutriti;

parlando del tesoro regio, esso comprende gli oggetti sequestrati o conquistati nei bottini di guerra, oggetti

che possono essere distribuiti dal re ai suoi sudditi. Essi però, anche se cambiano destinatario, restano parte

delle ricchezze reali, questo rientra nella propaganda della munificenza del re e del legame che si instaura tra

il re e colui che riceve il dono.

Una teoria riguardante il territorio gallico operava inoltre un’altra divisione: a nord del fiume loira, essa

diceva che mi fosse un predominio dello stile di vita franco, caratterizzato da una vita guerriera, mentre a

sud del fiume era rimasto prevalente lo stile di vita più agiato dei romani. Questa teoria oggi è stata

confutata.

Comunque, il regno, anche se concepito come unito, dopo clodoveo viene spartito tra congregazioni

territoriali rette dai vari figli, partizioni però non stabili.

Nell’eredità ai figli, nel matrimonio monogamico si riflette nel nome del figlio, nel quale si comprende il

nome del padre e quello della madre. I merovingi passano invece nomi interi ai propri figli, ricavandoli dalla

stessa famiglia merovingia, come i principali clodoveo, clotario, childerico. I figli hanno inoltre tra loro lo

stesso diritto di successione al trono, e ciò porta il regno ad essere sempre teatro di conflitti interni, con

relative aggregazioni e disgregazioni delle varie coalizioni aristocratiche intorno agli eredi.

Le partizioni territoriali instabili sfociano nell’VIII secolo creano tre nomi territoriali, che si riuniranno sotto

il ritorno di un unico re, dagoberto (da clodoveo a dagoberto non ci sono infatti re unici sul trono). Essi sono

l’austrasia (siginifica “paese dell’est”), che confina con la germania ed i sassoni, e proprio per quest’ultimi è

la prima ad armarsi; la neustria (“paese dell’ovest”), comprendente i territori a sud della loira; L’aquitania,

indicante la parte meridionale del regno.

In questi territori, creatisi perché il re concede ai propri figli il diritto di rappresentazione della regalità in

questi regni, si sente quindi l’effetto delle varie aristocrazie locali.

Con la dinastia merovingia, il regno dei franchi presenta una continuità dinastica tra il 476 ed il 751. Il

giudizio postumo delle fonti su questa dinastia è fortemente viziata dall’opinione della dinastia che dal IX

secolo la sostituisce illegalmente, la dinastia carolingia, bollandoli come “re fannulloni” ed inserendo una

nuova categoria tra il re “giusto” ed il re “ingiusto”, il re “inutile”.

L’azione di Giustiniano e la nascita del regno longobardo

Tra il Vi-VII secolo si ricerca un nuovo tipo di organizzazione all’interno degli stati barbarici per supplire

alla legittimazione imperiale orientale.

All’interno di questo periodo sale al trono imperiale Giustiniano (527-565), che improntò un cambio di rotta

della politica bizantina, incentrando la sua azione politica sui due concetti di superiorità dell’impero rispetto

ai regni barbarici e progettazione di una restaurazione del potere imperiale in occidente, con un ritorno ad

un’unica confessione religiosa.

Giustiniano deve poi affrontare un’opposizione interna dovuta all’ inasprimento della tassazione, soprattutto

nelle zone interne vicino a bisanzio, tanto che in questi demi si verificano nel 532 la rivolta (detta nika). Per

risolvere la conflittualità interna, Giustiniano promulga il corpus iuris civilis, tra il 528-533. Questo codice

comprendeva:

1. il codex iustinianus, ossia la raccolta degli editti imperiali redatti dal tempo dell’imperatore adriano;

2. il digestum, che raccoglie le sentenze giudiziarie fin dall’età classica;

3. l’institutiones, un manuale di studio del diritto;

4. le novellae, raccolta delle sentenze giudiziarie dopo il 533;

in politica religiosa, giustiniano riafferma il principio costantiniano secondo cui il potere imperiale è al di

sopra dell’unità ecclesiastica cattolica, cercando un’unione tra il potere dell’imperatore e quello religioso,

comportante inoltre una lotta alle eresie, manifestazioni della volontà quindi di alcune popolazioni di non

sottostare all’imperatore.

La lotta alle eresie porta giustiniano ad attaccare i regni ad occidente, indicati appunto come eretici.

