Storia dell'arte del Rinascimento
Prof.ssa Prete
I cicli figurativi delle corti italiane del Rinascimento
Due concetti diversi per vedere le corti
«La corte è una unione d’huomini di qualità alla servitù di persona segnalata e principale» — Cesare Ripa, Iconologia, 1603
La corte non è un fenomeno che riguarda solo il XIV e XV secolo, ma anche l’epoca di Ripa. Per lui la corte è un nucleo di uomini di qualità che sono al servizio di una persona segnalata e principale, il signore.
«Le corti sono un collegio d’huomini depravati, una raunanza di volpi malitiose, un theatro di pessimi satelliti, una scuola di corruttissimi costumi et un refugio di disonestissime ribalterie» — Tommaso Garzoni da Bagnacavallo, Piazza universale di tutte le professioni del mondo, 1587, dedicata ad Alfonso d’Este
La vita delle corti italiane è piena di malvagità; pensiamo a Federico di Montefeltro che è stato accusato di fare parte di un complotto contro il fratellastro che doveva diventare duca del Montefeltro. Con "satelliti" sono intesi le persone che ruotano intorno al signore. Questi satelliti hanno una forza centrifuga.
La struttura della corte
Questi elementi sono presenti indipendentemente dalla grandezza della corte. La grandezza della corte significa, per esempio, l’estensione del territorio. Ci sono anche funzioni giuridiche, di amministrazione ecc. che si avvicinano a uno stato. La differenza della corte sta nel fatto che è un luogo fisico, in più ha tutte funzioni di uno stato. I familiares sono le persone che appartengono alla stretta cerchia del signore. È l’entourage più stretto del signore.
Il potere e la legittimità delle corti
Per affermarsi la propria autorità manca il confronto con i propri sudditi, ma per essere autorevoli serve anche qualcosa che renda autorevoli davanti alle grandi reggenze. Fine Trecento, inizio del titolo di legittimità.
Nel Quattrocento lo stato di minorità delle corti consiste nell’inconsistenza. Nel 1395 Giangaleazzo Visconti conquista a suon di scudi d’oro un titolo nobiliare dall’imperatore del Lussemburgo. Con questo titolo di duca può finalmente vantare una serie di diritti che lo equiparano ai grandi sovrani, dominus, dell’epoca. È un traguardo che vorrebbero raggiungere tutti i signori delle corti italiane.
Nel momento in cui i signori si sentono minacciati, ma acquisiscono un titolo legittimo, la prima mossa è far valere il proprio status. Fanno valere il proprio prestigio con l’architettura e con le armi. Spesso anche i matrimoni e la diplomazia sono elementi per consolidare il proprio potere. Il potere viene acquisito in maniera progressiva, emancipandosi dall’Impero o dalla Chiesa pur rimanendo sotto la protezione di uno o dell’altro (Mantova da Impero, Urbino da Chiesa).
Un signore più è debole dal punto di vista della propria legittimità, più espone la sua ricchezza. Sforzinda è una città che viene dedicata al duca di Milano, Francesco Sforza. In realtà non è mai stata realizzata, resta una città ideale. Il proprio potere viene affermato attraverso l’antico nel caso di Ferrara dove viene costruita Erculia.
Il ruolo dei letterati di corte
Un altro strumento sono i letterati di corte. È una categoria meno protetta, non sempre i letterati scrivono su commissione del signore. Tutto dipende anche dalla sensibilità e dall’intelligenza e dalla modernità del signore che governa la corte. Alcune opere ci fanno capire anche la vita di corte e come si divertiva all’epoca.
Molto spesso il letterato di corte interviene anche a proposito dell’iconografia. Quando il signore vuole realizzare un ciclo figurativo, parte con un’idea, ma poi spesso il letterato di corte interpreta le idee del signore per stabilire un programma iconografico. A Urbino, nell’epoca dei duchi di Montefeltro, troviamo Giovanni Santi che collabora tantissimo con la corte, è proprio una figura chiave. Leggiamo una sua lettera che ci dice che Santi aveva un ruolo di più funzioni, non solo pittore, ma anche letterato.
Le opere realizzate in occasione di feste importanti hanno la durata breve, sono fatte solo per abbellire la città in relazione al festeggiamento. Giovanni Santi ha anche coordinato la festa per il matrimonio tra Guidobaldo da Montefeltro ed Elisabetta Gonzaga. Il matrimonio era una grande festa dove veniva rappresentato l’Olimpo con gli dei. I personaggi discutevano su quale fosse la vita migliore: quella del matrimonio (Giunone) o quella verginale (Diana).
