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I dati (approssimativi) della strage

Una quantificazione precisa delle vittime è impossibile.

● Dopo l’8 settembre 1943:

esumate 335 salme

accertate 40 vittime

altre presunte 503 vittime

●Fino al termine delle operazioni militari:

esumate 93 salme

altre presunte 200 vittime

●Dopo la fine delle operazioni militari:

esumate 546 vittime

accertate 286 vittime

altre presunte 4940 vittime

●Da tale assolutamente incompleta elencazione, risultano dunque i seguenti dati:

6

salme esumate 994

vittime accertate 326

vittime presunte 5.643

vittime nei gulag titini 3.174

totale 10.137

La Jugoslavia negli anni 1919 - 1945

Tra i nuovi stati creati dai trattati del 1919, il più fragile e contraddittorio fu senza dubbio la

Jugoslavia; esso nacque all’unione al regno di Serbia, del Montenegro (piccolo regno indipendente

dal 1914), della Croazia (sotto dominio ungherese, prima della guerra), della Bosnia - Erzegovina e

della Slovenia (amministrate da Vienna, fino al 1918) sotto la guida dell’antica dinastia serba dei

Karadjordjevic a cui, il primo dicembre, si unisce il regno di Croazia (già parte dell’Impero

Asburgico). Queste regioni non erano omogenee fra loro sia dal punto di vista dell’economia, e da

quello etnico. Infatti, ospitavano al loro interno, popolazioni molto diverse tra di loro; croati e

sloveni erano cattolici e utilizzano l’alfabeto latino, mentre i serbi erano per lo più ortodossi e

facevano uso dei caratteri cirillici. In Bosnia e in Erzegovina esisteva una minoranza di

mussulmani.

L’idea di uno stato che raggruppasse in un’unica entità territoriale tutti gli jugoslavi (= slavi del

Sud) era stata lanciata dagli intellettuali croati, all’ inizio del ‘900, visto che gli ungheresi

tendevano a cancellare l’identità linguistica e culturale delle popolazioni slave residenti nella

porzione di Impero asburgico amministrata da Budapest. Alla fine della prima guerra mondiale,

tuttavia, quando lo stato jugoslavo nacque realmente, i rapporti tra serbi e croati si deteriorarono

molto in fratta; i serbi, infatti, si consideravano i vincitori della guerra (che croati e sloveni avevano

combattuto sotto le bandiere dell’esercito austro – ungarico) e quindi autorizzati ad occupare tutte le

principali posizioni di potere all’interno del governo, dell’esercito e della burocrazia statale. Per

protesta, i croati rifiutarono di partecipare alla vita politica del paese, mentre l’atmosfera si

surriscaldò progressivamente. Il segnale più evidente della tensione elevatissima che caratterizzava

il paese fu il frequente ricorso alla prassi del plateale assassinio politico: il 20 giugno 1928, in

pieno Parlamento, un deputato montenegrino uccise il leader dell’opposizione croata Stjepan Radić;

analogamente, il sovrano serbo Alessandro I fu assassinato il 9 novembre 1943 da un gruppo di

terroristi croati, capeggiato da Ante Pavelić, che voleva la separazione da Belgrado.

In questo scenario già per proprio conto teso ed esasperato, si inserì il l’invasione degli eserciti

italiano e tedesco. Per volontà di Hitler, il paese venne smembrato, sicché la parte settentrionale del

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la Slovenia venne annessa al Reich, mentre Lubiana e la zona centrale della Dalmazia diventarono

italiane; la novità più significativa, tuttavia, fu la nascita di uno stato indipendente di Croazia,

guidato dal movimento ultranazionalista degli ustascia (ribelli) di Pavelić. Il nuovo territorio

comprendeva, oltre alla Croazia propriamente detta, anche la Bosnia – Erzegovina ed altre terre

abitate da serbi. Mentre i musulmani vennero considerati cittadini a pieno titolo del nuovo stato,

serbi, ebrei e zingari furono oggetto di una feroce politica di repressione, di deportazione e di

massacro. Le cifre di queste violenze compiute dagli ustascia sono enormi: la Croazia vide

l’uccisione di 28.000 zingari e di un numero di serbi che, a seconda delle stime degli storici, oscilla

fra le 300.000 e le 600.000 vittime.

