Il cesaropapismo
L'apparire del cristianesimo
Prima dell'avvento del cristianesimo la religione trovava, nel quadro sociale e in quello politico, una collocazione particolare. Essa era considerata soprattutto quale espressione del "sentimento nazionale" di ciascun popolo, nel senso che si trattava di un bene di tutta la comunità e, come tale, manifestazione della cosa pubblica. Ogni religione era specifica di un singolo popolo, dunque si parla di carattere "nazionalistico" della religione.
Il cristianesimo trasformò la religione da espressione del sentimento nazionale di un popolo, in un fatto prettamente individuale e, parallelamente, in un fatto universale. Il cristianesimo è fatto individuale perché rappresenta soprattutto un problema di coscienza, una manifestazione dell'interiorità dell'uomo. Le religioni pagane identificavano nelle divinità i bisogni, le virtù, le aspirazioni ed anche i fatti negativi dell'esistenza e delle forze naturali; il cristianesimo identificò invece nella divinità tutte le qualità più esaltanti dello spirito in opposizione alla materialità dell'uomo, lo sollevò dagli angusti limiti rappresentati dallo spazio e dal tempo per renderlo partecipe della stessa immortalità di Dio.
La religione cristiana è naturalmente portata a negare o, quanto meno, a ridimensionare i problemi terreni perché concepisce la vita come semplice transito, come parentesi temporanea ed effimera, appuntando tutta la sua attenzione sui problemi della città oltremondana. Il cristianesimo è fatto universale perché accomuna tutti gli uomini al di là delle differenze legate alla diversità di lingua, di razza, di frontiere. Il cristianesimo, quindi, non può offrire belle limitazioni proprie della concezione "nazionalistica" della religione, ma deve necessariamente porsi al di là di ogni limite e di ogni barriera, per essere, appunto, un fenomeno universale.
Principio dualistico
Il cristianesimo, infatti, afferma il principio dualistico: il governo delle cose umane non solamente al potere politico, come entità che riassume in sé ogni interesse e ogni valore dell'uomo; al potere politico viceversa, appartiene il governo delle sole cose terrene, mentre alla Chiesa appartiene il governo di quelle spirituali, proclamando così l'idea dell'autonomia della religione rispetto alla politica. Il dualismo cristiano: il principio dualistico trae fondamento dalla frase evangelica "reddite Caesari quae Caesaris et Deo quae Dei sunt". Dunque si tratta di stabilire fino a che punto l'esercizio della libertà dell’uno non violi la libertà dell'altro potere.
Il principio dualistico pone anche interessanti problemi per quanto riferisce al singolo individuo. Prima dell'avvento del cristianesimo infatti, l'uomo obbedendo alle leggi della civitas, obbediva contemporaneamente anche alle leggi della religione, in virtù del monismo o, se si preferisce del principio unitario che governava l'antichità precristiana. Con il cristianesimo, invece, l'uomo viene come frantumato, spezzato in due, diviso fra l'obbedienza che deve alle leggi dello Stato e l'obbedienza che deve alle leggi di Dio. La delicatezza di questo problema consiste soprattutto nel fatto che molto spesso le leggi dello Stato contrastano con quelle della fede e l'uomo si trova nella necessità di dover scegliere, consapevole che obbedendo alle une si trova automaticamente a violare le altre, con l'avvertenza che dei due poteri governanti il genere umano, quello facente capo allo spirituale è, per sua intrinseca natura, superiore al potere politico.
Infatti, fin dall'inizio, e per lunghi secoli una delle caratteristiche del cristianesimo è consistita in una marcata intolleranza nei confronti delle altre religioni fondata sulla certezza che il Dio cristiano è l'unico e vero Dio e delle altre divinità sono di necessità false: come scrisse il Ruffini, l'intolleranza cristiana trova fondamento in una sorta di odium theologicum sconosciuto alle religioni precedenti, odium che porterà, fin dal primo affermarsi dell'idea cristiana, a favorire da un lato il cristianesimo e a perseguitare, dall'altro, con l'aiuto di tutte le politiche, qualunque altra forma di sentimento religioso o di dissidenza interna al cristianesimo stesso.
