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Storia greca: lezione n. 1 (22-02-2017)

Introduzione alla storia greca

Professore: Virgilio Costa. Le lezioni hanno lo scopo di segnalare gli snodi essenziali della storia greca e introdurre alla ricerca storica, cioè allo studio della storia in modo da poter applicare lo stesso metodo di studio anche nelle altre discipline e in ciò che avviene nel mondo contemporaneo. Le lezioni non hanno la pretesa, né potrebbero averla, di raccontare la storia greca.

Cos'è la storia greca?

Nel corso dei secoli c’è stato un dibattito sulla definizione della storia greca. Gaetano De Santis scrisse un manuale intitolato “Storia dei Greci” perché secondo lui non si poteva parlare di storia greca postulando che i Greci avessero coscienza di essere un solo popolo. Socrate, ad esempio, si autodefiniva ateniese, che non ha nulla a che vedere con una città del Peloponneso. Gli antichi Greci non hanno avuto quasi mai, ad eccezione della conquista romana, una coscienza individuale, pertanto non si può parlare di una storia Greca, bensì di una storia di tanti popoli aventi individualità, usanze e costumi profondamente diverse tra loro.

Un altro problema consiste nei limiti della storia greca: Gaetano De Santis, nel manuale succitato, faceva finire la storia Greca con la morte di Socrate, ovvero nel 399 a.C. In genere, la storia Greca si fa iniziare alla fine dell’età neolitica, in quanto, allora, nel continente greco e a Creta, sorgono degli stati limitati alla città e al proprio territorio: già verso il 2000 a.C., nelle terre che saranno popolate dai Greci, sorgono degli stati piccolissimi, delle dimensioni della Città del Vaticano o San Marino. In questi territori non si forma mai una vita sovranazionale.

Le datazioni per la Preistoria greca sono, spesso, relative: gli archeologi sono in grado di dire che una tale cosa, rispetto ad un’altra, è avvenuta prima o dopo. Ne consegue che le cronologie della Preistoria greca potrebbero cambiare in ragione di nuove scoperte archeologiche.

L'isola di Creta

Nell’età classica era considerata dagli altri Greci una terra di periferia. L'isola di Creta, stretta e lunga, chiude il bacino del mar Egeo sulla parte meridionale. I due poli distano 300 km: si tratta, quindi, di un’isola molto grande, avente a Sud l’Egitto e a Nord il mar Egeo. Le navi provenienti dalla costa siro-palestinese e quelle provenienti dall’Italia, quando tentavano di raggiungere la Grecia, quasi inevitabilmente passavano per Creta, che perciò fu strategica già dalla Preistoria.

I naviganti che si avventuravano sul mare, sapevano di potersi appoggiare all’isola di Creta, che è una sorta di punto d’appoggio e di contatto con altra gente. A Creta, già verso il 3000 a.C., si sviluppò una civiltà straordinaria. Contemporaneamente, o subito dopo, anche le isole dell’Egeo iniziano a fiorire, laddove sino a prima del 3000 non c’era quasi niente. A Creta si iniziano a produrre oggetti d’arte, che presuppongono un mercato e un’industria che non si sono sviluppati da sé, in quanto la rete organizzativa nasce dai contatti con l’Egitto, che già nel 3000 a.C. aveva almeno un millennio di storia alle spalle; è probabile, quindi, che dall’Egitto ed all’Oriente fossero arrivati a Creta personaggi che portarono una civiltà molto più avanzata in terre prima desolate. Creta irradia questo rinnovamento culturale sino a tutto l’Egeo.

Alcune sculture rinvenute nelle Cicladi sembrano prodotti di arte astratta moderna, come ad esempio il suonatore di lira. Altri oggetti, a causa della qualità dell’immagine e del tipo di lavorazione, lasciano stupefatti. Gli abitanti di Creta non sono Greci: questo lo sappiamo perché le prime iscrizioni rinvenute nell’isola di Creta sono scritte in una lingua sconosciuta, che ancora oggi non si è riuscita a decifrare.

Un’altra caratteristica tipica della civiltà cretese è che sembra essere assolutamente pacifica: dal 3000 al 2000 a.C. Creta e l’Egeo vivono una fase di concordia; lo capiamo perché negli insediamenti non sono state trovate delle mura. Il Neolitico, nella penisola greca, non ha le stesse caratteristiche di quello cretese e dell’Egeo: le città hanno le mura e vi è un costante afflusso di nuovi abitanti soprattutto dal Nord della Grecia: si tratta di una lenta immigrazione di popoli provenienti dall’Asia centrale e che si insediano in Grecia secondo il principio dell’avanti c’è posto: i primi si stabiliscono nel primo territorio fertile che incontrano, gli altri in quelli successivi.

