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prendere i testi manualistici, si vedranno alternarsi proposte di spiegazione storica che sostanziamente si

escludono a vicenda. Ma il tutto a partire da motivazione che abbiamo nei due testi di Aristotele e

Tucidide. In Tucidide abbiamo tirannidi che vengono fuori da un dinamismo legato a una crescita

economica e marina. Crescita delle polis in senso urbano, demografico e portuale. Aristotele dà un altro

sfondo, la campagna, città poco sviluppate (e di mare non si parla). Mercanti e commercianti nel primo,

contadini poveri e opliti nel secondo. Ciascuna di queste opzioni (mare, campagna povera, campagna

ricca…) ha dato origini a molte teorie antiche e moderne sulla nascita della tirannide: esistono tutte le

opere possibili. C’è una ipotesi ‘romantica’ che è quella di tirannidi che saltono fuori da un dinamismo

urbano e da forme di ricchezza ‘borghese’ che sviluppa irrequietezza sociale, desiderio di novità, voglia

di contare di più rispetto alle regole che consegnano il potere e la politica ai proprietari terrieri, tirannidi

che vengono fuori da ricchezza mobile e mercantile contro la ricchezza terriera, tiranni come

portabandiera sostenuti dagli elementi più dinamici delle compagini cittadine (artigiani, mercanti, popolo

urbano, nuovi ricchi, lavoratori professionisti non ricchi legati a queste forme di ricchezza nuova). Poi gli

aristotelici, tiranni come capipopolo, ipotesi moderna anche se nella modernità non c’è tanto l’idea del

tiranno amato dalla plebe ma quella di tiranni che si fanno portare al potere dagli opliti (quasi certamente

i nuovi ricchi: il tiranno promuove i nuovi opliti contro gli aristocratici, ricchi contrapposti alla nobiltà;

ancora Musti: oplitismo quale espressione allargata dell’aristocrazia). Il contrasto tra queste motivazioni

ha condotto a una crisi interpretativa non finita. Oggi è difficili trovare valide spiegazioni del fenomeno

tirannico che esauriscano tutti i fenomeni. Viene fuori una lettura minima che guardi i fatti in faccia. Tutte

le tirannidi che ci si presanto hanno un tratto in comune che non ha a che fare né col dinamismo né

con dinamiche oplitiche di campagna: i tiranni sono dei nobili non qualunque, dei grandi nobili del più

alto prestigio, e ciò prima ancora di essere tiranni. Sono leader aristocratici che già normalmente godono

di potere, prestigio, influenza. Hanno gruppi di pressione e consenso, hanno le eterìe, hanno il corredo

di gruppo descritto in precedenza. I tiranni sono capi aristocratici che vanno al potere a spese degli altri

aristocratici. La tirannide è la prosecuzione della lotta politica di sempre proseguita fuori della normalità,

quindi contro le regole, violando le magistrature, sovvertendo le leggi o superandole di fatto con un colpo

di stato, con la presa materiale del potere fatta con la spada o con l’esilio di membri delle altre eterie. Quel

punto della lotta in cui gli impulsi alla diseguaglianza e al primato sono talmente forti da rompere le regole

e dal bloccare qualunque tentativo di ripristinare l’uguaglianza nel ceto dominante. Un nobile vince la

partita e poi non rimette la palla al centro. Ci sono tirannidi in Grecia che si spiegano così. Poi alla base

di qualunque tirannide ci può essere una forma di sostegno, diversa da città a città. Trovare una regola

però è praticamente impossibile. Sappiamo che a Corinto e Sicione le tirannidi nascono fino al VII secolo

(Corinto è la prima) come tirannidi espresse da comandanti militari: Cipsero e Ortagora sono polemarchi,

il magistrato repubblicano annuale che lì viene designato per comandare le forze armate della città. È

chiaro che qui c’è almeno un parziale supporto oplitico e dato che poi costoro eliminano i Bacchiadi, si

comprende che questo è l’oplitismo dei contadini medi, benestanti, che ne hanno abbastanza del

monopolio politico dei Bacchiadi. C’è un sostegno che arriva da una classe media o, almeno, può darsi.

Una cosa che si fa è confiscare le proprietà terriere della nobiltà. C’è la possibilità che queste proprietà

restino come ricchezza nelle mani del tiranno e della sua famiglia, ma anche che siano state distribuite ai

poveri, quindi al popolo sub-oplitico. Tiranni come demagoghi allora, tiranni come amici del popolo.

