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per cui sotto la lineare B vi era il greco: la lineare B era, dunque, una scrittura di tipo sillabico utilizzata per

trascrivere un antico dialetto greco. Inoltre, gli abbinamenti dei segni individuati da Michael Ventris non

portavano a nessuna soluzione se applicati al lineare A: ne consegue che essa era un’altra lingua, ancora

oggi indecifrata. Ventris, pur essendo un architetto, conosceva benissimo le lingue orientali antiche, per cui

attaverso una serie di procedimenti riuscì a decifrare, dal nulla, la lineare B. Con alcuni dei massimi linguisti

dell’epoca, Ventris verificò la corrispondenza dei segni di volta in volta identificati; uno di essi era Giovanni

Pugliese Carratelli, recentemente scomparso. Inoltre, Ventris fece firmare l’articolo dal linguista John

Chadwick. La sua decifrazione fu avversata da moltissimi studiosi non per ragioni tecniche, ma

semplicemente perché si sarebbero dovute rivedere tutte le teorie formulate sino ad allora sulla preistoria

del mondo greco. La scoperta di Ventris invalidava la teoria per cui i Cretesi avevano portato il loro sistema

di scrittura sul continente. Si tratta, invece, del contrario: Creta non aveva imposto il proprio dominio sul

continente, bensì da esso era arrivato qualcuno che aveva conquistato Cnosso, dove si trovavano le

tavolette in lineare B. Il fatto che la lineare B nascondesse il greco potrebbe interpretarsi come la venuta,

dal continente, di persone che parlavano il greco e che, trovando un tipo di scrittura adattabile alla loro

lingua, decisero di adoperarla. Verso il 1450-25 a.C. si assiste alla distruzione di gran parte dei secondi

palazzi, tra cui quello di Cnosso, riscoperto da Arthur Evans. Per una serie di indizi, oggi si è abbastanza certi

che la seconda distruzione potrebbe essere stata causata da un altro terremoto, ma non soltanto: forse,

sono stati distrutti anche per opera umana, innestata sulla base del cataclisma naturale. Che alla loro

distruzione abbia contribuito in maniera decisiva l’uomo, lo sappiamo per via del fatto che non furono

ricostruiti: è come se con la loro distruzione fosse andato distrutto anche tutto il sistema economico-

politico che stava dietro quelle costruzioni. Sappiamo, inoltre, che a Cnosso, sino al 1370 a.C., sui ruderi del

palazzo venne impiantato un megaron miceneo, cioè un palazzo di tipo completamente diverso che reca il

marchio dei Greci continentali. L’opinione più diffusa tra gli studiosi è quella per cui o dopo un terremoto o

a seguito di altre cause (esempio: indebolimento del sistema politico dei regni cretesi), qualcuno abbia

approfittato della situazione per installare nell’isola il proprio dominio. Si pensa che Cnosso sia stata

conquistata non da un regno/stato Miceneo del continente, ma da un gruppo di mercanti privati

organizzati. Dopo questa epoca, a Creta non avvenne più nulla di particolare.

La civiltà micenea. Dal 1600 a.C. inizia la storia della civiltà micenea (l’espressione “civiltà micenea”

comprende una serie di regni indipendenti; Micene, inoltre, non è nemmeno il più grande e importante

centro tra tutti: la fortezza di Gla, in Beozia, è quasi venti volte più estesa rispetto a Micene). Sul continente

si formano una serie di regni indipendenti; essi provengono da un popolo che sa lavorare con molta abilità i

metalli, grazie ai quali si è arricchita. Col tempo, i Micenei mettono su un sistema commerciale per la

vendita degli oggetti d’arte che viene designato come “prima colonizzazione”: è un’espressione impropria

che si riferisce all’insoddisfazione dei Micenei di importare i metalli dall’Oriente, di lavorarli e di rivenderli,

e cominciano a sviluppare un artigianato artistico basato, oltreché sul metallo, sui vasi e altri oggetti

pregiati, che vengono venduti direttamente dai mercati dei regni in tutto il mondo allora noto. Le navi

micenee solcano il Mediterraneo e arrivano in Spagna, in Italia, in Danimarca, in Inghilterra, nel centro

dell’Europa. Questa penetrazione si spiega con l’organizzazione capillare dei mercati micenei, che

addirittura conquistano Cnosso; inoltre, l’Europa del 1600-200 a.C. vive un periodo climaticamente

favorevole: il mare è navigabile più a lungo, le strade sono facilmente agibili, etc.

La struttura politica dei regni micenei. Nelle tavolette in lineare B, che si trovano sino alla fine della civiltà

micenea (1200 a.C.), sono riportati i nomi di alcune cariche pubbliche, nonché i nomi di diverse divinità, le

quali sono più o meno le stesse di quelle che si ritrovano nella religione greca, ad eccezione di due,

aggiunte in seguito: Apollo e Dioniso. La prima carica pubblica attestate nelle tavolette è il re, detto wanax.

Non a caso, nel greco classico, uno dei vocaboli possibili per tradurre il termine “re” è anax. Questo re ha in

comune con gli altri re dell’età storica il fatto di essere il capo politico della comunità e, al contempo, essere

il mediatore con gli dèi. Rappresenta, quindi, sia le cose terrene sia quelle spirituali. Egli non è solo: è

affiancato – come nell’età storica – da un consiglio di anziani, che successivamente, nell’età classica, sarà

chiamato gerusia.

Storia greca: lezione n. 3 (01-03-2017). Professore: Virgilio Costa.

La società micenea. La civiltà del continente, convenzionalmente chiamata civiltà micenea, era

frammentata in tanti regni indipendenti, composti di un centro abitato, ove si trovavano il megaron, i

templi degli dèi e il palazzo, mentre il resto della popolazione vive perlopiù sparso in territori piuttosto

piccoli. La particolarità dei micenei è che basavano la loro vita sulla lavorazione e il commercio dei metalli.

Al cima della società vi è il wanax, ossia il re, che comprende il potere di coordinare l’aristocrazia,

l’amministrazione della giustizia e di mediazione fra la comunità umana e le divinità. Nelle tavolette figura,

inoltre, il lavaghetas, su cui c’è una quasi totale unanimità fra gli studiosi nel considerarlo il comandante

dell’esercito. Altri nomi di cariche o funzioni attestati dalle tavolette sono oggetti di discussione: tereta: gli

artigiani, intesi come gli addetti alla lavorazione dei metalli. Tra il 1600 e il 1250 a.C., i prodotti dei mercanti

micenei raggiunsero quasi tutta l’Europa, grazie ad una rete commerciale molto estesa. In tutta l’Europa

dell’epoca, tanto più lungo le coste del Mediterraneo, si trovavano dei siti micenei, che non sono città, ma

punti d’appoggio, empori, ove i commericanti lasciavano quello che serviva loro per i traffici. In questi secoli

– dal 1600 al 1250 a.C. –, secondo gli studiosi, i micenei avrebbero colonizzato l’Europa. Il terminine

colonizzazione, però, è improprio perché fa pensare alle colonie moderne, ossia domini esercitati da Stati

potenti, come quelli europei, che impongono il loro controllo militare su un certo territorio e lo usano per

sfruttarne le risorse locali. La colonia, negli Stati moderni, diventa parte integrante dello Stato originario:

l’India, ad esempio, sino al 1948 era governata dal Re d’Inghilterra. Oppure, quando venne scoperta

l’America, essa venne spartita. Le colonie micenee, invece, sono il frutto di iniziative di gruppi di mercanti,

senza la partecipazione statale, e non hanno come scopo la sottomissione di un altro popolo o di

conquistarne la terra: sono solo punti di appoggio che vengono, col tempo, posti in determinati luoghi per

poter agevolare i commerci. Erodoto parla del sistema di commercio dei Fenici, i quali, giunti nei porti della

civiltà greche, esponevano i loro prodotti sicché potessero essere acquistati. Forse anche i micenei furono

così in un primo momento, poi però ritennero opportuno non fare sempre tutti i viaggi con l’intero carico

(poteva essere perduto in un naufragio), che veniva, appunto, messo nei punti di appoggio. Questo sistema

andò in crisi verso il 1200 a.C., sino a cui le città micenee prosperarono. Verso il 1100 a.C. la maggior parte

degli Stati micenei non esistono più: della civiltà micenea non esiste più traccia. Gli studiosi di archeologia

preistorica si sono interrogati su cosa possa aver determinato questa fortissima crisi, nonché la fine

dell’intera civiltà micenea, di cui c’è traccia anche nei poemi omerici, che hanno un nucleo più antico,

risalente, forse, all’ultima fase della civiltà micenea. In essi si racconta che i principali eroi greci che avevano

partecipato alla guerra, fecero tutti una brutta fine: Odisseo impiegò dieci anni per tornare a casa,

Agamennone fu ucciso ad Argo, Diomede fu ucciso dalla moglie, altri erano morti a Troia. Insomma,

nessuno ritornò serenamente a casa. In queste leggende si avverte la gravità della scomparsa di tutte le

civiltà micenee. Qualcuno ha fatto osservare che verso il 1200 a.C. il clima, in Europa, cambiò

drasticamente: inizia una fase di glaciazione che determinò un aumento delle piogge e conseguentemente

l’aumento della vegetazione, che, a sua volta, determinò la chiusura delle strade di terra, che col tempo si

chiusero. Questa occlusione non è però sufficiente a spiegare la rapidità della crisi. Altri studiosi hanno

evidenziato che, intorno al 1150 a.C., sullo stretto di Corinto venne costruita una muraglia. Numerose

tavolette di questo periodo, rinvenuto a Pylos, contengono disposizioni di difesa per proteggersi da un

pericolo, che ignoriamo cosa fosse. Nelle cronache egiziane del tempo, si parla dei popoli del mare, che

vengono descritti come una minaccia gravissima anche per uno Stato organizzato come quello egizio.

Questi popoli del mare tentarono persino d’impadronirsi dell’Egitto. Essi sorsero improvvisamente e si

pensa che fossero delle bande organizzate di pirati, provenienti, perlopiù, dall’Oriente. Alcuni di questi

popoli, citati anche nelle tavolette greche, vengono chiamati qulsta e si pensa che siano i Filistei di cui si

parla nella Bibbia: si tratta di numerosi gruppi di pirati che s’impadroniscono dell’Egeo. Sino ad allora, la

navigazione via mare era resa sicura dalle navi greche. I popoli del mare, che operavano soprattutto

nell’Egeo orientale, difficilmente furono rilevanti alla caduta delle città greche della costa occidentale del

Peloponneso. Pertanto, la soluzione più convidisa oggigiorno è che la civiltà micenea sia crollata per un

complesso di cause: nessuna di quelle discusse sinora è stata individualmente determinante, ma nel loro

insieme, probabilmente, lo furono in quanto la civiltà micenea era complessa. Quanto più una società è

complessa, tanto più è fragile: una società, come quella micenea, basata sugli scambi, allorché le strade

attraverso cui si commercia diventano inaccessibili dalla vegetazione, l’attività commerciale inizia a

regredire; inoltre, i racconti degli antichi non del tutto confermarti dagli archeologi, insistevano sul fatto

che in questo periodo si sarebbe verificato il ritorno degli Eraclidi: secondo la leggenda, i discendenti di

Eracle erano stati esiliati dalla Grecia; dopo la guerra di Troia, essi riuscirono a tornare perché non avevano

più opposizioni. Questa leggenda viene ricollegata all’idea che, intorno al 1000 a.C., si fosse verificata una

nuova ondata migratoria da settentrione: i Dori, una popolazione etnicamente e linguisticamete affine a

quella achea, sostituirono gli Achei. I Dori sapevano lavorare il ferro e costruire armi usando questo

materiale, sicché la loro venuta, proprio a causa di questa loro conoscenza, mise in crisi tutti i regni del II

millenio a.C. Oggigiorno si crede che nuovi e piccoli gruppi di ondate migratorie, probabilmente, si

verificarono intorno al 1000 a.C., tuttavia questo fatto non fu determinante, tanto che gli archeologi hanno

rinvenuto poco materiale a loro appartenente ed alcuni, addirittura, credono che siano un popolo

leggendario. In ogni caso, questo complesso di circostanze fa collassare la civiltà: mancando l’autorità

statale, inizia a dispiegarsi la delinquenza, che causa il diminuimento della produzione commerciale. In

conseguenza di questo collasso, si verificò, inoltre, un diminuimento demografico. Infine, si verificano delle

migrazioni: le popolazioni di Stati siti lungo le rotte di migrazione, abbandonano le loro terre per via del

rischio legato alla penetrazione dei Dori. In Attica il megaron non viene distrutto: forse lo stato miceneo

dell’Attica, essendo più al riparo, sopravvisse più a lungo. Una località dell’Attica, Perati, dal 1050 al 1030

a.C. s’ingrandisce enormemente, divenendo una delle città più grandi del tempo, per poi svuotarsi nel giro

di circa vent’anni. Da Perati, in forza del suo posizionamento geografico, sarebbero partite le navi degli

