L'espansione portoghese
Gli Italiani
Furono gli europei dei Paesi meridionali a mettere a frutto l’enorme bagaglio di conoscenze acquisite tramite i contatti con la civiltà islamica: imprenditori e navigatori italiani stabilirono un fiorente traffico commerciale con i porti del Vicino Oriente, dell’Egitto e dell’Africa Settentrionale. Tuttavia, data la crescente domanda europea, la situazione si esasperò a causa del monopolio che i Veneziani, stretti amici dei Bizantini e dei Mamelucchi egiziani, detenevano nel Mediterraneo Orientale. Le altre città-stato italiane come Genova, Pisa e Firenze cominciarono quindi a studiare un modo per fare a meno dei porti mediterranei e avventurarsi verso le fonti dirette di approvvigionamento che si trovavano fuori del controllo politico dei sovrani islamici.
Furono organizzate numerose missioni di esplorazione commerciale attraverso il Sahara, ma apparve subito chiaro che i mercanti musulmani insediati in Africa Settentrionale e nel Maghreb non avrebbero permesso agli europei di competere con loro, soprattutto nel commercio terrestre con il Sudan. Gli Italiani non avevano né la forza militare per aprirsi una strada diretta con la forza né una flotta adatta a mantenere in vita un commercio per via oceanica. Le risorse necessarie all’impresa le avevano invece gli Iberici, reduci dalle vittoriose Crociate per liberare la penisola dai Mori. Fu così che gli Italiani, soprattutto i genovesi, decisero di impiegare i loro capitali e sfruttare le loro abilità professionali per organizzare le flotte del Portogallo e della Castiglia.
Enrico il Navigatore
Nel 1415 i Portoghesi sottrassero ai Marocchini la città-fortezza di Ceuta e ciò gli consentì di acquisire informazioni sul commercio transahariano e sulle terre al di là del deserto. Il primo governatore della città, il principe Enrico il Navigatore, si convinse che era possibile aggirare il potere marocchino percorrendo la costa atlantica, ma solo nel 1434 fu superato lo scoglio tecnico e psicologico del promontorio di Bojador, oltre il quale, secondo i marinai musulmani, non si poteva fare ritorno. Nel 1443 Enrico si stabilì a Sagres e impegnò tutte le sue energie in un’impresa nazionale di esplorazione al fine di raccogliere informazioni geografiche sempre più precise. Come riporta il cronista di corte Gomes de Zurara, il principe era spinto da due motivazioni: la volontà di scoprire l’esistenza di porti sicuri per i commercianti europei e di popolazioni cristiane disposte ad aiutarlo contro i musulmani.
Nel 1444 i Portoghesi giunsero a Capo Verde e nel 1460, all’epoca della morte di Enrico, fino in Sierra Leone. La scomparsa del principe determinò un rallentamento dell’impresa, ma nel 1471 i mercanti di Fernao Gomes fecero una grande scoperta: la Costa d’Oro, nel moderno Ghana. Ci furono tre importanti conseguenze: re Giovanni II pose sotto il suo diretto controllo il commercio in Costa d’Oro; per escludere la concorrenza europea, decise la costruzione della nuova base fortificata di Elmina; il ritmo delle esplorazioni fu accelerato.
Verso l'Oceano Indiano
Bartolomeo Dias doppiò l’estremità dell’Africa, compiendo il primo tentativo europeo di incursione nell’Oceano Indiano, ma l’ingresso in quel mare presentava alcune difficoltà: occorreva un particolare tipo di navigazione basata sui venti monsonici e il sistema commerciale esistente era estremamente complesso e consolidato. Per carpire informazioni sulla nuova realtà, un gran numero di agenti furono inviati attraverso il Vicino Oriente per esplorare le terre dell’Oceano Indiano: il viaggiatore che ebbe maggior successo fu Pero de Covilha, che si recò in India e morì in Etiopia.
La malattia e la morte di re Giovanni II rinviarono al 1497 l’impresa di Vasco da Gama, che fece rotta verso Sud e l’anno seguente approdava a Calcutta. Al suo ritorno convinse le autorità che sarebbe stato facile per i Portoghesi dispiegare la loro flotta nell’Oceano Indiano e intercettare la maggior parte delle merci asiatiche. Il quartier generale su stabilito a Goa, sulla costa occidentale dell’India; la conquista di Malacca, Ormuz e Socotra assicurò ai portoghesi l’accesso al Mar della Cina, al Golfo Persico e al Mar Rosso.