Il cristianesimo da religio licita a religione ufficiale dell'impero
La concezione dualistica cristiana veniva a negare il principio dell'accentramento nei pubblici apparati di ogni potere ivi compreso quello religioso. Le massime evangeliche, quali “reddite Caesari" e "subditi estote" che sembravano guidare l'azione dei cristiani, non erano da sole sufficienti a garantire il potere politico circa la fedeltà e l'ubbidienza dei sudditi, soprattutto non poteva essere accettato dalle autorità romane il rifiuto opposto dai cristiani, di riconoscere nella figura dell'imperatore una divinità. Non meraviglia, pertanto, l'ostilità del mondo romano verso il cristianesimo, né che, contro di esso, fossero organizzate forme di repressione che, per parte dello Stato romano, assumevano il valore e il significato di necessarie misure di polizia, mentre per parte cristiana erano definite persecutorie e, come tali, furono poi tramandate nel corso del tempo.
Le varie forme di repressione attuate dal potere civile romano sortirono l'effetto desiderato volto a stroncare completamente il fenomeno religioso cristiano il quale, anzi, in luogo di esaurirsi annoverava sempre maggiori adepti. Questo fatto può essere interpretato in duplice senso: innanzi tutto nel senso che la dottrina cristiana, lungi dall'essere una delle tante fedi religiose allora presenti nell'impero, si distingueva da esse per furti come sistema integrale di vita. Il cristiano è l'uomo nuovo, colui che vede con occhi diversi i fatti del mondo e la sua stessa personale vicenda terrena. Questo sentimento non costituiva un'astratta formulazione teorica, ma trovava salde radici nell'uomo di allora e spiega il successo e il rapido diffondersi dell'idea. In secondo luogo, l'impero romano si dimostrava sempre più incapace di imporre credibilità ai principi etico-politici che ne avevano costituito le fondamenta.
Fin da Augusto, infatti, l'impero romano era in crisi, vedi di autorità di un potere imposto ad un'enorme varietà di genti e di razze, ma privo sempre più della necessaria forza coesiva per poter utilmente governare. In realtà, la crisi dell'impero, era la crisi dell'uomo, era cioè una crisi essenziale, e ad essa fece fronte positivamente la dottrina di Cristo. La progressiva anche se lenta sostituzione di una mentalità cristiana ad una mentalità romana, segna il momento iniziale di un rapporto fra potere civile e potere religioso cristiano. Tale momento è indicato con la comunicazione dapprima dell'editto di Galerio dell'anno 311 e quindi con dell'editto di Costantino (editto di Milano) dell'anno 313.
Religio licita: La religione cristiana diviene religio licita, vale a dire può venire professata liberamente, come tutte le altre religioni dell'impero. Da questo momento, però, il cristianesimo comincia a divenire l'altro potere, che si affianca e talora si oppone al potere civile, dando luogo ad un rapporto che tanta influenza avrà nel mondo orientale e occidentale.
L'arco di tempo che dal 313 giunge fino a noi è stato definito "era costantiniana", era, cioè, dominata dal sistema politico fondato su dualismo cristiano, sul mutuo appoggio del potere politico e di quello religioso cristiano. Il documento costantiniano, nell'enunciare il principio della libertà di religione anche per il cristianesimo, non gli assegna alcuna esplicita preferenza. Nel documento vengono impartite disposizioni relative alla restituzione alla chiesa di tutti i beni confiscati durante le ultime persecuzioni, a testimonianza che il cristianesimo, già prima del suo riconoscimento ufficiale, era "Chiesa" e godeva anche di una autonomia patrimoniale.
Gli ulteriori sviluppi della politica costantiniana, dimostrano che il cristianesimo era considerato dall'imperatore non soltanto la fede religiosa, ma, anche uno strumento utilissimo di governo e, come tale, da favorire. Una conferma può essere offerta, dalle leggi
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