CAPITOLO 1 - LA TEORIA DELL’IMPRESA
PREMESSA:
L’obiettivo di questo capitolo è quello di fornire un inquadramento teorico all’evoluzione storica
dell’impresa. L’impresa è infatti considerata un’istituzione centrale dello sviluppo economico
moderno. Due saranno i percorsi di indagine:
• La riflessione in tema di imprenditore
• L’elaborazione di una concezione dinamica dell’impresa.
1.LA RIFLESSIONE IN TEMA DI IMPRENDITORE
La figura dell’imprenditore è considerata una tra le più importanti ma anche tra le più ambigue per
lo studio dell’evoluzione storica dell’impresa.
Per due ragioni:
1. La natura mutevole dell’imprenditore, che non può essere incasellata entro modelli generali,
validi in assoluto, al di là di ogni contestualizzazione temporale e spaziale.
2. L’imprenditore è elemento perturbatore dell’ideale economia di mercato oggetto di studio
1
del mainstream economico (quello di impostazione neoclassico-marginalista , che ha a
1 Scuola classica (seconda metà 1700): Gli economisti classici (Smith, Malthus, Ricardo, Marx, Jean-Baptiste Say,
John Stuart Mill, etc…) sono cronologicamente la terza scuola di pensiero economico, dopo il mercantilismo e i
fisiocratici, e sono considerati la prima scuola moderna, che fonda la scienza economica come la conosciamo oggi. Il
1776, anno di pubblicazione de La ricchezza delle nazioni di Adam Smith, è convenzionalmente considerato l'inizio
della scuola classica, che offrirà contributi fino alla seconda metà del XIX secolo. Gli economisti classici erano convinti
dell’esistenza di leggi economiche universali valide nel tempo e nello spazio.
Tra le idee di fondo più importanti:
1) L’egoismo. Nella sfera economica l’agire umano è mosso da impulsi di natura sostanzialmente egoistica e
individuale (self-interest), ma tale competizione non porta alla sopraffazione e alla violenza bensì porta a un incremento
del benessere collettivo.
2) la teoria della mano invisibile. nel libero mercato il comportamento egoistico dei singoli, teso alla ricerca della
massima soddisfazione individuale, conduce al benessere della società.
3) teoria del valore-lavoro: Smith sosteneva che il valore di ogni bene prodotto dipendeva dalla quantità e dalla qualità
del lavoro, incorporata in esso (valore-lavoro contenuto). Nel momento in cui avveniva lo scambio, però, ogni bene
assumeva un valore diverso, in base alla domanda e all’offerta.
Alla scuola classica è strettamente collegata la scuola neoclassica (o marginalista).
Scuola neoclassica (o marginalista) (seconda metà del 1800) : Corrente di pensiero economico sviluppatasi negli
ultimi 30 anni del sec. XIX, che pose a base dell'analisi dei fenomeni economici la teoria dell'utilità marginale.
Fondatori del marginalismo, noto anche come scuola neoclassica sono considerati tre autori W. S. Jevons, inglese,
l'austriaco C. Menger e lo svizzero L. Walras. Essa era caratterizzata dal ricorso all'utilitarismo e al cosiddetto
individualismo metodologico: il valore di un bene venne ricondotto all'utilità che scaturisce dal suo consumo, mentre la
massimizzazione di questa utilità venne considerata il principio guida del comportamento individuale. La focalizzazione
sul singolo non impedì che si prestasse attenzione al benessere dell'intera comunità, per il quale si riteneva necessario il
libero agire dei privati riducendo al minimo il ruolo dello Stato. L'approccio neoclassico rimane oggi tipico della
microeconomia, che studia appunto il comportamento dei singoli agenti economici.
Per i marginalisti, al pari dei classici, non sono ipotizzabili crisi di mercato, dato che i beni prodotti sono totalmente
venduti e i fattori produttivi completamente impiegati: arrivano quindi, anche se con strumenti diversi, alle stesse
conclusioni dei classici (motivo per cui assume il nome di "scuola neoclassica"). Anche gli economisti neoclassici erano
convinti dell’esistenza di leggi economiche universali valide nel tempo e nello spazio. 1
lungo dominato la riflessione teorica) che prevedeva un contesto statico, dominato dalla
tendenza all'equilibrio tra offerta e domanda, in cui elementi dinamici, e quindi perturbatori,
quali le iniziative imprenditoriali, non venivano nemmeno ipotizzati.
