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Chi condizionò moltissimo la lingua del 400 fu Petrarca. Egli aveva affidato al latino la possibilità di

esprimere il proprio messaggio letterario. Avviò un processo che fu determinante per gli sviluppi

della lingua, ossia il confronto con i classici che venivano visti come il modello da seguire.

Conseguenza fu una “crisi” del volgare, che non arrestò chiaramente il suo uso, ma

semplicemente lo screditò agli occhi dei dotti.

Nonostante Petrarca fosse visto come modello linguistico, il mito di Dante comunque non

tramontò. Leonardo Bruni celebrava i meriti di Dante senza sottolineare l’utilizzo della lingua latina

o volgare che fosse. Affermava che non c’era differenza tra lo scrivere latino e volgare, o latino e

greco (ponendo quindi l’italiano allo stesso livello delle lingue classiche). Secondo lui ogni lingua

aveva una sua perfezione, soprattutto quando chi la scrive è un elegante dicitore.

La cultura umanistica creò anche generi nuovi in cui il latino si mescola al volgare volontariamente.

Esistono due forme di contaminazione colta: il macaronico e il polifilesco. Per quanto riguarda il

primo filone il luogo di nascita è l’ambiente universitario padovano intorno alla fine del 400. Questo

linguaggio è caratterizzato dalla latinizzazione parodica di parole volgari e volgarizzazione di

parole latine con forte tensione espressionistica. La componente dialettale è bassa, corporea,

mentre l’altra è aulica. Il macaronico consiste nella formazione di parole macedonia, molto spesso

ponendo alla fine di parole volgari desinenze latine oppure dando un significato volgare a parole

latine (casa). Veniva soprattutto fatta per il divertimento di persone colte.

Il polifilesco è invece detto anche pedantesco. A differenza del precedente non è una scrittura

parodica, ma seria. Il volgare che viene combinato col latino non è di tipo dialettale, ma toscano,

boccacesco, con patina settentrionale illustre. Il latino usato non fa riferimento a scrittori della

latinità aurea ma a scrittori come Apuleio o Plinio.

Nell’Italia settentrionale questa commistione linguistica si nota soprattutto nell’ambito della

predicazione religiosa. La mescolanza viene ereditata dal Medioevo ed è il punto di partenza per

spiegare versetti della Bibbia o addirittura durante l’intera predica. Poteva capitare però che questi

sermoni arrivassero al massimo limite di commistione, tant’è che frasi latine si trovavano a

convivere con una forte dialettalità.

Lo stesso avviene anche per gli scritti privati come lettere e diari, in cui le formule iniziali e finali

erano scritte in latino, mentre tutto il resto del corpo scrittorio era in volgare.

2) Leon Battista Alberti.

A lui si deve l’inizio del movimento dell’Umanesimo volgare, in quanto elaborò un programma per

la promozione del volgare. Era convinto che la calata dei barbari avesse causato la perdita della

lingua latina, ma come il latino era stata la lingua dei classici e universalmente compresa da tutti,

lo stesso doveva fare il volgare, dato che già era patrimonio di tutti, doveva soltanto essere

innalzato a un livello letterario più alto.

All’Alberti viene attribuita la realizzazione della prima grammatica della lingua italiana, “La

Grammatica della lingua toscana” meglio conosciuta come “Grammatichetta vaticana” perché

contenuta in un codice apografo scritto per il Bembo e conservato nella Biblioteca vaticana. La sua

idea è una sorta di sfida: vuole dimostrare che come il latino anche il volgare ha una propria

struttura grammaticale. Utilizzò soprattutto il toscano all’uso ai suoi tempi verificabile dalla scelta di

riportare l’articolo el.

Un’altra opera attribuibile all’Alberti è la “protesta” indirizzata alla giuria del “Certame coronario” del

1441. I poeti dovevano sfidarsi in una gara poetica di componimenti in volgare, ma la giuria non

diede un responso boicottando in questo modo il certame. Per questo motivo la “Protesta” critica ai

giudici la posizione troppo conservatrice.

3) L’Umanesimo volgare alla corte di Lorenzo il Magnifico.

Alla corte medicea spiccano due personaggi: l’umanisti Cristoforo Landino e Poliziano. Landino fu

grande cultore della poesia di Dante e di Petrarca, negò l’inferiorità del volgare rispetto al latino e

invitava tutti i cittadini a darsi da fare in modo tale che Firenze avrebbe ottenuto il principato della

lingua. Tra le sue opere un importante commento a Dante e la traduzione della “Naturalis historia”

di Plinio, un testo particolarmente difficile, con una gran quantità di tecnicismi scientifici. Landino

sosteneva la necessità che il fiorentino si arricchisse grazie all’apporto delle lingue latino e greco e

quindi la traduzione era uno strumento molto utile per trovare parole fiorentine che le

corrispondessero.

Nel 1477 Lorenzo il Magnifico inviò a Federico, figlio di Ferdinando re di Napoli, una raccolta di

poesie intitolata “Silloge o Raccolta aragonese”. Questa andava dai predanteschi fino all’attuale

poesia fiorentina. I versi sono accompagnati da un’epistola attribuita a poliziano, segretario del

mecenate. In questo periodo assistiamo al tentativo di innalzare il volgare a lingua letteraria colta.

Poliziano con la sua cultura fu capace di usare ben 3 lingue: latino, greco e toscano e compose le

“Stanze per la giostra di Giuliano de Medici”.

Oltre a un genere colto però spicca anche il genere novellistico, maggiormente approcciabile

anche dai ceti più bassi. Potremmo paragonarli ai nostri contemporanei romanzi rosa e quindi a

una narrativa di consumo con storie sempre uguali a se stesse e con una prosa senza troppe

pretese.

4) La letteratura religiosa e la sua influenza.

Già con la poesia religiosa umbra avevamo parlato dei laudari in volgari. Nel 400 si sforzano di

staccarsi leggermente dalla parlata locale e mirano a una toscanizzazione. Molto spesso anche le

sacre rappresentazioni divenivano un vero e proprio modo per istruire il popolo incolto, che aveva

l’occasione di incontrare una lingua più nobile. Un personaggio di spicco fu Savonarola, non

toscano, proveniente dall’Italia settentrionale che approdò a Firenze e che dovette imparare una

lingua maggiormente toscanizzata per poter parlare ai fedeli. Molto spesso la lingua delle prediche

era più toscanizzata delle lettere in cui invece si trova qualche settentrionalismo. Il predicatore

aveva il compito quindi di depurare la propri lingua naturale dagli elementi incomprensibili, in modo

da essere inteso dai fedeli.

5) La lingua di koinè e le cancellerie.

La koinè quattrocentesca è una lingua scritta che mira all’eliminazione di almeno una parte degli

elementi locali, accogliendo latinismi e appoggiandosi al toscano.

Dalla prima metà del Quattrocento iniziamo a parlare di documenti in volgare nelle cancellerie,

come quella viscontea, di Venezia e Ferrara. L’uso delle cancellerie veniva influenzato dai gusti

delle corti, ma occorre ricordare che i cortigiani non appartenevano ad una sola corte, ma si

muovevano spesso dall’una all’altra. Si trovavano perciò di fronte alla necessità obiettiva di

adeguare il loro volgare ai volgari locali, cercando di farne uno strumento neutro con il quale

comunicare.

6) Fortuna del toscano letterario.

È da notare come il toscano abbia fatto fortuna molto nell’Italia settentrionale, come nella zona

della Pianura Padana, accanto al francese. Assieme a Firenze e Milano, altra città all’avanguardia

per quanto riguarda la stampa dei libri in volgare è Venezia, dai cui torchi uscirono opere come il

“Canzoniere” o il “Decameron”. Da ricordare anche Reggio, Ferrara e Mantova.

