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più evoluto dei precedenti, con un’architettura complessa, che veniva giudicata molto robusta. Si

tratta di un sistema simmetrico (al contrario del serpente): vediamo perché.

La principale caratteristica dello SME è l’obbligo, di ogni valuta, di rispettare una variazione

massima del 2,25% rispetto a una parità centrale fissata nei confronti dell’ECU. L’ECU

(European Currency Unit) è una sorta di unità di misura, corrispondente alla media ponderata

delle valute dei paesi membri(i 9 tranne UK che rimane inizialmente fuori). Tale media teneva

conto non solo del PIL del Paese membro ma anche della percentuale delle esportazione di

quest’ultimo e del volume complessivo dell’economia. È un paniere di valute europee che serve

per far dialogare tra loro le banche centrali aderenti allo SME e per avere la base su cui calcolare

l’eventuale divergenza della valuta deviante. Successivamente, grazie alla stabilità mostrata

all’ECU, essa è divenuta una moneta, pur sempre virtuale, molto utilizzata sui mercati finanziari

europei e nazionali, e anche su quelli internazionali, per emettere titoli in una moneta ritenuta più

stabile e prestigiosa di una singola valuta nazionale.

All’interno dell’ECU ogni valuta è presente in modo proporzionale all’importanza economica

del paese. Il peso viene rivisto ogni 5 anni o quando entrano dei nuovi partner nello SME. Per

esempio, dalla definizione iniziale del 1979, il paniere dell’ECU è stato modificato nel 1984, con

l’entrata della dracma greca e nel 1989, con l’entrata della peseta e dell’escudo. Dal 1993 il

Trattato di Maastricht ha bloccato ogni ulteriore modifica dei pesi dell’ECU, al fine di favorire il

passaggio alla Moneta unica in condizioni di stabilità e certezza.

All’inizio dello SME, nel marzo 1979, la composizione dell’ECU era identica a quella

dell’Unità di Conto Europea, un paniere di valute comunitarie che dal 1975 veniva usato per la

contabilità europea e per i pagamenti relativi alla Politica Agricola Comunitaria.

Come già affermato, nello SME la variazione di ciascuna valuta rispetto alla parità teorica con

l’ECU era ammessa fino al limite del 2,25%.

Per esempio, nel caso di una svalutazione strisciante della lira, quando quest’ultima superava il

75% della variazione consentita rispetto alla parità centrale con l’ECU la Banca d’Italia era

obbligata a intervenire (nella fattispecie, comprando lire e vendendo valute europee) per riportare

la moneta italiana nei pressi della parità centrale. E lo stesso intervento (chiaramente, di termine

opposto) era richiesto a tutte le banche centrali dei paesi la cui moneta si stava rivalutando nei

confronti della lira.

Rispetto al precedente serpente monetario la grande novità del meccanismo di stabilità del

sistema valutario consiste proprio in questo obbligo “collettivo” al rispetto delle parità con

l’ECU e quindi al mantenimento della stabilità valutaria europea. La base su cui calcolare le

deviazioni bilaterali era rappresentata dalle parità teoriche bilaterali, (vi era una vera e propria

griglia di scambi bilaterali che stabiliva per ogni paese membro il valore di parità rispetto

all’ECU – Exchange Rate Mechanism ERM-. Attenzione perché questo valore per essere

modificato necessitava di un voto unanime dei paesi membri) ottenute dai rapporti delle parità

teoriche di due valute nei confronti dell’ECU. L’obbligo “collettivo” ad intervenire era

considerato come il fattore garante della stabilità dello SME: tanto il paese con la moneta

debole, quanto quello con la moneta forte, dovevano intervenire in difesa della propria

svalutazione/rivalutazione. L’intervento del paese a valuta forte era considerato una panacea

contro la speculazione: poiché il paese con la valuta forte doveva semplicemente vendere moneta

nazionale in cambio della valuta debole, si ipotizzava che le riserve valutarie del primo fossero

illimitate, in quanto bastava “stampare” moneta e scambiarla con la valuta debole. Al contrario,

nel precedente sistema era solo il paese con la valuta debole che doveva intervenire per sanare la

propria posizione: in questo caso l’intervento è limitato dall’ammontare delle riserve valutarie

disponibili presso la banca centrale.

Il 1979 è anche l’anno delle prime elezioni dirette del Parlamento europeo. L’affluenza media

alle urne è del 60% (con picchi del 90% in Belgio) e la composizione dell’Assemblea vede al

primo posto il Partito Socialista (109 seggi), poi il Partito Popolare Europeo (105 seggi) e in fine

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i conservatori. Si crea all’interno del parlamento una corrente federalista che prende l’impegno,

nel mandato quinquennale, di procedere con l’integrazione.

Va aggiunto che, in quegli anni, comincia anche ad operare la Corte di Giustizia Europea che

impone le disposizioni comunitarie quali fonte di rango superiore a quelle nazionali. Alla fine

degli anni 70, poi, c’è un riacuirsi della crisi occidente oriente, dovuto alla decisione dell’US di

puntare dei missili con testata nucleare verso l’Europa dell’EST. La decisione dei 9 è quella di

agire nell’ambito dell’Alleanza Atlantica istallando nelle basi militari i c.d. EUROMISSILI. Ma

ancora una volta la difesa dell’Europa dipende dagli USA.

L’arrivo nel 1979 in UK della premier TATCHER, porta a un rallentamento del processo di

interazione europeo. La Lady di ferro persegue in politica economica il liberismo che presuppone

un minimo intervento statale e in politica estera un indipendenza della GB dal resto dei paesi per

perseguire il ruolo di potenza mondiale. Infatti la Thatcher chiede subito all’Europa di rivedere i

termini dell’adesione della GB alla comunità. La comunità europea era finanziata dagli stati

secondo uno schema che prevedeva una percentuale degli introiti IVA dei paesi, proventi sulle

importazioni di prodotti agricoli da paesi extra comunitari. Avendo la GB una serie di colonie

appartenenti al Commonwealth ma comunque extra comunitari, era soggetta a pagamenti esosi

nei confronti della Comunità. Inoltre non essendo un paese con agricoltura forte, pagava più di

quanto non ne beneficiasse nel contesto PAC. Al consiglio europeo di Dublino del 79, la

Thatcher chiede quindi di rivedere le clausole dell’accordo registrando da subito l’opposizione

della Francia che temeva potesse risentirne l’intero meccanismo della PAC. Si apre una dura

negoziazione (la GB vorrebbe un refounding per il passivo accumulato dall’ingresso in CE) e al

consiglio europeo seguente si chiude un accordo: la comunità avrebbe assunto il 65% del deficit

britannico e entro l’anno seguente la comunità avrebbe proceduto a un riesame dello sviluppo

economico comunitario. Intanto nel 1981 in Francia sale al potere MITTERAND al posto di

D’Estaing. I socialisti sono dunque di nuovo al potere. A svantaggio per il processo di

integrazione poiché il presidente prende subito le distanze dalle questioni europee. Anche perché

rispettare i vincoli dello SME significava rinunciare a riformare il paese in affanno economico.

In Germania KHOL succede a Schmidt.

È comunque inevitabile lo studio di possibili riforme al sistema della PAC poiché l’imposizione

di livelli minimi di prezzi, attuata per far sviluppare i mercati nazionali, ha creato eccedenze

notevoli dovute alla diminuzione dei prezzi nei paesi extra comunitari. Si paventano varie

ipotesi: assegnare una responsabilità ai produttori al fine di limitare le eccedenze, imporre tetti

quantitativi ai beni (raggiunta una certa soglia non si poteva più produrre), clausole a favore dei

paesi più penalizzati (come la GB) da finanziare con l’aumento del gettito proveniente dall’IVA.

La Commissione nel 1983 elabora un LIBRO VERDE SULL’AGRICOLTURA in cui indica i

punti focali per la riforma. I tempi sono maturi nel 1984 per una riforma della PAC, anche grazie

a un avvicinamento della Francia.

Si introducono:

− soglie di garanzia (limite max di produzione per alcuni prodotti al di sopra del quale

venivano meno le garanzie per i produttori);

− quote di produzione per il latte;

− razionalizzazione nella concessione di aiuti;

− revisione del sistema di fissazione dei prezzi.

Sul filo delle iniziative politiche, invece, per progredire nel percorso verso l’integrazione, si

registra nella metà degli anni 80 il tentativo di GENSCHER (ministro esteri Germania) e di

Emilio COLOMBO (ministro esteri Italia) di realizzare il progetto denominato ATTO

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EUROPEO, una sorta di road map per l’integrazione economica e politica che prevedeva una

graduale diminuzione per gli interessi vitali degli stati membri in favore della Comunità e un

sempre maggiore ricorso alla maggioranza qualificata (in controtendenza a quanto stabilito con il

compromesso del Lussemburgo). Il progetto però così come era strutturato incontrò notevoli

resistenze (GB e FR in primis) e non venne approvato. Sulla sua ossatura, però, fu approvata la

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DICHIARAZIONE SOLENNE SULL’UNIONE EUROPEA , o Dichiarazione di

STOCCARDA, poiché fu rilasciata durante il Consiglio Europeo di Stoccarda. Si tratta di una

dichiarazione che non rendeva vincolanti le norme da essa contenute, ma soprattutto non

conteneva alcun riferimento a modifiche del compromesso del Lussemburgo. L’unico lato

positivo in senso integrazione era un riferimento importante alla necessità di completare il

mercato interno.

