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Capitolo 1: La città antica e medievale

Nel 1140 il re normanno Ruggero II conquistò Napoli. La fece misurare dall’esterno ed accertò che aveva un perimetro di 2.363 passi. Oggi la superficie è considerata di 111 km, quindi sarebbe circa dieci volte più grande di quei tempi. Questo viene detto a testimonianza del fatto che Napoli nel tempo è cambiata e si è ingrandita. L’atto di misurarla dimostra che Ruggero la considera una nuova proprietà e si comporta come l’acquirente di un qualunque terreno.

Il perimetro misurato da Ruggero non era differente dalla Napoli greca e poi latina che sorgeva attorno alle strade principali, ovvero i decumani, oggi chiamate via dei Tribunali, via San Biagio dei librai ecc. Quel perimetro si estendeva da piazza Calenda all’attuale piazza Bellini. I tracciati delle piante greco-romane sono ancora riconoscibili nonostante le successive stratificazioni che nel tempo hanno trasformato la città.

Per quanto riguarda la lingua, la varietà locale è il napoletano che deriva dal latino; anzi il latino nel tempo si è modificato secondo le specifiche caratteristiche locali e si è rinnovato con l’incontro con altre lingue. Nel medioevo a Napoli vi era la compresenza del latino e del greco, poiché la città fu fondata dai coloni provenienti da Cuma nel VI sec. prima di Cristo ed assunse un ruolo di collegamento tra i latini ed i greci. Sul finire del secolo però, oltre al greco ed al latino delle iscrizioni ritrovate si sviluppa anche una parlata locale differente dal latino.

Napoli, benché non fosse la città più importante, si distingueva per una scuola di traduttori dal greco al latino che fece circolare in occidente numerose vite di santi. Proprio nel prologo della Passione di S. Teodoro del diacono Bonito, questi afferma che i napoletani assumevano un atteggiamento di derisione rispetto a cattive traduzioni più greche che latine. Queste erano traduzioni in rustico stylo, cioè un greco misto al latino o pronunciato in maniera volgare. Come in tutta l’Europa medievale, anche a Napoli l’alfabetizzazione era molto carente, ma non dipendevano da questo tali traduzioni, ma dal fatto che il greco parlato si era ormai allontanato dal greco classico e dunque nella scrittura non appariva corretto.

Grecismi medievali

A proposito di greco, vigente in ambito religioso, si radicarono nel lessico alcuni grecismi come cannela a uoglio che deriva da kandìli greco. Oppure thius cioè zio, potega bottega, scalandrone scala di legno, caccavo recipiente e scartiello cesta e per derivazione scartellato.

Longobardismi ed elementi del volgare locale

Si deve anche ai Longobardi la diffusione di termini della cosiddetta cultura materiale, come pizza che deriva da pezzas, gafio o vafio come pianerottolo ed anche zizza cioè mammella ancora presente nel lessico odierno.

I normanni

Nel 1140 i normanni entrarono a Napoli, avendo precedentemente conquistato Aversa nel 1039. La loro presenza ebbe effetti positivi. Tancredi dispensò i napoletani dal pagamento di dazi e si forma un nuovo mercato che richiamò mercanti forestieri da Pisa ed Amalfi. Morto Tancredi la città andò nelle mani di Enrico VI e dopo ancora con Federico II di Svevia, dopo aver raggiunto un incremento demografico, divenne un centro culturale importante. Nacque l’università e la lingua di tale istituzione fu il latino. Le popolazioni francesi giunte al seguito dei normanni, portarono numerosi gallicismi che si sarebbero radicati in età angioina. Come perciare forare, perciante noioso tutti riconducibile al latino pertusiare.

Capitolo 2: La nuova città e le lingue in epoca angioina

Nel 1266 con l’arrivo di Carlo d’Angiò Napoli assunse una fisionomia nuova. Come ricorda il cronista Giovanni Villani, il re volle per sé una nuova reggia diversa dalla precedente, Castel Capuano, che prendeva il nome dalla vicina Porta Capuana. La nuova reggia venne costruita vicino al mare e questa scelta fu fatta per modificare l’orientamento della città che doveva espandersi proprio in direzione del castello e del mare.

