Che materia stai cercando?

Riassunto esame Storia Greca, prof. Costa, libro consigliato Filippo e Alessandro, De Sanctis Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia Greca, basato su appunti personali e studio autonomo del testo Filippo e Alessandro, Anno: 2011, Casa editrice: Edizioni Tored S.R.L. per l'esame di Storia greca del professor Costa., De Sanctis consigliato dal docente Costa.

Esame di Storia greca docente Prof. V. Costa

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

e questo è sicuramente quello che accade ad Atene, come mostrano la reazione della bulè e in

particolare di Demostene alla notizia, secondo quanto è riportato da diverse testimonianze.

Alessandro può però facilmente ristabilire l’egemonia macedone tanto sui greci quanto sui barbari,

ricevendo atti di sottomissione dagli uni e riportando alcune vittorie sugli altri, sufficienti almeno a

mantenerne provvisoriamente il controllo e potersi così dedicare alla Persia secondo quello che era

già stato il disegno paterno. Fu però in quest’occasione che si diffonde la falsa notizia della sua

morte, a cui certo contribuiscono anche le difficoltà di comunicazione con regioni così lontane

come quelle in cui si trova allora Alessandro. Ciò provoca la rivolta violenta dei Greci e l’ancor più

violenta repressione di Alessandro, con cui diventa a tutti chiaro che la sua impresa di conquista non

ha niente a che spartire con l’ideale panellenico a cui si era sempre cercato di associarla.

XIV_ LA DISTRUZIONE DI TEBE

Nel frattempo la Persia si è occupata a trarre quanti più greci possibile dalla propria parte contro la

Macedonia, in particolare inviando ambascerie e denaro. Emblematico il caso di Atene dove la bulè

rifiuta ufficialmente i 300 talenti così pervenutigli senza però impedire che Demostene se ne serva

per organizzare e promuovere il movimento antimacedone. In questo contesto inizia a circolare la

voce che Alessandro sia morto nella sua campagna ai confini settentrionali del regno.

Immediatamente Tebe si rivolge contro il presidio macedone della Cadmea costruendo palizzate

tutt’intorno così da impedire le comunicazioni e l’arrivo di rifornimenti, in assenza dei quali la

resistenza non avrebbe potuto essere che breve. Tuttavia Alessandro, dopo una marcia a tappe

forzate di 320 Km in linea d’aria, arriva alle mura della città, quando tutti ancora lo credono morto.

Di lì a pochi giorni Tebe deve cedere alle maggiori e meglio organizzate forze macedoni, e la sorte

che Alessandro riserva ai suoi cittadini è particolarmente dura: quanti non sono stati trucidati nello

scontro armato sono venduti come schiavi; la responsabilità di questo trattamento non deve però

ricadere sul solo Alessandro, nella misura in cui egli lascia al sinedrio degli alleati, cioè a quanti

hanno parteggiato per l’intervento armato contro Tebe, la decisione circa la sorte dei superstiti. Il

voto si spiega dunque con il fatto che il sinedrio radunatosi a Corinto è composto da quei popoli

(Focesi, Platesi e altri Beoti) su cui Tebe ha fatto valere la propria egemonia al tempo di Pelopida ed

Epaminonda, e che hanno ora la possibilità di vendicarsi del trattamento ricevuto.

XV_ ATENE NELL’ETA’ DI ALESSANDRO

Uno o due giorni prima dell’attacco e distruzione di Tebe Alessandro invia un ultimatum ad Atene

in cui impone la consegna dei tebani lì rifugiatisi e di dieci tra i più accaniti antimacedoni; non

possiamo dire con sicurezza quali fossero ma è ad ogni modo certo che ne facevano parte

Demostene, Licurgo, Carete, Caridemo e Licurgo. Gli ateniesi si sono già ritirati entro le mura

interrompendo anzitempo i misteri eleusini, convinti che di lì a poco Alessandro sarebbe arrivato

con il suo esercito; arriva invece soltanto la sua ambasceria e questo si spiega con il fatto che un

assedio della città avrebbe richiesto un impegno militare ed economico molto consistente, tanto più

che i persiani avrebbero verosimilmente dato il loro contributo alla causa ateniese, e che uno

scontro del genere gli avrebbe alienato le simpatie dei greci nella guerra contro la Persia. L’invio

dell’ambasceria da parte di Alessandro dà dunque modo agli ateniesi di accorgersi che non era sua

intenzione attaccare Atene e che non ha senso cedere alle sue richieste avendo a disposizione tanto

la flotta quanto l’esercito per un’eventuale difesa, nonostante il parere contario di Focione al

riguardo. Prevale infatti la proposta dell’oratore Demade di un decreto in cui siano respinte le

16

richieste dell’ultimatum con l’impegno di punire quanti meritassero di essere puniti, e lo stesso