Un caso particolare è rappresentato dalla lirica di Boiardo, che arrivò alla poesia in volgare dopo

un’esperienza con il latino. Egli operò in una dimensione acronica, ossia sradicato volontariamente

dal proprio terreno di origine, imparò librescamente il toscano. Non è ancora influenzato dalla

cultura medicea, e quindi si riferisce al 300 e soprattutto a Petrarca. La sua scrittura presenta

comunque dei latinismi mescolati a tratti popolari come possiamo notare nella sua opera

“L’Orlando innamorato”.

Per quanto riguarda l’Italia meridionale invece, si fa riferimento alla corte aragonese di Napoli, in

cui fiorì una poesia cortigiana che oscillava tra forme fiorentine e non. Elementi fiorentini per

esempio erano alcune forme anafonetiche, l’oscillazione tra –ar ed –er fiorentino nei futuri e

condizionali, oscillazione tra i possessivi toa, soa e tua,sua tipicamente toscani; specificamente

meridionali sono forme come jorno e jace, articoli come lo e lu e forme del futuro in –aio e –aggio.

La generazione successiva si distacca leggermente dai caratteri locali. Importante è Sannazaro e

la sua “Arcadia”, opera dal carattere bucolico nella quale si alternano egloghe pastorali e parti in

prosa. Questa prosa è il primo esempio di revisione linguistica in senso toscaneggiante compiuta

da uno scrittore linguisticamente periferico.

CAPITOLO 9. IL CINQUECENTO.

1) Italiano e latino.

Il 500 è il secolo della letteratura in volgare. Troviamo autori come Ariosto, tasso, Machiavelli,

Guicciardini. Il latino però resisteva saldamente ai vertici della cultura.

I nuovi intellettuali avevano fiducia nella nuova lingua e tale fiducia portò a un processo di

regolarizzazione della lingua che si realizzò con la pubblicazione di “prose della volgar lingua” di

bembo. La maggior parte dei lettori cercava un manuale di scrittura, una guida che consigliasse il

modo per liberarsi di latinismi e dialettalismi. Scompare dunque anche la lingua della koinè.

Il diritto e l’amministrazione della giustizia rimasero settori propri del latino anche se nella pratica di

tutti i giorni il volgare si faceva sempre più spazio, fino a che arriviamo alla mescolanza dei due

codici.

per quando riguarda la produzione libraria il latino ha sempre una posizione avanzata rispetto al

volgare. Occorre però distinguere i luoghi di utilizzo del latino che rimangono quelli della filosofia,

medicina o matematica, mentre il volgare inizia a insinuarsi nei settori scientifici e soprattutto nella

letteratura. La percentuale di libri in volgare più alta viene stampata nella tipografia veneziana,

seguita da Firenze.

Paradossalmente la più arretrata sul piano linguistico risulta essere Roma. Anche Trino e Pavia

risultavano essere ancora arretrate, ma i motivi sono diversi: dal punto di vista geografico queste

ultime due città sono più lontane rispetto a Firenze, mentre Roma è decisamente più vicina.

Occorre ricordare però che Roma è la capitale religiosa per eccellenza e il latino è da sempre

lingua della Chiesa.

2) La questione della lingua.

Bembo si unì in sodalizio con l’editore Aldo Manuzio, ricordato per le sue edizioni tascabili dei

classici o per la scrittura corsiva detta “aldina”. Egli mise alle stampe il Petrarca volgare di Bembo,

di grande importanza storica e culturale, poiché il titolo recitava “Le cose volgari di Messer

Francesco Petrarca” e non le cose vulgari. Importante fu l’introduzione dell’apostrofo.

Successivamente Manuzio pubblicherà anche la “Commedia” curata da Bembo. Intanto Bembo

scrive gli “Asolani”, una prosa trattatistica filosofica in cui era in atto l’imitazione linguistica di

Boccaccio, lingua che aveva studiato attentamente.

La questione della lingua va intesa come un momento determinante in cui teorie estetico-letterarie

si collegano a un progetto concreto dello sviluppo delle lettere. Al centro di tale questione è ”Prose

della volgar lingua” diviso in tre libri, l’ultimo dei quali è una vera e propria grammatica dell’italiano.

Essa è l’editio princeps, di cui abbiamo un’edizione critica, con le varianti rispetto al manoscritto e

le varianti del manoscritto stesso, conservata nella Biblioteca Vaticana.

Il dialogo è un incontro di quattro personaggi ognuno con un’opinione diversa: Giuliano de Medici

rappresenta la continuità con il pensiero dell’Umanesimo volgare, Federico Fregoso espone molte

tesi storiche, Ercole Strozzi espone le tesi degli avversari del volgare e Carlo Bembo è portavoce

delle idee del fratello.

Si parte dapprima con un’analisi storico-linguistica prendendo le distanze dalla tesi bruniana che

affermava l’esistenza già al tempo di Roma di un italiano coincidente con la lingua popolare.

Bembo interpellando Strozzi ne prende le distanze, perché non ci sarebbe nessun motivo di

adoperare ora una lingua già esclusa a suo tempo. Si adotta invece il punto di vista di Biondo

Flavio secondo cui il volgare era nato dalla contaminazione delle lingue dei barbari.. si badi bene

che quando Bembo parla di volgare s’intende solo il toscano letterario trecentesco.

Secondo Bembo la lingua non si acquisisce dal popolo, ma dalla frequentazione dei modelli scritti.

Ecco perché Bembo non accetta completamente la lingua della Commedia. Qualche problema

poteva nascere anche con il parlato del Decameron, ma Bembo ci teneva a precisare che non

bisognava guardare alla lingua quanto alla sintassi fortemente latineggiante, alle inversioni, alle

frasi gerundive.

La teoria di Calmeta invece prendeva come riferimento la lingua delle corti e soprattutto quella di

Roma. Roma era una citta cosmopolita, esposta alla penetrazione di mode linguistiche. La

differenza con la teoria bembiana sta nel fatto che i fautori della lingua cortigiana non volevano

limitarsi all’imitazione del toscano del trecento, ma preferivano l’uso vivo della lingua della corte.

La teoria di Trissino invece si basava tutta sulla scoperta del “De vulgari eloquentia” di dante che

venne dato alle stampe in traduzione nel 1529. Nello stesso anno pubblicò il “Castellano” un

dialogo in cui si affermava che la lingua di Petrarca era composta da vocaboli provenienti da tutta

Italia e dunque non era da definirsi fiorentina, bensì italiano. Dunque negava la fiorentina della

lingua letteraria e faceva appello alle pagine in cui Dante aveva condannato il fiorentino.

La più interessante risposta a Trissino fu data dal “Discorso intorno alla nostra lingua” di

Machiavelli. Egli faceva parlare addirittura Dante, il quale di fronte a lui chiedeva scusa per ciò che

aveva scritto nel “De vulgari eloquentia” ed anzi ammetteva la superiorità letteraria del fiorentino. Il

“Discorso” di Machiavelli però rimane inedito fino al 700 e dunque non influisce ulteriormente sulla

questione della lingua. Inoltre ben presto si ebbe una polemica sull’autenticità del testo posseduto

da Trissino, il quale non diede mai alle stampe il testo latino, che fu stampato solo nel 1577

quando ormai i contendenti al dibattito erano morti.

La cultura fiorentina respingeva la tesi arcaizzante di Bembo e trovò un proprio esponente verso la

metà del 500 in Benedetto Varchi e il suo “Hercolano” egli era fiorentino di nascita, ma aveva

maturato la sua esperienza culturale da esule a Padova, dove aveva frequentato l’Accademia degli

Infiammati dove era viva la lezione bembiana.