Achei, che per sfuggire ai nuovi arrivati cercarono nuove sedi nelle isole e oltremare, colonizzando la fascia

costiera dell’Asia minore. Questa ricostruzione storica aveva un parallelo nel mito: gli antichi raccontavano

che ad Atene, alla morte del re Codro, subentrò il figlio maggiore. Gli altri figli, il più importante dei quali si

chiamava Meleo, abbandonarono l’Attica per cercare fortuna oltremare, ove, insieme agli Ateniesi che li

seguirono, fondarono delle città, di cui la più importante era Mileto. Non a caso, in età classica gli Ateniesi

dicevano di essere i padri dei Milesi e che Mileto era una loro colonia. Questa leggenda sottende una

realtà: dall’Attica partì la grande migrazione che diede vita a nuove città nelle isole e in Asia minore. Tale

migrazione aveva un segno tangibile: i milesi, gli abitanti della Ionia, delle Cicladi e dell’Attica parlavano lo

stesso dialetto: dionico-attico. Il momento in cui collassa la civiltà micenea è anche il momento in cui

rispetto al greco parlato prima si verifica una differenziazione in macrogruppi: nel Peloponneso si parla il

dorico, la variante del dialetto greco parlato dai nuovi arrivati; il dionico-attico; eolico, parlato in alcune

regioni della Grecia e dell’Asia minore. Il periodo che va dal 1000 al 900 a.C., un tempo chiamato l’età

oscura o medievo ellenico, è sì un momento di grandi cambiamenti, tuttavia fa da incubatore alla storia

greca classica. Per ricostruire la storia di questo secolo si ricorre alle evidenze archeologiche e ai testi

letterari: nel primo caso, si deve anzitutto dire che l’archeologia sottolinea la continuità, mentre i testi

letterari fanno l’opposto. Studiando i documenti ricavabili dall’attività archeologica si ha sempre

l’impressione che non cambi mai niente: le fonti archeologiche sembrano sempre ricordare che i grandi

cambiamenti avvengono lentamente e sono ambigue da interpretare. I testi letterari permettono di dare

volto e nomi a chi ha fatto la storia di un determinato periodo, mostrando, quindi, la repentinità delle

svolte storiche. Dall’archeologia sembra che non cambi mai nulla, o poco, mentre nei testi letterari si evince

l’opposto. I più importanti dei testi letterali sono i poemi omerici, le due prime grandi composizioni della

letteratura greca. L’Iliade fu composto tra l’VIII secolo e il VII secolo, l’Odissea circa 50-70 anni dopo. Si

tratta di due lunghe composizioni, entrambe articolate in 24 canti, e sono il prodotto di una lunghissima

gestazione: il contenuto di questi poemi appartiene solo parzialmente all’età della pubblicazione; buona

parte di questi poemi, invece, è composta da canti precedenti trasmessi oralmente per un lunghissimo

periodo, che poi, ad un certo punto, il poeta, o i poeti, che ha scritto il testo che leggiamo oggi, ha inglobato

nell’opera. Comporre al modo degli antichi era difficilissimo e veniva eseguito dai poeti vaganti, che

raccontavano le grandi storie del passato. Alla loro epoca, in Grecia erano rinati gli Stati guidati o da

aristocratici o da re. Il poeta, spotandosi di corte in corte, veniva pagato dagli aristocratici; essi erano

autorizzati a chiedergli delle variazioni: il poeta aveva un sorta di repertorio prestabilito, inoltre, a seconda

della situazione, improvvisava: se, ad esempio, si trovava ad Argo, inventava sul momento la storia di un

personaggio di Argo che aveva partecipato alla guerra di Troia. Questi poeti erranti avevano delle tecniche

che sono state studiate in età moderna per cercare di capire come fosse possibile, al di là della bravura

individuale, improvvisare sul momento versi in esametri; si è scoperto che i poeti avevano una serie di

clausole (pezzi di chiusura, ma anche di apertura) che venivano usate quando servivano. Nei poemi omerici

confluiscono dei canti composti per varie occasioni nel corso di secoli e tramandati oralmente. Un poeta

che si rispettasse, anche per poter improvvisare efficacemente, doveva conoscere tantissime storie e

tramandarle oralmente ai figli: in questo modo si spiega perché i poemi omerici siano utilizzabili come fonti

storiche per un periodo molto più antico di quello in cui furono composte. Nei poemi omerici sono

raccontati fatti totalmente inventati, altri che invece sono memorie di cose avvenute veramente, sono

descritte delle usanze dell’età della guerra di Troia e altre più recenti, degli usi e costumi che l’autore dei

poemi attribuiva al passato. Il poeta, sapendo che deve raccontare le vicende della guerra di Troia, nelle

parti che compone lui stesso cerca di adeguare il contorno all’epoca; a volte vi riesce, a volte fa degli errori

clamorosi, come l’uso del carro da guerra guidato da un’auriga: il carro da guerra era utilizzato in età tardo-

micenea, ma non per trasportare, bensì come arma d’attacco. Altre cose sono giudicate un residuo genuino

di tradizioni antichissime: ad esempio, il fatto che gli eroi mangino sempre carne rossa; in età storica, dopo

la caduta del mondo miceneo, la carne era un piatto rarissimo (3 o 4 volte l’anno) in ragione del caro

prezzo. I poemi omerici, se ben usati, costituiscono una fonte storica: in essi è documentato un modo di

vivere tipico dei secoli successivi al crollo della civiltà micenea (X-IV secolo a.C.). Dopo il mondo miceneo, si

crearono, col tempo, nuove aggregazioni sociali. Probabilmente, al crollo della civiltà le famiglie più

numerose cominciarono a offrire protezione agli individui isolati o a quelli appartenenti a famiglie

contenenti pochi membri. Insomma, le famiglie più organizzate presero il sopravvento e offrirono

protezione in cambio di servizi ai nuclei meno organizzati: in questo modo nacque lo Stato. La protezione

della comunità significa combattere, e quindi saper usare le armi. Non sappiamo da quanti individui fossero

composti gli eserciti micenei, ma sappiamo che pochi sapevano usare le armi: mercanti, artigiani e

contadini non combattono. In un mondo in cui ci sono continue migrazioni, occorre la specializzazione alle

armi, ossia: alcuni individui si dedicano interamente a prepararsi alla guerra; e siccome dedicano tutto il

loro tempo a questo, devono essere mantenuti da tutti gli altri: in questo modo nasce l’aristocrazia delle

armi. Le persone che non appartengono a grosse famiglie, iniziano a sottomettersi e a fare le attività di

supporto dei capi della comunità, i quali iniziano a chiamarsi, in forza di essere i combattenti, aristoi, ovvero

i migliori, poiché fanno il lavoro più complicato e impegnativo. Gran parte degli stati nati dopo la crisi della

civiltà micenea, sono governati perlopiù da famiglie aristocratiche e molto raramente da re. Tali famiglie,

col tempo, sviluppano uno stile di vita proprio e totalmente diverso da quello della gente comune: gli

aristoi cominciano a sottolineare, anche con alcune trovate simboliche, il loro essere altro e molto di più

rispetto alla gente comune. Gli aristocratici ritengono che l’ospite sia sacro: se arriva un aristocratico di un

altro stato, lo si accoglie e gli si dà un dono; fare ripartire un ospite senza dar lui nulla di simbolico, era

considerato una vergogna. Il valore dell’ospitalità, nella Grecia arcaica, era diffusissimo nelle società

aristocratiche. La gente comune non aveva tale valore, perché non poteva permetterselo: essi non avevano

dei beni preziosi come gli aristoi. Gli aristocratici sviluppano l’etica del dono perché questi, all’interno di

una comunità, sono una minoranza e sono compensati dalla maggioranza con una percentuale dei proventi

sulle terre coltivate. I capi della città si prendevano tutta la terra e l’affittavano ai contadini, i quali la

lavoravano e offrivano una parte del loro prodotto all’aristos. In alcuni casi, però, questo non era sufficiente

ad evitare la miseria dell’aristocratico, sicché questi, per sfuggirvi, andava presso gli altri aristoi per ricevere

dei doni e reintegrare così il suo patrimonio. Il dono era una forma di solidarietà tra gli aristocratici di tutte

le città.

Odissea I, 306-322. Telemaco, il figlio di Odisseo, che non sa che fine abbia fatto il padre, appare la dèa

Atena, la quale gli rileva che il padre è ancora vivo e pertanto doveva andare a cercarlo. La dèa Atena si

presenta a Telemaco sotto l’apparenza di un aristocratico che era andato a trovare Telemaco dicendogli del

padre.

Odissea VIII 385-397. Odisseo sbarca nell’isola di Alcino e racconta a questi tutte le sue vicende passate.

Storia greca: lezione n. 4 (02-03-2017). Professore: Virgilio Costa.

La funzione dell’aristocrazia, nelle comunità nate dopo il crollo della civiltà micenea, è soprattutto militare:

l’ideale dello scambio per cui la gente comune offre una parte dei propri proventi perché gli aristocratici

possano esercitarsi nelle armi, nasce in un contesto in cui non esistono più gli eserciti cittadini. Le guerre

avvenute in questo periodo ci sono ignote; in ogni caso, probabilmente, erano scontri piccoli. Lo stile di

combattimento era il duello, come pure viene descritto nei poemi omerici, ove ciò che conta è il valore

personale. Le armi dell’aristocrazia erano le spade e gli scudi, certamente non le lance. Infatti, il

personaggio più detestato di tutto il ciclo epico è Paride, non soltanto per aver causato la guerra di Troia,

per aver ucciso Achille da lontano, con una freccia. Le armi da getto sono dei vigliacchi; il vero scontro è

quello faccia a faccia: è in questo tipo di combattimenti che si mostra l’abilità individuale. Gli aristocratici

costruiscono un sistema di valori, nel quale rientra l’ospitalità e lo scambio di doni per far sì che tutti gli

aristoi a capo delle varie città possano godere di una solidarietà comune. Il popolo era prevalentemente

composto di contadini e svolge una vita peggiore di quella delle persone comuni di qualche secolo prima: si

tratta di una vita di sussistenza e dura. Al contadino basta un solo imprevisto atmosferico, in un anno di

fatiche, per compromettere tutto il suo lavoro e rischiare la vita, non esistendo reti assicurative. Grazie

all’opera di Esiodo, Le opere e i giorni, disponiamo di un’amplia documentazione riguardo alla vita della

gente comune. Esiodo, nel mondo antico, è stato sempre considerato il più grande poeta greco dopo

Omero. Egli era contemporaneo di Omero ed è un testimone diretto della dura vita delle persone negli stati

aristocratici. Nei Vangeli, Gesù, per farsi capire, fa degli esempi che si radicano nell’ideologia del possesso e

del risparmio: dice, ad esempio, che è inutile accumulare i tesori nei granai se alla morte non si possono

portare con sé. Soltanto i beni materiali possono garantire la sicurezza e la tranquillità per la vita.

L’ideologia del valore abbellisce un’attività che di per sé è dura e spiacevole: anche gli aristoi fanno una vita

dura. La vera faccia della guerra è cantata da uno dei più grandi poeti dell’età arcaica: Archiloco di Paro, un

aristocratico addestrato alle armi sin da piccolo. Il padre fondò un’importante colonia nell’isola di Taso, nel

Nord della Grecia, in un punto in cui sorgeva il massiccio del monte Pangeo, una catena montuosa che

nell’antichità aveva straordinari filoni auriferi. Archiloco non smise mai di dedicarsi alle armi, anche come

mercenario. Egli, infatti, ad un certo punto decise di fare il mercenario e racconta cosa sia la vita delle armi.

Il periodo in cui è vissuto Archiloco si può stimare perché egli previde un’eclissi solare che si sarebbe

verificata o nel 708-7 o nel 648 a.C (in entrambe le date si verificarono le eclissi). Si preferisce il 648 perché

la colonizzazione di Taso avvenne alla fine del secolo VIII: forse Archiloco era troppo piccolo per potersi

ricordare l’eclissi del 708-7; ai tempi della seconda eclissi, invece, doveva essere già adulto. Insomma, si

ritiene che Archiloco fosse coevo di Omero ed Esiodo. Già nell’Odissea ci sono degli indizi sul fatto che gli

stati retti dagli aristoi non funziona più: quando Odisseo torna a casa trova i Proci che si sono impadroniti di

casa sua e nell’ultima battaglia, quella per riprendere il controllo del suo regno, Odisseo chiama a

combattere contro i Proci anche gli abitanti di Itaca. Questo è un fatto significativo perché nell’età

dell’aristocrazia il mestiere delle armi era esclusiva degli aristocratici, mentre nell’Odissea si vede che

assieme a loro combatte anche la gente comune, usando bastoni, fionde, forconi, etc. Questo

coinvolgimento delle persone normali è rilevante perché la legittimazione del potere degli aristocratici si

fondava sul fatto che erano i soli a difendere la comunità, ma quando anche la gente comune inizia a

combattere al loro fianco, allora il ruolo aristocratico inizia a venir meno.

In età arcaica, in Eubea si verificò uno scontro fra le due principali città: Calcide ed Eretria. Esse si

scontrarono per il possesso di un territorio che era a metà fra l’una e l’altra. Vinsero i calcidesi, ma gli

eretriesi, quando videro che stavano perdendo, chiamarono a combattere anche la gente comune, i

contadini, con le armi che avevano a disposizioni: pietre, bastoni, etc. Si arrivò allora ad un accordo, per

evitare la sconfitta degli aristocratici calcidesi: non si dovevano più usare le armi da getto.