La vita di corte e l'importanza della musica
Francesco della Cossa rappresenta nel Salone dei mesi nel Palazzo Schifanoia la vita di corte in un momento di amori e svago a causa della musica. La musica è un momento molto piacevole all’interno della corte. Insieme alla letteratura, è una delle arti che fanno proprio parte della vita della corte. I musici hanno per esempio anche un trattamento privilegiato, diversamente dai letterati. Riceve anche i stipendi mensili fissi, il maestro delle cappelle arriva anche a ricevere stipendi abbastanza alti.
Collezionismo e cultura umanistica
I principi sono anche dei collezionisti di opere antiche per far vedere il loro prestigio. L’amore per l’antico non è solo citazione e nostalgico, ma fa parte della vita attiva del signore. Ci sono elementi comuni come il recupero dell’antichità, ma si contraddistingue attraverso un linguaggio che non è sempre lo stesso. Il linguaggio del Rinascimento delle diversi corti si caratterizza sempre attraverso diversi elementi. Ogni corte ha un suo linguaggio musicale e figurativo autonomo.
Alle opere antiche si aggiungono anche opere che appartengono a artisti contemporanei (collezione di Isabella d’Este per suo studiolo). Il giardino di San Marco degli Medici non esiste più, ma Vasari scrive di esso. Lorenzo aveva tutte le sue collezioni in questo giardino. Michelangelo si era formato in questo giardino. Questo giardino era privato, ma ammetteva i giovani di talento. Lorenzo vedeva Michelangelo che aveva realizzato una testa di fauno in marmo, l’aneddoto racconta che Lorenzo dice che è “proprio una cosa all’antica”. Michelangelo infatti era bravissimo a riprodurre opere antiche. Ma Michelangelo così rompe un dente del fauno per far vedere che un’opera vecchia ha anche i segni del tempo. Questo spazio è diventato un posto emblematico per il collezionismo.
Identificarsi con spazi specifici o anche segreti nella corte
Identificarsi con spazi specifici o anche segreti nella corte: studiolo come quello nel Palazzo Ducale di Urbino. Lo studiolo è lo specchio del principe, perché sono pieni di simboli. La simbologia è uno dei linguaggi fondamentali attraverso cui si esprime il signore. Lo studiolo si contrappone agli spazi amplificati del resto della corte.
Federico del Montefeltro conosce perfettamente l’elemento dell’illusione e tutte le novità, nel suo studiolo i cassetti sembrano di essere aperti. Ci troviamo anche dei emblemi in cui il signore si riconosce come l’ermellino (purezza). Accanto a uomini del mondo cristiano sono anche collocati uomini del mondo pagano senza grandi differenze, perché infatti Federico vuole sposare queste due culture.
Sprezzatura e grazia
I signori hanno la caratteristica della sprezzatura: atteggiamento di superiore distacco, apparenza di spontaneità e naturalezza, una studiata non curanza di chi vuole apparire sicuro delle proprie qualità > atteggiamento disinvolto che fa apparire facile un comportamento che invece è risultato da una fatica (Castiglione è il primo che nomina questo termine nel Cortigiano). Vasari usa il termine della parlando del carattere di signori. Il Cortigiano è uno dei libri più significativi per capire la vita di corte.
I cicli figurativi come espressione di prestigio
Piero dei Medici (il Gottoso) ha commissionato nei cappelli dei Magi a Firenze nel Palazzo Medici Riccardi un ciclo figurativo che poi viene realizzato da Gozzoli. Il commissionare di cicli figurativi è proprio uno dei prestigi degli signori. Anche attraverso queste attività vengono misurati i rapporti tra le corti. Mantegna per esempio è pittore di corte degli Gonzaga a Mantova, ma su richiesta dei Medici viene prestato a loro e così si sposta a Firenze. Mantegna diventa così famoso che viene chiamato anche a Roma dal papa. Nel momento in cui è il pittore di corte, non è più libero di decidere dove lavorare, ma il signore decide dove va. L’artista diventa un oggetto di scambio.
Nella cappella dei Magi viene rappresentato un’immagine magnifica che si collega al prestigio della famiglia committente. Viene anche rappresentato Piero il Gottoso. Tutta l’immagine rappresenta lusso, vediamo anche la vegetazione molto ricca. L’arte è sempre uno strumento di propaganda al servizio del signore.
Il rapporto tra mecenate e artista
Il rapporto tra mecenate e artista non sempre è diretto. Ci sono dei intermediari che danno informazioni sull’idea del signore all’artista. Esempio: Medici elaborano l’idea di fare una cappella con un grande corteo dei Magi (a Firenze forte tradizione). Gli altri letterati della corte elaborano una sequenza narrativa che poi realizzerà l’artista, in questo caso Benozzo Gozzoli. In questo caso il nome dell’intermediario non ce l’abbiamo, in altri casi invece sì.
