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dell'autonomia della natura, con le sue leggi specifiche, porta allo sviluppo delle scienze esatte

e applicate. Leonardo da Vinci traduce in scienza applicata le sue intuizioni nel campo

dell'ottica, della meccanica, della fisica in generale. Architetti e ingegneri passano dalla

progettazione di singoli edifici a quella di intere città. Geografi e cartografi saranno di

grandissimo aiuto ai navigatori e agli esploratori dei nuovi mondi (vedi ad es. l'uso della

bussola e delle carte geografiche). Grande sviluppo ebbero la medicina, la botanica,

l'astronomia, la matematica, le costruzioni navali... La borghesia aveva bisogno dello sviluppo

delle scienze basate sull'esperienza e sul calcolo, indispensabili alla produzione e al commercio

dei beni di consumo. LE CONTRADDIZIONI DELL'UMANESIMO

Esso afferma la dignità e l'autonomia dell'uomo nel momento in cui diventa cortigiano al

servizio delle Signorie, per le quali la cultura è un elegante forma di pubblicità o un mezzo di

evasione. Spesso infatti gli umanisti si consideravano una casta intellettuale al disopra del

popolo. L'Umanesimo in sostanza esalta lo spirito critico mentre si estingue la dinamica politica

del Comune, soffocata dalla dittatura delle Signorie.

Esso acquisisce il senso della storia quando l'Italia viene tagliata fuori dal grande processo di

formazione degli Stati nazionali. Paradossalmente, l'umanesimo, senza saperlo, prende a

modello il mondo classico mentre la società borghese del '400 si stava avviando alla

decadenza.

Esso afferma degli ideali di rinnovamento socio-culturale, ma l'intellettuale resta isolato dalla

società: ama la solitudine, rivaluta la tranquillità della campagna, usa il latino quando scrive,

rinunciando al volgare (che tutti possono capire), tende all'idillio in letteratura, esaltando il

valore della bellezza e dell'armonia formale. Non dimentichiamo che l'umanista è anche colui

che giustifica l'idea secondo cui il successo rende leciti i mezzi con cui lo si consegue. Essendo

fondamentalmente individualista, l'umanista considerava la soddisfazione delle esigenze

dell'individuo un fine in se stesso. Sotto questo aspetto, le personalità che più si dovevano

stimare -secondo l'umanista- erano quelle "emergenti" per ricchezza, cultura e potere.

Gli umanisti non furono contrari al cristianesimo ma alla scolastica medievale: furono anzi i

primi a evidenziare una notevole autonomia di giudizio, eppure non ebbero mai la forza di

creare un movimento di riforma religiosa analogo a quello protestante.

Perché queste contraddizioni? Perché pur esistendo in Italia, a quel tempo, l'esigenza di

superare la tradizione medievale e il particolarismo locale, non si aveva la sufficiente forza per

realizzare questa esigenza di unificazione nazionale.

* * *

Il termine "umanesimo" viene da "studia humanitatis" ed è sorto in contrapposizione agli studi

teologici, della Scolastica, e all'esperienza cristiana medievale.

Gli umanisti hanno voluto far credere che lo sviluppo autonomo della personalità umana sia

iniziato solo a partire dalla sconfitta dell'idea di teocrazia, al punto che si è considerato tutto

l'arco del Medioevo come una sorta di esperienza e di pensiero oscurantista.

E gli storici, i critici letterari, artistici, ancora oggi, credono vera l'interpretazione che gli

umanisti hanno dato della loro svolta storica.

In realtà è assurdo sostenere che nel Medioevo non vi fu sviluppo della personalità. Il fatto di

essere legati alla produzione agricola, alla terra, alle tradizioni rurali, alla filosofia del buon

senso e del senso comune, a una concezione religiosa della vita, non significa che si fosse in

presenza di una civiltà arretrata, sottosviluppata ecc.

Il fatto che gli intellettuali di estrazione borghese ad un certo punto abbiano cominciato a

parlare di "umanesimo", in contrapposizione all'ecclesiologia, non significa affatto che tale

"umanesimo" fosse davvero "umano", cioè "democratico", "egualitario", "pluralista".

Umanesimo e Rinascimento furono modi di vivere e di pensare di una determinata classe:

quella borghese, soprattutto quella intellettuale. La stragrande maggioranza della popolazione

rimase rurale e cristiana, benché in forme e modi sempre più distanti da quelli dell'ufficialità

della chiesa romana.

