La spedizione ateniese in Egitto e la prima guerra del Peloponneso
Gli ateniesi ruppero l’alleanza con Sparta e strinsero nuove alleanze con Argivi e Tessali. Ancor più significativa è l’alleanza stretta da Atene l’anno successivo (461/460) con Megara, allora in guerra con i Corinzi. Gli Ateniesi occuparono subito il porto occidentale di Megara, Pege, consolidarono le loro posizioni sul golfo di Corinto impadronendosi di Naupatto e istallandovi i Messenii che avevano lasciato il Peloponneso.
Gli Ateniesi risposero anche a un appello proveniente dall’Egitto, dove il principe libico Inaro si era rivoltato contro Artaserse, forse già nel 463. Visto che le forze navali della Lega si trovavano vicino a Cipro, l’assemblea ateniese decise di inviarle in Egitto. Artaserse avrebbe risposto chiedendo agli spartani di invadere l’Attica. Atene si trovava impegnata su due fronti: quello persiano e quello peloponnesiaco.
Una nuova spedizione, inviata da Artaserse dopo la sconfitta e l’uccisione di suo fratello Achemene, giunta in Egitto sotto il comando di Megabizo e Artabazo, riuscì a sconfiggere le forze greche e a stringerle d’assedio nell’isola di Prosopitide. Nel 454 l’assedio terminava con la conquista persiana e il massacro dei Greci. Inaro veniva messo a morte e l’Egitto tornava sotto l’autorità del Re.
Le operazioni sul fronte peloponnesiaco, la cosiddetta prima guerra del Peloponneso, appaiono finalizzate al controllo del golfo Saronico e del golfo di Corinto. I primi scontri si risolvono in un nulla di fatto: nella battaglia terrestre di Aliei, in Argolide, gli Ateniesi sono sconfitti, ma riportano poi una vittoria navale nei pressi dell’isola di Cecrifalia nel 459/458. Nello stesso anno la flotta ateniese sconfigge ancora una volta le flotte di Corinzi, Epidaurii ed Egineti.
Tra il 458/456 gli Ateniesi costruiscono le Lunghe Mura che collegano Atene e il Pireo. Un nuovo fronte di operazioni si apre nella Grecia centrale per iniziativa degli Spartani, accorsi in aiuto degli abitanti della Doride attaccati dai Focidesi. Dopo una breve campagna in Focide e in Doride, sulla via del ritorno gli Spartani si scontrano con le forze degli Ateniesi infliggendo ad essi una sconfitta.
Gli Ateniesi invadevano la Boezia sotto il comando di Mironide e sconfiggevano l’esercito beotico a Enofita, riuscendo ad attirare nell’orbita democratica diverse città della regione e a ristabilire l’influenza ateniese a Delfi. Il 457 aveva visto svilupparsi ad Atene gravi tensioni interne, legate al timore che la spedizione peloponnesiaca in Grecia centrale si rivolgesse verso l’Attica.
Dopo la sconfitta di Tanagra si decise su proposta di Pericle di richiamare dall’esilio Cimone. Assoggettata Egina e completate le Lunghe Mura, sotto il comando di Tolmide nel 456/455 gli Ateniesi compiono un trionfale periplo del Peloponneso, penetrando nel Golfo di Corinto. L’assenza di reazioni da parte dei Peloponnesiaci spinge Pericle a tornare ad operare con la flotta alleata nel Golfo di Corinto, dove sconfigge di nuovo Sicione.
Nel 452/451 venne negoziata, grazie a Cimone, una tregua di cinque anni con i Peloponnesiaci, mentre Argo e Sparta giuravano una pace di trent’anni. Nel 450 una flotta di circa duecento navi sotto il comando di Cimone faceva vela verso Cipro, dove le operazioni presero una piega negativa. Morto Cimone, gli Ateniesi decisero di ritirarsi.
Sorpresi durante questa operazione da una flotta persiana nelle acque persiane di Salamina di Cipro, essi riuscirono a riportare una vittoria schiacciante. È su questo sfondo che si colloca la pace di Callia, ovvero stipula, nel 449, di un trattato fra Atene e la Persia che sarebbe stato negoziato a Susa dall’ateniese Callia. Le clausole del trattato prevedevano che il Mar Egeo sarebbe stato interdetto alle forze navali persiane. Le città della costa sarebbero rimaste autonome, mentre i Greci che vivevano ad est di Faselide rimanevano abbandonati ai Persiani e gli Ateniesi si impegnavano a non intervenire né in Egitto né in Libia.
