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Le foibe: un nodo politico-storiografico ancora da sciogliere

A.S. 2006/2007 di Ciccozzi Noemi, Curci Claudia, Martinasso Nicole, Mattiuzzo Giorgia, Maugeri Miriam, Medaglia Martina, Segalini Marilena, Solenghi Alice, Zambarbieri Linda.

Indice

  • Introduzione alla questione................................................................................ pag. 3
  • I dati (approssimativi) della strage..................................................................... pag. 6
  • La Jugoslavia negli anni 1919-1945 .................................................................. pag. 7
  • La questione della Venezia-Giulia......................................................................pag. 9
  • Cronologia ..........................................................................................................pag 10
  • Foibe: il lungo elenco..........................................................................................pag 12
  • La testimonianza di un infoibato.........................................................................pag 15
  • La spoliazione nelle zone d'operazione Alpenvorland........................................pag 16
  • La “zona d'operazione litorale adriatico” e la risiera di San Sabba....................pag 19
  • Motivazioni del silenzio prolungato sulle foibe................................................. pag. 21
  • La vicenda delle foibe: un inquietante nodo storiografico..................................pag 22
  • “I ricordi e le speranze-le foibe, l'esodo e l'Istria di oggi”..................................pag 23
  • Foibe: Italia/Croazia, la polemica di oggi.......................................................... pag. 25
  • Analisi di letture e articoli sul tema................................................................da pag. 26
  • Bibliografia......................................................................................................... pag. 40

Introduzione alla questione

La parola “foiba” è entrata nell’uso comune ed indica la voragine rocciosa a forma di imbuto rovesciato creata dall’erosione di corsi d’acqua nell’altopiano del Carso, fra Trieste e la penisola istriana; può raggiungere i 200 Mt. di profondità. In Istria sono state registrate più di 1.700 foibe.

Le foibe furono utilizzate in diverse occasioni e, in particolare, subito dopo la seconda guerra mondiale per infoibare (spingere nella foiba) migliaia di istriani e triestini, italiani ma anche slavi, antifascisti e fascisti, colpevoli di opporsi all’espansionismo comunista slavo propugnato da Josip Broz meglio conosciuto come “maresciallo Tito”.

Le vittime dei titini venivano condotte, dopo atroci sevizie, nei pressi della foiba; qui gli aguzzini, non paghi dei maltrattamenti già inflitti, bloccavano i polsi e i piedi tramite filo di ferro ad ogni singola persona con l’ausilio di pinze e, successivamente, legavano gli uni agli altri sempre tramite il filo di ferro. I massacratori si divertivano, nella maggior parte dei casi, a sparare al primo malcapitato del gruppo che ruzzolava rovinosamente nella foiba spingendo con sé gli altri.

Si parla di foibe e infoibati anche quando le vittime furono sotterrate in cave di bauxite, come in Istria, in pozzi di miniere, come Pozzo Littorio d’Arsia, in Istria, e a Basovizza, presso Trieste. Nel settembre-ottobre 1943 le foibe sono attorno a Pisino, sede del comando jugoslavo; è la dimostrazione della premeditazione dell’eccidio. Nel secondo periodo la gran parte degli infoibamenti ebbe luogo attorno a Trieste e Gorizia, ma anche nelle zone di Tolmino al Nord e di Capodistria al Sud.

Dal settembre 1943 ad oggi, dalla prima indagine condotta da Maria Pasquinelli, molto è stato fatto per arrivare alla verità, per conoscere finalmente il numero e il nome di tutte le vittime; ma siamo ancora molto lontani dalle conclusioni delle indagini; e solo il giorno in cui il governo italiano ed ora quelli sloveno e croato, apriranno i loro archivi, verranno alla luce tutte le storie, anche quelle finora ignorate di Fiumano, della Dalmazia intera, di tutte le terre che accomuniamo nel ricordo dei nostri morti.

Nel corso degli anni questi martiri sono stati vilipesi e dimenticati. La storiografia, lo Stato italiano, la politica nazionale, la scuola hanno completamente cancellato il ricordo ed ogni riferimento a chi è stato trucidato per il solo motivo di essere italiano o contro il regime comunista di Tito.

La violenza dell'occupazione fascista in Jugoslavia

In seguito al Trattato di Rapallo, firmato nel 1920 tra il regno d’Italia e quello dei Serbi, Croati e Sloveni, furono annesse all'Italia: Gorizia, Trieste, l'Istria e Zara (mentre Fiume fu dichiarata città libera). Negli anni successivi, il regime fascista impose in tutto il Venezia Giulia una violenta politica di nazionalizzazione. Come recita il testo definitivo dell’analisi bilaterale Italia-Slovenia dell'aprile 2001: «Nella Venezia Giulia vennero progressivamente eliminate tutte le istituzioni nazionali slovene e croate, le scuole furono italianizzate, gli insegnanti licenziati o costretti a emigrare, vennero posti limiti all’accesso degli sloveni nei pubblici impieghi».

