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Classificazione del debito pubblico

In relazione alla durata, il debito pubblico si classifica in:

  • Fluttuante: Costituito dai prestiti il cui importo varia continuamente in base alle esigenze di cassa dello Stato in quanto serve per coprire i disavanzi di bilancio. La sua forma principale è costituita dai BOT.
  • Redimibile: Costituito dai prestiti a media-lunga scadenza per coprire i disavanzi di bilancio e la sua forma tipica è costituita da BTP, CTZ e CCT.
  • Consolidato: Detto anche irredimibile, con cui lo Stato si impegna a corrispondere degli interessi ai sottoscrittori, ma non a restituire il capitale da loro sottoscritto.

Contesto storico dell'Italia

Rispetto agli altri Paesi europei, l’Italia si presenta in scena in seguito a una rapida unificazione politica, non sorretta però da una rivoluzione borghese, né industriale; nel frattempo gli altri Paesi europei sono già approdati in una nuova fase, già proiettati al di fuori dei confini nazionali. L’Italia sabauda poté godere di una breve stagione di rapida crescita, legata alla prima infrastrutturazione del Paese, e garantita da un apparato bancario e finanziario che direttamente sosteneva un’industria pesante che aveva nella domanda pubblica il suo traino effettivo.

L’Italia, per una buona parte del ventesimo secolo, trasse tutti i vantaggi dal potersi affacciare al nuovo Mercato comune europeo, con un mercato del lavoro caratterizzato da bassi salari, una vasta area di disoccupazione ma anche dal poter usufruire di un apparato produttivo che comunque si era già consolidato nel triangolo industriale.

Le radici dell'industria in Italia

Alla fine dell’800 l’Italia si presentava con un’industria fragile, in un’epoca in cui invece gli altri Paesi europei avevano già conosciuto la rivoluzione industriale ed il progresso economico inglese si era già trasformato in una sfida non eludibile per gli stati continentali, soprattutto Francia e Germania, che promossero iniziative pubbliche per accelerare al massimo il processo di industrializzazione. L’Italia invece era ancora divisa in diverse aree economiche a causa di:

  • Ristrettezza dei mercati
  • Fitta rete doganale
  • Barriere daziarie.

Lombardia e Veneto iniziavano a giovarsi del vasto mercato costituito dall’impero asburgico. Però l’unico centro veramente dinamico era rappresentato da Trieste, porto strategico per l’intero impero austro-ungarico; inoltre, il governo imperiale aveva stimolato la nascita di cantieri per la produzione di navi a vapore. Il Regno di Sardegna costituiva un’area sufficientemente omogenea di industrializzazione rurale. Prima dell’unità nel Nord esistevano solo due complessi meccanici di una certa consistenza a Milano. I ducati vivevano di economie locali di dimensioni ridotte e ben protette. La struttura industriale del Mezzogiorno si presentava in condizioni leggermente migliori. Napoli era l’unico grande centro urbano dotato di consistenti nuclei industriali, localizzati dai Borbone e dagli inglesi. La distanza fra Nord e Sud Italia era molto meno grande allora di quel che non dovrà risultare dopo qualche decennio d’unità.

È stato il blocco storico fra il capitale del Nord ed i feudatari del Sud a permettere l’unità, individuando un mercato nazionale per l’industria settentrionale e rendite finanziarie per i feudatari del Mezzogiorno. Nel Regno delle due Sicilie si era affermata una borghesia agraria, che si sostituiva all’antica nobiltà, nel presidio del territorio, ma che pretendeva di assumere tutti i connotati: soprattutto il potere di controllo sulla comunità locale. La rivoluzione politica portata dai piemontesi dette occasione non solo di regolarizzare le proprie posizioni, ma anche di rivestirle dei connotati della legittimità. Il Centro Italia, verso cui andava riorientandosi l’economia italiana, infine non presentava alcuna struttura industriale.

Il primo ventennio post-unitario

Il primo ventennio successivo all’unità fu caratterizzato da stagnazione. Il prodotto netto dell’industria manifatturiera era cresciuto appena del 27%, mentre l’industria partecipava solo col 20% al PIL nazionale. Il tessile, il settore più sviluppato, occupava nel 1881 il 33% degli occupati del secondario. Il lavoro era caratterizzato da:

  • Oltre il 25% degli occupati erano minorenni
  • Il 49% erano donne, poiché i maschi si dedicavano al secondario
  • L’orario di lavoro di 15-16 ore al giorno per 290-300 giorni l’anno.