Sul fronte Parlamento europeo, tra gli Eurodeputati nel primo parlamento vi era Altiero Spinelli

che dall’interno prosegue la sua personale lotta federalistica. Per realizzare tale progetto Spinelli

fonda un movimento interno al Parlamento detto MOVIMENTO DEL COCCODRILLO,

un’organizzazione trasversale il cui scopo era quello di avviare iniziative federali suscettibili di

essere accolte dal parlamento europeo. Il movimento produce anche un PROGETTO DI

TRATTATO DI UNIONE EUROPEA (detto anche progetto Spinelli) in cui si immagina la

creazione di una Unione Europea, un’istituzione con personalità giuridica, una comunità

confederale, fondata sulla democrazia e sulla volontà di tutela dei diritti fondamentali dei

cittadini. Spinelli nel progetto immagina una riforma delle istituzioni europee in senso

federalista, con un parlamento dotato di maggiori poteri, una personalità giuridica dell’Unione

che aveva competenze esclusive rispetto agli stati (in materia di mercato e moneta), competenze

concorrenti e potenziali (sicurezza). Delinea gli scopi che tale Unione si pone di raggiungere

(sviluppo umano basato sula ricerca, sull’occupazione, eliminazione delle disparità e degli

squilibri, miglioramento della qualità di vita, assicurare progresso economico, promuovere il

libero mercato e la stabilità monetaria..). Valeva il principio di sussidiarietà per cui l’Unione

sarebbe intervenuta in settori estranei alla sua competenza solo in caso l’azione nazionale non

fosse stata efficace. Il progetto però non trova l’appoggio necessario e decade.

Un altro aspetto importante degli anni 80 è l’allargamento della Comunità a GRECIA, SPAGNA

16 I principali punti toccati dalla dichiarazione sono:

• la volontà di approfondire e rafforzare l'integrazione;

• la riaffermata adesione ai principi democratici e al rispetto dei diritti umani dei paesi membri;

• la chiamata ad una maggiore coerenza di azione e coordinamento sulle politiche comuni, anche in relazione a

procedure di decisione più efficienti;

• la prima istituzionalizzazione del Consiglio europeo;

• un rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo;

• un maggiore coordinamento della Comunità sui temi economici, monetari, mercato interno, politiche industriali e

agricoltura;

• un rafforzamento del coordinamento in politica estera nel quadro della Cooperazione politica europea;

• una maggiore cooperazione sui temi culturali;

• un impegno sull'armonizzazione delle legislazioni europee, soprattutto nel campo del completamento del mercato

unico;

La dichiarazione, che avrebbe dovuto essere rivista ogni 5 anni, è stata la base del dibattito che ha poi portato nel

1986 all'adozione dell'Atto unico europeo.

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e PORTOGALLO. I paesi presentano la candidatura a metà anni 70 ma il dibattito in seno ai 9 è

forte e i dubbi su un potenziale indebolimento dell’economia della comunità elevati a causa del

forte divario economico tra i Paesi della Comunità e i Paesi dell’Area Mediterranea. La Spagna

veniva da una lunga dittatura Franchista che l’aveva isolata dal resto dell’Europa e ridotta a una

situazione economica molto delicata. L’entrata dei 3 poi avrebbe determinato scompensi nella

PAC con ingresso di ulteriore prodotto nel mercato laddove si faceva fatica a smaltire quello già

in circolazione. Dal punto di vista istituzionale, passare da 9 a 12 significava ancora maggiori

difficoltà in campo decisionale. Come raccogliere l’unanimità di 12 stati? Era evidente che si

dovesse gioco forza muovere verso un voto a maggioranza qualificata. Un problema per la

Francia.

Il negoziato più rapido è quello con la Grecia. Alla fine si pattuisce un adeguamento legislativo

per la Grecia in 5 anni, l’eliminazione delle discriminazioni tariffarie e 24 seggi in parlamento.

Invece Spagna e Portogallo riusciranno a entrare solo nell’84. Il trattato di adesione firmato da

Spagna e Portogallo permette il 1 gennaio del 1986 di dichiarare al mondo l’EUROPA DEI 12.

Il parlamento da 410 passa a 518 deputati (60 seggi alla Spagna e 24 al Portogallo).

Nel 1980 è ancora evidente che l'integrazione economica non sia stata completata: ci sono ancora

barriere finanziarie “di ritorno” sotto forma di sovvenzioni e rimborsi, impedimenti al

commercio ottenuti tramite legislazioni in materia sanitaria e controlli non giustificati, il mercato

dei servizi e degli appalti pubblici è altamente in contrasto con le norme di un libero mercato.

Insomma c’è tanto da fare e la spinta propulsiva viene dalla sentenza CASSIS di DIGIONE. Un

commerciante tedesco chiede all’autorità tedesca preposta al controllo delle importazioni di poter

importare dei liquori tra cui la Creme de Cassis francese. L’agenzia tedesca non da il semaforo

verde sostenendo che la gradazione alcolica del liquore francese fosse troppo alta per consentirne

un commercio in Germania. Il commerciante fa ricorso e il suo caso viene presentato alla Corte

di Giustizia Europea la cui sentenza fa da boost politico al processo di integrazione e, in

particolare, all’unificazione del mercato. La corte fondamentalmente dice che se un articolo è

prodotto conformemente alle regole legali comunitarie in un Paese x dell’Unione, allora questo

prodotto può essere venduto senza ulteriori controlli in tutti gli altri paesi membri.

Ciò da un grosso impulso al percorso di perfezionamento del mercato comune tanto che negli

anni 80 il dibattito torna a essere pressante e sollecita la liberalizzazione del mercato. Nel 1985 la

commissione, con il nuovo presidente DELORS (francese nonché noto europeista), spinge sulla

necessità di un completamento del mercato comune e promuove la stesura di un LIBRO

BIANCO che stabilisse il percorso necessario per attuarlo. Il libro promuoveva il superamento

delle barriere fisiche, tecniche e fiscali, accettando limitazioni nazionali, di modo da raggiungere

la libera circolazione di merci, capitali e servizi. Ma andiamo con ordine.

Nel 1983 al consiglio Europeo di Stoccarda viene rilasciata la DICHIARAZIONE di Stoccarda

(dichiarazione solenne sull’Unione Europea) sulle cui basi, l’anno successivo, vengono

convocati due comitati di esperti:

Comitato Dooge per formulare suggerimenti al fine di potenziare il funzionamento della

cooperazione comunitaria con riforme istituzionali. In particolare si poneva come obiettivo

quello di creare uno spazio economico omogeneo, attraverso la liberalizzazione degli appalti

pubblici e della circolazione dei capitali, la coordinazione delle varie politiche nazionali. Inoltre,

puntava sulla condivisione dei medesimi valori culturali delle genti europee per settare nuovi

obiettivi di tipo ambientale e sociale.

Dal punto di vista politico il rapporto affrontava il tema della personalità internazionale della

CEE e proponeva un incremento dei poteri del parlamento.

In fine, il rapporto proponeva la convocazione di una CONFERENZA

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INTERGOVERNATIVA (CIG) (l’Italia era favorevole, la Francia cauta, la GB contraria alle

riforme istituzionali e favorevole solo a quelle economiche)di rappresentanti degli stati per

redigere un Trattato sull’Unione Europea in cui dovevano confluire i risultati della Dichiarazione

solenne di STOCCARDA. Praticamente era un modo per riformare i trattati esistenti e aprire una

porta al processo di integrazione fermo praticamente al 1957.

Comitato Adonnino incaricato di definire il tema dell’Europa dei cittadini con azioni volte a

rafforzare l’identità europea partendo dai cittadini.

I rapporti dei Comitato Dooge e Adonnino vennero discussi al Consiglio europeo di Milano che

si tenne nel 1985 in cui si auspicò nuovamente ad un ricorso sempre maggiore al voto con

maggioranza (spingevano in questo senso i paesi del BENELUX). Ciò con l’opposizione di GB

che voleva rimanesse la possibilità di veto. Grazie però al contributo di PRODI, allora ministro

degli esteri, si raggiunse un accordo per indire una conferenza intergovernativa (si votò in

consiglio europeo e la GB votò contro ma ci fu cmq un’approvazione a maggioranza).

Attenzione perché proprio questa conferenza intergovernativa (CI) sarà alla base della stesura del

TESTO UNICO l’anno successivo (che rappresenta lo step seguente ai trattati di Roma). Infatti

la CI si pone come obiettivi quelli di:

− stilare un progetto di trattato sulla politica estera e la sicurezza comune e sulle riforme

istituzionali (procedure decisionali del consiglio, poteri del parlamento, allargamento

competenze della comunità, ecc.);

− studiare apposite misure per creare uno spazio economico unitario sulla base del libro bianco

elaborato dalla commissione DELORS.

Subito il dibattito fu sulla opportunità o meno di trattare i due filoni di interesse (quello

economico del mercato comune e quello politico delle riforme istituzionali) in modo unitario o in

modo separato. Il parlamento europeo, per esempio, così come l’Italia, volevano un trattato unico

in cui venissero perseguiti i due rami di riforme. FR e GB invece, erano più interessate agli

sviluppi economici e alle opportunità che potevano derivare da un mercato unico senza barriere

che dall’idea di far crescere le competenze dell’Unione a scapito della loro capacità decisionale.

Il consiglio, infatti, dove si votava sostanzialmente all’unanimità optò per tenere separate le cose

dando mandato a due commissioni autonome. Lo stesso DELORS insistette affinché si facesse

un discorso unitario e affinché si votasse a maggioranza, prendendo in considerazione la

possibilità di aumentare i poteri del parlamento. Germania e Italia erano favorevoli ad una

estensione dei poteri del parlamento mentre, come sempre Francia, GB e Danimarca contrari.

Alla fine il compromesso raggiunto, in un ottica funzionalista, viene sigillato in quello che è noto

come ATTO UNICO EUROPEO, approvato il 1 gennaio 1986. Questo, prevedeva:

un rafforzamento della commissione (ma nulla nel verso del parlamento) ma soprattutto (e questo

è la vera novità) la creazione, entro il 1992, del mercato unico, uno spazio senza frontiere nel

quale era garantita la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi, dei capitali. Per

l’approvazione delle norme atte a implementare il mercato unico in seno al consiglio, si decise di

17 Il termine conferenza intergovernativa (CIG) indica una trattativa tra i governi degli Stati membri, che si

svolge con l'obiettivo di apportare modifiche ai trattati. Le conferenze sono convocate nel quadro della

procedura di revisione ordinaria dei trattati prevista dall’articolo 48 del trattato sull’Unione europea.