Tiranni come pre-democratici? No. Anzi ci sono tiranni che obbligano i contadini della variegata

campagna corinzia, territorio popoloso, a vestirsi coperti di pelli di capra per distinguerli dal resto della

cittadinanza. Per costoro era anche vietato entrare in città se non per i giorni di mercato. È democratico?

No, anzi c’è il disprezzo dei contadini, devono persino distinguersi comportando una deminutio rispetto

alla cittadinanza, inferiorità, tale da fare pensare a una non-cittadinanza. Il contrario di Esiodo e dei kakoi

con la terra. Corinto è la città commerciale delle ceramiche che noi studiamo e che invadono il

Mediterraneo fino in Portogallo e in Marocco. Sappiamo che in particolare a Corinto – ce lo dice Erodoto

–gli artigiani erano trattati bene, erano stimati e ben pagati. Ci sono qui i mercanti, a Corinto si fanno le

navi, c’è un’industria navale. Allora c’è chi dice che i tiranni di Corinto sono quelli portati su dai mercanti

e dagli artigiani. Gli anni di Cipsero e Periandro sono quelli proprio della grande espansione economica

a Corinto. Aggiungiamo che la ceramica corinzia continua a essere prodotto anche dopo che cade l’ultimo

tiranno a Corinto, così come veniva prodotta molto prima di Cipsero. L’invenzione della grande

tradizione artistica della ceramica di Corinto risale ai Bacchiadi e precede la nascita di Siracusa e di Corcira,

le due grandi colonie corinzie dell’VIII secolo: il dato di prima quindi va smentito. Un legame tra tirannide

e ceramica c’è, sono contemporanei, ma la ceramica fiorisce prima e dopo.

Menzioniamo il caso di Alceo a Mitilene. Attorno al tiranno Pittaco, che viene annoverato tra i sette

savi, si svolge una lotta nel quale è coinvolto Alceo. Alceo va in esilio, ritorna, vince, perde… Questa è

lotta di potere pura tra aristocratici. A Megara, invece, la vicina di Corinto, a cui allude Aristotele, il

tiranno Teagene sgozza le pecore e le capre dei ricchi, distrugge quindi il capitale dei ricchi (restava solo

la terra). Colpo mortale alle finanze dei ricchi. Policrate è un caso eccezionale di tirannide marittima, a

Samo, isola di fronte alla costa asiatica la cui potenza sta nelle navi da guerra. Policrate ha un modo tutto

suo di impiegarle: pirateggia i greci dell’Egeo. Questa tirannide è attorno al 540 e siamo ben avanti rispetto

alle precedenti (è quasi contemporanea di quella di Pisistrato) ed è una tirannide di pirateria, con lo scopo

soprattutto di procurare schiavi a Samo e a tutti coloro disposti ad acquistarli, tra cui i faraoni egizi, i

principi di Siria… che impiegavano quella manodopera per mercenariato. Erodoto dice che prese il potere

con quindici opliti (pochissimi a quanto pare rispetto alle possibili migliaia che aveva a disposizione…

ma è molto strano, il passo non ha commento possibile).

L’impatto che le tirannidi hanno sul demos è un dato di fatto, ma cercando di generalizzare non è tanto

che le tirannidi siano state filopopolari, ma che le ricadute delle tirannidi abbiano avvantaggiato il popolo,

senza che questo fosse necessariamente obiettivo dei tiranni. Le tirannidi avvantaggiano un po’ tutti

quando stabilizzano la situazione della città in cui fioriscono. Il tiranno vuol dire sospensione della legge

ma anche sospensione delle lotte. Il tiranno è ossimoricamente un violento pacificatore. Quando una

tirannide riesce essa congela le dinamiche di lotta e rivalità fra i nobili. Il risultato è la pace interna, ed

ecco che si comprende come quelle tirannidi piacciano al popolo che vedono massacrati i signori che

fanno far loro la fame e che si sentono discendenti di dèi. Se poi arriva le ridistribuzioni di terra (rara)

meglio ancora. L’azione filopopolare è insomma un’impressione di risultato. Se c’era dinamica di

contrapposizione tra ricchezze, nelle tirannidi aumentano le ricchezze di tipo urbano, quelle legate alle

professioni, all’artigianato, al commercio. Come è evidente che in situazioni di pacificazione ne approfitta

l’agricoltura, perché non essendoci lotta politica materiale si dedica al privato, alle proprie ricchezze. La

tirannide vuol dire fine delle lotte civili, sanguinose o no, è pace.