Il principio del combattimento individuale, però, era venuto meno. Col tempo, sempre più spesso, la

popolazione sarebbe stata chiamata a combattere in guerra: pian piano l’autorevolezza degli aristocratici

andò svanendo.

Storia greca: lezione n. 7 (08-03-2017).

La seconda colonizzazione greca è un fenomeno durato circa due secoli e ha fatto sì che quasi tutta l’Italia

meridionale divenisse di dominazione greca: è la nascita della Magna Grecia. La data d’inizio di questo

fenomeno è molto discusso dagli studiosi. In passato, si sarebbe detto che le prime colonie si stabilirono

intorno alla metà dell’VIII secolo a.C., ma oggi la data più accettata è spostata più avanti, a seguito delle

diverse scoperte e ricerche intorno ai secoli successivi alla caduta del regno miceneo (X – IV a.C.). Gli stati

che sorsero (IV a.C.) in Grecia e in Asia minore hanno visto una rapidissima crescita demografica. Una delle

conseguenze della fine del regno miceneo era stata la drastica riduzione demografica. L’aumento

demografico si deve a diversi fattori, tra cui la ripresa del commercio e dunque dell’economia. La ripresa

dell’economia non si sviluppò parallelamente alla ripresa demografica, così si ebbero dei problemi a livello

alimentare: la popolazione eccedeva la possibilità di sfamarla. Inoltre, all’interno di alcune nuove città,

sorsero dei conflitti interni per il cibo e per imporsi al comando. L’esito fu quello di espellere una parte della

popolazione, perciò, tirando a sorte, si scacciavano alcune persone, che in genere erano i più giovani. La

cacciata di una parte della popolazione, che andava a costituire un’altra città, in greco si dice “apoikia”.

Coloro che erano costretti ad andarsene, fondavano una loro città altrove. La più antica colonia

storicamente attesta in Occidente, fondata intorno all’870 a.C., è quella di Pitecussa (isola d’Ischia, che

allora era piena di scimmie, donde Pitecussa, “popolata dalle scimmie”). Le conoscenze geografiche

dell’epoca erano assai approssimative, quasi nulle. Le spedizioni si facevano col principio “dell’avanti c’è

posto”: inizialmente si cerca terra libera da colonizzare vicino ai luoghi di partenza, poi però, poiché questi

si esauriscono, si è costretti ad andare sempre più lontano. Per questo, intorno all’870 a.C. i primi pionieri

arrivarono alle coste di Napoli. Tali spedizioni erano molto rischiose, perché le navi di allora erano poco

lunghe e larghe, perciò incapaci di affrontare adeguatamente una salpata, tanto più che non si conosceva

né la meteorologia né la geografia: si andava quasi alla cieca. Per questo, le missioni coloniali si facevano

soltanto in casi di estrema necessità, espellendo una parte della popolazione, e dando ad essa i mezzi

necessari per sopravvivere, ossia un po’ di cibo per i primi giorni di viaggio, e le navi. L’aiuto maggiore che

poteva dare la città a coloro che partivano era un aristocratico che guidava la spedizione. Questo perché gli

aristoi sono gli unici ad aver studiato, dunque avevano una conoscenza generale superiore agli altri,

garantendo così decisione più sagge. Il fenomeno di colonizzazione dell’antichità è radicalmente diverso da

quello moderno, perché le colonie venivano fondate per necessità, non per conquistare nuove terre;

inoltre, erano indipendenti dalla madre patria: costituivano uno stato a sé, che poteva pure avere un

rapporto di amicizia con la madre patria, ma politicamente, rispetto ad essa, era indipendente.

Naturalmente, finché erano vivi i primi coloni, tale legame era più vivido. Quando nascevano questi nuovi

stati, si ripartiva da capo quanto alla stratificazione sociale: tutti gli uomini erano uguali, tutti avevano

diritto alla stessa porzione di terra, le leggi assicuravano appunto l’uguaglianza sociale (parità dei diritti,

isonomia, isos-nomos: “stessa legge”). Questo aspetto costituiva uno dei maggiori incentivi a convincere la

popolazioni a correre i rischi della navigazione e al rischio della scelta giusta del luogo, che potrebbe pure

essere già abitato da altri. Il capo della colonia, in genere l’aristocratico scelto per guidare la colonia, veniva

chiamato “oikistes” (ecista, in italiano). I compiti dell’ecista erano molti e delicati: doveva sapere, anche

vagamente, il luogo in cui andare; arrivati nel tale luogo, doveva decidere dove fermarsi, sulla base delle

caratteristiche del luogo: acqua (foce del fiume), etc. Scegliere il posto giusto era difficile: infatti, la prima

colonia greca in Sicilia (Giardini-Naxos) durò solo un decennio, perché fu scelto un luogo infelice: c’era sì

l’acqua, ma subito dietro vi erano le montagne, dunque la città non si sarebbe potuta espandere; perciò fu

abbandonata poco dopo. Ulteriori compiti dell’ecista sono: porre la città sotto la protezione di una divinità;

dividere il territorio circostante la città in lotti uguali, che dovevano dare un uguale raccolto; redazione

delle leggi (la scrittura alfabetica greca nasce proprio in questo periodo, cioè tra il 900 e l’850 a.C.).

Alcuni legislatori scrissero leggi così perfette (uguali per tutti) che furono divinizzati. La madre patria

stabiliva che prima di un certo numero di anni (almeno 5 anni), la parte della popolazione espulsa non

potesse rincasare. Verso la fine dell’VIII secolo a.C., diventarono sempre più importanti alcuni grandi

santuari panellenici, che pure esistevano già da prima. Per santuario s’intende: 1) o il tempio vero e

proprio; 2) o un’area consacrata agli dei, che poteva anche essere vuota, e in cui non si poteva coltivare,

costruire, etc. Ogni città aveva, in genere, una sua divinità a cui era dedicato un proprio santuario. Alcuni

santuari, però, non erano dedicati soltanto agli abitanti di una certa città, ma erano aperti a tutti: sono

questi i cosiddetti santuari panellenici: Olimpia (Zeus, Peloponneso settentrionale), Dodona (Zeus,

santuario particolare, in quanto dedicato ai riti ultraterreni), Delo (Apollo), Delfi (Apollo; il santuario più

importante di tutti). Delfi si trova ai piedi del monte Parnaso, che per gli antichi era il luogo in cui

risiedevano le Muse, ed era importante, oltreché per il santuario, anche per l’oracolo di Apollo: vi era una

sacerdotessa, la Pitia (il nome viene dal fatto che Apollo avrebbe ucciso un pitone, la cui tana era appunto a

Delfi), che pronunciava responsi in nome di Apollo. Apollo e Dioniso erano divinità non presenti tra gli dei

micenei. Probabilmente vennero dall’Oriente dopo la fine del mondo miceneo. Delfi era raggiunta sia dai

privati, che interrogavano Apollo su questioni private, sia da delegazioni statali, che interrogavano la

divinità su questioni pubbliche, cioè riguardanti i cittadini. I sacerdoti di Delfi, man a mano che le persone

affluivano presso il santuario, acquisirono una serie di conoscenze, anche geografiche, che potevano essere

messe a disposizione di chi le chiedeva: ad esempio, dopo che la parte della popolazione espulsa fondava

uno stato, mandava alcuni ambasciatori a ringraziare Apollo, che era la divinità che proteggeva i viaggi

(Apollo Archegete), con i quali i sacerdoti intrattenevano delle discussioni, da cui acquisivano varie

informazioni. Proprio per questo, Delfi, col tempo, acquisì un gran numero d’informazioni geografiche,

pertanto l’ecista, a partire dall’800 a.C. (dunque non nella primissima fase di colonizzazione), prima di

partire s’informava sui territori ancora non colonizzati, ottenendo, al riguardo, più notizie possibili. Il

fenomeno della seconda colonizzazione finisce verso il 600 a.C. Molte colonie siciliane a loro volta

promossero altre colonie, sia in Sicilia sia altrove.

Episodio della colonizzazione di Cirene. I racconti che abbiamo sono spesso adornati dal mito, perché

quando si fondava una nuova colonia, sia essa sia la madre patria, ne raccontavano gloriosamente la

nascita. Sotto il mito, però, vi erano delle dinamiche storiche (l’espulsione di una parte della popolazione, il

ruolo dell’ecista, etc.). La fondazione di Cirene è raccontata da Erodoto in un lunghissimo passo, in cui

riporta due versioni: 1) quella dei fondatori, cioè gli abitanti di Santorini; 2) quella dei cirenei stessi. I due

racconti sono simili, ma non sovrapponibili. Leggendo tra le righe, si possono anche scoprire i diversi

motivi/interessi che originano le differenze tra l’una e l’altra versione. Cirene è una delle colonie più

recenti, essendo stata fondata verso il 630 a.C. Quando una persona benestante si recava presso un

santuario, faceva un’offerta importante. Le delegazioni dei cittadini portavano cento buoi: un ecatombe.

[151] Sembra che l’iniziativa di promuovere la colonia sia di Apollo stesso, che invitava a fondare una

colonia in Libia, ma non sapevano dove fosse. Il problema è che nel 630 a.C. si sapeva perfettamente dove

fosse, perciò Costa fa notare che il racconto tende a retrodatare la fondazione di Cirene. [152] Per evitare

che l’isola di Platea venga occupata da altri, Corobio rimane presso l’isola, mentre gli altri rientrano in

patria per organizzare la spedizione vera e propria. La spedizione si doveva necessariamente fare, non solo

perché l’aveva ordinata Apollo, ma anche e soprattutto per le drastiche condizioni alimentari (Apollo aveva

mandato una siccità, durata ben sette anni). I cirenei danno più spazio a Batto. [154] Tipico della religione

greco-romana era il formalismo, per il resto non era necessario partecipare ai riti religiosi.

La fondazione di Pitecussa è avvenuta similmente al racconto di Erodoto. Essa fu la prima colonia greca in

Occidente e fu fondata dagli abitanti della città di Calcide, nell’isola di Eubea, intorno all’870 a.C., dunque

circa 240 anni prima di Cirene. La colonia fu fondata ad Ischia perché non si conosceva ancora l’indole degli

abitanti degli indigeni che occupavano la costa napoletana. Dunque, dapprima si occupa un’isola vicina alla

costa, poi si stabiliscono contatti con gli indigeni, per conoscerli e farsi conoscere, infine, dopo qualche

anno, si passa alla costa. Infatti, i calcidesi prima occuparono Pitecussa, poi fondarono una colonia in

Campania. Poco tempo dopo, i calcidesi promossero una seconda colonia, assieme agli abitanti dell’isola di

Naxos (Cicladi): la colonia era in Sicilia, Giardini-Naxos. Col passare del tempo, la promozione delle colonie

avviene ad opera delle stesse città, perché alcune di esse, in particolare quelle più attive nel movimento

coloniale, erano divenute più esperte di altre nel colonizzare. Per questa ragione, buona parte delle colonie

occidentali vennero promosse dalle stesse città (Calcide, Eretria, Corinto), magari erano in associazione con

altre. I Corinzi promossero la colonia più importante di tutte in Occidente, la più importante di tutta la

Magna Grecia: Siracusa, che sarebbe stata fondata nel 733 a.C. Naxos, invece, nel 734 a.C. Tra le due la data

più sicura è il 734 a.C. (Naxos), perché i siracusani non potevano negare che la prima fosse, appunto, Naxos.

Siccome però erano di Siracusa, essi tentarono di avvicinare il più possibile la fondazione della loro città a

quella di Naxos. Evidentemente c’erano ragioni così forti che non si poteva far precedere la fondazione di

Siracusa a quella di Naxos. L’unica cosa che si poteva fare era accorciare le distanze temporali tra le due

colonie. Si ricordi che gli antichi consideravano l’antichità un pregio, mentre dall’età moderna in poi si

tende a considerarla dozzinale, a vantaggio del progresso, della novità. Perciò era importante che la città

più gloriosa, Siracusa, fosse anche quanto più antica possibile, quasi al pari di Naxos. Una ulteriore causa

che portò alla fondazione di nuove colonie (emigrazione) è data dai disordini politici. Il caso più famoso è

quello della fondazione di Taranto, fondata dagli Spartani, all’interno del contesto delle due guerre

messeniche. Sparta non era attiva nel movimento coloniale. Gli Spartani fondarono solo la colonia di

Taranto, ma per una ragione particolare: fu fondata da Spartani mandati in esilio per motivazioni politiche.

Contemporaneamente alle colonie occidentali, si svilupparono anche colonie in Oriente, nella zona del Mar

Nero. La città più attiva nel movimento coloniale verso Oriente è Mileto.

Storia greca: lezione n. 8 (09-03-2017).

Le leggi delle nuove città erano fondate sul principio dell’isonomia, l’uguaglianza dei diritti tra i cittadini.