(MAASTRICHT). Nel quadro di tale procedura, qualsiasi Stato membro, la Commissione o il Parlamento europeo

possono sottoporre al Consiglio progetti intesi a modificare i trattati. Tali progetti sono trasmessi dal Consiglio al

Consiglio europeo e notificati ai parlamenti nazionali. Qualora il Consiglio europeo, previa consultazione del

Parlamento europeo e della Commissione, adotti a maggioranza semplice una decisione favorevole all'esame delle

modifiche proposte, il presidente del Consiglio europeo convoca una convenzione. La convenzione è composta da

rappresentanti dei parlamenti nazionali, dei capi di Stato e di governo degli Stati membri, del Parlamento europeo e

della Commissione. Essa esamina i progetti di modifica e adotta per consenso una raccomandazione a una

conferenza dei rappresentanti dei governi degli Stati membri. Tale conferenza è convocata dal presidente del

Consiglio allo scopo di stabilire di comune accordo le modifiche da apportare ai trattati.

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votare a maggioranza qualificata. Ma attenzione. Era solo un contentino poiché il voto era

riservato solo a questo settore. Già gli aspetti fiscali del progetto mercato unico dovevano essere

approvati all’unanimità. A parte il traguardo economico che rispondeva a interessi ben precisi,

l’AUE fu una delusione sotto il profilo integrazione. Certo la commissione ne uscì leggermente

rafforzata, ma il parlamento continuò ad avere un ruolo marginale. Sul fronte politica estera e

sicurezza comune, l’AUE prevedeva di rafforzare la posizione corale tramite un maggior ricorso

alla COOPERAZIONE EUROPEA. Cioè gli stati si dovevano impegnare ad andare nella stessa

direzione sebbene non ci fosse nessun vincolo di tipo giuridico/istituzionale.

Va poi, per completezza, aggiunto che l’AUE prevedeva l’istituzione di un FONDO DI

SVILUPPO REGIONALE al fine di ridurre il divario economico e favorire lo sviluppo dei paesi

arretrati in modo di favorire il mercato unico. Dal punto di vista AMBIENTALE l’AUE

prevedeva una responsabilità ambientale della comunità applicando sanzioni economiche a

coloro che provocano inquinamento e incentivando la riduzione di emissioni. Un’altra novità era

l’aspetto sociale ritenuto di precipua competenza comunitaria. DELORS aveva insistito tanto

sulla necessità di adottare adeguate politiche sociali. In un documento del 1987, “portare l’atto

unico al successo” Delors stila un pacchetto di riforme (il c.d. Pacchetto Delors: contenimento

spesa agricola, creazione di nuove risorse, incremento dei fondi strutturali) necessarie per

incrementare lo sviluppo regionale e favorire il mercato unico. Si tratta di misure volte a

realizzare un equilibrio nelle spese della comunità che garantisse a tutti i paesi di partecipare al

mercato unico. È un pacchetto interessante che si struttura su 2 obiettivi:

OBIETTIVO 1: alle regioni economicamente inferiori alla media comunitaria (Irlanda, Spagna

Grecia, Italia meridionale..) erano destinati il 63% delle risorse del piano;

OBIETTIVO 2: alle zone soggette a declino industriale (Galles, Paesi Bassi..) era riservato il

12% degli investimenti.

OBIETTIVO 3: riservare il restante 25% a sostegno della disoccupazione.

Il pacchetto, nonostante le opposizioni della Thatcher, fu approvato nel 1988: ora a Delors non

rimaneva che insistere e spingere sull’UNIONE ECONOMICA E MONETARIA, ultimo step per

ottenere il mercato unico. Tutti dovevano condividere le stesse regole e la stessa moneta. Il

percorso non era semplice e prevedeva delle premesse indispensabili come quella di creare una

Banca Centrale Europea. Nel consiglio europeo di Strasburgo del 1989 fu convocata una

conferenza intergovernativa per attuare il progetto dell’unione Economica e Monetaria. Inoltre,

in tale circostanza (nel consiglio di Strasburgo) fu approvata la CARTA COMUNITARIA DEI

DIRITTI SOCIALI FONDAMENTALI DEI LAVORATORI (tanto auspicata da Delors):

libertà di movimento, diritto all’impiego e a una giusta remunerazione, protezione sociale,

contrattazione collettiva, formazione professionale, salute e sicurezza sul luogo del lavoro, alla

pensione ecc.

Tra la fine degli anni 80 e l’inizio del 90, succede qualcosa a livello internazionale che avrebbe

cambiato radicalmente gli equilibri e la geografia del mondo fino ad allora conosciuto. Termina

la guerra fredda, con la sconfitta del patto di Varsavia e con le immagini delle picconate sul Muro

di Berlino (novembre 1989), simbolo della divisione tra est e ovest che cadendo, segna la caduta

dell’Unione Sovietica. Ora L’US aveva funzionato da ombrello sotto cui erano unite una serie di

Stati e staterelli. Il governo del Cremlino aveva assicurato stabilità, equilibrio, unione. Con la

caduta del muro e la fine della guerra questo collante viene meno, il mondo bipolare non esiste

più, ora esiste il mondo a propulsione unica, quella degli USA. Ma tali enormi cambiamenti non

possono non influire sulla Comunità Europea da sempre area di mezzo tra US e USA. Intanto la

prima importante questione riguarda la Germania. Non più divisa fisicamente cerca e vuole

un’unità anche politica e istituzionale trovando subito un’ingiustificata opposizione della Francia

di Mitterrand che evidentemente temeva che tale processo avesse spinto ancora di più la Ge in

alto. Da che aveva perso la Guerra, al rafforzamento post bellico ora si sarebbe avuto un ulteriore

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passo in avanti. Ma il processo di unificazione non si poteva fermare. Nel settembre del 90, un

anno dopo la caduta del muro, le 2 Germanie si incontrano a Mosca con i Paesi vincitori della 2

GM: FR, GB, USA, e RUSSIA. Viene firmato un trattato che restituisce la sovranità alla

GERMANIA UNITA. Anche la questione della sua integrazione nella Comunità Eu e nella

NATO fu superata con un impegno della Ge a favorire ancora di più il processo di integrazione.

E infatti così sarà: la GE sarà il protagonista indiscusso del processo di integrazione Eu da qui in

avanti, nonché il Paese trainante per eccellenza della Comunità. La risoluzione della questione

tedesca fu agevolata dal suo cancelliere Helmut Kohl secondo cui la casa tedesca doveva essere

costruita sotto il “tetto europeo”.

Mitterrand si deve adeguare e dopo una serie di incontri con il cancelliere tedesco ritiene sia

opportuno un avvicinamento politico alla Germania (per controllarla in realtà). Così nel consiglio

europeo di Dublino (Irlanda) nel 1990, preso atto dell’avvenuta unificazione tedesca, si decide di

convocare una Conferenza Intergovernativa (CIG) sull’Unione Politica e si condivide la volontà

di accelerare il processo di unione economica e monetaria. Poi, nel consiglio europeo successivo,

c’è il rilancio: infatti viene nuovamente affrontato il tema dell’unione politica e viene presa la

decisione di istituire 2 CIG: una sull’Unione Economica e Monetaria, l’altra sull’Unione politica.

L’ipotesi di una svolta in senso federalista, sullo slancio derivante dall’unificazione tedesca e

dalla fine della guerra fredda, viene sposata anche dalla Francia di Mitterrand, ma trova

l’opposizione della GB che è addirittura contraria all’unione economica e monetaria (infatti

manterrà la sterlina). A spingere era invece la GE che dopo la 2GM aveva giovato

dell’abbattimento delle barriere doganali. Essa individuava infatti nella stabilità dei prezzi il

primo passo da compiere per giungere all’unione Economica e monetaria.

Nel corso del Consiglio Europeo di ROMA del 90, vennero discusse le due linee di azione:

quella politica (che voleva un ampliamento delle competenze comunitarie, rafforzamento dei

ruolo del parlamento europeo, la PESC, la CITTADINANZA EUROPEA, il PRINCIPIO DI

SUSSIDIARIETA’, modifiche nel settore AFFARI INTERNI E GIUSTIZIA) e quella

economico-monetaria (con l’idea di creare una nuova istituzione comunitaria per gestire la

politica monetaria dell’unione). Le decisioni del consiglio furono duramente criticate dalla GB

della Thatcher che non condivideva in modo assoluto il progetto di unione politica e non voleva

la creazione di una banca centrale e di una moneta unica. Sempre nel 90 però ci sono le elezioni

politiche in GB e sale al potere al posto della Thatcher un altro conservatore, MAJOR che

rimarrà premier fino al 97. Sempre ne consiglio europeo di Roma, furono poi discusse le linee

d’azione da tenere con i paesi dell’Est, ex-Patto di Varsavia. Si decise di tenere un atteggiamento

di apertura, di sostegno (anche economico).

Insomma, nell’idea dei federalisti di quel periodo vi era il passaggio dalla Comunità di stati a

quell’Unione inseguita da Spinelli. Una nuova istituzione con personalità giuridica, con poteri e

autonomia rispetto agli stati membri, capace di perseguire obiettivi non solo economici ma anche

di Politica e di Sicurezza. Ad un certo punto Mitterrand e Kohl pensano di rivitalizzare la UEO,

l’Unione Europea Occidentale, quella organizzazione creata nel 1948 parallelamente alla NATO

che doveva incentivare la cooperazione in materia di difesa e sicurezza ma che non aveva mai

realmente funzionato. Ma di nuovo la GB era contraria.