Etiopia e Monomotapa
Per quanto riguarda la costa orientale, le mire portoghesi erano lo sviluppo di un’alleanza con la monarchia cristiana dell’Etiopia e controllare l’esportazione d’oro dall’Impero Monomotapa. Le autorità etiopiche non si dimostrarono molto favorevoli ai Portoghesi, finché non realizzarono i pericoli che comportava il dominio ottomano sul Mar Rosso e la loro conquista di Massua nel 1536. Nel 1541 il Portogallo difese militarmente l’Etiopia dall’aggressione musulmana; la permanenza dei sopravvissuti e dei missionari gesuiti portò all’addestramento dei soldati etiopici all’uso delle armi da fuoco, al sorgere di una capitale permanente a Gondar e di alcuni castelli reali portoghesi. L’eccessiva ingerenza dei missionari gesuiti nella Chiesa locale ebbe come conseguenza una secolare interruzione da parte etiopica delle relazioni con il mondo esterno. L’Etiopia divenne presto un alleato inutile per il Portogallo ed essa fu abbandonata alle ripetute avanzate dei Galla e dell’Islam.
La necessità di ampliare il rifornimento d’oro convinse i Portoghesi a tentare di assumere proprio il controllo dell’Impero Monomotapa. Nel 1560 furono inviati dei gesuiti per convertire il sovrano e legarlo agli interessi portoghesi, ma furono uccisi su istigazione dei musulmani. Il tentativo di conquista militare nel 1572 si risolse in un disastro ma nel 1575 fu firmato un trattato con il Mwene Mutapa che prevedeva l’espulsione dei musulmani e un accordo commerciale per l’estrazione dell’oro. Il sovrano aveva bisogno dei Portoghesi per mantenere il potere, ma con il passare del tempo l’alleanza portò gran parte della popolazione sotto il loro dominio diretto.
La costa occidentale
I Portoghesi sfruttarono a proprio vantaggio le divisioni politiche tra i vari regni: ogni sovrano locale negoziava con loro per la costruzione di un forte nel proprio territorio e in cambio riceveva pagamenti in merci. Il ruolo principale di questi forti costieri era tenere gli altri europei lontani dal commercio e l’estensione del potere portoghese all’interno non era né necessaria né opportuna; tuttavia venivano organizzate spedizioni punitive contro le popolazioni che cercavano di sottrarsi al suo monopolio. Il bisogno di aumentare la produzione e la forza-lavoro in Costa d’Oro condusse i Portoghesi a concentrarsi sul Benin come fonte di rifornimento di tessuti, perline e schiavi: nel 1487 stabilirono un insediamento commerciale che non diede i risultati sperati. A determinare il ritiro portoghese fu l’intransigenza del re del Benin nel voler dettare lui le condizioni degli accordi e nel suo divieto, a partire dal 1516, di vendere schiavi maschi agli europei.
Da quel momento, le basi principali sarebbero state le isole del Golfo di Guinea, in particolare Sao Thomé, la cui necessità di forza-lavoro per le piantagioni di canna da zucchero la trasformò presto in un centro del commercio marittimo di schiavi. Importanti furono i rapporti con i Bakongo per alimentare la tratta: il loro sovrano, re Afonso, si appoggiò ai portoghesi per rafforzare la monarchia. Sorsero problemi quando il progetto portoghese di assumere il monopolio commerciale in Kongo entrò in conflitto con i diritti già accordati con i coloni di Sao Thomé: Lisbona era troppo lontana per controllare la situazione. Nel 1526 Afonso cercò di cacciare gli europei, ma poiché molti capi Bakongo erano attivamente impegnati nelle scorribande schiaviste, fu costretto a porre sotto il controllo reale questo commercio.
In risposta, i mercanti di Sao Thome si rivolsero al regno di Ndongo, in Angola. Nel 1556 i diplomatici ufficiali portoghesi convinsero il successore di Afonso, Diogo, a fare guerra al Ndongo, con risultati disastrosi. Gradualmente il progetto di controllare il Kongo fu abbandonato a causa dello spirito ribelle dei suoi sovrani e l’attenzione portoghese si spostò verso Ndongo, dove iniziò una politica di colonizzazione diretta. Seguì un secolo di guerre che coinvolsero molte popolazioni africane e persino gli Olandesi; il risultato fu la distruzione dell’autorità politica africana e l’avvento del sistema coloniale.