Le campagne militari bizantine occidentali iniziano con una pace stretta con l’impero persiano nel 532 (pace

però pesante per bisanzio, costretta ad un pesante tributo), per garantirsi la pace ad est. Volgendosi ad ovest,

nel 533 il generale bizantino belisario riconquista l’africa settentrionale e la sicilia dai vandali (campagna

descritta da un’unica fonte, il “de persecutione vandalorum”), e nel 535 lo stesso generale attacca l’italia dei

goti dopo la morte di amalasunta, aprendo il conflitto denominato guerra greco-gotica (535-553). Su questo

conflitto abbiamo solo fonti postume, redatte nella seconda metà del Vi secolo, tra le quali “guerre” di

procopio e “getica” di iordanes.

Nel 533 iniziano poi le operazioni militari in Hispania. A livello legislativo, giustiniano, dal 534, con la

“prammatica sanzione” estende il codice giustinianeo alla penisola italica, precedendo l’attacco militare alla

penisola. Dopo il 553, il popolo goto scompare ( o meglio scompare il nome e l’identità etnica ), e si inizia a

parlare di Italia, mentre nelle fonti i goti sono presentati come idioti che cercano stupidamente di resistere

all’irrefrenabile forza militare imperiale.

Le conseguenze a questa politica militare imperiale sono l’incoraggiamento allo stanziamento barbarico al di

fuori dell’impero orientale, tanto che nel 568 nasce il regno dei longobardi nella penisola italica (spinti dalla

pressione del popolo degli avari), descritto da fonti postume, redatte con lo scopo di descrivere il regno ai

franchi, che sono coloro che li hanno sconfitti.

Le fonti sono:

• “historia langobardorum” del VIII secolo, che verrà utilizzata anche nell’800 per indicare la

popolazione longobarda come la più barbara tra i barbari, con l’intento di paragonarli agli invasori

austriaci);

• “origo gentis langobardorum”, prodotto a pavia all’inizio del vii secolo;

• “leges”, una raccolta legislativa redatta tra il vii-ix secolo;

• “chartae”, una raccolta di codici privati del viii secolo;

Con il loro arrivo nel 568, guidati dal loro re alboino, i longobardi non occupano tutta la penisola italiana, ma

solo l’italia settentrionale, stabilendo la loro capitale a Pavia, mentre la loro espansione verso il centro e sud

italia fu effettuata con maggiore confusione ed efficacia. La migrazione non fu sistematica, ma presenta due

novità rispetto gli altri regni: la fissazione di un unico e particolare luogo di dirigenza regia e la

responsabilità diretta del re sul patrimonio regio.

A livello politico, i longobardi si consolidano intorno ad un rex (all’inizio alboino) e a dei duches (duchi),

funzionari aventi il comando militare. L’articolazione territoriale non è compatta, ma lascia alcune aree

libere formalmente sottoposte al controllo bizantino (e da ciò deriva l’accusa ottocentesca di aver diviso ciò

che prima era unito). Queste aree sono quelle di Ravenna, roma, della calabria e della sicilia.

Troviamo inoltre, nella fonte più antica pervenutaci, testimonianza di un importante episodio politico

longobardo: infatti, nel 567 l’arcivescovo di treviri, nicezio, indirizza alla nipote di alboino, clothsuintha, una

richiesta di intercessione verso alboino per convincerlo alla conversione al cattolicesimo, adottando come

motivazione una maggiore stabilità delle sue vittorie rispetto a quanto avrebbe potuto dargli la fede ariana.

Nicezio non viene però ascoltato dal sovrano, e i longobardi continuarono a considerare la religione un fatto

privato. Non si hanno quindi narrazioni sulla conversione dei longobardi.

Gregorio magno

In italia, oltre ai longobardi, un’altra forza emergente inizia a presentarsi sulla scena politica con maggiore

impulso: il papato romano. La figura del papa si rafforza grazie a gregorio magno, che, salito al soglio

pontificio, opera un’appropriazione di importanti cariche e rapporti con organizzazioni locali, affiancando le

sue funzioni locali a quelle del duca bizantino (che progressivamente assorbirà). Gregorio è inoltre autore di

opere scritte trattanti le prerogative del papa, come la “regula pastoralis”, un’esegesi biblica, e i “dialogi”,

che, noti dal 594, propongono il modello di santità di benedetto da norcia (la cui regola verrà poi adottata nel

