Storia contemporanea parte I
Cos'è la storia contemporanea?
Tra '800 e '900 ci sono una serie di cronologie interne. L’età moderna si chiude con la rivoluzione industriale: l’origine dell’industrializzazione del mercato. Secondo altri studiosi l’età contemporanea si apre con la rivoluzione americana. Entrambi i pensieri possono essere corretti. Altri adottano cronologie diverse.
Cronologie: la storia contemporanea inizia in relazione al paese e al pensiero degli storici. L’arco di tempo preso in considerazione va dalla rivoluzione industriale e, per molti, ci sono due rivoluzioni: quella francese e quella americana.
Date chiave della storia
- 1789: Rivoluzione francese
- 1815: Congresso di Vienna
- 1848: Importante per le rivoluzioni, in Italia si ha la guerra di indipendenza, fondamentale per i diritti
- 1861: Unità d’Italia
- 1878: Congresso di Berlino, molto importante perché per la prima volta si inizia a parlare di diritti delle minoranze
- 1917: Questi sono anni collettori di eventi, ha luogo la rivoluzione d’ottobre, anno molto importante per l’Italia per via della disfatta di Caporetto, legata alla rivoluzione d’ottobre. Nello stesso anno si ha l’entrata in guerra dell’America a sostegno delle forze della Triplice Intesa. Viene firmata la dichiarazione per il riconoscimento della Palestina come focolare nazionale ebraico, da qui parte uno dei grandi nodi che troveremo negli anni '20/'30 del Novecento. Il 1917 cambia l’esito della guerra.
- 1914-1918: Prima guerra mondiale
- 1919: Conferenza di pace di Parigi, chiude la prima guerra mondiale
- 1946: Suffragio universale, si vota il referendum per scegliere tra monarchia e repubblica
- 1939: Comincia la seconda guerra mondiale
Queste sono le date chiave della storia contemporanea, i punti di riferimento sull’asse del tempo.
Mestiere dello storico e rapporto con la contemporaneità
Mariuccia Salvati sostiene che lo storico deve fare sempre i conti con il presente, a differenza dell’approccio filosofico. Si fa un affondo nel passato per capire il presente. I filosofi contemporanei si concentrano ad analizzare il presente e a contestualizzarlo, lo storico deve invece conoscere il passato per analizzare il presente.
Per esempio, di fronte alle grandi tragedie si dice che non ricapiteranno, è un mantra usato nei discorsi retorici pubblici come le guerre mondiali, lo sterminio nazista, ecc. In storiografia il “mai più” non esiste, perché sarebbe come cristallizzare un evento al di fuori del tempo. Nella situazione attuale tra Russia-Ucraina si ha il focus sulla figura di Putin e non sul suo entourage, sennò succede come dopo la seconda guerra mondiale, in cui sembrava il cattivo fosse solo Hitler. Bisogna vedere l’apparato che appoggia tutta la situazione. La rappresentazione del nemico avviene di solito attraverso figure singole ma bisogna vedere tutta la macchina e chiedersi perché scatta l’idea corale di attaccare uno stato, anche in base alla formazione culturale delle persone che compongono la macchina. Bisogna analizzare inoltre i fatti che portano a determinate conseguenze.
Non esiste il “mai più”, esistono momenti e tempi diversi che riguardano persone e cittadini. I giudizi emotivi hanno poco a che fare con il mestiere dello storico. Bisogna sempre fare attenzione all’uso di stereotipi, per esempio quello di trovare il grande nemico (nel caso attuale è Putin). Siamo di fronte di nuovo alla terribile costruzione del nemico. Putin e Hitler per esempio vengono definiti psicopatici, ma non è così: è troppo facile dirlo. Noi dobbiamo invece chiederci per quale motivo la Russia ha bisogno di tutto ciò, perché mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini, ecc. Gli storici devono porsi queste domande, devono chiedersi come mai si è arrivati fino a qui e perché l’UE non si è accorta di nulla.
Bisogna vedere il punto di vista sociale, culturale, economico, ecc. Studi di questo tipo hanno spiegato, per esempio, le guerre in Jugoslavia. Si deve capire le società, ma per poterlo fare lo storico deve unirsi agli scienziati sociali e politici. È necessario chiedersi chi e cosa c’è dietro, gli apparati, le ideologie e la propaganda che rende possibile l’avvio di determinati processi. Lo storico entra nella vita della persona per capire il tutto. Si lavora su dati qualitativi e quantitativi. Lo storico deve appoggiarsi alla sociologia, all’antropologia, alla linguistica (ovvero il linguaggio, l’uso della propaganda è capacità di piegare la lingua). I lavori più complessi sono quelli condotti in gruppo, con componente fortemente interdisciplinare. La letteratura talvolta, assieme anche alla pittura, trasmette atmosfere e contesti che lo storico non riesce a esprimere per via di un linguaggio più asettico: egli trasmette, interpreta e giustifica ciò che trasmettono le fonti.