Focione si dichiara favorevole, forse in considerazione dell’unanimità con cui la sua proposta è

stata bocciata dall’assemblea. Demade fa dunque presente ad Alessandro quanto è stato così deciso

ed egli rivolge le proprie forze contro la Persia, lasciando alla città altri dieci anni di pace e

benessere. Alla base di quello che deve essere considerato un successo tanto di Atene quanto, più in

generale, della democrazia, sta sicuramente l’intesa tra Demostene e Demade, lasciando in sospeso

la questione della corruzione di quest’ultimo (alcune testimonianze affermano che Demostene

dovesse pagare 5 talenti questo accordo con Demade). Del resto questi anni sono caratterizzati dal

grande credito di Demade presso la cittadinanza, che gli riconosce il merito di averla salvata per la

terza volta; in realtà il successo dell’iniziativa piuttosto che alla sua abilità retorica deve essere

ascritto alle contingenze politiche del momento e alle priorità di Alessandro. Altra figura importante

è quella di Licurgo che continua la sua attività politica tanto in ambito finanziario quanto

legislativo; a tale riguardo è interessante la sua proposta che tutti i cittadini ateniesi che abbiano

compiuto il diciottesimo anno d’età siano per due anni educati al successivo servizio militare, senza

dare alcuna importanza alle differenze di censo (fino a quel momento l’efebia, sempre di due anni,

era invece destinata solo ai giovani di censo oplitico, cioè alle prime tre classi dell’ordinamento

soloniano, con l’esclusione di quella dei teti).

XVI_ ALESSANDRO IN ASIA

La fanteria che Alessandro ha a disposizione al passaggio dell’Ellesponto viene fissata dal De

Sanctis a 32.000 unità, che è infatti il numero fornito da Diodoro e Giustino a cui viene

approssimato quello di 30.000 di Aristobulo e Tolomeo. Vediamo dunque i reparti in cui è suddiviso

l’esercito macedone: innanzitutto abbiamo la fanteria pesante, la cui affermazione all’interno

dell’esercito macedone ricorda per molti aspetti quella degli opliti nell’esercito greco ed è riflessa

dal nome di “pezeteri” (“compagni a piedi”) con cui vengono chiamati quanti ne fanno parte, ad

indicare una dignità di poco inferiore a quella dei cavalieri (“eterei”, appunto). Il loro

equipaggiamento prevede elmo, schinieri, un piccolo scudo (50 cm di diametro), una lancia (lunga

circa 5,50 m) e probabilmente anche una spada. La falange macedone è divisa in 6 reggimenti detti

8

τάξεις, corrispondenti alle regioni dell’antico territorio macedone e comandati da nobili del luogo;

poiché risulta che ogni reggimento era composto da 1.500 unità e Diodoro parla di 12.000 fanti

macedoni è possibile fissare a 3.000 unità l’ammontare della fanteria leggera. Al suo interno

prendono posto i cosiddetti “ipaspisti” (“scudieri”), che, così come i “peltasti” dell’esercito greco ,

9

svolgono in origine soltanto la funzione di attendenti dei “pezeteri”; essi sono divisi in chiliarchie, il

cui numero viene fissato a quattro per la battaglia di Gaugamela, e sono provvisti soltanto di uno

scudo, di una corta lancia e del tipico copricapo macedone a larga falda, la κάυσια, così da essere

particolarmente adatti per azioni veloci come aggressioni e ricognizioni. Per quanto riguarda la

cavalleria è legittimo pensare che nel caso della guerra contro la Persia la sua proporzione rispetto

alla fanteria sia stata maggiore di quella di 1/10 a cui si faceva generalmente riferimento

nell’esercito greco, per il semplice fatto che l’esercito persiano aveva in essa la sua arma migliore e

che ad essa Alessandro deve aver contrapposto una forza pari a circa 5.000 unità, come risulta

8 In assetto di attacco la lunghezza della lancia rendeva necessario l’uso di entrambe le mani, con lo scudo

infilato nella sinistra tramite una striscia di cuoio di cui era provvisto.

9 Al tempo delle guerre persiane ogni oplita aveva infatti un attendente ed è da qui che si sarebbe formato il

reparto di fanteria leggera dei peltasti. 17

mettendo insieme i dati forniti da Tolomeo (5.000), Aristobulo (4.000) e Callistene (4.500).

Composta dai cosiddetti “eterei” (“compagni”), termine che in origine si riferisce ai nobili che

formano il seguito del re e che in seguito viene esteso a tutti i cavalieri, indipendentemente dalla

loro provenienza (una parte importante della cavalleria è composta dalla nobiltà tessala), la

cavalleria macedone è suddivisa in squadroni (ίλαι) a reclutamento regionale il cui numero nella

battaglia di Gaugamela viene fissato a sette, oltre a un’ottava ίλη formata da macedoni dell’intero

territorio. L’equipaggiamento dei cavalieri è infine particolarmente pesante, essendo composto da

spada, lancia, scudo ed elmo. Sulle ragioni del successo della spedizione macedone in Asia non

sarebbe possibile secondo il De Sanctis far valere il luogo comune del declino persiano, essendosi

l’impero ripreso sotto Dario III dalla crisi dinastica che aveva fatto seguito alla restaurazione della

sua potenza da parte di Artaserse III Ochos. Sarebbero invece i tre motivi seguenti ad averne

determinato il crollo, tutti ugualmente connaturati alla civiltà persiana: la sua inferiorità culturale

rispetto a quella greca, l’incapacità di rivolgere a un fine qualunque le enormi risorse di cui

disponeva nel breve periodo e, soprattutto, la difficoltà ad assimilare i progressi raggiunti nei più

svariati campi del sapere dai popoli confinanti, tipica più in generale delle civiltà meno sviluppate