VIII secolo dai carolingi come l’unica veramente efficace). Come rappresentante di roma, papa gregorio

magno tratta poi la pace con i longobardi, e cerca di assumere una figura sempre più “imperiale” attraverso

varie azioni:

1. Sfama la popolazione romana con il grano prelevato dalle proprietà papali in sicilia, denominate

horrea ecclesiae, che sostituiscono i depositi papali;

2. Introduce l’idea di eredità sui territori bizantini in italia al di sotto del po, e che questi fanno parte del

suo patrimonio, il “patrimonium sancti petri”;

a livello religioso, gregorio stimola l’invio di una serie di missioni di “personale specializzato” per la

conversione delle isole britanniche, ritenute luogo di somma barbarie. I missionari si rivolgono ai sovrani

delle popolazioni, mostrando loro i “vantaggi” dei sovrani cattolici dovuti alla loro fede. Nel 597, il primo

monaco raggiunge il re aethelberth del kent, e qui fonda la diocesi di canterbury. Prima di queste missioni,

l’espansione della religione cattolica era condotta da spontanee azioni individuali, senza il supporto di

un’autorità. Comunque, anche con questo appoggio, la missione verso la britannia non dà grandi frutti, causa

l’eccessiva frammentazione del regno inglese.

I cattolici angli, però, vantano da ora il fatto di essere depositari del vero cattolicesimo, poiché sono

destinatari del messaggio biblico romano, ritenuto l’autentica interpretazione delle sacre scritture.

Il papa deve però confrontarsi con una serie di interferenze al suo potere: infatti, dal 584 i bizantini hanno in

italia un comandante supremo delle forze armate, l’esarca, che risiede a ravenna, che controlla un territorio

diviso in ducati: il ducato di roma, comprendente lazio e tuscia (toscana) meridionale; l’esarcato,

comprendente la romagna; la pentapoli, cioè l’area di perugia, la puglia, la calabria e la costa campana,

mentre le isole, la liguria ed il veneto orientale rimangono sotto il controllo bizantino fino a metà del viii

secolo.

Vi sono quindi nel territorio dell’esarca due capitali, ossia ravenna, dove egli risiede, e roma, sede del papa e

del duca romano. Qui si delinea la conflittualità tra il papa e l’arcivescovo di ravenna, con l’affermazione

della propria superiorità da parte del primo, attraverso però un processo lungo e graduale. L’affermazione

inizia con il concilio di calcedonia del 451, dove alla città romana viene riconosciuta una doppia origine

apostolica, con i santi pietro e paolo, ed il papa si pone come legittimo successore di pietro.

Un papa che dà una forte spinta alla corsa per la supremazia romana e gregorio I magno (590-604).

Discendente dalla famiglia aristocratica degli anicii, prima di diventare papa viene eletto praefectus urbis,

carica che assegna l’organizzazione amministrativa e giudiziaria sul territorio di roma e dell’italia a nord del

po. Sotto il papato gregoriano, questa carica viene gradualmente assimilata ai compiti papali, creando un

conflitto d’interessi dovuto alla bipartizione di potere tra il duca bizantino, avente il comando militare, ed il

papa, responsabile amministrativo e giudiziario.

Inoltre, gregorio assesta un duro colpo al prestigio della carica senatoriale, visto che nel 603 il senato romano

si riunisce per l’ultima volta. Infatti in quest’anno giungono a roma i ritratti dell’imperatore d’oriente e della

consorte, ma manca il numero legale dei senatori per avviare il riconoscimento della nuovo coppia imperiale.

Allora gregorio i fa partecipare all’assemblea dei suoi membri del clero, facendo svolgere la cerimonia in

laterano, dove il papa risiede. Da adesso in poi il titolo “clarissimi”, che indicava i senatori, passa ad indicare

gli appartenenti all’aristocrazia.

Altro concorrente alla chiesa di roma, però questa volta sul piano religioso, è la chiesa irlandese, quindi non

un avversario pagano, ma cristiano a sua volta. La minaccia proviene dal fatto che il suo sviluppo è del tutto

indipendente dal controllo romano, causato dai contatti commerciali irlandesi con la britannia, tra i quali

quelli del nobile britannico patricius, ossia s. patrizio, nel v secolo.