Alle forze degli invasori e degli ustascia di opposero due movimenti di resistenza, che tedeschi e

italiani cercarono di schiacciare con ogni mezzo. Sebbene il nemico fosse comune, i due movimenti

non operano mai insieme, ed anzi spesso si combatterono a vicenda. Il primo comprendeva i

cetnici, partigiani nazionalisti serbi fedeli alla monarchia; il secondo, guidato dal croato Josip

Broz, detto Tito, era di orientamento comunista e raccoglieva uomini di ogni gruppo etnico

jugoslavo. Nel 1943 Tito ottenne il sostegno militare inglese e riuscì ad impadronirsi di grossi

quantitativi di materiale, armi e munizioni abbandonati dall’esercito italiano dopo l’armistizio dell 8

settembre; con queste nuove risorse, Tito riuscì a tener testa ai tedeschi fino all’arrivo dell’Armata

Rossa, insieme alla quale entrò a Belgrado il 20 ottobre 1944.

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La questione della Venezia Giulia

Tito era un comunista convinto, ma era animato anche da un marcato nazionalismo slavo. Da un

lato egli sarebbe arrivato a sottolineare la sua autonomia da Mosca, dall’altro riteneva necessario

allargare i confini della nuova Jugoslavia, e non nascose mai il proprio obiettivi di annettere l’intera

Venezia – Giulia, spostando la frontiera con l’Italia al Tagliamento.

Una prima opportunità positiva per realizzare questo progetto di annessione si offrì a Tito nel

settembre 1943, allorché il completo collasso dell’esercito italiano permise alle truppe di assumere

il controllo dell’Istria. L’occupazione militare jugoslava fu accompagnata da un lunga serie di

rappresaglie e di violenze, dirette nei confronti di coloro che, in Istria, rappresentavano lo stato

italiano: carabinieri, insegnanti, messi comunali, impiegati postali..

Alcune centinaia di queste persone (fra le 500 e le 700, a seconda delle stime) vennero arrestate e

uccise nei pressi di particolari cavità naturali, dette foibe, nelle quali furono gettati i loro cadaveri.

L’intervento delle forze tedesche obbligò i partigiani di Tito a ritirarsi dopo circa un mese di

occupazione: i nazisti insediarono il loro comando a Trieste, all’interno della cosiddetta risiera di

San Sabba, un tetro edificio che era servito per l’essiccazione del riso. In breve tempo la risiera

divenne un centro di transito per i prigionieri destinati alla deportazione in Austria, in Germania o

in Polonia e un luogo di esecuzione dei partigiani catturati.

All’inizio del maggio 1945 le forze jugoslave di Tito entrarono a Trieste e riconquistarono

l’intera Istria. Le violenze del 1943 si ripeterono su scala ancora maggiore, in modo da eliminare

tutti coloro che potessero ostacolare o contrastare il controllo slavo della Venezia- Giulia. È difficile

fornire un bilancio preciso di questi massacri, finalizzati a imporre con la forza, in regioni

tradizionalmente italiane, il nuovo ordine politico ad un tempo slavo e comunista. Allo stato attuale

degli studi, pare corretto parlare di 4-5.000 vittime per il periodo compreso tra l’occupazione

jugoslava di Trieste (1° maggio) e l’ingresso delle truppe inglesi nella stessa Trieste (12 giugno

1945).

Il 10 febbraio 1947, a Parigi, venne firmato il trattato di pace. Dalle regioni assegnate alla

Jugoslavia (Pola, Fiume, Zara e parte dei territori di Trieste e Gorizia), fuggirono verso l’Italia

oltre 300.000 persone. Fu un esodo di dimensioni bibliche, che vide svuotarsi intere città. Solo dal

capoluogo dell’Istria, Pola, che contava 34.000 abitanti, partirono 30.000 italiani.