XIII TESTO (pdf3)

Erodoto, pp. 108-109.

Erodoto è un cantore delle tirannidi, disprezza i tiranni ma ne subisce il fascino.

È una favola. Siamo alla morte di Cipsero e Erodoto racconta qualcosa di utile simbolicamente.

Periandro è un giovane tiranno. Ha perso il padre, è smarrito e orfano, e non sa come fare il tiranno. Si

rivolge a un saggio consigliere, cioè un tiranno invecchiato. Trasibulo è un tremendo tiranno che comanda

dall’altra parte dell’Egeo, nel cuore della Ionia, a Mileto. Consiglia a Periandro di uccidere “coloro che tra

i cittadini emergevano”, ma lo spiega in modo intelligente e simbolico recidendo la messe di grano

migliore di fronte all’araldo inviato dal giovane tiranno. Periandro allora dà libero corso alla propria

crudeltà (d’apprendimento).

Di questo racconto cosa resta? Un’immagine ultima della tirannide: la violenza. La tirannide, non va

mai dimenticato, è prima di tutto violenza del potere. Tra i fattori di nascita dello stato greco evocavamo

nelle lezioni passate gli stimoli al contenimento della violenza, della vendetta, alla regolamentazione della

forza. Il tiranno all’interno della città è la negazione della comunità, della polis: è violenza pura, senza

freno, o che si frena da sola quando ne ha abbastanza. È potere assoluto. È una vicenda privata. Un

privato come Trasibulo porta l’araldo nel proprio campo, distrugge la propria messe (tanto che l’araldo

ha l’impressione di avere di fronte un pazzo).

Siamo in uno sviluppo che è uno sviluppo non teleologico. La storia greca va in questa direzione. Le

tirannidi sono un punto di passaggio di quasi tutte le città greche che contano eccetto Sparta. Sembra che

sia un destino comune. Però al momento dell’uscita non è scontato che ci sia democrazia, oligarchia,

aristocrazia… La storia greca è infatti somma di storie greche. Ma nella costruzione ideologica della città,

le tirannidi hanno avuto un ruolo fondamentale e costruttivo, indipendentemente dalle loro differenze.

Una città greca senza una tirannide che cos’è? È una città in cui la lotta per il potere e l’intera vita comune

si limitano a una sorta di ordinaria amministrazione. I magistrati repubblicani assistiti dal consiglio,

qualche volta convocando assemblee dotate di scarsi potere, si limitano a gestire una amministrazione

data dall’avvicendarsi stesso dei magistrati e da una manciata di decisioni importanti all’anno nelle

assemblee e chiacchiere in consiglio tra nobili. Tutto in una prospettiva ordinaria turbata dalle lotte tipiche

di questi ambienti. Quando arrivano i tiranni essi bloccano qualunque dinamica, pacificano. Creano

occasione di sviluppo data dalla pace. Poi i tiranni erigono importanti monumenti, in particolare i grandi

templi cittadini, tengono aperti significativi cantieri per l’attività edilizia, portano l’acqua in città,

costruiscono moli, fortificazioni, fanno scelte decisive in politica estera (decidono le amicizie, le guerre,

le alleanze, le preferenze). Si intravede (e si vede, con l’archeologia) che i tiranni fanno qualcosa di

qualitativamente diverso e – dispiace dirlo – superiore rispetto alle aristocrazie che esse abbattono: i

tiranni governano, non gestiscono amministrazione ordinaria. Danno volto politico alle città, le

potenziano. Quando cadono le tirannidi noi vediamo che chi viene dopo, quasi sempre aristocrazie (ad

