Capitolo 1. Storia della lingua italiana: nascita e sviluppo di una disciplina
Il "De vulgari eloquentia" di Dante
Il più antico trattato in cui vennero affrontati temi storico-linguistici è il "De vulgari eloquentia" di Dante, risalente a inizio 300. Dante ha passato in rassegna le varietà di volgare parlate nella penisola italiana, affrontando un discorso di tipo storico, a partire dalle origini del linguaggio umano. Dante è sicuro della parentela tra francese, provenzale e italiano, come anche crede che alle spalle di queste non ci sia il latino, ma un’altra lingua, dato che per lui il latino è una lingua costruita dai dotti. Il "De vulgari eloquentia" non influì direttamente sugli uomini del tempo di Dante, bensì su quelli del XVI secolo, quando il testo venne riportato alla luce.
Le teorie degli umanisti
I primi studi linguistici ebbero inizio con gli umanisti della prima metà del 400, che si chiedevano non tanto l’origine dell’italiano, ma come parlavano gli antichi romani e perché quella romanità ebbe fine. Due erano le ipotesi: Biondo Flavio credeva che a Roma si parlasse una sola lingua, il latino, ma che questa si fosse corrotta a causa delle invasioni barbariche; Dante credeva che la mutevolezza delle lingue deriva dalla maledizione babelica. La tesi di Flavio fu quella che maggiormente prese piede, tant’è che fu seguita anche da Pietro Bembo nelle "Prose della volgar lingua".
L’umanista Leonardo Bruni era convinto che già al tempo di Roma il latino non fosse una lingua omogenea, ma esistessero al suo interno due diversi livelli, uno alto e uno basso, letterario e popolare. Dall’ultimo si sarebbe poi sviluppato l’italiano. Questa tesi si avvicina a quella in cui crediamo noi moderni del "latino volgare".
La teoria del "latino volgare" in Castelvetro
Nel corso del 500 la teoria di Leonardo Bruni fu ripresa e corretta, dato che in precedenza era stata interpretata nel modo inesatto di considerare la divisione del latino in alto e basso non come due livelli linguistici, ma come due vere e proprie lingue separate. Lodovico Castelvetro usò la definizione di "lingua latina volgare" per spiegare l’esistenza a Roma di un latino popolare, il quale nella grammatica non differiva dal latino vero e proprio, ma era diverso nel lessico dal latino nobile, dato che possedeva parole che nel latino classico non c’erano e che erano sopravvissute poi nell’italiano.
La ricerca di documenti epigrafici e archivistici: Celso Cittadini e Ludovico Muratori
Celso Cittadini, autore del "Trattato della vera origine e del processo e nome della nostra lingua" escludeva che le invasioni barbariche avessero influito nello sviluppo della lingua italiana. Cercò di avvalorare la sua tesi attraverso lo studio di documenti epigrafici che avevano errori già prima delle invasioni. Dunque la lingua latina non andava vista come omogenea, dato che già al suo interno si avviavano dei cambiamenti.
Ludovico Muratori invece voleva tentare di trovare un documento pari ai francesi "Giuramenti di Strasburgo" anche per l’Italia. Inoltre era convinto che le lingue germaniche avessero avuto un gran peso nella trasformazione del latino e che la "lingua intermedia" non fosse mai esistita.
La riflessione scientifica sulla storia dell'italiano
August Wilhelm Schlegel
Gli Schlegel sono il punto fisso nella storia della linguistica, tant’è che è così divisibile in due fasi: una fase prescientifica e una scientifica (dagli Schlegel in poi). Secondo loro le lingue potevano essere di tre tipi:
- senza struttura grammaticale;
- ad affissi;
- flessive.
Alla prima categoria facevano parte tutte quelle lingue con parole che non potevano essere modificate (cinese). La seconda categoria era quella delle lingue che permettevano la combinazione di composti, ottenuti mediante elementi dotati di un senso compiuto (lingue degli indigeni americani). Le lingue flessive infine sono quelle dotate di un sistema grammaticale strutturato (sanscrito, greco, latino, idiomi europei): ogni parola è composta da una radice e può essere modificata da una desinenza, che ne segna il genere, numero, alterazione, tempi verbali.