Tra la fine del 200 e l’inizio del 300 la popolazione raddoppiò non solo per l’incremento delle nascite ma anche per l’immigrazione: molti giunsero al seguito degli angioini, altri dalle campagne si trasferivano in città per la nuova vivacità dei commerci. Dalla toponomastica, capiamo che i mercanti si stabilirono principalmente vicino al mare: rua Catalana, loggia dei Pisani ecc. anche le diverse attività artigianali, concentrate in diverse parti della città, danno il nome a molte strade: Coltellari, Bottonari, Calderai, Pellettieri ecc. Alcuni di questi nomi rivelerebbero dai suffissi –ieri –eria un’origine francese. Coi i francesi giungono a Napoli anche i banchieri fiorentini: famosa era la famiglia degli Acciaioli che favorirono una nuova funzione culturale esaltata dalla presenza di artisti e letterati.

Nei primi anni del 300 si determina una situazione favorevole all’uso del volgare nella scrittura, grazie all’impulso dato dai francesi e dai fiorentini. I diversi volgari si sostengono a vicenda come alternativa al latino, soprattutto nei campi che si aprono ai nuovi lettori ed ai nuovi scriventi estranei alla cultura latina. Sulla facciata della chiesa di San Pietro Martire fu collocata nel 1361 una lapide votiva, il cosiddì detto bassorilievo del Trionfo della morte che ricorda uno scampato naufragio. I versi rimandano ad una letteratura religiosa che da altre regioni giunge sporadicamente a Napoli. Troviamo una ò al posto del napoletano aggio per ragioni metriche e manca in tutto il testo il dittongo metafonetico che poteva presentarsi nelle rime in –ento cioè quando ha luogo la dittongazione in napoletano.

L’influenza degli ordini religiosi è evidente in questo testo ma anche in generale, a Napoli i monasteri francescani cambiano la fisionomia della città ed è notevole il ruolo degli studi avviati a San Lorenzo e Santa Chiara. Molto più estesa fu l’azione dei predicatori che raggiungevano tutta la popolazione con i loro sermoni pronunciati in un volgare mescolato al latino. Anche un’altra iscrizione nella chiesa di San Lorenzo dedicata all’ammiraglio Aldemoresco è scritta in francese e dimostra che questa lingua (francese nel lessico napoletano) era utilizzata nella scrittura perché aveva, come ancora nel 400, un’effettiva circolazione parlata.

A proposito di iscrizioni, proprio nella reggia angioina, si trovava “la bella sala” nella quale probabilmente si leggevano iscrizioni in versi che accompagnavano gli affreschi degli uomini illustri dipinti probabilmente da Giotto. Gli affreschi esaltavano le virtù eroiche cavalleresche ed è possibile che la sala affrescata abbia rappresentato per i napoletani un modello da imitare nelle dimore costruite intorno al castello. La “bella sala” non è sopravvissuta alle rovine, ma si conserva la lapide del trionfo della morte nel museo di san Martino.

Giovanni Villani narra come alcuni sorrentini ribelli, credendo di rendere omaggio all’ammiraglio Ruggeri si rivolsero invece all’erede al trono Carlo d’Angiò. Tale dialogo è avvenuto nella parlata locale che lo stesso Carlo comprende e che a sua volta risponde nella sua lingua. Tale racconto è uno dei modi concreti attraverso cui si manifesta il prestigio culturale e linguistico dei fiorentini che in eventi di questo tipo, propongono agli altri la propria lingua come uno strumento immediatamente pronto per uno scritto multifunzionale.

I toscani stessi funsero da ispiratori dei napoletani, che benché volessero raggiungere la qualità linguistica toscana non ci riuscivano bene ma allo stesso tempo entrarono, a contatto con tale lingua, in un vasto circuito culturale. Il napoletano appare adatto alla comunicazione locale, mentre risaltano le potenzialità comunicative ad alto raggio della lingua dei letterati che circola con i mercanti cosmopoliti. Benché i toscani notassero le differenze tra il proprio volgare e quello locale, spesso si cimentavano nel parlarlo, come accadde alla giovane Sismonda della famiglia degli Acciaioli.