Gli Achei e i palazzi cretesi

Verso il 2000 a.C. questi immigrati nella Grecia continentale vengono sostituiti, pare con la violenza, da una nuova ondata immigratoria, che riguarda grandi gruppi. Questi secondi immigrati vengono chiamati Achei, il popolo di cui si parla nell’Iliade. Essi sono i progenitori dei Greci.

Circa 300 anni dopo, nel 1700 a.C., a Creta, si verifica un evento bizzarro: iniziano ad essere edificati dei grandi palazzi: i cosiddetti primi palazzi. Sino ad allora vi erano state abitazioni sparse, ognuna vicino, in genere, al campo lavorato, giacché la principale occupazione era l’agricoltura e la pesca; ogni tanto vi erano le ville dei grossi mercanti.

Mancavano del tutto i palazzi, ossia costruzioni di grosse dimensioni, che iniziano a sorgere soltanto intorno al 1700 a.C. Lo sviluppo dei palazzi indica l’espressione di un potere centrale: ciò significa che a Creta si formarono vari stati, ognuno dei quali ha al suo centro un palazzo.

I palazzi possono rispondere a varie esigenze: Federico II, ad esempio, alla fine di un periodo di guerre continue che aveva lasciato prostrato il suo stato, la Prussia, decise di costruire il Palazzo di Sanssouci con tutti i soldi che aveva racimolato lo Stato per suggerire agli altri governanti europei di essere talmente agguerrito e pieno di mezzi, da potersi permettere di costruire un palazzo sontuoso, sebbene la Prussia fosse realmente esausta. Egli diede agli altri la falsa impressione della potenza dello stato.

Altro esempio: la vasca del Quirinale è immensa (circa 12 metro di diametro) costruita con un marmo pregiato proveniente dal centro dell’Africa; la sola conca pesa diverse decine di tonnellate. I Romani la portarono in città per far vedere la potenza dello Stato, capace di trasportare logisticamente dall’Africa a Roma: per portare queste vasche da Ostia a Roma furono ampliate le strade, furono inventate delle nuove navi per il trasporto, etc.

La principale ipotesi circa la funzione dei palazzi cretesi è quella per cui fossero i centri di controllo dei vari stati, i quali, pur essendo piccoli, avevano il pieno controllo e possesso del proprio territorio. Questi stati, probabilmente, affittavano la terra da lavorare ai contadini, i quali portavano al palazzo una parte del prodotto agricolo, ove i funzionari registravano il versamento di questa tassa, o affitto; questi prodotti venivano poi messi da parte per essere redistribuiti o per i periodi di magra, dato che nell’antichità non era infrequente che un’annata venisse rovinata dalle intemperie. Proprio per questo ai margini dei palazzi, cioè lungo le mura, si trovano dei grandi magazzini con degli otri in argilla per l’olio, per il vino o per i prodotti secchi. Tutto ciò presuppone un’autorità centrale che impone il versamento della tassa e una struttura burocratica fatta di persone addette alla registrazione dei versamenti.

Il mito del Minotauro

I palazzi cretesi sembrano non avere alcun piano urbanistico: sono palazzi molto grandi e divisi su vari livelli: manca, quindi, una sala centrale e al suo posto vi sono vari ambienti disposti su piani diversi; forse è proprio da questa struttura che è nato il celebre mito del labirinto. I Greci di età classica sapevano poco di questo passato antichissimo e dunque lo traducevano in miti: uno di questi diceva che, in un’epoca antica, il Re di Creta, Minosse, subì una sventura: Zeus s’innamorò di sua moglie e quando ella rifiutò il dio, questi la fece innamorare di un toro, sicché la moglie, Pasifae, congiuntasi con tale toro, diede vita al Minotauro, un essere mostruoso metà uomo metà toro.

Per nascondere questo fatto orrendo, Minosse ordinò al suo architetto, Dedalo, di costruire un palazzo intricatissimo, in cui fosse facile entrare ma impossibile uscirvi, relegandovi al suo interno il Minotauro, per nutrire il quale, ogni anno, Minosse, che regnava su tutto il mondo greco, richiedeva un tributo di sangue. Il Re di Atene, Tèseo, decise di mettere fine a questa piaga: insieme ad alcuni compagni coraggiosi, si offrirono volontari come tributo da offrire al Minotauro. Una volta giunti nel palazzo, uccisero il Minotauro.