All’eliminazione politica delle minoranze, si accompagnò da parte del regime mussoliniano un’azione che «aveva l’intento di arrivare alla bonifica etnica della Venezia Giulia, con la repressione attuata nei confronti del clero, che rappresentava un importante momento di sintesi della coscienza nazionale delle minoranze, e l’abolizione dell’uso della lingua slovena nella liturgia e nella catechesi».

La prima conseguenza di «questo programma di distruzione integrale delle identità» fu la fuga di gran parte delle minoranze dalla Venezia Giulia: «Secondo stime jugoslave emigrarono 105 mila sloveni e croati». Ma soprattutto si consolidò, agli occhi di queste minoranze, un fortissimo sentimento anti italiano, «l’equivalenza tra Italia e fascismo» che portò «la maggioranza degli sloveni al rifiuto di quasi tutto ciò che appariva italiano». Come reazione, si radicalizzarono gli obiettivi delle organizzazioni clandestine slovene che, verso la metà degli anni Trenta, «abbandonarono le rivendicazioni di autonomia culturale nell’ambito dello Stato italiano per puntare invece al distacco dall’Italia dei territori considerati loro». Un’azione che trovò l’appoggio del Partito comunista italiano.

La risposta fascista fu pesante: dopo l’occupazione dei territori jugoslavi nel ’41, il regime «fece leva sulla violenza, con deportazioni nei campi istituiti in Italia (Arbe, Gonars, Renicci), il sequestro di beni e l’incendio di case».

Le prime foibe: autunno del '43

L’8 settembre ’43 e il successivo ritiro dei tedeschi dalla Venezia Giulia aprirono un’altra stagione di terrore. Il movimento partigiano di Tito scatenò «un’ondata di violenza nella zona di Trieste, nel Goriziano e nel Capodistriano», che portò «all’arresto di molte migliaia di persone, in larga maggioranza italiani, bollati come “nemici del popolo”, ma anche sloveni contrari al progetto politico comunista jugoslavo»; a centinaia di esecuzioni sommarie immediate nelle foibe; a deportazioni nelle carceri e nei campi di prigionia (tra i quali va ricordato quello di Borovnica)». Il numero delle vittime non è quantificabile con precisione. Comunque dovrebbero essere un migliaio tra infoibati, caduti nelle zone costiere e dispersi in mare.

Le foibe di aprile-giugno '45

Le foibe, però, ebbero la loro massima intensità nei quaranta giorni dell'occupazione jugoslava di Trieste, Gorizia e dell'Istria, dall'aprile fino a metà giugno '45, quando gli Alleati rientrarono a Trieste occupata dalle milizie di Tito. Tra marzo e aprile, alleati e jugoslavi si impegnarono nella corsa per arrivare primi a Trieste. Vinse la IV armata di Tito che entrò in città il 1º maggio alle 9.30. Suppergiù nelle stesse ore i titini occupavano anche Gorizia. Dei partigiani garibaldini non c’era traccia. Erano stati dirottati verso Lubiana e gli fu permesso di rientrare nella Venezia Giulia soltanto venti giorni dopo. A cose fatte.

Come scrive Gianni Oliva, gli ordini di Tito e del suo ministro degli esteri Kardelj non si prestavano a equivoci: «Epurare subito», «Punire con severità tutti i fomentatori dello sciovinismo e dell’odio nazionale». Era il preludio alla carneficina, che non risparmiò nemmeno gli antifascisti di chiara fede italiana, nemmeno membri del Comitato di liberazione nazionale.

Ci fu una vera e propria caccia all'italiano, con esecuzioni sommarie, deportazioni, infoibamenti. In quel periodo solo a Trieste furono deportate circa ottomila persone: solo una parte di esse potrà poi far ritorno a casa. I crimini ebbero per vittime militari e civili italiani, ma anche civili sloveni e croati, vittime di arresti, processi farsa, deportazioni, torture, fucilazioni, e si protrassero per alcune settimane, sebbene a Trieste e a Gorizia fra il 2 e il 3 maggio fosse arrivata anche la seconda divisione neozelandese del generale Bernard Freyberg, inquadrata nell’VIII armata britannica. Finì il 9 giugno quando Tito e il generale Alexander tracciarono la linea di demarcazione Morgan, che prevedeva due zone di occupazione – la A e la B – dei territori goriziano e triestino, confermate dal Memorandum di Londra del 1954. È la linea che ancora oggi definisce il confine orientale dell’Italia. La persecuzione degli italiani, però, durò almeno fino al '47, soprattutto nella parte dell'Istria più vicina al confine e sottoposta all'amministrazione provvisoria jugoslava.

I dati (approssimativi) della strage

Una quantificazione precisa delle vittime è impossibile.

