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In una prima fase, che vide come epicentro della protesta l’università di Berkeley, nel 1964, gli

obiettivi della contestazione studentesca furono le modalità di gestione delle università stesse;

molti studenti, come già detto in precedenza, in questi stessi anni continuarono a partecipare

attivamente anche alla campagna per i diritti civili della minoranza nera. Negli anni seguenti,

il principale bersaglio della contestazione divenne invece la guerra in Vietnam, nella quale gli

Stati Uniti si trovarono coinvolti a partire dall’inizio degli anni Sessanta. In un primo tempo, gli

americani si erano limitati a fornire aiuti militari ed istruttori al governo sudvietnamita, per

reprimere la guerriglia, alimentata e sostenuta dal regime comunista, costituitosi nella parte nord

del paese. Nel corso del decennio, l’impegno e il coinvolgimento dell’esercito statunitense si

erano tuttavia fatti sempre più ingenti, al punto che, alla fine del 1967, i soldati americani inviati

a combattere in Vietnam erano circa mezzo milione. La lotta per i diritti civili si trasformò così

in una contestazione globale contro alcuni pilastri della società americana e contro l’ordine

internazionale imposto dagli Stati Uniti.

Saperi e poteri

Quelli che seguono sono per gli studenti americani anni di grande attivismo politico e tensione

morale, di occupazioni, di marce (come quella del 1967 contro la guerra in Vietnam,quando più di

50.000 giovani marciarono verso il Pentagono, quartiere generale delle forze armate statunitensi), di

sit-in e altre forme di lotta non violenta. Nelle università si diffonde l’antiautoritarismo, critica

alla società, alla famiglia, alla scuola; si contestano gli esami. Si rifiutano i tradizionali meccanismi

di rappresentazione teorizzando la democrazia diretta e tentando di praticarla con la forma

dell’assemblea studentesca. Uno degli aspetti più nuovi è la denuncia della manipolazione attuata

da giornali e televisioni e del carattere non neutrale della cultura e della scienza, che, mentre

pretendono di essere “oggettive”, rispecchiano invece le ideologie e interessi dei gruppi dominanti,

e la posizione di classe e di potere degli studiosi. Nello stesso tempo, si sperimenta

l’autoeducazione attraverso forme di didattica autogestita: seminari e lavori di gruppo sui temi

ritenuti di maggiore attualità e interesse per gli studenti, senza prove di esame e valutazioni di

merito. L’impronta delle controculture

Nella fase iniziale, è forte il legame del movimento studentesco con le culture giovanili: in

particolare nel metodo della libertà di espressione e di partecipazione, che riecheggia la produzione

underground, nella critica della famiglia, nella “liberazione sessuale”. Le stesse occupazioni hanno

il loro modello principale nella tendenza che attraversa tutto il mondo giovanile a separarsi in un

luogo fisico e non soltanto simbolico

Woodstock

Tra il 15 e il 17 agosto del 169 a betel, nello stato di New York, si svolse un grande concerto per la

pace, divenuto immediatamente un mito della controcultura giovanile dell’epoca. Woodstock

rappresentò la manifestazione tangibile del potere aggregante assunto dalla musica pop, autentico

linguaggio internazionale del mondo giovanile. Il concerto fu promosso da un gruppo di giovani

organizzatori, mentre l’intere predisposizione logistica fu del tutto improvvisata; durante i tre giorni

della manifestazione mancarono cibo e acqua e strutture igieniche per i partecipanti, per lo più

accampatisi con tende nel grande prato che ospitava l’evento. Le carenze organizzative furono

aggravate dallo straordinario afflusso di pubblico, stimato fra le 450.000 e le 500.000 persone. Si

alternarono sul palco un numero impressionante di cantanti e gruppi, molti dei quali ancora noti al

grande pubblico, come i The Who, Santana e Jimi Hendrix, il quale, improvvisando l’inno

americano con la sua chitarra elettrica in segno di protesta, diede vita a suoni distorti che imitavano

il fragore delle bombe allora impiegate in Vietnam. La musica di questi gruppi si era già imposta

come fenomeno internazionale, sostituendosi alle varie produzioni nazionali, spesso legate a

tradizioni ormai estranee al mondo giovanile; dopo Woodstock anche il consumo di questa musica

nella forma del grande concerto, entrò nei codici della comunicazione giovanile, in cui svolge

ancora oggi un ruolo importante.