Atene la democrazia), vengono proseguite le linee della tirannide in politica estera: le tirannidi danno

collocazione definitiva alle città in termini di rapporti con l’esterno. A Corinto, attorno al 600, Periandro

fa fare una che prima nessuno avrebbe fatto: buca l’istmo di Corinto. Fa un lavoro di ingegneria che crea

un binario che risale e discende l’istmo con un taglio nella roccia ancora presente per far passare navi

mercantili da guerra dal golfo di Corinto al golfo saronico [cercare bene sulla carta]. Fa politica economica,

non è misura di ordinaria amministrazione. Prevede un calcolo razionale e matematico su costi e guadagni,

una valutazione delle risorse richieste (schiavi, ingegneri, scalpellini, animali…), richiede utilizzo

massiccio di manodopera. E intanto chi guadagna? Il mercante e l’armatore pagano per passare da lì ed

evitare i rischi di naufragio e accorciare le tempistiche. Forse pagano direttamente a Periandro. Pagano

l’imposta. Intorno al 600, in piena epoca di fulgore delle tirannidi, in Asia Minore si comincia a coniare

moneta, iniziano le monetazioni. Le monetazioni sono concepite non tanto per il commercio ma per i

pagamenti. Servono a pagare tutto ciò che si può pagare in forma rapida, quindi tasse portuali, dazi, per

la via privilegiata di Periandro, il binario per le navi, si pagano (le città, i tiranni) i mercenari, i poeti di

corte e gli artisti, gli architetti… Tucidide dice: si dedicavano al mare, aumentavano le entrate. Questo

significa. Aumenta la circolazione della ricchezza. In tutto questo ci stupiamo ancora che delle tirannidi

approfittano artigiani e mercanti? E le campagne producono di più, si produce per tenere in piedi la città

e per commerciare. Più gente allora può stare in città e non coltivare i campi, perché il cibo lo acquista al

mercato, e chi non è più obbligato a coltivare la terra in città diversifica la propria ricchezza diventando

artigiano o commerciante. È un circolo virtuoso. La crescita economica generale, crescita delle campagne

(perché lì è la base dell’economia), stimola commercio (le voci principali sono vino e olio, beni di lusso

per greci e barbari, ma anche i prodotti interni delle città). Centrano le tirannidi in questo? Sì. La tirannide

fa questo (e non solo la tirannide, naturalmente). Tirannidi non indispensabili, ma certamente utili. Fanno

la voce grossa in questa crescita generale. Fare questo, avere una politica che non sia più ordinaria

amministrazione nobiliare dell’VIII e VII secolo, vuol dire che il tiranno – paradosso – nel momento

stesso in cui nega e violenta la città fa la città, fa le leggi, indica la via, insegna la politica.

XIII

Atene, arconti, testi XIV e XV, introduzione a Solone

ATENE

Dalla tirannide si passa ad Atene. Da questo paradosso della tirannia, emblematico (nel momento stesso

in cui il tiranno, col la sua violenza, nega la città, la afferma, la crea), si snoda un altro discorso sulla città.

Prima però una cosa non detta. I tiranni erano ricchi. Essi accumulavano queste ricchezze e le usavano

per la città, per costruzioni pubbliche, strade, templi, acquedotti ecc. La finanza di un tiranno era un

tesoro pubblico. Il denaro che i pirati pagavano a Periandro per passare dall’istmo di Corinto, era in realtà

indirizzato alla pólis. E questo si sa perché i tiranni hanno lasciato eredità, sia dal punto di vista

architettonico che da quello delle tradizioni, dato che in precedenza non esistevano. Nonostante questo,

però, sebbene si passi sempre attraverso le tirannidi, esse infine decadono. A Corinto, ad esempio, cadde

nel 584-583, quando ad Atene ancora doveva sopraggiungere. Ebbene, cosa accadde dopo le tirannidi?

Ad Atene, cosa straordinaria, alla tirannide si avvicenda la democrazia (in modo duraturo, con pieno

successo) nel 510. Nel resto della Grecia tornarono al potere le nobiltà. Sono le stesse aristocrazie di

prima? Parrebbe che vi sia una certa continuità, anche se in effetti molte di esse si sono estinte e altre

sono state esiliate (non si sa con certezza). In parte però pare evidente che non siano uguali a prima: si

sono allargate, nei diritti e nei poteri, per ammettere nuovi membri, nuove famiglie. Nacquero così delle

forme politiche più partecipative e partecipate. Hanno un peso politico anche gli opliti, ad esempio.