(particolarmente significativa per contrasto la capacità di assimilazione dei romani). Per quanto

riguarda la composizione dell’apparato militare macedone esso ha il proprio punto di forza nella

flotta, avendo l’impero persiano a disposizione tutto ciò che serve tanto a costruirla quanto a

condurla in guerra, vale a dire foreste da cui ricavare legname, miniere di oro e argento da cui

ricavare denaro e uomini da impiegare al suo interno una volta che sia stata costruita. A questo

riguardo avrebbe anche potuto far ricorso a comandanti greci come il rodio Memnone, se i fenici,

che pure avevano dato più volte prova della loro abilità contro greci e romani, non fornivano

garanzie sufficienti; ad ogni modo, al momento del passaggio di Alessandro all’Ellesponto, le forze

raccolte da Memnone e dai satrapi dell’Asia minore sono di molto inferiori a quelle macedoni, pur

essendo da molto tempo chiari i propositi di conquista di sovrani macedoni. E’ dunque possibile

fissare a 10.000 unità la dimensione della cavalleria persiana così come vuole Diodoro, mentre le

cifre che fornisce per la fanteria devono essere sicuramente ridimensionate, facendo invece al più

corrispondere il numero dei mercenari greci al doppio dei prigionieri (2.000 uomini); infatti non è

plausibile che i fuggiaschi siano molti di più, essendo il campo di battaglia dominato dalla

cavalleria macedone, tanto più che la resistenza della fanteria è stata minima ed essa neanche

compare nelle liste di battaglia.

XVII_ LA BATTAGLIA DEL GRANICO

Il racconto della battaglia e lo schieramento delle forze in campo ci sono forniti da Arriano e

sembrano nel complesso attendibili, sicuramente più di quanto non lo siano quelli di Diodoro e della

sua fonte, molto meno competenti in campo militare. Il fronte macedone è composto, da destra a

sinistra, nel modo seguente: innanzitutto Agriani e arcieri, quindi il corpo degli eteri guidato da

Alessandro con alcuni fanti leggeri frapposti ad essi, quello degli ipaspisti, le sei τάξεις della

falange, la cavalleria tessalica e greca guidata da Parmenione e infine fanti traci e greci. Il fronte

macedone, posizionato sulla riva destra del fiume in posizione difensiva, è costituito dalla sola

cavalleria, in cui sono state evidentemente riposte tutte le speranze di successo, con la fanteria greca

mercenaria in seconda linea. 18

La riuscita dell’attacco macedone deriva dallo sfondamento della linea nemica ad opera della

cavalleria guidata da Alessandro e un ruolo importante in questo giocheranno certamente anche i

fanti leggeri che trovano posto al suo interno e il migliore equipaggiamento dei macedoni, alle cui

sarisse i persiani possono contrapporre soltanto i loro giavellotti. Allo sfondamento della linea

nemica fa immediatamente seguito la dispersione della cavalleria persiana e la resa della fanteria

greca dopo un breve tentativo di resistenza, vanificata dall’attacco congiunto dei fanti armati di

sarissa di fronte e dei cavalieri ai lati e da dietro. I macedoni greci fatti prigionieri furono 2.000,

costretti ai lavori forzati in Macedonia come punizione per aver tradito la patria e in segno di

rispetto verso la lega di Corinto, mentre le perdite sono minime da entrambe le parti: stando ad

Arriano sarebbero caduti 25 eteri e 30 fanti tra le fila macedoni, 1.000 cavalieri tra quelle persiane;

il numero dei fanti non è invece riportato, per quanto si possa supporre che sia stato minimo in

considerazione della parte avuta in battaglia e che comunque non ci siano stati fuggiaschi, come

sostiene lo stesso Arriano. Il De Sanctis mostra di prender sostanzialmente per buone le

informazioni di Arriano, al più aumentando il numero dei fanti caduti da parte macedone con

l’ipotesi che non si sia tenuto conto dei greci e trovando conferma di quello degli eterei nelle 25

statue di bronzo scolpite da Lisippo per volere di Alessandro e più tardi trasportate a Roma secondo

la testimonianza di Q. Cecilio Metello Macedonico. L’importanza materiale e morale di questa

battaglia, che permette ad Alessandro di raggiungere in una volta sola quel fine intorno a cui si sono

affaticati per sei anni e con alterna fortuna i Lacedemoni, vale a dire il controllo dell’area

occidentale dell’Asia minore, è carica di conseguenze per il seguito dello scontro.

