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Le due culture

In Italia l’italiano è un po’ il capofila delle discipline umanistiche, così come avviene ovunque per la matematica con quelle scientifiche. La deplorazione e disapprovazione del conflitto tra umanisti e scienziati e l’immancabile auspicio a superarlo sono diventati un topos.

Snow contrapponeva agli scienziati classici i letterati visti come produttori e fruitori di letteratura creativa, pessimisti sulle sorti dell’umanità, ottusamente altezzosi rispetto alle certezze della scienza e irrimediabilmente conservatori. In questa impostazione c’è qualcosa che varrebbe ancora oggi, ma molto che non valeva nemmeno allora.

È sicuramente vero che la cultura scientifica media continua a essere scarsa e dotata di minore prestigio. D’altra parte, tra il matematico-fisico e il poeta o aspirante tale esistono molte figure intermedie e irriducibili a questa estrema polarizzazione. Ad esempio, l’archeologo che, fornito di una robusta cultura classica, procede a una campagna di scavo in base a precise conoscenze geologiche, botaniche e anche chimiche.

Ora ci poniamo una domanda: davvero si può pensare che gli umanisti si riducano ai “letterati”, sia pure in senso lato? Non dovrebbero includere anche tutti coloro che studiano ciò che l’uomo ha realizzato e realizza nell’organizzazione della società, dai giuristi agli economisti (figure curiosamente assenti nel panorama di Snow)?

L’umanista assennato non ostenta nessun atteggiamento di superiorità nei confronti degli scienziati e sa che la cultura comprende tutte le elaborazioni del pensiero e che spesso le scoperte più importanti avvengono proprio nelle zone di intersezione tra campi diversi.

Comunque occorre tener ben distinti (a differenza di Snow) il creatore di cultura umanistica e lo studioso delle relative manifestazioni e implicazioni. Lo studioso opererà con metodi i quali (per la tecnica di raccolta dei dati da censire, per le procedure di analisi, per la falsificabilità di tutte le fasi del processo) rispondono alle stesse esigenze poste alla base di una ricerca di farmacologia o di statistica demografica (quindi di ambito scientifico).

Non vanno però sottovalutate le differenze tra ricerca umanistica e ricerca scientifica:

  • Studi umanistici: si svolgono all’insegna della storia anche quando sono orientati alla contemporaneità. È impossibile affrontare un qualsiasi argomento senza percepirne lo spessore storico: non si può studiare il pensiero di San Tommaso prescindendo da Aristotele. Nel ricorso alla bibliografia, che può risalire anche alquanto indietro nel tempo, ogni filologo romanzo, ad esempio, continua a servirsi del REW (Romanisches etymologisches Wörterbuch).
  • Scienze: è fondamentale la distinzione tra ricerca di base e ricerca applicata. Resta centrale e deve comunque essere sostenuta con erogazioni pubbliche, ove i privati siano coinvolti.
  • In area umanistica la ricerca di base occupa quasi per intero l’orizzonte. Solo in spazi marginali la ricerca può essere avviata pensando alle sue immediate ricadute operative.
  • Se una parte notevole della ricerca scientifica è condizionata dalla ricaduta pratica, è evidente che non tutti i temi di ricerca hanno la stessa importanza. Di qui il significato dell’impact factor: se molti ricercatori in tutto il mondo si impegnano in temi simili, ha senso sia censire le sedi più rappresentative che ne ospitano i contributi sia valutare la quantità di citazioni presenti nella letteratura scientifica qualificata.
  • Nulla del genere in area umanistica. È evidente che uno studioso di letteratura italiana debba conoscere Dante o Pirandello, ma non c’è nulla di strano che tutta la sua carriera di studioso possa svolgersi senza nemmeno sfiorare questi o altri autori o momenti centrali della storiografia letteraria. In generale, ogni tema può essere meritevole di studio; importano la sicurezza del metodo, l’originalità dei risultati, la loro applicabilità ad altri contesti.
  • Gli articoli di ambito umanistico sono mediamente molto più lunghi di quelli scientifici: sia per la necessità di richiamarsi a una bibliografia spesso varia e dispersa; sia per il fatto che, accanto al dato, è frequente l’interpretazione di dati già acquisiti o risultanti da proprie ricerche; inoltre il gusto della parola e della trattazione retoricamente scaltrita produce testi ricchi di prospettive anche oltre il tema trattato o in casi peggiori però può anche appesantire il discorso con inutile zavorra.
  • La ricerca nell’ambito scientifico ha la caratteristica di essere svolta in cooperazione tra più ricercatori e di fondarsi su adeguati finanziamenti, indispensabili per le apparecchiature utilizzate e per il loro aggiornamento. La ricerca umanistica lascia tuttora grande spazio all’impegno del singolo ricercatore e può svolgersi in buona parte anche senza oneri per il contribuente.