Siamo all’inizio del Cinquecento quando Giovanni di Medici viene eletto come pontefice e così a Roma vengono organizzati festeggiamenti e opere d’arte. Nelle fonti non viene nominato l’artista, ma l’intermediario. Il percorso finché l’artista sarà del tutto indipendente durerà. Salvatore Settis sottolinea proprio questo fenomeno.
La formazione degli artisti
Leon Battista Alberti (architetto e studioso di arte, scrive trattati su pittura) insiste per esempio che gli artisti studino testi sacri e di mitologia, perché senza queste competenze l’artista non potrà mai elaborare un ciclo narrativo da solo. Così inserisce l’aspetto teorico nella pratica, perché nelle botteghe viene imposto solo la pratica. L’accademia poi inserirà l’aspetto teorico e anche lo privilegia.
Nel momento in cui il signore pensa a realizzare una cappella è sicuramente un modo per essere ricordato sia nel presente sia nel futuro. Nella cappella di Piero il Gottoso c’era anche una reliquia della passione di Cristo che oggi si trova al museo. Siamo negli anni successivi al Quattrocento e i grandi cicli d’affresco all’interno delle corti diventano quasi una consuetudine, perché viene vista come un modo per rappresentare il potere.
Il ruolo evolutivo dell'artista di corte
La vita di corte tra Quattro e Cinquecento è il luogo ideale dove l’artista può maturare. Epoca in cui si può osservare dei cambiamenti di corte. Sono decenni di transizione: da artista dipendente da signore verso auto-affermazione dell’artista.
Nella camera picta (nel Palazzo ducale a Mantova) troviamo un autoritratto di Andrea Mantegna che è un’immagine simbolica. Mantegna accetta di diventare pittore di corte di Ludovico Gonzaga. Questo gli offre dei privilegi che come pittore autonomo non avrebbe avuto (come stipendio fisso, alloggio per se e famiglia). Lo stipendio gli permette di diventare più autonomo e così costruire una dimora per se stesso (non la porta a termine, perché muore in povertà). Mantegna è anche stato un collezionista, ma è costretto anche a vendere un pezzo antico della sua collezione.
Spesso nelle nuvole delle sue tavole raffigura dei personaggi. Sorprende lo spettatore con questi ritratti nascosti. Il suo autoritratto della camera picta si trova all’interno di una decorazione floreale. Mantegna realizza anche opere per i Medici e per la sede pontificia, ma prima dovevano chiedere un permesso ai Gonzaga.
Quando si trova a Roma scrive delle lettere, perché a Mantova arriva Isabella d’Este. Isabella diventa la dama di corte, perciò dovrà obbedire a lei. Lei era molto esigente e Mantegna non era più giovanissimo. Giustifica la preoccupazione che esprime nelle sue lettere.
L’attività del pittore di corte non è solo di grande imprese decorative, ma nel momento in cui l’artista diventa artista di corte deve piegarsi anche a fare le cose più semplici (restaurare oggetti o risanare crepe nel muro).