Coloro che hanno affrontato i rischi della navigazione, assai pericolosa, e dell’impresa in genere, venivano

premiati, se riuscivano a fondare una nuova città, con l’isonomia. L’atto più delicato che doveva fare l’ecista

era l’elaborazione di nuove leggi basate sull’isonomia. Sebbene alcuni legislatori siano noti tramite il mito,

dunque circonfusi da un’aurea leggendaria, tuttavia possiamo capire come scrissero le leggi e come

riuscirono a farle accettare. Il principio dell’isonomia non rimaneva per sempre, perché dopo pochi anni si

riproducevano le differenziazioni sociali: infatti, alcune colonie diventarono delle aristocrazie (ad esempio,

Siracusa), altre delle democrazie, altre ancora tirannidi.

Lettura scheda su Caronda di Catania e Zaleuco di Locri. Due antichi fondatori e legislatori di città. I coloni si

portavano alle spalle le differenziazioni sociali ed economiche della loro madre patria. Questo non è un

elemento trascurabile, perché il legislatore-colone doveva comunque lottare per imporre le nuove leggi,

quelle isonomiche, giacché alle spedizioni non partecipavano soltanto le persone povere, ma anche gli

aristocratici, che sentivano di essere diversi e più importanti rispetto agli altri. I legislatori, dunque,

dovevano cercare di rendere le loro leggi inattaccabili, cioè per evitare che la costituzione della città venisse

modificata in senso aristocratico. Un sistema escogitato a tal fine fu quello di fingere (raccontare) che le

leggi della città furono date da una divinità, pertanto il legislatore si presentava non come l’artefice delle

leggi, ma come un tramite. Nel caso di Sparta, ad esempio, Licurgo, il fondatore della costituzione spartana,

si presentava come un povero contadino a cui era apparsa la divinità, la quale gli dettò le leggi. Un altro

caso è quello dei legislatori che si presentavano come artefici delle leggi e tuttavia si ponevano per primi

come sottoposti ad esse. In alcuni casi, era previsto l’iter da seguire per la riforma legislativa, ma era

talmente complicato e pericoloso che scoraggiava qualsiasi proposta di modifica. Soprattutto all’inizio della

storia di quasi tutte le città della Magna Grecia, il numero di abitanti era assai esiguo (massimo cento

persone, perlopiù maschi). Poiché le donne non partecipavano alle spedizioni, era implicito che gli uomini si

sarebbero dovuti unire con le donne del posto. Ma questo non era semplice, perciò spesso le donne locali

venivano rapite; però, anche tale operazione, andava fatta con cautela, perché gli indigeni erano in netta

maggioranza. Le leggi erano molto severe perché dovevano tenere sotto controllo una situazione

pericolosa. [1] Aristotele, Politica: opera in cui si analizza il modo migliore per raggiungere la virtù nella

società. Alcuni legislatori stabilivano le leggi per la loro città, ma poi esse venivano adottate anche da altre

città, che condividevano la stessa madre patria: le leggi di Catania furono usate anche da altre città

calcidiche. [2] Zaleuco stabilì una legge per cui agli adulteri dovessero essere cavati due occhi; era una legge

molto dura, ma necessaria per mantenere l’ordine sociale, che già era precario ed instabile. Il figlio di

Zauleco commise adulterio, dunque sarebbe dovuto essere accecato. I cittadini di Locri offrirono a Zaleuco

di perdonare il figlio, ma il padre invitò a rispettare ugualmente la legge. Siccome però la legge non stabiliva

a chi dovessero essere cavati gli occhi, al figlio ne fu tolto uno solo, mentre l’altro fu tolto al padre, Zaleuco

appunto. La legge fu, dunque, fatta rispettare senza eccezioni. [4] Caronda avrebbe scritto delle leggi più

umane rispetto a quelle di Zaleuco, perché la sanzione non era più la morte, ma la condanna al disprezzo

pubblico (camminare per tre giorni in piazza vestito da donna). Le leggi potevano essere modificate, ma fin

quando erano in vigore, dovevano essere rispettate, anche se erronee o implicanti conseguenze impreviste.

Caronda stabilì una legge per cui non si poteva partecipare all’assemblea comune armati. Un giorno

accadde che poco prima dell’orario stabilito per l’assemblea, i nemici attaccano Catania, dunque Caronda e

gli altri cittadini li combattono e li respingono; poi, giunta l’ora dell’assemblea, vi partecipano. Ma Caronda

si dimentica di togliere le armi ed entra nell’assemblea armato. La legge non ammetteva eccezioni, dunque

fu ucciso; egli si sottopose volontariamente alla morte, perché la legge era ineccepibile. Un simile caso è

quello di Socrate, condannato ingiustamente a bere la cicuta. [3] I vincitori delle competizioni olimpiche

non ricevevano un premio in denaro, ma una corona d’alloro, di cui la corona di tamerici era una sorta di

parodia. In questo racconto ci sono molte cose inattendibili storicamente, ma viene rappresentata la figura

del legislatore perfetto, che da un lato è Zaleuco, severo, violento e determinato ad imporre la pace sociale,

dall’altro è Caronda, che reprime la malvagità e le scorrettezze attraverso la sanzione pubblica (la vergogna

pubblica) dei malvagi. Si tratta dunque dell’alternativa tra la violenza (Zaleuco) e la persuasione (Caronda)

per far rispettare le leggi, alternativa su cui si basa il dibattito, che percorre tutta la storia del

costituzionalismo greco, su quale dei due modi sia più adatto. [5] Problema giuridico: nel diritto greco tutti i

cittadini erano considerati magistrati, cioè avevano il potere di eseguire una sentenza di condanna (se un

tale viene condannato a morte e scappa, i cittadini avevano il diritto di ucciderlo). Inoltre, se veniva

commesso un reato, tutti potevano intervenire e trascinare il colpevole davanti al giudice. Oggi questo non

è possibile: bisogna chiamare i Carabinieri. Questo però dà luogo ad un problema: si poteva portare

qualcuno davanti al magistrato solo a partire dall’ultimo reato commesso, che nel caso del passo in

questione era il rapimento dello schiavo. Cosmopolis: letteralmente “colui che ordina la polis, la città”; il

supremo giudice della città. Zaleuco aveva previsto che se uno avesse contestato la decisione del giudice

con degli argomenti validi, il giudice poteva ammettere di essersi sbagliato; ma se non lo faceva, allora si

andava nell’assemblea dei mille (assemblea di tutti i cittadini), che costituiva un giudizio superiore, con un

cappio al collo (sia il giudice sia l’altro). Alla fine, uno dei due veniva impiccato: quello a cui i cittadini

davano torto. La proposta di modificare le leggi di Zaleuco veniva demandata all’assemblea cittadina: se

essa accetta, la modifica veniva approvata; altrimenti, il proponente veniva ucciso tramite impiccagione.

La nascita della polis. Nel Mediterraneo occidentale, pian piano, nascono le prime comunità, basate su leggi

isonomiche. Anche nella Grecia continentale le comunità continuavano ad espandersi. I nuovi stati

condividevano con quelli di età micenea la caratteristica di essere molto piccoli: erano piccole città

indipendenti tra di loro. Gli studiosi tedeschi di storia greca dell’Ottocento coniarono l’espressione “città-

stato”, perché ognuna di queste città era un piccolo stato a sé stante. Tuttavia, in Grecia esistevano molte

realtà non assimilabili alla città-stato: gli stati federali, la Macedonia (regno unitario), le aristocrazie della

Tessaglia, etc., ma la forma più comune era quella della città-stato. Il termine greco per “città-stato” è

“polis”, che tuttavia non indicava la città nel senso comunemente inteso. Noi pensiamo, dicendo la parola

“città”, all’aspetto geografico, ma per gli antichi “polis” non significava la città in senso urbanistico (aski (?):

indicava la parte elevata della città, hora (?): indica il territorio dominato dalla città al di fuori delle mura).

Polis indicava, invece, l’insieme dei cittadini, i quali erano tenuti insieme dalle leggi della città e dalla

protezione di una divinità (ad Atene era la dea Atena, appunto). Per questo, in greco non si legge “la città di

…”, ma “la città della popolazione dei/degli …” (ad esempio, “la città degli Ateniesi” in luogo di “la città di

Atene”). Col termine “polis” ci si riferisce anche all’insieme delle usanze, costumi e abitudini che

contraddistinguono la città.

Storia greca: lezione n. 10 (15-03-2017).

L’Attica costituisce uno dei territori che fa da cuscinetto tra la Grecia centrale e il Peloponneso. Al crollo

della civiltà micenea, l’Attica era stata al riparo dagli sconvolgimenti che avevano coinvolto soprattutto la

Grecia centrale e il Peloponneso. Dunque la popolazione Attica non aveva avuto bisogno di migrare da

qualche parte. C’era un mito, una credenza popolare, detto dell’autoctonia (l’essere sempre rimasti nella

propria terra) della gente dell’Attica. Quando gli abitanti dell’Attica, in seguito, dovettero parlare delle loro

origini, dicevano che a differenza degli altri popoli della Grecia, non erano venuti da altre parti, ma avevano

sempre abitato la stessa terra. Questa idea, col tempo, divenne una convinzione inattaccabile e molto

importante. In realtà, è probabile che anche il regno miceneo dell’Attica, che aveva sede sull’acropoli, sia

andato incontro ad una fine traumatica e che quindi anche gli abitanti dell’Attica abbiano subito tutti gli

inconvenienti che interessavano il resto della Grecia: sfaldamento dello Stato, faticosa ricostruzione, etc.

Una nuova ripresa della civiltà in Attica si ha intorno al X – IV secolo a.C. Anche in Attica le leggende, alcune

delle quali antichissime, esistevano sul fatto che ben presto si sarebbe costituita una monarchia, dopo il

crollo del mondo miceneo. A rimarcare il fatto che gli abitanti dell’Attica fossero autoctoni, c’era il fatto che

il primo Re dell’Attica, Cecrope, a cui vengono attribuite una serie di innovazioni, era raffigurato come un

essere metà uomo e metà serpente. L’antico tempio che sorgeva sull’acropoli fino alle guerre persiane, e

che fu distrutto durante la seconda, aveva un frontone in cui era raffigurato Cecrope, il Re-serpente. Il

serpente è l’animale più vicino alla terra, infatti striscia; dunque questo simbolizzava il fatto che gli Ateniesi

erano venuti dalla terra. Inoltre, in Attica veniva localizzato il mito di Deucalione e Pirra, analogo al mito del

diluvio universale biblico: Zeus, adirato dal comportamento degli uomini, causò un diluvio sterminatore, ma

scelse di salvare soltanto due persone, marito e moglie, Deucalione e Pirra, ai quali suggerì di costruire

un’arca. Quando le acque si ritirarono, Deucalione e Pirra avevano il compito di ripopolare la terra. Per far

prima, Zeus insegnò loro un metodo: dovevano prendere delle pietre e gettarle alle loro spalle. Fatto ciò,

poiché Zeus aveva fecondato la terra, dalle pietre lanciate da Deucalione nascevano gli uomini, da quelle di

Pirra le donne. In questo modo, fu possibile ripopolare la terra. Ecco il mito dell’autoctonia, a sottolineare il

fatto che gli abitanti dell’Attica provenissero dalla terra, nemmeno da una stirpe umana. Il mitico Re

Cecrope, nei racconti, veniva rappresentato come una sorta di civilizzatore dell’umanità. Dunque non

sarebbe stato soltanto il primo Re dell’Attica, ma pure il Re che fece passare il suo popolo dalla condizione

nomade alla condizione umana costruendo le città e costringe il popolo ad abitarvi. I Re successivi

dell’Attica, completarono l’opera di Cecrope, facendo progredire il popolo verso la civiltà. Cecrope

organizzò, inoltre, i primi sacrifici di animali agli dei. Insomma, vi era tutto un complesso di miti incentrato

sul fatto che in Attica si era compiuto il passaggio fondamentale dal nomadismo alla sedentarietà, cioè dalla

condizione ferina a quella civile. Al di là dei miti, storicamente, dello Stato attico primitivo, si sapeva che

probabilmente vi fu la monarchia agli inizi, ossia dopo la fine del mondo miceneo. Col tempo, però, secondo

i miti greci, dopo una serie di Re, la monarchia fu abolita e il posto del Re fu preso dapprima da una serie di

magistrati/guide/capi, gli arconti (eletti a vita), successivamente da arconti decennali, infine arconti

annuali. I cronografi antichi stabilirono che Cecrope governò per 50 anni. Creonte sarebbe stato il primo

arconte annuale (682 a.C.). Questi Re antichi regnavano sull’Attica, la quale era costituita prevalentemente

da pianure. In essa, già in età micenea, esistevano molti piccoli insediamenti che nel V secolo a.C. erano

poco più di cento: erano tanti piccoli villaggi; essi potevano essere piccoli (qualche centinaio di abitanti) o

grandi (due-tremila abitanti). Questi villaggi erano chiamati “demi”. La parola demo, in greco, ha molti

significati, ma sostanzialmente indica (il demo degli Ateniesi, degli Spartani, etc.) il (1) popolo nel suo

complesso oppure (2) villaggio o, ancora, (3) l’assemblea dei cittadini (ecclesia). Di alcuni demi abbiamo i

resti archeologici, di altri c’è l’attestazione o nelle fonti letterario o, soprattutto, nelle fonti epigrafiche.