La rilettura di Bembo però non fu affatto fedele all’originale, anzi risultò un vero e proprio

tradimento. Varchi dava al fiorentino contemporaneo un ruolo e una dignità. Per lui la pluralità dei

linguaggi non andava spiegata col mito babelico, ma col fatto che la varietà era caratteristica

propria delle lingue. Il concetto di lingua veniva discusso in base ad elementi particolari: la loro

provenienza dall’estero, il loro patrimonio di cultura e letteratura, la loro comprensibilità. Alla lingua

scritta di Bembo, Varchi affiancava la lingua parlata di Firenze. L’Hercolano sanciva l’esistenza di

un principio di autorità popolare.

3) La stabilizzazione della norma linguistica.

Il 500 vede la nascita delle prime grammatiche e vocabolari. La prima grammatica in lingua italiana

data alle stampe è di formazione veneziana di Giovan Francesco Fortunio dal nome “Regole

grammaticali della volgar lingua”. La base delle norme proposte da Fortunio sta nei grandi

trecentisti e si manifestano le riserve bembiane verso la Commedia. Le parti del discorso sono

ridotte a quattro: nome, pronome, verbo e avverbio. Note sparse sono dedicate all’aggettivo,

participio, congiunzione, preposizione e interiezione.

Le grammatiche che riportavano le teorie di Bembo sono: “Osservazioni nella volgar lingua” di

Ludovico Dolce, “Osservazioni della lingua volgare de diversi uomini illustri” che riproponevano

riunite cinque opere grammaticali tra cui quella di Fortunio, Bembo, Acarisio, Jacomo Gabriele e

Rinaldo Corso.

A Firenze non si ebbero molte grammatiche. Cosimo de Medici aveva chiesto all’Accademia

fiorentina di stabilire le regole ufficiali della lingua ma essa non arrivò a nessun risultato.

Antenati dei vocabolari furono i lessici, piccoli libricini che contenevano poche parole e per lo più

riguardanti gli scrittori delle tre Corone. Da ricordare “Le tre fontane” di Liburnio (1526) che faceva

riferimento appunto a Dante, Petrarca e Boccaccio.

L’effetto più noto della grammatica di Bembo si ebbe sull’Orlando furioso”, in quanto Ariosto

corresse l’ultima edizione proprio seguendo le indicazioni delle Prose. Tra le correzioni introdotte

abbiamo la sostituzione dell’articolo el con il, le desinenze di prima persona plurale in –iamo e la

prima persona dell’imperfetto in –a. ci saranno solo tre casi di mancato dittongamento ie:

prigionera, visera e destrero.

4) L’italiano come lingua popolare e pratica.

Nei settori pratici si assiste ad una crescita dell’uso della lingua italiana. Per esempio ci sono giunti

molti quaderni, come il “quaderno di Maddalena” in cui si trovano sottoscrizioni e registrazioni

autografe di popolani con uno stato sociale basso che sanno scrivere, naturalmente la scrittura è

intrisa di dialettalismi e regionalismi.

Altri documenti sono i “libri dei segreti”, ossia raccolte di ricette medico-alchemiche, culinarie,

igienico sanitarie, in cui si ritrova una terminologia tecnica e settoriale, legata alla vita quotidiana

del tempo e alle necessità pratiche di comunicazione.

5) Il ruolo delle accademie.

A Padova di grande importanza è l’Accademia degli Infiammati , dove Varchi aveva conosciuto le

idee di Bembo. Altro autore importante è Sperone Speroni, autore del dialogo “Delle lingue” (1542)

che immagina sia avvenuto a Bologna nel 1530 tra Pietro Bembo in persona, che difende le

proprie idee, un cortigiano che difende la teoria cortigiana e Lazzaro Bonamico che difende il

latino. Viene introdotto poi, narrato da uno scolaro, un altro dialogo che esprime la posizione

originale del filosofo aristotelico Pomponazzi detto il Peretto. Egli dichiarava che la filosofia

avrebbe dovuto essere trasportata dalle lingue classiche alla lingua volgare.

L’Accademia fiorentina nasce nel 1542 dalla precedente Accademia degli Umidi. Patrocinata e

finanziata da Cosimo de Medici non fu in grado di realizzare le regole della lingua per scriverne

una grammatica.

L’accademia più famosa però è quella della Crusca del 1582. L’anno successivo fece il suo

ingresso Lionardo Salviati che introdusse idee filologiche. Fu conosciuta soprattutto per la critica

mossa alla lingua della “Gerusalemme liberata” di Tasso e sosteneva il primato di Ariosto. Salviati

acquisì fama con gli “Avvertimenti della lingua sopra ‘l Decameron”, libro filologico e grammaticale

uscito dopo la “rassettatura” del Decameron boccacciano, ossia una sorta di censura dei termini

inappropriati commissionata dal granduca di Toscana per compiacere Sisto V.

Nel 1595 corressero e pubblicarono una nuova versione della “Divina Commedia” di Dante,

considerato il loro migliore lavoro.

6) La varietà della prosa.

Il “De re aedificatoria” di L.B. Alberti fu tradotto in volgare da Cosimo Bartoli con il titolo

“L’Architettura”. Ma tra le traduzioni di livello tecnico, la più importante è senza dubbio quella

dell’opera di Vitruvio. La prima traduzione data alle stampe si era avuta nel XVI sec da parte del

pittore Cesariano. Era nelle forme tipiche della koinè settentrionaleggiante., anche se il testo di

Cesariano era vincolato ancora dal latino.

Un altro grande trattato di architettura fu l’opera di Sebastiano Serlio, quella di Palladio fino ad

arrivare alle “Vite” di Vasari.

Nel campo della filosofia abbiamo la traduzione della “Retorica” di Aristotele da parte di Annibal

Caro o i “Dialoghi” di Platone ad opera di Sebastiano Erizzo.

Nel campo delle scienze si continua a tradurre la “Storia naturale” di Plinio da parte di Domenichi.

Nel 1532 fu stampato a Roma il “Principe” di Machiavelli, uno splendido esempio di prosa

completamente diverso da quello di Bembo. Machiavelli scrive in un fiorentino ricco di latinismi

come tamen o etiam, i quali non hanno una funzione nobilitante ma ricollegano questa scrittura a

quella quattrocentesca di tipo cancelleresco.; accoglie anche tratti sociolinguisticamente bassi.

Un caso particolare è quello di Galileo che decise di abbandonare il latino a favore del volgare.

Questa scelta però gli causava uno svantaggio non da poco, in quanto il volgare limitava la

trasmissione dei suoi scritti a livello internazionale.

Una prosa particolarmente è quella dei libri di viaggio, a partire dalla pubblicazione della raccolta

“Navigazioni e viaggi” di Ramusio. L’interesse verso la letteratura di viaggio sta nella scoperta di

neologismi e forestierismi legati alla descrizione di nazioni e posti esotici. In secondo luogo può

trattare di argomenti specifici soprattutto quando il viaggiatore focalizza la sua attenzione sugli

idiomi parlati sul posto o sugli scritti con cui è venuto a contatto.

Questa letteratura si sviluppò anche grazie all’azione della Chiesa e all’opera dei missionari

gesuiti. Matteo Ricci scrisse i “Commentari della Cina” in ina lingua povera e disadorna. Le lingue

della comunicazione all’estero di allora erano lo spagnolo e il portoghese e molte parole nuove

derivano proprio da loro.