Arrivarono anche delle politéiai, costituzioni oplitiche – espressione diretta dell’allargamento dei diritti

politici. Si parla di Oligarchie allargate o Timocrazie (ove timé indica più che altro il “prezzo” e il “censo”

che l’onore): i diritti li aveva chi era più ricco, chi aveva un maggior censo. Contestualmente iniziò a

diffondersi il concetto di cittadino, polítēs (vocabolo già usato da Omero), e di cittadinanza. Tutto questo

processo forse fu stimolato proprio dai tiranni, perché essi rafforzarono il senso di appartenenza alla

città e di identità cittadina. Clistene di Sicione, ad esempio, efferato tiranno, creò una tribù dei Sicioni

oltre alle tre già presenti, che, proprio perché si escluse dalle altre, incluse in sé il senso di una forte

identità sicionica. Questi sono i primi embrioni di Democrazia, che si diffonderà più abbondantemente

solo dopo. Prima, però, vi era già ad Atene (inizio II modulo).

Tucidide, pdf 3, pp. 306-309

Tucidide menziona Teseo, il mitico fondatore di Atene. Perché lo fa, dato che il discorso dovrebbe

ruotare attorno alla Guerra del Peloponneso (431 a.C.) o comunque attorno alla sua contemporaneità?

È una tipica modalità tucididea di narrazione, quella della analogia. Con queste analogie egli spiega le

vicissitudini del passato e chiarisce il presente.

La guerra era alle porte, come si diceva, e c’era chi sosteneva che Atene potesse vincere. Come? Gli

spartani vengano pure e devastino quanto vogliono, ma troveranno i cittadini assediati in grandi centri,

in una tenaglia inoppugnabile. Dentro quelle mura ci stava tutta la popolazione dell’Attica (circa 300.000).

Ci si ricordi che Atene aveva anche il porto, per cui può fare a meno dei raccolti; l’approvvigionamento

quotidiano può pervenire, infatti, con ciò che veniva da fuori. L’intera economia della città si basava sullo

scambio, sulla moneta. Questa era la strategia: rifugiarsi (un esodo epocale). Gli Ateniesi avevano fatto la

stessa cosa nel 480 e nel 479 con l’arrivo dei Persiani. In ogni caso, da allora la loro campagna era florida,

per cui gli Ateniesi, dice Tucidide, soffrirono nel lasciarla. Gli Ateniesi erano fondamentalmente

campagnoli, gente da sempre radicata nella campagna, fin dalla fondazione di Atene, ossia fin da Teseo,

il mitico fondatore. Ecco allora perché Tucidide ne parla. Gli stessi primi re di Atene sono autó-ctones, cioè

nati dalla terra, e sono uomini dall’ombelico in su, giacché sono per metà serpenti (si pensi a Cecrope),

essendo appunto scaturiti dalla terra. Più del 50% lasciò le campagne per le lunghe mura di Atene, cosa

che sarà la loro salvezza e la loro rovina (a causa della peste, che mieterà centinaia di vittime, tra cui, nel

429, lo stesso Pericle). Questo sinecismo politico lascerà dunque gli Ateniesi così com’erano. Essi

vivevano in campagna e in essa l’archeologia ha trovato le loro tracce. Chi ad Atene voleva coltivare

doveva uscire dalle mura. Questa è la realtà soggettiva, quotidiana (quella oggettiva è archeologica)

suggerita da Tucidide.

753-752 E 683: GLI ARCONTI

Il 753 è una data simbolica. Ai basiléis, sempre ammesso che esistettero davvero, si sostituirono gli arconti.

Una antica credenza vuole che i primi sette arcontati avessero una durata decennale. Passati questi primi

sette, quindi dopo settant’anni, arrivarono i primi arcontati annuali. È il 683 a.C., altra data simbolica. Il

primo arcontato a durata annuale fu quello di Creonte. Tale credenza però è probabile che si diffuse a

causa di una carenza di fonti antecedente a quest’ultima data. Prima del cambio annuale, ossia, non si

hanno ricordi nitidi.

L’arconte, chiamato eponimo, in principio era unico ed eletto, anche se non si sa bene da chi. Di solito

vi era la boulé, il consiglio, che si riuniva nell’areopago (composto da ex arconti). Chi vi entrava ne faceva

parte per tutta la vita, per cui il numero variava in base alle mortalità. Col tempo scomparve anche la

figura dell’arconte unico e i suoi vari poteri (politico, giuridico, religioso e militare) si frammentarono

consolidandosi in diverse figure. La nuova organizzazione dei poteri prevedeva in tutto nove arconti,

oltre all’arconte eponimo stesso. In primis l’arconte polemarco (da pólemos), capo dei nobili guerrieri che

combattono e difendono Atene. Anch’egli, come ogni magistrato, variava ogni anno. Vi è poi l’arconte

re (basiléus), la cui funzione era religiosa. Suo compito ad esempio era comunicare con gli dei. Si tratta di

un magistrato-sacerdote repubblicano. All’altezza della metà del 600 circa si creano infine altri sei arconti,

chiamati tesmoteti, ossia coloro che stabilirono i tesmói, le leggi (segno che già nel VII secolo si i Greci si

posero il problema della fondazione della legge). Il loro compito era quindi legiferare e custodire le leggi.