Altre fonti
La fotografia ha tutta una serie di problematiche legate alla lettura e alla decodificazione, anche questa va usata smontandola con i ferri del mestiere, devo sapere chi l’ha fatta, in che contesto, ecc. Le fotografie, ma anche i filmati, sono fonti in cui la propaganda si scatena di più rispetto a una fonte scritta.
Problema dei facili stereotipi
La storia contemporanea ne ha creati tanti a causa del rapporto con il passato. Infatti, soprattutto i paesi che hanno perso la guerra, hanno avuto difficoltà nell’accettare il proprio passato. Un esempio è sicuramente l’Italia, ma ancora di più la Germania: nei primi anni '80 avviene quello che è definito in tedesco historikestreit, ovvero il grande conflitto tra gli storici, i quali si suddividono in due correnti di pensiero, i revisionisti, tra cui Ernst Nolte, e quelli della scuola di Francoforte, dei quali la maggior parte durante la guerra dovette migrare negli Stati Uniti. Il nodo è che la Germania ha “un passato che non passa”, la seconda generazione di tedeschi rivendicano la nazionalità tedesca e di essere il popolo della “grande colpa” (lo sterminio nazista), queste cose vengono fatte presente da Nolte. Durante questa grande polemica ci si chiede se si possa andare avanti, essere i nuovi tedeschi.
Partendo da qui, Nolte non nega, ma mette sul piatto il ruolo che ha avuto il nazismo come barriera nei confronti del pericolo del bolscevismo in Europa. Questo discorso sarà fatto in Austria, dove non c’è stata una radicale denazificazione, e in Italia, dove si discute della morte della patria, si ha un ampio dibattito tra due gruppi di storici. Un gruppo che farà capo a Isnenghi ed altri, sostiene che l’Italia, come sostiene la nostra costituzione, è una repubblica antifascista, e quindi tutto il mito della repubblica fondata sulla resistenza; l’altro gruppo di cui fa parte anche Galli della Loggia e De Felice sosterrà che non c’è questo senso forte di appartenenza alla repubblica. Emerge in questi anni un’analisi sulla società italiana del secondo dopoguerra.
Un altro elemento fondamentale è l’uso politico della storia. Questo è uno dei grandi rischi della storia, in quanto viene usato spesso dai politici, soprattutto in momenti di crisi. Un esempio riguarda le guerre iugoslave: Milosevic, ex presidente della Serbia, nel momento in cui scattano le richieste dei serbi riguardanti l’indipendenza, farà un famoso discorso e tornerà a ricordare la battaglia dei corvi, ovvero quando le popolazioni di allora fermarono i turchi. Milosevic fa questo discorso nel momento in cui sta per sferrare un durissimo attacco ai musulmani bosniaci. Un altro esempio è Mussolini, che farcisce molti dei suoi discorsi con la narrazione della gloria della romanità e con la ripresa da essa di simboli che caratterizzeranno proprio il fascismo.
Uso politico: manipolare e cambiare i fatti, raccontarli dando un’interpretazione che non è scientifica, ed è quindi un grandissimo rischio: le storie nazionali ne sono esempi importanti, anche se ci sono degli storici che hanno accettato di rileggere le storie nazionali. Rileggere storia nazionale = dare un’interpretazione diversa, congeniale al mio momento politico, che aiuti e sostenga i miei obiettivi politici e che rafforzi la mia ideologia. Esistono vari livelli di uso politico, un esempio è la riscrittura dei libri di storia (xes libro di storia più utilizzato in Russia è scritto da Putin) = è una forma di autolegittimazione. La riscrittura della storia e quando si omettono certi eventi storici, è sempre un campanello d’allarme = è in corso un uso politico e strumentale della storia. Nell’Europa dell’est, soprattutto dopo la caduta del muro di Berlino, abbiamo spesso avuto episodi di riscrittura dei testi scolastici in cui la storia viene modellata e alcune cose vengono omesse. Si raccontano e si piegano alcuni elementi della storia per usarli strumentalmente. Siamo davanti a quello che Hobsbawm ha definito “l’invenzione della tradizione”.