  • Dopo l’8 settembre 1943:
    • Esumate 335 salme
    • Accertate 40 vittime
    • Altre presunte 503 vittime
  • Fino al termine delle operazioni militari:
    • Esumate 93 salme
    • Altre presunte 200 vittime
  • Dopo la fine delle operazioni militari:
    • Esumate 546 vittime
    • Accertate 286 vittime
    • Altre presunte 4940 vittime

Da tale assolutamente incompleta elencazione, risultano dunque i seguenti dati:

  • Salme esumate: 994
  • Vittime accertate: 326
  • Vittime presunte: 5.643
  • Vittime nei gulag titini: 3.174
  • Totale: 10.137

La Jugoslavia negli anni 1919 - 1945

Tra i nuovi stati creati dai trattati del 1919, il più fragile e contraddittorio fu senza dubbio la Jugoslavia; essa nacque dall’unione al regno di Serbia, del Montenegro (piccolo regno indipendente dal 1914), della Croazia (sotto dominio ungherese, prima della guerra), della Bosnia - Erzegovina e della Slovenia (amministrate da Vienna, fino al 1918) sotto la guida dell’antica dinastia serba dei Karadjordjevic a cui, il primo dicembre, si unisce il regno di Croazia (già parte dell’Impero Asburgico).

Queste regioni non erano omogenee fra loro sia dal punto di vista dell’economia, sia da quello etnico. Infatti, ospitavano al loro interno, popolazioni molto diverse tra di loro; croati e sloveni erano cattolici e utilizzavano l’alfabeto latino, mentre i serbi erano per lo più ortodossi e facevano uso dei caratteri cirillici. In Bosnia e in Erzegovina esisteva una minoranza di mussulmani.

L’idea di uno stato che raggruppasse in un’unica entità territoriale tutti gli jugoslavi (= slavi del Sud) era stata lanciata dagli intellettuali croati, all’inizio del ‘900, visto che gli ungheresi tendevano a cancellare l’identità linguistica e culturale delle popolazioni slave residenti nella porzione di Impero asburgico amministrata da Budapest.

Alla fine della prima guerra mondiale, tuttavia, quando lo stato jugoslavo nacque realmente, i rapporti tra serbi e croati si deteriorarono molto in fretta; i serbi, infatti, si consideravano i vincitori della guerra (che croati e sloveni avevano combattuto sotto le bandiere dell’esercito austro - ungarico) e quindi autorizzati ad occupare tutte le principali posizioni di potere all’interno del governo, dell’esercito e della burocrazia statale. Per protesta, i croati rifiutarono di partecipare alla vita politica del paese, mentre l’atmosfera si surriscaldò progressivamente.

Il segnale più evidente della tensione elevatissima che caratterizzava il paese fu il frequente ricorso alla prassi del plateale assassinio politico: il 20 giugno 1928, in pieno Parlamento, un deputato montenegrino uccise il leader dell’opposizione croata Stjepan Radić; analogamente, il sovrano serbo Alessandro I fu assassinato il 9 novembre 1943 da un gruppo di terroristi croati, capeggiato da Ante Pavelić, che voleva la separazione da Belgrado.

In questo scenario già per proprio conto teso ed esasperato, si inserì l’invasione degli eserciti italiano e tedesco. Per volontà di Hitler, il paese venne smembrato, sicché la parte settentrionale della Slovenia venne annessa al Reich, mentre Lubiana e la zona centrale della Dalmazia diventarono italiane; la novità più significativa, tuttavia, fu la nascita di uno stato indipendente di Croazia, guidato dal movimento ultranazionalista degli ustascia (ribelli) di Pavelić. Il nuovo territorio comprendeva, oltre alla Croazia propriamente detta, anche la Bosnia – Erzegovina ed altre terre abitate da serbi. Mentre i musulmani vennero considerati cittadini a pieno titolo del nuovo stato, serbi, ebrei e zingari furono oggetto di una feroce politica di repressione, di deportazione e di massacro. Le cifre di queste violenze compiute dagli ustascia sono enormi: la Croazia vide l’uccisione di 28.000 zingari e di un numero di serbi che, a seconda delle stime degli storici, oscilla fra le 300.000 e le 600.000 vittime.

Alle forze degli invasori e degli ustascia di opposero due movimenti di resistenza, che tedeschi e italiani cercarono di schiacciare con ogni mezzo. Sebbene il nemico fosse comune, i due movimenti non operano mai insieme, ed anzi spesso si combatterono a vicenda. Il primo comprendeva i cetnici, partigiani nazionalisti serbi fedeli alla monarchia; il secondo, guidato dal croato Josip Broz, detto Tito, era di orientamento comunista e raccoglieva uomini di ogni gruppo etnico jugoslavo. Nel 1943 Tito ottenne il sostegno militare inglese e riuscì ad impadronirsi di grossi quantitativi di materiale, armi e munizioni abbandonati dall’esercito italiano dopo l’armistizio dell 8 settembre; con queste nuove risorse, Tito riuscì a tener testa ai tedeschi fino all’arrivo dell’Armata Rossa, insieme alla quale entrò a Belgrado il 20 ottobre 1944.

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Scienze politiche e sociali SPS/07 Sociologia generale

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