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Storia medievale

Cap. 1: La metamorfosi del mondo romano e la fine dell'impero in Occidente (Sec. III-V)

Durante i due secoli e mezzo che precedettero la caduta dell’impero romano d’Occidente si realizzò una trasformazione profonda. Questo periodo, che venne chiamato da Brown "rivoluzione tardo-romana", viene diviso in quattro fasi:

  • 1a metà del III secolo: Splendore e pace.
  • 2a metà del III secolo: Cedono le forze militari, i romani sono attaccati più volte dai popoli stanziati a oriente ed occidente.
  • IV secolo: Modifiche economico-amministrative, in questo momento inizia la cristianizzazione dell’impero, insediamento di popoli "barbari" entro i suoi confini e il divario tra Oriente ed Occidente.
  • V secolo: Nuova società in Occidente senza impero. 476: Crollo dell’impero romano d’Occidente.

Verso il 200 l’impero si estendeva su un territorio molto vasto (paesi che affacciavano sul Mediterraneo, Britannia, Mesopotamia); la sua popolazione di oltre 50 milioni di abitanti era governata da un’aristocrazia ristretta e culturalmente molto omogenea. Questa aristocrazia proveniva da città dotate di grande cultura, sapeva leggere e scrivere in latino e stava pian piano perdendo la sua originaria connessione con la routine militare. Il cambiamento era avvenuto alla fine della Repubblica, durante le guerre civili del I secolo a.C., quando la loro supremazia era stata messa in discussione dai ceti emergenti provenienti dalla classe equestre. I ceti produttivi erano stati marginalizzati e l’economia dell’impero aveva cominciato a stagnare. In assenza di crescita fu importante il prelievo fiscale dalle province in quanto serviva per mantenere un impero così vasto. Nel II secolo i costi per amministrare, proteggere e far funzionare l’impero erano più alti rispetto alle entrate. Iniziarono quindi le minacce da parte delle popolazioni "barbare" che si fecero serie solo nella metà del III secolo concorrendo ad un calo degli scambi monetari. Nel 271 vennero cinte per questo motivo le mura Aureliane (che prendono il nome dall’imperatore). La necessità di difesa spinse i romani a riforme fondamentali che riuscirono a ristabilire la pace alle frontiere e ebbero effetti positivi sulla sfera economica, politica e sociale.

Ci fu inoltre una nuova organizzazione dell’esercito che aumentò i costi più del doppio. Le nuove spese vennero affrontate attraverso un’ulteriore intensificazione del prelievo fiscale. La risposta all’aumento delle spese fu soltanto politica e rivolta a bloccare i prezzi artificialmente e a ridistribuire le ricchezze. Si allestì così una sorta di "macchina statale", ovvero un tipo di organizzazione politica accentrata e burocratica. Le nuove necessità belliche condussero ad escludere l’aristocrazia senatoria dai comandi e a promuovere carriere militari che provenivano dai ceti sociali meno elevati che ebbero grande importanza per il ricambio del vertice sociale. Si ebbe così una società di uomini nuovi (figli di pastori: Galerio; figli di liberti: Diocleziano) che tuttavia erano ansiosi di uniformarsi alla classe aristocratica. Questi uomini diedero vita ad una rinascenza artistica e culturale. Essi poterono finanziarla attraverso il denaro accumulato come esattori delle imposte e attraverso meccanismi leciti ed illeciti che però portarono a imposte sempre più gravose per lo stato (in quanto era dispendioso mantenere l’impero). Verso il 350 l’imposta fondiaria era circa un terzo del reddito di un contadino per cui chi poteva sottrarsi alle tasse o evaderle lo faceva.