Il mondo irlandese è un territorio mancante di città e di strutture amministrative, articolandosi in villaggi retti

da comunità tribali detti clan. La mancanza di strutture fisse ma quindi si che si formino monaci itineranti,

che, come esperti di cultura, basavano il loro “nomadismo” sull’espansione continua del cristianesimo.

Le caratteristiche del cristianesimo irlandese sono:

Il rapporto contrattuale con la divinità, secondo cui le mancanze umane verso di essa vengono

o “saldate” tramite una serie di penitenze, basandosi sul concetto che per rimediare ad un peccato, con

la penitenza ci si purifica da esso, concetto espresso dal “penitenziale” di finnìan del vi secolo;

La “peregrinatio”, ossia la valorizzazione del modello di santità basato sul sentirsi sempre

o “peregrinus”, ossia straniero, ovunque si vada. Quest’isolamento comporterebbe una migliore azione

dei monaci stanziali e un mezzo di purificazione. La “peregrinatio” porta alla nascita dei primi

insediamenti monastici all’esterno dell’irlanda, nelle isole scozzesi di Iona, yarrow e lindisfarne

( questa idea di monasteri isolati cozza con l’ideale accentratore del papato romano);

il ruolo deI santi nel medioevo

la parola santo deriva dal latino “sanctus” (terminologia latina “sanctus”/”beatus”; greca “hagios”; ebraica

“qadosh”), che deriva da sancire, ossia rendere sacro, consacrare un oggetto alla divinità per renderlo

“speciale”. Perciò l’oggetto non è sempre stato santo, ma bisogna che qualcuno indichi in esso la santità

dall’esterno.

All’inizio, in ambito cristiano romano, sanctus indicava la comunità dei cristiani. Dal iii-iv secolo, come

testimoniato dalle iscrizioni funerarie, il termine passa ad indicare una sola persona, specialmente i martiri,

ossia i “testimoni” della fede cristiana fino alla morte, subendo una cristomimesi. In questo caso la santità

non è riferita alla persona, ma al suo corpo, tanto che ci si fa seppellire vicino al luogo di sepoltura del

martire.

Al termine sanctus si affianca poi il termine “beatus”, dove il santo è già salvato da dio e gode della

beatitudine eterna. Si inseriscono elementi di somiglianza tra il culto dei santi ed il culto degli eroi attuato dai

pagani, ma tra questi vi è la differenza nel fatto in cui mentre ci si rivolge agli eroi come a delle divinità, i

santi sono considerati dai cristiani come intermediari tra dio e gli uomini.

Con la diffusione della religione cristiana e la fine delle persecuzioni, la martirizzazione dei santi non si

esaurisce, ma la santità non viene più limitata a come il santo muore, ma anche per come gli vive, come

confessori della fede cristiana, combattendo le eresie e sopportando privazioni e penitenze.

La legalizzazione della religione cristiana porta anche ad un aumento di richieste di reliquie, usate dal iv

secolo per consacrare gli altari delle chiese. Ma questo bisogno incontra un ostacolo nelle leggi romane, che

proibivano la profanazione delle tombe ed il contatto con i morti. Dalla metà del iv secolo sono però gli

stessi imperatori orientali operano una transazione di reliquie, quindi di corpi, verso costantinopoli. Quindi

gli imperatori, stabilendo i divieti, si arrogano il privilegio di utilizzare le reliquie.

Lo studioso peter brown vede poi le reliquie come mezzi tramite le quali i vescovi legittimano il loro

crescente potere non solo ecclesiastico, ma anche cittadino, arrivando a definirli “impresari di santi”.

I santi infine sono ora indicati come patroni (di una città, di una categoria di lavoratori, ecc.), ossia come

protettori dei loro fedeli, visti come clientes, assicurando con la loro azione la loro salvezza dopo la morte.

Gli arabi e maometto

Il crollo dell’impero romano si ripercuote non solo nelle comunità all’interno dell’impero, ma anche nelle

comunità esterne.

Nel vii secolo l’impero bizantino registra una fase di debolezza, sia sul fronte orientale, dove il re persiano

cosroe II invade quasi tutte le province persiane dell’impero d’oriente, sia sul fronte occidentale, dove

l’illirico è sottoposto alla pressione delle popolazioni slave (chiamate così da schiave). Infatti lo sforzo

bellico bizantino verso est contro i persiani aveva portato a sguarnire l’illirico, dove si verificarono raid di

contadini salvi foederati con gli avari. Invaso la penisola balcanica e la grecia, si creano nuove identità

etniche, tra le quali quella dei bulgari, e le comunità dell’entroterra balcanico assumono il nome di

sklaviniae, in continuo rapporto con gli avari. Questo segna la definitiva perdita dei balcani da parte

dell’impero bizantino.