Anche il Lussemburgo si dimostra attivo presentando un progetto di unione politica basato su 3

pilastri:

− COMUNITA’ EUROPEA al cui interno sarebbero confluite CEE, CECA, EURATOM;

− PESC;

− AFFARI INTERNI E DI GIUSTUZIA.

Anche il Belgio presenta la sua proposta nel 1991 ma il contributo più determinante viene

nuovamente dal francese DELORS il quale intuisce che non ci può essere una unità se non si è in

grado si esprimere una deterrenza, una politica di difesa comune. Su questo tema Italia e GB

volevano che si procedesse ma facendo rientrare il discorso difesa comune sotto l’ombrello della

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NATO (come a dire rimaniamo agganciati agli USA), mentre GE e FR erano indirizzate verso un

discorso di autonomia con una UEO rafforzata a parallela alla NATO e con essa cooperante (ma

altra).

Sul fronte invece economico e monetario c’erano gli economisti che ravvisavano la necessità di

un aggiustamento delle economie nazionali prima di unificare, mentre i monetaristi che

pensavano che un’unione economica e monetaria avrebbe spinto gli stati a posteriori ad

allinearsi. Comunque nel consiglio europeo di Maastricht nel 1991 fu raggiunto un accordo sul

trattato dell’Unione Europea che segnava un’ampia cessione di sovranità nazionale da parte degli

stati membri, SOPRATTUTTO NEL SETTORE MONETARIO. Tranne UK e Danimarca, infatti,

gli altri paesi attribuivano all’Unione il diritto di stabilire la politica monetaria. Va detto che il

consiglio di Maastricht se fa dei passi grossi nel senso dell’unione economica e monetaria non

prende decisioni federaliste per quanto riguarda l’UNIONE POLITICA. La firma del

TRATTATO DI MAASTRICHT avviene il 7 febbraio 1992 ed entra in vigore il 1° Novembre

1993, dopo una serie di referendum nazionali indetti dagli Stati aderenti e risoltisi positivamente

(con la sola eccezione della Norvegia). Il processo di ratifica non fu facile soprattutto per quanto

avvenne in Danimarca

che aveva indetto un referendum per l'approvazione del Trattato di Maastricht. A sorpresa,

un'esigua maggioranza (lo 0,7% in più) votava contro la ratifica. (segno che tra la popolazione

c’era ancora un forte SCETTICISMO nei confronti del progetto europeo). La Danimarca era

sempre stata molto scettica verso il processo d'integrazione, gelosa dei suoi rapporti “storici”

privilegiati con l'area scandinava e con quelli economici privilegiati con la Gran Bretagna. La

bocciatura mise in dubbio l'intero processo d'integrazione, specie dopo che Mitterrand ne

indiceva uno analogo (ma non necessario) in Francia e la Gran Bretagna - che aveva deciso di

aspettare che tutti gli altri si pronunciassero prima di dire la propria - sembrava puntare a far lo

stesso.

Il principio di sussidiarietà fu al centro delle critiche per la sua vaghezza. L'ipotesi di conferire

alla Corte di giustizia l'incarico di dirimere i conflitti in tema di sussidiarietà veniva percepita

come troppo federalista. Nel giugno 1992 il Consiglio europeo di Lisbona si riuniva per cercare

una soluzione. Venne sollecitata la Commissione affinché chiarisse meglio i contenuti della

sussidiarietà.

L'attenzione dei Paesi europei si concentrò sull'esito del referendum francese. L'eventuale

bocciatura, era implicito, avrebbe affossato definitivamente Maastricht. Il 20 settembre 1992 la

Francia votava a maggioranza (50%+1) per il sì. Per tutto il mese i sondaggi negativi avevano

drammaticamente peggiorato la situazione finanziaria dell'Unione, portando gli operatori europei

– preoccupati per la credibilità dello SME (Sistema monetario europeo) – ad “attaccare” le

monete più deboli. Il risultato fu la svalutazione della lira, della sterlina britannica e della peseta

spagnola. Le prime due furono addirittura costrette ad uscire dallo SME (in Italia si parlò di

mercoledì nero), mentre il franco francese messo sotto pressione dalla speculazione si salvò

grazie al sostegno della Deutsche Bundesbank. La politica economica tedesca, in realtà, fu in

parte la causa della crisi economica di quel periodo. Per agevolare il processo di integrazione

della GE Est, la Bundesbank converte i risparmi dei cittadini orientali in marchi generando

un’impennata nei consumi (elevata richiesta di moneta). Ciò ovviamente fa impennare

l’inflazione e la Bundesbank per tenerla sotto controllo aumenta i tassi d’interesse. Ciò altera gli

equilibri in seno alla Comunità Europea mettendo in difficoltà economie instabili come quella

italiana e aumentando i contrasti tra gli stati membri.

La presidenza di turno britannica vide John Major in prima linea nel mettere sotto accusa la CEE

e la sua scarsa trasparenza in tema monetario a causa delle ambiguità della Bundesbank. Dopo

aver minacciato di non sottoporre a ratifica parlamentare il Trattato di Maastricht, Major optò per

la convocazione di un Consiglio europeo straordinario a Birmingham con all'ordine del giorno il

29

tema della sussidiarietà e della trasparenza dell'Unione. La Dichiarazione di Birmingham fu il

risultato della discussione, un atto solenne che sottolineava i vantaggi dell'Unione per tutti i

cittadini europei.

Nel frattempo i partiti politici danesi, per chiarire la posizione del loro paese, avevano approvato

un documento dal titolo "La Danimarca in Europa" che rifletteva la posizione ufficiale danese e,

pur riconoscendo la bontà del processo d'integrazione, chiedeva – in linea con la Dichiarazione

di Birmingham – una maggiore trasparenza delle procedure.

Al Consiglio europeo di Edimburgo vennero accolte le richieste danesi e stabilito ufficiosamente

che, in caso di nuovo esito negativo al referendum successivo, la Danimarca sarebbe uscita dalla

CEE. In merito al principio di sussidiarietà il consiglio europeo sottolineò il carattere dinamico

della sua applicazione, specificando che negli ambiti di competenza “concorrente” l’intervento

comunitario sarebbe stato subordinato all’incapacità di intervento del paese membro.

Il 18 maggio 1993 il 56,8% dei danesi si espresse a favore. Tre giorni dopo, ad ampia

maggioranza, la Camera dei Comuni inglese ratificava il Trattato.

Per uscire comunque da una crisi economica e monetaria, i paesi membri decidono di modificare

il margine di fluttuazione delle monete dal 2,5% in + e in – al 15% in + e in -. Il sistema

monetario europeo (SME) riesce a sopravvivere ma si è costretti a spostare in avanti la 3 fase

dell’UEM (cioè dotarsi di una moneta comune) dal 1995 al 1999.

Il T. di M. costituisce il punto di arrivo di un percorso avviato nel 1983 in occasione del

Consiglio europeo di Stoccarda, quando venne rilanciata l’idea di un’unione politica da

affiancare alla CEE. Lo stesso Atto Unico Europeo del 1986 aveva dato una chiara spinta in tal

senso.

Il trattato di M. o trattato dell’unione europea (perché appunto nasceva l’UE) si poneva come

alternativa, autonoma rispetto alle pre esistenti CEE, CECA e EURATOM. Da dunque vita a una

nuova realtà politica ed economica. Si basava su 3 pilastri:

1. CEE, CECA E EURATOM;

2. PESC;

3. GIUSTIZIA E AFFARI INTERNI (GAI).

Il primo pilastro è costituito dalla Comunità europea, dalla Comunità europea del carbone e

dell'acciao (CECA) e dall' Euratom e riguarda i settori in cui gli Stati membri esercitano

congiuntamente la propria sovranità attraverso le istituzioni comunitarie. Vi si applica il

cosiddetto processo del metodo comunitario, ossia proposta della Commissione europea,

adozione da parte del Consiglio e del Parlamento europeo e controllo del rispetto del diritto

comunitario da parte della Corte di giustizia.

Il secondo pilastro instaura la Politica estera e di sicurezza comune (PESC) prevista al titolo V

del trattato sull'Unione europea. Esso sostituisce le disposizioni contenute nell'Atto unico

europeo e consente agli Stati membri di avviare azioni comuni in materia di politica estera. Tale

pilastro prevede un processo decisionale intergovernativo, che fa ampiamente ricorso

all'unanimità. La Commissione e il Parlamento svolgono un ruolo modesto e tale settore non

rientra nella giurisdizione della Corte di giustizia.

Il terzo pilastro riguarda la cooperazione nei settori della giustizia e degli affari interni (JAI),

prevista al titolo VI del trattato sull'Unione europea. L'Unione deve svolgere un'azione congiunta

per offrire ai cittadini un livello elevato di protezione in uno spazio di libertà, sicurezza e

giustizia. Anche in questo caso il processo decisionale è intergovernativo.

Attenzione a questa distinzione tra Processo decisionale comunitario e Processo decisionale

intergovernativo. Il metodo comunitario coinvolge 3 protagonisti: commissione (iniziativa

legislativa), consiglio (che decide) e parlamento (che controlla). Il metodo intergovernativo,

invece, coinvolge in via determinante gli Stati membri lasciando agli organi comunitari un ruolo

30

marginale. Si capisce come il processo di integrazione sia maturo sul settore economico, dove

l’UE ha un ruolo fondamentale e autonomo, mente è ancora acerbo sul settore PESC e Giustizia

e affari interni.