19

XVIII_ DAL GRANICO AD ISSO

Vinto l’esercito persiano a Granico Alessandro e i suoi uomini prendono possesso di Sardi, capitale

della satrapia di Lidia, che si arrende immediatamente anche grazie alla collaborazione della

popolazione dall’interno. E’ poi la volta di Efeso, che saluta con favore l’arrivo del macedone,

mentre una resistenza è tentata a Mileto una volta che la flotta persiana, di molto superiore a quella

greca, riesce a radunarsi e ad entrare nel mar Egeo. Tuttavia il tentativo non va a buon fine a causa

della lentezza con cui sono condotte le operazioni e i macedoni prendono presto possesso della

piccola isola di Lade di fronte al porto della città, punto di estrema importanza strategica perché

avrebbe permesso alla flotta persiana di sostenere gli assediati con l’invio di viveri, mezzi e uomini;

per quanto dunque essa si trovi poco lontano, presso il promontorio di Micale, non può essere loro

di alcun aiuto e la città è costretta ad arrendersi. All’errore si cerca di porre rimedio ad Alicarnasso,

quando effettivamente Memnone dispone l’enorme flotta in modo da assicurarne l’accesso al mare,

senza che i macedoni azzardino uno scontro navale perché troppo inferiori di numero. Tuttavia essi

riescono ugualmente ad avere la meglio nel momento in cui Memnone si rende conto che i successi

parziali di Alessandro porterebbero inevitabilmente all’espugnazione della città, protetta com’era da

fortificazioni improvvisate a sostituzione di quelle originarie, già abbattute. Egli fugge dunque nella

vicina isola di Cos con l’intera flotta, dando prima fuoco agli arsenali perché il nemico non se ne

avvantaggi; l’ingresso dei macedoni è però talmente rapido che si riesce a spegnere l’incendio

prima che sia troppo tardi: per quanto resti ancora da conquistare la rocca della città, compito che è

lasciato a Tolomeo non potendo in alcun modo variare le sorti del conflitto, di fatto Alessandro è ora

padrone della costa greca dell’Asia minore, oltre che della Frigia e della Lidia. Con il successo

dell’assedio di Alicarnasso egli è riuscito laddove ha fallito suo padre Filippo, quando ha rivolto i

suoi interessi a Perinto e Bisanzio, ma in questo giocano un ruolo importante anche lo sviluppo

raggiunto dall’ingegneria militare e l’effetto che la rapidità della sua avanzata ha avuto sull’animo

dei nemici. Trascorso l’inverno rispettivamente nelle regioni della Lidia e in quelle della Licia e

Panfilia, le due divisioni dell’esercito guidate da Parmenione ed Alessandro si rincontrano nella

città di Gordio, dopo aver esteso il proprio controllo sulle regioni attraversate per raggiungerla. Di

qui Alessandro mosse verso Ancira, l’attuale Ancara, piegando poi verso le porte Cilicie a sud che

collegano Cappadocia e Cilicia, essendo la Cappadocia orientale occupata da un principe persiano

(Ariarate) che amministra la propria satrapia in modo praticamente indipendente. Giunto nella città

di Tarso si occupa di conquistare il territorio circostante, sia ad oriente (fino a Soli), quanto ad

occidente (fino a Mallo), per poi rivolgersi verso Miriandro, appena dopo le porte di Siria, e lì

riunirsi con Parmenione. Dario III e il suo esercito si trovano infatti a poca distanza, presso

l’altopiano di Sochoi ad oriente del monte Amano. Nel frattempo la flotta persiana riesce a riportare

alcuni successi sotto la guida di Memnone che, dopo aver efficacemente indirizzato le forze a sua

disposizione contro l’isola di Chio e continuando comunque a ostacolare le comunicazioni e l’invio

di rifornimenti all’esercito macedone dalle basi greche, cerca di impossessarsi anche della vicina

Mitilene; muore però poco prima che la città sia espugnata e in sua assenza non si riesce a sfruttare

adeguatamente questo successo. In generale la flotta persiana si limita allora a svolgere alcune

operazioni marginali che, per quanto riuscite, non possono incidere più di tanto sul seguito del

conflitto; proprio in questo sottoutilizzo della flotta persiana bisogna dunque scorgere uno dei

maggiori contributi alla vittoria di Alessandro, quando invece una sua maggiore intraprendenza

avrebbe potuto spingere le poleis greche alla rivolta. In realtà queste, e tra di esse soprattutto Sparta

che si è rifiutata di entrare a far parte della lega di Corinto, aspettano di vedere quale fosse l’esito

20

dello scontro ormai imminente con il grosso dell’esercito persiano, la cui superiorità di numero dà

infatti spazio a speranze di riscatto.