Inoltre vi era un’ulteriore differenza tra lingue sintetiche e lingue analitiche, che serviva a distinguere le lingue antiche da quelle moderne. Le lingue analitiche erano nate dalla decomposizione di quelle sintetiche, avevano l’articolo, i pronomi davanti ai verbi, usavano gli ausiliari. Tutto ciò non avveniva in lingue sintetiche come il latino, che conosceva l’uso dei casi ma non l’articolo, proprio invece a tutte le lingue romanze.
Inoltre Schlegel introduceva anche una critica alla teoria della "lingua intermedia" sostenuta da Raynouard che credeva nell’uniformità della lingua romana in tutto l’impero. Cosa, per il tedesco, impossibile, in quanto il concetto di lingua romana andava inteso come pluralità di lingue locali, differenti a seconda del periodo e luogo.
Graziadio Isaia Ascoli
Fu il primo a dare una descrizione accurata e completa della distribuzione dei dialetti italiani in uno studio intitolato "L’Italia dialettale". Rielaborò la teoria del sostrato, che vede un popolo conquistato perdere la sua lingua per quella del vincitore. Dimostrò che l’unificazione linguistica dell’italiano non era stata come quella del latino e del francese, ossia centrista, ma policentrista, visto che l’unificazione politica c’è stata solo nel XIX secolo e che l’Italia era divisa da Nord a Sud in Regni diversi.
Nascita di una nuova disciplina
Il contributo della filologia fu realmente rilevante a partire dalla fine dell'800 fino alla prima guerra mondiale. In questo periodo infatti si scoprono e pubblicano tutti i più antichi documenti della lingua italiana, come la "Carta Picena" (1878), la "Confessione umbra" (1880), la Carta Osimana (1908) e la Carta Fabrianense (1912). La prima cattedra di Lettere di Firenze fu ricoperta da Bruno Migliorini e da lui e Giacomo Devoto venne fondata la rivista "Lingua Nostra".
Altro nome molto importante è quello di Tullio De Mauro che pubblica nel 1963 "Storia linguistica dell’Italia unita", caratterizzato dall’uso di dati statistici ed economici. Studiò le condizioni culturali e linguistiche dell’Italia al momento dell’unificazione, calcolando che chi era in grado di parlare italiano si aggirava soltanto intorno al 2,5%. Stabilì inoltre che a favorire l’unificazione linguistica fu l’emigrazione, l’urbanesimo, la nascita di grandi poli industriali, stampa, tv, radio, la burocrazia e servizio militare obbligatorio.
Il grande manuale di riferimento per la "questione della lingua" è quello di Vitale, diviso per capitoli, a partire da uno Preliminari dedicato a Dante, per poi parlare del dibattito tra gli Umanisti, 500, 600, 700, 800, fino a un’Appendice novecentesca; ci sono speculazioni su Dante, Bembo e Manzoni ed infine un’ Antologia della critica in cui tratta i momenti determinanti per la questione della lingua.
Capitolo 2. Strumenti di lavoro
La filologia romanza
La filologia romanza "romanistica" si occupa delle lingue derivate dalla lingua di Roma, dunque neolatine o romanze. Per far ciò lo storico della lingua ricorrerà ai manuali di filologia romanza come "Le origini delle lingue neolatine" di Tagliavini. Esso si apre con un capitolo sugli studi di Schlegel, segue uno sul sostrato preromano in cui si ragiona sulla possibilità dell’Italia di essere abitata da civiltà che parlassero lingue italiche (etruschi, greci, sardi, celti…). Poi c’è un capitolo sulle trasformazioni del latino nell’impero romano ed infine la formazione delle lingue romanze.
In Italia, dal Medioevo al Rinascimento, vengono usati tre tipi di scrittura: gotica (XII-XIII sec) considerata barbara, modificata poi dai primi umanisti in una lettera più tonda e meno rigida detta semigotica. La gotica era usata per scrivere libri, mentre la comune minuscola corsiva era la minuscola cancelleresca, usata soprattutto per documenti notarili. La mercantesca fu soprattutto espressione del ceto della borghesia e fu usata nei quaderni di conti e lettere di cambio. Nel 400 arriva l’italica, elegante e raffinata, passata poi alla stampa.
La dialettologia italiana
Alcune tra le guide per lo studio dei dialetti sono "L’Avviamento critico allo studio della dialettologia italiana" di Cortellazzo e "Fondamenti di dialettologia italiana" di Grassi, Sobrero, Telmon. Quest’ultimo si apre con la definizione di dialetto e con la classificazione dei vari dialetti italiani con la descrizione del loro uso nella società attuale.