L’Unione Europea si pone come obj quelli di promuovere un progresso economico e sociale

equilibrato e sostenibile, segnatamente mediante la creazione di uno spazio senza frontiere

interne, il rafforzamento della coesione economica e sociale e l'instaurazione di un'unione

economica e monetaria che comporti a termine una moneta unica;

affermare la sua identità sulla scena internazionale, segnatamente mediante l'attuazione di

una politica estera e di sicurezza comune, ivi compresa la definizione a termine di una politica

di difesa comune che potrebbe, successivamente, condurre ad una difesa comune;

rafforzare la tutela dei diritti e degli interessi dei cittadini dei suoi Stati membri mediante

l’istituzione di una cittadinanza dell'Unione;

sviluppare una stretta cooperazione nel settore della giustizia e degli affari interni;

Gli obiettivi dell'Unione saranno perseguiti conformemente alle disposizioni del presente trattato,

nel rispetto del principio di sussidiarietà (nei settori che non sono di sua esclusiva competenza,

la comunità interviene solo laddove l’azione degli stati non sia sufficiente a consentire il

raggiungimento dell’obiettivo) definito nel trattato che istituisce la Comunità europea.

Il trattato idi M. abolisce la dicitura di CEE in funzione di quella di Comunità Europea (CE) che

ha il compito di promuovere, mediante l'instaurazione di un mercato comune e un'unione

economica e monetaria e uno sviluppo armonioso ed equilibrato delle attività economiche

nell'insieme della Comunità, una crescita sostenibile (sviluppo tecnologico ma ponendo il

massimo rigore nella protezione dell’ambiente) non inflazionistica e che rispetti l'ambiente, un

elevato grado di convergenza dei risultati economici, un elevato livello di occupazione e di

protezione sociale, il miglioramento del tenore e della qualità della vita, la coesione economica e

sociale e la solidarietà tra gli Stati membri (istruzione, formazione, cultura, trasporti, sanità,

protezione dei consumatori sono tutti elementi fondamentali introdotti con il trattato).

Il trattato inoltre introduce il principio della cittadinanza europea per cui ogni cittadino

dell’unione ha 2 cittadinanze, quella statale e quella europea.

La road map istituita dal trattato per raggiungere il traguardo economico della moneta unica

prevede 3 fasi:

1 FASE: libera circolazione dei capitali;

2 FASE: convergenza delle politiche economiche degli stati;

3 FASE: creazione di una Banca Centrale Europea che doveva stabilizzare i prezzi e della

moneta unica. La BCE e le banche nazionali formano una rete detta Sistema Europeo delle

Banche Centrali (SEBC).

La GB dischiara sin da subito la sua intenzione a non passare alla 3 fase (viene istituito il c.d.

sistema dell’OPTING OUT), mentre la Danimarca subalterna il passaggio a un referendum.

Per quanto riguarda la PESC invece il trattato non andava oltre l’incentivazione alla

cooperazione, al tentare di assumere posizioni comuni, al coordinare le politiche nazionali ma

niente di concreto, di esecutivo.

Nel terzo pilastro si disciplinava la posizione comunitaria in materia di asilo, di immigrazione,

lotta contro il terrorismo, il traffico di droga, le frodi internazionali. Si prevedeva inoltre la

creazione di una polizia europea (EUROPOL).

Un’altra novità era la creazione dell’OMBUDSMAN, un mediatore che aveva il compito di

tutelare le persone fisiche e giuridiche contro eventuali danni arrecati ingiustamente dalle

istituzioni europee (principio della vicinanza al cittadino!!).

Le istituzioni che il Trattato introduce sono:

1. il CONSIGLIO EUROPEO: riunisce (sempre a Bruxelles) i Capi di Stato o di Governo degli

Stati membri nonché il Presidente della Commissione. Il Consiglio europeo si riunisce almeno

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due volte l'anno sotto la Presidenza del Capo di Stato o di Governo dello Stato membro che

esercita la Presidenza del Consiglio.

2. il PARLAMENTO EUROPEO: (a STRASBURGO) i suoi poteri sono incrementati grazie

anche al sistema della CODECISIONE, ovvero della decisione congiunta con il Consiglio.

Otteneva anche il potere di investiture della commissione.

3. la COMMISSIONE: (a BRUXELLES) membri scelti in base alle loro competenze generali,

iniziano il mandato previa approvazione del parlamento (è una delle novità che incrementa i

poteri del parlamento) devono essere almeno uno per ogni paese membro; operano in piena

indipendenza nell’interesse generale della comunità (“non accettano istruzioni da parte di alcun

governo”). Sono in carica 5 anni con mandato rinnovabile. La commissione che ha l’iniziativa

legislative decide a maggioranza.

4. la CORTE DI GIUSTIZIA (in Lussemburgo);

5. la CORTE DEI CONTI

6. nasce poi il comitato delle regioni con funzione consultiva e atto a valorizzare il contributo

regionale.

Subito dopo il trattato, il solito DELORS propone una serie di misure per mettere in atto gli

intendimenti del trattato. Si tratta del c.d. 2 PACCHETTO DELORS che, sostanzialmente,

prevede un incremento delle risorse comunitarie. Delors pubblica in quegli anni uno scritto dal

titolo: le sfide per entrare nel XXI Secolo e individua nella CRESCITA sostenibile la principale

soluzione. Crescita, occupazione e competitività (le 3 C). Le sue considerazioni danno vita a un

libro bianco (dove viene presentata una ricetta per uscire dalla crisi economica basata su lavoro

flessibile, realizzazione di nuove infrastrutture, temporaneo contenimento dei salari, riforme

strutturali nella programmazione economica ecc) e il suo progetto viene trasformato in un vero e

proprio piano di intervento nel Consiglio europeo del dicembre del 1993. Sarà l’ultimo

importante atto per l’Europa compiuto da Delors poiché, nel 1994, termina il suo mandato quale

presidente della commissione e al suo posto viene eletto e poi confermato dal parlamento

SANTER.

Sempre all’indomani del trattato, inoltre, viene concluso un accordo con l’EFTA per la creazione

di uno SPAZIO ECONOMICO EUROPEO. Sempre in tema di commercio, il 1994 è l’anno in

cui si conclude un altro round in seno al GATT: l’URUGUAY ROUND. Si ricordi che il GATT

non è un’organizzazione internazionale ma una sorta di accordo promosso dagli USA con le

nazioni contraenti per regolare il mercato globale favorendone lo sviluppo e la libera

circolazione dei beni. Ora l’Uruguay Round tra tutti quelli svoltisi (sarà l’ultimo) è forse il più

importante. Intanto perché da quella sessione nasce il WTO, un’organizzazione, questa si, per il

commercio mondiale che sostituirà il GATT e poi perché uno degli accordi più importanti presi,

oltre a quello dell’abbattimento delle barriere doganali, riguarda la tutela della PROPRIETA’

INTELLETTUALE.

Un'altra questione importante che accade negli anni seguenti a Maastricht riguarda i negoziati

per l’ingresso nell’UE di altri paesi tra cui NORVEGIA, AUSTRIA, FINLANDIA e SVEZIA.

Dal punto di vista economico e delle solidità democratica dei paesi non c’erano problemi (per

entrare in UE era necessario condividere pienamente l’ACQUIS COMUNITARIO – ovvero

l’insieme di regole, principi, valori e diritti condivisi dai paesi membri - avere una economia di

scala adeguata per non indebolire il mercato comune, ma anche dimostrare una solidità

democratica e il rispetto dei diritti umani. A Maastricht furono fissati anche alcuni parametri

economici che gli Stati avrebbero dovuto rispettare per entrare nell'Unione e per far sì che le

economie dei diversi Paesi s’indirizzassero verso politiche comuni. Tali parametri, detti

informalmente “parametri di Maastricht”, prevedevano che per poter accedere alla moneta unica

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gli stati dovevano rispettare i seguenti criteri:

− un deficit pari o inferiore al 3% del prodotto interno lordo;

− un rapporto debito pubblico/PIL inferiore al 60%;

− un tasso di inflazione non superiore di oltre 1,5 punti percentuali rispetto a quello medio

dei tre stati membri a più bassa inflazione;

− tassi d'interesse a lungo termine non superiori di oltre 2 punti percentuali rispetto alla

media dei tre stati membri a più bassa inflazione;

− appartenenza per almeno un biennio al Sistema monetario europeo.

Il rispetto dei parametri di Maastricht comportò per molti Paesi l'adozione di ferree misure di

politica economica e finanziaria e, come avvenne nel caso dell'Italia, misure severe finalizzate al

risanamento dei conti pubblici.). Si presentavano tuttavia dei dubbi riguardo la coesione

culturale dell’UE in caso di ulteriore allargamento e problemi dovendo rivedere nuovamente le

procedure decisionali basate sull’allocazione di un potere di voto, all’interno del consiglio,

ponderata in base al peso economico e politico del paese membro. Si aprì una discussione che

trovò il compromesso finale nel consiglio europeo di IOANNINA (in Grecia) dove ci si accordò

(si parlerà infatti di COMPROMESSO DI IOANNINA) e si diede il via libera per l’ingresso in

UE di Norvegia, Austria, Svezia e Finlandia. Di nuovo però un referendum interno in Norvegia

respinse la ratifica. Nasceva l’EUROPA DEI 15!

Con l’uscita di scena di Delors e dopo l’ingresso degli ultimi 3 Paesi, si apre in seno all’Europa

un dibattito su quali debbano essere le regole per l’allargamento della comunità. C’è chi vorrebbe

un Europa a geometria variabile, chi un’Europa a cerchi con un nocciolo duro fatto dai Paesi più

forti.

Nel 1995 in Francia subentra Chirac a Mitterrand. In questo anno sono firmati gli ACCORDI

DI SCHENGEN: si tratta di un trattato che coinvolge sia alcuni paesi dell’UE sia alcuni paesi

extra – comunitari. Oggetto del trattato è il controllo delle persone, che non va confuso con i

controlli doganali sulle merci aboliti tra gli Stati Membri della UE con Maastricht. Gli accordi,

inizialmente nati al di fuori della normativa UE, ne diventeranno parte con il Trattato di

Amsterdam, e vennero integrati nel Trattato sull'Unione europea (Trattato di Maastricht).