L’industria rimaneva legata alle preesistenze locali, centrata nel Lombardo-Veneto e Piemonte, con l’inizio della lunga crisi del Meridione. L’attività bancaria si svolgeva sotto l’influenza preponderante delle banche francesi. Esigenza primaria dello Stato diviene così fornire i capitali necessari ad avviare un’industrializzazione pesante forzata. Nascono quindi i primi grandi complessi industriali, che possono essere realizzati solo con l’aiuto dello Stato. Per finanziare questo processo, nel 1895 le ferrovie furono privatizzate. Nascono:

  • Breda, nel 1886
  • Edison, nel 1884
  • Montecatini, nel 1888
  • Pirelli, nel 1883
  • Bassetti, nel 1885
  • La Franco Tosi, nel 1881.

In questo periodo si formò il nucleo di famiglie industriali che per oltre un secolo costituirono l’ossatura dell’industria italiana. Nel 1887 ha inizio la guerra commerciale con la Francia, con l’istituzione di un portentoso sistema protezionistico dell’industria interna, dando inizio alla penetrazione tedesca. La nuova tariffa ebbe effetti rovinosi per il Mezzogiorno, sostenendo invece la crescita dell’agricoltura intensiva del Nord. Dapprima gli industriali si presentano come l’ala modernista e favorevole all’apertura economica; successivamente, quando quest’economia si apre, essi richiedono protezione.

La crisi del 1887-94 e la ripresa nel 1896

La crisi del 1887-94 portò con sé, oltre alla fuoriuscita dei capitali francesi, il crollo delle grandi banche operanti in Italia; crollano:

  • Banca Romana
  • Credito Mobiliare
  • Banca Generale.

Ci fu una ripresa nel 1896. Nel 1894 venne istituita la Banca d’Italia, dalla fusione tra la Nazionale e le due banche toscane, e contemporaneamente viene fondata la Banca Commerciale Italiana ed il Credito Italiano, prime banche miste (di stampo tedesco) italiane, che fortemente caratterizzarono l’industria, fino ai tentativi di scalata e alla loro crisi, nel primo dopoguerra. Il reddito medio era di 14 sterline, contro le 39 dell’Inghilterra e i 23 della Francia.

Il decollo dell'industria italiana

La ripresa iniziò nel 1896, principalmente grazie a tre fattori:

  • Espansione internazionale che creò le condizioni favorevoli all’inserimento di un Paese nuovo nel mercato mondiale
  • Forte inurbamento a discapito delle campagne
  • Protezione tariffaria che diede una notevole spinta all’agricoltura nell’area padana.

In questo panorama, la produzione di energia elettrica, iniziata nel 1884 con l’Edison, permise di recuperare il ritardo accumulato negli anni del vapore (es: elettrificazione rete ferroviaria); inoltre portò a una produzione delle importazioni di carbone, agendo quindi positivamente anche sulla bilancia commerciale.

Il secondario si andò concentrando principalmente nel triangolo industriale: Milano-Torino-Genova. Il decollo poi fu reso possibile anche dal rinnovamento del sistema finanziario, dopo la chiusura dei rapporti con le banche francesi, con l’inizio della guerra commerciale con la Francia, dalla costituzione della Banca d’Italia e dall’entrata di nuovi investitori internazionali. In questi anni si formò il secondo nucleo storico dell’industria italiana:

  • Fiat, nasce nel 1899
  • Olivetti, nel 1896
  • Eridania, nel 1899
  • Sip, nel 1899
  • Sade, nel 1905.

Aspetto positivo fu poi l’arrivo al governo di Giolitti, espressione di una nuova classe dirigente, legata alla nuova borghesia produttiva, impose una visione parlamentare moderata, che garantì una stabilità di governo per un lungo periodo (dal 1903 al 1914). Tuttavia i nuovi gruppi industriali, soprattutto durante la crisi del 1907, tesero a cartellizzare l’economia, sotto l’occhio di uno stato che aveva bisogno di affermare rapidamente un’industria nazionale. In questi anni le imprese si riorganizzarono da imprese familiari o individuali a s.p.a..

Nel 1905 lo Stato riacquisì la proprietà delle ferrovie, acquisto che si rivelerà in sostanza un finanziamento statale alla grande industria privata. Questo decollo avvenne mentre l’intero sistema industriale europeo entra nella sua fase imperialista, in forte espansione coloniale; ciò spinge lo Stato ad assicurare una forte presenza nell’ambito dell’economia nazionale.