All’interno dell’impero bizantino, davanti a questa situazione drammatica, si vede il rovesciamento

dell’imperatore foca e la salita al trono imperiale dell’esarca cartaginese eraclio, che nel 630 sconfigge

l’impero persiano sasanide, riportando a costantinopoli le reliquie della vera croce di cui si era appropriato.

Da adesso la riconquista dei territori bizantini assume il contorno della guerra santa, e le vittorie bizantine

divengono vittorie della cristianità. Un esempio è l’assedio a cui viene sottoposta costantinopoli nel 626, che

resiste all’attacco di avari, slavi e persiani, resistenza garantita dalla protezione invocata alla vergine maria.

Ripresasi sul piano militare, bisanzio tenta di rafforzarsi ulteriormente, distaccandosi dalla siria e dall’egitto

a causa di un problema religioso. Infatti, in queste zone, i vescovi guidano il distacco in base alla nascita qui

di due eresie, il monoergismo ed il monotelismo, che non vengono riconosciute da bisanzio. La sconfitta

militare di yarmuk, in siria, nel 636, inflitta ai bizantini dagli arabi, segna il definitivo distacco della siria e

dell’egitto, ma anche della palestina e l’africa del nord.

A peggiorare la situazione si inseriscono quindi gli arabi.

L’arabia, inizialmente, era divisa in due economie: a nord si registrava un’economia mobile nomade, fondata

sulla razzia, sul saccheggio ed i relativi bottini, mentre a sud era presente un’economia stabile agricola, con

un territorio molto ricco e soggetto a rapporti commerciali con l’impero romano, quindi sede di fiorenti

civiltà antiche, con la fondazione infine, nel iv secolo, di un regno stabile con rapporti con i romani.

I rapporti tra le due parti territoriali si alterano tra il iii ed il vii secolo, e l’impero bizantino e quello persiano

si adoperano per tutelarsi: vengono infatti creati due stati cristiani cuscinetto:

1. Il regno dei ghassanidi del 582, sotto influenza bizantina;

2. Il regno dei lakhmidi dell’eufrate del 602, di influenza sasanide;

al centro del pellegrinaggio religioso e della vita politica araba è la città di la mecca, governata dalla tribù dei

quraysh. Infatti, oltre ad essere al centro delle vie carovaniere commerciali, è particolarmente venerata la

ka’ba, la pietra nera, raccordo tra le varie religioni delle tribù carovaniere arabe (oltre a questo, non esiste

nessuna idea di collante statale unificante).

In questo paganesimo arabo, il nome allah è solo un nominativo per indicare un’entità superiore alla trinità di

dee detta “le figlie di allah”. Oltre al paganesimo, si hanno in territorio arabo influssi ebraici, soprattutto

nella città di yathrib (medina), e cristiani, di tipo monofisita e nestoriano, con l’aggiunta di marginali correnti

zoroastriste.

La svolta religiosa si ebbe con la figura di maometto.

Appartenente alla tribù dei quraysh, inizia la sua predicazione attorno ai quarant’anni (610), dopo essersi

sistemato socio-economicamente, sposandosi con una ricca vedova, khadija. La sua predicazione è incentrata

sul fatto di unire il suo popolo sotto un’unificante religione monoteistica, predicando l’imminente giudizio

finale divino da cui i giusti avrebbero ricevuto una ricompensa dopo la loro morte.

Per le fonti arabe, il periodo di tempo compreso tra il 620 ed il 660 è storia sacra, ed tra il ix-x secolo le fonti

si arricchiscono con compilazione storiche di età abbasside, accompagnate da una ricca tradizione orale.

Infine, il quran, il libro sacro dell’islam, e l’hadith, che raccoglie le frasi del profeta. Come ulteriori prove

dell’autonomia della religione islamica, è stato ritrovato il corano più antico in yemen, databile tra il 645 ed

il 690, e, sempre alla fine del vii secolo, è databile l’inizio della costruzione della moschea della roccia a

gerusalemme.