Accanto all’appartenenza nazionale, ci sono poi i confini che si disintegrano nel momento in cui noi non analizziamo la prospettiva nazionale, ma ragioniamo sui flussi economici, culturali, sui rapporti di carattere sentimentale anche tra le popolazioni, specialmente nelle zone di confine, ecc.
Se noi assumiamo l’ottica nazionale, capiamo le trasformazioni del concetto di nazionalismo. I grandi storici hanno analizzato i nazionalismi due volte: una negli anni '90, Hobsbawm pubblica “Nazioni, nazionalismo”, con l’auspicio di liberarsi del concetto di nazione, due mesi dopo scoppiano le guerre all’interno della confederazione Jugoslava, infatti lo scriverà nella prefazione del libro seguente, “mi ero sbagliato”. Nelle nostre zone un uso politico della storia è stato fatto per decenni a proposito dell’esodo dei giuliani-dalmati con il fine di ottenere voti.
Metodi e categorie
Metodi quantitativi vs qualitativi: per studiare una società lo storico si affida soprattutto alle fonti quantitative, quelle seriali che ci danno il quadro della situazione. Un esempio sono i censimenti, che ci danno informazioni uguali per tutti e che ci consentono di avere un’idea globale della situazione. Questi elementi si incrociano poi con altre fonti, per esempio i registri di nascita e di morte, quelli fiscali, l’accesso all’educazione, ecc. Questi sono dati che interessano tutta la popolazione senza differenze. Tutto ciò serve ad arrivare ai metodi qualitativi: ponendo domande alle fonti quantitative arrivo a delle risposte e all’aspetto qualitativo.
Parole chiave che caratterizzano la società (ci sono sul Banti): queste sono interessanti perché caratterizzano proprio un’epoca: se pensiamo al '900 le parole chiave sono, per esempio, violenza, dalla prima guerra mondiale in poi, crisi e sicurezza, che caratterizzerà poi sia il discorso totalitario sia quello successivo della guerra fredda. Nell’800 abbiamo parole come libertà, progresso, modernità, liberalismo. Sono le parole che caratterizzarono le grandi battaglie fatte in nome di questi ideali. Libertà = parola che ritroviamo nelle guerre, soprattutto nella seconda guerra mondiale. Vedremo come si declina il concetto di crisi (economica, della società, della famiglia, della religione). Si ha una grande rottura con la religione durante la rivoluzione francese, si rompe un equilibrio. Nel momento in cui si diventa cittadini cambia il rapporto con la religione. La chiesa viene messa da parte, anche se resta nelle campagne fino alla rivoluzione d’ottobre.
Rapporto storia e memoria
È un grande nodo che la storia deve affrontare, è una fonte molto affascinante. Fa parte della categoria del trauma (parola chiave del '900). Deve costituirsi un rapporto dialogico tra noi e i testimoni.
Le memorie urbane sono diverse da quelle dei testimoni. Una nota storica francese ha scritto un libro intitolato “L’era dei testimoni”. Lei parte da un grande evento: dal processo Eichmann, che avviene a Gerusalemme, si ha la stura delle testimonianze, tutti vogliono parlare. Fino al 1961 chi vive la seconda guerra mondiale nei campi, deportato, gli Imi (italiani militari internati), ecc. non aveva mai parlato. Gli ebrei avevano paura di non essere creduti e soprattutto volevano dimenticare tutto, quindi non ne parlano: in seguito al trauma c’è l’oblio della memoria, la rimozione di determinati eventi. Questa è una fonte da usare con grande cautela, perché ci si confronta con memorie individuali che devono essere testate, controllate. Qualcuno può ricordare alcune date cambiando però l’avvenimento: alcune cose sono talmente dolorose che l’inconscio le modifica o le rimuove. Si ha la rivisitazione di un trauma.
Le memorie cambiano dal punto di vista generazionale: è necessario distinguere una memoria collettiva che caratterizza un determinato stato, le memorie individuali e quelle pubbliche, che hanno lo scopo di segnare un territorio con un profondo ricordo (monumenti ai caduti, lapidi, cimiteri), queste cose sono presenti ovunque nel nostro paese, perché l’Italia è un paese che ha vinto la guerra. Se però andiamo in Austria che ha perso la prima guerra mondiale, per esempio, non troviamo monumenti, poco niente. I monumenti sono riservati agli eroi caduti.