Gli Stati membri che non fanno parte dell'area "Schengen" sono il Regno Unito e l'Irlanda, in

base a una clausola di opt-out. Gli stati terzi che partecipano a Schengen sono Islanda, Norvegia,

Svizzera e Liechtenstein.

Praticamente abbattono i controlli sulle persone all’interno dei paesi parte dell’accordo e creano

una rete di sicurezza più estesa con collaborazioni trasversali delle forze di polizia.

Gli anni che vanno dal 95 alla fine del decennio sono anni in cui si discute sul passaggio

all’ultima fase prevista nell’UEM. Si tratta di introdurre la moneta unica tenendo conto di quelli

che sono i requisiti di Maastricht. Il problema però è quando controllare i bilanci, che anno

prendere come riferimento e quali paesi siano effettivamente a posto con i conti. Il ministro delle

finanze tedesco preme affinché sia introdotta una clausola che costringesse i paesi contraenti a

una DISCIPLINA ECONOMICA DI LUNGO PERIODO. La proposta viene accolta e l’anno di

riferimento è il 1997. Viene poi definita una roadmap:

− 1998 anno in cui sarebbe stata pubblicata la lista dei partecipanti alla c.d. eurolandia;

− 1999 anno in cui sarebbe nata la BCE;

− 2002 anno di introduzione della moneta unica;

Attenzione perché si pattuì sin da subito che la disciplina dei conti e il rigore dei bilanci sarebbe

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dovuta esser mantenuta anche dopo l’ingresso in eurolandia. Si istituirono anche delle sanzioni

per gli stati inadempienti. Nel consiglio europeo del 1996 a Dublino si definì che gli stati

dovevano impegnarsi a mantenere il bilancio in pareggio o in attivo e che dovevano presentare

una relazione annuale. Se il deficit di bilancio avesse superato il 3% (a meno di eventi

straordinari e imprevedibili), lo stato inadempiente sarebbe stato oggetto di sanzioni concordate.

L’Italia, per una serie di problemi, non era messa bene alla vigilia dell’Euro, ma il premier di

turno, Romano Prodi da garanzie. Chiaro è che allora come oggi, le politiche di austerità

cozzassero con la necessità di crescita e di rilancio economico (ancora oggi questo è tema di

grandi polemiche). A spingere per il rigore c’era ieri come oggi la GE, mentre la Francia

spingeva affinché parallelamente ci fossero garanzie di occupazione. Nel consiglio europeo di

AMSTERDAM si riesce a trovare la sintesi tra Francia e Germania: accanto al patto di stabilità

ci si accordò sul patto di occupazione.

Sul fronte politico, sempre nel consiglio europeo di Amsterdam fu approvato il TRATTATO DI

AMSTERDAM (1997). Sebbene privo di una visione unitaria e di adeguate indicazioni sul

futuro dell’Europa (attenzione questo è importante: non da indicazioni sulle regole per

l’allargamento della comunità!!!), il trattato apporta rilevante variazioni rispetto al precedente

Maastricht. Le innovazioni vertevano sul 2 e 3 pilastro, PESC e GAI e su ulteriori disposizioni in

materia di politica sociale e lavoro (in particolare con agenda 2000 viene specificata

l’importanza del tema OCCUPAZIONE a premessa di qualunque altra riforma quale

l’ampliamento della comunità). Vengono aumentati i poteri del parlamento estendendo il potere

di co-decisione alla maggior parte delle procedure legislative. Il parlamento riceve anche la

prerogativa di approvare la votazione del presidente della Commissione (già lo faceva coi

membri). Nel consiglio si allarga il ventaglio di questioni su cui è possibile votare a maggioranza

e, cosa molto importante, ai cittadini è permesso di prestare ricorso individualmente alla Corte

nei casi di violazione dei diritti. L’acquis di SCHENGEN viene assorbito dal Trattato di

Amsterdam. Un altro aspetto molto importante introdotto è quello della COOPERAZIONE

RAFFORZATA.

Le cooperazioni rafforzate sono uno strumento di estrema importanza per dare un maggiore

impulso al processo di integrazione dell'Unione europea, senza coinvolgere la totalità degli Stati

membri che possono avere reticenze nell'incrementare l'integrazione in alcune aree (si pensi al

problema di una politica estera comune, cui Stati come la Gran Bretagna sono fortemente

contrari). Esse possono coinvolgere soltanto le aree tematiche che non siano già di competenza

esclusiva dell'Unione europea. I temi di competenza esclusiva dell'Unione sono, per maggior

chiarezza, i seguenti: 1) unione doganale; 2) regole di concorrenza per il funzionamento del

mercato interno; 3) politica monetaria; 4) conservazione delle risorse biologiche del mare; 5)

politica commerciale comune.

Tutti gli altri temi possono essere oggetto di cooperazioni rafforzate. «Le cooperazioni rafforzate

sono intese a promuovere la realizzazione degli obiettivi dell'Unione, a proteggere i suoi interessi

e a rafforzare il suo processo di integrazione. Sono aperte in qualsiasi momento a tutti gli Stati

membri».

Una cooperazione rafforzata si può attuare solo se vi partecipano almeno nove degli Stati

membri dell'Unione. La decisione di creare una cooperazione rafforzata è trasmessa alla

Commissione europea, che ne informa il Consiglio, il quale l'autorizza esprimendosi a

maggioranza qualificata. Le deliberazioni degli Stati con cooperazione rafforzata sono aperte a

tutti i paesi membri dell'Unione, ma solo quelli che sono in cooperazione rafforzata hanno diritto

di voto e le decisioni prese si attuano solo alla loro legislazione. Le cooperazioni rafforzate sono

sempre aperte a qualsiasi Stato membro dell'Unione.

La cooperazione rafforzata nella materia della politica estera e di sicurezza comune (PESC)

rappresenta una novità introdotta dal Trattato di Nizza.

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Esempi di Cooperazioni rafforzate sono il Divorzio tra coniugi di nazionalità diversa

(partecipano tra gli altri Francia, Germania, Italia, Spagna) e il Brevetto europeo (partecipano

tutti gli Stati dell'Unione ad eccezione di Italia e Spagna). Gli stessi accordi di Schengen possono

essere catalogati come un esempio di cooperazione rafforzata sebbene è proprio il trattato di

Maastricht che riconduce questi accordi, nati fuori dalla legislazione europea, all’interno di

Maastricht.

È con il trattato di Amsterdam che nasce la figura di Alto Rappresentante della politica estera e

della sicurezza comune (incarico oggigiorno molto noto per via della candidatura e della nomina

della MOGHERINI), proprio per dare un segnale di volontà di fare un passo avanti in questo

delicato settore (ruolo di coordinamento atto a sviluppare unità e sinergia). Inoltre il trattato

riconosceva l’UEO come parte integrante dell’UE con capacità operative di difesa.

Il dopo Amsterdam è caratterizzato dal dibattito sull’implementazione della moneta unica e

sull’allargamento della comunità europea. Per quanto riguarda il primo aspetto dal 1998 era

necessario partire con la BCE che, su suggerimento della Francia, doveva essere affiancata da un

CONSIGLIO dell’EURO, una sorta di tavolo a cui sedevano, oltre al capo della BCE anche i

governatori delle banche centrali nazionali. Era evidente che serviva un coordinamento per

partire, le politiche monetarie dovevano essere concertate. C’era poi il problema di quali fossero

i paesi ad entrare in eurolandia. Nel 1998, il consiglio europeo di turno decise di ammettere

all’euro 11 paesi su 15: rimangono fuori UK e Danimarca (in virtù della clausola dell’Opting

Out), Svezia e Grecia (per mancato adeguamento ai parametri richiesti). Un altro passo in avanti

fu quello di definire i tassi di cambio delle varie monete con l’euro. L’euro offriva vantaggi ai

paesi membri ma anche svantaggi.

VANTAGGI:

− Permetteva di far meglio fronte al disordine dei mercati finanziari;

− permetteva un maggior controllo sui prezzi;

− permetteva di assumere una posizione autonoma rispetto al dollaro;

− agevolava il libero scambio dei beni;

− permetteva all’Europa in quanto istituzione comunitaria di poter fare una politica monetaria

comune;

SVANTAGGI:

− impossibilità a livello nazionale di fare politiche monetarie di svalutazione (no stampa

moneta);

− ostacoli di natura linguistica e culturale;

− passaggio a una currency nuova e adattamento della vita reale al essa;

− discussione in ambito comunitario sulla politica monetaria della BCE.

Per quanto riguarda l’allargamento della UE ai paesi dell’Est, nel 1998 furono aperti i negoziati

per l’ingresso di altri sei paesi tra cui Polonia, Repubblica Ceca e Cipro nonostante le perplessità

espresse dalla Francia su quest’ultima. Cipro infatti, pur essendo stata ammessa ai negoziati, non

rispettava i requisiti di ammissione avendo una anomala condizione giuridica: era divisa tra greci

e turchi. Per allargare la Comunità ai paesi dell’est, comunque, si rese necessario nominare una

CIG che si occupasse delle necessarie riforme istituzionali. La conferenza doveva presentare i

suoi lavori entro il 2000 e aveva come mandato quello di rivedere la composizione della

commissione, la ripartizione dei voti in Consiglio, di attuare delle riforme per aumentare il

ricorso al voto di maggioranza.

Discorso a parte merita la Turchia che aveva sempre manifestato un interesse a entrare nella sfera

europea ma che non dava le garanzie istituzionali necessarie (rispondenza all’acquis

comunitario: per esempio in Turchia c’era la pena di morte – poi abolita proprio per avvicinarsi

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all’EU- e vi erano stati casi di persecuzione delle minoranze curde). Dal 1964 vi erano degli

accordi commerciali con la CEE prima e con l’Ue dopo (gli accordi di Ankara)

Nel 1998 inoltre accadono altre due cose importanti: in Germania Schröder prende il posto di

Kohl e Prodi sale alla guida della Commissione europea.