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Cronologia

IN CROAZIA…

1918: via dall’impero → terminata la prima guerra mondiale, viene creato il regno di Jugoslvavia,

formato da Serbia, Montenegro (piccolo regno indipendente dal 1914), Bosnia - Erzegovina e

Slovenia (amministrate da Vienna, fino al 1918) sotto la guida dell’antica dinastia serba dei

Karadjordjevic a cui, il primo dicembre, si unisce il regno di Croazia (già parte dell’Impero

Asburgico).

Queste regioni non sono omogenee fra loro sia dal punto di vista dell’economia, e da quello etnico.

Infatti, ospitano al loro interno, popolazioni molto diverse tra di loro; croati e sloveni sono cattolici

e utilizzano l’alfabeto latino, mentre i serbi sono ortodossi e fanno uso dei caratteri cirillici. In

Bosnia e in Erzegovina esiste una minoranza di mussulmani.

1920: Rapallo → con il primo Trattato di Rapallo (12 novembre) l’Istria, Zara, Cherso, Lagosta e

Pelagosa passano all’Italia. Nel 1924 sarà la volta di Fiume. A partire dal 1929 la Croazia entrerà a

far parte del regno di Jugoslavia.

1941: Invasione nazista → i tedeschi invadono la Jugoslavia. Il 10 aprile, per volontà di Hitler, il

paese è smembrato (la Slovenia è annessa al Reich, mentre Lubiana e la Dalmazia diventano

italiane); il capo dell’Ustascia (nazionalisti dell’estrema destra) Ante Pavelic proclama lo stato

croato indipendente. Questo nuovo territorio comprende, oltre la Croazia, anche la Bosnia –

Erzegovina. Alle forze degli invasori e degli ustascia di oppongono due movimenti di resistenza,

che non operano mai insieme sebbene il nemico è comune. Il primo comprende i cetnici, partigiani

nazionalisti serbi fedeli alla monarchia; il secondo guidato da Tito, è di orientamento comunista.

1943: Tito → il 29 novembre i combattenti partigiani guidati dal maresciallo Tito costituiscono lo

stato federale di Jugoslavia, in seguito al collasso dell’esercito italiano (8 settembre)

1945: Libera → il 29 novembre viene abolita la monarchia e proclamata la Repubblica Popolare

Federativa di Jugoslavia: da presidente, Tito cercherà di mantenere uniti i diversi popoli del nuovo

Stato. Il Maresciallo muore a 88 anni il 4 maggio 1980, Slovenia e Croazia cominciano a ribellarsi

al potere centralistico di Belgrado. 10

IN ITALIA…

1943: Esodo → esodo degli italiani di Istria e Dalmazia accusati dai partigiani di Tito di

collaborazionismo con i fascisti. Cominciano anche le esecuzioni delle Foibe.

1945: Sistema → dopo la liberazione di Trieste, la città è sotto il controllo dei militari di Tito.

Eliminati ex fascisti e antifascisti ritenuti d’ostacolo all’espansione jugoslava.

1947: Parigi → il trattato di pace di Parigi siglato il 10 febbraio 1947 dalle potenze vincitrici ( Usa,

Gran Bretagna, Francia, Unione Sovietica) toglie all’Italia le province di Pola, Fiume, Zara e parte

dei territori di Trieste e Gorizia. Ha inizio l’ondata maggiore dell’esodo (circa 300.000 persone).

5 ottobre 1954 → a Londra, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti siglano con l’Italia e Jugoslavia un

Memorandum d’intesa con il quale la parte del costituendo Territorio Libero amministrata dagli

Alleati viene restituita all’amministrazione italiana. Il 26 ottobre Trieste torna all’Italia.

1975: Osimo → l’accordo italo- jugoslavo (10 novembre) prevede, tra l’altro, indennizzi agli esuli

giuliano- dalmati per i beni loro confiscati, la rinuncia italiana alla sovranità su Capodistria, la

creazione di una zona franca italo -jugoslava. 11

Foibe: il lungo elenco

Abisso di Semich – "…Un'ispezione del 1944 accertò che i partigiani di Tito, nel settembre

precedente, avevano precipitato nell'abisso di Semich (presso Lanischie), profondo 190 metri, un

centinaio di sventurati: soldati italiani e civili, uomini e donne, quasi tutti prima seviziati e ancor