Oggi siamo arrivati a contare circa centoventi demi attici. Di quasi tutti i demi sappiamo l’ubicazione,

sebbene di alcuni non si conosca il nome. Questi demi erano indipendenti l’un l’altro; ciò significa che

l’autorità del monarca non poteva dettare legge in tutto il territorio dell’Attica. Il territorio attico, dunque,

era frazionato urbanisticamente in tanti demi, ma lo era anche dal punto di vista politico. Secondo un

racconto leggendario più recente degli altri, l’Attica, ad un certo punto, fu unificata politicamente dal Re

Teseo, poiché prima d’allora ogni villaggio era indipendente. Egli abolì le assemblee locali e ne istituì una

sola ad Atene, che era il demo più grande. Inoltre, fece la stessa cosa con i tribunali.

1a tappa: Cecrope costrinse la popolazione, fino a quel momento nomade, ad inurbarsi, cioè vivere in città.

Questa tappa veniva chiamata sinecismo ed era di tipo geografico (prima le persone vivevano ognuno dove

voleva, ora vengono costrette ad abitare in città). 2a tappa: Teseo completa questa operazione dando vita

ad un sinecismo di tipo politico (unì le assemblee ed i tribunali concentrandoli ad Atene). Tra i tanti demi,

prese il sopravvento Atene. Sulla storia dell’Attica primitiva sappiamo, dai racconti, che ad un certo punto si

verificò un violento scontro tra Atene ed Eleusi. Ad Eleusi, in età remotissima, forse addirittura in epoca

micenea, era sorto un grande santuario dedicato a Demetra (mamma) e Core (o Kore; la figlia). Il mito è il

seguente: Ade, il dio dell’oltretomba, vide Core e se ne innamorò, la rapì e la portò nel suo regno. Demetra,

la mamma, sconvolta dal rapimento della figlia, girò tutta la Grecia in cerca di Core, fin quando, giunta ad

Eleusi, trovò il sindaco del paese che, avendo pietà di lei, la ospitò e la consolò. Lasciato Eleusi, Demetra,

per premiare tale signore, istituì dei riti misterici proprio ad Eleusi. Scoperto dov’era Core, trattò con Ade e

stabilirono questo patto: la figlia sarebbe dovuta vivere per sei mesi nell’oltretomba, con Ade, il marito; e

per altri sei mesi sulla terra. Questo mito eziologico spiegava anche l’alternanza delle stagioni: per sei mesi

la natura fiorisce, per altri sei mesi la terra diventa sterile. Demetra, infatti, era la dea dell’agricoltura.

Ancora in età classica, fino a tutta l’età romana, ad Eleusi si svolgevano dei riti misterici, cioè iniziatici. Le

persone che partecipavano a questi riti venivano introdotti ad una dottrina che riguardava l’essenza del

mondo e che era talmente segreto (non potevano parlarne con alcuno) che ancora oggi ne sappiamo poco.

Sappiamo soltanto che una volta all’anno ad Atene si svolgeva una processione fino ad Eleusi, in cui tutta la

città accompagnava le persone che si volevano iniziare, al santuario di Eleusi. I mystahi (coloro che

volevano essere introdotti ai segreti) stavano per tre giorni e tre notti in un tempio fin quando, al termine

di alcuni riti, ricevevano la rivelazione che, secondo alcuni autori cristiani, avrebbe a che fare con le spighe

di grano, quindi rimandava al rapporto tra l’uomo, la terra e gli dei. Resta però che non sappiamo

esattamente di cosa si trattasse. In età remota c’era stata una guerra tra Atene, che stava già diventando il

demo più importante, ed Eleusi, che pure era in espansione, grazie al santuario. Le storie raccontano che

Eleusi fu vinta dagli Ateniesi, però era stato consentito a due famiglie eleusine di continuare ad esercitare i

sacerdozi più importanti di Eleusi. Il sacerdote-capo e il portatore di fiaccola, le due figure più importanti,

furono lasciati agli eleusini e le due famiglie si tramandavano di padre in figlio la gestione di questo

sacerdozio. Dunque la guerra c’era stata, ma alla fine si era arrivato ad un accordo. Lo stato attico, in età

antichissima (IX – VIII) era costituito dal Re, il quale era affiancato dagli esponenti delle famiglie più in vista,

in particolare delle famiglie che c’erano già dall’origine, ossia nel momento in cui si costituirono i primi

demi (anche a Roma i patrizi, i patres, erano i discendenti delle famiglie che avevano fondato la città). Il

raggruppamento più importante nella vita quotidiana era la fratria, che era un’associazione informale e

privata tra fratelli per libera scelta (non di sangue). Sono gruppi di persone che si mettono insieme, si

associano, per vari scopi sociali comuni: religioso, ad esempio; oppure per aiutarsi nelle necessità della vita

(se ho bisogno di qualcosa, i fratores mi potevano aiutare); o, ancora, per assicurare una decorosa

sepoltura. Queste associazioni c’erano anche a Roma, ma c’erano anche nel Medioevo: le confraternite

della buona morte. Le fratrie, agli albori dello Stato, svolgevano anche la funzione di “anagrafe”: al

compimento dei tre anni di età, il bambino/a veniva fatto conoscere dal padre ai propri compagni di fratria,

perché quando il bambino arrivava ai diciotto anni e si presentava dinanzi l’assemblea cittadina per

chiedere di essere ammesso tra i cittadini, i fratores dovevano attestare di conoscere il padre del ragazzo e

che il giovane effettivamente fosse il figlio e avesse davvero diciotto anni, cioè l’età legale per acquisire la

cittadinanza. Ben presto, verso l’VIII secolo a.C., iniziarono a nascere anche altri raggruppamenti, frutto

della progressiva strutturazione dello stato antico: le tribù (phylai, in greco), costituite dall’aggregazione di

più famiglie (genos, famiglia; gene, famiglie), inizialmente nobili, aristocratiche.

Riassunto. Nello stato antichissimo ci sono due tipi di associazioni: (1) le fratrie, in cui possono esservi

persone normali più aristocratici oppure solo aristocratici (potevano essere di vario tipo, non c’era una

regola); (2) quattro tribù, ognuna delle quali era costituita dall’unione di più famiglie, che però erano solo

aristocratiche. Proprio per questo, inizialmente, tali tribù venivano dette gentilizie, cioè, appunto,

composte da nobili (gens, in latino, indicava le famiglie aristocratiche). Le tribù avevano anche dei nomi

altisonanti, proprio per sottolineare la loro composizione prestigiosa. Solo i membri delle famiglie iscritte a

queste quattro tribù potevano partecipare all’assemblea pubblica, in cui si prendevano le decisioni dello

Stato. Dunque, la gente normale non poteva partecipare all’assemblea, essendo riservata solo agli

aristocratici. Le tribù, perciò, avevano una funzione politica. In Grecia c’era un principio per cui a certi diritti

corrispondevano certi doveri: pertanto, solo gli iscritti alle tribù partecipavano alla guerra. Avevano il diritto

di scegliere se fare o meno la guerra, ma se decidevano di farla dovevano essere i primi schierati sul campo

di battaglia.

Lettura di un passo delle Storie di Tucidide. Tucidide fu il massimo storico greco. All’inizio della sua opera, vi

è un racconto circa la preistoria greca che prescindeva dal mito, ed era perciò basato soltanto su elementi

storici, archeologici, economici e sociologici. [3] Stefano di Bisanzio era un erudito e grammatico del VI

secolo d.C. che scrisse un’enciclopedia geografica in cui c’è una voce chiamata “asty”; questo si ricollega al

termine che indicava geograficamente la città: asty, appunto. Stefano di Bisanzio spiega, infatti, che asty,

nel linguaggio comune, indicava la polis, la città. Ma fa notare la differenza tra i due termini: asty designa il

sito di fondazione; polis anche i cittadini. Filocoro scrisse una storia dell’Attica. [4] Strabone era un geografo

dell’età di Cesare; egli pure cita Filocoro. «Cari»: popolazione mitica della Ionia; non sono mai esistiti, ma

assieme ai Pelasgi erano creduti esistenti. Dal demo Decelea fino a Cefisia conosciamo tutti i demi, ossia

attestati dall’antichità. Cecropia, Tetrapolis (Tetrapoli: quattro città, che sappiamo quali sono; Tetrapoli non

è il nome di un singolo demo – Strabone fa confusione -, ma il nome che indica un raggruppamento di

quattro demi), Tetrakomoi (komos: villaggio; secondo molti – e Costa approva – Tetrapoli e Tetrakomoi

sono la stessa cosa, perché si riferiscono alla stessa cosa: quattro città) , Epacria. Nell’elenco manca Atene,

ma è quella che viene chiamata Cecopria, la città di Cecrope, appunto. Nel IV secolo a.C. gli Egiziani

ritornarono al centro della scena politica del mondo. In Egitto nacque una nuova corrente storiografica

nazionalistica secondo la quale tutto il resto del mondo sarebbe stata una colonia egizia, per cui gli Ateniesi

non sarebbero stati autoctoni, ma una colonia Egizia. Gli Ateniesi vedevano mettersi in discussione uno dei

pilastri della loro identità: il fatto di aver sempre abitato quella terra e, pertanto, di non essere venuti da

nessun’altra parte. Infatti, nel Timeo di Platone gli Egizi provano che gli Ateniesi fossero una loro colonia

con la parola “città”, che si diceva nello stesso modo sia in egiziano sia in greco: asty, che sarebbe di

derivazione egizia, appunto. Filocoro però diceva che asty significa “mettersi assieme” ed indicava il

fenomeno greco del sinecismo. Pertanto, egli ribatteva alla pretesa egizia dicendo che asty era una parola

greca, giacché era composta di due termini greci e indicava il fenomeno del sinecismo, che era tipico del

mondo greco. [5] Giorgio Sincello fu uno scrittore egiziano. Sincello significa “segretario”, non è il cognome.

Egli scrisse un’opera di cronografia. «dalla duplice natura»: metà uomo metà serpente. Il razionalismo

successivo fece pensare che la duplice natura di Cecrope si dovesse alla sua corporatura oppure al fatto che

conoscesse due lingue: egiziano e greco. La civiltà consiste anche nel dare nomi alle divinità. Tra le altre

cose, Cecrope per primo avrebbe calcolato il numero dei suoi abitanti (primo censimento della

popolazione). Filocoro insiste per raccordare dei fatti che segnano l’inizio della civiltà a delle parole

fondamentali nella lingua attica: popolo, in attico, si dice “laos”, mentre pietra “laas”.

Gli arconti a vita sono sostanzialmente Re. I cronografi antichi dovevano riempire dei vuoti temporali; nelle

loro fonti comparivano dei nomi che non erano di Re, dunque pensarono che fossero, appunto, arconti a

vita. L’arconte-re (basileus) aveva la funzione di rivestire la statua della dea con un drappo in occasione

della grande processione pubblica che si svolgeva annualmente ad Atene. Nel mondo miceneo il vanax (Re),

tra le tante funzioni, mediava tra il cielo e la terra; questa funzione l’aveva avuta anche il Re, ma sparita tale

figura questo ruolo fu mantenuto dall’arconte-re, che appunto, essendo re continuava a svolgere questa

funzione religiosa. L’arconte polemarco è quello che guida l’esercito in guerra. L’arconte eponimo forse

inizialmente si occupava di cause giudiziarie, ma in seguito, man a mano che cresceva lo Stato, poiché una

persona sola non era più sufficiente a gestire tutte le cause giudiziarie, vennero istituiti altri sei arconti.

Questi sei arconti erano detti arconti tesmoteti. Ogni anno venivano eletti, solo tra gli iscritti alle tribù

(aristocratici), nove arconti a formare il collegio dei dieci arconti (il decimo posto era riservato alla dea).

Prima di entrare in carica, questi arconti giuravano stando su una pietra colossale (un monolito). Nessuno

sapeva come fosse finita nell’agorà, perciò si pensò che fosse stata deposta dagli dei in età antichissima.

Tale pietra è stata ritrovata ed è osservabile nel museo dell’agorà di Atene. Tutte le cariche pubbliche, in

Atene, rimasero cariche annuali e potevano essere reiterate solo dopo dieci anni. Il periodo dopo venne

abbreviato, ma rimaneva il fatto che non si poteva esercitare la carica consecutivamente per più di un

anno. Alla fine dell’anno di carica, i nove arconti eletti non tornavano ad essere dei semplici cittadini, ma

1

diventavano membri di una corte giudiziaria chiamata Areopago (significa “collina di Ares”; pagos: collina) ,

in cui si riuniva il tribunale dell’Areopago, composto, fino alla metà del V secolo a.C., da ex arconti, dunque

da aristocratici, l’élite politica di Atene. Il tribunale dell’Areopago, formalmente, era preposto a giudicare gli

omicidi volontari. Poiché i suoi membri erano tutte persone importanti, quando si riunivano, oltre ad

occuparsi delle cause per delitti volontari, si consultavano anche sulla direzione politica della città, pertanto

l’Areopago divenne il massimo organismo politico.

NOTE

1. È detto “collina di Ares” perché, secondo un mito, su quella collina fu giudicata una causa per omicidio

avvenuta tra gli dei. Ares, il dio della guerra, uccise il figlio di Poseidone perché gli voleva violentare la figlia.