Poi ci sono i luoghi della memoria: di solito sono posti con una forte valenza simbolica, perché evocano fatti e momenti importanti di una determinata società; per esempio le piazze, i campi di concentramento, il muro di Berlino, Ground Zero, ecc. Questi sono i luoghi in cui ognuno passando collega quel luogo all’evento, sono luoghi che richiamano la memoria della storia di un popolo. Il pericolo è che la storia ha delle grandi rimozioni, cose scomode da raccontare, per esempio alcune cose della storia italiana: mito del bravo italiano = stereotipo che gli italiani siano buoni, dei bonaccioni, disubbidiscono, non seguono fino in fondo le regole, ecc. Questa in America è una realtà di un mito che si afferma nel secondo dopoguerra, che ha avuto fortuna anche all’estero e in Italia.
Se guardiamo cosa hanno fatto effettivamente gli italiani in guerra, nelle colonie, durante il fascismo, qualche domanda sul bravo italiano dobbiamo porcela, soprattutto guardando anche gli italiani nei Balcani: questa storia è stata rimossa dai libri di testo, nel 1941 gli italiani invadono la Slovenia (regno della Iugoslavia), conquistano Lubiana e la circondano di filo spinato per esempio. Un sacco di massacri sono stati omessi nella storia. Noi abbiamo il mito del tedesco cattivo, la seconda guerra mondiale fa scattare tutte le procedure su come viene rappresentato il nemico: il tedesco è definito come barbaro sempre in armi, nascono i primi grandi stereotipi, si ha l’animalizzazione del nemico. Tutto ciò viene ripreso nei totalitarismi nei confronti degli ebrei (zecche, pidocchi, ecc.) ma analogamente anche contro gli slavi. Questo creerà problemi alla memoria italiana, gli italiani hanno la percezione di non essere stati cosi male nella storia.
Le fonti
Fonti archivistiche: l’Italia ha 50 anni di copertura = non posso vedere carte di prima di 50 anni, diversamente se vado in un altro archivio, per esempio a Londra, posso vedere anche i documenti dell’altro ieri: non c’è copertura archivistica. Gli storici italiani non possono studiare il terrorismo dalle carte del ministero dell’interno, per esempio, non si potevano vedere le carte della pubblica sicurezza e dei carabinieri. Tutto lo stragismo è stato de-secretato di recente. Certe volte mancano gli strumenti, mancano gli accessi agli archivi e bisogna usare fonti alternative.
Fonti narrative = tutta la letteratura e la storiografia prodotta da chi ha studiato quello specifico tema prima di noi. Fonti documentarie = fonti di prima mano, cioè le fonti archivistiche, i documenti.
Doppia prospettiva della storia
Riflessione: Walter Benjamin, grande filosofo e storico tedesco di origine ebraica scrive cose fondamentali. (Slide) fa riferimento al quadro di Paul Klee, L’Angelo sterminatore, ovvero il risultato della guerra del periodo. Secondo Benjamin questo quadro rappresenta la funzione della storia. Dice che la storia ha macerie dietro e davanti, ma c’è uno sguardo di curiosità nei confronti della storia: bisogna avere il coraggio di guardare cos’è stato e cosa sta accadendo.
Tema dei diritti
Tema dei diritti è strettamente connesso all’organizzazione di uno stato e di una società moderna. L’idea stessa di stato cambia dopo la rivoluzione francese e dopo quella americana: cambia l’idea del rapporto cittadini-governo. Abbiamo il discorso poi della rappresentanza politica, senza di questa non entriamo in quella che è l’età dello sviluppo dei moderni stati-nazione e delle democrazie liberali. I diritti civili nel momento di passaggio dall’antico regime all’età contemporanea non erano dati per scontati, vedremo come si vengono a formare e i processi che porteranno ad essi. Si parla di rivoluzioni, soprattutto quelle dell’800, che hanno forte motivazione di conquista dei diritti civili e politici. I diritti sociali verranno riconosciuti appena dopo la prima guerra mondiale, e sarà la repubblica di Weimar, quella che diventerà la culla del nazismo, l’avanguardia nel 1919 per la sua costituzione davvero inclusiva che vedrà per la prima volta i diritti sociali. La rivoluzione americana, ma soprattutto per l’Europa quella francese, sono dei punti di riferimento. Francia = patria dei diritti. Parole chiave: uguaglianza, libertà e liberalismo. L’800 è l’età del liberalismo e delle borghesie, si fa strada un’idea di mercato e un’idea di conduzione degli stati secondo questo movimento liberale.
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