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La circostanza che i soggetti artefici dei movimenti del Sessantotto siano stati gli studenti mette in

luce un altro aspetto del rapporto tra Sessantotto e modernizzazione: l’affermazione del modello

industriale post-bellico implicava la diffusione della scolarizzazione di massa. Negli anni ’50

e ’60, il mondo industrializzato vede un enorme incremento della frequenza in tutti gli ordini di

scuole. Non è solo effetto del baby-boom, ma di scelte di governo; l’istruzione viene ora

considerata una delle forme più importanti di servizio sociale, un diritto umano fondamentale, uno

strumento irrinunciabile per l’uguaglianza delle opportunità. Mentre cresce l’investimento delle

famiglie nella scuola, si fa strada la tendenza ad eliminare la separazione fra indirizzi di formazione

culturale e indirizza di avviamento al lavoro, ad aumentare l’età dell’obbligo scolastico, a

sovvenzionare gli studenti degli strati più poveri. Molte cose, però, restano sulla carta. Spesso

manca un rinnovamento dei metodi e dei programmi; in vari Paesi non ci sono strutture adeguate.

Ad ogni modo, i giovani erano stati posti nella condizione psicologica ed esistenziale di muoversi

da protagonisti, rivendicando maggior potere e la possibilità di porsi come classe dirigente di un

processo di trasformazione dello stato di cose presente. In tutto ilo mondo la rivolta studentesca

trovò il proprio epicentro nelle università. Qui fu messo in discussione il sistema di potere presente

nella scuola e nelle società e il contenuto, ritenuto classista e alienante, del sapere dominante,

attraverso quella che si configurò come una radicale critica dell’ideologia borghese.

Una rivolta morale

Questa contestazione globale dell’ordine esistente non avvenne servendosi della tradizione

ideologica del socialismo e del movimento operaio, ma di una rete di valori e di idee politiche

fondate sull’egualitarismo e l’antiautoritarismo. Il movimento dei giovani e degli studenti si

configurava innanzitutto come una “rivolta del soggetto” contro le prescrizioni normative imposte

dalle convenzioni sociale. In questa ottica il Sessantotto può essere definito come un movimento

mondiale contro l’autorità: dei genitori, del potere accademico, dello stato, della gerarchia della

fabbrica, della chiesa, delle ideologie consolidate e della politica come si era venuta strutturando nei

sistemi politici degli stati nazionali lungo il corso del XX secolo. Questa rivolta assunse caratteri di

massa e divenne un movimento collettivo sempre più politicizzato. Il Sessantotto è dunque

innanzitutto un rifiuto delle costrizioni culturali e sociali. Anche se la storiografia si è concentrata

sulle lotte degli studenti nella seconda metà degli anni sessanta, già dai primi anni Cinquanta inizia

nell’Occidente industrializzato un movimento di distacco dei giovani da una società vissuta come il

regno della noia, della smania consumistica e del vuoti di idee. La generazione del baby-boom, la

prima crescere nell’incubo di una catastrofe nucleare, ritira la fiducia al mondo adulto, mentre il

gruppo di adolescenti tende a costruirsi come universo separato e antagonista. Il conflitto

generazionale quasi si sovrappone a quello di classe, i modelli adulti diventano oggetto di irrisione.

LA PROTESTA STUDENTESCA IN AMERICA

Le lotte per i diritti civili negli Usa

Negli Stati Uniti il movimento studentesco si polarizzò inizialmente attorno alla lotta per i diritti

civili. La comunità di colore era ancora vittima di discriminazioni e segregata nei luoghi

pubblici, nelle scuole e nel lavoro. Il I febbraio nel 1960, a Greensboro, una cittadina nel North

Carolina, in un locale pubblico quattro giovani non furono serviti a causa del colore della pelle.

In segno di protesta, gli studenti presenti rimasero seduti nel locale fino all’ora di chiusura. Si

inaugurò la pratica del sit-in, che sarebbe divenuta una delle tipiche forme di protesta pacifica.

Durante gli anni ’60 grandi manifestazioni di gente di colore si erano svolte negli Stati Uniti;

erano sorti movimenti riconducibili a due filoni: quello pacifista del pastore protestante Martin

Luter King, assassinato proprio nel ’68, che auspicava una progressiva, non violenta,

integrazione delle masse di colore nella società bianca; quelli più intransigenti, come il Black

Power, le Black Panthers, i Black Muslism guidati da leader come Malcom X, che godevano

di grande prestigio fra i giovani.