Così, Poseidone citò in giudizio Ares e tra i due iniziò una disputa. Zeus instaurò una corte formata da dei

per giudicare l’omicidio volontario di Ares, che alla fine venne assolto e il suo nome rimase legato alla

collina su cui si svolse il processo. Zeus, accortosi della bontà legata alla risoluzione di un problema in tal

modo, donò agli uomini l’invenzione del tribunale.

Storia greca: lezione n. 11 (16-03-2017).

Breve digressione iniziale. A Pitecussa è stata ritrovata la Coppa di Nestore (Museo Archeologico Nazionale

di Napoli), una delle più antiche attestazioni di scrittura in greco. Nestore era il più anziano tra tutti i Re

greci che avevano partecipato alla guerra di Troia. Sulla Coppa vi è un’iscrizione che dice: «Questa è la

coppa di Nestore e chi la beve subito sarà catturato dal desiderio della dolce Afrodite» (desiderio amoroso).

Successivamente, la traduzione fu rivista: «La coppa di Nestore era piacevole da bersi, ma chi berrà da

questa subito lo prenderà il desiderio di Afrodite».

Aristotele disse che l’Areopago si occupava di tutte le questioni principali della città: la sua giurisdizione era

stata estesa a tutti i reati, non soltanto agli omicidi volontari. Si pensa, dunque, che l’Areopago si occupasse

di tutti i delitti e le condotte irregolari. Successivamente, tale potere venne ridimensionato, perché verso la

metà del V secolo a.C. vi fu una riforma che limitò nuovamente la sua portata ai soli delitti volontari.

Un’altra fetta di potere era appannaggio dei componenti delle famiglie aristocratiche partecipanti alle

quattro tribù gentilizie. Dello Stato Ateniese arcaico sappiamo anche che verso il 640 a.C. divenne arconte

eponimo un personaggio di cui sappiamo pochissimo: Draconte (o Dracone; “grande serpente”), il quale

avrebbe stabilito le prime leggi scritte; avrebbe dunque codificato la legislazione. La scrittura delle leggi è

fondamentale, perché, essendo scritta, tutti potevano confrontare il verdetto alla legge scritta. Le leggi di

Draconte erano molto dure, per questo si pensò, in seguito, che fossero scritte col sangue. Una legislazione

molto severa è necessaria, soprattutto in uno stato debole, come appunto gli stati greci arcaici: la severità

elimina le faide (contese tra famiglie), etc. Della legislazione di Draconte, in età storica, sopravvivevano

molti provvedimenti: alla fine del V secolo a.C., quando fu decisa una riforma generale della legislazione,

perché si erano accumulate le leggi e non si capiva più quali fossero in vigore, una commissione fu

incaricata di rivedere le leggi ed eliminare quelle contraddittorie, della legislazione di Draconte rimase solo

una legge: quella sull’omicidio involontario. Il testo di questa legge è noto ed è presente nelle dispense date

da Costa.

Lettura. Se un uomo uccide un altro senza intenzione, la pena per l’omicidio involontario è l’esilio. I Re (gli

arconti basilei) devono valutare se il caso in questione è un omicidio realmente involontario o meno;

devono anche valutare, nel caso in cui l’omicidio sia volontario, se l’omicida ha ucciso per sua intenzione o

dietro mandato di qualcuno. Se l’omicidio era involontario, si chiedeva ai parenti stretti (genitori, fratelli,

figli) della vittima se volessero perdonare l’assassino: se non lo perdonano, l’omicida andava in esilio;

altrimenti, la questione finiva lì. Ma se la vittima non aveva genitori, fratelli o figli, si chiedeva ai suoi

parenti fino al cugino di primo grado e tutti dovevano essere d’accordo; bastava un solo disaccordo per

causare l’esilio dell’omicida. Se, infine, la vittima non aveva neppure parenti, allora si interrogavano i

membri della fratria, i quali sceglievano dieci persone che dovevano stabilire se perdonare o meno. Anche

in questo caso, serviva il consenso di tutti. Questa norma è, apparentemente, punitiva verso l’assassino

involontario, perché è difficile che si raggiunga l’unanimità (c’era sempre qualche rancoroso che non era

d’accordo), però era una garanzia per l’omicida, poiché se questi fosse stato perdonato, nessuno si sarebbe

potuto più vendicare su di lui; e chi lo avesse fatto, sarebbe stato perciò stesso giudicato come assassino

volontario (insomma, non erano ammessi ripensamenti). Questa norma, dunque, va a favore dell’assassino

perché una volta che fosse stato perdonato, sarebbe potuto rimanere senza rischi nella comunità. Se però

qualcuno non fosse stato d’accordo, all’assassino conveniva andare in esilio, perché rimanendo nella città si

sarebbe esposto al rischio della vendetta. Dell’età di Draconte e degli anni successivi sappiamo che in

Attica, pian piano, la proprietà terriera, inizialmente molto frazionata, furono acquisite dagli aristocratici.

Perciò, l’Attica col tempo divenne meno frazionata: gli aristocratici iniziarono a raccogliere le terre dei

piccoli contadini – a volte pagandole, altre come compenso per prestiti che i contadini non avevano

ripagato. Queste terre erano molto piccole; servivano per ricavare l’indispensabile per vivere. I contadini

s’indebitavano perché magari un anno il raccolto non gli andava bene, così non avevano soldi per comprare

le sementi e si facevano prestare il denaro dagli aristocratici, i quali potevano rifarsi sul terreno, qualora il

contadino non avesse estinto il debito. Gli aristocratici, col tempo, avevano messo insieme dei piccoli

latifondi; sempre meno contadini avevano potuto mantenere il possesso dei suoi terreni. I contadini, una

volta che avevano rinunciato al loro pezzo di terra, non avendo altro da vendere, vendevano la propria

libertà; se il contadino non riusciva a restituire il debito, diventava schiavo del suo creditore, cioè degli

aristocratici. Nuove modalità di combattimento: doveva partecipare l’intera popolazione maschile, mentre

prima erano solo gli aristocratici che combattevano contro altri aristocratici; poi, però, pian piano iniziarono

a coinvolgere negli scontri anche i contadini o i nullatenenti. I poveri, che non possedevano più niente,

rischiavano di diventare schiavi dei loro creditori; contemporaneamente, non erano esentati dalle guerre.

Così, ad un certo punto, scoppiò una ribellione: i non-aristocratici rifiutarono le oppressioni degli

aristocratici. In Attica, soprattutto sulla zona costiera, si era sviluppato una piccola industria artigianale ed

era ricominciato il commercio marittimo. Vi era quindi una anche una parte della popolazione che non

viveva di agricoltura, ma era comunque sotto il potere degli aristocratici, che erano sempre in minor

numero rispetto alla popolazione. In un certo punto, gli scontri tra popolo e aristocratici divennero così

violenti che si decise di nominare un arbitro per decidere cosa fare, nel 594 a.C. L’arbitro era un arconte

eponimo, ma in quell’anno vi fu una novità: invece del collegio dei nove arconti, se ne scelse uno solo (un

solo arconte straordinario: arconte diallaktes; diallaso: separare): Solone (oggi sinonimo di “sapiente”). Egli

dovette prendere in mano la situazione e cambiare le leggi. Doveva introdurre una nuova legislazione

adatta sia agli aristoi sia al popolo; compito difficile. Si deve barcamenare: deve dare un po’ agli uni un po’

agli altri. Solone passò alla storia, anche secondo gli antichi, per essere il primo ad aver dato ragione al

popolo, quantunque non totalmente. Egli era di lignaggio aristocratico, sebbene Aristotele dicesse che

fosse di classe media. Anzitutto, abolì la possibilità di contrarre prestiti dando la propria libertà in cambio:

abolì, cioè, la schiavitù. Non sappiamo se gli schiavi che già erano tali vennero liberati; probabilmente no.

Solone è il primo di cui conosciamo le intenzioni per sua diretta testimonianza; fu anche poeta e parlò della

sua legislazione in alcune poesie. Secondo provvedimento di Solone: cancellazione di tutti i debiti in corso

(cominciò ad urtare gli aristocratici). Iniziarono a circolare voci, sulla cui consistenza ancora si discute tra gli

studiosi, secondo cui Solone abbia preavvertito i suoi amici delle decisioni che stava per prendere e questi

avevano contratto debiti sapendo in anticipo che non avrebbero dovuto estinguerli. Queste misure, come

dice Solone stesso, furono chiamate “seisàchtheia” (seis: svellere; acthos: peso; “tirar via i pesi”). In questa

età non c’erano notai, perciò un aristocratico che voleva comprare un terreno, per sapere se esso fosse già

stato dato in garanzia ad un’altra persona, ci si metteva un cippo con un’iscrizione. Quando Solone abolì la

cancellazione di tutti i debiti in corso, tutti i terreni ipotecati ritornarono ad essere liberi. Perciò furono tolti

dai terreni tutti i cippi, i quali, appunto, indicavano l’ipoteca. Terzo provvedimento: cambio delle unità di

misura. Prima i prestiti erano in natura, non in denaro. Solone intervenne anche sulla costituzione,

riformando le tribù.

Storia greca (22-03-2017)

Solone, nel 594 a.C., venne eletto arconte separatore per fare da arbitro tra il demo e agli aristocratici di

Atene, in lotta reciproca per il problema dell’indebitamento. L’arbitro doveva essere un aristocratico,

perché solo gli aristocratici avevano la cultura necessaria per risolvere il problema, e anche perché gli altri

aristocratici non avrebbero accettato un giudizio che venisse da uno inferiore. Costituzione, in greco, si dice

“politeia”, che anticamente aveva un’accezione diversa da quella corrente. Oggi s’intende la legge

fondamentale dello stato, quella da cui discendono tutte le leggi particolari; è un testo che raccoglie i

principi fondativi dello Stato. Nell’Antichità per costituzione s’intende qualcosa di più vago: l’insieme delle

leggi della città e delle istituzioni; la costituzione non era superiore rispetto alle altre leggi. Non esisteva un

testo costituzionale. La riforma costituzionale è fondamentale nella riforma di Solone. Nell’Atene arcaica

(primitiva) esistevano quattro tribù gentilizie, alle quali non poteva partecipare il popolo. Solone cambiò

questo sistema: sostituì alle quattro tribù altre quattro tribù, che però erano composte diversamente: in

esse, infatti, furono inseriti anche gli Ateniesi (solo i cittadini maschi) che non appartenevano alle famiglie

aristocratiche. Le quattro nuove tribù erano diverse tra di loro: erano ordinate gerarchicamente. La più

importante di esse si chiamava “pentakosiomedimnoi” (pentakosio: cinquecento; medimno: unità di misura

per i prodotti terreni); in questa tribù venivano ammessi solo i cittadini che avessero un reddito di almeno

cinquecento medimni di cereali. La seconda tribù era “hippeis” (cavalieri). Sebbene Atene fosse una

potenza principalmente marittima, in età classica ancora era dotata di un contingente di cavalieri, circa

mille. I cavalieri erano quelli che guadagnavano tra i trecento ed i cinquecento medimni. SI chiamavano

cavalieri perché mentre i pentakosiomedimnoi combattevano tra gli opliti, i cavalieri combattevano a

cavallo. Possedere un cavallo era un lusso; pochi potevano permetterselo. Possedere un’armatura integrale

era ancora più costoso. La terza tribù era quella degli “zeugiti” (zeuros: giogo), coloro che potevano

permettersi almeno un paio di buoi; in realtà sono coloro che guadagnano tra i duecento e i trecento

medimni. L’ultima tribù era quella dei “teti”, coloro che a servizio dello Stato potevano mettere solo se

stessi; guadagnavano da zero a duecento medimni di cereali. Costoro erano esclusi dalla guerra, ma in

assemblea non contavano nulla, sebbene potessero parteciparvi, essendo la parte più misera della

popolazione. Il popolo fu ammesso, per la prima volta, alla cittadinanza: tutti gli abitanti dell’Attica

potevano essere cittadini, posto che fossero liberi. Solone dovette muoversi con scaltrezza per accogliere le

richieste popolari senza scontentare gli aristocratici: doveva trovare il giusto mezzo tra i due. Dalla riforma

di Solone, gli aristocratici ci guadagnarono perché fu evitata la rivolta del popolo (più numeroso) contro gli

aristoi. Inoltre, Solone non ascoltò la richiesta più radicale del popolo: la redistribuzione della terra. Il

popolo voleva, cioè, che le terre degli aristocratici fossero redistribuite in parti uguali a tutti. La richiesta in

questione riaffiorò periodicamente nella storia greca, ma fu sempre vista come pericolosa, perciò

raramente fu accolta. In campo costituzionale (la riforma delle tribù), Solone favorì gli aristocratici perché i

requisiti di ricchezza per accedere alle tribù più importanti – le prime due – erano sempre di tipo agricolo. I

più ricchi corrispondevano a coloro che fossero più ricchi in termini di reddito agricolo. In questo modo, gli

aristocratici avevano un posto di rilievo nelle tribù, perché potevano appartenere o alla prima o alla

seconda tribù. La riforma di Solone è importante perché in seguito, a partire dalla fine del V secolo, col

fallimento del regime democratico, si ritornò alla democrazia moderata, visto che la democrazia del V

secolo portò alla catastrofe della guerra del Peloponneso. La democrazia vista come modello di riferimento

cui tornare era, appunto, quella di Solone e Clistene, grazie alle quali Atene divenne grande. I possidenti

dichiaravano come regime preferibile quello di Solone, giudicato un sistema equo, perché il popolo

comandava, ma non arbitrava tutto; le classi superiori guidavano la città. Al termine dell’anno di carica,

Solone cominciò ad essere fortemente attaccato dagli aristocratici, che pretendevano una riforma della

riforma. Con Solone è la prima volta che abbiamo la diretta testimonianza di ciò che fece.