Il napoletano rappresentato da Boccaccio

Come Sismonda anche il giovane Giovanni Boccaccio si trasferì a Napoli. Fu da subito molto attento ad apprendere le caratteristiche linguistiche del luogo come ci dimostra la sua lettera a Franceschino dei Bardi che è una grande testimonianza del napoletano del 300. In questa lettera sono presenti caratteristiche vigenti ancora oggi come: i dittonghi –uoe –ie di origine metafonetica, la chiusura metafonetica, il nesso kj- derivato dal latino pl-, il dimostrativo killo e il passato remoto in –ao. I verbi sono presenti in forme enclitiche e ci sono molte parole del lessico moderno come: masculo, pate, intanto, figliare, saccio, tantillo, zitelle. Costante è la soluzione sintattica tipica del napoletano, cioè l’anteposizione di una forma pronominale che anticipa il soggetto presente nella frase.

Nella lettera mancano alcuni fenomeni forse già presenti nel napoletano antico: tra questi l’evoluzione della –d intervocalica che diventa –r (carè-cadere). Riconosciamo nel testo di Boccaccio altre caratteristiche non più presenti nel napoletano perché modificatesi nel tempo, come l’articolo lo davanti a consonante, il passato remoto appe anziché ebbe, il condizionale facèramo, eo al posto di io, una picca invece di un poco. Casi particolari riguardano i dittonghi in parole che oggi sono senza dittongo come fratiello, biello, nuostra, tuorcia. Un’altra particolarità sono i sicilianismi lessicali come patino parroco e minchia. Con la sua lettera insomma boccaccia volle fissare le specificità linguistiche locali osservate con curiosità da un parlante non napoletano che percepisce con più acume le differenze con la propria parlata.

Il “divertimento” dell’autore può infatti rispondere ad una sorta di ammiccamento tra toscani ma tale prospettiva non esclude che l’autore volesse cimentarsi nell’esperimento di mettere per iscritto un verosimile ritratto del napoletano con una catalogazione di tutti gli aspetti linguistici. I parlanti napoletani avranno pur subito un’influenza dal toscano ma continuano a parlare la propria lingua consapevoli che la comprensione reciproca poteva realizzarsi.

Lingua locale nella lettera di un tesoriere

Ci perviene una lettera di carattere privato inviata a Lapa acciaioli dal suo tesoriere Tommaso da Nizza nella quale le forme locali si accostano a quelle toscane. Vi troviamo elementi ancora tipici oggi del napoletano come i dittonghi metafonetici buono e puovere (anziché povera), la chiusura metafonetica in ditimi, chilli, iscrivitimi, il passaggio dalla –l preconsonantica a –u- in autra e -pr che deriva da -pl e -fr da –fl. In alcune parole incontriamo l’affricata dentale dove oggi c’è la palatale prace invece di piace, unca al posto di oncia ecc. Altre differenze deriverebbero dall’influenza del fiorentino come yo in alternanza con eo, la i protonica in dinari, sinnore; un meridionalismo è stipato come conservato.

Di diverso genere sono le missive scritte dai reali da cui traspare una tendenza all’ibridismo in tratti spiegabili anche come sicilianismi sia nelle finale –i e –u sia nelle toniche chiuse.

Lessico di lunga durata e francesismi

Per dare idea di come si parlasse a Napoli, Boccaccio nella sua lettera adottò una serie di francesismi es. gardè, Diè al posto di Dieu, Dio. Mediemmo senza –s al posto di medesimo e Madama riferito alla regina. Un’idea di come il francese potesse fare tendenza nella Napoli del 300 si trae dal lessico del Libro de la destructione de Troya che favorisce il discorso in un lessico cavalleresco che risente dell’influenza francese. Tra i gallicismi in uso a Napoli nel 200 e nel 300 spiccano: adastamiento, adastanza fretta, arnese armi, bazellaria coraggio, tutti termini di origine francese che si riferiscono al mondo delle armi e delle battaglie. All’influenza francese risalgono tutte le parole con suffisso in –anza e tra queste vi è astanza che deriva da chance francese cioè possibilità. Molte tra queste parole non sono sopravvissute perché utilizzate solo nella comunicazione. In Irpinia si sente ancora il verbo montovà nominare dal francese mentevoir. Una pressione del francese sul volgare è evidente sin da alcuni elementi lessicali entrati in epoca angioina e radicatisi saldamente nel dialetto. Il caso più vistoso è guaglione che in origine voleva significare aiutante nel lavoro dei campi; deriva infatti dal francese volgare vaignu che ha infatti lo stesso significato. Alle nuove mode gastronomiche indotte dagli angioini risale anche la pastiera, si rivela un francesismo dal suffisso -iera laddove nella fonetica napoletana al femminile i dittonghi sono assenti.