La prima predicazione di maometto si rivolge all’interno del proprio nucleo famigliare, ossia nella tribù

mercantile dei quraysh. Egli si scontra con essi, che traevano profitto dall’adorazione della ka’ba. È costretto

quindi nel 622 a fuggire nella città di yathrib (l’egira), dove la nuova fede viene accolta tramite le

“costituzioni di medina”. Qui maometto risolve i problemi economici della città tramite la tattica delle razzie,

colpendo duramente i traffici dei quraysh, che vengono sconfitti militarmente. La mecca viene convertita nel

630, ed una volta conquistata, maometto impone ai fedeli di pregare in direzione della città, non più verso

gerusalemme, inglobando inoltre all’interno dell’islam il culto della pietra nera.

Maometto muore nel 632, lasciando però la comunità araba, la umma, in un gruppo coordinato di tribù, città

e territori. All’interno della umma, però, si verificano, alla morte del profeta, degli scontri tra i medinesi ed i

compagni del profeta per la successione a guida della comunità islamica. Prevalgono nella lotta quest’ultimi,

e viene eletto califfo (ossia “vicario del profeta”) uno di loro, abu bakr, e da qui si stabilisce l’istituzione

della successione al califfato solo all’interno del clan quraysh.

Dopo la morte del profeta, però, la religione islamica non muore con egli. Anzi, dal 632 si assiste ad

un’espansione della religione musulmana sorprendente, suddivisa in due ondate:

I. Una prima ondata, durata fino al 661, che interessa l’africa settentrionale, la persia e la siria;

II. Una seconda ondata d’espansione, che si protrae fino alla metà del viii secolo, che raggiunge

anche le penisola iberica;

le caratteristiche della religione musulmana sono:

La grande semplicità di comprensione, priva quindi di complessi dogmi filosofici presenti nella

 religione cristiano-cattolica;

La mancanza di una figura ambivalente tra l’uomo e dio, come lo è cristo;

 Presenza di una discontinuità totale tra l’uomo e dio, che non si può nemmeno raffigurare;

 Maometto, mosé, cristo sono profeti ugualmente importanti, ma gli ultimi due il messaggio religioso

 è parziale o travisato;

L’uomo è totalmente dipendente dalla forza di dio, che riconosce ai giusti ricompense;

 I credenti islamici sono spinti alla diffusione della religione e allo jihad

I doveri del credente musulmano sono:

Avere una fede incondizionata, senza attuare nessuna possibilità d’interpretazione;

 Pregare cinque volte al giorno;

 Digiunare nel periodo sacro;

 Obbligo di elemosina;

 Obbligo di recarsi annualmente nella città santa di la mecca;

la dottrina islamica ha un’unica fonte, il corano, composto in 114 sure, ossia versetti o sentenze, che venne

redatto in forma scritta sotto il califfato di uthman (644-656) in termini impositivi con una grammatica

semplice. Il corano contiene scritti di natura socio-economica trattanti anche strutture di relazioni comuni

all’interno delle tribù, che vengono mantenute o modificate, come ad esempio:

Mantenimento dell’obbligo della vendetta, ma limitato ad alcuni casi specifici e regolato da norme

 apposite;

Istituzione della poligamia, ma consentendo la diffusione del divorzio;

 Anche se non solita, vengono introdotte norme per migliorare le condizioni di vita di coloro che

 cadono in schiavitù;

Viene mantenuto l’obbligo a combattere, e l’adesione all’esercito viene vista come lealtà allo stato

 (l’islam si delinea così come un esercito di popolo, mentre in occidente i gruppi militari sono

composti da chi possiede proprietà fondiarie, ma ciò porta alla creazione di norme che, tramite il

pagamento di una tassa, esentano i proprietari terrieri a combattere);

l’espansione inizia già all’inizio del vii secolo, negli ultimi anni di maometto, dove l’islam si estende alle

tribù nomadi del nord, allo yemen, e si spinge a sferrare i primi attacchi all’impero bizantino, come l’attacco

in siria nel 630. Dopo un periodo di riassestamento interno seguito alla morte del profeta, nel 633 l’esercito

arabo conquista la mesopotamia, e vive un periodo di espansione decisiva sotto il califfo umar i tra il 634-

644. Infatti umar i porta l’islam in palestina e siria tra il 633-634, sconfigge i bizantini a yarmuk,

ottenendone la resa e conquistando gerusalemme tra il 636-638, invade l’egitto e lo conquista con la resa del

patriarca d’alessandria tra il 639-642 e sempre nel 642 i devoti al profeta invadono l’iraq.