L’accumulazione originaria (trasferimento di capitali dall’agricoltura al secondario) venne sostituita dall’accumulazione differita, dovuta dapprima ai capitali francesi, e successivamente i tedeschi. È intorno alla nascente industria siderurgica-meccanica che sorge il nucleo essenziale del sistema industriale italiano:

  • Ilva, legata alla Comit
  • Ansaldo, tutt’uno con la Bis
  • Fiat, legata al Credit
  • Breda, legata al Banco di Roma.

Il continuo drenaggio di capitali, il continuo pulsare delle tariffe e la chiusura dei mercati francesi gettarono nel più completo abbandono il Mezzogiorno. L’entrata in guerra dell’Italia, a fianco di Francia e Inghilterra, impose alle banche d’origine tedesca di rescindere i contratti che le tenevano legate ai gruppi industriali, che da controllati divenivano controllori di se stessi.

La guerra comportò:

  • Aumento dei consumi pubblici
  • Aumento dell’indice di produzione
  • Aumento dei prezzi
  • Si quintuplica il debito pubblico
  • L’inflazione dilaga.

La fine della guerra e le difficoltà della riconversione

L’economia di guerra è normalmente finanziata dalla domanda pubblica, generalmente tramite l’inflazione. Con la fine della guerra l’apparato di produzione italiano si trovò a fare i conti con una specializzazione e un dimensionamento dell’industria pesante a fini militari assolutamente spropositato. Il primario fu il settore che subì le peggiori ripercussioni. La situazione socioeconomica in Italia era caratterizzata da:

  • Occupazioni delle fabbriche e delle campagne
  • Inconsistenza degli ultimi governi liberali
  • Consolidarsi di una coalizione fra ceti industriali e agrari
  • Diffuso malcontento piccolo-borghese e proletario.

Questi fattori portarono al progressivo disfacimento dello Stato liberale e all’affermazione del regime fascista, che si presentò come un movimento sovversivo piccolo-borghese e solo in seguito fu appoggiato dai proprietari agrari e ancor più tardi dagli industriali. Alla fine della guerra, le grandi banche reagirono alla crisi con tentativi di scalate reciproche e con reiterati falsi in bilancio, mentre la componente industriale si bloccò. Nel 1921 cadde in dissesto l’Ilva, le cui ripercussioni coinvolsero Comit e Credit, e fallì l’Ansaldo, che fece fare la stessa fine, nel 1923, alla Bis, poi sostituita dalla Banca Nazionale di Credito. Nel 1923 venne salvato nuovamente il Banco di Roma, grazie all’intervento del Cisvi.

Nel 1925 a De’ Stefani succedette Volpi, rappresentante della grande industria, i cui maggiori provvedimenti furono:

  • Reintroduzione del dazio sul grano
  • Agevolazioni fiscali per l’industria chimica
  • Aumento del dazio sullo zucchero
  • Abolizione dell’imposta sui dividendi
  • Esenzione dell’imposta di ricchezza mobile sul sovrapprezzo realizzato attraverso l’emissione di nuove azioni.

Politica economica caratterizzata da una rigida protezione del mercato interno e da un chiaro intervento per attrarre i capitali esteri. Nel 1925 inoltre Volpi firmò l’accordo per la sistemazione dei debiti di guerra con gli USA, che permise all’industria italiana di contrarre ulteriori debiti con le banche americane. Volpi inoltre riuscì ad evitare una forte svalutazione, che si rese necessaria a causa della grande crisi che coinvolse le maggiori monete europee, con una serie di misure deflazionistiche:

  • Unificazione dei 3 istituti di emissione nella Banca d’Italia
  • Consolidamento delle riserve auree, tramite un prestito ed una rivalutazione
  • Consolidamento del debito fluttuante in un prestito consolidato, detto del Littorio.

Nel 1927 ci fu l’Accordo di Palazzo Vidoni con cui la Confindustria ed i sindacati fascisti si riconoscevano vicendevolmente unici possibili contraenti nei patti di lavoro. Nel 1929, l’anno del venerdì nero, il crollo della Borsa di New York determinò il blocco dei finanziamenti esteri all’economia italiana.

Il crollo della banca mista e il dilagare della crisi finanziaria

Nel 1931:

  • In Austria: crollò la maggiore banca (mista)
  • In Germania: quasi tutte le banche chiudono gli sportelli
  • L’Inghilterra: abbandona la parità aurea della sterlina
  • Gli USA: diedero atto ad una generale moratoria.