Gli intellettuali borghesi (in Italia prima che altrove) furono sì "umanisti", ma non "popolari",

furono sì "laici" ma non "democratici".

Questi intellettuali, in Italia, non seppero mai convogliare le loro idee verso quel movimento

popolare di contestazione religiosa che in Europa settentrionale prenderà il nome di Riforma

protestante. Non seppero mai porre le basi per uno sviluppo "democratico popolare" della

"democrazia borghese". Come d'altra parte non vi riuscì la stessa Riforma, il cui risvolto più

conseguente: la Guerra dei contadini, venne tragicamente represso dalle forze più retrive del

tardo feudalesimo con l'avallo degli stessi riformisti.

Gli intellettuali borghesi italiani fecero una rivoluzione più teorica che pratica, se si esclude

ovviamente quella artistica e letteraria, che fu pur sempre una innovativa "pratica estetica e

stilistica".

La chiesa romana, infatti, con la Controriforma, seppe metterli a tacere prima ancora che

scoppiasse la Riforma. Quello che Marx disse degli idealisti tedeschi, che fecero una rivoluzione

del pensiero mentre i francesi fecero una rivoluzione politica vera e propria, noi dobbiamo dirlo

dei nostri intellettuali nel confronto coi teologi protestanti.

E non a caso detta chiesa scelse, come principale aiuto secolare, le dinastie aragonese e

borbone, cioè quanto di più arretrato vi fosse nell'Europa post-feudale.

Con questo naturalmente non si vuole sostenere che non si fosse in presenza di una profonda

crisi del clericalismo e dell'idea di teocrazia, o che tale utopia antistorica non dovesse essere

superata ecc. Si vuole semplicemente dire che l'alternativa attuata dagli umanisti (e dai

rinascimentali) non va considerata come l'unica possibile (non a caso altrove, in Europa, furono

fatte la Riforma e la Guerra dei contadini), l'unica che ci abbia permesso di allargare i confini

della democrazia fino a quelli attuali.

In realtà non è ancora nata una vera alternativa laico-democratica all'esperienza religiosa

medievale. Da circa mezzo millennio noi, in Europa occidentale, stiamo sperimentando

semplicemente un'alternativa di tipo "borghese".

L'unica vera alternativa può essere soltanto quella del socialismo democratico.

L'UMANESIMO LETTERARIO

L'Umanesimo è un movimento culturale che si afferma in Italia nel 1400, cioè in un periodo

storico in cui tutti i tentativi di creare uno Stato unitario (almeno nell'Italia centro-

settentrionale) erano falliti; cinque Stati regionali avevano imposto a tutta la penisola una

politica di equilibrio e di spartizione delle zone d'influenza (Milano, Venezia, Firenze, Roma e

Napoli).

L'Umanesimo nasce per primo in Italia perché qui, prima o più che altrove, esistevano le

condizioni favorevoli alla nascita dei rapporti economici capitalistici. Nei secoli XIV e XV l'Italia

era uno dei paesi più progrediti del mondo. Già nel XIII sec. le città italiane avevano difeso

vittoriosamente, nella lotta contro l'impero tedesco, la propria indipendenza. Verso la metà del

XIII sec. in molte città-stato repubblicane era avvenuta l'emancipazione dei contadini dalla

servitù della gleba, anche se a ciò non corrispondeva quasi mai un'equa distribuzione della

terra. La libertà conquistata dai contadini era più che altro "giuridica", il che non poteva

impedire loro di trasformarsi in operai salariati nelle fabbriche di panno (opifici) o in braccianti,

sfruttati da artigiani arricchiti, i quali consegnavano loro la materia prima o semilavorata

ricevendo in cambio il prodotto finito; dai maestri delle corporazioni, che spesso li

costringevano a restare garzoni e apprendisti per sempre; da mercanti-imprenditori, che li

utilizzavano nelle loro manifatture solo per produrre merci d'esportazione, offrendo loro salari

molto bassi, orari molto pesanti, mansioni parcellizzate, pochissimi diritti e stretta sorveglianza

sul luogo di lavoro; da altri ricchi contadini neo-proprietari o persino dagli stessi feudatari di

prima che ora li sfruttano con altri metodi (ad es. la rendita in denaro).