vivi. Impossibile sapere il numero di quelli che furono gettati a guerra finita, durante l'orrendo 1945

e dopo. Questa è stata fina delle tante Foibe carsiche trovate adatte, con approvazione dei superiori,

dai cosiddetti tribunali popolari, per consumare varie nefandezze. La Foiba ingoiò indistintamente

chiunque avesse sentimenti italiani, avesse sostenuto cariche o fosse semplicemente oggetto di

sospetti e di rancori. Per giorni e giorni la gente aveva sentito urla strazianti provenire dall’abisso,

le grida dei rimasti in vita, sia perché trattenuti dagli spuntoni di roccia, sia perché resi folli dalla

disperazione. Prolungavano l’atroce agonia con sollievo dell’acqua stillante. Il prato conservò per

mesi le impronte degli autocarri arrivati qua, grevi del loro carico umano, imbarcato senza

ritorno…" (Testimonianza di Mons. Parentin - da La Voce Giuliana del 16.12.1980).

Foibe di Opicina, di Campagna e di Corgnale – "Vennero infoibate circa duecento persone e tra

queste figurano una donna ed un bambino, rei di essere moglie e figlio di un carabiniere …"(G.

Holzer 1946).

Foibe di Sesana e Orle - Nel 1946 sono stati recuperati corpi infoibati.

Foiba di Casserova sulla strada di Fiume, tra Obrovo e Golazzo. Ci sono stati precipitati tedeschi,

uomini e donne italiani, sloveni, molti ancora vivi, poi, dopo aver gettato benzina e bombe a mano,

l’imboccatura veniva fatta saltare. Difficilissimi i recuperi.

Abisso di Semez - Il 7 maggio 1944 vengono individuati resti umani corrispondenti a ottanta -

cento persone. Nel 1945 fu ancora "usato".

Foiba di Gropada - Sono recuperate cinque salme. " Il 12 maggio 1945 furono fatte precipitare nel

bosco di Gropada trentaquattro persone, previa svestizione e colpo di rivoltella "alla nuca". Tra le

ultime: Dora Ciok, Rodolfo Zuliani, Alberto Marega, Angelo Bisazzi, Luigi Zerial e Domenico

Mari"

Foiba di Vifia Orizi - Nel mese di maggio del 1945, gli abitanti del circondario videro lunghe file

di prigionieri, alcuni dei quali recitavano il Padre Nostro, scortati da partigiani armati di mitra,

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essere condotte verso la voragine. Le testimonianze sono concordi nell'indicare in circa duecento i

prigionieri eliminati.

Foiba di Cernovizza (Pisino) - Secondo voci degli abitanti del circondario le vittime sarebbero un

centinaio. L'imboccatura della Foiba, nell'autunno del 1945, è stata fatta franare.

Foiba di Obrovo (Fiume) – È luogo di sepoltura di tanti fiumani, deportati senza ritorno.

Foiba di Raspo - Usata come luogo di genocidio di italiani sia nel 1943 che nel 1945. Imprecisato

il numero delle vittime.

Foiba di Brestovizza - Così narra la vicenda di una infoibata il "Giornale di Trieste" in data

14.08.1947. "Gli assassini l'avevano brutalmente malmenata, spezzandole le braccia prima di

scaraventarla viva nella Foiba. Per tre giorni, dicono i contadini, si sono sentite le urla della misera

che giaceva ferita, in preda al terrore, sul fondo della grotta."

Foiba di Zavni (Foresta di Tarnova) - Luogo di martirio dei carabinieri di Gorizia e di altre

centinaia di sloveni oppositori del regime di Tito.

Foiba di Gargaro o Podgomila (Gorizia) - Vi furono gettate circa ottanta persone.

Capodistria - Le Foibe - Dichiarazioni rese da Leander Cunja, responsabile della Commissione di

indagine sulle Foibe del capodistriano, nominata dal Consiglio esecutivo dell'Assemblea comunale

di Capodistria: "Nel capodistriano vi sono centosedici cavità, delle ottantuno cavità con entrata

verticale abbiamo verificato che diciannove contenevano resti umani. Da dieci cavità sono stati

tratti cinquantacinque corpi umani che sono stati inviati all’Istituto di medicina legale di Lubiana.