Per lo studio dei dialetti sono poi fondamentali gli atlanti linguistici che consistono in rappresentazioni cartografiche della distribuzione spaziale di parole, forme, espressioni e fenomeni fonetici (Atlante Italo-Svizzero). La grammatica storica invece nasce nella seconda metà del 800 grazie allo studioso tedesco Gerhard Rohfs.
Dizionari storici e concordanze
Tra i dizionari storici, ossia quelli che vogliono documentare l’uso in tutte le epoche, il più importante è il "Battaglia". Il GDLI (Grande dizionario della lingua italiana) è il più grande vocabolario italiano, costituito da un’impostazione fortemente letteraria e in cui infatti ci sono moltissimi esempi di scrittori. Il lemma è scritto in neretto ed è seguito dalle specificazioni grammaticali, dalla specificazione dell’ambito di uso della voce, divisa in due sezioni ciascuna per i significati del termine, infine vi è l’etimologia.
Di particolare uso sono i libri di "concordanze", raccolte di parole usate da un autore e ordinate in chiave alfabetica. La LIZ (Letteratura italiana Zanichelli) è un corpus di grande ampiezza che contiene ben mille testi della nostra letteratura fino al 900.
Grandi dizionari dell’uso
A differenza dei dizionari storici che documentano l’evoluzione della lingua dal passato all’oggi, quelli "dell’uso" informano sulla lingua moderna anche se al suo interno sono presenti riferimenti a parole antiche. Servono soprattutto a risolvere i dubbi di grafia, pronuncia, divisione sillabica, informano sul significato esatto delle parole, sui significati metaforici, l’ambito d’uso, la legittimità di neologismi e forestierismi. Non dà solo una visione sincronica, attuale, ma spiega il significato della parola a partire dall’uso arcaico.
Dizionari etimologici
Il dizionario etimologico dà conto dell’origine della parola di una lingua. Il lemma è seguito da indicazioni grammaticali, dalla spiegazione del significato e nelle parentesi fa riferimento ai significati più remoti. Il DELI (Dizionario etimologico della lingua italiana) di Cortellazzo-Zolli, ha le seguenti caratteristiche:
- assegna una data di prima attestazione al lemma;
- il materiale esaminato è molto vasto;
- la trattazione etimologica è concepita in funzione della storia della parola;
- per gli etimi controversi viene indicata una bibliografia.
Il DELI ha una struttura fissa. Come prima cosa viene data la definizione della parola e poi segue la prima attestazione di essa (che non vuol dire atto di nascita); fornisce anche una breve storia della parola nella sua evoluzione. Il LEI (Lessico etimologico italiano) invece è ricco di citazioni ed esempi e viene pubblicato in fascicoli. Particolarità è che non segue l’ordine alfabetico bensì quello etimologico.
Capitolo 3. Soggetti e oggetti della storia linguistica
Volgari, dialetti e spinte regionali
La situazione dell’Italia è da sempre stata molto particolare, in quanto se a livello politico il Piemonte ha esteso al resto della penisola i suoi modelli giuridici e amministrativi, la capitale linguistica non coincideva con quella politica (Firenze-Roma). Si può parlare di dialetto solo nel momento in cui c’è affermazione della lingua. Dobbiamo distinguere tra letteratura dialettale spontanea e riflessa. La distinzione, stabilita da Benedetto Croce, si concentra sull’opposizione conscia (riflessa) o inconscia (spontanea) alla lingua.
Secondo Croce l’uso cosciente del dialetto ebbe inizio dal 600 dopo l’affermazione della letteratura in lingua. Abbiamo tre tipologie di testo: quello scritto propriamente in dialetto, quello in cui il dialetto è usato in qualche punto e quello che lo rifiuta completamente.
L’azione delle lingue straniere: i prestiti
La lingua non può vivere isolata, anzi è spesso a contatto con altre lingue e di solito quella con il maggior prestigio tende ad influenzarla con un’azione che si manifesta nei prestiti. Il prestito poi può essere adattato alla lingua che lo riceve accettandolo nella lingua originale o non viene adattato e quindi la lingua che lo riceve tenta di adattarlo alle proprie tendenze.
Inoltre il contatto tra le lingue genera anche i calchi. Questi si dividono in calchi traduzione e calchi semantici. I primi traducono alla lettera la parola straniera (skyscraper – grattacielo), i secondi modificano il significato di una parola già esistente nell’idioma che lo accetta (autorizzare significava "rendere autorevole", dal francese prende il significato di "permettere").