Nel consiglio europeo di Helsinki, in fine, si prese una decisione importante in merito al settore

della difesa comune. Abbiamo detto che il Trattato di Amsterdam riconosceva all’UEO capacità

operative. Bene, nel consiglio di Helsinki si attribuisce all’Ue la capacità di gestione delle crisi

internazionali. Vengono creati il COMITATO POLITICO E DI SICUREZZA a cui si affiancava

un COMITATO MILITARE per la pianificazione delle strategie da adottare in caso di conflitti.

In fine si istituiva una FORZA MILITARE DI REAZIONE RAPIDA composta di 60.000

uomini, 100 navi e 400 aerei da cbt.

Dopo l'approvazione del trattato di Amsterdam nacque subito l'insoddisfazione per le modifiche

non incisive introdotte in campo istituzionale, soprattutto in vista dell'allargamento dell'UE ai

paesi dell'ex Unione Sovietica. Ci si domandava quale dovesse essere la natura politica

dell’Europa allargata. Il dibattito era fervido ed alimentato, soprattutto dalle idee federaliste di

FISCHER, ministro egli esteri tedesco. La Germania ci tiene allo sviluppo del processo

integrativo europeo. E non solo. Ne vuole essere il promotore principale, il protagonista.

Secondo Fischer, i problemi esistenti potevano essere superati grazie a una più chiara definizione

del principio di sussidiarietà (che definisse chiaramente le competenze) e attraverso un

rafforzamento della cooperazione che, se non poteva avvenire tra tutti i membri, poteva e doveva

avvenire, nella sua visione, tra un gruppo ristretto di membri, una sorta di NUCLEO DI STATI

AVANZATI in grado di procedere a una maggiore integrazione in ambiti ancora non regolati da

trattati. Questo gruppo ristretto avrebbe avuto un proprio parlamento, un proprio presidente come

in una vera e propria organizzazione federalistica all’interno dell’Europa a cui tutti, quando

pronti, potevano accedere. Attorno alla proposta di Fischer i pareri sono discordanti: Chirac,

presidente Francese, è favorevole all’ipotesi di un gruppo avanzato, Ciampi, presidente italiano

manifesta il suo apprezzamento, Delors, invece, sostiene che una riforma in senso federalista

deve avvenire ma attraverso trattati internazionali.

In tutti i casi, l’insoddisfazione per i risultati raggiunti con il trattato di Amsterdam e la premura

di trovare una definizione politica all’Europa prossima a contare 20 paesi membri, spingono i

capi di stato e di governo a prospettare un'ulteriore modifica del sistema istituzionale. Ne nasce

una nuova Conferenza intergovernativa (CIG) inizia il 14 febbraio 2000 con la presidenza

portoghese.

La trattativa si concluderà con i Consiglio europeo di Nizza dell'11 dicembre 2000, (che si

tradurrà in un mezzo fallimento: vengono adottate solo disposizioni "minime" che permettono

alle istituzioni, pensate per 6 membri, di funzionare anche a 27 membri). Contestualmente alla

indizione di una nuova CIG per modificare i trattati nel verso delle riforme istituzionali, viene

anche convocata una CONVENZIONE, presieduta da Roman HERZOG, con l’incarico di

elaborare una CARTA DEI DIRITTI DEI CITTADINI EUROPEI quale naturale prosecuzione,

appunto, dopo l’istituzione, con MAASTRICHT della cittadinanza europea. Il consiglio europeo

di BIARRITZ, nell’ottobre del 2000, esamina la carta dei diritti e ravvisa l’importanza della

problematica della veste giuridica della carta. Era cioè necessario dare alla carta una giusta

cornice giuridica per rendere efficace la tutela di quei diritti. La questione viene rimandata al

successivo consiglio europeo che è quello di NIZZA (8-11 dic 2000): si tratta di un consigli nel

quale il dibattito è lungo ed estenuante. Si vorrebbe procedere con delle riforme istituzionali ma

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è forte la natura individualista che non consente di rinunciare alla prerogativa del VETO. Con il

TRATTATO DI NIZZA (OTTOBRE 2000) si conseguono i seguenti risultati:

− Viene approvata la CARTA FONDAMENTALE DEI DIRITTI DEI CITTADINI

EUROPEI;

− Viene riformata la COMMISSIONE;

− viene modificato il sistema di maggioranza qualificata.

− Viene semplificata la procedura della COOPERAZIONE RAFFORZATA (con la previsione di

un numero minimo di 8 stati al posto dei 9 che istituiva il trattato di Amsterdam).

La carta dei diritti, inserita nell’ambito del trattato istitutivo, divine un vero e proprio documento

giuridico che prevede il rifiuto della pena di morte, il diritto all’istruzione, la prevenzione delle

discriminazioni sessuali, ecc.

Per quanto riguarda la commissione, vengono estesi i poteri del presidente che da questo

momento in poi può essere votato a maggioranza qualificata (e non più all’unanimità) e può

scegliere i vicepresidenti e stabilire le competenze dei commissari. Anche la disciplina della

composizione cambia:

La proposta più ambiziosa, desiderosa di attribuire alla Commissione un carattere tipico dei

governi, consisteva nel lasciare libero il Presidente nella scelta della squadra, senza guardare

troppo alla provenienza dei commissari. La soluzione adottata dal Trattato di Nizza va

parzialmente in questa direzione, nel senso che "il numero dei membri della Commissione sarà

inferiore a quello degli Stati membri": un commissario per nazione fino a un max di 27 poi, per

non eliminare completamente il sistema della spartizione nazionale, si è escogitata una rotazione

tra i commissari.

si decide che ogni paese contribuisce con un commissario fino però a un max di 27 paesi. Poi,

superata tale soglia, sarebbe stata definita all’unanimità un’ulteriore modifica. Si definisce poi

che, raggiunti il n. di 27 paesi membri, il parlamento avrebbe avuto 723 membri. Per quanto

riguarda il Consiglio vengono ristabiliti i pesi e il n. di voti con l’Italia, la Germania e la Francia

che passano da 10 voti a 29 voti. In conseguenza di questo nuovo bilanciamento, prevedendo

l’ingresso di nuovi paesi e i voti a questi assegnati, la maggioranza qualificata si attestava intorno

al 74%. Il voto a maggioranza qualificata era poi esteso a nuovi settori ma sempre con chiare

eccezioni (per esempio rimane la necessità di unanimità per immigrazione, fino al 2004).

Con la firma del trattato di Nizza, l'insieme del diritto comunitario si fondava su otto trattati cui

si aggiungevano oltre una cinquantina di protocolli ed allegati. I menzionati trattati non si sono

limitati a modificare il trattato CE originario ma hanno creato altri testi che hanno integrato il

medesimo. L'aggiunta di questi vari trattati ha reso la struttura europea sempre più complessa e

ben poco trasparente per i cittadini europei.

Pur essendo stato firmato da tutti i paesi membri, il trattato trovò il forte problema della ratifica.

Le riforme del Trattato di Nizza furono accolte favorevolmente dagli stati (e dai cittadini) in

procinto di aderire mentre non destarono interesse per i cittadini comunitari. Infatti il referendum

di ratifica in Irlanda porta ad un secco no. Il problema era che non si affrontavano nuovamente in

modo deciso le questioni più importanti di carattere politico e istituzionale.

I left-overs di Amsterdam non potevano non essere affrontati, in particolare il problema del

sistema di voto in seno al Consiglio, la composizione della Commissione e del Parlamento in

37

vista del prossimo allargamento. Le soluzioni trovate a Nizza sono però esse stesse transitorie,

tant'è che nelle dichiarazioni finali annesse al Trattato si trova delineata la procedura che "al più

tardi nel corso del Vertice di Laeken/Bruxelles del dicembre 2001" dovrà concludersi per dare

alle istituzioni europee la capacità di accogliere i nuovi paesi.

Il Vertice di Nizza doveva preparare le istituzioni europee ad accogliere l'ingresso dei paesi

destinati ad iniziare, a partire dal 2004, l'allargamento dell'Unione. Nelle speranze dei più

ottimisti questo doveva significare una generalizzazione del voto a maggioranza (semplice e

qualificata) in seno al Consiglio; il superamento del principio di eguale rappresentanza degli

Stati nell'ambito della Commissione e una riponderazione della rappresentanza nazionale nel

Parlamento europeo.

In parte il nuovo Trattato ha risposto a queste esigenze, ma si può affermare, con buona pace dei

suoi negoziatori, che non si è andati al di là dello stretto indispensabile.

Per quel che riguarda l'estensione del voto a maggioranza, questo è stato contenuto al massimo e

non ha interessato il nodo cruciale della PESC, mentre, per quel che riguarda la politica

commerciale, il nuovo articolo 133 continua a richiedere votazioni unanimi del Consiglio.

Correlativamente, il sistema di ponderazione necessario a determinare le nuove maggioranze

qualificate è un esempio di rara complessità (in sintesi l’Italia, la Germania e la Francia che

passano da 10 voti a 29 voti. In conseguenza di questo nuovo bilanciamento, prevedendo

l’ingresso di nuovi paesi e i voti a questi assegnati, la maggioranza qualificata si attestava intorno

al 74%).

L’articolo 23 del trattato, comunque, prevedeva l’istituzione di una CIG (CIG 2000) per discutere

sulle questioni istituzionali più importanti, sulla riorganizzazione dell’ordinamento europeo, sul

modo di avvicinare l’UE ai cittadini. In questo senso, la dichiarazione sul futuro dell'Europa,

allegata all'atto finale della conferenza intergovernativa (CIG) 2000, specifica le tappe necessarie

per giungere ad un nuovo trattato di riforma. Questa dichiarazione segna pertanto l'effettivo

primo passo verso la Costituzione.

