I_ LO STUDIO DELLA STORIA
Gaetano De Sanctis inizia questo corso di lezioni interrogandosi sul valore della storia in generale e
dello studio universitario della storia in particolare. Egli definisce la sua posizione rivedendo il
concetto di storia come “magistra vitae” degli antichi. La storia è “maestra della vita” non nel senso
di indicare la via da prendere a chi si trova nelle condizioni di farlo, in quanto uomo di potere,
politico o governante, facendogli presenti eventi passati accaduti in circostanze analoghe a quelle
presenti; la storia non presenta quell’utilità immediata che invece caratterizza scienze come
l’anatomia, la chirurgia o la scienza delle costruzioni. Il carattere che contraddistingue la storia,
tanto di quella che si fa quanto di quella che si narra, è il continuo divenire della sua materia, cioè
dello spirito umano, in questo distinto dai fenomeni fisici che possono essere invece previsti. L’idea
che lo studio del passato possa essere utile a indirizzare nel modo migliore il presente in vista del
futuro viene allora considerata un’ illusione rispetto alla realtà in continuo cambiamento dell’uomo.
In questo modo è allora anche possibile capovolgere il detto e fare della vita la “maestra della
storia”, nel senso che solo a chi è sensibile e reattivo al proprio momento presente possono
dischiudersi le epoche passate, ugualmente interne alla dimensione spirituale dell’uomo. De Sanctis
passa quindi a contestare un’altra concezione utilitaristica della storia, questa volta in quanto
insegnamento universitario, e cioè l’idea che essa sia finalizzata soltanto a formare insegnanti; il
criterio su cui egli struttura le sue lezioni non risponde invece affatto a questo fine, per il quale
sarebbe opportuna una più completa e puntuale presentazione degli eventi trattati. Il suo obiettivo è
invece un altro: innanzitutto dare un metodo filologico con cui trattare le fonti scritte e orali; quindi
esporre una ricostruzione degli eventi che possa rendere davvero conto del loro svolgimento, al di là
dei dati filologici di partenza. Il primo compito è dunque quello dell’accertamento dei fatti, in cui
De Sanctis vede lo sviluppo più compiuto del “conosci te stesso” socratico e quello sforzo di libertà
e giustizia che identifica lo spirito umano. In questo senso la storia è dunque “maestra della vita”,
perché soltanto attraverso lo studio del passato è possibile prendere coscienza della sua attualità, del
valore costitutivo che ha per noi. Inoltre la storia ha un valore anche morale perché libera dai
pregiudizi e dalle passioni che ognuno ha dentro di sé, attraverso l’esame critico delle posizioni
proprie e altrui; per questo motivo la storia è un esercizio di libertà, ma anche di giustizia perché
vuole accertare la responsabilità di ognuno, al di là della tradizione e dell’opinione corrente. La
storia così intesa nasce solo con Ecateo di Mileto, che per primo si assume consapevolmente il
compito di vagliare ciò che la tradizione gli trasmette, senza che del resto questo proposito trovi
immediatamente riscontro nelle sue “Genealogie”. Si costituisce così il cosiddetto momento
“filologico” della storia, accanto al quale abbiamo poi il momento “intuizionistico” o “creativo”,
che consiste in un’interpretazione dei dati tale da riportarli, per così dire, alla vita, a una realtà
quanto più vicina possibile a quella del loro accadimento. Se il momento “filologico” può del resto
essere insegnato attraverso l’indicazione di norme e criteri, non si può dire altrettanto per il
1
momento “creativo”, la cui unica regola è quella di aderire quanto più possibile ai dati di partenza
ma in modo da superarli per il fatto stesso di immaginarli concretamente; è questa caratteristica ad
avvicinare la ricerca storica alla poesia, espressione di una libertà totale. In realtà quelli che fino ad
ora sono sembrati due momenti logici e cronologici risultano essere intrinsecamente connessi l’uno
all’altro, come dimostra il fatto che non è possibile tradurre uno scritto particolarmente
compromesso se non ipotizzandone e intuendone il senso.
II_ GRECI E BARBARI NEL IV SECOLO A. C.