Per quanto riguarda il genere della commedia, la caratteristica più evidente è il mistilinguismo: i

diversi personaggi usano codici differenti. Agli innamorati si addice il toscano, ossia l’italiano

rarefatto e stucchevole, ai vecchi il veneziano o bolognese, ai capitani e ai bravi è adatto lo

spagnolo, ai servi il bergamasco o napoletano. La figura del pedante è linguisticamente molto ben

caratterizzata, con un linguaggio comico artificiale in cui il latino è volto a scopo del ridicolo. grande

nome è quello di Giordano Bruno, il quale giunge ad arditi giochi di parole, all’allitterazione vistosa,

alla proliferazione semantica, alla satira feroce.

Per quanto riguarda il genere epistolare il “Secretario” di Francesco Sansovino è il testo chiave. Il

segretario è la nuova figura emblematica del genere che fa esperienza nella quotidianità delle

cancellerie signorili.

7) Il linguaggio poetico.

In Ariosto il bembismo dà esito finale proprio nell’Orlando furioso, scritto in una lingua chiara,

elegante e regolata, per cui possiamo affermare che si tratti di un tono medio. In questo momento

possiamo parlare di petrarchismo, ossia la scelta di un vocabolario selezionato e di un repertorio di

topoi.

L’attacco della Crusca a Tasso non lo fece comunque allontanare dalla lingua toscana. Semmai

prese le distanze dai dialetti e non riconobbe mai il primato fiorentino. Considerava piuttosto la

tradizione toscana come un patrimonio culturale comune in cui prevaleva la paratassi sull’ipotassi.

La poesia lirica di Tasso sembrava fatta apposta per essere accompagnata dalla musica.

Tra le accuse rivolte al Tasso epico, ve ne sono alcune che ebbero per oggetto questioni di lingua

e stile. Esso infatti veniva ritenuto oscuro, inusitato e aspro; il suo linguaggio è un misto di

latinismi, forestierismi, parole nuove e parole composte; la sua favella è troppo colta e in generale

potrebbe essere più chiaro.

Nella sua “Apologia”, Tasso proponeva la distinzione tra fiorentino antico e fiorentino moderno e

arrivò ad affermare che la lingua volgare era qualcosa di separato dal volgo poiché aveva

raggiunto una dimensione colta e non popolare. Quindi Firenze non aveva più ragioni per avanzare

il primato sulla lingua, dato che questo dominio di fatto non esisteva. Inoltre osservava che la

lingua di Dante era stata più fiorentina di quella di Petrarca ma meno poetica.

Caratteristiche dell’uso di Tasso sono le allitterazioni, gli enjambement, che spesso separano il

soggetto dal suo aggettivo e che era utilizzato per spezzare la solita monotonia metrica.

8) La Chiesa e il volgare.

La Chiesa fu protagonista della questione linguistica dal Concilio di Trento fino alla fine del 600. La

lingua ufficiale era il latino, ma le prime problematiche iniziarono ad emergere nella catechesi e

nella predicazione. L’uso del volgare fu anche argomento del Concilio, che si occupò soprattutto

delle traduzioni volgari della Bibbia. Per quanto riguarda la lingua della predicazione non giunsero

ad una vera e proprio decisione, ma lasciarono scegliere ai papi, che successivamente

intervennero con le liste dell’Indice. La questione in gioco era la libera interpretazione delle

scritture che in latino avrebbe reso più distante il libro sacro dagli interpreti meno colti, garantendo

così la funzione di controllo della Chiesa. La riforma protestante pperò aveva puntato proprio sulla

libera lettura della Bibbia. Questa libertà però era vista come rischiosa fonte di errori e di eresie,

quindi venne proposta una traduzione autentica nelle varie lingue nazionali.

Nonostante la lingua della messa dovesse essere il latino, il Concilio propose di introdurre il

volgare nei momenti di comunicazione con i fedeli, in modo tale che il messaggio cristiano

arrivasse anche a chi il latino non lo capiva. Si noti come il bembismo influenzò anche il campo

della predicazione. “Il predicatore” di Panigarola rappresenta il più importante trattato sulla

predicazione, in cui non solo si ritrova l’adesione ai principi di Bembo, ma in più il fiorentino viene

considerata la lingua prima, la più adatta al pubblico.

CAPITOLO 10. IL SEICENTO.

1) Il vocabolario dell’Accademia della Crusca.

Nel 1591 l’Accademia della Crusca iniziò a parlare della creazione di un Vocabolario. Tra gli autori

da includere nel vocabolario vediamo una lista di autori scelti da Salviati (che intanto era morto)

che include anche autori minori, inseriti accanto ai grandi della letteratura per meriti linguistici. Ma

nessuno aveva la competenza lessicografica o linguistica , per questo il dilettantismo accresce il

merito per il risultato raggiunto. Per stamparlo si autofinanziarono e lo fecero stampare a Venezia.

Il “Vocabolario degli Accademici della Crusca” uscì nel 1612 presso la tipografia veneziana di

Giovanni Alberti. Sul frontespizio portava l’immagine simbolo del frullone, strumento che si

adoperava per separare la farina dalla crusca, con sopra il motto “Il più bel fior ne coglie”. Il

Vocabolario non si ispirò completamente ai criteri bembiani, ma vi si legge l’influenza di Varchi e

Salviati. Gli schedatori avevano cercato di evidenziare la continuità tra lingua toscana antica e

contemporanea e per fare ciò scovarono anche documenti semiprivati o manoscritti a penna inediti

che non potevano verificati da parte dei lettori. Ciò avrebbe irritato gli avversari dell’Accademia

fiorentina.

La polemica più dura però fu l’assenza di un autore moderno come Tasso.

2) L’opposizione alla Crusca.

Il primo avversario fu Paolo Beni, autore di un’Anticrusca nella quale venivano contrapposti al

canone di Salviati gli scrittori del 500 tra cui anche il Tasso. Beni partiva da una teoria cortigiana,

per cui la lingua era un bene comune e si estendeva al di la dell’italiano scritto, arrivando ad

interessare il parlato. affermava per esempio che le pronunce della Campania, Umbria, Marche e

di Roma, potessero competere senza dubbi con quella di Firenze. Inoltre polemizzava la lingua

usata da Boccaccio perché piena di irregolarità ed elementi plebei.

Un’altra opposizione viene da Alessandro Tassoni, il quale protestava contro la dittatura della

lingua fiorentina. Tema fondamentale è l’improponibilità dell’arcaismo linguistico. Tassoni è ostile a

ogni culto della tradizione che ostacoli la modernità e la semplicità della comunicazione. Guarda a

Roma.

Coerente con la sua posizione antibembiana e antifiorentina, nel poema eroicomico “La Secchia

rapita”, non manca di utilizzare dialetti centro-settentrionali secondo lo stile comico.

Contrario all’Accademia di Firenze è invece Daniello Bartoli, gesuita, famoso per la sua opera

grammaticale “Il torto e il diritto del Non si può”, pubblicato sotto pseudonimo.

La seconda edizione del Vocabolario della Crusca uscì nel 1623 e la terza nel 1691. Quest’ultima

si presenta in una forma sostanzialmente nuova, sia fuori che dentro. Al posto di un volume ne

troviamo ben tre, con un corrispondente aumento del materiale. Una della più importanti novità fu

l’inserimento del linguaggio scientifico e della personalità di Galileo. Importante modifica fu il

cambiamento di significato delle V.A. , le voci antiche, che non dovevano più servire come

modello, ma come strumento per facilitare la lettura degli scrittori antichi.

Troviamo molti autori non toscani come Sannazaro o Annibal Caro, ma l’inserimento più

significativo è senza dubbio quello di Tasso, mentre vistosa è l’esclusione di Marino.