Lo studio ad esempio di un secentista poco noto come l’Abriani, può essere perseguito con le forze di un singolo ricercatore, il quale reperirà una parte consistente delle informazioni preliminari attraverso gli strumenti cartacei di una biblioteca, oltre che in Internet, e controllerà i vari manoscritti esistenti o con visite personali negli archivi o attraverso riproduzioni digitali. Il grosso del lavoro (edizione critica e un commento) non è affidato non alle sovvenzioni dello Stato (che semmai potrebbe intervenire a sostenere le spese di stampa perché si tratta di un’opera di difficile commerciabilità) ma alla capacità, alla diligenza, alla curiosità intellettuale del singolo studioso.

Se però si ritiene utile individuare e classificare questi materiali per renderne possibile lo studio, allora è inevitabile finanziare adeguatamente i relativi progetti di ricerca. Purtroppo, nei dipartimenti e nelle facoltà di lettere si è sempre più diffuso il malvezzo (pessima abitudine) di chiedere finanziamenti anche per ricerche che con ogni evidenza non li richiederebbero: ciò comporta la dannosissima e ben nota prassi del finanziamento “a pioggia”: poco a tutti, anche ai molti che non ne avrebbero bisogno. E accenno addirittura ai lavori post factum, superficiali o addirittura virtuali.

Ho esordito ricordando lo scarso spazio assegnato tradizionalmente in Italia alla cultura scientifica. Ma la situazione sta cambiando, almeno ai piani alti: università e scuola.

Scienze e lettere nella scuola

Se è inevitabile una forte differenziazione tra umanisti e scienziati nel mondo della ricerca, appartiene al semplice buon senso affermare che nella formazione di un adolescente le due componenti devono essere entrambe presenti. Così come è centrale lo sviluppo della lingua materna: non solo nel parlato, ma anche nello scritto (sia come competenza attiva, cioè capacità di redigere un testo e di riformularlo gerarchizzando le informazioni, sia come competenza passiva, ovvero capacità di comprendere un testo ascoltato o scritto).

È ben noto che nel liceo italiano la parte del leone è stata da sempre attribuita alle materie umanistiche:

  • La legge Casati (1859) consacra il ruolo essenziale del latino e del greco come asse portante del percorso obbligatorio di preparazione liceale per quasi tutta la classe dirigente dell’epoca.
  • Solo nel 1913 Luigi Credaro istituisce il “Liceo moderno”.
  • La riforma Gentile (1923) assorbe il “Liceo moderno” nel “Liceo scientifico”: questa scuola nasceva come una costola del liceo classico, rispetto al quale si collocava a un rango inferiore: chi si diplomava non poteva accedere alle facoltà più tipicamente umanistiche (Lettere, Magistero, Giurisprudenza).
  • A parte alcuni aggiustamenti introdotti in seguito, bisognerà aspettare il 1969 per avere una generale liberalizzazione, tale da garantire l’accesso a qualsiasi corso universitario per i maturati di un corso quinquennale.
  • La riforma dei licei varata nel 2010 dal governo Berlusconi va indubbiamente verso un riequilibrio tra discipline umanistiche e scientifico-tecnologiche. Inevitabile anche il potenziamento della lingua straniera, ossia dell’inglese.

Entriamo un po’ più all’interno della riforma, prescindendo da alcune possibili riserve generali e soffermandoci sulla distribuzione delle materie. Il Liceo classico mantiene sostanzialmente il suo profilo: il latino è la disciplina egemone 5 ore al biennio e 4 ore al triennio, superando le ore di italiano; si estende la lingua straniera all’interno del corso di studi, e lo stesso vale per le scienze naturali.

Al Liceo scientifico le trasformazioni sono ben più radicali: abbiamo un “liceo scientifico tradizionale” che mantiene il latino (ridotto a 3 ore), ma rafforza le discipline scientifiche; una sezione di “Scienze applicate” in cui le ore un tempo riservate al latino sono distribuite tra l’informatica e le scienze naturali. Classico e Scientifico restano tuttora i canali privilegiati per l’accesso all’università; almeno sono le scuole che non offrono una formazione immediatamente spendibile sul mercato del lavoro e in cui è più alta la quota dei licenziati che si iscrive ad un corso universitario.

Ma il prestigio sociale delle due scuole è cambiato nel corso del tempo: non è eccessivo parlare di una sopravvenuta marginalizzazione del liceo classico rispetto al liceo scientifico (che rappresenta ormai la scelta non marcata per uno studente licenziato dalla scuola media orientativa).

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/10 Letteratura italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lola878 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di L'Aquila o del prof Serianni Luca.
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