Le 2 principali tradizioni di ricerca elaborate dalle dottrine filosofiche-teoriche in tema di
imprenditore sono:
1) Quella della Tradizone Continentale, che privilegia un approccio ermeneutico –
interpretativo, fornisce una rappresentazione del processo economico che lascia spazio
all’agire individuale e alla creatività dei soggetti economici;
2) Quella della tradizione della Scuola economica anglosassone, che privilegia un approccio
analitico, ricerca regole oggettive sul funzionamento del sistema economico rigettando
un'analisi dell’agire individuale indipendente dalle dinamiche delle macrograndezze
economiche.
1.1 La tradizione continentale:
- La tradizione continentale è prevalente sul continente europeo. Essa prende avvio dall’Italia
tardomedievale e giunge fino a Schumpeter e ai suoi epigoni.
- Risalgono all’Italia prerinascimentale (XV sec.) i primi tentativi di legittimazione del profitto
come remunerazione del rischio e dell’incertezza connessi all’attività mercantile dei diversi settori
della società dell’epoca.
Fu questo un passaggio fondamentale nel processo secolare che avrebbe portato all'affermazione di
una civiltà dalla forte connotazione mercantil-imprenditoriale.
E difatti gli uomini di pensiero di quel tempo (‘600), con i loro scritti contribuirono a fornire una
prima definizione dei contorni e del ruolo dell’imprenditore.
È a un francese, Richard Cantillon che va riconosciuto il merito di aver introdotto nel linguaggio
economico il termine entrepreneur:
Il pensiero dei tre fondatori del marginalismo è stato continuato dalla cosiddetta “seconda generazione di marginalisti”:
in Gran Bretagna dalla scuola di Cambridge con Marshall, in Svizzera dalla scuola di Losanna con Pareto, in
Austria dalla scuola di Vienna con Böhm Bawerk e von Wieser. Il principale esponente del marginalismo
americano fu J. B. Clark.
La scuola storica tedesca: Ostile, e contemporanea, ad entrambe (scuola classica e neoclassica) fu la scuola storica
tedesca. La Scuola storica tedesca fu un movimento economico sviluppatosi a cavallo tra la prima e seconda metà
dell'ottocento. La scuola storica tedesca criticò in modo radicale l'approccio logico-deduttivo proprio del marginalismo,
sostenendo che l'astrattezza delle leggi economiche dovesse essere abbandonata in favore di un approccio "storico",
basato sul contesto socio-culturale. I primi esponenti della scuola storica tedesca rigettarono in modo radicale l'intero
approccio marginalista: in contrapposizione al concetto di self interest elaborarono quello di spirito popolare, e furono
strenui sostenitori del metodo induttivo. In base all'approccio di questa scuola, era impossibile giungere a leggi astratte
aventi valore universale.
La scuola keynesiana (Keynes, Tobin, Modigliani): Nei decenni centrali del XX secolo, dopo la Grande depressione
del 1929, John Maynard Keynes ha sostenuto la necessità dell'intervento pubblico nell'economia, soprattutto al fine di
garantire la piena occupazione. Ne è seguita un'attenzione ai grandi aggregati economici (il prodotto nazionale,
l'ammontare complessivo dei consumi e degli investimenti ecc.), che costituiscono oggi l'oggetto di studio della
macroeconomia, così detta per distinguere tale approccio da quello neoclassico. A partire da Keynes si capisce che
l’economia può fare solo delle previsioni di breve periodo. 2
• RICHARD CANTILLON (1755) (banchiere francese): l’entrepeneur è chi cerca di
sfruttare le opportunità del mercato create dalla discrepanza fra domanda e offerta; egli è il
vero organizzatore di tutto ciò che si produce.
Gli imprenditori rappresentavano una delle tre categorie (con salariati e proprietari) in cui
Cantillon raggruppava gli agenti economici.
Tale categoria era l’unica caratterizzata da un rischio effettivo, derivante dall’attività di
arbitraggio (comprare ad un prezzo certo e vendere ad un prezzo incerto), per realizzare un
guadagno.
- Nell’Europa continentale del 1700-1800 furono svolti ulteriori approfondimenti teorici sulla
figura dell’imprenditore:
• 2 riconobbe uno
L’ABATE BAUDEAU (1730-1792): grazie a questo la dottrina fisiocratica
specifico ruolo alla classe imprenditoriale nell’attività economica agricola: tale classe (il
fittavolo = Chi ha in affitto terreni altrui è un imprenditore che promette di pagare al
proprietario, per il suo podere o la sua terra, una somma fissa di denaro senza che egli sia
sicuro del vantaggio che potrà trarre da questa impresa, vendendo ad es i prodotti della terra)
era mossa dal profitto assicurato dalle iniziative volte a perfezionare l’agricoltura,
comprimere i costi e aumentare la produzione.