Fra le varie tappe e tipologie abbiamo visto che Mantegna godeva di vari privilegi (anche titolo nobiliare), ma doveva anche essere un mediatore tra le varie potenze. Non è soltanto questo la vita dell’artista. Siamo sempre inizio anni ’60 quando Francesco del Cossa supplica Borso d’Este:
«Ill.me Princeps et Excel.me Domine Domine mi Singularissime etc. Adí passati insieme cum li altri dipintori suplicai ad V.Sig.ria supra il pagamento dela salla de Schivanoglio: Dove V.ra Sig.ia ripose che se instasse la relacione: Ill.mo principe io non voglio esser quello il quale, et a pelegrino de prisciano et ad altri Venga a fastidio, pertanto mi sonto deliberato a ricorrere solo a V.ra Sig.ia per che forsi a quella pare on egi stato referito che li sono de quelli che bene poteno stare contenti et sono tropo pagati del merchato deli deci bolognini. Etricordare suplicando a quella che io sonto francescho del cossa il quale a sollo fatto quili tri canpiverso lanticamara: Siche Ill.mo S.r quando la Sig.ria V.ra non mi volesse dare altro cha decebolognini del pede: et bene ne perdesse quaranta on cinquanta ducati continuamente avenga Vivasule mie braze staria contento et bene posato: Ma bene essendogli altre circonstancie assai me ne dolgeria et tristaria fra mi medemo: Et massime considerando che io che pur ho incomenciato ad avere uno pocho di nome, fusse tratato et iudicato et apparagonato al piú tristo garzone de ferara: Et che lo mio avere studiato et continuamente studio non dovesse avere a questa volta qualque piú premio et maxime dala Ill.ma V.ra Sig.ia che quelli che e abesenti da tale studio. certo Ill.mo principe non poria esser che dentro da mi non me natristase e dolesse. E poi che lo mio lavorare afede como o fato et adornare de oro e de boni coluri foseno de quelo precio che talle parte de ialtri che se sono passato senza talle fatiche et spexe mene pareria pure strano: Et questo dicho. Sig.r perche io ho lavorato quaxi el tuto a frescho che e lavoro avantazato e bono e questo e noto a tuti li maistri de larte: Tuta via Ill.mo S.r me rimeto ali pedi de la S.V.ra. Et quella prego quando havesse. questo obieto de dire non voglio fare a ti.per che mi sarebe forza fare ali altri. Sig.r mio continuamente la Sig.ra V.ra poteria dire che cosí e stato extimato: Et quando V.ra Sig.ia non volesse andare drieto ad extime prego quela Voglia se non el tuto che forsi me vegneria: ma quella parte li pare de gratia et benignitate Sua me la doni: Et io per gracioso dono lacceptarò et cossí predicarò.»
Grazie a questa lettera ci sono pervenuti gli artisti che decorano la sala del Palazzo Schifanoia. Francesco del Cossa non vuole infastidire Pellegrino Prisciani che è l’umanista di corte, perciò l’intermediario. Vuole ricordare a Borso d’Este che lui da solo ha realizzato una parte della decorazioni, per questo si merita una certa importanza. Si lamenta, perché viene trattato come un garzone nonostante avesse una sua personalità e un certo nome. Infatti lui ha realizzato anche degli affreschi nel Palazzo Schifanoia. Borso d’Este paga a misura e anche per l’importanza dell’artista. Si può parlare di mercato.
Il ruolo delle donne nelle corti
Isabella d’Este è anche una collezionista e chiede delle opere anche di artisti contemporanei come Perugino (riesce a imporre la sua iconografia) e Bellini (non segue iconografia proposta da Isabella). Bellini, come altri artisti importanti, non accettano volentieri le proposte dei mecenati. Isabella sposa da giovane Francesco Gonzaga, nipote di Ludovico Gonzaga. Si riconosce in un dipinto di Perugino che rappresenta la battaglia di Minerva e Diana contro Venere e Amore. Ci è pervenuto il contratto tra i due, sembra che Isabella ha dettato l’iconografia. Manda anche un disegno come bozza, però Perugino può cambiare alcune cose, basta che il concetto fondamentale, cioè le tre figure principali, rimangano.
Bembo ha fatto da tramite tra Isabella e Bellini. La lettera avviene nello stesso periodo in cui lavora anche con Perugino. Isabella voleva commissionare un dipinto a Bellini, ma Pietro Bembo spiega che l’idea e l’invenzione deve essere un privilegio del pittore, non del committente. Sono due atteggiamenti completamente diversi; Bellini rivendica una certa autonomia.
La dimora del principe e della corte
All’interno delle corti, anche l’educatore ha un certo ruolo; di solito è un umanista affermato e che conosce le arti liberali, il latino e il greco. Spesso ha anche frequentato le corti dell’oriente come a Bisanzio. Vengono stipendiati affinché insegnino agli eredi dei signori. Per esempio, Guarino da Verona viene chiamato alla corte di Ferrara per educare il figlio di Niccolò III d’Este. Gli eredi dovevano essere educati in un certo modo per diventare veri signori. Ci sono vari lati di situazioni complesse; Niccolò III ha la sensibilità per chiamare un educatore apposta per il figlio, ma alcuni anni dopo Borso d’Este decide di pagare Francesco del Cossa a metratura e non per il suo lavoro in generale (no sensibilità).
Ci è pervenuto una medaglia con un omaggio a Guarino da Verona, un’altra con il profilo di Vittorino da Feltre che è il precettore di Ludovico II Gonzaga. Pisanello realizza quest’ultima. La scuola gioiosa (Ca’Zoiosa) di Mantova viene frequentata anche da Federico del Montefeltro. Era un edificio (palazzo) di proprietà della famiglia Gonzaga. A metà del Quattrocento i palazzi di corte assumono sempre un modello più specifico, ma ci sono sempre dei elementi della tradizione locali (specifici di una corte). L’elemento dell’antico è per esempio un elemento comune.
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