La più famosa rivolta dei contadini italiani fu quella guidata da Fra Dolcino, agli inizi del '300. Si

può anzi dire che la repressione di tutti i movimenti ribellistici di quell'epoca (cardatori della

lana, lanaioli, ecc.: vedi ad es. il tumulto dei Ciompi a Firenze), contribuì anch'essa

all'istituzione di signorie e principati, cioè di governi centralizzati e autoritari.

L'avvento delle Signorie, iniziato nel Trecento, aveva determinato l'estendersi territoriale dei

confini dei Comuni più grandi, ma anche la fine dell'autonomia di molti altri Comuni e

soprattutto la sostituzione del principio politico della repubblica con quello della monarchia.

Tuttavia le Signorie sono state anche una risposta (seppure autoritaria) alle continue lotte

intercomunali e intracomunali.

La formazione delle Signorie contribuisce allo sviluppo dell'Umanesimo, perché:

 organismi territoriali molto estesi, dotati di un complesso apparato burocratico-

amministrativo e diplomatico, di corti culturali e politiche, portavano ad aumentare la

richiesta di personale qualificato; personale che le Università tradizionali, ancorate ai

programmi e alla didattica dell'enciclopedismo scolastico-aristotelico, non potevano

fornire; di qui la nascita di nuove scuole (private) e accademie presso le corti;

 oltre a ciò va considerato il fatto che il processo di formazione dei Comuni (iniziato sin

dal mille e protrattosi fino all'avvento delle Signorie) aveva sì favorito l'autonomia

economica e sociale dei ceti borghesi e commerciali, ma non era ancora riuscito a darsi

una giustificazione teorica, di tipo etico-politico, filosofico-morale. E' appunto dal mondo

antico che l'Italia umanistica delle Signorie trarrà gli spunti e gli esempi più significativi

di virtù civili, di gloria militare, di eroismo personale, di autocontrollo delle passioni, di

raffinato gusto estetico, che le serviranno per legittimare la propria diversità dal

Medioevo (dall'"età di mezzo" -come veniva chiamato, in quanto, secondo gli umanisti,

li divideva dall'epoca classica). Probabilmente i risultati più significativi e duraturi l'Italia

li ottenne non sul terreno economico e politico, ma su quello culturale, con la nascita

dell'Umanesimo prima e delle arti rinascimentali dopo.

CARATTERISTICHE DELLA CULTURA UMANISTICA

Riscoperta del mondo classico greco-latino (si studiano le lingue classiche, si ricercano antichi

testi da interpretare in maniera filologica, erudita, razionale e critica: ad es. i testi degli antichi

vengono analizzati attraverso il confronto fra i vari codici). La preoccupazione è quella di

ristabilire l'esatto testo degli autori antichi, non più accettati nella lezione tradizionale

medievale. Umanista non è solo -come nel Medioevo- lo studioso di retorica e di grammatica,

ma un soggetto di "nuova umanità", cioè non solo nel senso che studia poesia, retorica, etica e

politica (humanae litterae), senza più fare riferimento alla teologia scolastica, ma anche nel

senso che lo studioso non è soggetto a una tradizionale autorità, essendo capace di autonomia

critica e di senso storico, dovuto alla sua altissima cultura. L'umanista imita, stilisticamente,

Cicerone nella prosa, Virgilio nell'epica, Orazio nella lirica: cerca addirittura di riproporre i loro

problemi e di imitarli nelle loro virtù morali e politiche, nel loro razionalismo e naturalismo. Il

Medioevo invece si era più che altro preoccupato di "ribattezzarli" secondo le esigenze della

religione cristiana.

Chi sono dunque gli umanisti? Sono intellettuali al servizio di una corte signorile, sono

ricercatori eruditi e collezionisti di codici antichi, studiati in maniera filologica, al fine di

stabilirne l'autenticità, la provenienza, la storicità (ad es. Lorenzo Valla dimostrò che la

Donazione di Costantino è un falso medievale dell'VIII sec. elaborato per giustificare le pretese

temporali del papato). Alcuni metodi di critica testuale o filologica sono validi ancora oggi: ad

es. il carattere disinteressato della ricerca, per "amore" della verità. Grazie a loro nascono le

prime biblioteche (quella Malatestiana a Cesena è del 1447-52) e nuove figure professionali:

mercante di codici, libraio, tipografo...