Successivamente, gli arabi tra il 646-666 invadono l’armenia, poi nel 649 cipro ed infine nel 651

raggiungono la frontiera esterna dell’iraq, il kurash.

La seconda espansione islamica non è più caratterizzata dalla disaffezione verso bisanzio, ma da alleanze con

le tribù locali che abitano i territori conquistati. Essa dura fino all’inizio del viii secolo con l’abbattimento

del regno visigoto spagnolo tra il 711-718. L’avanzata musulmana incontra, alla fine della sua spinta, dei

punti di frontiera dove viene respinta, ad occidente nel 732 nella battaglia di poitiers, dove il franco carlo

martello li sconfigge, ad oriente dai bizantini nella battaglia di akroinos nel 739 e all’estremo oriente dai

cinesi nella battaglia di talas nel 751.

A livello di politica interna, gli arabi sono coinvolti nella lotta tra medina e la mecca e nelle lotte dinastiche

tra i compagni di maometto ed il clan dei quraysh. La lotta dinastica ha un picco d’intensità dopo la morte

del califfo uthman, a cui succede il nipote di maometto, alì (656-661). Nel 661 alì viene però assassinato da

mu’awiya, che sale al trono riunificando il potere. Si fondano allora due partiti di fede contrapposti: i sunniti

(ortodossi), comprendente i compagni di maometto, e gli sciiti (seguaci di alì), discendenti del profeta.

Prendendo a modello lo stato bizantino, mu’awiya (661-680) sposta la capitale araba da medina a damasco,

grande città di origine bizantina, e, rilanciando l’ideale dell’espansione araba per mare, dà impulso alla

creazione di una grande flotta navale, tramite la quale bisanzio verrà assediata tre volte tra il 668-710.

Inoltre, con il supporto delle popolazioni berbere, gli islamici conquistano la penisola iberica tra il 711-718.

Le sconfitte militari a cui gli arabi sono sottoposti hanno però dei riflessi interni, ed infatti viene a cadere la

dinastia regnante degli ummayadi, che vengono sostituiti dagli abbassidi, discendenti di abbas, uno zio di

maometto. Mentre gli ummayadi si rifugiano nella penisola iberica, dove fondano l’emirato di cordova nel

750, gli abbassidi spostano di nuovo la capitale da damasco a baghdad, che loro stessi hanno fondato. Con lo

spostamento del centro politico ad oriente, le influenze politiche-amministrative passano ad essere di tipo

persiano e non più bizantino e inoltre diminuisce la pressione araba verso occidente.

A livello statale, gli arabi sviluppano lo stato califfale, stato fondato su una diversificazione etnica, infatti i

quadri direttivi sono d’origine araba, e su un potere di tipo monarchico, dove il califfo, che inizialmente ha

potere sui capi tribù, ha la stessa autorità dei re occidentali.

Nelle province arabe, un solo funzionario controlla sia l’amministrazione sia l’esercito: l’emiro. Egli ha la

responsabilità inoltre di dialogare con le singole popolazioni locali del suo territorio, venendosi a creare tra le

province situazioni politiche all’interno molto diverse fra loro. L’amministrazione, comunque, sia nei

territori bizantini sia in quelli persiani rimane immutata, tanto che i funzionari minori mantengono i loro

incarichi (ad esempio, in egitto la lingua ufficiale dello stato rimane il greco).

Alla conquista del territorio, il bottino (almeno inizialmente) viene spartito in 1/5 al califfo, ossia alle casse

statali, e i restanti 4/5 tra i guerrieri. La terra confluisce poi totalmente nel fisco statale, divenendo quindi

proprietà dello stato, e gli arabi sono soggetti al divieto di possedere terre al di fuori dell’arabia, con la

motivazione di mantenere coeso l’esercito in un gruppo di eguali e di evitare di mescolarsi con l’aristocrazia

locale.

Nel 642 per volere del califfo umar i viene creato il diwan, l’organismo amministrativo dedito al controllo

delle finanze califfali. Con i profitti della tassazione, lo stato arabo paga i soldati, che quindi non pagano le

tasse. I soldati, che si arricchiscono con i bottini delle campagne militari, sono portati a dare sempre una

continua spinta all’espansione, estendendo la religione islamica. Inoltre, i soldati si insediano nel territorio

come guarnigioni ereditarie, dove l’attività militare passa da padre in figlio.