3) Il linguaggio della scienza.

Galileo aveva scritto in italiano, ma aveva sempre tenuto le sue lezioni universitarie in latino.

Galileo aveva affermato di aver usato il volgare a scopo divulgativo. Ma anche il latino di Galileo

era innovativo dato che non usava 2le parole più pure ma le più pronte”. Pur scegliendo il volgare

però non scelse mai un livello “basso-popolare” ma comunque un tono elegante e medio, dotato di

chiarezza terminologica e sintattica; non rinunciò a mostrare alcune macchie di lingua toscana viva

e parlata, senza tralasciare sarcasmo e riso caricaturale.

Galileo preferì non coniare nuovi vocaboli, ma tecnicizzare quelli già esistenti ed evitare di usare

latino e greco. Anche se nel momento in cui scelse il nome di cannocchiale per la sua nuova

invenzione, finì per adottare il termine greco telescopio, che non aveva coniato lui, ma che andò

più di moda dell’altro. L’opera che contiene tutte le sue innovazioni è “Il Saggiatore o Dialogo sopra

i due massimi sistemi”.

4) Il melodramma.

Il melodramma nasce a cavallo tra 500 e 600 ed è il campo egemonico dell’Italia. Il melodramma

permette di affrontare la questione del binomio parole-musica che fu già proprio della tragedia

greca. La nascita del melodramma avviene nel 1600 con la rappresentazione dell’Euridice in

occasione delle nozze di Maria de Medici. I melodramma è uno spettacolo d’élite, in quanto

richiede scenografie e allestimenti complessi e dispendiosi. Il linguaggio del melodramma non può

quindi che essere quello della corte.

5) Il linguaggio poetico barocco.

La poesia barocca trova il suo esponente in Marino e nel marinismo, movimento che vede

estendersi il repertorio di temi e situazioni che possono essere usati in poesia.

L’Adone di Marino introduce termini del corpo umano e adopera termini anatomici per tentare la

descrizione dell’occhio, dell’orecchio, del naso e del loro funzionamento. Altre ottave dell’Adone

utilizzano la descrizione della luna fatta da Galileo fino a concludere la presentazione del

cannocchiale. Un consistente filone della poesia barocca utilizza un lessico scientifico, dotando

così la scienza di una sorta di riconoscimento da parte della letteratura. Nell’Adone entra l’attualità;

vengono usati grecismi, cultismi e latinismi di provenienza soprattutto scientifica.

Quello dei marinisti è uno stile pieno di metafore, figure retoriche come il bisticcio o la

paronomasia. La donna è ritratta in sembianze inusitate , la sua immagine petrarchesca e perfetta

lascia spazio a fantasie erotiche.

6) Il “Cannocchiale aristotelico” di Tesauro.

Il “Cannocchiale aristotelico” di Tesauro è il trattato che meglio spiega la poesia barocca. È contro

il dogmatismo grammaticale e contro l’autorità pedantesca. Essa si traduce come una lingua

libera, destinata a mutare. Secondo Tesauro lo scrittore può violare delle norme, ma solo se in

modo conscio. Per esempio contrappone la cacofonia (un cattivo suono) alla cacozelia, ossia il

difetto di quelli che sbagliano per essere troppo ossequiosi delle norme artistiche convenzionali.

è un vero e proprio trattato sulla metafora che riprende la concezione aristotelica per cui la

metafora era uno strumento di effettiva conoscenza della realtà. Per Tesauro la poesia è un

qualcosa di simile alla follia, non è razionalità e considera l’ingegno come facoltà creativa e non

razionale.

7) Sviluppo letterario della predicazione religiosa nel sec XVII.

La predicazione barocca presenta una serie di costanti: il forte uso di esclamazioni, di

interrogazioni, di invocazioni, di chiuse a effetto, giochi di rima, allitterazioni, assonanze e anafore.

Marino pur essendo laico, in “Le Dicerie sacre”, imita lo stile e il genere della predica.

Nel 600 le raccolte di prediche vanno sotto il nome di Panegirici o Quaresimali.

Di grande spicco fu padre Paolo Segneri, tant’è che gli fu riconosciuta autorità linguistica dagli

accademici della Crusca. Il fatto rivoluzionario è che un predicatore del suo livello si sia interessato

delle masse rurali. A lui dobbiamo l’invenzione delle “missioni rurali” un’analogia con le nostre

missioni esotiche, per cui occorreva raggiungere con la lingua un pubblico solitamente trascurato.

Paolo Aresi scrive “L’arte del predicar bene”. Egli è un difensore del volgare e non ignora

l’esistenza di una predica in volgare; ma il dialetto non risulta accettabile per due motivi: perché fa

venir meno l’obbligo della nobiltà del dettato e perché sarebbe impossibile per un predicatore

itinerante conoscere ogni lingua del paese in cui va. Ecco perché occorre parlare di un “italiano

comune”.

8) Le reazioni alla poetica del Barocco.

Il padre gesuita francese Dominique Bouhours, di grande autorità come grammatico, sosteneva la

tesi per cui solo al francese poteva essere riconosciuta l’effettiva capacità del parlare, mentre gli

spagnoli declamavano e gli italiani sospiravano. I primi cioè erano accusati di troppa

magniloquenza retorica, mentre i secondi di eccessiva sdolcinatezza poetica. A vantaggio del

francese giocava la vicinanza della prosa e della poesia, indice di razionalità. La lingua italiana

invece veniva bollata come incapace di esprimere in modo ordinato il pensiero umano e veniva

confinata alla lirica amorosa e del melodramma.

CAPITOLO 11. IL SETTECENTO.

1) Italiano e francese nel quadro europeo.

La polemica del gesuita Bouhours dominò anche parte del 700. L’italiano era lingua di corte a

Vienna e Metastasio nel suo soggiorno viennese non sentì mai la necessità di imparare il tedesco,

che venne riconosciuto solo nel Romanticismo. Anche a Parigi l’italiano era abbastanza conosciuto

come lingua da salotto parlata soprattutto dalle dame, mentre il francese era la lingua della

conoscenza, assumendo la posizione che prima era del latino.

Dopo la Rivoluzione e nell’età napoleonica, il francese fu esportato in tutti i territori conquistati e fu

messa in atto la politica di francisation. Il francese era la lingua della chiarezza, mentre l’italiano la

lingua della passione motiva, della poesia e della musicalità, intesa però in senso negativo. Il

francese seguiva l’ordine S-V-CI mentre l’italiano seguiva inversioni latineggianti. Molti tentarono di

trasformare l’italiano alla maniera del francese, ma senza risultati.

Carlo Denina confutò la tesi di Rivarol in cui sosteneva che non esiste una lingua superiore ad

un’altra, ma semplicemente le lingue ci paiono “naturali” quando siamo abituati ad esse..

La Francia aveva ciò che all’Italia mancava: una lingua viva della conversazione e della

divulgazione.

2) L’influenza della lingua francese.

Il francese influenza moltissimi aspetti della vita di allora a partire dalla moda, cucina, politica e

diplomazia fino al commercio, alla filosofia e alle scienze. Tra i prestiti non adattati ancora oggi

usiamo toilette e coiffure.

In campo scientifico risaltano gli studi di Lavoisier per il quale valgono due principi fondamentali:

meglio un nome nuovo, chiaro e trasparente piuttosto che uno tradizionale, opaco e fuorviante; nel

creare termini nuovi è meglio usare lingue morte come il greco.

3) Il pensiero di Cesarotti nel dibattito linguistico settecentesco.