Qual era la nuova funzione dell’arconte eponimo? Che potere gli restava? Difficile dirlo con certezza,

giacché ancora non esisteva la divisione moderna dei tre poteri; chi deteneva il potere politico, infatti,

aveva anche automaticamente quello giuridico. Ogni arconte poteva trattare i casi giuridici attinenti o

consustanziali alla natura della sua figura. Il polemarco, ad esempio, poteva occuparsi di giudicare casi di

stranieri; l’arconte re di empietà eccetera. Di certo però l’arconte eponimo restava il primo giudice. Non

a caso, difatti, l’intero anno dell’arcontato avrà il nome dell’arconte stesso (perciò chiamato eponimo), il

quale si recava nel tempio Capitolino e affiggeva il chiodo dell’anno, ognuno dei quali simboleggiava il

“compleanno” della repubblica.

Si è detto dunque dell’arconte polemarco, dell’arconte re e dei tesmoteti, nuove figure istituzionali che

indicano una ripartizione e specializzazione delle funzioni. Cosa restava all’arconte eponimo? Cosa

faceva? Non lo dice nessun testo. In effetti prima del 640 non si riesce a ricostruire una storia

evenemenziale. Probabilmente fa ciò che faceva prima il re (si pensi ad Alcinoo e ai Feaci), di cui era il

più vicino sostituto. Era un capo politico, colui che dava l’ultima parola sulle decisioni; era inoltre colui

che proponeva regole nuove; e oltre a ciò certamente era un giudice, il primo giudice. Si occupava di

punire, arrestare e comandare l’esercito (questo però prima dell’arrivo dell’arconte polemarco).

XIV TESTO

Tucidide, pdf 3, pp. 250-253: il golpe di Cilone (636 o 632 circa) e gli Alcmeonidi

«[7] Gli Ateniesi, saputolo, accorsero in massa contro di loro dalla campagna …». Questo passaggio di

Tucidide è cruciale per due motivi. 1) Perché mostra come questo esodo dei cittadini Ateniesi faccia fallire

il colpo di stato di Cilone, che tentò di instaurare una tirannide. 2) Perché dimostra come Atene avesse

già un oplitismo formato (di nobili e non), gente armata in grado di assediare le mura dell’acropoli per

lungo tempo. Dunque la tirannide tentata di Cilone non piacque agli opliti. L’evento narrato da Tucidide

è simbolico proprio per questo: Atene in questo periodo (640-630 a.C.) aveva il suo equilibrio sociale ed

economico che le fece rifiutare la tirannide (uno zoccolo duro degli opliti), la respinse. La vicenda si

colorò subito di sangue. Dopodiché toccò agli arconti prendere in mano la situazione. Dall’iniziativa

spontanea degli opliti – nessuno aveva ordinato loro di insorgere – si passò al lato istituzionale. Cilone e

suo fratello scapparono e di loro non si ebbero più notizie. Molti partigiani ciloniani invece restarono e

si sedettero sull’altare, che rendeva inviolabili, o vi si legò. Responsabili del massacro partigiano sono, per

Tucidide, gli Alcmeonidi, il più importante ghenos di Atene, al quale appartiene Clistene – colui che fonderà

la democrazia. Ritenuti sacrileghi furono quindi perseguitati, cacciati e le loro ossa sparse. Ma riusciranno

a tornare sempre ad Atene, sebbene questa ignominia li accompagnerà costantemente (si pensi, ad

esempio, al tentativo spartano di delegittimare Pericle, anch’egli un Alcmeonide, prima della Guerra del

431, ritenendo anch’egli diretto responsabile del massacro nefando dei partigiani di Cilone).

INTRODUZIONE A SOLONE

Dopo la tirannide fallita di Cilone (632 circa) ad Atene ci furono le prime leggi scritte. Autore del primo

codice di leggi, civile e penale, è considerato Dracone. Di ciò ci informa, tra gli altri, Aristotele, il quale

attribuisce a Dracone anche l’istituzione di un nuovo consiglio di circa quattrocento membri (la cui

esistenza però è dubbia, dato che non se ne avrà notizia nella storia greca). Pare invece che fosse

un’invenzione dei golpisti, quando tentarono, nel 611, di sospendere la democrazia [da approfondire sul

manuale].