Tutto quello che stava avvenendo alle persone avvenne anche alle città quindi la diminuzione e la concentrazione delle ricchezze che portarono alla decadenza di alcuni centri minori e alla crescita di quelli maggiori. Un processo importante fu la "localizzazione" delle aristocrazie che conobbe il suo apice nell’età costantiniana. Pesò inoltre la separazione delle carriere degli ufficiali e militari decisa da Costantino per favorire l’ingresso di elementi germanici nelle gerarchie militari. Si rafforzò il ruolo dei vescovi come guida delle società urbane (in quanto Costantino fu il primo imperatore cristiano) che si era affermato già nel secolo precedente. Amministratori e vescovi svolgevano un ruolo importante all’interno della società (di riferimento e protezione). L’effetto complessivo fu quello di una società più ancorata nella dimensione locale. La differenziazione tra Oriente ed Occidente, iniziata con Diocleziano quando introdusse il decentramento politico, si andò a maturare in questo periodo e si rafforzò soprattutto quando tra il 324 e il 330 Costantino spostò la capitale a Bisanzio e la chiamò Costantinopoli. Essa si affermò definitivamente solo nel V secolo con il conferimento di pari dignità dei vescovi di Roma e Costantinopoli stabilito nel 451 durante il "concilio di Calcedonia" e con la morte di Valentiniano nel III secolo.

Fenomeno Oriente Occidente
Commercio e produzione Ruolo importante Burocratico nell’economia
Divario tra città maggiori e minori No
Situazione dei contadini Riuscivano attraverso il commercio a pagare le tasse Le persone erano costrette a rifugiarsi in campagna per essere sotto un padrone
Crescita economica No; ampliò le distanze sociali e fece esplodere i conflitti già esistenti

Tra il 407 e il 430 si aprì l’ultima fase che poi portò al crollo dell’impero romano d’Occidente. Nel 410 ci fu il "sacco di Roma" perpetrato dai Visigoti che costituì l’evento più drammatico. Le persone più influenti di ambedue le parti si divisero per trovare una soluzione da dare al problema della presenza barbarica divenuta sempre più intensa. L’Oriente riuscì ad escludere gli elementi barbarici all’interno dell’esercito mentre in Occidente si intensificarono. Nel 476 fu decisiva la "deposizione di Romolo Augustolo" e questo episodio rimane sintomatico in quanto l’autore di questa deposizione, lo sciro Odoacre, non pretese il titolo imperiale e questo dimostra la capacità dei barbari di agire sul livello più alto della politica, ma al tempo stesso la mancanza di un’autentica volontà di assimilazione.

Fin dal Rinascimento l’impero romano è stato visto dagli storici come epoca di grande cambiamento sia con accezione positiva che negativa. A partire dal novecento vi hanno scorto le tracce di una rivoluzione più che necessaria e positiva, vedendo anche in quel periodo l’epoca terminale della classicità. Edward Gibbon, che scrive nella seconda metà del settecento, paragona la sua epoca a quella romana, trovando molte somiglianze e attribuendo al cristianesimo la causa prima della fine dell’impero romano. Nell’ottocento invece, rimase sempre la convinzione che la trasformazione fosse stata radicale e negativa, ma la causa della "morte di Roma" viene rintracciata nelle invasioni barbariche. A partire dal primo novecento le posizioni iniziarono ad ampliarsi prima tra gli storici dell’arte che videro nel cambiamento non più una decadenza, ma un progresso, poi tra gli storici dell’economia che iniziarono a studiare la componente monetaria in relazione a quella naturale che si era venuta a sviluppare nell’antica Roma. Non si abbandonò mai l’idea di una decadenza, ma si rintracciarono cause diverse per la fine dell’impero. La "barbarizzazione" che secondo alcuni era la causa prima divenne un "imbarbarimento" delle classi dirigenti romane e germaniche, incapaci di reagire alla pressione contadina. Nella seconda metà del novecento questo periodo venne indagato come un periodo autonomo, sganciandolo dal ruolo che aveva ricoperto rispetto alle epoche posteriori e anteriori.

Cap. 2: Il cristianesimo: le chiese episcopali e il monachesimo delle origini

Il cristianesimo si sviluppa nel IV secolo nelle fila delle classi aristocratiche romane. La religione cristiana acquista sempre più un ruolo centrale nella conversazione amministrativa, culturale e sociale. Con il termine "cristianizzazione" si indica un processo che portò ad una fede comune (partendo dalle città fino ad arrivare alle popolazioni barbare) ma non fu un processo omogeneo territorialmente. Esso seguì due strade principali:

  • Una via istituzionale, ecclesiale, incentrata su chiese urbane che erano dominate dall’aristocrazia e da una gerarchia sacerdotale rigidamente organizzata. Questa via fu promotrice dell’evangelizzazione delle campagne in cui si formarono chiese che erano direttamente controllate dal vescovo.
  • Una via individuale, scelta monastica, che venne però in tempi rapidi recuperata dalla società attraverso l’organizzazione di una vita comune nei cenobi e nei monasteri. I monaci furono i protagonisti primari dell’evangelizzazione delle popolazioni barbare e si fecero promotori di una cultura che non era presente nelle città.