L'Umanesimo, riscoprendo il valore dell'autonomia creativa dell'uomo, superando i concetti

tradizionali di autorità, rivelazione, dogma, ascetismo, teologia sistematica, tradizione con

l'esigenza prioritaria di una riflessione personale, critica, Rompendo in sostanza l'unità

enciclopedica medievale, inizia il processo di autonomia delle singole discipline, permettendo

all'uomo di conoscere e dominare le leggi della natura e della storia. La riscoperta

dell'autonomia della natura, con le sue leggi specifiche, porta allo sviluppo delle scienze esatte

e applicate. Leonardo da Vinci traduce in scienza applicata le sue intuizioni nel campo

dell'ottica, della meccanica, della fisica in generale. Architetti e ingegneri passano dalla

progettazione di singoli edifici a quella di intere città. Geografi e cartografi saranno di

grandissimo aiuto ai navigatori e agli esploratori dei nuovi mondi (vedi ad es. l'uso della

bussola e delle carte geografiche). Grande sviluppo ebbero la medicina, la botanica,

l'astronomia, la matematica, le costruzioni navali... La borghesia aveva bisogno dello sviluppo

delle scienze basate sull'esperienza e sul calcolo, indispensabili alla produzione e al commercio

dei beni di consumo. LE CONTRADDIZIONI DELL'UMANESIMO

L'Umanesimo:

 afferma la dignità e l'autonomia dell'uomo nel momento in cui diventa cortigiano al

servizio delle Signorie, per le quali la cultura è un elegante forma di pubblicità o un

mezzo di evasione. Spesso infatti gli umanisti si consideravano una casta intellettuale al

disopra del popolo. L'Umanesimo in sostanza esalta lo spirito critico mentre si estingue

la dinamica politica del Comune, soffocata dalla dittatura delle Signorie.

 acquisisce il senso della storia quando l'Italia viene tagliata fuori dal grande processo di

formazione degli Stati nazionali. Paradossalmente, l'umanesimo, senza saperlo, prende

a modello il mondo classico mentre la società borghese del '400 si stava avviando alla

decadenza.

 afferma degli ideali di rinnovamento socio-culturale, ma l'intellettuale resta isolato dalla

società: ama la solitudine, rivaluta la tranquillità della campagna, usa il latino quando

scrive, rinunciando al volgare (che tutti possono capire), tende all'idillio in letteratura,

esaltando il valore della bellezza e dell'armonia formale. Non dimentichiamo che

l'umanista è anche colui che giustifica l'idea secondo cui il successo rende leciti i mezzi

con cui lo si consegue. Essendo fondamentalmente individualista, l'umanista

considerava la soddisfazione delle esigenze dell'individuo un fine in se stesso. Sotto

questo aspetto, le personalità che più si dovevano stimare -secondo l'umanista- erano

quelle "emergenti" per ricchezza, cultura e potere.

Gli umanisti non furono contrari al cristianesimo ma alla scolastica medievale: furono anzi i

primi a evidenziare una notevole autonomia di giudizio, eppure non ebbero mai la forza di

creare un movimento di riforma religiosa analogo a quello protestante.

Perché queste contraddizioni? Perché pur esistendo in Italia, a quel tempo, l'esigenza di

superare la tradizione medievale e il particolarismo locale, non si aveva la sufficiente forza per

realizzare questa esigenza di unificazione nazionale.

IL RINASCIMENTO LETTERARIO

L'Umanesimo prosegue nel 1500 e viene chiamato dagli storici della letteratura Rinascimento.

Perché? Perché la riscoperta della classicità greco-latina assume ora forme assolutamente

originali, assai più perfezionate di quelle umanistiche. Tuttavia questo sviluppo impetuoso delle

arti rinascimentali avviene soprattutto nella prima parte del secolo. L'Italia infatti, a partire

dalla seconda metà, entrerà in una crisi economica, sociale e politica così profonda che si

protrarrà sino al momento dell'unificazione nazionale.

I progressi culturali

Diventa sempre più chiara la consapevolezza che la cultura classica (greco-latina) è stata

manipolata o travisata durante il Medioevo. Si è convinti che la cultura classica sia più vicina

alle esigenze umanistiche, a condizione naturalmente di riattualizzarla e non di riprodurla

meccanicamente: in questo senso più che di "rinascita" della cultura classica si deve parlare di

"nascita di una cultura nuova".