Il primato culturale europeo si afferma soltanto nei secoli VIII-VII a. C., dopo essere stato a lungo
detenuto dagli imperi orientali. Sono le colonie greche dell’Asia Minore ad avviare questo sviluppo,
che raggiungerà poi il suo culmine nell’Atene del V secolo, massima espressione tanto di libertà
politica quanto di libertà di pensiero. Il governo democratico, il progresso del sapere storico e
filosofico ed il trionfo delle arti che la contraddistinguono sono l’apice di uno sviluppo che riguarda
più in generale tutti i greci. La consapevolezza di questa superiorità rispetto agli altri popoli li porta
ad attribuire un significato negativo al termine “barbaros”, con cui già da tempo venivano
identificati i popoli non greci. Contemporaneamente si sviluppa l’idea di un’unità non etnica ma
culturale tra i greci, a cominciare da Isocrate che per primo attribuisce questo significato al termine
“Elleni”. Al primato culturale non si accompagna però immediatamente un primato politico. Non si
può intendere in tal senso né la colonizzazione della seconda metà del II millennio a. C. indirizzata
alle coste dell’Asia minore, né la colonizzazione dei secoli VIII-VI indirizzata alle coste meridionali
di Italia, Francia e Spagna e alle sponde del Mar Nero. In entrambi i casi i greci non fecero alcun
serio tentativo di conquista e penetrazione nell’entroterra, restando invece in prossimità delle coste
dei paesi che occupavano. La colonizzazione greca è infatti la risposta a una accelerazione della
crescita demografica, ma esprime nello stesso tempo lo spirito di iniziativa e scoperta dei greci. Le
ragioni che impediscono a questo movimento di espansione di divenire un movimento politico di
conquista sono molteplici: non soltanto l’isolamento in cui vengono a trovarsi le colonie sia rispetto
alla madrepatria che tra di loro, ma anche la natura dei popoli con cui si scontrano, particolarmente
bellicosi quelli dell’Italia meridionale, appartenenti a monarchie di gran lunga più potenti delle
poleis greche quelli dell’Asia minore. L’assenza di questo spirito di conquista è del resto
testimoniato anche dai grandi autori di quel periodo, ad esempio Eschilo ed Erodoto, che mostrano
sempre un certo rispetto per i popoli barbari, ora in virtù della loro umanità, ora per l’antichità della
loro cultura. A questo senso di partecipazione se ne contrappone però uno di disprezzo, motivato
dalla loro disponibilità alla servitù e all’obbedienza in netto contrasto con i greci. Di questo ne è
testimonianza anche l’opera di Eraclito, che parla dei barbari non tanto in riferimento ai popoli non
greci, quanto piuttosto agli uomini privi di cultura, indipendentemente dalla loro appartenenza
etnico - politica. L’unità culturale dei greci viene fortemente promossa dallo sviluppo di quella
lingua comune (koinè) che, avviatosi nel corso del IV secolo, si consolidò definitivamente in età
ellenistica. Alla base di questa lingua comune trova posto l’attico, sia perché le poleis confederate
erano tenute a svolgere una buona parte dei loro processi ad Atene, sia perché la grandezza culturale
di questa città la rendeva particolarmente apprezzata dai sofisti, che diffondevano poi le loro
dottrine nel resto della Grecia. 2
L’affermarsi di questa koinè si avvale però dell’attico solo in quanto lingua parlata, essendo invece
più semplice e comprensibile come lingua scritta il dialetto ionico, il cui alfabeto gli stessi ateniesi
impiegano già dalla fine del V secolo per introdurlo nell’uso ufficiale intorno al 402/403 a. C.