XV TESTO

Aristotele, Athenàion politéia, pdf 3, pp. 22-25

Aristotele ci informa della difficile situazione economica in cui vivevano i cittadini più poveri in quel

1

periodo (fine VII \ inizio VI secolo). «Essi [i poveri] erano chiamati “clienti” e “eccemori” : a tale

condizione infatti lavoravano i campi dei ricchi. Tutta la terra era nelle mani di poche famiglie». Inoltre il

governo, dice Aristotele, era «completamente oligarchico» e i poveri «non avevano alcuna parte in nulla».

Solo con Solone, continua lo Stagirita, è arrivato il concetto pieno di cittadinanza. Egli, come primo atto

del suo mandato, si impegnò affinché tutti gli schiavi fossero portati alla condizione di liberi. Questa parte

della AP in realtà solleva un problema non indifferente. Se ci si ricorda di Esiodo e della descrizione che

egli ha offerto della vita dei contadini (kakói), infatti, appare radicalmente differente dalla condizione

esposta da Aristotele. Problema difficile da risolvere. È possibile che il filosofo greco taccia sui contadini

indipendenti così come è possibile che ci sia stata una crisi che abbia snaturato una parte del contado

riducendolo a quei contadini della sesta parte. Le fonti sono poche ed è difficile avere informazioni più

precise, per cui la questione è tuttora aperta.

Ma torniamo a Solone. Egli era un mésos, un nobile (anche se non così ricco), un uomo che viaggiò

molto a cui gli Ateniesi si rivolsero per risolvere quella condizione di cui parla Aristotele (questi cita nella

AP delle poesie di Solone, scritte forse principalmente per difendersi e per giustificare le sue leggi). Fu

eletto circa nel 596-594-591 da tutti in qualità di riequilibratore o arbitro (non si sa che grado politico) e

destinato a un mandato di più anni, a riforma completata. Dal momento stesso della sua elezione, come

si accennava, venne eliminata la schiavitù per debito. Egli impegnò tutte le risorse per riscuotere gli

schiavi, anche quelli all’estero. Cosa ottennero in cambio i loro padroni, che li avevano acquistati

legalmente al mercato? Vengono effettuate iniziative tecniche complesse (la stessa fonte principale per lo

studio di esse – ossia Plutarco – non è chiara in merito) con cui Solone si sarebbe impegnato per risolvere

il problema. Una soluzione fu il cambiamento o la riduzione della misura dei debiti, ovverosia delle unità

di misura. La cosa però rese in fin dei conti scontenti tutti i proprietari. Come sappiamo di tali reazioni?

Ce ne parla lo stesso Solone (cfr. AP p. 43 e ss.). Egli si giustifica dicendo, tra l’altro, che gli Ateniesi sono

stati fortunati ad avere lui, poiché poteva capitare loro qualcuno decisamente peggiore (possibile accenno

a Pisistrato, il futuro tiranno del quale Solone ventila la minaccia). Tuttavia, nonostante i suoi sforzi,

Solone non fu effettivamente in grado di risolvere il problema della povertà. Da questo punto di vista

lasciò molti scontenti. Non a caso seguirà una tirannide – durata cinquant’anni – che invece risolse il

problema. Alla fine della tirannide ognuno aveva un suo pezzo di terra.

Sicuramente più feconda è stata la legislazione soloniana. Egli divise la società in quattro classi, ognuna

delle quali era composta da politàiei, cittadini riconosciuti di Atene. Si apparteneva a una determinata classe

in base alla ricchezza (segno che si è ancora dentro a una timocrazia od oligarchia moderata più che una

piena democrazia). La prima classe era composta dai cosiddetti Pentacosiomedimni, un rango censitario

2

(non nobiliare ) di coloro che potevano aspirare all’arcontato. Poi vi erano i Cavalieri, che ricavavano

almeno 300 medimni o potevano mantenere cavalli (i Pentacosiomedimni, invece, avevano un reddito di

almeno 500 medimni l’anno). Il cavallo è solo simbolico; essi, infatti, di solito combattevano nella falange,