La formazione e lo sviluppo di questa "cultura nuova" dipende strettamente dalla maturazione

dello "spirito borghese", cioè di quel modo di vivere e di pensare improntato a esigenze di

chiarezza, razionalità, concretezza, efficienza, laicità, naturalismo, ecc. La cultura tradizionale

delle Università appare del tutto inadeguata: soprattutto perché non sa superare il grande

divario tra il "sapere" ufficiale e la nuova "realtà". Di qui la creazione di organismi autonomi: le

Accademie, ove gli autori più letti sono Aristotele e soprattutto Platone.

L'intellettuale di questo periodo tende a porsi come operatore autonomo, contrario ai

condizionamenti imposti dalle vecchie istituzioni, preoccupato di organizzare la vita civile della

propria città o signoria o principato su basi culturali originali. Egli mira a sostituirsi al

"chierico".

All'estero (soprattutto in Francia, Germania e Olanda), la vita intellettuale di tutti i principali

centri di studio europei gravita ancora intorno al sistema culturale-religioso medievale. La

cultura laica quindi tarda ad affermarsi. Ma questo ritardo, rispetto all'Italia, è vissuto all'estero

in maniera costruttiva, nel senso che gli intellettuali, sulla base di esigenze sociali di

rinnovamento, cercano di riformare, cioè di esaminare criticamente, taluni aspetti della

religione cattolica, realizzando così un rapporto molto stretto con le masse cattoliche.

Nell'Umanesimo transalpino si riscoprono i testi patristici e la stessa Bibbia. Questa coesione

sociale e culturale di intellettuali e popolo porterà, da un lato, alla Riforma protestante e,

dall'altro, alla formazione delle monarchie nazionali. Viceversa, in Italia gli intellettuali, pur

essendo culturalmente più avanzati, non hanno un rapporto organico con le masse cattoliche

né lo cercano, e persino tra di loro restano separati, come sono separate le varie Signorie cui

fanno riferimento. Ecco perché da noi la Controriforma avrà facilmente successo, determinando

quel processo involutivo della cultura che si trascinerà sino all'unificazione.

La riscoperta filosofica di Platone e Aristotele porta a questi risultati: a) valorizzazione degli

strumenti conoscitivi dell'uomo, applicati allo studio della natura e della stessa realtà umana

(quindi sviluppo delle scienze matematiche, fisiche, astronomiche, ecc., secondo il metodo

induttivo-sperimentale: dal particolare al generale, cioè le teorie vanno dedotte dai fatti

concreti e non viceversa); b) sviluppo delle arti meccaniche, cioè della tecnica e della

tecnologia (vedi ad es. Leonardo da Vinci): nascono nuove macchine, nuovi strumenti di

lavoro, nuovi procedimenti... sulla base delle nuove esigenze della borghesia.

Le contraddizioni principali

 Gli intellettuali avevano una formazione culturale cosmopolita, avevano esigenze di tipo

universale, però erano costretti a muoversi nella ristretta cerchia della corte signorile.

Aspiravano a una civiltà universale, ma vivevano ancora in strutture corporative, tipiche

di un'Italia divisa in Stati poco comunicanti fra loro.

 Gli intellettuali esaltavano la dignità civile e politica dell'uomo, ma solo sul piano

teorico-culturale; di fatto restavano estranei all'impegno politico-civile vero e proprio.

Oppure si limitavano a tutelare gli interessi delle corti che li pagavano.

 L'Italia divisa in stati diventa terra di conquista di Francia e Spagna. In seguito la lotta

fra queste due nazioni si sposta dall'Italia a tutta l'Europa, includendo persino l'impero

turco-ottomano. L'Italia nella storia d'Europa diventa una provincia sempre meno

significativa.

La Riforma protestante in Italia:

 viene soffocata sul nascere dalla Controriforma (Concilio di Trento, Inquisizione, Indice

dei libri proibiti, Gesuiti). Nell'Europa settentrionale la Riforma contribuisce

all'emancipazione della classe borghese dalla nobiltà e dal clero (in Germania vi

partecipano in massa anche i contadini). Non solo, ma con la Riforma gli Stati nazionali

si rafforzano, potendo incamerarsi i beni ecclesiastici del clero (specie quello regolare).