In ricordo di questo evento, nell’età classica si celebravano dei riti in cui i ragazzi si vestivano da fanciulle. Tra l’altro, Tèseo, per riuscire ad uscire dal labirinto una volta ucciso il Minotauro, aveva ottenuto i servigi di Arianna, la figlia di Minosse, la quale gli aveva suggerito di fare uso di un filo, il celebre filo d’Arianna, per riuscire a venir fuori dal labirinto. Secondo i racconti antichi, il palazzo costruito da Dèdalo si chiamasse Labirinto; quando gli archeologi scoprirono i resti di questi palazzi, alla fine dell’Ottocento, videro che a Cnosso, in moltissimi punti, vi erano delle rappresentazioni di un’ascia bipenne, che in greco si dice lábrys. Per gli archeologi, questa fu una delle prove che il mito di Minosse aveva un fondo di verità: se è vero che esistevano i palazzi e che a Cnosso esisteva un rapporto tra il nome tradizionale del palazzo, labirinto, e le raffigurazioni dei labirinti, cioè le asce bipenni, allora doveva essere vero anche che Minosse aveva regnato su tutta la Grecia.

La distruzione dei primi palazzi

I primi palazzi, nel giro di un secolo e mezzo, vengono distrutti: a Creta ve ne erano circa dieci, dunque sarebbero dovuti esistere circa dieci stati. Sembra che la distruzione sia contemporanea, pertanto si è pensato che la causa sia stata un terremoto: l’area dell’Egeo, infatti, è attivissima dal punto di vista sismico; sappiamo, inoltre, che verso il 1650 a.C., nell’isola di Santorini, si verificò la più grande esplosione di un vulcano mai registrata, nonché il terremoto più distruttivo di cui si abbia notizie: basti pensare che causò l’inabissamento di buona parte dell’isola; secondo alcuni, tale evento è alla base del mito di Atlantide. Questa ipotesi sembra confermata da alcuni palazzi, onde vi sono le mura spostate di vari metri rispetto alle fondamenta; per altri si dubita rispetto alla connessione col terremoto. Tuttavia, l’ipotesi del terremoto viene avvalorata se si pensa alla successiva ricostruzione dei palazzi: se, infatti, la causa della distruzione dei primi fosse stata una guerra, sarebbe passato del tempo prima che venissero rimosse le rovine dei precedenti e costruiti i successivi.

I palazzi in Grecia

Sul continente, gli Achei, iniziano a costruire vari palazzi che, a differenza di quelli cretesi, dispongono di mura poderose: basti pensare che le mura di Tirinto sono talmente larghe che sulla sommità possono passare due carri affiancati. Il potere politico non è unico, ma frazionato: ci sono molti palazzi. Questo corrisponde ad un altro dato ricavato dagli archeologi dal mito omerico: quello per cui alla spedizione di Troia avevano partecipato le delegazioni di molti stati achei indipendenti. La guerra di Troia, secondo i calcoli degli antichi, si era verificata molto tempo dopo: la data della caduta di Troia più accreditata era il 1184 a.C.

Il coordinatore di tutta la spedizione, Agamennone, regnava su Argo e Micene, senza però essere un re assoluto. Ciononostante, regnando sullo stato più potente, gli era stato affidato il comando di tutta la spedizione, anche per il fatto che era il fratello di Menelao, il marito di Elena. Anche Achille e Ulisse regnavano su degli stati. Si capisce, pertanto, che sul continente iniziano a nascere degli stati indipendenti, già prosperi nel 1600 a.C. Essi traevano la loro ricchezza dall’esclusiva abilità nella lavorazione dei metalli; taluni oggetti di loro fattura, ancora oggi sono irriproducibili e non si conoscono le modalità di lavorazione.

Gli Achei importavano i metalli preziosi dall’Oriente, li lavoravano e con i proventi conseguenti alla vendita, divengono ricchi. I palazzi micenei sono riconoscibili dal megaron, una costruzione rettangolare a due ambienti: il primo è una stanza d’aspetto, il secondo è più grande ed è la sala del re. Nel fondo di quest’ultima sala trova posto il trono del re; vi sono poi dei seggi in marmo sia sul fondo sia sui lati, in mezzo una sorta di pozzetto ovoidale o circolare che serve per il bracere.

Dall’Odissea sappiamo a cosa servisse questa seconda stanza: quando Odisseo (il più grande e celebre eroe di Troia: si tenga conto che nell’antichità, e nei poemi omerici, Ulisse è considerato alla pari di Achille: mentre quest’ultimo è forte e coraggioso, Odisseo è più intelligente) viene ricevuto da Alcinoo, il re dei Feaci, affinché raccontasse le sue gesta eroiche, sappiamo che l’aristocrazia locale sedeva sui seggi laterali, mentre il re sul trono in fondo alla sala. Il megaron, dunque, era il luogo in cui il re riceveva ed indica la presenza di un’autorità centrale.