Ecco dunque come si svolge la battaglia di Isso: Dario III, avendo sapendo che Alessandro ha

varcato le porte di Siria, lo aggira da dietro passando poco più a nord attraverso le cosiddette “porte

Amanitidi”, disponendo poi l’esercito in assetto di difesa lungo il fiume Pinaro che scorre tra Isso a

nord e la moderna Alessandretta a sud. Questa mossa è determinata dal tentativo di chiudere la via

10

del ritorno al nemico tanto per terra quanto per mare, dove la flotta persiana potrebbe finalmente

rendersi utile e far valere la propria superiorità di numero; tuttavia essa ha anche dei costi piuttosto

alti: innanzitutto Dario non ha potuto portare con sé tutto l’esercito, sia per la difficoltà del suo

vettovagliamento, sia perché non sarebbe stato possibile impiegarlo adeguatamente nella stretta

piana che separa il monte Amano e il mare in quel punto (7,5 Km), aspetto questo che porta a un

secondo problema, cioè quello di non poter attaccare la falange sul fianco con la cavalleria, che

richiede uno spazio di manovra maggiore.

10 Questa città prende il nome da Alessandro Magno ma non è stata da lui fondata, come risulta dal fatto

che nessuno degli scrittori che si sono interessati alla sua figura ne faccia menzione; deve dunque essere

stata fondata da uno dei primi diadochi, probabilmente Seleuco I.

21

Un altro errore strategico di Dario III è quello di collocarsi, come da tradizione, al centro della

prima linea, resa così particolarmente vulnerabile qualora il nemico indirizzi tutta la propria forza

d’urto in quel punto, come farà appunto Alessandro; questi infatti guida i propri eterei proprio al

centro della linea nemica e lo sfondamento che ne deriva provoca la fuga del re e il ripiegamento

disordinato e autolesionista del fronte persiano. In breve Alessandro e il suo esercito riescono a

riportare l’ennesima vittoria ottenuta quasi senza perdite, in una battaglia per altro decisiva a cui

entrambe le parti hanno destinato le loro forze migliori; nell’accampamento persiano Alessandro

può anche trovare la famiglia reale (madre, moglie, due figlie e un figlio) oltre a 3.000 talenti,

mentre il resto del tesoro di guerra rimasto a Damasco è preso da Parmenione subito dopo la

battaglia.

XIX_ LE CONSEGUENZE DELLA BATTAGLIA DI ISSO

La notizia della sconfitta di Isso accelera la dissoluzione della flotta persiana, da cui subito si

ritirano le navi provenienti da Cipro e dalla Fenicia; la flotta greco - macedone, avendo così

ottenuto la superiorità numerica, riesce agevolmente a riconquistare le isole di Cipro e di Lesbo che

sono finite in mano ai persiani per opera di Memnone. Poco dopo la battaglia di Isso, a Marato,

giungerebbe da Alessandro un’ambasceria persiana con una lettera di Dario III intorno alla quale ci

riferisce Arriano. Il De Sanctis rileva come essa si mantenga al livello di una generale richiesta di

pace ed alleanza, senza avanzare proposte specifiche; il re persiano si limita infatti ad attribuire ad

Alessandro e, ancor prima, al padre Filippo la responsabilità della guerra (iniziata, dal suo punto di

22

vista, con l’invio delle truppe guidate da Parmenione e Attalo), a sottolineare la finalità difensiva

del proprio coinvolgimento in essa e soprattutto a chiedere la liberazione di madre, moglie e figli,

che Alessandro aveva preso in ostaggio dopo Isso. Diodoro e Curzio parlano però altrove di offerte

più concrete, pur riferendole a un momento posteriore; stando alla loro testimonianza Dario III

sarebbe stato disposto a cedere l’Asia minore (cioè il territorio a Occidente fino al fiume Alys) e a

dare una propria figlia in sposa ad Alessandro. Il fatto che entrambi gli autori concordino su questo

punto e che non ce ne sia invece traccia in Arriano non può essere ascritto a un’invenzione della

fonte comune ai primi due, per quanto proposte del genere debbano essere verosimilmente fatte

risalire alla prima ambasceria e non alla seconda. A questo punto ci sono due possibilità: o delle

proposte sono incaricati oralmente gli ambasciatori a cui Dario III ha consegnato la lettera, oppure

quest’ultima non ci è pervenuta integralmente. Il De Sanctis propende per la seconda, riferendosi a

un passo di Diodoro in cui si afferma che Alessandro avrebbe tenuto per sé la lettera di Dario

rendendone pubblica all’esercito una versione rimaneggiata. Ciò appare in realtà poco probabile, se

si pensa che Alessandro era solito discutere con gli eterei e soprattutto con Parmenione la condotta

tanto politica quanto militare da prendere, ma può invece darsi che un rimaneggiamento della lettera

ci sia stato per quanto riguarda la versione ufficiale, riportata all’interno delle “Efemeridi reali” e

giunta ad Arriano attraverso Aristobulo e Tolomeo. Ma perché Alessandro avrebbe dovuto tener

nascoste le proposte di Dario? Qui è facile pensare che se esse fossero state rese pubbliche una

componente importante dell’appoggio e delle forze a sua disposizione, e cioè almeno quelle di parte

greche, non si sarebbero sentite più rappresentate dal re macedone, la cui impresa era

dichiaratamente nata per restituire la libertà sottratta alle colonie greche dell’Asia minore e non per

conquistare l’Impero persiano. E’ però chiaro che questo è l’obiettivo di Alessandro, come egli

stesso afferma nella lettera di risposta a Dario: dopo avergli attribuito l’inizio delle ostilità