Il potere politico-economico del clero diminuisce notevolmente.

 fu poco avvertita dagli intellettuali anche perché la problematica teologica interessava

relativamente. Gli umanisti e i rinascimentali credevano in un Dio razionale, poco

vincolato ai riti della Chiesa o all'intolleranza dei fanatici. Questa indifferenza impedì agli

intellettuali di cogliere le istanze socio-politiche sottese alla Riforma.

La Controriforma cattolica

 La causa scatenante della Controriforma è stata la Riforma protestante scoppiata

dapprima in Germania e poi in tutta l'Europa settentrionale.

 Il successo della Controriforma in Italia è dipeso dalle contraddizioni del Rinascimento.

Suo strumento principale è stato il Concilio di Trento (1545-63), in seguito anche il

Tribunale dell'Inquisizione, l'Indice dei libri proibiti, i roghi per gli eretici (Savonarola,

Giordano Bruno, ecc)...

 In Italia la Controriforma si pone come il tentativo di fendere, con una politica

intransigente, l'ordine e l'autorità ch'erano stati messi in discussione dall'Umanesimo e

dal Rinascimento. Il baricentro della vita italiana si sposta da Firenze a Roma.

UMANESIMO - RINASCIMENTO

L'Umanesimo e il Rinascimento nacquero per primi in Italia perché qui, prima o più che altrove,

si ebbero le condizioni favorevoli alla nascita dei rapporti capitalistici. Nei secoli XIV e XV

l'Italia era uno dei paesi più progrediti d'Europa. Nel XIII sec. le città italiane avevano difeso

vittoriosamente, nella lotta contro l'impero tedesco, la propria indipendenza (che divenne

oltremodo sicura dopo la caduta della dinastia degli Hohenstaufen). Il problema stava semmai

nel fatto che il territorio del paese non era ancora unito economicamente e politicamente.

Già verso la metà del XIII sec. ebbe inizio in molte città-stato repubblicane la liberazione dei

contadini dalla servitù della gleba. A ciò naturalmente non corrispondeva mai un'equa

distribuzione della terra ai contadini liberati: la libertà concessa era solo giuridica, non

economica. Con la sola libertà "formale" essi non potevano fare altro che trasformarsi in operai

salariati o in braccianti, sfruttati da artigiani arricchiti, dai maestri delle corporazioni, da

mercanti-imprenditori o da altri ricchi contadini neo-proprietari o dagli stessi feudatari di

prima, ma con altri metodi (ad es. la mezzadria, la rendita in denaro, ecc.).

Ecco perché la produzione capitalistica si sviluppò precocemente in Italia. I servi della gleba si

emanciparono ancor prima di essersi assicurati un qualsiasi diritto sulla terra. Naturalmente

non mancarono proteste e rivolte contadine, aventi per tema la distribuzione equa delle

proprietà. La più famosa delle quali fu quella di Fra Dolcino, agli inizi del '300, considerata una

delle più grandi insurrezioni contadine dell'Europa occidentale di quel periodo. Queste rivolte

furono sempre duramente represse: esse tuttavia contribuirono alla transizione dal

feudalesimo al capitalismo.

Nel XIV sec. avvennero grandi trasformazioni nella produzione artigianale controllata dalle

corporazioni. Si costatò che l'ostinazione nel mantenere la piccola produzione, i metodi e gli

utensili tradizionali e la tendenza a frenare l'ulteriore progresso tecnico (che diventava fonte di

concorrenza tra i singoli artigiani della medesima specializzazione), avevano trasformato le

corporazioni in un ostacolo al progresso della tecnica e all'ulteriore sviluppo della produzione.

Accadde allora che singoli artigiani, per soddisfare le aumentate esigenze del mercato interno e

soprattutto estero, cominciassero ad allargare la loro produzione aldilà delle rigide barriere

corporative. Quelli che possedevano le botteghe più grandi commissionavano il lavoro ai piccoli

artigiani, consegnando loro la materia prima o semilavorata e ricevendo il prodotto finito. In tal

modo aumentava la ricchezza degli artigiani più abbienti e lo sfruttamento di quelli piccoli, ivi

inclusi gli apprendisti e i garzoni. Anzi, col tempo, la qualifica di "maestro" divenne accessibile

solo agli apprendisti e ai garzoni che erano imparentati colla famiglia dell'imprenditore. Gli altri

garzoni e apprendisti si trasformarono in operai salariati a vita.