• La repressione contro gli studenti in Messico

In Messico, gli studenti nella piazza delle Tre culture pochi giorni prima dell’apertura dei giochi

olimpionici manifestavano contro le drammatiche contraddizioni sociali di un paese in rapidissimo

sviluppo e ponevano al centro della propria azione l’istanza della modernizzazione politica. Molto

violenta fu la reazione di esercito e polizia che nella seconda metà del ’68 sgomberarono a forza le

università occupate dagli studenti e il 2 ottobre fecero fuoco su una manifestazione studentesca,

facendo più di 400 morti, compresi alcuni bambini. Il 12 ottobre si aprirono regolarmente le

olimpiadi, di cui rimasero famose le immagini del gesto degli atleti neri Tommy Smith e John

Carlos che salutarono dal podio sollevando il pugno guantato di nero, secondo l’uso dei movimenti

antirazzisti più intransigenti.

Successi e limiti del movimento americano

Fra il 1967 e i primi anni Settanta, il movimento degli studenti americani si estende a quasi tutte le

grandi università del Nord e nel 1968 contribuisce a spingere il presidente Johnson a non

ricandidarsi e a ordinare la sospensione dei bombardamenti sul Vietnam. Nel 1973 verrà abolita la

leva obbligatoria per la guerra in Vietnam. Si può senza dubbio affermare che la protesta giovanile

ebbe una notevole importanza storica sul piano del costume e che indusse il governo a cercare una

soluzione di pace alla guerra in Vietnam; nell’insieme, però, si trattò di un movimento che non

riuscì ad alterare per nulla le strutture di base della società americana. Gli studenti, infatti,

dopo aver messo in discussione tutte le istituzioni e le autorità nazionali non riuscirono mai a darsi

una vera ideologia, né riuscirono a costruire un partito capace di intervenire davvero nelle lotta

politica. LA ROVOLUZIONE CULTURALE IN CINA

Nella Cina comunista il Sessantotto rappresentò il momento più acuto della rivoluzione culturale,

avviata nel 1966, che fu la fase di rottura più grave della storia della Cina comunista, all’interno

della quale tutto il sistema di potere venne profondamente trasformato. Aperto spontaneamente da

gruppi di studenti universitari che protestavano contro i privilegi culturali ancora presenti della

società cinese, il conflitto fu subito appoggiato da Mao e dai suoi sostenitori, che lo radicalizzarono

come strumento di pressione contro l’opposizione interna al Partito comunista. Oggetto dello

scontro erano le prospettive stesse del socialismo cinese: lo sforzo di Mao, che era quello di

allontanarsi dall’esperienza sovietica, dal suo modello di sviluppo economico, dalla sua sclerosi

burocratica e dal progressivo riemergere al suo interno di ristrette élite dominanti, in nome di una

permanente tensione politica che garantisse la partecipazione delle masse alla vita politica, si

scontrò con numerose resistenze diffuse nella società, tra i quadri di partito, tra gli intellettuali e i

contadini più abbienti. Nell’estate 1967 e nei primi mesi del 1968 lo scontro sembrò raggiungere un

tale grado di acutezza da preludere a una guerra civile. Successivamente la tensione si allentò e una

fase di riflusso si impose: numerosi dirigenti giovanili furono allontanati dalle città e inviate nelle

zone rurali; ovunque si imposero i “comitati rivoluzionari” che liquidarono le esperienze più

radicali delle guardie rosse e recuperarono i vecchi quadri dirigenti. Parallelamente gli avversari di

Maro (Liu Shaoqui e Deng Xiaoping) vennero emarginati.

IL SESSANTOTTO IN EUROPA

Nei principali paesi europei, la protesta studentesca esplose nel 1968; non era certo la prima volta

che, in Europa, i giovani si ribellavano contro la società degli adulti. La novità più significativa del

Sessantotto consiste nel fatto che, mentre in passato (nell’Ottocento, o nel 1914) gli studenti

avevano assunto, di preferenza, posizioni di tipo nazionalistico, sicché ai giovani era stato facile, in

fondo, riassorbire la loro rabbia e incanalare le loro energie in direzione della guerra o

dell’espansione imperialista, verso la fine degli anni ’60 la protesta assunse fin dall’inizio tinte

ideologiche radicali. La ribellione del Sessantotto fu diretta, in primo luogo, contro la società

capitalistica che – si diceva – riduceva l’uomo alla pura dimensione economica e subordinava

l’individuo alle esigenze della produzione e del profitto. All’assetto sociale prevalente in Europa e,

ancor più, negli USA, vennero contrapposti modelli di società radicalmente alternativi (come quello

cubano e quello cinese), che vennero idealizzati e considerasti delle vere incarnazioni e

realizzazioni dell’utopia egualitaria.