Gli studi archeologici su Troia: H. Schliemann

Nella seconda metà dell’Ottocento, si verifica un fatto straordinario: un dilettante tedesco, Heinrich Schliemann, decide di investire tutto il suo patrimonio nella ricerca di Troia, in quanto è convinto del fatto che i poemi omerici – che amava –, in particolare l’Iliade, possano servire da guida per far tornare alla luce i resti della città. Schliemann si rivolge dapprima a vari accademici tedeschi, alcuni dei quali non gli accordano alcunché, per poi ottenere, tramite vie traverse, una concessione di scavo in Turchia. Ivi, seguendo le indicazioni topografiche dei poemi omerici, scava alla ricerca di Troia e trova un sito archeologico in cui sono sovrapposte almeno una decina di città, tra cui una di notevoli dimensioni di epoca protostorica – II millennio a.C.: lo scavo 7A è Troia.

Rinviene, inoltre, un tesoro in oro e altri materiali preziosi: questo gli dà la certezza di aver riscoperto l’antica città di Troia. Tale scoperta avvenne nel 1870; nel 1890, Schliemann decide di dedicarsi a Micene, una delle due grandi città su cui governava Agamennone: la ricerca porta alla luce alcune tombe regali strapiene d’oro; in una di esse trovata una maschera funebre d’oro che viene attribuita ad Agamennone. Dopo la morte di Schliemann, ci si accorge che le tombe rinvenute non erano del 1200 a.C. circa, ossia dell’epoca della guerra di Troia, bensì del 1600-1550 a.C.: la città di Micene aveva sviluppato un’economia talmente poderosa da essere superiore persino alle città dell’Atene classica.

Ci troviamo, pressappoco, intorno al periodo della costruzione dei secondi palazzi a Creta. Nel 1906, l’archeologo inglese Arthur Evans, mentre passeggiava per un mercato di Creta, osserva delle tavolette con dei segni che venivano vendute senza riguardo per il loro valore: esse esibivano una scrittura mai attestata prima. Fattosi indicare dal venditore la loro provenienza – una collina –, Evans riporta alla luce la città di Cnosso, in particolare le rovine del secondo palazzo e degli affreschi straordinari: uno dei più celebri è quello sito nella sala del trono, ove viene rappresentata una persona che prende il toro per le corna e gli salta addosso; Evans ritenne che questo affresco fosse la riproduzione di giochi atletici che si svolgevano a Creta con i tori, scelti in ragione del Minotauro. Oggi, in realtà, si ritiene che sia tecnicamente impossibile eseguire una simile operazione.

Anche Evans, benché fosse un archeologo di professione, venne condizionato dal mito, il quale affermava l’esistenza di un’epoca in cui Minosse, il re di Creta, governò su tutto l’Egeo. È proprio tale idea che condurrà Evans a commettere un errore interpretativo fatale.

Storia greca: lezione n. 2 (23-02-2017)

La scrittura a Creta

A Creta gli archeologi hanno rinvenuto oggetti contenenti tre tipi diversi di scrittura: geroglifico, ossia caratteri simili a quelli egiziani; si tratta di un tipo di scrittura ideografico: ad ogni segno corrisponde un concetto. La scrittura egiziana non è del tutto ideografica: alcuni segni hanno un valore fonetico, altri un valore convenzionale (il segno viene associato ad una certa idea); proprio per questo è stato difficile decifrare tale lingua. A Creta, il tipo di scrittura indicato come geroglifico, sorge intorno al 1900-1850 a.C.

Contemporanea a questa scrittura è la cosiddetta lineare A: essa deve il nome alla linearità dei caratteri. È possibile che la scrittura geroglifica sia stata importata dall’Egitto e adattata alle esigenze della gente che parlava un’altra lingua. La lineare A si trova diffusa in tutta l’isola di Creta; e mentre i caratteri geroglifici si trovano soprattutto su oggetti di uso quotidiano, o di lusso, dunque in un contesto familiare, i segni in lineare A compaiono in tavolette rinvenute nei primi palazzi cretesi. In queste tavolette d’argilla, venivano registrati i beni portati dai contadini al palazzo. Al crollo dei primi palazzi, in alcuni si verificarono degli incendi, grazie ai quali l’argilla si solidificò permettendoci di riscoprirle.

Fino al 1953, si sapeva che la lineare A si era evoluta col tempo, divenendo più semplice: tale differenza viene indicata con un nome diverso rispetto alla prima forma di scrittura: la lineare B, che rispetto alla A presenta meno segni. I segni erano oltre cento e anche prima della decifrazione della lineare B si sapeva che non presupponevano una scrittura di tipo alfabetico.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-ANT/02 Storia greca

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher truceboyz.most.wanted di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Roma Tor Vergata o del prof Costa Virgilio.
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