(corrispondente, dal suo punto di vista, all’appoggio fornito a Perinto ) e avergli mosso accuse più

11

o meno verosimili (come quella di aver partecipato alla congiura contro Filippo e di aver ucciso il

precedente re persiano Arses in combutta con il primo ministro Bagoa), egli si presenta come il

legittimo re d’Asia impedendogli addirittura per l’avvenire di rivolgerglisi da pari a pari, essendogli

concesso soltanto di chiedere la restituzione dei propri congiunti, a cui lui Alessandro avrebbe

potuto accondiscendere senza con questo rinunciare al conflitto (“io marcerò contro di te ovunque

tu sia”). Dal tono di questa lettera, intorno alla quale ci informa ancora una volta Arriano, è dunque

chiaro come Alessandro, dopo le vittorie di Granico e Isso e la superiorità così dimostrata

dell’esercito greco su quello persiano, si ritenga virtualmente re di tutta l’Asia e non abbia alcuna

intenzione di trovare una soluzione diplomatica al conflitto. Del resto questo è conforme

all’insegnamento ricevuto da Aristotele, secondo cui sarebbe un bene per gli stessi barbari quello di

essere ridotti in schiavitù dai greci, essendogli questi superiori per natura. A Marato Alessandro

riceve anche le ambascerie di Cipro e della Fenicia, che fanno atto di sottomissione, e lo stesso per

le città lungo la costa fino alla principale città fenicia di Tiro; tuttavia, quando Alessandro esprime

l’intenzione di voler sacrificare ad Ercole all’interno della città, essa ritorna sui propri passi e

comincia l’assedio. A questo punto, stando a quanto ci racconta Arriano, giungerebbe da Alessandro

una seconda ambasceria; nella situazione determinatasi dalla defezione di Cipro e della Fenicia e

dalla conseguente superiorità dei greci anche sul mare, con l’impossibilità di procurarsi mercenari

11 In realtà in questo modo non veniva in alcun modo violato il diritto macedone al possesso della Tracia,

rispondendo l’intervento persiano a una logica di difesa dell’indipendenza di Perinto e non di conquista della

stessa del tutto conforme alla pace di Antalcida. 23

in Grecia e di una sua sollevazione contro Alessandro, Dario pensa bene di alzare l’offerta: oltre a

10.000 talenti per il riscatto della famiglia reale egli cede tutto il territorio a Occidente dell’Eufrate

e si mostra disposto a sancire il nuovo rapporto di amicizia e alleanza con la mano di una delle sue

figlie. L’offerta è sicuramente interessante, e probabilmente avrebbe dato da pensare ad Alessandro,

o almeno al suo esercito, se fosse stata fatta subito dopo la battaglia di Isso, ma nella nuova

situazione che si è venuta a creare non può che essere respinta. Non si tratta però di una necessità

fondata sull’impossibilità di una pace duratura tra due imperi comunque imponenti come sarebbero

stati quello persiano e macedone qualora Alessandro avesse accettato il confine del fiume Eufrate,

ma piuttosto di una necessità fondata sulla sua ferma volontà di estendere il proprio dominio su tutta

l’Asia in quanto legittimo successore del re di Persia; in altre parole: un accomodamento si sarebbe

potuto trovare se egli avesse voluto. Se però le cose stanno così, perché muovere verso l’Egitto

anziché verso il cuore dell’Asia e dell’impero persiano? La risposta usuale dell’opportunità di

chiudere definitivamente a Dario l’accesso al mare viene dal De Sanctis ridimensionata, nella

misura in cui questo obiettivo è già sufficientemente raggiunto con l’estensione dei propri domini

fino a Tiro; questa del resto chiede soltanto di essere lasciata indipendente senza alcuna intenzione

di ostacolare il progetto espansionistico di Alessandro, non avendo in effetti alcuna speranza di

riuscirvi. Nella scelta di marciare verso l’Egitto piuttosto che verso Babilonia De Sanctis ravvisa

dunque il segno della mediocrità strategica di Alessandro e della riluttanza dei suoi generali, che

avrebbero potuto consigliarlo in tal senso, ad addentrarsi in un continente in gran parte sconosciuto.