La posizione che meglio esprime gli ideali dell’Età dei lumi nei confronti di una tradizione

conservatrice è quella di Melchiorre Cesarotti nel “Saggio sulla filosofia delle lingue”. Una

caratteristica è la nitidezza di impianto. Le principali enunciazioni teoriche:

- Tutte le lingue nascono e derivano; all’inizio della loro storia sono barbare, ma questo concetto

non ha senso se lo si vuole utilizzare nel raffronto tra le lingue, perché tutte servono ugualmente

bene all’uso della nazione che le parla;

- Nessuna lingua è pura;

- Tutte le lingue nascono da una combinazione casuale;

- Nessuna lingua nasce da un ordine prestabilito o dal progetto di un’autorità;

- Nessuna lingua è perfetta, ma tutte possono migliorare;

- Nessuna lingua è tanto ricca da non aver bisogno di nuove ricchezze;

- Nessuna lingua è inalterabile;

- Nessuna lingua è parlata in maniera uniforme nella nazione.

Stabiliti tali principi, Cesarotti affronta poi il problema tra lingua scritta e parlata. La lingua scritta ha

per lui superiore dignità, in quanto momento di riflessione e strumento col quale operano i dotti.

Inoltre non dipende dal popolo, ma nemmeno da scrittori approvati; non può essere fissata nei

modelli di un certo secolo e non dipende dal “tribunale dei grammatici”. Chi scrive non deve

guardare ad un passato morto e sepolto, ma deve essere libero di inserire termini nuovi o di

ampliare il senso di quelli vecchi. I termini nuovi possono essere inseriti per analogia con i termini

già esistenti, per derivazione o per composizione. Ammette che possono anche essere adottate

parole straniere, basta che sia fatto con cautela, come una sorta di male necessario. Per quanto

riguarda i grecismi però non è completamente favorevole, dato che per il principio della chiarezza

sarebbe auspicabile una diminuzione del loro numero.

Difende la legittimità dei francesismi, in quanto i forestierismi una volta entrati nella lingua possono

produrre legittimamente nuovi traslati e derivazioni. Molto spesso chi era contro i forestierismi

parlava di “genio della lingua” inteso come carattere originario di un idioma. Cesarotti propone un

duplice concetto di genio: uno grammaticale e uno retorico. Il primo è inalterabile e fa l’esempio di

lingue che adottano i casi e lingue che non li adottano. Il secondo invece riguarda il lessico, ossia

l’espressività della lingua. La lingua non può esser guastata dai forestierismi finché questi non

intacchino la grammatica della lingua.

Nella IV parte del “Saggio” egli affronta il tema del rinnovamento della lessicografia e propone di

istituire un Consiglio al posto della Crusca. La sede sarebbe stata a Firenze e avrebbe rinnovato i

criteri lessicografici dedicando attenzione al lessico tecnico delle arti, dei mestieri e delle scienze.

Compito finale era la compilazione di un vocabolario realizzato in due forme: un’edizione ampia e

una ridotta, pratica e di uso comune.

4) Le riforme scolastiche e gli ideali di divulgazione.

Il 700 è il secolo in cui l’italiano entra davvero a far parte della scuola.

Nel 1729 Vittorio Amedeo II di Savoia emanò dei provvedimenti per la riforma delle università.

L’intellettuale Scipione Maffei suggerì l’insegnamento di lettere toscani, ma non fu messo in atto,

mentre si introdusse l’insegnamento di grammatica latina mediante manuali scritti in italiano.

Nel 1733-34 divenne poi obbligatorio lo studio dell’italiano nella scuola superiore d’élite anche se

solo una volta a settimana.

Alla fine del XVIII sec furono avviate le prime riforme scolastiche nel Lombardo-Veneto grazie

all’intervento di Maria Teresa d’Austria. Per la prima volta prendeva forma la classe concepita

come un gruppo di persone a cui venivano impartiti insegnamenti con obiettivi didattici unitari.

Dalla riforma austriaca nacque poi anche l’idea della scuola comunale con il compito di insegnare

a leggere e scrivere. Fu istituita a partire dal 800.

5) Linguaggio teatrale e melodramma.

Il successo della lingua italiana nell’opera per musica contribuì a fissare lo stereotipo dell’italiano

come lingua della dolcezza e della poesia, in contrapposizione al francese lingua della razionalità e

della chiarezza.

Ma anche in Francia, lo stile italiano trovò paladini del calibro di Voltaire, Rousseau e Didero,

mentre a Vienna e in altri paesi di lingua tedesca l’italiano era conosciuto per opera di Metastasio.

Non esistendo in Italia una vera e propria lingua della conversazione, per un autore teatrale che

voleva simulare il parlato senza però imparare la lingua toscana, era costretto a ricorrere al dialetto

o a usare una lingua mista. Goldoni ricorse a tutti e due i metodi. Sparisce il tradizionale bolognese

per l’avvocato, mentre il dialetto veneziano resta anche se semplificato per permetterne a tutti la

comprensione. Dialetto e lingua non vanno visti in opposizione, anzi in certi casi si alternano e

confondono nella stessa battuta. Goldoni rivendicava il valore pratico. La sua era una lingua non

elegante, ma viva e innovativa sul piano della sintassi, che va contro le tendenze tradizionali della

prosa accademica italiana. Domina una sintassi di tipo paratattico in cui affiorano caratteri propri

del parlato e del registro informale.

6) Il linguaggio poetico.

Risale al 1690 la fondazione a Roma dell’Arcadia che ebbe come strumento una lingua

tradizionale, ispirata al modello di Petrarca e intesa a liberarsi degli eccessi della poesia barocca,

allontanandosi dal gusto per l’anormale e lo straordinario.

Vi è nel linguaggio della poesia del 700 una sostanziale adesione al passato, visibile nell’impiego

della toponomastica e onomastica classica, della mitologia e dal largo uso di latinismi e arcaismi.

Una forma di poesia che ha fortuna nel 700 è la poesia didascalica, la quale incarna gli ideali di

divulgazione e di progresso e celebra i successi della ricerca scientifica come nell’Invito a Lesbia

Cidonia.

7) La prosa letteraria.

La prosa saggistica del 700 rappresenta uno dei nuclei più solidi della produzione culturale. Ci si

avvia verso una semplificazione sintattica in quanto si nutre molta ammirazione per l’ordine della

scrittura francese e per la brevità di quella inglese. Alessandro Verri con “Notti romane” propone un

esempio di prosa che si propone quale nobile modello neoclassico ispirato all’antico.

Un altro esempio è la “Scienza nuova” di Vico, in cui si riconoscono arcaismi e latinismi, una

sintassi talvolta piena di subordinate e altre con pensieri brevi e lapidari.

Vittorio Alfieri parlò male della lingua francese e del proprio faticoso apprendimento del toscano

classico. Nelle sue tragedie il suo stile si caratterizza per un volontario allontanamento dalla

normalità ordinaria e dal cantabile, ottenuto attraverso la trasposizione sintattica e la spezzatura

delle frasi.

CAPITOLO 12. L’OTTOCENTO.

1) Purismo: il culto del passato.

All’’inizio dell’Ottocento si sviluppò un movimento che va sotto il nome di Purismo. Questo

movimento indica un’avversione e intolleranza per ogni innovazione, influsso straniero, tecnicismo

o neologismo. Conseguenza è un vagheggiamento dell’antico, un forte disprezzo per i tempi

presenti e una teoria della lingua intesa come progressiva caduta.

Il capofila di questo movimento fu padre Antonio Cesari, ma si ricordano anche altri nomi come

quello del napoletano Basilio Puoti, maestro di De Sanctis, che tenne una scuola libera e una

privata dedicata all’insegnamento della lingua italiana, intesa in base a una concezione puristica

meno rigida di quella del Cesari.