Questa unità trova però un grande ostacolo nelle singole poleis, che restano fortemente attaccate
alle loro tradizioni anche come reazione al prestigio crescente delle maggiori tra loro; e questo
spiega come mai abbia tardato ad attecchire quel senso di rivincita contro la Persia cui incitavano
già Gorgia da Leontini e Isocrate. Esso si afferma circa un secolo dopo le guerre persiane e non a
causa dell’intrusione persiana negli affari greci, quanto piuttosto per la richiesta che prima Sparta e
dopo Atene insieme alle sue città alleate rivolsero alla potente monarchia orientale per conquistare
l’egemonia tra le poleis greche nel primo caso (guerra del Peloponneso e guerra corinzia), e per
esserne liberate nel secondo. Particolarmente interessante l’atteggiamento di Isocrate, che vede
nella guerra alla Persia l’unico modo per ricostituire l’unità della Grecia. Per quanto poi egli cerchi
di giustificare quest’impresa riportando la memoria alla guerra passata e alla più recente pace di
Antalcida (386) , è in realtà evidente che dietro le sue parole si nasconde un forte nazionalismo,
1
convinto della superiorità per natura dei greci e attratto dalle ricchezze che una guerra contro la
Persia avrebbe procurato. Isocrate vede infatti l’origine delle continue guerre tra le poleis greche
nella loro povertà, che le spingerebbe a cercare di estendersi l’una contro l’altra. Sarebbe allora la
guerra alla Persia l’unico rimedio a questa stato di cose, nell’idea che la superiorità dei greci li
avrebbe portati a vittoria sicura; la ricchezza così conseguita avrebbe poi reso inutili le guerre
interne che da sempre li avevano divisi. Questa previsione non sarà però confermata dai fatti storici,
e le poleis continueranno ancora a lungo a combattere l’una contro l’altra. Ad ogni modo lo spirito
bellicista di Isocrate non trova ascolto, a dimostrare che una vera volontà di riscatto nei confronti
della Persia non c’è. Nel periodo successivo si assiste al tentativo da parte delle maggiori città
greche, e cioè Atene, Sparta e Tebe, di assumere quel ruolo di garante dell’ordine e dell’equilibrio
tra esse che la pace di Antalcida attribuiva al Gran Re. In realtà ancora in un decreto ateniese del
378/7, nella pace del 375/4 e in quelle del 371 che precedettero e seguirono immediatamente la
battaglia di Leuttra è mantenuto nel testo un riferimento il più delle volte esplicito alla pace del re,
cioè alla pace di Antalcida del 386, e lo stesso si può dire, secondo la testimonianza che ce ne dà
Senofonte, della pace promossa dai Tebani poco dopo. Tuttavia anch’essa, come tutte quelle che
l’avevano preceduta, non durò a lungo, minata come’era alla base da una partecipazione soltanto
parziale delle città greche; infatti Sparta e Tebe non sottoscrissero mai una pace comune, non
volendo la prima riconoscere l’indipendenza di Messene e la seconda rinunciare alla conquista della
Beozia. Il risultato fu la battaglia di Mantinea in cui Tebe si trovò contro Sparta e Atene, a cui seguì
nel 362 l’ennesima pace. Questa però presenta per prima la particolarità di non fare nome del re, a
cui si era affidata almeno nominalmente la tutela di quelle precedenti. Essa è dunque
particolarmente interessante perché successiva a una battaglia in cui l’entità delle forze messe in
campo e la nullità dell’esito portano ad accettare lo status quo, cioè quell’equilibrio che si è venuto
a creare tra le maggiori città greche. Con la battaglia di Mantinea i greci si sono dunque resi conto
della loro parità di potenza e dell’inutilità di chiamare il Gran Re a partecipare delle loro vicende.
Per queste sue caratteristiche, cioè per il fatto di non avere come obiettivo né l’organizzazione di
1 Eccone la formulazione:”Il re Artaserse ritiene giusto che le città [che sono] in Asia siano sue e delle isole
[siano sue] Clazomene e Cipro, e che si lascino autonome le altre città elleniche piccole e grandi ad
eccezione di Lemno, Imbro e Sciro; queste, come per l’antico, [ritiene giusto] essere degli Ateniesi. E quanti
non accolgono questa pace, a questi io farò guerra assieme a coloro che lo vogliono e per mare e per terra e
con navi e con denari” (XEN., Hell.V 1, 31). 3
una guerra, né il riconoscimento più o meno esplicito di una egemonia tra le poleis, questa può
essere considerata la prima e unica koinè eirène che vi sia mai stata tra i Greci. Gli effetti della pace
del 362 sono evidenti nell’atteggiamento che le maggiori città greche tennero ora nei confronti del
Gran Re, in difficoltà per la ribellione dei satrapi dell’Asia Minore. Sparta, Atene e Tebe
contribuiscono ognuna a suo modo alla guerra attraverso i propri uomini più valorosi (Agesilao,
Cabria e Pammene). Nonostante il successo delle loro imprese i rapporti di forza tra Greci e
Persiani non subiscono significativi mutamenti, sia a causa delle circostanze in cui si vengono a
trovare i primi, e in particolar modo il processo di sfaldamento della Lega e le prime vittorie che
Filippo II va riportando in Tracia, sia a causa dell’abilità di Artaserse III, che salito al trono riesce in
breve tempo a ristabilire l’unità dell’Impero.