Nel 449/448 un intervento degli Spartani in Focide a difesa di Delfi determinò lo scoppio della “seconda guerra sacra”, combattuta contro i Focidesi sostenuti da Atene. Gli Ateniesi accorsero in soccorso ma dopo una prima vittoria subirono una pesantissima sconfitta a Coronea e dovettero accettare un accordo che li obbligava ad abbandonare tutta la Boezia.
Nel 466 Atene si trovò ad affrontare anche la ribellione dell’Eubea e di Megara. L’esigenza di tregua tra Atene e Sparta portò nel 446/445 alla pace dei trent’anni: gli Ateniesi dovevano evacuare le loro posizioni nei territori della Lega Peloponnesiaca, i porti di Megara, Trezene e l’Acaia, ma avrebbero potuto conservare Egina; le città non appartenenti a nessuna delle due alleanze avrebbero potuto scegliere di aderire all’una o all’altra; la circolazione fra le città sarebbe stata liberata. Si trattò di una pace bilaterale, fu stipulata esclusivamente fra Spartani e Ateniesi, riconoscendo il ruolo egemonico delle due città sulle rispettive alleanze.
La politica imperiale di Atene e l'età di Pericle
La pace di Callia e poi la pace dei trent’anni rappresentano due momenti fondamentali dell’affermarsi della politica imperiale di Atene. Benché l’idea di malcontento tra le città alleate sia considerata eccessiva, è certo che nella Pace dei trent’anni Atene veniva a dichiarare apertamente, e a farsi riconoscere ufficialmente da Sparta, un ruolo di dominio imperiale sugli alleati, la cui autonomia era ormai limitata agli affari interni.
I rapporti tra Atene e le altre città della Lega erano ormai tali da non lasciare che a poche città come Samo, Chio e Lesbo (che avevano continuato a fornire il loro contributo in forma di contingenti navali e non di denaro) un’indipendenza che diventava sempre più teorica. La vicenda della guerra di Samo del 441/440 lo dimostra.
L’importante città insulare della Ionia si trovò in quegli anni coinvolta in un conflitto di frontiera con Mileto, a proposito dei territori di Priene e Maratesio sulla terra ferma. I Milesii si recarono a chiedere aiuto ad Atene. Una flotta ateniese salpò verso Samo e vi stabilì la democrazia, ma gli aristocratici samii costretti all’esilio si recarono a Sardi dal satrapo persiano Pissutne che fornì loro settecento mercenari con cui essi riuscirono a riprendere il potere. Unitasi alla rivolta anche Bisanzio, richiedono l’aiuto di Sparta, che però rifiutò il soccorso.
Nella primavera del 440 gli Ateniesi inviarono per domare l’isola una poderosa spedizione comandata dai dieci strateghi e a cui presero anche parte Chii e Lesbii. Samo fu costretta a capitolare. I Tasii e i Samii dovettero pagare una pesante indennità di guerra, non al tesoro comune della Lega delio-attica ma agli Ateniesi.
La politica imperiale di Atene sembra rivolgersi verso l’Egeo settentrionale e il Ponto, dove Pericle avrebbe guidato due spedizioni, la prima del Chersoneso Tracico e l’altra sulle coste del Mar Nero. Più ampie iniziative coloniali ateniesi sembrano svilupparsi soprattutto sulle coste traco-macedoni, dove si era avuta la fondazione di Bra, attestata da un documento epigrafico. Meglio conosciute sono le circostanze della fondazione di Anfipoli nel 437/436, sul basso corso dello Strimone.
Nel 435/434 la città di Metone, sulla costa macedone, aderisce per la prima volta all’alleanza ateniese, inducendo forse Perdicca, re dei Macedoni, a entrare in guerra con gli Ateniesi, dopo essere stato loro amico e alleato. Tutto questo testimonia l’interesse che riveste per Atene l’orizzonte regionale traco-macedone.
Vicende storiche comprese fra le due guerre Persiane e la guerra del Peloponneso porta da un bipolarismo non conflittuale allo scontro nelle aree di interferenza tra i due sistemi: la Grecia centrale e il Golfo di Corinto. Se la pace dei trent’anni introduce un momento di relativa stabilizzazione, non si arrestano le dinamiche insite nei caratteri dell’imperialismo ateniese, in quella crescita eccessiva di Atene che porterà allo scontro frontale con Sparta.
Protagonista di queste vicende politiche è Pericle. Figlio di Santippo, della nobile casata dei Buzigi, e per arte di madre discendente degli Aclemonidi e di Clistene, Pericle appare una figura complessa, l’erede di Temistocle, di Efialte o di Cimone, esponente della democrazia radicale. In realtà Pericle fu una sintesi di tutti questi aspetti che gli permise di mantenere una leadership a Atene.