L’industria italiana reagì alla crisi, richiedendo protezione allo Stato: aumentando la concentrazione e chiedendo un intervento dello Stato tramite aiuti finanziari e nuove leggi. Lo Stato inoltre deteneva il controllo, tramite l’Istituto liquidazioni, dell’Alfa Romeo e dell’Ansaldo. Si avviò una forte politica di cartellizzazione continua, sotto la guida dei maggiori gruppi: Montecatini e Ilva. Nel 1932 si stabilì che i rappresentanti del 70% della produzione di un settore potevano richiedere al governo la regolamentazione dell’intero comparto, amministrandone i prezzi. L’unico comparto che non subì ripercussioni fu il trust dell’energia elettrica. Nel 1931 la Comit comunicò la necessità di liquidare le proprie partecipazioni azionarie, finendo per passare sotto il controllo dell’Imi, e quindi dello Stato.

Queste vicende, che riguardarono le banche miste, portarono a tre cambiamenti fondamentali:

  • Separazione tra banca di credito ordinario e d’investimento
  • Presenza diretta dello Stato nella proprietà delle imprese
  • Nazionalizzazione, pressoché totale, del sistema bancario.

Creazione dell'I.R.I. e riorganizzazione dell'industria e del sistema finanziario

Le due azioni di salvataggio culminanti furono:

  • Creazione dell’I.R.I. nel 1933, attraverso la stampa di nuova carta moneta. Esso arrivò a detenere il controllo, oltre che del Comit, anche del Credit e del Banco di Roma. Tramite l’I.R.I., lo Stato arrivò a detenere il controllo del 30% dell’intera massa fiduciaria del sistema bancario e solo il 13% era totalmente in mano ai privati. Esso nacque come ente temporaneo ma in breve tempo divenne permanente, soprattutto a causa delle difficoltà incontrate per le privatizzazioni, dato che non vi erano capacità finanziarie e manageriali sufficienti per acquisire e gestire le aziende acquisite dallo Stato.
  • Lo Stato inoltre si trovava a gestire interamente i settori: siderurgico, con Ilva, Terni e Ansaldo; armatoriale; quasi interamente, l’elettrico ed il telefonico, con Sip; del gas, tramite Italgas.

La legge bancaria del 1936 vietava alle banche di deposito di fare qualsiasi operazione di immobilizzo e ne accentrava il controllo in un Ispettorato, sotto il controllo della Banca d’Italia. Essa distinse le banche abilitate alle operazioni ordinarie in:

  • Banche d’interesse nazionale: banche possedute dall’I.R.I.
  • Istituti di diritto pubblico
  • Banche e aziende di credito in genere
  • Filiali di aziende straniere operanti in Italia
  • Casse di risparmio
  • Monti di credito su pegno
  • Casse rurali ed artigiane.

Queste erano separate dagli istituti abilitati alla raccolta del risparmio a medio/lungo termine. Venne istituito anche un Comitato interministeriale per il credito ed il risparmio, che aveva il compito di tracciare le linee di politica creditizia e valutaria. In questo periodo salirono alla ribalta personaggi di spicco dell’establishment politico italiano. Beneduce progettò diverse istituzioni, la cui natura doveva essere solo transitoria ed il cui scopo era di affrontare una fase eccezionale, invece rimasero i caratteri industriali italiani, fino alla fine del secolo. Ci fu una breve ripresa economica per il riarmo, a seguito della Guerra d’Etiopia, che comportò delle sanzioni da parte della Società delle nazioni, contro l’Italia.

Nel biennio 1936-37 i prezzi dei prodotti industriali aumentarono del 31%, mentre quello dei prodotti alimentari del 18%. Le produzioni autarchiche permisero il mantenimento di impianti non altrimenti competitivi. Nel 1936 ci fu il sorpasso del secondario sul primario nell’apporto al PIL. Nel 1937 nel centro-nord si concentrava l’85% degli addetti all’industria ed il 68% degli artigiani; le tre Regioni del Triangolo industriale (Piemonte, Liguria e Lombardia) occupavano il 25% della popolazione nazionale. Nel Sud, solo la zona di Napoli e Salerno individuava in questi anni un consistente nucleo industriale. In generale nel triennio 1937-39 il sistema industriale italiano appare maturo. Le industrie metalmeccanica (Fiat), chimica (Montecatini) ed elettrica (Edison) costituiscono l’ossatura dell’industria italiana.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher _dreaaaaa_ di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia dell'industria e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Udine o del prof Cafarelli Andrea.
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