Il passo successivo, in concreto, si ebbe però con l’atteso consiglio europeo di LEAKEN del

dicembre del 2001 in cui si da mandato a una CONVENZIONE COSTITUENTE di elaborare

una costituzione europea, dopo aver ascoltato, discusso e pensato delle soluzioni/proposte sui

principali problemi esistenti in seno all’UE (sono proprio queste le 3 fasi che caratterizzano i

lavori della convenzione costituente). La convenzione, organo straordinario e temporaneo

dell’UE è guidata da un personaggio già noto, per esser stato presidente francese alla fine degli

anni 70: GISCARD D’ESTAING (uno dei 2 vicepresidenti è invece l’italiano Giuliano

AMATO). La scelta del modello della Convenzione segna una svolta essenziale in materia di

revisione dei trattati poiché traduce la volontà di abbandonare le riunioni a porte chiuse tra i soli

responsabili dei governi.

Gli output della convenzione potevano essere RACCOMADAZIONI (in caso di parere unanime)

o INDICAZIONI (in caso di più soluzioni). L’organizzazione della convenzione era molto

complessa: 105 membri in rappresentanza dei paesi, della commissione, del parlamento fino a

rappresentanti di paesi che stavano ultimando il negoziato per l’ingresso in Europa. Vi era il

comune accordo sulla necessità di dotare l’UE di una costituzione. Inoltre Giscard d’Estaing

propone di istituire la figura di Presidente del consiglio europeo. La proposta da adito a notevoli

discussi: il presidente Giscard D’Estaing propone che il presidente dell’UE sia anche a capo della

commissione incontrando però l’opposizione dei paesi piccoli. La questione verrà

38

istituzionalizzata solo con il trattato di LISBONA del 2007, fino a quael momento coinciderà con

il presidente del paese in presidenza di turno nell’ambito del Consiglio dei ministri europeo o

Consiglio dell’UE). La convenzione, nei suoi 2 anni di lavori, accoglie gran parte dei contenuti

dei lavori della Commissione PRODI, “a project for the European Union”. Il testo finale della

COSTITUZIONE EUROPEA viene presentato (ma l’approvazione avverrà solo il 29 ottobre

2004: in questo ritardo grossa parte della responsabilità è della Spagna che, fino all’avvento di

Zapatero nel marzo del 2004, osteggia l’approvazione della Costituzione Europea) a ROMA il

18 luglio del 2003. Come previsto, successivamente al trattato si aprono i lavori della CIG che

vede un acceso dibattito attorno alla proposta francese di rivedere il sistema di voto a

maggioranza qualificata passando dalla TRIPLA MAGGIORANZA alla DOPPIA

MAGGIORANZA.

Nel frattempo il 1 maggio del 2004 l’Europa si allarga a ulteriori 10 membri (le 3 repubbliche

baltiche + Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia).

Il 29 ottobre 2004, a Roma, nella sala Orazi e Curiazi, dopo aver raggiunto un accordo, si firma il

TRATTATO COSTITUZIONALE EUROPEO, trattato che stabilisce una costituzione per

l’Europa!! È un risultato importante, segno della volontà di dare carattere politico (e non solo

economico) all’UE. Il trattato recepisce la proposta della doppia maggioranza (voto favorevole

da parte del 55% degli stati corrispondente al 65% della popolazione europea).

La costituzione confermava la composizione della Commissione così come disposto dal trattato

di Nizza e il parlamento sarebbe passato a 750 membri a partire dal 2009 (on la Germania che

essendo il paese più grande avrebbe avuto il maggior numero di seggi). Una cosa importante era

che la Costituzione recepiva e inglobava la carta dei diritti fondamentali. La costituzione, inoltre,

permetteva il superamento dei 3 pilastri di Maastricht in luogo di una riorganizzazione in senso

unitario con specifica Personalità giuridica (che significava capacità di azione internazionale).

Gli organi istituzionali previsti non cambiavano (Parlamento, Commissione, Consiglio Europeo,

Consiglio dell’UE, BCE, Corte di Giustizia Europea, corte dei conti + comitato delle regioni).

Il trattato costituzionale è suddiviso in quattro grandi comparti. Va rilevato che non esiste alcuna

gerarchia tra le varie parti del trattato costituzionale. Dopo un preambolo a carattere

costituzionale, che ricorda la storia e le eredità dell'Europa nonché la sua volontà di superare le

divisioni interne, la parte I è dedicata ai principi e obiettivi della nuova Unione europea. La parte

II del trattato costituzionale riprende la Carta europea dei diritti fondamentali. La parte III

include le disposizioni relative alle politiche e al funzionamento dell'Unione. Qui sono definite le

politiche interne ed esterne dell'Unione, ad esempio le disposizioni relative al mercato interno,

all'unione economica e monetaria, allo spazio di libertà, sicurezza e giustizia nonché alla politica

estera e di sicurezza comune (PESC) e le disposizioni relative al funzionamento delle istituzioni.

La parte IV riunisce le disposizioni generali e finali del trattato costituzionale, e precisamente

l'entrata in vigore, la procedura di revisione della Costituzione e l'abrogazione dei precedenti

trattati.

Per fini di chiarezza, le principali novità introdotte dal trattato costituzionale sono state riunite in

quattro capitoli, come sintetizzato qui di seguito.

Principi fondatori dell'Unione

• Consacrazione dei valori e degli obiettivi dell'Unione nonché dei diritti dei cittadini europei

39 grazie all'inclusione della Carta europea dei diritti fondamentali nella Costituzione.

• Attribuzione di una personalità giuridica unica all'Unione (fusione della Comunità

europea con l'Unione europea).

• Definizione chiara e stabile delle competenze (competenze esclusive, concorrenti e azione

di sostegno) e della loro ripartizione tra gli Stati membri e l'Unione.

• Introduzione di una clausola di ritiro volontario che, per la prima volta, attribuisce a uno

Stato membro la facoltà di ritirarsi dall'Unione.

• Definizione per la prima volta dei fondamenti democratici dell'Unione e, tra questi, della

democrazia partecipativa, nonché instaurazione di una vera e propria possibilità d'iniziativa

legislativa popolare.

Istituzioni

• Nuova ripartizione dei seggi al Parlamento europeo secondo un sistema regressivamente

proporzionale.

• Istituzionalizzazione formale del Consiglio europeo capeggiato da un presidente eletto per

un periodo di due anni e mezzo, con conseguente abolizione della presidenza a rotazione del

Consiglio europeo.

• Istituzione di una Commissione di dimensione ridotta dal 2014, il cui numero di

Commissari è pari a due terzi del numero degli Stati membri.

• Elezione del Presidente della Commissione da parte del Parlamento europeo , su proposta

del Consiglio europeo.

• Nomina di un ministro degli affari esteri che riunisce le funzioni di Commissario alle

relazioni esterne e di alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune affiancato

al Consiglio.

Procedure decisionali

• Definizione di un nuovo sistema di maggioranza qualificata, raggiunta con il 55% degli Stati

membri che rappresentano il 65% della popolazione.

• Estensione del voto a maggioranza qualificata al Consiglio dei ministri.

• L'adozione di leggi e leggi-quadro europee con il voto congiunto del Parlamento europeo e

del Consiglio diventa la regola generale (procedura legislativa ordinaria ).

• Creazione di clausole passerella che permettono di estendere ulteriormente il voto a

maggioranza qualificata e passaggio alla procedura legislativa ordinaria sulla base di una

procedura facilitata

Politiche dell'Unione

• Miglioramento del coordinamento economico tra i paesi che hanno adottato l'euro e

riconoscimento del ruolo informale dell'Eurogruppo

• Soppressione della struttura a pilastri: il secondo (politica estera e di sicurezza comune) e il

terzo (giustizia e affari interni) pilastro precedentemente regolati dal metodo intergovernativo,

sono ora 'comunitarizzati'.

• Rafforzamento della politica estera e di sicurezza comune mediante l'istituzione di un ministro

europeo degli affari esteri e progressiva definizione di una politica di difesa comune grazie,

tra l'altro, alla creazione di un'Agenzia europea per la difesa e alla possibilità di cooperazioni

rafforzate in materia.

• Creazione di un vero e proprio spazio di libertà, sicurezza e giustizia tramite la prevista

40 attuazione di politiche comuni in materia di asilo, immigrazione e controlli alle frontiere,

nonché in materia di cooperazione giudiziaria e di polizia e tramite il potenziamento delle

azioni di Europol e Eurojust e l'apertura verso una Procura europea.

LA RATIFICA: ULTIMA TAPPA

Per entrare in vigore, il trattato che istituiva la Costituzione doveva essere ratificato da tutti gli

Stati membri, secondo le rispettive norme costituzionali, mediante ratifica del Parlamento o

tramite referendum.

Il testo della Costituzione prevedeva che il processo di ratifica dovesse durare due anni e che

l'entrata in vigore sarebbe avvenuta entro il 1° novembre 2006.

In esito alle difficoltà incontrate in sede di ratifica da parte di alcuni Stati membri, i capi di Stato

o di Governo hanno deciso in occasione del Consiglio europeo dei giorni 16 e 17 giugno 2005 di

osservare un "periodo di riflessione" sul futuro dell'Europa. Tale periodo di riflessione doveva

consentire un ampio dibattito con i cittadini europei.

In occasione del Consiglio europeo del 21 e 22 giugno 2007, i dirigenti europei sono pervenuti a

un compromesso. E' stato convenuto un mandato per la convocazione di una CIG incaricata di

finalizzare e adottare non più una Costituzione ma un "trattato di modifica" per l'Unione

europea. Il testo definitivo del trattato elaborato dalla CIG è stato approvato in occasione del

Consiglio europeo informale, che si è svolto a Lisbona il 18 e 19 ottobre. Il trattato di Lisbona

è stato firmato dagli Stati membri il 13 dicembre 2007.

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze politiche e relazioni internazionali (POMEZIA, ROMA)
SSD:
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gianluca.L di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'integrazione europea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Arciero Angelo.

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