Il maggio parigino

La prima grande città europea in cui la protesta si manifestò fu Berlino Ovest, che divenne centro di

grandi manifestazioni di solidarietà con il piccolo Vietnam, in lotta contro il gigante americano, il

suo imperialismo e, più in generale, il sistema economico capitalistico. Fu tuttavia Parigi, in maggio,

a divenire l’epicentro (e il simbolo) del movimento del Sessantotto. Come in America, i giovani

contestavano, in primo luogo, le rigide autoritarie regole che caratterizzavano il funzionamento

delle principali università francesi, molte delle quali vennero occupate dagli studenti. La situazioni

raggiunse l’apice della tensione allorché, il 3 maggio, venne chiusa la facoltà di Lettere di Nanterre

e la polizia entrò con la forze alla Sorbona. Cominciò allora una serie di violenti scontri fra

dimostranti e la polizia; il 12maggio, tuttavia, alla grande manifestazione che si snodò per le vie di

Parigi si unirono anche numerosi operai e cittadini, mobilitati dai sindacati e dai partiti di sinistra.

L’obbiettivo di questa dimostrazione pubblica, seguita da una vera ondata di scioperi e di

occupazioni di fabbriche, che paralizzarono la vita economica del paese, era quella di spingere De

Gaulle alle dimissioni.

Il generale, invece, risposte sciogliendo il Parlamento e convocando nuove elezioni, che si risolsero

con una grande vittoria dei partiti sostenitori di De Gaulle ed una pesante disfatta della sinistra.

L’elettorato francese, dunque, si era spaventato dei disordini del maggio ed aveva manifestato con il

voto la propria volontà di stabilità e di normalità; era vero però, nello stesso tempo, che la

popolarità di De Gaulle stava calando: chiamati di nuovo alle urne per un referendum, ad un anno di

distanza gli elettori bocciarono nettamente la linea politica del Presidente, che si dimise nell’aprile

1969. La primavera di Praga

Mentre i giovani dell’Occidente chiedevano più spazio per la creatività individuale, l’Europa

orientale era alle prese con il problema della libertà dei diritti umani in termini più concreti.

Intorno alla metà degli anni ’60, lo stato più stagnante sotto il profilo economico era la

Cecoslovacchia, dove trionfava ancora un regime rigidamente stalinista. Qui non di erano verificate

proteste paragonabili a quelle esplosi in Germania Est, Polonia o Ungheria, in quanto l’economia

aveva goduto di una relativa prosperità e il tenore di vita della popolazione era stato a lungo

decisamente superiore rispetto a quello degli abitanti di altre repubbliche popolari.

La situazione incominciò a deteriorarsi a partire dal 1962, quando alcuni generi alimentari

cominciarono a sparire dal mercato; nel contempo, la popolazione della Slovacchia diede i primi

segni di malcontento nei confronti della politica accentratrice del governo di Praga, che non

lasciava alcuna autonomia alla Slovacchia stessa. Questi primi segnali di malcontento spinsero i

sovietici a sollecitare unb mutamento al vertice del Partito comunista sicché la carica di segretario

venne assegnata a Aleksander Dubcek.

Dubcek era stato scelto, in primo luogo, per il fatto che era slovacco, non ceco. Sebbene credesse ai

principi fondamentali del leninismo, si rese conto del fatto che il Partito comunista non godeva più

da tempo della fiducia della gente; pertanto, si propose di rinnovare radicalmente la funzione del

Partito stesso all’interno della società cecoslovacca. Nella sua concezione bisognava prima di tutto

dare libera voce a tutte le critiche che, secondo la gente comune, il regime meritava ricevere;

ascoltato il popolo e le sue richieste più autentiche, il governo sarebbe stato di nuovo legittimato a

guidare il paese e la gente ne avrebbe seguito con rinnovato entusiasmo le indicazioni e le direttive.

Dubcek non metteva minimamente in discussione né il fatto che la Cecoslovacchia dovesse restare

un paese socialista né l’alleanza con l’Unione Sovietica. Chi leggeva i suoi scritti e i suoi discorsi,

finalizzati a spiegare le caratteristiche del socialismo dal volto umano che egli voleva introdurre in


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AUTORE

Exxodus

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DETTAGLI
Esame: Storia
Corso di laurea: Corso di laurea in sociologia
SSD:
A.A.: 2008-2009

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Scienze Sociali Prof.

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