I contadini senza terra, i garzoni e gli apprendisti, i braccianti, i piccoli artigiani costituivano la

grande maggioranza dello strato inferiore degli abitanti delle città. I piccoli artigiani, in

particolare, venivano sfruttati anche dal capitale commerciale di quei mercanti che fornivano

materia prima, impegnando gli artigiani a rivendere loro i prodotti finiti, rendendoseli così

economicamente dipendenti. Questo processo servì da punto di partenza per la manifattura

capitalistica.

Nelle fabbriche di panno (opifici) cominciarono a lavorare contadini senza specializzazione e

artigiani caduti in rovina. Ogni operaio doveva svolgere una sola operazione. Tale divisione del

lavoro era ignota all'artigiano della corporazione e anche al contadino (che nel periodo

invernale, peraltro, svolgeva anche mansioni da artigiano). Anche nei cantieri navali di Venezia

e Genova si affermò il principio della divisione del lavoro. In seguito, nei settori della

metallurgia, nell'estrazione dei metalli, ecc.

Sorsero poi unioni d'imprenditori che si occupavano contemporaneamente del commercio,

dell'industria e dell'attività bancaria, e che smerciavano la produzione soprattutto nei mercati

esteri (cioè nei paesi dell'Europa occidentale, del Mediterraneo orientale e dell'Asia). La

domanda estera contribuì, a sua volta, a sviluppare la manifattura: il lavoro cioè in un unico

luogo di un gran numero di operai sotto la direzione di un capitalista. Le prime manifatture

dell'Europa tardo-feudale sorsero nelle città italiane più sviluppate e in alcuni centri del

commercio d'esportazione di altri Paesi (come ad es. le città delle Fiandre, dell'Olanda, ecc.).

Lo sfruttamento degli operai era notevole: la giornata lavorativa, in media, era di 14-16 ore,

sotto lo stretto controllo dei sorveglianti, con salari molto bassi, coi quali spesso l'operaio

doveva pagare delle multe anche per le più piccole infrazioni. La prima rivolta degli operai

salariati avvenne a Firenze nel 1343: fu quella dei cardatori di lana. Poi ci fu quella dei lanaioli

a Perugia nel 1371. A Siena di nuovo i cardatori e infine il grande tumulto dei Ciompi a Firenze

nel 1378. Queste ed altre rivolte non ebbero effetti politici significativi, in quanto nelle città

vennero conservati gli ordinamenti precedenti e i padroni mantennero il possesso dei

laboratori, delle botteghe, degli opifici, mentre gli insorti, male organizzati e troppo

spontaneistici, venivano generalmente travolti dalle forze militari dei poteri costituiti. I quali,

anzi, proprio per questa ragione, divennero sempre più autoritari (vedi ad es. l'istituzione di

signorie e principati).

E tuttavia, se i tumulti popolari non riuscirono a trasformare il capitalismo manifatturiero

italiano in un sistema produttivo più equo e democratico, il frazionamento politico-economico

del territorio (nel quale esso si era pur formato) ne impedì l'ulteriore sviluppo, determinandone

infine la decadenza. Le città italiane, isolate fra loro economicamente, commerciavano merci di

produzione propria, che finivano principalmente sui mercati esteri. Per la conquista di questi

mercati le città erano sempre in concorrenza fra loro: di qui le interminabili guerre, che

portavano sempre all'indebolimento delle reciproche parti. Alla fine del '400 la situazione in

pratica era la seguente: a Milano i duchi della famiglia Sforza; a Venezia l'oligarchia

commerciale; a Firenze i Medici; nell'Italia centrale lo Stato della chiesa e a sud il Regno di

Napoli, governato dalla dinastia spagnola degli Aragona. Lo Stato della chiesa e il Meridione

erano praticamente sottosviluppati: il papato, oltre ad ostacolare fortemente l'unificazione della

penisola, spesso chiamava in Italia i conquistatori stranieri allo scopo di consolidare il proprio

prestigio (famosa fu la rivolta a Roma di Cola di Rienzo nel 1347).

La mancanza di un unico mercato nazionale fu il motivo principale della decadenza economica

dell'Italia (si pensi ad es. alla presenza delle barriere doganali, ai dazi elevati, al protezionismo

reciproco degli Stati: fattori questi che facevano enormemente lievitare i prezzi delle merci).