Dopo la sconfitta di Efialte assunse il ruolo di leader del partito democratico e in quanto tale ispirò molte decisioni politiche e legislative degli anni Cinquanta, oltre a comandare alcune delle principali spedizioni militari condotte dagli Ateniesi in quel periodo. Dopo la scomparsa di Cimone e la stipula della pace di Callia nel 449 la sua posizione alla guida dello stato ateniese assunse caratteri di centralità. Continuativamente dal 443 al 430 detenne la carica di stratega. Pericle fu l’unico ad essere rieletto per tanti anni costantemente. Egli aveva dovuto sbarazzarsi di Tucidide, figlio di Melesia, che lo aveva attaccato duramente riguardo al finanziamento dei grandi lavori pubblici, per i quali Pericle aveva utilizzato il tesoro federale.
Nella sua figura di magistrato della città e nella sua posizione di leader democratico Pericle condusse Atene in quel difficile percorso di crescita ed espansione imperiale che doveva portarla allo scontro con Sparta, ma che egli seppe gestire con equilibrio.
L'occidente greco
I decenni seguiti alle grandi battaglie contro i Cartaginesi e gli Etruschi videro la scomparsa dei regimi tirannici. Ad Agrigento Trasideo, il figlio di Terone succedutogli nel 472, venne cacciato dalla Sicilia, dopo un tentativo di rovesciare Ierone di Siracusa. La città riacquistò la sua libertà. Nel 467 anche Siracusa ritrovava la libertà in seguito ad una guerra civile contro l’ultimo dei Dinomenidi, Trasibulo, costretto a ritirarsi in esilio a Locri.
I figli di Anassila nel 461 vennero costretti ad abbandonare la tirannide, il che comportò la definitiva separazione tra Messina e Reggio, dove venne a stabilirsi un regime democratico. La restaurata democrazia non ebbe però vita facile a causa delle profonde trasformazioni introdotte dai tiranni, soprattutto la convivenza di elementi disparati in termini di origini, ruolo e statuto sociale, che provocarono lotte, ma favorirono anche l’emancipazione delle città greche.
Alcune delle città distrutte vennero ricostruite, come Camarina e Catania. Nel 459 Duezio si impadronì di Morgantina e nel 453 tentò di raccogliere tutte le comunità sicule in un’organizzazione politica sancita dalla fondazione della città di Palice, i suoi disegni politici sembrano riconducibili a un modello tirannico: egli infatti esercita un potere monarchico.
I rapporti con le città calcidesi furono cordiali, ma non con Agrigento e Siracusa. Meno di due anni più tardi egli tornava in Sicilia alla testa di un gruppo di coloni greci per fondare una città sul sito di Calatte. Nel frattempo i Siracusani avevano ripreso il controllo di buona parte del territorio siculo. Intorno alla metà del V secolo le città italiote, in primo luogo Crotone, conoscevano un sommovimento interno legato alla crisi dell’aristocrazia pitagorica. Si tratta di un periodo di gravi contrasti. Legata alla crisi di Crotone è la rifondazione di Sibari nel 453.
Cinque anni più tardi i Crotoniati tornarono ad aggredire e distruggere Sibari e i vecchi Sibariti andarono a chiedere aiuto a Sparta e Atene, ricevendo solo da quest’ultima accoglienza. Con l’appoggio di duemila uomini nel 446 venne rifondata con nuovi coloni Sibari, ma dopo un anno di contrasti interni portarono all’espulsione dei vecchi Sibariti e alla rifondazione della città nel 444/443 come colonia panellenica col nome di Turii.
L’iniziativa degli ateniesi che portò alla fondazione di Turii costituisce una risposta all’appello dei Sibariti. Se Turii fu espressione dei disegni di Atene, sin dall’inizio la colonia venne coinvolta nelle dinamiche relazionali: nei rapporti con Crotone, prima ostili poi di amicizia, con i Lucani, soprattutto con Taranto, contro la quale Turii combatté una guerra per il possesso della Siritide, giungendo in un primo momento a un accordo per la fondazione di una colonia comune sul sito dell’antica Siri ionica.
A distanza di un decennio all’interno della colonia panellenica si svilupparono gravi tensioni che videro il sottrarsi di Turii alle prospettive strategiche di Atene. Conseguenza immediata fu la libertà lasciata a Taranto di trasferire la colonia comune sul più munito sito di Policoro, dove i Tarantini fondarono nel 433/432 la colonia di Eraclea, futuro pilastro della loro egemonia sulla Magna Grecia del pieno IV secolo.