Nella zona si dice che sono finiti in Foiba, provenienti dalla zona di S. Servolo, circa centoventi

persone di etnia italiana e slovena, tra cui il parroco di S. Servolo, Placido Sansi. I civili infoibati

provenivano dalla terra di S. Dorligo della Valle. I capodistriani, infatti, venivano condotti, per

essere deportati ed uccisi, nell'interno, verso Pinguente. Le Foibe del capodistriano sono state usate

nel dopoguerra come discariche di varie industrie, tra le quali un salumificio della zona"

Foiba di Vines - Recuperate dal Maresciallo Harzarich dal 16.10.1943 al 25.10.1943 cinquantuno

salme riconosciute. In questa Foiba, sul cui fondo scorre dell'acqua, gli assassinati dopo essere stati

torturati, finirono precipitati con una pietra legata con un filo di ferro alle mani. Furono poi lanciate

delle bombe a mano nell'interno. Unico superstite, Giovanni Radeticchio, ha raccontato il fatto.

Cava di Bauxite di Gallignana - Recuperate dal 31 novembre 1943 all'8 dicembre 1943 ventitré

salme di cui sei riconosciute. Don Angelo Tarticchio nato nel 1907 a Gallesano d’Istria, parroco di

Villa di Rovigno. Il 16 settembre 1943 - aveva trentasei anni - fu arrestato dai partigiani comunisti,

malmenato ed ingiuriato insieme ad altri trenta dei suoi parrocchiani, e, dopo orribili sevizie, fu

buttato nella foiba di Gallignana. Quando fu riesumato lo trovarono completamente nudo, con una

corona di spine conficcata sulla testa, i genitali tagliati e messi in bocca.

Foiba di Terli - Recuperate nel novembre del 1943 ventiquattro salme, riconosciute.

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Foiba di Treghelizza - Recuperate nel novembre del 1943 due salme, riconosciute.

Foiba di Pucicchi - Recuperate nel novembre del 1943 undici salme di cui quattro riconosciute.

Foiba di Surani - Recuperate nel novembre del 1943 ventisei salme di cui ventuno riconosciute.

Foiba di Cregli - Recuperate nel dicembre del 1943 otto salme, riconosciute.

Foiba di Cernizza - Recuperate nel dicembre del 1943 due salme, riconosciute.

Foiba di Vescovado - Scoperte sei salme di cui una identificata.

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La testimonianza di un infoibato

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Riuscì a sopravvivere Giovanni Radeticchio di Sisano.Ecco il suo racconto: "Addì 2 maggio 1945,

Giulio Premate accompagnato da altri quattro armati venne a prelevarmi a casa mia con un

camioncino sul quale erano già i tre fratelli Alessandro, Francesco e Giuseppe Frezza nonché

Giuseppe Benci. Giungemmo stanchi ed affamati a Pozzo Littorio dove ci aspettava una mostruosa

accoglienza; piegati e con la testa all’ingiù fecero correre contro il muro Borsi, Cossi e Ferrarin.

Caduti a terra dallo stordimento vennero presi a calci in tutte le parti del corpo finché rinvennero e

poi ripetevano il macabro spettacolo. Chiamati dalla prigionia al comando, venivano picchiati da

ragazzi armati di pezzi di legno.Alla sera, prima di proseguire per Fianona, dopo trenta ore di

digiuno, ci diedero un piatto di minestra con pasta nera non condita. Anche questo tratto di strada a

piedi e per giunta legati col filo di ferro ai polsi due a due, così stretti da farci gonfiare le mani ed

urlare dai dolori. Non ci picchiavano perché era buio.Ad un certo momento della notte vennero a

prelevarci uno ad uno per portarci nella camera della torture. Ero l'ultimo ad essere martoriato:

udivo i colpi che davano ai miei compagni di sventura e le urla di strazio di questi ultimi. Venne il

mio turno: mi spogliarono, rinforzarono la legatura ai polsi e poi, giù botte da orbi. Cinque

manigoldi contro di me, inerme e legato, fra questi una femmina. Uno mi dava pedate, un secondo

mi picchiava col filo di ferro attorcigliato, un terzo con un pezzo di legno, un quarto con pugni, la

femmina mi picchiava con una cinghia di cuoio.Prima dell'alba mi legarono con le mani dietro la

schiena ed in fila indiana, assieme a Carlo Radolovich di Marzana, Natale Mazzucca da Pinesi