La tratta degli schiavi
Il dominio olandese
Nella prima decade del Seicento, la Compagnia Olandese delle Indie Occidentali distrusse la potenza portoghese nell’Oceano Indiano e nella terza decade riuscì a strappare al Portogallo vasti territori del Brasile, dove l’attività economica dominante erano le piantagioni di canna da zucchero e altri prodotti tropicali destinati al mercato europeo. Le piantagioni necessitavano della disponibilità di schiavi africani e nel 1642 i portoghesi persero tutti i loro principali insediamenti in Africa Occidentale per mano olandese. Il monopolio della fornitura di schiavi da parte della Compagnia Olandese delle Indie Occidentali fu la sua stessa rovina: Inghilterra e Francia, non disposte a permettere che i loro coloni in America dipendessero dai mercanti olandesi, crearono le compagnie commerciali. La competizione africana giocò un ruolo importante nelle guerre tra il 1652 e il 1713, il cui risultato fu la distruzione della potenza olandese.
Nella seconda metà del Seicento, con l’aumento della domanda americana di schiavi e l’estensione delle attività europee fino in Angola, questo nuovo commercio si consolidò: non ci furono più basi marittime sotto il controllo esclusivo in una compagnia europea, ma il diritto di commerciare divenne prerogativa dei sovrani africani, che lo accordavano a chiunque fosse disposto a riconoscere la loro sovranità e pagare i tributi richiesti. Con l’avvento degli olandesi, il numero di schiavi africani importati nel Nuovo Mondo crebbe fino allo scoppio delle guerre rivoluzionarie e napoleoniche, che ne interruppero il traffico attraverso l’Atlantico; dopo il 1815 esso rifiorì, ma intanto gli europei cominciavano ad interrogarsi sulla moralità dello schiavitù e sul ridimensionamento delle sue opportunità economiche. Alla fine degli anni Sessanta dell’Ottocento, il commercio atlantico degli schiavi si avviò alla dissoluzione, complice anche l’abolizione della schiavitù in America.
Il dibattito sui numeri della tratta
Per molto tempo gli storici stimarono in 15 milioni gli schiavi africani portati in America. Nel 1936 il demografo R. Kuzynski giudicò quella cifra troppo prudente, ma negli anni Sessanta il professor Philip Curtin scoprì che quella cifra derivava unicamente dalle stime fatte nel 1861 da un commentatore politico americano; si impegnò allora nello studio della letteratura relativa e giunse ad una nuova stima: 9 milioni e mezzo di africani.
L’analisi di Curtin fu poi ripresa da Paul Lovejoy nel 1982, il quale arrivò a concordare con il suo collega sulle cifre riguardanti gli africani che riuscirono ad arrivare sani e salvi in America tra il 1451 e il 1867, ma ricercò anche il numero di quanti lasciarono l’Africa nello stesso periodo: il risultato fu 11 milioni e mezzo. Si tratta quindi di uno dei più grandi movimenti di popolazione della Storia e la più vasta migrazione via mare prima dell’emigrazione europea.
La tratta transahariana
Pochi dati si hanno invece sulla tratta schiavista attraverso il Sahara, verso il Mar Rosso e l’Oceano Indiano, che potrebbe aver spostato dall’Africa Nera quasi lo stesso numero di schiavi della tratta atlantica. Ponendo la questione del perché questo movimento di massa abbia avuto un impatto meno profondo sulle popolazioni del Nordafrica e del Vicino Oriente di quello prodotto in America, si deve considerare che la maggior parte degli schiavi erano donne, assorbite in qualità di mogli o di concubine.
Lo sviluppo della tratta dell’Oceano Indiano all’inizio dell’Ottocento coincide con il consolidamento del potere degli Omani, culminato nel 1840 con il trasferimento del loro governo a Zanzibar. Questo evento determinò l’inizio delle spedizioni arabo-swahili verso l’interno, che raggiunsero i laghi dell’Africa Orientale e il Congo, probabilmente per la crescente domanda europea e asiatica di avorio.
Gli effetti della tratta
Parlando in termini di continente, in un periodo che va dalla metà del Seicento alla metà dell’Ottocento, i dati disponibili suggeriscono che almeno 12 milioni e mezzo di uomini e donne furono portati via dall’Africa Subshariana. L’incidenza della tratta degli schiavi non fu uniforme: in primo luogo perché i mercanti europei preferivano gli uomini e quelli musulmani le donne e i bambini; in secondo luogo alcune società furono capaci di limitare i danni e di trarne perfino profitto. È il caso dell’Africa Occidentale, dove si è avuta una fondamentale continuità di crescita demografica e di evoluzione economico-sociale; ad esempio le società della Guinea erano spesso abituate a soddisfare le richieste dei mercanti stranieri prima che tali mercanti cominciassero a richiedere quantità di schiavi.