Peraltro, all'interno di ogni Stato solo la città principale poteva estendere la propria industria.

L'assenza del mercato nazionale aveva prodotto notevoli contraddizioni nella gestione

dell'economia: nelle manifatture si impiegavano ancora metodi di costrizione diretta

insopportabili; la borghesia restava legata ai signori feudali, per cui nella campagna la

manifattura si estese pochissimo (i latifondisti non avevano gli stessi interessi della borghesia e

si accontentavano del rapporto di mezzadria, i cui pesi anzi venivano sempre più accentuati e

scaricati sulle spalle dei contadini); l'export si riferiva soprattutto al tessile; le corporazioni

continuavano ad esistere...

Fu sufficiente la scoperta dell'America, che spostò il traffico commerciale sulle coste

dell'Atlantico, a far perdere all'Italia la sua importanza nel commercio mondiale e a farla

ritornare al sistema feudale, rendendola di nuovo appetibile per le nazioni straniere (specie

Francia e Spagna). Quando Inghilterra, Francia e altri paesi nord-europei svilupparono una loro

manifattura, i prodotti tessili delle città industriali italiane non furono più concorrenziali, sia in

quantità che in qualità. Successivamente altre industrie furono rovinate dalla concorrenza

straniera: cantieristica, bellica, cotonifici, ecc. In sostanza solo i prodotti di lusso continuavano

ad essere richiesti (seta, oreficeria, vetro veneziano, oggetti d'arte), il cui consumo ovviamente

riguardava l'élite.

Il Mediterraneo perse d'importanza per le città italiane anche a causa dell'occupazione di

Costantinopoli nel 1453, data a partire dalla quale i nostri mercanti, per riavere i diritti

commerciali di un tempo, dovevano pagare forti tasse. L'unica via di transito per l'oriente era

quella egiziana, ma qui erano i sultani arabi a detenere il monopolio del commercio.

A causa della decadenza economica, mercanti ed imprenditori cominciarono ad abbandonare

l'attività commerciale e industriale, ricercando altri settori nei quali investire con profitto i

propri capitali. Fu così che si svilupparono le operazioni finanziarie e usuraie (con prestiti ai

proprietari terrieri, ad es.), ma anche l'acquisto di terre insieme ai titoli nobiliari da parte della

borghesia cittadina. Imprenditori, mercanti e banchieri si trasformavano in proprietari terrieri

che concedevano piccoli appezzamenti di terra in affitto a contadini a condizioni semi-feudali.

La rendita feudale divenne la fonte principale dei loro redditi.

Nell'Italia settentrionale, man mano che si chiudevano gli opifici, una gran quantità di operai

era costretta a lasciare la città e a ritornare in campagna: di qui il grande sviluppo

dell'orticoltura. Il tipo dominante di affitto era la mezzadria: in base a un contratto il mezzadro

doveva assumersi tutte le spese dell'azienda, apportare i miglioramenti necessari e introdurre

nuove colture. Naturalmente il proprietario poteva sempre interferire, però s'impegnava a

fornire sementi, bestiame, strumenti agricoli o il denaro per comprarli. Il mezzadro doveva

dare metà del raccolto al proprietario e pagare le imposte allo Stato. Purtroppo, i mezzadri,

dovendo sopportare le guerre di conquista franco-spagnole e vessati da interessi usurai,

divennero ben presto, pur essendo formalmente liberi, schiavi del loro padrone, per cui la fuga

dalla terra veniva sempre punita col carcere. Col tempo ovviamente il padrone pretenderà,

oltre alla metà del raccolto, anche altre corvées. In una situazione ancora peggiore si

trovavano gli operai salariati agricoli, completamente privi di qualunque proprietà.

Il frazionamento politico rese l'Italia facile preda degli Stati vicini, Francia e Spagna, che

avevano già ultimato la loro unificazione alla fine del '400 mediante forti monarchie

centralizzate. Il primo a scendere fu Carlo VIII chiamato da Ludovico il Moro di Milano per

combattere Ferdinando I, re spagnolo a Napoli. Carlo VIII s'insediò nel napoletano

coll'intenzione di restarvi, ma Milano, Venezia, il papato, il re di Spagna e l'imperatore d'Austria

riusciranno a cacciare i francesi.


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in storia medievale, moderna e contemporanea
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Novadelia di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia moderna e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Storiche Prof.

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