III_ I PRIMI ANNI DI REGNO DI FILIPPO
La crescente importanza del regno macedone intorno alla metà del IV secolo deve essere
innanzitutto ricondotta alle sue dimensioni e alla potenza militare che aveva a disposizione. Il
territorio della Macedonia è di gran lunga superiore a quello raggiunto all’apice della loro potenza
dalle maggiori città stato greche, vale a dire Sparta, Atene e Tebe, e anche l’estensione della
Tessaglia, nel breve periodo in cui l’accordo tra le sue tetrarchie è più stabile e simile a una vera
unità politica, è al massimo pari a un terzo del regno macedone. Per quanto riguarda poi la
questione della potenza militare possiamo dire con relativa sicurezza che l’esercito macedone
ammonta sotto Alessandro Magno a circa 30.000 uomini tra fanti e cavalleria , e per quanto questa
cifra possa sembrarci oggi irrisoria non bisogna dimenticare che per quel tempo rappresenta un
vantaggio enorme rispetto alla forza mediamente disponibile; la Macedonia deve essere infatti posta
allo stesso livello di Roma e Cartagine e forse del dominio siracusano al massimo della sua potenza,
escludendo però la Persia che per quanto disponesse di un esercito molto più numeroso aveva
conoscenze tecniche neanche paragonabili alle loro. In questo aveva per altro giocato un certo ruolo
il contatto di Filippo con gli ufficiali della scuola di Epaminonda durante il periodo in cui è ostaggio
di Tebe, occasione per apprendere importanti nozioni di arte bellica messe genialmente a frutto nelle
numerose guerre che scandiscono il suo regno (360-336). Sicuramente le risorse territoriali e
demografiche della Macedonia non possono escludere una resistenza fattiva degli altri stati greci,
qualora questi si fossero stretti in alleanza e avessero così risposto alle sue mire imperialistiche.
Contro una simile eventualità intervengono però la discordia ad essi quasi connaturata per
differenze d’ordine politico, economico e culturale, oltre alla circostanza di un indebolimento
generalizzato dei maggiori tra essi (Atene, Sparta, Tebe e Tessaglia) durante gli anni di conflitti che
rappresentano in un certo senso lo strascico della Guerra del Peloponneso (431 – 404); circostanza
questa di cui sa approfittare vantaggiosamente Filippo integrando e alternando quell’abilità politica
e militare che portò al successo contro tutti i popoli confinanti (Peoni, Illiri, Traci e Sciiti) e alla
posizione favorevole sulle altre città greche, in particolare su Atene, a cui aveva sottratto Anfipoli
dopo avergliela in un primo momento lasciata per assicurarsi la conquista di Pidna, importante
punto strategico della pianura a nord del monte Olimpo, e che non riesce a intervenire in tempo a
favore della lega calcidica stretta intorno a Olinto, conquistata infine dopo lungo assedio nel 348.
IV_ LA TERZA GUERRA SACRA 4
Le guerre sacre ruotano tutte intorno alla lega anfizionica e al santuario di Delfi in quanto strumento
di potere che non comporta l’alto costo della guerra e riesce tuttavia ad essere altrettanto efficace
grazie al credito e alla venerazione di cui è fatto oggetto presso i greci. Delle varie poleis che fanno
parte della lega anfizionica le maggiori di esse cercano a più riprese di assumerne il controllo, e
dopo Atene e Sparta è Tebe a esercitare l’influsso preponderante al suo interno. La terza guerra
sacra nasce proprio dall’uso che Tebe ne fa per affermare la propria egemonia a discapito dei
Focesi, alleati di Atene, e di Sparta, riuscendo a convincere l’assemblea della violazione da parte
loro di norme internazionali e vincoli religiosi e della conseguente necessità di una pena monetaria;
mentre però gli Spartani possono e vogliono sottostare al decreto, i Focesi si radunano in assemblea
e decidono per il conflitto, lasciandone la direzione come primo stratego a Filomeno di Ladone e in
posizione subalterna a Onomarco di Elatea. Il primo riesce in un primo momento ad avere la meglio
anche grazie all’appoggio economico del re di Sparta, ma dopo aver occupato il santuario di Delfi e
fatto uso delle ricchezze lì conservate per i propri fini bellici vien sconfitto e ucciso dalle forze
riunite di Beoti e Tessali presso Neone. A questo punto il compito di difendere gli interessi della
Focide passò a Onomarco che si appresta a mantenere il possesso del santuario e ne impiega le
ricchezze per avere un numero di mercenari sufficiente alla conquista delle Termopili e alla
conseguente chiusura delle vie di comunicaz
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