Capitolo 1. Il grammatico tra scriventi e parlanti
Oggi si tende ad associare la parola grammatica con la regola scritta o meglio con gli insiemi di regole che ne governano i sistemi fonologici, morfosintattici e lessicali, alla cui interazione si deve il funzionamento della lingua stessa intesa come codice semiotico.
Grammatica del parlato
Una variante presente nell’italiano comune è l’uso del "ci" attualizzante che, in combinazione con i pronomi atoni “lo, la, li, le, ne” diventa obbligatorio nel parlato e trasferibile senza problemi nello scritto. Ma in questo caso parleremmo di "grammatica del parlato", in quanto è molto facile trovare "ci + avere" nel parlato, ma è difficile nello scritto. Solo nel caso di un romanzo (I Malavoglia) e nella scrittura creativa, possiamo trovarne degli esempi:
- Verga usa la forma intera “ci ho/ hai/ ha” lasciando che sia il lettore a elidere la i.
- Qualcuno si spinge a rappresentare l’elisione (Edoardo Nesi) ma così facendo si viene a creare un’eccezione alla regola ortografica per cui alla caduta della e o e, la c ha sempre valore velare.
- In ultimo, molti adottano la grafia univerbata “ciavere”.
Il discorso orale e la scrittura
Abbiamo altre due modalità per cui il discorso orale non è rappresentabile nello scritto:
- La creazione di blocchi tra articoli/ preposizioni/ congiunzioni (parole monosillabi grammaticali) + parole successive dotate di accento tonico.
- Il sandhi esterno, ossia il diverso accomodamento tra vocale finale e successiva o la diversa articolazione tra consonante finale e successiva. Es 1: il-vostro, a-parlare, del-rapporto; Es 2: ho_accolto, vostro_invito, con_piacere (si legge compiacere, si articolana sale).
Da aggiungere che un altro ostacolo è la pronuncia regionale, per cui un meridionale raddoppierebbe a-pparlare, un toscano pronuncerebbe cari_giovani con la g fricativa perché in posizione intervocalica, mentre un romano raddoppierebbe la g (ggiovani). Il raddoppiamento fonosintattico è obbligatorio in italiano in caso di univerbazione: e+pure, ma+che, né+meno; ma parlando non è applicato dai settentrionali.
L’italiano ha:
- L’apocope vocalica facoltativa, cioè la possibilità di usare indifferentemente all’interno di una frase parole piene o troncate dell’ultima vocale; cosa sconosciuta al francese, mentre lo spagnolo prevede casi di apocope obbligatoria.
- Le preposizioni articolate del francese e dello spagnolo costituiscono un inventario chiuso, mentre in italiano esiste ancora col.
- Per i pronomi personali soggetto di 2^ e 3^ sing, il francese presenta il, lui, elle; lo spagnolo tu, el, ella mentre l’italiano lei e lui, ma ella, egli ed essa si usano ancora nel registro formale. Inoltre accanto a t si diffonde l’obliquo te.
- Il pronome dativale atono di 6^ persona, oscilla tra gli e loro. Gli è usuale nel parlato ed è obbligo se unito a altri pronomi atoni; loro non si può dire uscito completamente dall’uso.
- Il pronome allocutivo plurale di cortesia in francese è vous, in spagnolo è ustedes, in italiano oscilla tra voi e loro (più formale).
- I pronomi e aggettivi dimostrativi sono 2 in francese (ce-ci; ce-la), 3 in spagnolo (este, ese, aquel) e 3 in italiano (questo, codesto e quello). Codesto è vivo soprattutto in Toscana e può essere considerata una forma invecchiata ma non del tutto dimessa.
- Come ausiliare di un verbo servile che regga un intransitivo, in italiano si usa tanto essere quanto avere, mentre ciò non accade in francese e spagnolo.
- L’espressione c’è in francese e spagnolo si dice il y a/ hay. In italiano si può ancora scrivere vi ha o vi è.