(Marzana), Felice Cossi da Sisano, Graziano Udovisi da Pola, Giuseppe Sabatti da Visinada, mi

condussero fino all'imboccatura della Foiba. Per strada ci picchiavano col calcio e colla canna del

moschetto. Arrivati al posto del supplizio ci levarono quanto loro sembrava ancora utile. A me

levarono le calze (le scarpe me le avevano già prese un paio di giorni prima), il fazzoletto da naso e

la cinghia dei pantaloni. Mi appesero un grosso sasso, del peso di circa dieci chilogrammi, per

mezzo di filo di ferro ai polsi già legati con altro filo di ferro e mi costrinsero ad andare da solo

dietro Lidovisi, già sceso nella Foiba. Dopo qualche istante mi spararono qualche colpo di

moschetto. Dio volle che colpissero il filo di ferro che fece cadere il sasso. Così caddi illeso

nell'acqua della Foiba. Nuotando, con le mani legate dietro la schiena, ho potuto arenarmi. Intanto

continuavano a cadere gli altri miei compagni e dietro ad ognuno sparavano colpi di mitra. Dopo

l'ultima vittima, gettarono una bomba a mano per finirci tutti. Costernato dal dolore non reggevo

più.Sono riuscito a rompere il filo di ferro che mi serrava i polsi, straziando contemporaneamente le

mie carni,poiché i polsi cedettero prima del filo di ferro. Rimasi così nella Foiba per un paio di ore.

Poi, col favore della notte, uscii da quella che sarebbe stata la mia tomba".

La spoliazione nelle zone d’operazione

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Alpenvorland: le prealpi e il litorale adriatico

L’8 settembre 1943 ebbe inizio l’occupazione militare tedesca in Italia. Due giorni dopo, Hitler,

decise che il territorio che non era ancora stato liberato dagli Alleati fosse diviso in due zone: le

“zone d’occupazione” e il “restante territorio occupato”. A questa decisione seguì un’integrazione

segreta con la quale venne sancita la nascita ,all’interno dei territori occupati, delle “zone

d’operazione” . Le aree che rientravano in queste zone erano sotto l’autorità di due commissari

supremi che ricevevano gli ordini direttamente da Hitler .

- Il contesto geografico e sociale

Le tre province di Bolzano, Trento e Belluino vennero unificate e diedero luogo alla “zona

d’operazione Prealpi” . In queste zone vennero nominati tre commissari : Peter Hofel per Bolzano,

Italo Foschi a Belluno e Adolfo De Bertolini in Trentino . A questi tre commissari vennero

affiancati due consiglieri amministrativi tedeschi che rappresentavano le reali autorità . Le aree

comprese nel territorio delle Prealpi erano caratterizzate dalla presenza di popolazioni di confine,

appartenenti a minoranze spesso aderenti alle ideologie diffuse nei Paesi confinanti.

Il numero degli ebrei nella zona delle Prealpi ,tra il 1938 e il 1945, era molto differenziato: in

Trentino e nelle province venete in numero era basso mentre nell’Alto Adige la presenza di ebrei

era più numerosa .

-Gli eventi e i rapporti con le autorità della Repubblica Sociale Italiana

Dopo l’armistizio, un evento significativo fu la collaborazione e la partecipazione della popolazione

sud-tirolese alla cattura degli ebrei presenti nella zona delle Prealpi . In Alto Adige si verificarono i

primi arresti di ebrei compiuto in territorio italiano . Già del momento dell’arresto la maggior parte

degli ebrei veniva privata dei loro beni. Da una lettera scritta in lingue tedesca inviata al

comandante della Polizia di Sicurezza da un gerarca della Gestapo operante a Merano si legge che

le case,gli appartamenti, gli uffici e i negozi degli ebrei arrestati vennero poste sotto sequestro e le

relative chiavi venivano consegnate all’ufficio di Polizia.