Gli studenti americani dai diritti civili alla “contestazione globale”

In una prima fase, che vide come epicentro della protesta l’università di Berkeley, nel 1964, gli

obiettivi della contestazione studentesca furono le modalità di gestione delle università stesse;

molti studenti, come già detto in precedenza, in questi stessi anni continuarono a partecipare

attivamente anche alla campagna per i diritti civili della minoranza nera. Negli anni seguenti,

il principale bersaglio della contestazione divenne invece la guerra in Vietnam, nella quale gli

Stati Uniti si trovarono coinvolti a partire dall’inizio degli anni Sessanta. In un primo tempo, gli

americani si erano limitati a fornire aiuti militari ed istruttori al governo sudvietnamita, per

reprimere la guerriglia, alimentata e sostenuta dal regime comunista, costituitosi nella parte nord

del paese. Nel corso del decennio, l’impegno e il coinvolgimento dell’esercito statunitense si

erano tuttavia fatti sempre più ingenti, al punto che, alla fine del 1967, i soldati americani inviati

a combattere in Vietnam erano circa mezzo milione. La lotta per i diritti civili si trasformò così

in una contestazione globale contro alcuni pilastri della società americana e contro l’ordine

internazionale imposto dagli Stati Uniti.

Saperi e poteri

Quelli che seguono sono per gli studenti americani anni di grande attivismo politico e tensione

morale, di occupazioni, di marce (come quella del 1967 contro la guerra in Vietnam,quando più di

50.000 giovani marciarono verso il Pentagono, quartiere generale delle forze armate statunitensi), di

sit-in e altre forme di lotta non violenta. Nelle università si diffonde l’antiautoritarismo, critica

alla società, alla famiglia, alla scuola; si contestano gli esami. Si rifiutano i tradizionali meccanismi

di rappresentazione teorizzando la democrazia diretta e tentando di praticarla con la forma

dell’assemblea studentesca. Uno degli aspetti più nuovi è la denuncia della manipolazione attuata

da giornali e televisioni e del carattere non neutrale della cultura e della scienza, che, mentre

pretendono di essere “oggettive”, rispecchiano invece le ideologie e interessi dei gruppi dominanti,

e la posizione di classe e di potere degli studiosi. Nello stesso tempo, si sperimenta

l’autoeducazione attraverso forme di didattica autogestita: seminari e lavori di gruppo sui temi

ritenuti di maggiore attualità e interesse per gli studenti, senza prove di esame e valutazioni di

merito. L’impronta delle controculture

Nella fase iniziale, è forte il legame del movimento studentesco con le culture giovanili: in

particolare nel metodo della libertà di espressione e di partecipazione, che riecheggia la produzione

underground, nella critica della famiglia, nella “liberazione sessuale”. Le stesse occupazioni hanno

il loro modello principale nella tendenza che attraversa tutto il mondo giovanile a separarsi in un

luogo fisico e non soltanto simbolico

Woodstock

Tra il 15 e il 17 agosto del 169 a betel, nello stato di New York, si svolse un grande concerto per la

pace, divenuto immediatamente un mito della controcultura giovanile dell’epoca. Woodstock

rappresentò la manifestazione tangibile del potere aggregante assunto dalla musica pop, autentico

linguaggio internazionale del mondo giovanile. Il concerto fu promosso da un gruppo di giovani

organizzatori, mentre l’intere predisposizione logistica fu del tutto improvvisata; durante i tre giorni

della manifestazione mancarono cibo e acqua e strutture igieniche per i partecipanti, per lo più

accampatisi con tende nel grande prato che ospitava l’evento. Le carenze organizzative furono

aggravate dallo straordinario afflusso di pubblico, stimato fra le 450.000 e le 500.000 persone. Si

alternarono sul palco un numero impressionante di cantanti e gruppi, molti dei quali ancora noti al

grande pubblico, come i The Who, Santana e Jimi Hendrix, il quale, improvvisando l’inno

americano con la sua chitarra elettrica in segno di protesta, diede vita a suoni distorti che imitavano

il fragore delle bombe allora impiegate in Vietnam. La musica di questi gruppi si era già imposta

come fenomeno internazionale, sostituendosi alle varie produzioni nazionali, spesso legate a

tradizioni ormai estranee al mondo giovanile; dopo Woodstock anche il consumo di questa musica

nella forma del grande concerto, entrò nei codici della comunicazione giovanile, in cui svolge

ancora oggi un ruolo importante.