2) La “Proposta” di Monti e le reazioni antipuristiche.

Vincenzo Monti pose un freno alle esagerazioni del purismo. Definì Cesari il grammuffastronzolo di

Verona e gli rinfacciò di aver dato una versione del Vocabolario della Crusca apparentemente più

ampia, ma in realtà non aveva aggiunto nulla. La “Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al

Vocabolario della Crusca” (1817-1824), era un’opera di équipe impegnata alla ricerca degli errori

della Crusca. Il Vocabolario era infatti inadeguato, caratterizzato da una visione angusta della

lingua. Con Monti era Ludovico il Breme, che oltre a far polemica sulla Crusca, invocava un

atteggiamento di critica anche verso la tradizione.

3) La soluzione manzoniana alla “questione della lingua”.

La teoria linguistica manzoniana segna una svolta nelle discussioni sulla questione della lingua.

Manzoni studiò per molti anni la lingua italiana ma i suoi studi non vennero mai pubblicati in vita. Si

limitò a pubblicazioni più brevi.

Affronto le problematiche della questione linguistica a partire dalle sue esigenze personali di

romanziere. Iniziò ad occuparsi della prosa con la stesura del “Fermo e Lucia”. Questa prima fase

è definita eclettica, in quanto cercò di raggiungere uno stile duttile e moderno usando il linguaggio

letterario, ma non alla maniera dei puristi, infatti usava francesismi e milanismi o la regola

dell’analogia. Nella seconda stesura invece si allontana dallo stile composito e si lamenta della sua

naturale tendenza al dialettismo. La seconda fase è detta toscano-milanese e corrisponde alla

stesura della “Ventisettana”. Lo scrittore cercava di usare la lingua toscana ma ottenuta per via

libresca. Usa il Vocabolario della Crusca ma ne accusa lo scarso uso di alcuni vocaboli dell’epoca.

Quindi utilizza gli strumenti che più gli sono familiari, come il francese o il dialetto milanese per

approfondire la conoscenza del tosano. Dunque andò a Firenze per imparare direttamente la

lingua e vi avvenne la risciacquatura dei panni in Arno, per cui la terza edizione de “I promessi

sposi” usava il fiorentino dell’uso colto.

Nel 1868 rese pubbliche in una “Relazione” al ministro Broglio le ragioni per le quali gli pareva che

il fiorentino dovesse esser diffuso attraverso una capillare politica linguistica e aggiunge la

proposta di un nuovo vocabolario. Naturalmente si scatenò la polemica.

L’unico freno al diffondersi della teoria manzoniana nelle scuole fu il professor Carducci, avversario

del popolanesimo toscaneggiante. Manzoni si oppose al purismo di Cesari dal quale lo divideva la

coscienza che la naturalezza della lingua non poteva essere cercata in una congerie di modelli

scritti. Buona parte del saggio “Della lingua italiana” è dedicata a combattere le tesi di Codillac

sull’origine del linguaggio: Manzoni accettava l’idea della lingua come dono divino e rifiutava una

società senza lingua. Rimarrà sempre legato alla polemica contro gli Ideologues del 700.

Elaborò il principio dell’adeguatezza per cui una lingua viva è quella che basta alla società che la

parla e non accetta il concetto di lingua modello perché la forma della lingua non esiste se non

nella lingua in atto. Le lingue sono mutabili, quindi non si possono definire le leggi della lingua

come quella delle categorie grammaticali.

4) Realizzazioni lessicografiche.

L’800 è stato il secolo dei dizionari.

Antonio Cesari, padre del purismo pubblica la cosiddetta “Crusca veronese”.

Tra il 1833 e 1842 fu pubblicato il Vocabolario della lingua italiana” di Giuseppe Manuzzi, anche

questo nato dalla revisione della Crusca.

Tramater pubblicò il “Vocabolario universale italiano”, la cui base era ancora la Crusca, ma rivista:

aveva un taglio enciclopedico e dedicava particolare attenzione alle voci tecniche, delle scienze,

lettere, arti e mestieri, le definizioni zoologiche e botaniche poggiano sulla precisa classificazione

scientifica.

Il “Dizionario” Tommaseo-Bellini si caratterizza per la sua originalità che lega il suo autore

all’editore Pompa di Torino, col quale stipulò un contratto che l’avrebbe portato a dedicare tutto il

suo tempo al vocabolario. Tommaseo di preoccupò di illustrare le idee morali, civili e letterarie. Uno

dei punti di forza era la strutturazione delle voci: il criterio consisteva non nel privilegiare il

significato più antico o etimologico, ma nel dichiarare “l’ordine delle idee”, partire cioè dal

significato più comune e universale, privilegiando l’uso moderno della lingua.

Questo può considerarsi il primo vocabolario della lingua italiana

Per quanto riguardava i vocabolari, Manzoni aveva due obbietti: uno era quello di mostrare l’uso

vivente della lingua, documentandola attraverso gli esempi degli scrittori del passato, ma per far

questo servivano vocabolari storici. Il secondo obbiettivo stava nella realizzazione di una serie di

vocabolari dialettali che suggerissero l’esatto equivalente fiorentino. Manzoni non vide il

compimento del suo vocabolario firmato Giorgini-Broglio (il genero e il ministro) dal nome “Novo

vocabolario della lingua italiana secondo l’uso di Firenze”. Manzoni aveva guardato al “Dictionaire

de l’Academie francaise” e ne aveva applicato i principi alla nostra lingua, abolendo gli esempi

d’autore e presentando le testimonianze di uso generale, eliminando le voci arcaiche.

5) Effetti linguistici dell’Unità politica.

Al momento dell’Unità in comune tra i vari stati italiani c’era soltanto un modello di italiano

letterario, elaborato dalle élites. Mancava quasi completamente una lingua comune della

conversazione. Il numero degli italofoni era incredibilmente basso: secondo De Mauro al 2,5%,

secondo Castellani al 10%. De Mauro fa il suo calcolo in base alla ristretta cerchia di persone che

frequentarono la scuola superiore, inserendo toscani e romani avvantaggiati nell’uso della lingua.

Castellani invece crede in una regione mediana (Marche, Lazio, Umbria) che alza la percentuale.

Con l’unità, la scuola elementare divenne ovunque gratuita e obbligatoria secondo la legge Casati.

La legge Coppino del 1877 rese effettivo poi l’obbligo di frequenza.

Le cause che hanno portato all’unificazione italiana sono: l’azione unificante della burocrazia e

dell’esercito; l’azione della stampa periodica e quotidiana; gli effetti dei fenomeni demografici quali

l’emigrazione; l’aggregazione attorno a poli urbani.

Gli emigranti italiani erano in gran parte analfabeti e dialettofoni e il loro allontanamento fece

diminuire il numero di oloro che erano in condizioni più svantaggiati rispetto alla lingua e alla

scuola. L’emigrante di ritorno però fu un elemento di effettivo progresso, perché l’esperienza

all’estero gli aveva insegnato ad essere diverso e ad apprezzare il valore dell’istruzione e

dell’alfabetismo.

Nel 1873 le idee manzoniane furono contestate da Graziadio Isaia Ascoli, il fondatore della

linguistica e dialettologia italiana. La critica andava al vocabolario Giorgini-Broglio. Escludeva che

si potesse identificare l’italiano col fiorentino vivente e affermava che era inutile e dannoso ad

aspirare all’unità assoluta della lingua. L’unificazione linguistica non poteva essere conseguenza

diretta di un progetto pilotato. Inoltre contestava il fatto che si potesse applicare all’Italia il modello

centralistico francese, dato che la l’Italia era composta da stati diversi ed era da considerarsi un

paese policentrico, in cui le tradizioni delle diverse regioni dovevano diventare omogenee a poco a

poco.