La Presidenza del Consiglio più volte chiese informazioni al Prefetto di Belluno sulla probabile

presenza di aziende agricole di ebrei nel veneto. La risposta fu che nel luogo solo il commissario

supremo risultava competente e che non era previsto alcun intervento di uffici e autorità italiane

esistenti oltre la zona delle Prealpi. La maggior parte delle operazioni di appropriazione condotte si

concretizzò in continue razzie.

Da quanto si è potuto verificare in merito all’emissione di provvedimenti di confisca, solo per gli

immobili di proprietà di due ebrei residenti rispettivamente a Bolzano e a Chiusa fu emesso un

provvedimento formale emanato in favore del Commissario supremo. La maggioranza delle

decisioni furono invece prese al momento, adottando modalità sempre diverse rispetto alle

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determinate situazioni. Soltanto l’obiettivo finale fu comune; l’arricchimento dei funzionari e dei

gerarchi tedeschi avvenne in modi differenti.

Dalle irrilevanti carte rimaste disponibili, si legge che i depositi di proprietà ebraica, gli affitti

mensili pagati da locatori di case intestate ad ebrei, le somme di proprietà di opere pie israelite,

vennero bloccati e fatti confluire in un unico conto bancario,( presso la sede principale della Cassa

di Risparmio di Bolzano) intestato al Commissario supremo.

Si tratta, dunque , di una gestione del tutto accentratrice e staccata dalle disposizioni emanate

riguardo ai beni dei cittadini ebrei dalla Repubblica Italiana.

-Il materiale dell’archivio di deposito della Prefettura di Belluno

Alcune circolari emanate dalla prefettura di Belluno dimostrano che la reale autorità deliberante

all’interno della provincia fu il consigliere amministrativo tedesco, Franz Hofer. Leggi, decreti e

circolari manate dal governo della RSI prima di essere applicate nella provincia di Belluno

dovevano essere posti al vaglio del consigliere stesso.

Per ciò che riguarda i beni ebraici, le note del 30 Giugno e del 4 Luglio, inviate dal commissario

supremo a F. Holfer presso la sede di Belluno, spiegano le modalità operative attraverso le quali

furono realizzati i sequestri dei beni. Anzitutto il cocetto di “ebreo” fu stabilito in base alle leggi di

Norimberga, non tenendo conto delle disposizioni contenute nelle leggi razziali del 1938.

In Trentino, nell’ Alto Adige e a Belluno la funzione delle prefetture, intendenze di finanzia e altre

autorità, risultò unicamente il controllo della consistenza del patrimonio ebraico e l’incarico di

occuparsi dei sequestri dei beni in questione all’Ufficio centrale del commissario supremo.

La zona del Litorale Adriatico:

-Il contesto geografico e sociale

Anche su numerosi territori del Friuli, della Slovenia e Croazia i tedeschi assunsero i pieni poteri

amministrativi. L’area geografica sulla quale tali poteri si estesro venno denominata zona

d’operazione del Litorale Adriatico. Essa comprendeva le province del Friuli, il Carnaro e i territori

di Sussak, Bucari, Ciabar, Castra e Veglia. Su questi territori era concentrata la loro attenzione

proprio per la rappresentatività della comunità ebraica di Triste e di Fiume;qui gli ebrei furono

presenti dal XIII sec. E dai primi anni del ‘900 si realizzò una totale integrazione con la società,

partecipando alla vita politica, culturale ed economica. Nel 1938, in attuazione dell’obbligo di

comporre elenchi contenenti i nomi e le presenze degli ebrei nei settori economici ed industriali, sia

a Trieste che a Fiume vennero raccolti dati, che tuttora permettono di avere in quadro chiaro e

preciso della situazione all’epoca.

-Gli eventi e i rapporti con le autorità della Repubblica Sociale Italiana

La creazione della zona d’occupazione del Litorale Adriatico fu ritenuta dai tedeschi una tappa

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DETTAGLI
Esame: Storia
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze storico-artistiche
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Sociali Prof.

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