Il volgare in letteratura

La preferenza della nobiltà napoletana per la cultura francese, si nota da vari indizi: il primo è che i poeti che gravitavano in corte erano francesi, il secondo è che le prime opere in volgare a noi note sono delle traduzioni dal latino in francese compiute all’inizio del 300 a opera di due volgarizzatori non francesi: uno lo dichiara e per l’altro lo si deduce da meridionalismi linguistici. Entrambi dichiarano di aver assecondato le richieste dei nobili i quali ritenevano che il volgare più adatto fosse proprio quello francese.

Una di queste traduzioni riguarda dei testi storici tra i quali istoria Longobardorum e Historia Normannorum. Di questi poemetti vi sono diverse stesure e quelle più recenti risultano libere dai tratti linguistici locali. Anche la produzione dei poeti lirici dimostra un avvicinamento al toscano e molte di queste poesie furono tramandate nel Gaddiano Reliqui 198 della biblioteca Laurenziana di Firenze. La presenza di parlanti di altra provenienza a Napoli avrà permesso di riconoscere il proprio modo di parlare diverso da quello altrui e tale consapevolezza ha favorito le tendenze conservative.

Capitolo 3: Il Rinascimento di Napoli aragonese

La dominazione angioina ebbe fine nel 1442, quando Napoli fu conquistata dal re Alfonso il Magnanimo d’Aragona che, dopo aver tenuto un accampamento fuori città, celebrò il suo trionfo attraversando la città su un carro dorato. Napoli era distrutta non solo nella parte circostante a Castelnuovo ma anche quella portuale dove erano avvenuti gli sbarchi. In poco tempo la città fu ricostruita ed alla rinascita economica, culturale e commerciale si aggiunsero nuove edificazioni. Fece ricostruire il castello ormai distrutto dando evidenza materiale al suo potere. Come alla fine del 200, a metà 400, Napoli era una città nuova.

La nobiltà mentre esercitano il loro potere, risiedono in piccoli edifici chiamati sedili e le tracce di tali istituzioni si notano nella toponomastica. Intorno alla nobiltà di sedile abitava il popolo mentre la parte commerciale era di pertinenza dei mercanti divisi in rapporto ai diversi commerci ed identificati per la loro provenienza. La quantità dei generi messi in commercio giustifica un’immagine che spicca tra le pagine del cronista Loise De Rosa che testimonia la vivacità dei commerci di Napoli la quale diventa una “fiera permanente”. Dal punto di vista di un nobile De Rosa constatava la grandezza materiale della città, mentre il re quella culturale e ci viene riposata nelle sue cronache anche la tradizione di S. Gennaro e del suo sangue che, secondo le credenze di allora, si liquefaceva in presenza della testa del santo e non in occasione del 19 settembre come crediamo noi oggi.

Anche in questo periodo l’incremento della popolazione fu forte sia per le nascite che per le immigrazioni dall’interno e dall’esterno del regno. Alla nobiltà di sedile si aggiungevano i baroni di provincia ed agli artigiani napoletani, quelli genovesi, catalani, veneziani ecc. Un difetto che il De Rosa riconosceva era la mancanza di una cinta muraria, la quale venne terminata nel 1501; nonostante ciò, per mezzo dei sobborghi il confine cittadino era ben delimitato, era netto dunque il confine tra città e campagna, tra la capitale ed il regno.

Napoli era una città cosmopolita. A Castel Nuovo il catalano, lingua dei dominatori, ed il castigliano si incontravano con la lingua locale e con il latino. Il re Alfonso riuniva attorno a sé molti intellettuali come il Pontano, il Panormita, il Bruni, il Piccolomini ecc. La diversa provenienza di questi uomini testimonia l’apertura della corte e la prova che il napoletano viveva in contatto con altre lingue in una dimensione di plurilinguismo. Il prestigio culturale toccava al latino anche se si affacciava nell’uso letterario una lingua toscana o toscaneggiante. Ciò è testimoniato da alcuni documenti sempre del De Rosa che si rivolge ad un uomo catalano parlando di Dante e riport...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ilaria.crispino1 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Napoli Federico II o del prof De Blasi Nicola.
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