Lettura. L’elegia dell’eunomia (“buon governo”): Solone parla di se stesso e della sua riforma. Il simposio

era uno dei momenti tipici della vita aristocratica. Era una festa in cui si beveva insieme e si discuteva di

argomenti filosofici, politici, erotici (relativi all’amore), etc. Il simposio era regolato da precise leggi: si

doveva bere in maniera controllata; il vino era molto diluito nell’acqua: dieci parti di acqua ed una di vino,

perché il vino serviva per entrare in contatto con Dioniso, che dava, ai bevitori di vino, la giusta ubriachezza

per liberarsi dalle preoccupazioni giornaliere e accedere ad una condizione superiore. Tutto questo, però,

deve avvenire lentamente. Nel simposio non si mangiava (i Greci facevano un pasto al giorno: il pranzo), ma

si beveva soltanto, ragionando di argomenti elevati finché non si era vinti dal sonno o dall’ubriachezza. Per

Solone i nuovi aristocratici pensavano soltanto ai soldi, non si curavano più dei simposi. Secondo la

leggenda, Solone, l’anno successivo al suo arcontato, avrebbe abbandonato la città per non essere

costretto a cambiare la sua riforma. Si dice che andò in esilio volontariamente (accolto dappertutto come

un sapiente, come colui che aveva ristabilito la pace in Atene), ma verso il 565 a.C. giunse di nuovo in

Atene. Lo sappiamo perché in quell’anno emerse Pisistrato. Nei trent’anni in cui Solone fu fuori di Atene, gli

aristocratici lottavano per mantenere la loro posizione, che veniva resa sempre più marginale. Il demo capì

progressivamente la sua forza; ma al suo interno ancora non era emerso un capo che potesse dirigere la

nuova rivendicazione dei diritti. Tale persona sarà un aristocratico: Pisistrato, che, grazie all’appoggio del

popolo, si farà tiranno. Nell’età arcaica (prima del V secolo) per “tiranno” non s’intendeva una persona

dispotica e violenta, ma una persona che esercitava tutto il potere, senza però essere stato eletto. Non

aveva, cioè, raggiunto il potere per via legale (con l’elezione): del potere s’era impossessato

personalmente. Nel VI secolo a.C., in Grecia, iniziarono ad apparire diversi tiranni, l’aristocrazia entrò in crisi

e il popolo rivendicava sempre più cose, pur non essendo mosso da persone colte e ambiziose che

potessero guidarlo. Così, capitava spesso che un aristocratico ambizioso, che non voleva più essere come gli

altri aristoi, prendesse il potere con l’appoggio del popolo, per poi svolgere una politica popolare, cioè,

appunto, a favore del popolo. Per questo, i tiranni arcaici, nelle età successive, vennero ricordati

positivamente. L’accezione negativa del termine tiranno nascerà a partire dalla fine del V secolo a.C., a

causa di alcuni tiranni siciliani, violenti e spietati.

Le origini di Sparta. Crollata la civiltà micenea, verso il 1000 a.C. entrano in Grecia nuove popolazioni – i

Dori -, di stirpe indoeuropea, parlanti il greco arcaico. Esse portano con sé una novità tecnologica: la

capacità di lavorare il ferro. Si stanziarono nella Grecia settentrionale, ma poi scesero fino al Peloponneso,

occupandolo quasi tutto. Non si trattava di un’invasione copiosa, ma una lenta penetrazione di gruppi che

approfittarono del crollo dello stato. In molte zone della Grecia non c’era più nessuno, così furono occupate

da queste popolazioni secondo il principio dell’avanti c’è posto. L’estremo lembo meridionale del

Peloponneso è la Laconia, dove s’insediarono gruppi che inizialmente diedero vita ad insediamenti isolati,

poi, per sinecismo politico, nascerà Sparta. In età storica, Sparta era una città che si governava

peculiarmente, in modo unico: era una diarchia, cioè governata da due re, non uno; questi re erano assistiti

da un collegio di aristocratici, la gerousia. In questo sistema diarchico c’era anche un’assemblea cittadina,

simile a quella Ateniese (ecclesia), chiamata apella. Infine, esisteva un collegio di sovrintendenti (episcopoi:

“coloro che osservano dall’alto”, “controllori”), eletto annualmente, che aveva il compito di assicurare che

nessuno dei due re tentasse di uccidere l’altro per governare da solo e, in genere, di mantenere il sistema

immutato. A Sparta c’era un particolare stile di vita, che era unico nel panorama greco: i cittadini erano

pochissimi (qualche centinaia), vivevano in comune fin da piccoli, erano costretti a pranzare in comune,

possedevano tutta la terra, la lavoravano tramite gli schiavi, così da essere liberi di dedicarsi alle armi e di

specializzarsi in tale mestiere, proprio come i vecchi aristoi. Ma se non erano bravi negli affari e non

riuscivano a trarre un congruo profitto dai loro possedimenti terrieri, perdevano la cittadinanza di spartiati.

La vita degli Spartiati era durissima, in quanto sottoposta ad una rigida disciplina. Plutarco scrisse un’opera

intitolata “Apoftegmi Spartani”, perché a Sparta vigeva il principio per cui nelle trattative, soprattutto con

gli stranieri, bisognava esprimersi brevemente, concisamente, laconicamente. Nella sua opera, Plutarco

inserì una serie di detti caratterizzati, appunto, dalla brevità e dall’efficacia. Lo stile di vita spartano non fu

sempre in vigore, perché è esistita una fase, la più antica (VII a.C.), in cui Sparta era una città come le altre:

aveva una sua produzione poetica, si faceva musica, arte in genere, etc. Ad un certo punto, però, accadde

qualcosa che trasformò la politeia (costituzione) della città: l’occupazione dei Dori diede vita ad alcuni

villaggi, quattro dei quali si unirono in una federazione, dando vita dapprima a due sinecismi separati, che

in seguito si fusero in uno, dando luogo a Sparta e alla diarchia. I primi due sinecismi (due o più citta si

uniscono; o in forma fisica o in forma costituzionale), infatti, avevano due re distinti che, una volta unificati i

due sinecismi, furono mantenuti. Per questo, in età storica, si continuò a scegliere i due re sempre

all’interno delle stesse due famiglie: gli Agiadi e gli Euripontidi, che era un po’ meno prestigiosa della prima.

Dal punto di vista urbanistico, malgrado l’unificazione, i villaggi continuarono ad essere indipendenti. Il

centro comune, in cui si svolgeva l’assemblea, era Sparta, che però non era una città con le mura, ma il

punto in cui si trovavano alcuni templi, edifici pubblichi, etc., tuttavia gli Spartiati vivevano in luoghi

indipendenti, talvolta messi insieme in un piccolo insediamento. La Laconia è un territorio molto piccolo e

confina con dei vicini potenti. Quando s’insediarono in questa regione, i Dori dovevano far i conti a Nord-

Ovest con gli abitanti di una regione molto più grande, la Messenia; a Nord-Est con gli abitanti di una città

fortissima in età micenea e che stava tornando ad essere forte: Argo (di cui Agamennone era Re, come pure

di Micene). I primi Spartiati si resero conto della necessità, per vivere in sicurezza, di guardarsi dai Messeni,

così tra l’VIII e il VII-VI secolo a.C. scoppiarono una serie di guerre tra gli Spartiati ed i vicini. Arrivati in

Laconia, gli Spartiati sottomisero, rendendoli schiavi, i pochi abitanti che già esistevano in tale regione. Non

sappiamo quanto sia durata questa guerra, ma sappiamo che al termine gli sconfitti vennero fatti schiavi

(iloti), senza alcun diritto, che potevano anche essere uccisi liberamente dai loro padroni. La krypteia era

una pratica antica, in vigore fino al IV secolo a.C., che prevedeva che il ragazzo spartano, per essere

ammesso tra gli adulti, dovesse essere sottoposto ad una prova: uccidere un’ilota. Tale uccisione era il rito

di passaggio alla condizione adulta, ma aveva anche una funzione politica, perché serviva ad eliminare

periodicamente gli iloti ribelli. Dopo la guerra contro gli iloti, gli Spartiati fecero una guerra ancora più

sanguinosa contro la Messenia, perché il territorio della Laconia era troppo piccolo, perciò si cercò un

territorio in cui espandersi. Tra l’VIII e il VII secolo a.C. (date ipotetiche) vennero combattute le prime due

guerre messeniche (contro la Messenia, appunto): la prima venne vinta dagli Spartiati, ma a caro prezzo: i

Messeni accettarono la subordinazione a Sparta, ma non erano ridotti in schiavitù. La prima guerra costò

talmente tanto a Sparta che, in quanto fortemente danneggiata, furono sconfitti da Argo. Riusciti a

riprendersi, gli Spartiati respinsero gli abitanti di Argo, per poi riattaccare nuovamente i Messeni: la

seconda guerra durò moltissimi anni. Secondo una tradizione, gli Spartani rischiarono di perdere questa

seconda guerra, perciò chiesero aiuto ad Atene, che mandò in loro soccorso un poeta: Tirteo, che li avrebbe

incitati al coraggio e alla guerra, facendo rovesciare le sorti della guerra. Al termine della guerra, la

Messenia fu occupata e i suoi abitanti, pur conservando alcuni diritti, furono costretti a cedere la loro terra

a Sparta. Malgrado il trionfo di Sparta, la situazione demografica non era cambiata: gli Spartiati

continuavano ad essere in minor numero rispetto ai messeni. Perciò, per continuare a tenere sotto

controllo gli iloti ed i messeni, era necessario che gli Spartiati si specializzassero nelle armi per avere il

dominio militare sugli altri. Da ciò nasce il sistema di vita spartano, per cui i cittadini spartani dovevano

dedicarsi interamente alle armi. Questa riforma, in forza della quale si abbandonavano le vecchie forme di

vita, viene chiamata rhetra di Licurgo, il responso dato dalla dea Atena a Licurgo, un riformatore che non si

prese il merito della riforma (la trasformazione della società in senso militare), ma l’attribuisce ad Atena,

che gli sarebbe apparsa e gli avrebbe dettato le nuove leggi della città, che lui avrebbe poi comunicato.

Lettura. [1] Eforo, storico dell’Asia minore. Dice che inizialmente c’erano gli Spartani e i Perieci (“coloro che

hanno le case attorno”, i popoli confinanti), che sarebbero i Messeni di età storica. Secondo questa

testimonianza, è il contrario di quanto detto da Costa: prima vengono sottomessi i Messeni, poi gli Iloti, gli

abitanti di Helos. In età classica (V a.C.), i cittadini Spartani erano così pochi che quando si verificò un

terremoto nel 464 a.C., in Laconia, la maggior parte di loro morì sepolta nelle proprie case. Morirono circa

tre-quattrocento Spartani. A causa di tali morti, Sparta rischiò di essere travolta dalle insurrezioni degli Iloti

e dei Messeni. Ciò significa che anche nel pieno dello sviluppo di Sparta, i cittadini spartani erano al più

cinque-seicento. Per questo si sviluppò la società militarizzata: per mantenersi potenti, era necessario

dedicarsi alle armi per tutta la vita. [3] Isocrate, retore del IV secolo a.C. Secondo lui, prima viene

sottomessa la Messenia, poi gli Iloti. Il fatto che non si sappia con precisione quale sia il popolo ad essere

sottomesso per primo, indica la povertà di notizie sulla Sparta arcaica. Malgrado ciò, tutti concordavano, fin

dall’Antichità, sull’importanza della seconda guerra messenica, che durò tantissimo. Secondo la tradizione,

gli abitanti di Sparta erano tutti impegnati in Messenia, così le donne, ad un certo punto, si trovarono in

difficoltà, perché non avrebbero potuto portare alla luce i figli della nuova generazione. Quando gli Spartani

partirono per la guerra in Messenia, giurarono ad Atena di non tornare prima di aver sottomesso la regione.

Ma il tempo passò, loro non potevano tornare, i figli non potevano essere portati al mondo, così si decise

che gli Iloti, gli schiavi rimasti in patria, furono autorizzati ad accoppiarsi con le donne spartane, con la

promessa che i figli di queste unioni avrebbero avuto pieni diritti di cittadinanza. Ma, dopo questo

provvedimento, la guerra in Messenia finì e gli Spartani rientrarono in patria. Nacquero dunque prima i figli

degli Iloti, poi i figli degli Spartani. I secondi rimproveravano sempre ai primi la loro origine impura, tanto

che furono chiamati “partenoi”, cioè i figli delle vergini, a sottolineare la nullità dei loro padri. Stancatisi di

essere trattati in tal modo, raggiunta la maggiore età organizzarono un colpo di stato, guidato da Falanto, in

seguito l’ecista di Taranto, che però fallì. Gli Spartani non uccisero i rivoltosi, ma diedero loro la libertà di

andarsene per fondare una nuova colonia: Sparta. Questo per dire che nelle varie tradizioni è sempre la

seconda guerra messenica a segnare il punto di svolta.