L’imprenditore doveva essere ben distinto dal proprietario e dal salariato: egli non era un
salariato del proprietario, ma bensì il proprietario del raccolto, essendo colui che metteva in
atto le migliorie, che correva i rischi e affrontava tutte le fatiche e le incertezze.
Rispetto a Cantillon, per definire l’imprenditore, al concetto di rischio si associa quello di
innovazione o miglioria.
• MELCHIORRE GIOIA (1815): In Italia ulteriori spunti concettuali sono stati offerti dalle
riflessioni di Melchiorre Gioia, secondo il quale gli “intraprenditori” sono “agenti
intermedi” tra i proprietari e i capitalisti, da una parte, e la massa degli operai dall’altra.
Grazie allo spirito di intrapresa degli imprenditori si crea la ricchezza economica da ripartire
tra i vari soggetti economici secondo i titoli di ciascuno.
• JEAN-BAPTISTE SAY (1828): egli chiarisce ulteriormente la distinzione tra
capitalista/proprietario e imprenditore.
Egli infatti fu il primo a sottolineare con forza il ruolo manageriale dell’imprenditore:
Il capitalista/proprietario svolge la funzione di fornire capitale a un’impresa indutriale
Imprenditore svolge la funzione di sovrintendere, dirigere e controllare la produzione.
La sua attività consisteva nel mettere in atto tutte le operazioni indispensabili alla creazione
dei prodotti per il consumo, sfidando “quella specie di incertezza che avvolge tutte le
imprese umane”.
2 Dottrina economica e sociale affermatasi in Francia nel sec. XVIII che, in opposizione al mercantilismo, sosteneva la
preminenza economica dell'agricoltura come unica vera fonte di ricchezza. Industria e commercio furono pertanto
considerati dai fisiocratici settori sterili, benché ciò non abbia loro impedito di difendere strenuamente la libertà di
commercio all'interno e all'estero in reazione all'allora dominante sistema protezionista voluto dai mercantilisti. Essendo
poi l'agricoltura il solo settore produttivo, solo su essa dovevano gravare le imposte. 3
1.2 La tradizione della scuola economica anglosassone.
- La tradizione anglosassone nasce nell’Inghilterra della rivoluzione industriale (1780) e
raggiungerà la sua massima fioritura negli Stati uniti dopo la 2° guerra mondiale.
- A differenza di quanto avveniva sul continente europeo, negli schemi della scuola economica
classica d’oltre Manica la funzione imprenditoriale risultò ampiamente trascurata, almeno fino alla
metà del XIX secolo.
Essa fu influenzata a lungo:
a livello teorico dalle riflessioni di colui che viene unanimemente considerato il padre fondatore
dell'economia politica, Adam Smith
a livello pratico dai caratteri tipici delle trasformazioni produttive indotte dalla rivoluzione
industriale nella sua fase iniziale.
ADAM SMITH (1776):
- Nella Ricchezza delle nazioni (1776) Smith ignorava la figura dell'imprenditore.
- Egli: da una parte coglieva concettualmente la differenza, a livello di funzione, fra
l’attività di procurare lo stock di capitale necessario all’attività produttiva, in cambio
di profitti, e quella di ispezione e direzione, retribuita da salario;
dall’altra parte però identificava i titolari delle due funzioni in un solo soggetto, non
distinguendo fra capitalista e imprenditore.
- Va tenuto presente che quando Smith scriveva, cioè agli albori della prima rivoluzione
industriale, le fabbriche erano quasi sempre di dimensione limitata e tutte le decisioni
ricadevano sul titolare, che era al tempo stesso proprietario, manager e capitalista, al più
coadiuvato da qualche famigliare e da un contabile.
RICARDO (1821):
- Sulla falsariga di Smith si mosse anche l'altro padre nobile dell'economia classica, David
Ricardo.
-Egli non riconosceva nella capacità innovativa la caratteristica distintiva del
capitalista/imprenditore rispetto agli altri capitalisti: il suo vantaggio (sfruttare
economicamente una sua invenzione) sarebbe stato al più presto riassorbito dal sistema e
ricondotto all'interno della logica dell'equilibrio.
Egli considerava la produzione e l’investimento di capitale come un processo automatico,
che non comportava alcuna scelta critica e nessuna valutazione sul rischio.