Le popolazioni Bantu del Camerun, artefici dell’agricoltura e della metallurgia, restarono tagliate fuori dal commercio o da influenze esterne fino a quando non si verificò il drammatico incremento della domanda di schiavi atlantica e dell’Oceano Indiano; si può supporre che i Bantu abbiano quindi pagato un prezzo alto. Eppure ci sono prove, dal Congo all’Angola, che alcune popolazioni colpite non diminuivano numericamente o che gli effetti combinati di siccità, carestie e malattie nel calo demografico erano pari se non più importanti dell’esportazione di schiavi.
Conclusioni sull'Africa Occidentale durante la tratta
Rispetto all’Africa Subshariana si possono fare tre generalizzazioni:
- La tratta pose un grosso limite all’incremento demografico.
- La tratta consentì alle società africane di entrare in contatto con i grandi cambiamenti del mondo moderno seguiti all’affermazione del potere economico in Europa Occidentale.
- L’effetto congiunto della tratta e del nuovo contatto con il mondo moderno fornì la principale spinta al cambiamento in Africa Nera.
Sebbene la tratta atlantica in Africa Occidentale non abbia prodotto un effetto tragicamente negativo sulle dimensioni demografiche complessive, essa colpì lo strato di popolazione biologicamente ed economicamente più attivo e produttivo. È evidente inoltre che molte autorità africane ne fossero consapevoli: i resoconti dei mercanti europei sono pieni di avvertimenti sui rischi del comprare schiavi che erano stati curati e addestrati per dissimulare la propria età o lo stato di salute. Sembra legittimo concludere che le comunità dell’Africa Occidentale vendevano schiavi nella misura in cui erano in grado di farlo, senza danneggiare seriamente la propria popolazione o la propria economia; man mano che la tratta si sviluppava in ciascun particolare segmento della costa, veniva raggiunto un dato livello di esportazione che raramente veniva superato in seguito, se non in casi di situazioni politico-militari eccezionali.
Nel Settecento gli europei acquistavano gli schiavi dai sovrani locali o dai mercanti che operavano sotto licenza o controllo reale; per i regni africani era infatti più conveniente scambiare una parte della propria forza-lavoro con le merci europee. Poco meno della metà degli schiavi forniti erano originari della comunità che li vendevano: si trattava di uomini e donne che erano stati banditi, debitori, accusati di stregoneria oppure con difetti fisici e mentali; l’altra metà erano prigionieri di guerra o il frutto di scorrerie a danno di altre comunità. Su questo dato si concentrarono gli abolizionisti, convinti che la soppressione della schiavitù avrebbe prodotto effetti benefici sulle società africane, ma apparentemente ciò non avvenne. In una situazione di abbondanza di terra, scarsità di popolazione e società di villaggio incapaci di trarre vantaggio dall’aumento della domanda esterna, l’unica soluzione era l’emergere di monarchie e burocrazie abbastanza potenti da accelerare la trasformazione di uomini e donne comuni in schiavi, clienti o tributari.
Nell’Africa Occidentale una parte degli schiavi venivano usati come lavoratori agricoli nelle proprietà dei sovrani e delle altre personalità, ma erano considerati membri di un gruppo sociale di cui il loro padrone era il capo; tuttavia con il tempo i loro discendenti potevano diventare membri a tutti gli effetti, con il diritto di acquistare o ereditare proprietà, e ai livelli più alti occupare importanti cariche. Quindi l’importanza degli schiavi era nel fatto che erano mezzi per creare unità di produzione più ampie ed efficienti di quelle derivanti dai legami di parentela; perciò, la ragione primaria delle guerre e delle scorrerie erano di garantire quantità adeguate di schiavi e ridurne quella disponibile agli avversari. Nel corso del processo di cambiamento, uomini e donne acquisirono un valore economico enorme e divennero l’unità di misura delle altre risorse: cavalli, armi da fuoco, merci, prodotti agricoli.
Sulla costa della Guinea gli schiavi divennero la merce più richiesta dai mercanti europei e le classi dominanti africane si organizzarono per massimizzare il proprio tornaconto; il risultato fu un grande incremento delle attività commerciali, che produssero la diffusione di sistemi monetari regolari, e l’estensione del territorio coinvolto. Nacquero i merchant princes come John Kabes, John Konny e Jibril Dob.
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