• La repressione contro gli studenti in Messico

In Messico, gli studenti nella piazza delle Tre culture pochi giorni prima dell’apertura dei giochi

olimpionici manifestavano contro le drammatiche contraddizioni sociali di un paese in rapidissimo

sviluppo e ponevano al centro della propria azione l’istanza della modernizzazione politica. Molto

violenta fu la reazione di esercito e polizia che nella seconda metà del ’68 sgomberarono a forza le

università occupate dagli studenti e il 2 ottobre fecero fuoco su una manifestazione studentesca,

facendo più di 400 morti, compresi alcuni bambini. Il 12 ottobre si aprirono regolarmente le

olimpiadi, di cui rimasero famose le immagini del gesto degli atleti neri Tommy Smith e John

Carlos che salutarono dal podio sollevando il pugno guantato di nero, secondo l’uso dei movimenti

antirazzisti più intransigenti.

Successi e limiti del movimento americano

Fra il 1967 e i primi anni Settanta, il movimento degli studenti americani si estende a quasi tutte le

grandi università del Nord e nel 1968 contribuisce a spingere il presidente Johnson a non

ricandidarsi e a ordinare la sospensione dei bombardamenti sul Vietnam. Nel 1973 verrà abolita la

leva obbligatoria per la guerra in Vietnam. Si può senza dubbio affermare che la protesta giovanile

ebbe una notevole importanza storica sul piano del costume e che indusse il governo a cercare una

soluzione di pace alla guerra in Vietnam; nell’insieme, però, si trattò di un movimento che non

riuscì ad alterare per nulla le strutture di base della società americana. Gli studenti, infatti,

dopo aver messo in discussione tutte le istituzioni e le autorità nazionali non riuscirono mai a darsi

una vera ideologia, né riuscirono a costruire un partito capace di intervenire davvero nelle lotta

politica. LA ROVOLUZIONE CULTURALE IN CINA

Nella Cina comunista il Sessantotto rappresentò il momento più acuto della rivoluzione culturale,

avviata nel 1966, che fu la fase di rottura più grave della storia della Cina comunista, all’interno

della quale tutto il sistema di potere venne profondamente trasformato. Aperto spontaneamente da

gruppi di studenti universitari che protestavano contro i privilegi culturali ancora presenti della

società cinese, il conflitto fu subito appoggiato da Mao e dai suoi sostenitori, che lo radicalizzarono

come strumento di pressione contro l’opposizione interna al Partito comunista. Oggetto dello

scontro erano le prospettive stesse del socialismo cinese: lo sforzo di Mao, che era quello di

allontanarsi dall’esperienza sovietica, dal suo modello di sviluppo economico, dalla sua sclerosi

burocratica e dal progressivo riemergere al suo interno di ristrette élite dominanti, in nome di una

permanente tensione politica che garantisse la partecipazione delle masse alla vita politica, si

scontrò con numerose resistenze diffuse nella società, tra i quadri di partito, tra gli intellettuali e i

contadini più abbienti. Nell’estate 1967 e nei primi mesi del 1968 lo scontro sembrò raggiungere un

tale grado di acutezza da preludere a una guerra civile. Successivamente la tensione si allentò e una

fase di riflusso si impose: numerosi dirigenti giovanili furono allontanati dalle città e inviate nelle

zone rurali; ovunque si imposero i “comitati rivoluzionari” che liquidarono le esperienze più

radicali delle guardie rosse e recuperarono i vecchi quadri dirigenti. Parallelamente gli avversari di

Maro (Liu Shaoqui e Deng Xiaoping) vennero emarginati.

IL SESSANTOTTO IN EUROPA

Nei principali paesi europei, la protesta studentesca esplose nel 1968; non era certo la prima volta

che, in Europa, i giovani si ribellavano contro la società degli adulti. La novità più significativa del

Sessantotto consiste nel fatto che, mentre in passato (nell’Ottocento, o nel 1914) gli studenti

avevano assunto, di preferenza, posizioni di tipo nazionalistico, sicché ai giovani era stato facile, in

fondo, riassorbire la loro rabbia e incanalare le loro energie in direzione della guerra o

dell’espansione imperialista, verso la fine degli anni ’60 la protesta assunse fin dall’inizio tinte

ideologiche radicali. La ribellione del Sessantotto fu diretta, in primo luogo, contro la società


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Exxodus

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DETTAGLI
Esame: Storia
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Sociali Prof.

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