Questa attività missionaria fu un processo di acculturazione, ossia di integrazione reciproca fra le nuove etnie che erano stanziate in tutto l’impero romano oppure ai confini di essi. L’esito di tale processo fu la creazione di un universo di valori comuni mediati dal linguaggio religioso. Con il continuo affermarsi dell’impero, l’aristocrazia perde sempre più potere e si sente l’esigenza di attribuire all’individuo un valore indipendente alla sua appartenenza ad un gruppo dirigente; questo è il motivo per cui nascono le nuove religioni salvifiche. Tra il I e il III secolo si organizzarono nelle città dell’impero le prime comunità cristiane e già alla fine del I secolo all’interno di esse si trovavano i sacerdoti separati dai laici. Il gruppo sacerdotale aveva una rigida organizzazione ed era suddiviso in: diaconi, preti e avevano a capo un vescovo (figura dotata di grande autorevolezza). Dal IV secolo il cristianesimo diventò religione di stato e vi sono due date molto importanti (fondamentali da ricordare):

  • 313 d.C.: L’imperatore Costantino con l’editto di Milano concesse ai cristiani la piena libertà di culto.
  • 380 d.C.: L’imperatore Teodosio con l’editto di Tessalonica impose a tutti i cittadini dell’impero la professione della religione cattolica.

Sia Teodosio sia Costantino usarono il cristianesimo come strumento per governare le masse e per la razionale organizzazione dei culti. L’aristocrazia (che viveva di rendita) fu la prima ad abbracciare la religione cristiana. Dal V secolo in avanti partì dalle città un’opera di evangelizzazione delle campagne attraverso la fondazione di chiese battesimali (le pievi) che erano controllate dal clero cittadino e dall’episcopio. L’ambito espansionistico fu la diocesi, cioè il territorio sottoposto al controllo di ciascun vescovo che corrispondevano a grandi linee alla città nell’organizzazione amministrativa di età imperiale (erano amministrate a grandi linee come venivano amministrate le città). L’opera di evangelizzazione è stata interpretata come uno scambio culturale tra le diverse culture in quanto il cristianesimo si incontra con i culti tradizionali rurali. Dal punto di vista territoriale, l’organizzazione della civiltà romana condizionò lo sviluppo del cristianesimo. Nella parte centrale della penisola italiana vi era una fitta rete di città dotate di piccoli centri in cui si svilupparono diverse comunità cristiane che però non poterono diffondersi oltre le mura della città. Diversamente invece è quello che accadde nei centri meno abitati in quanto questo favorì lo sviluppo delle circoscrizioni ecclesiastiche. Tra il IV e il VI secolo vi fu inoltre una crisi che provocò una selezione degli abitanti e furono proprio le sedi episcopali uno dei fattori che contribuirono alla sopravvivenza delle città sia pure con qualche mutamento. L’organizzazione amministrativa dell’impero incise anche su quella ecclesiastica e nacquero così le "metropolite" ovvero delle diocesi che si trovavano nelle città maggiori. I vescovi delle diocesi delle metropoli maggiori assunsero il controllo anche sulle città limitrofe minori. Un prestigio particolare era dedicato alla sede episcopale di Roma in quanto il ruolo di vescovo di Roma coincideva con quella del successore dell’apostolo Pietro (come poi è tutt’oggi); si trattava di un primato ideale sugli altri vescovi.