Capitolo 2. La deriva dell’antico nell’italiano di oggi
Quello che oggi più ci allontana dalla pagina di Boccaccio è la sintassi, in quanto l’ordine delle parole risentiva totalmente dell’impronta latina. Le parole però sono rimaste più o meno le stesse: alcune sono uscite dall’uso, altre hanno cambiato significato o categoria grammaticale.
Qualcosa a cui non abbiamo voluto rinunciare è l’uso dell’infinitiva al posto della completiva introdotta da che, modellata sul costrutto latino accusativo + infinito. In italiano la posizione dei pronomi atoni è rigida: si ha obbligatoriamente postposizione con infinito, imperativo affermativo, gerundio e participio.
Nel Medioevo l’enclisi era solo a inizio frase e ne troviamo eco oggi con l’imperativo affermativo a inizio frase ma non con quello negativo, oppure nella prosa giuridica o nei cartelli come “Vendesi, affittasi”. Le forme arcaiche sono state promosse da opere come “Le Prose della Volgar Lingua” di Bembo. Ne abbiamo ancora sei fenomeni:
- La 1^ persona imperfetto indicativo io amava rimase attiva fino all’800, quando Manzoni introdusse la forma “io amavo” nei Promessi Sposi.
- L’uso del pronome cui come complemento oggetto diventa di uso letterario già dal XIX secolo.
- Lui/lei in funzione di soggetto. L’uso fu consolidato dall’azione di Manzoni che li inserì nei Promessi Sposi. Anche se nel 1962 in un testo l’uso è considerato un grande errore.
- Gli e loro pronomi atoni. L’uso di gli è antico, ma ha tardato ad affermarsi, tant’è che lo stesso Manzoni lo accetta solo in parte nei Promessi Sposi.
- Cosa come che cosa con funzione di pronome interrogativo, relegato al solo uso colloquiale.
- Gli/le pronomi atoni femminili. La forma unigenere gli è diffusa nel toscano antico ed è presente anche in Petrarca.
1-2= abbandono di una variante. 3-4-5= promozione dell’uso della variante considerata popolare. 6= evoluzione.
Capitolo 3. Il libro di grammatica
La parola grammatica indica allo stesso tempo la nozione e il libro. Nella storia del libro di grammatica per le scuole esistono 5 fasi:
- 1861-1923= Riforma Gentile.
- 1923-1951= l’età dell’idealismo. “La grammatica italiana” – Battaglia-Pernicone.
- 1951-1968= restaurazione grammaticalistica.
- 1968-1983= la crisi della grammatica. 1983= “La lingua italiana” Dardano-Trifone.
- 1983-oggi= conciliare tradizione e innovazione.
Alla differenza tra scritto e parlato, le grammatiche dedicano molto spazio. Pier Gabriele Goidànich avrebbe distinto 3 livelli di lingua: familiare, scolastica e solenne. Il modello manzoniano si basava soprattutto sull’uso vivo della lingua che doveva convivere con la tradizione letteraria. Le grammatiche sono prodotti commerciali che dovevano imporsi in modo più ampio possibile.
Con l’idealismo e Gentile, la grammatica naviga in cattive acque, poiché c’è la morte della grammatica tradizionale. “La grammatica degl’italiani” Trabalza-Allodoli è un lavoro originale fondato su una ricca documentazione e legato a una concezione della norma linguistica dinamica, non insensibile alla stratificazione socioculturale e all’avvicendarsi degli usi. La novità è la garanzia di una descrizione fondata sull’uso reale.
La crisi del libro di grammatica nel secondo dopoguerra è dovuta al disinteresse dello stesso ministero ai programmi scolastici. La crisi terminerà negli anni '70, che vedono una forte espansione della linguistica che coinvolge la scuola, grazie all’azione di Tullio de Mauro e all’attività di Giscel e delle sue “Dieci tesi per l’educazione linguistica democratica”.
Il prodotto più tipico del nuovo corso è un volume scritto per la scuola media di Raffaele Simone. È una sorta di antigrammatica che vuole far capire allo studente adolescente che le regole di una lingua non sono imposte da Dio, ma si imparano parlando.
Capitolo 4. Norma dei grammatici e norma degli utenti
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