Il diwan amministra quindi il demanio pubblico, controllando i proventi dell’elemosina obbligatoria ed i

tributi delle popolazioni sottomesse.

Col califfo uthman (644-656) si assiste ad una svolta, poiché egli concede ai soldati (soprattutto nei territori

vicino a baghdad) terre di proprietà dello stato. Nasce quindi un ceto di proprietari fondiari arabi, che

lasciano ai figli sia l’incarico militare sia i beni fondiari, anche se l’esercito comunque non rimane stanziato

territorialmente e rimane stipendiato dallo stato.

Le popolazioni soggette al califfato arabo, per non pagare le tasse, iniziano a convertirsi alla religione

islamica. Chiamati dispregiativamente “mawali”, ossia clienti dagli arabi, i neoconvertiti non ottengono però

l’esenzione fiscale, ma anzi introducono il problema della pacificazione giuridica tra loro e gli arabi, che

rimane molto problematica anche se il califfo umar II (717-720) tenta di assimilarli allo stato. D’altro canto

Vengono però modificate le norme sui matrimoni tra arabi e neoconvertiti.

Coloro che invece non si convertono all’islam, detti “dimmi”, sono riuniti in proprie comunità religiose

protette dallo stato, che lascia alle comunità libertà religiosa, larga autonomia e libertà di possesso di beni in

cambio della preclusione alla partecipazione politica diretta allo stato. Le associazioni di “non credenti”

fungono poi da intermediari tra il califfo islamico ed i non musulmani.

L’economia araba si “nutre” principalmente con attività mercantili, condotte durante i periodi di pace, basata

sui prodotti di lusso e svolta nei grandi centri urbani. si sviluppa poi l’attività bancaria, cui segue

l’opportunità di mantenere una propria valuta aurea. Si crea così, nel 695, i presupposti per la coniazione del

dinar, la moneta d’oro araba, che sostituisce il solido bizantino. Al dinar d’oro si affianca il dirham, la

moneta d’argento.

Lo sviluppo commerciale arabo con tutto il mediterraneo favorisce infine l’espansione dell’arabo non solo

come lingua religiosa, ma anche come lingua amministrativa e commerciale.

Il lungo viii secolo (750-888)

Nell’viii secolo prendono il via processi di stabilizzazione e rafforzamento istituzionali delle élites locali

negli stati europei.

Ne è un esempio il regno longobardo.

Nonostante la sua consolidata presenza all’interno della penisola italica, il regno longobardo non elimina i

possibili concorrenti al potere, cioè il papato romano e i bizantini, presenti quest’ultimi sulle coste e nel sud

italia, e con il quale i longobardi stipulano una pace nel 680, tra l’imperatore ed il re pertarito, padre di

cuniperto.

Il consolidamento avviene tramite il primo concorrente, ossia il papa, con la conversione al cattolicesimo del

sovrano longobardo cuniperto alla fine del vii secolo, descritta nell’opera “carmen de synodo ticinensi”.

All’interno del regno longobardo, si vede poi la comparsa della documentazione privata, attestante le

fondazioni di diverse istituzioni famigliari monastiche (anche di tipo femminile) ed il conseguente aumento

delle donazioni a quest’ultime. Tra le donazioni, dal viii secolo ai monasteri vengono donati, oltre alla terra,

anche i primogeniti delle famiglie nobili, sia maschi che femmine, detti oblati (per l'appunto “donati”).

Il monastero poi consolida il potere di chi lo fonda, come ad esempio il monastero di san salvatore di brescia,

che affermò il potere del re desiderio.

Il consolidamento del regno longobardo si manifesta con:

1. La trasformazione dell’esercito longobardo, che, con le leggi di astolfo del 750, diviene composto

dai proprietari terrieri, divisi in armamento in base alla loro ricchezza e senza distinzioni etniche. Ad

armarsi vengono chiamati anche i negotiatores, cioè i mercanti;

2. Uno sviluppo economico, favorito dai contatti commerciali coi bizantini e dal patto con i

comacchiesi del 715, che risalivano il po per commerciare sale e spezie;


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Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Primus93 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia medievale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof La Rocca Cristina.

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