Il monachesimo è un fenomeno che si sviluppa in età successiva all’evangelizzazione ed solo a partire dal III secolo ne sono attestate le prime manifestazione nelle aree orientali dell’impero. Essa è una scelta strettamente personale e individuale che prevede il rifiuto della società per concentrarsi sul sacrificio e sull’ascesi. Nelle sue forme originarie si espresse in forme estreme e clamorose: Antonio, che fu eremita in Egitto visse a lungo in una tomba. Vi sono anche attestazioni di persone che vissero sopra gli alberi o sopra le colonne. Il deserto ai margini delle città fu un luogo preferenziale di tale esperienze. Con la diffusione del cristianesimo come religione di stato, si sviluppa anche il monachesimo, attraverso però un dottrina che portava al rifiuto dell’estremo individualismo temperandola però con l’introduzione di regole di vita comunitarie. Nacquero così delle comunità monastiche in cui i monaci vivevano seguendo delle regole che dovevano essere condivise da tutti (cenobitismo); un esempio è Pacomio in oriente che fonda una comunità che si basava proprio su questo fenomeno. Nel V secolo i monasteri proliferarono anche in Gallia; mentre in Italia si iniziano a vedere a partire dalla fine del IV secolo. Decisiva fu in questo senso l’azione di Girolamo (originario della Dalmazia che visse per lungo tempo come eremita in Siria) che nel 382 tornò a Roma che divenne il referente di molti aristocratici che praticavano a casa l’ascesi. Il fenomeno del monachesimo si sviluppò sempre di più a partire dal V e VI secolo e portò alla fondazione nel 529 del monastero di Montecassino a opera di Benedetto da Norcia. Questa comunità venne organizzata sulla base di una regola redatta dallo stesso Benedetto nel 540, che prevedeva la coesistenza nella vita dei monaci di ore dedicate alla preghiera e al lavoro; ma nonostante questo la regola non condannava la scelta eremitica. L’Irlanda è un’isola in cui il monachesimo si affermò assai precocemente e non era mai stata assoggettata dall’impero romana, era organizzata in tribù con a capo il druido (una sorta di sacerdote del culto). Le regole che riguardavano questo monachesimo erano molto più rigide rispetto alla regola di Benedetto da Norcia. Le regole promosse dal monachesimo irlandese furono accettate anche dai franchi e dai longobardi tra il VI e il VII secolo.

Uno degli aspetti dell’attività missionaria dei monaci fu la conversione delle popolazioni barbare. Il processo di conversione iniziava dai vertici dell’aristocrazia in quanto il re era visto come una figura sacra e se lui si fosse convertito allora sarebbe stato più facile far convertire anche le masse. Le popolazioni barbariche si convertirono principalmente per due motivi: il primo era l’instabilità: ovvero avevano bisogno di un messaggio salvifico in un momento di crisi; il secondo era per rafforzare l’economia in quanto avevano capito che intraprendere carriere ecclesiastiche che conducevano all’episcopato e all’abbaziato era conveniente. Intraprendere la carriera ecclesiastica portava anche all’immediata assimilazione del greco e del latino (anche perché le prime bibbie erano solo tradotte in quelle lingue). Questo processo fu vantaggioso in due direzioni: verso i barbari i quali riuscirono a trovare valori salvifici, ma al tempo stesso introdussero nella tradizione cristiana la violenza e la forza e quindi esaltarono il valore eroico dei cristiani. Grazie a questo iniziarono a comparire i primi martiri. Nella seconda metà del IV secolo gran parte delle popolazioni germaniche vennero convertite alla religione cristiana secondo il culto ariano. L’arianesimo prende il nome dal sacerdote di Alessandria Ario, il quale sosteneva che Gesù Cristo non aveva lo stesso grado di divinità di Dio. L’arianesimo venne condannato nel 325 con il concilio di Nicea, dove tutti e 300 vescovi presenti furono d’accordo sulla decisione. Nonostante ciò l’arianesimo si diffusa in larga scala in quanto erano stati i monaci (ai quali era stato affidato il compito dell’evangelizzazione) a professarlo. L’arianesimo divenne pertanto più simbolo di identità etnica che una scelta teologica. La molteplicità delle sedi episcopali e l’originaria indipendenza delle diverse sedi patriarcali ebbero come conseguenza la formazione di diversi culti in quanto le piccole comunità cittadine volevano salvaguardare attraverso la dottrina la propria identità. Il problema fu posto dalla Trinità e riguardo a ciò si aprì un dibattito sulla natura della figura di Cristo che venne risolto nel 325 con il concilio di Nicea.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/01 Storia medievale

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