La polis in età classica
Fondamentale è l’organizzazione politico-statale del mondo greco, la pòlis. Il termine pòlis dal prevalente significato “fisico” di “nucleo insediativo” che esso presenta nei poemi omerici al suo uso metonimico per evocare gli abitanti della città, a quello metaforico per indicare la città come un organismo con storia e istituzioni proprie.
A partire dal V secolo la concezione fisica e quella comunitaria convivono, intrecciandosi con la terza dimensione, quella istituzionale, il termine è impiegato per indicare a seconda dei casi: tutta la popolazione insediata nel territorio poleico; la comunità civica come insieme dei soli cittadini con le loro famiglie; solo cittadini in senso stretto, cioè i maschi adulti con pieni diritti politici.
È opportuno sottolineare le differenze tra le pòleis attestate nel mondo Greco, differenze nelle dimensioni territoriali, le differenze si riscontrano anche nelle risorse e nelle potenzialità di sfruttamento dei territori, da considerare in rapporto alla posizione geografica. Se la base produttiva delle pòleis era data dall’agricoltura, in diverse aree un ruolo significativo era svolto anche dalla pastorizia e dall’allevamento, ma anche dalla pesca e dallo sfruttamento di risorse boschive e minerarie.
In alcuni casi la disponibilità di buoni siti portuali costituiva un fattore di sviluppo legato a scambi commerciali. Ciò spiega lo sviluppo di Corinto e di Egina. Queste differenze si estrinsecano anche sul piano socio-demografico, ossia nelle dimensioni e nella composizione della popolazione residente. Eccezioni costituiscono alcuni casi di pòleis come Atene, Sparta o Siracusa, con una popolazione dell’ordine delle centinaia di migliaia, tra cittadini veri e propri.
Il resto era di statuto diverso: meteci (residenti di origine straniera), perieci (appartenenti a comunità subalterne, come quella di Laconia) e dipendenti di vario genere (schiavi-merce, impiegati di lavori domestici a quelli agricoli, dall’artigianato all’edilizia). Differenze notevolissime si riscontrano nei caratteri insediativi, nel rapporto tra città e territorio, sia nelle forme di strutturazione urbanistica e monumentale: basti pensare alle differenze tra Atene, con l’imponente acropoli, le lunghe Mura, Sparta strutturata in cinque villaggi e priva di mura.
Ciò che sembra qualificare la pòlis è in primo luogo l’affermarsi di un rapporto tra centro e periferia. Si possono individuare tra la città e la campagna, con le proprie realtà insediative, i poli dialettici. Vanno ulteriormente sottolineati due punti: da un lato il ruolo della religione poliadica (santuari, culti, feste) per la definizione della pòleis e dell’integrazione delle sue strutture organizzativo-sociali; una religione le cui pratiche rituali si riflettono in tutte le manifestazioni della vita della comunità, comprese quelle politiche e militari.
Dall’altro l’importanza che presenta la nozione di autonomia, all’interno della pòleis, anche se non sempre implica la piena indipendenza sul piano dei rapporti internazionali.
Cittadini, cittadinanza e articolazioni della comunità civica
Polìtai (cittadini) La vita politica riguarda solo i polìtai, i maschi adulti dotati di pieni diritti politici, che ne rappresentano i protagonisti esclusivi e i referenti primari, quali membri a pieno titolo della comunità Poleica.
Il termine politèia deriva da pòlis e indica la “cittadinanza”, lo statuto di cittadino in quanto membro della comunità. Quest’ultima indica da un lato la comunità dei cittadini, il corpo civico nel suo insieme, dall’altro la “costituzione” della pòlis, che comprende le norme che regolano l’accesso, le competenze, il funzionamento, il controllo dei principali organi politici.
Ecco alcuni criteri di base che informano la concezione della cittadinanza nel mondo delle pòleis greche:
- L’essere figlio di un cittadino
- La proprietà terriera, o meglio il diritto di possedere terre e case
- La partecipazione alle attività militari della città
- L’integrazione socio-culturale e la peculiare educazione che in ogni città era destinata a formare i cittadini
Si è già parlato delle tribù (phylài), ampie unità organizzative nelle quali era distribuito, su base ereditaria e/o territoriale, l’intero corpo dei cittadini che svolgevano funzioni pubbliche: il loro numero e le loro denominazioni presentavano variazioni notevoli da città a città e nei diversi periodi storici.
In diversi casi le tribù erano ulteriormente suddivise in unità organizzative minori, come le trittie e i demi ad Atene; in altri casi essi convivevano con altre forme come le cinque spartane. Ad esse si affiancavano le fratrie che svolgevano funzioni pubbliche, quali il riconoscimento della cittadinanza tramite l’iscrizione in appositi registri. I ghènere sono attestati come articolazioni del corpo civico, ad Atene il termine può indicare...
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