Storia greca (23-03-2017).

Il combattimento oplitico. Gli opliti erano i soldati di fanteria, pesantemente armata. A partire dalla fine del

VII secolo a.C. fino ad Alessandro Magno, in Grecia la guerra si combatté sempre nello stesso modo, cioè

secondo un sistema definito “ricoalizzato”, ossia secondo delle regole che sono più o meno sempre le

stesse. Alessandro introdusse dei cambiamenti nel sistema bellico, perché egli combatté negli ampli spazi

dell’Asia. Le condizioni geografiche della Grecia, però, imponevano la necessità di combattere in un modo

diverso. Il combattimento oplitico rimarrà in uso anche presso i Romani, fino alla seconda guerra punica,

fino cioè ad Annibale, con cui cambierà tutto. Siccome i Romani erano affezionati al sistema bellico greco,

Annibale gli sembrò scorretto quanto alle modalità di combattimento. Da questo nacque l’idea, arrivata

fino ai giorni nostri, secondo cui gli orientali sono perlopiù imbroglioni, scorretti. Questo pregiudizio,

secondo alcuni studiosi, nacque dal fatto che Annibale combatté slealmente. In età arcaica vi era l’esigenza

di non spendere troppo tempo nella guerra, che doveva essere, appunto, rapida, di pochi giorni. Questo

perché gli eserciti greci erano composti di agricoltori, dunque non era fatto di professionisti. Le grandi

battaglie greche si svolgevano tra giugno e agosto, che erano i mesi in cui i contadini dovevano lavorare i

campi, perciò la guerra doveva non distogliere per troppo tempo gli uomini dalle loro attività, altrimenti il

danno sarebbe grave anche per il vincitore. Le regole del sistema bellico greco erano: 1) alla fine della

battaglia si doveva arrivare ad una chiara risoluzione (ci deve essere un vincitore ed un perdente). Per

questo, l’ultimo atto della battaglia consisteva nell’innalzamento del trofeo. Gli scontri erano brevi (una

giornata al massimo, oppure poche ore) ed erano combattuti perlopiù tra grossi gruppi di soldati di fanteria

pesante. I fanti erano detti “oplitai”, cioè “coloro che indossano le armi”; generalmente, l’abbigliamento di

un oplita era costituito in questo modo: l’elmo di età tardo-arcaica e classica somiglia ad un casco integrale;

lasciava un piccolo spazio per gli occhi, che permetteva soltanto di vedere davanti. Aveva una feritoia per

respirare. All’interno dell’elmo c’era un’imbottitura di cuoio che impediva che il metallo sfregasse contro la

pelle. Gli Spartani usavano portare i capelli lunghi (fino alle spalle), perché – a detta di alcuni - in questo

modo erano costretti a combattere sempre di fronte, senza avere la tentazione di fuggire; in tal caso,

infatti, il nemico avrebbe potuto acchiappare lo spartano per i capelli ed ucciderlo. Ma in realtà – nota

Costa – il motivo non era questo: i capelli lunghi venivano portati per arrotolarli sulla testa prima di mettere

l’elmo, funzionando da ulteriore imbottitura, il che era utile per riparare dai colpi del nemico. Un elmo

poteva pesare dai 12 ai 23 kg. La media della statura dell’età classica (V – IV a.C.) era di 150-55 cm. L’elmo

non permetteva di vedere di lato, ma solo di fronte; inoltre, non faceva sentire alcun suono (isolamento

acustico). Il corpetto era un pettorale, due piastre di bronzo con imbottiture interne (avanti e dietro). Nel IV

secolo a.C. un generale Ateniese, Ificrate, inventò un corpo di spedizione veloce, i quali portavano al posto

di queste due piastre di bronzo, un corpetto di lana. Le piastre arrivavano fin poco sotto l’ombelico. Esse

pesavano intorno ai 40 kg. Indossare l’armatura da soli era impossibile, per questo gli opliti venivano aiutati

dagli schiavi a vestirsi e svestirsi. Poiché l’armatura era assai pesante, in guerra si cercava di far cadere il

nemico. Gli schinieri coprivano il ginocchio fino alla caviglia. C’era poi lo scudo, che copriva dalla spalla fino

a terra; era concavo e in fondo aveva una punta di bronzo, che serviva per conficcarlo nel terreno. Lo scudo

era di bronzo, con intelaiatura di legno, oppure totalmente in bronzo. Lo scudo s’indossava solo con il

braccio sinistro. La spada (xiphos) era tagliente su entrambi i lati ed era a punta. Infine, l’oplita aveva

un’asta (o lancia, che però non veniva lanciata), che veniva protesa in avanti. Nel corso del tempo, queste

armi si evolsero. Un esempio è la riforma dell’armamento di Gaio Mario, che introdusse il gladium latino.

Gli eserciti, quando decidevano di fare la guerra, si davano appuntamento in un determinato posto. Fino

alla fine del IV secolo a.C., era raro l’attacco a guerriglia, tipico invece di Annibale. Le guerre si svolgevano

tra eserciti che si davano appuntamento in un certo terreno. Il campo di battaglia doveva essere adatto ad

entrambi gli eserciti. Doveva essere prevalentemente pianeggiante e privo di ostacoli (alberi, cespugli, fossi,

etc.). Giunto il momento della guerra, gli eserciti si tenevano ad una distanza di minimo cento metri, fino a

massimo un kilometro. In genere era tra i trecento e i quattrocento metri. Quindi si schieravano su fila poco

profonde, in genere cinque. La funzione dei generali (comandanti) era di decidere quando e dove

combattere ed incoraggiare l’esercito. Fatto ciò, il loro compito era finito. Essi si schieravano al centro della

prima fila, il punto più pericoloso, perché dovevano dare l’esempio. Il comandante, in quanto tale, è il

primo che doveva subire le conseguenze delle sue decisioni. Questo principio valse fino a Napoleone, il

quale si metteva in una situazione elevata, fuori del conflitto vero e proprio. Secondo una statistica, circa

l’85% dei generali morivano in battaglia. Gli uomini indossavano l’armatura al massimo mezz’ora prima

dell’inizio del conflitto, perché le battaglie si facevano d’estate: le alte temperature avrebbero fatto

riscaldare l’armatura, causando la morte del soldato per disidratazione o per le ustioni. Prima dell’inizio

dello scontro, i soldati bevevano molto vino puro per stordirsi. Le fila erano molto strette. Iniziato il

combattimento, la cosa più importante era mantenere l’ordine, la compattezza della fila. Siccome la paura

in guerra era molta, anche a causa delle terribili ferite, i generali, tendenzialmente, disponeva al fianco di

ciascun uomo i suoi parenti, per non abbandonare i quali, il soldato continuava a combattere. Negli eserciti

greci, si dice che gli uomini più coraggiosi venivano messi nella prima e nell’ultima fila. Quelli dell’ultima fila

avevano lo scopo di spingere avanti gli uomini che stavano in mezzo, che erano i più timorosi. Iniziato lo

scontro, si lanciava un urlo rituale per far capire a tutti che la guerra era iniziata. A questo punto s’iniziava

ad avanzare verso il nemico, vieppiù veloce. I problemi legati alle grandi distanze tra i due schieramenti

erano due: 1) causa stanchezza fisica; 2) è difficile mantenere l’ordine delle fila. I due schieramenti si

scontravano reciprocamente. Le aste avevano lo scopo di infliggere qualche ferita a distanza ravvicinata (1

metro circa) nelle parti scoperte. Esse dovevano essere fragili, perché dopo essere stata conficcata nel

nemico, doveva essere abbandonata per prendere la spada. Molti uomini morivano eviscerati o per il

tetano. Rotta la fila, si potrebbe pensare che la guerra sia persa, quindi ci si sfila l’elmo e si abbandona la

spada, tentando di fuggire. Ma questo rendeva facile preda della cavalleria. Lo scopo infatti era di rompere

le fila. Il punto più cruento delle descrizioni delle guerre non è tanto il combattimento, per quanto pure

esso lo sia, ma lo spettacolo del campo di battaglia al termine del conflitto.

Storia greca (29-03-2017). Professoressa: Ilaria Sforza.

La tirannide di Corinto e Atene. Il fenomeno della tirannide greca è stato variamente interpretato. Il termine

tiranno non ha un’accezione negativa, come capiamo dalle fonti antiche: nella Politica di Aristotele si ha

una distinzione tra i vari tipi di tirannide: buona, positiva, in cui il tiranno esercita il potere con il consenso

del popolo; negativa, in cui il potere del tiranno è esercitato senza il consenso popolare. Infine, un’ulteriore

accezione negativa: la tirannide vera e propria, quella in cui il potere è arbitrario ed è esercitato soltanto

per l’interesse del tiranno. Questa distinzione aristotelica fa capire che il fenomeno della tirannide è

complesso sia nella sua interpretazione sia nelle sue manifestazioni (storico-geografiche). I tiranni di

Corinto e Atene incoraggiarono i culti religiosi, testimoniati dalla vasta produzione vascolare.

Corinto. Verso la metà del VII secolo, Corinto era governata da una famiglia. Erodoto riferisce dell’oracolo di

Delfi, il cui responso, dato al padre di Cipselo, annuncia che sarebbe nato un figlio, presentato come un

macigno, che schiaccerà la famiglia che esercitava il potere politico a Corinto. Udito tale responso, fu capito

anche il precedente, fino ad allora rimasto oscuro, secondo cui sarà partorito un «leone feroce e

carnivoro»: Cipselo (Kýpselos, che si ricollega al termine che indica il contenitore entro cui fu nascosto il

bimbo; i termini sono etimologicamente connessi), che fu cercato di uccidere appena nato, sebbene i sicari

non avessero il coraggio di farlo, perché il neonato sorrise loro quando provarono a farlo. Per salvaguardare

il figlio, la madre, Labda, lo nascose in un contenitore; in questo modo riuscì a salvarsi. L’arca di Cipselo

(una sorta di contenitore-cassetta) è un oggetto di grande pregio artistico. Non c’è giunto, però abbiamo

delle ampie descrizioni di Pausania (II d.C.). Secondo la cronologia comunemente accettata, Cipselo divenne

tiranno nel 657 a.C. e mantenne il potere per trent’anni, dando alla città di Corinto un grande impulso

economico e religioso. Gli oracoli che paragonavano Cipselo ad un macigno, che avrebbe schiacciato

l’oligarchia regnante, furono confermati dal suo tentativo di prevalere sui suoi avversari politici. Periandro,

il successore di Cipselo, ebbe importanti meriti culturali.

Atene. Dopo Solone, mediatore tra le esigenze opposte dell’aristocrazia e del demo, Atene nel VI secolo a.C.

non era del tutto serena. Vi era un partito comandato da Licurgo e un altro, comandato da Megacle, ed un

terzo gruppo, il cui rappresentante era Pisistrato, che si distinse per i suoi meriti militari, come stratega,

nella guerra contro Megara. La sua strategia politica era spregiudicata. Nella Costituzioni degli Ateniesi,

Aristotele parla delle vicende politiche di Pisistrato, il quale si sarebbe ferito da solo e avrebbe pertanto

richiesto un gruppo di soldati, trecento, per la sua difesa personale. Usò questa risorsa militare per il colpo

di stato. Questo primo tentativo di conquistare la tirannide non fu definitivo. Sappiamo, infatti, che dopo

qualche anno i due esponenti degli altri partiti politici si allearono per eliminare Pisistrato. Megacle, però,

decise poi di passare dalla parte di Pisistrato tramite un’alleanza matrimoniale, come si soleva fare allora,

offrendo sua figlia in sposa. Megacle capì che il modo migliore per legittimare Pisistrato, precedentemente

screditato, era tramite la dea Atena, alleata simbolica di Pisistrato, che però poco dopo perse il potere

nuovamente, perché non tenne fede all’alleanza matrimoniale, sicché dovette andare in esilio per circa

dieci anni. Quando rientrò ad Atene, installò una tirannide che durò fino alla sua morte (528 a.C.). Il periodo

dell’esilio, nell’Egeo settentrionale, fu sfruttato molto bene da Pisistrato, perché si creò delle risorse

economiche e delle relazioni politiche per costruire il suo ritorno stabile ad Atene. Pisistrato fece alcune

riforme economiche: favorì i piccoli proprietari terrieri, impose una tassazione sui raccolti che utilizzò per

fornire prestiti ai contadini più poveri, istituì i giudici dei demi, metteva pace personalmente tra i

contendenti affinché non trascurassero il lavoro. Egli era particolarmente attento alla campagna. Il figlio di

Pisistrato, Ipparco, stando all’omonimo dialogo pseudo platonico, avrebbe fatto disporre delle erme (statue

del dio Ermes) nei sentieri che collegavano la città alla campagna. Stando a questi fatti, i tiranni erano

sapienti, promuovevano la cultura, le arti, etc., quindi non c’è un’accezione negativa.


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DETTAGLI
Esame: Storia greca
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher truceboyz.most.wanted di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Tor Vergata - Uniroma2 o del prof Costa Virgilio.

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