L’accumulazione di capitale andava invece ricercata nei profitti realizzati dal capitalista in
quanto fornitore e detentore del capitale e non in quanto imprenditore.
Vediamo la posizione dei due principali epigoni della scuola classica (John Stuart Mill e
In John Stuart Mill e Karl Marx vi è qualche interessante accento di novità, del
Karl Marx).
resto non poteva essere altrimenti visto che entrambi avevano sotto gli occhi una realtà ben
diversa da quella di Smith e Ricardo. L'Inghilterra era ormai un paese giunto all'apogeo della
sua maturità industriale, e aveva aperto la strada ad imprese di notevoli dimensioni, ad un
dinamico mercato di capitali e all'affermazione delle società per azioni: non era più possibile
mantenere una stretta identificazione tra proprietà e direzione d’impresa. 4
JOHN STUART MILL (1848):
- Condivideva le medesime posizioni di Ricardo.
- L’elemento di novità consisteva nel fatto che utilizzava sì il termine “entrepreneur” al
quale però finiva con l’attribuire la connotazione di dirigente stipendiato, retribuito con una
quota del monte salari e non titolare quindi di una funzione autonoma.
KARL MARX:
- Marx sembrava procedere oltre Mill sulla strada della rivendicazione di un ruolo autonomo
e determinante dell'imprenditore nel processo produttivo.
- Nel Capitale, distingue fra:
“capitalista attivo” che realizza un guadagno d’imprenditore, cioè che deriva dalle
operazioni e dalle funzioni che egli svolge con il capitale utilizzato nel processo produttivo
e “proprietario del capitale” il quale riceve dal capitalista attivo l’interesse, cioè una
porzione del profitto lordo che spetta alla proprietà del capitale in quanto tale.
- Queste potenziali aperture vengono però ricondotte all'interno delle ferree leggi di
funzionamento del sistema capitalistico.
Infatti il guadagno d’imprenditore si contrappone all’interesse; si tratta quindi di un
salario, un salario di controllo del lavoro (supervisore del processo produttivo), più alto di
quello del comune operaio in quanto attribuitogli come retribuzione per un lavoro più
complesso e autodeterminato.
1.3 La sintesi difficile: MARSHALL; KNIGHT; SCUMPETER
A fine 1800 lo scenario si complica: diviene infatti difficile proseguire per la traccia fin qui seguita
a fronte all’impressionante fioritura di nuove teorie e a causa delle rotture con le tradizioni teoriche
precedenti.
Situazione sul continente
In Francia, Svizzera e Italia — con Leo Walras e Vilfredo Pareto - , la teoria dell'equilibrio
3
economico generale espunge definitivamente la figura dell'imprenditore dal suo orizzonte di
ricerca, poiché l'imprenditore non costituisce un fattore di produzione come il capitale e il lavoro e
quindi non viene ricompensato per una sua funzione specifica.
Situazione in Inghilterra
ALFRED MARSHALL rompe di fatto con la tradizione precedente.
Egli inaugura un ambito di studi, l’economia industriale, in cui riserva all’imprenditore un ruolo
specifico: quello di organizzatore della produzione, retribuito con una quota dei profitti.
Si riconosce dunque come un quarto fattore della produzione l’organizzazione (oltre terra, capitale
e lavoro).
3 la ricerca, cioè, di una teoria che potesse descrivere e spiegare, attraverso modelli matematici, il meccanismo
economico nella sua complessità. 5
La tradizione continentale in Europa non era certo esaurita
In Europa, tuttavia, la tradizione continentale non era certo esaurita: essa riemerse prepotentemente
in, Germania e in Austria con Max Weber, Werner Sombart e, soprattutto, Joseph Alois
Schumpeter.
La rinascita della tradizione continentale ebbe una fondamentale premessa nel pensiero di Menger.
↓
Per MENGER (considerato uno dei fondatori della scuola neoclassica) oggetto dell'analisi
scientifica dell'economia potevano essere soltanto i comportamenti degli agenti individuali,
consumatori o imprenditori, mentre non potevano avere alcuna solidità analitica gli studi
macroeconomici di aggregati quali il reddito o la ricchezza nazionali.
SCHUMPETER
- E’ uno dei maggiori esponenti dell’indirizzo continentale, dei tre autori sopra menzionati senza
dubbio egli è quello che più di tutti ha influito sulla elaborazione teorica successiva, tanto che
sovente negli studi di scienze sociali “l’imprenditore schumpeteriano” è stato identificato con
l’imprenditore tout court.
- L’imprendito
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