6) Il linguaggio giornalistico.

In questo secolo c’è il proliferarsi di giornali e riviste che vogliono un pubblico nuovo e quindi

necessitano un linguaggio più semplice. Naturalmente il primo giornale risolta comunque un

prodotto d’élite, ma a partire dalla seconda metà diventa un fenomeno di massa. Nel giornale si

alternano voci culte e libresche a voci popolari, anche se vengono evitati i dialetti più vistosi.

Importante è il fatto che il linguaggio del giornale è vario a seconda dell’ambito di cui si

interessava: cronaca, economia o pubblicità.

7) La prosa letteraria.

È l’epoca in cui si fonda la moderna prosa narrativa attraverso Manzoni e Verga. Manzoni ebbe il

merito di rinnovare il linguaggio del romanzo, della saggistica, avvicinando lo scritto al parlato. i

puristi nella prosa si ispiravano a Boccaccio.

Una svolta nella prosa letteraria la si ha con i “Promessi sposi” di Manzoni per:

- l’espunzione delle forme lombardo-milanesi coincidenti con le forme toscane (l’eliminazione del

termine marrone pe sproposito);

- l’eliminazione di forme eleganti, auliche, arcaicizzanti al posto di forme comuni ed usuali;

- l’assunzione di forme tipicamente fiorentine;

- l’eliminazione dei doppioni ( eguaglianza > uguaglianza)

La risciacquatura dei panni in Arno determinò l’adozione di uno stile più naturale, slegato dalla

tradizione aulica.

Altri modelli di prosa toscana furono quelli di Collodi e del suo “Pinocchio”, che ebbe influenza

soprattutto su un pubblico giovanile

Per quanto riguarda Verga assistiamo a un processo, messo in atto nei “Malavoglia”, in cui si

adatta la lingua italiana ai personaggi siciliani del ceto popolare, senza far regredire il dialetto. I

tratti popolari sono l’uso dei soprannomi dei personaggi, l’uso del che polivalente ricalcato sul ca

siciliano, il ci attualizzante, gli per loro. Questi tratti popolari servono a simulare un’oralità viva.

Nuova è la sintassi utilizzata da Verga che consiste in un miscuglio tra discorso diretto ed indiretto.

Nasce il discorso diretto libero in cui non vengono aperte virgolette e quindi è ancora lo scrittore

che ci riferisce le parole o i pensieri del personaggio, ma allo stesso tempo lo fa in un modo tipico

di quel solo personaggio e dunque il lettore avverte che quelle parole non sono dell’autore-

narratore ma del personaggio.

Questa innovazione dava la possibilità di snellire la sintassi da troppe subordinate e dava voce a

personaggi nuovi, popolari.

Si completava il cammino della lingua scritta verso il parlato, non solo nella forma del toscano, ma

anche dell’italiano popolare e regionale.

8) La poesia.

Il linguaggio poetico si caratterizza almeno inizialmente per una fedeltà alla tradizione aulica e

illustre, in coincidenza con l’affermarsi del neoclassicismo. Abbiamo personaggi come Monti,

restauratore del linguaggio classico” o Foscolo. Abbiamo molti iperbati, inversioni, sincopi,

troncamento; il lessico si riduce a poche parole nobili.

Le parole di tutti i giorni trovano difficoltà ad entrare in poesia, cosa che volevano fare i Romantici.

Qualche segno di innovazione si ha con la scapigliatura, gli unici capaci di introdurre termini

realistici in poesia.

Eccezionale sviluppo però ebbe a poesia in dialetto. Tra i più alti esponenti il milanese Porta e il

romano Bellini.

Il classicista Pietro Giordano obiettava che l’uso dei dialetti fosse nocivo alla nazione. Riteneva che

la poesia dialettale fosse da collocare su di un piano basso, tra il plebeo e lo scherzoso, ma non

avesse nessuna funzione di progresso.

Per contro i milanesi erano molto favorevoli, in quanto lo vedevano come un modo di avvicinarsi

alla lingua popolare e come un canale di diffusione della cultura tra i ceti umili.

I romantici si proponevano come difensori del dialetto, mentre i classicisti ovviamente no.

CAPITOLO 13. IL NOVECENTO.

1) Il linguaggio letterario e scientifico nella prima metà del secolo.

Carducci è l’ultimo scrittore che incarna il ruolo del vate e la lingua della sua poesia aderisce alle

convenzioni che vogliono nobilitare la realtà toccata dai versi. Anche la poesia di D’Annunzio non

rinuncia alla nobilitazione e, pur aderendo alla tradizione, si presenta come forma innovativa per la

capacità di sperimentare tante forme diverse e per il gusto di citare stilemi antichi. A lui si devono

alcuni neologismi come velivolo per aeroplano.

Una prima rottura con il linguaggio tradizionale si ha con Pascoli, i crepuscolari e le avanguardie.

Pascoli usa nella sua poesia parole colte e latinismi, ma il suo stile ha caratteristiche particolari: il

periodare è franto, inserisce domande, esclamazioni, risposte brevi; usa molte pause o elementi

che possono ricordare il parlato. la sua precisione botanica va al di la della poesia italiana

tradizionale, che faceva fiorire piante e alberi in periodo dell’anno che non erano i loro.

La poesia crepuscolare accentua la prosasticità e rovescia il tono sublime della tradizione aulica,

molto spesso, come in Gozzano, utilizzando l’ironia.

Tra le avanguardie in Italia abbiamo il Futurismo, il quale fece un appello provocatorio sul

rinnovamento della forma. Propendeva all’uso di parole miste a immagini, l’uso di caratteri

tipografici di dimensioni diverse, effetto collage. Soprattutto premevano sull’abolizione della

punteggiatura e sull’ampio uso dell’onomatopea. La poesia futurista si impadronì del lessico delle

automobili, dei motori, della guerra moderna e meccanizzata.

Le punte più innovative della prosa dannunziana le troviamo nel “Notturno” e nel “Libro segreto”.

La prosa del “Notturno” si caratterizza per il periodare brevissimo, pieno di “a capo”, con molti

elementi fonici e ritmici, con una sintassi prettamente nominale..

La prosa di Pirandello vede la presenza anche di elementi del parlato.

Di Italo Svevo si conosce il rapporto non facile con la lingua italiana a causa della sua provenienza

periferica (Trieste) e per la sua esperienza culturale completamente diversa dagli altri. All’interno

della sua opera più famosa incontriamo l’uso di avere per i verbi servili ed alcune incertezze nei

tempi verbali.

Un punto importante rimane l’uso del dialetto. Si noti in Carlo Emilio Gadda la presenza di più

dialetti nelle sue pagine, che gli hanno dato la nomea di scrittore mistilingue. Attraverso il dialetto si

attua un effetto di deformazione della lingua. Troviamo comunque gli stereotipi del linguaggio

aulico, tecnicismi, esotismi e inserti di lingua straniera.


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Riassunto per l'esame di Storia della Lingua Italiana, basato su appunti personali e studio autonomo del testo La Lingua Italiana di Marazzini consigliato dal docente Serianni. Gli argomenti trattati sono i seguenti: il “De vulgari eloquentia” di Dante Alighieri, la riflessione scientifica sulla storia dell’italiano. August Wilhelm Schlegel, la filologia romanza, i soggetti e gli oggetti della storia linguistica.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in letteratura musica spettacolo
SSD:
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher chiuzzy89 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Serianni Luca.

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