Infine bisogna distinguere tra "prestiti di necessità" e "prestiti di lusso". I prestiti di necessità servono per dare un nome ad oggetti nuovi (come patata, pomodoro, caffè) ai quali sarebbe stato difficile dare un nome diverso poiché inesistenti nella civiltà e lingua che li accoglieva. I prestiti di lusso invece sono evitabili, in quanto sono parole che già esistono nella lingua ospitante ma che per motivi di moda, promozione sociale o valenza emotiva vengono preferiti agli altri (pesticida per insetticida, dall’inglese pest).
Naturalmente il Purismo applicò un tentativo di censura verso i prestiti. Soprattutto sotto il Fascismo si tentò una difesa dell’italiano, abolendo i termini stranieri, spacciandolo come difesa dell’unità nazionale. Le lingue che maggiormente sono entrate in contatto con l’italiano sono il francese, lo spagnolo e l’inglese, anche se non bisogna dimenticare il latino e il greco che sono entrati a far parte del linguaggio giuridico, filosofico, letterario…
Il francese ha influenzato sin dall’inizio l’italiano principalmente perché le letterature in lingua d’oc e d’oil si svilupparono prima della nostra e furono familiari ai nostri antichi scrittori. In più il francese fu la lingua dell’Illuminismo, era parlata nel settore militare, nella moda e nella cucina, nella politica e nel campo amministrativo, era vista come lingua di letteratura e cultura e tutti i ceti colti dovevano saperla intendere se non proprio parlare. Solo nel 800 con il Purismo si provò un’avversione verso i gallicismi.
Il periodo in cui invece vi fu maggiore influenza spagnola fu tra 500 e 600, dato che la Spagna era una forte potenza coloniale. L’influenza tedesca fu minore rispetto a queste lingue, ma fu la più antica, quando cioè c’erano state le prime invasioni barbariche di goti, longobardi e franchi (guerra al posto di bellum).
Per quanto riguarda le lingue non europee non bisogna dimenticare la forte influenza dell’arabo nel periodo medievale soprattutto in ambito marinaresco, commerciale e della matematica. L’ebraico invece ha avuto un’influenza indiretta tramite il latino: mole parole ebraiche infatti ci sono giunte per influenza della liturgia cristiana. I rapporti col turco furono occasionali e di carattere più commerciale mentre ultimamente c’è stato un avvicinamento al Giappone.
Il popolo
Il linguaggio non può essere patrimonio di un solo individuo, ma dell’intera comunità dei parlanti, a maggior ragione se si pensa che le grandi trasformazioni linguistiche come il passaggio alle lingue romanze avvennero a livello popolare. La stabilizzazione delle prime norme dell’italiano avvenne nel 500. Pietro Bembo era convinto dell’aristocraticità della lingua e non riconosceva la parlata popolare che era soprattutto legata al dialetto.
Quando si parlava di popolo si faceva riferimento esclusivamente al popolo toscano, ma anche nel momento in cui venne riconosciuta la parentela tra popolo toscano e la lingua dei trecentisti, comunque occorreva stabilire un principio di autorità. Il concetto di popolo infatti non include anche la parte più bassa, ossia il volgo, ma equivale solo al ceto medio. Salviati aveva sostenuto che ci si poteva rivolgere alla lingua del popolo solo nel momento in cui gli scrittori facevano difetto.
La categoria "italiano popolare" si è poi fissata solo negli anni 70 e stava ad indicare "un italiano imperfettamente acquisito da chi ha per madrelingua il dialetto" in Italia il dialetto deve essere studiato in stretta relazione con la lingua stessa in quanto si sono verificati due processi contemporanei: da una parte i dialetti si sono avvicinati sempre di più alla lingua, mentre dall’altra la lingua ha acquisito elementi dialettali. Nel corso del 500 per esempio il romanesco si è dovuto avvicinare per forza di cose al toscano, dato che dopo il Sacco di Roma del 1527 gli abitanti di Roma erano forestieri.
Notai e mercanti
Molti dei primi scritti in volgare furono scritti dai notai e a loro si deve l’introduzione del volgare al posto nel latino. L’atto di nascita della nostra lingua è infatti il "Placito Capuano". Inoltre i notai furono i primi cultori della...
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