Un giudizio ugualmente negativo riguarda l’assedio di Tiro: la città avrebbe potuto infatti essere una

valida alleata della Macedonia, fornendo la propria flotta come aveva già fatto con la Persia, senza

rappresentare d’altra parte una minaccia per i suoi domini nell’entroterra essendo troppa la disparità

di forze. Alessandro preferisce però soffocare nel sangue la sua resistenza, e riuscito a espugnare la

città dopo nove mesi di assedio le riserva un trattamento pari solo a quello di Tebe per ferocia:

8.000 abitanti vengono massacrati nella presa della città, 2.000 crocifissi e 3.000 tra donne e

bambini venduti schiavi. Anche il modo solito di spiegarlo come una punizione esemplare che

doveva evitare iniziative analoghe da parte di altre città per il futuro non reggerebbe alla prova dei

fatti: i fenici si sono infatti già sottomessi, gli egiziani sono pronti a farlo per una naturale

avversione verso il dominio persiano e la sottomissione della regione babilonese dipende dall’esito

dello scontro che si sarebbe avuto di lì a poco. Tornando all’avanzata di Alessandro, essa non

incontra che un breve ostacolo presso la città di Gaza, dove un governante indigeno al servizio dei

persiani si difende valorosamente anche grazie all’apporto di truppe arabe.

XX_ LA CONQUISTA DELL’EGITTO

La facilità con cui Alessandro e i suoi uomini penetrano in Egitto è almeno in parte dovuta alla

recente repressione delle sue secolari ambizioni nazionalistiche da parte di Artaserse III Ochos

(345); lo stesso satrapo persiano che lì governa si guarda bene dall’opporre resistenza all’avanzata

dell’esercito macedone, conoscendo l’entità delle forze in campo e soprattutto la disposizione del

popolo egizio, verso il quale il re persiano si è comportato in modo particolarmente duro per

mettere una volta per tutte fine a uno stato di ribellione costante. Questo aiuta non poco Alessandro

nella conquista e Tolomeo nel controllo del territorio e soltanto quando il ricordo della repressione

persiana sarà meno sentito rinasceranno movimenti di carattere nazionalistico. Alessandro può

dunque procedere da Est a Ovest, fondando Alessandria lungo il braccio canopico del Nilo,

arrivando a Paretonio e muovendo poi a sud verso il santuario di Zeus - Ammone (presso l’oasi oggi

24

detta di Siwa) una volta avuta notizia della sottomissione di Cirene che distava 900 Km a Ovest.

Sulla questione dell’oracolo di Zeus - Ammone ci sono diverse teorie, ma senza dilungarsi sul reale

svolgimento dei fatti, sul significato della divinità presso gli egiziani e della propria divinità

secondo Alessandro, il De Sanctis si limita a evidenziare la versione che egli ne diede e l’uso

politico che ne fece per imporre il proprio culto divino a tutti i popoli dell’impero, così da istituire

sulla propria persona e al di sopra della legge un potere assoluto; almeno nelle intenzioni di

Alessandro quest’ultimo avrebbe dunque dovuto prendere il posto tanto di quello tradizionale e

paternalistico che aveva nei confronti del popolo macedone, quanto di quello fondato sui trattati che

aveva nei confronti dei Greci, quanto infine di quello fondato sulle vittorie militari conseguite

contro i persiani che aveva nei confronti dei barbari.

XXI_ IL TRIONFO DI ALESSANDRO

Dopo la visita al santuario di Zeus Ammone Alessandro taglia dritto per Menfi, procedendo poi

nella primavera dell’anno successivo (331) verso Tiro e arrivando ad attraversare l’Eufrate e poi

l’alto corso del Tigri intorno alla metà di settembre. Poco distante, presso Arbela, Dario ha disposto

l’accampamento e i due eserciti si incontrano a seguito di un movimento in direzione

rispettivamente sud – est e nord – ovest; il campo di battaglia è stato deciso da Dario, che ha

provveduto a spianare alcuni tumuli per agevolare i movimenti dei carri falcati e della cavalleria.

Anche in questo caso la fonte di riferimento è Arriano, la cui descrizione dei preparativi e della

battaglia risulta piuttosto attendibile, già a partire dal numero di 7.000 cavalieri e 40.000 fanti per lo

esercito macedone. Per quanto riguarda quello spartano si assiste a un’evidente esagerazione della

quale sembra essere consapevole lo stesso Arriano (uso dell’espressione impersonale ελέγετο);

certamente deve essere di gran lunga superiore a quello macedone se può tentarne un doppio

accerchiamento, ma per le difficoltà inerenti il vettovagliamento è verosimile che si aggirasse

intorno alle 100.000 unità e comunque non oltre le 200.000. La battaglia è stata accuratamente

preparata da entrambe le parti, da parte di Dario ciò risulta già dal livellamento del terreno di cui

abbiamo detto e dalla scelta di un campo di battaglia che non sia troppo ristretto, avendo ciò

impedito l’uso ottimale della cavalleria nel caso precedente di Isso. Tuttavia è possibile fare due

considerazioni per chiarire le ragioni di questa ennesima sconfitta persiana: se è infatti vero che

questi accorgimenti e la dinamica stessa della battaglia mostrano un uso tattico della cavalleria, è

anche vero che per i persiani non si trattò mai di una vera e propria strategia e che soltanto in

occasione dei successivi scontri con l’esercito romano ne verrà sfruttato appieno il potenziale , pur

12

essendo da sempre la forza più conforme al territorio asiatico; la seconda considerazione riguarda

l’assenza nello schieramento persiano di una fanteria anche soltanto paragonabile a quella greca e

ancor più macedone, non essendosi i re persiani mai premuniti in tal senso, ad esempio addestrando

i propri uomini alla maniera greca. Per quanto riguarda la data dello scontro qui il De Sanctis

mostra di preferire Plutarco ad Arriano perché, ferma restando un’eclissi di luna successiva

all’attraversamento del Tigri nella notte tra il 20 e il 21 settembre, il primo afferma che sarebbero

poi trascorsi 11 giorni e il secondo 4 prima di raggiungere il luogo dello scontro, e quest’ultima

notizia appare inverosimile se si tiene conto della distanza percorsa (75-80 Km in linea d’aria, che

diventano 90-100 effettivi) e del ritmo di marcia di un esercito pesante come quello di Alessandro;

rifacendosi a Plutarco è dunque possibile datare la battaglia al primo ottobre 331.

12 La cavalleria venne allora impiegata non tanto nello scontro aperto quanto piuttosto come elemento di

disturbo durante la marcia dell’esercito romano, nelle campagne di Crasso e di Giuliano l’Apostata.

25

Per quanto riguarda la disposizione delle forze in campo è innanzitutto evidente come in questo

caso Dario abbia puntato molto di più sulla cavalleria, che è in effetti la sua arma migliore; sono

però ancora più interessanti due innovazioni introdotte nello schieramento macedone: da una parte i

rinforzi laterali che devono scongiurare il pericolo dell’accerchiamento, dall’altra l’introduzione di

una seconda schiera nella parte centrale che non ha la funzione di subentrare alla prima ma di

proteggerla in caso di attacco da tergo, aprendo cioè un secondo fronte come accadeva per la prima

volta nella storia militare greca . Alla fine della battaglia, il cui svolgimento è di grande interesse e

13

ne fa il massimo esempio di strategia militare lasciatoci dalla storia greca antica, l’impero persiano

cessa virtualmente di esistere.

13 L’esercito romano farà invece proprio della possibilità di difendersi anche da attacchi da tergo il principale

elemento di distinzione rispetto a quello greco, non avendo questo dato seguito alle innovazioni introdotte da

Filippo e Alessandro e non riuscendo neanche a sfruttarne appieno il potenziale.

26

Dario, sapendo che solo sulla persona del re era fondata una qualche speranza di resistenza, s’è dato

alla fuga prima ancora che lo scontro finisca e Alessandro lo ha inseguito il più rapidamente

possibile, espugnando la città di Arbela dove si è rifugiato nel giorno successivo allo scontro; nel

frattempo Dario è però già lontano e anziché inseguirlo con la sola cavalleria Alessandro preferisce

estendere i propri domini su Babilonia, Susa e Persepoli, che gli si arrendono senza combattere e lo

arricchiscono del tesoro di guerra lì custodito (50.000 e 120.000 talenti rispettivamente). Con

l’occupazione di Persepoli è di fatto dissolto il regno persiano per come si è costituito dai tempi di

Ciro il Grande e gli impegni intorno a cui è ancora occupato l’esercito macedone, vale a dire

l’inseguimento di Dario e gli scontri che si sarebbero avuti nelle satrapie orientali, sono ormai non

tanto operazioni di guerra quanto piuttosto semplici operazioni di polizia.

XXII_ LA FINE DELLA LIBERTA’ GRECA

Con la battaglia di Gaugamela sembra finire non soltanto la potenza persiana ma anche la libertà

greca. L’unica città greca che ancora resiste ad Alessandro, Sparta, che ha nel frattempo accolto

tanto ciò che resta della flotta persiana quanto i macedoni greci che hanno combattuto sotto Dario,

sarà infatti presto sconfitta a Megalopoli (autunno 331 o primavera 330): qui si scontrano i due

eserciti guidati da Antipatro e Agide, che dà inizio alle ostilità approfittando della disponibilità

all’intervento dei peloponnesiaci più ostili alla Macedonia (Arcadi, Elei ed Achei) e dell’esitazione

del luogotenente macedone; questi è infatti alle prese con alcuni disordini scoppiati in Tracia e deve

del resto tenere a disposizione i propri uomini per un’eventuale richiesta di rinforzi da parte di

27


PAGINE

28

PESO

335.16 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Esame: Storia greca
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Gennaro Caruso di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Costa Virgilio.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Storia greca

Storia Greca (Prof. Costa)
Appunto
Storiografia Greca (Prof. Costa)
Appunto
Bullismo giovanile - Saggio breve
Appunto