1 Eccemori, letteralmente “i possessori di un sesto”. Cfr. Aristotele, AP, p. 23, nota 4.

2 Anche un kakós arricchito può diventare Pentacosiomedimno.

non a cavallo, come sovente, errando, si pensa. In essa combatteva anche la terza classe, gli Zeugiti, che

probabilmente costituiva la maggior parte della falange stessa. Era ricco chi produceva e aveva un certo

reddito. Quelli della terza classe avevano terre, un loro ruolo politico ed erano opliti. Ecco dunque una

costituzione oplitica. Non si sa invece ogni quanto tempo venisse aggiornata la “lista” delle classi. Sta di

fatto che questa legislatura di Solone fu la base, l’ossatura, di ogni legislazione greca a venire. L’ultima

classe era quella dei Teti. Il loro reddito va da 0 (chi non ha nulla) a 199 medimni. Si trattava dunque di

un crogiuolo di nullatenenti, poveri, improduttivi e piccoli contadini, alcuni di essi a un passo dall’essere

Zeugiti. La quarta classe non aveva il diritto elettorale passivo (non possono essere eletti); essi godevano

solo del diritto elettorale attivo. Proprio in epoca soloniana viene riconosciuto loro questo diritto.

Nacque, infine, una nuova assemblea, l’Eliea. Essa si riuniva raramente, solo per eleggere i magistrati.

Come si è detto, non si può parlare ancora di governo democratico, sebbene gli Ateniesi considerassero

Solone il padre della democrazia. Meglio, forse, sarebbe dire il “nonno”, poiché il vero padre della

democrazia ateniese, ancorché poco riconosciuto, fu Clistene [cfr. Aristotele, AP, p. 43 ess.: «al popolo

ho dato quanto basta»]. Solone negò, ad esempio, la ridistribuzione delle terre. Egli riteneva che agli

uomini che componevano il popolo (egli li definisce kakói, non casualmente) non spettasse tanta terra

quanta quella destinata ai nobili, la parte migliore del genere umano. Uguaglianza geometrica, giustizia

proporzionale, questo è il governo soloniano. Gli Ateniesi, in effetti, volevano la tirannide di Solone. Fu

egli stesso a rifiutarla: «Non mi piace fare qualcosa con violenza di tirannide».

XIV

Solone e la riforma soloniana

Siamo informati sulla storia ateniese più su ogni altra storia greca. Ce ne parlano Ecateo di Mileto ed

Erodoto, il quale fu inserito nei contesti delle grandi famiglie ateniesi (principalmente la famiglia degli

Alcmeonidi), ce ne parla Tucidide, ce ne parla Aristotele. Dopo un governo monarchico di re (questa

storia si perde nella leggenda risalendo fino a Teseo), gli ateniesi si distribuiscono in quattro tribù ioniche

e nelle fratrie, che all’inizio del VII secolo sono governate da arconti eletti annualmente. La fine della

monarchia è dibattuta: principalmente la causa si identifica nella figura della famiglia dei Medontidi con

il re Codro, di cui gli aristocratici vogliono limitare la grandezza e il prestigio. Prima di Solone vi erano

tre tipologie di arconte: l’arconte Re, l’arconte polemarco, l’arconte eponimo. Dietro di questi l’Areopago,

consiglio di anziani ed ex-arconti a vita.

Solone emerge a seguito di uno scontro con la tirannide di Cilone, fallita a causa degli Alcmeonidi.

Solone è della già menzionata famiglia dei Medontidi. Il suo ruolo è quello di mediatore centrale nello

scontro tra Cilioniani e Alcmeonidi. Risolve la diatriba convincendoli ad andare a processo presso un

tribunale speciale (non l’Aeropago). Perdono gli Alcmeonidi, che vengono esiliati e considerati impuri

per la polis. Siamo nel 594 o 593, secondo una ricostruzione basata su Erodoto e i rapporti tra Solone e il

re di Lidia, Creso. Ci sono incertezze anche sulla prima azione soloniana. Tradizionalmente viene

considerata la riconquista di Salamina dopo l’occupazione megarese. Nella questione interviene anche il

re spartano Cleomene (l’isola viene data ad Atene).

Qual è il contesto? Il contrasto tra gruppi famigliari e nobiliari risolto tramite processo, in un contesto

di purificazione della polis dalle sue contaminazioni. Come già incontrato prima, c’è un movimento di

semplificazione dei costumi ateniesi (ad esempio nelle cerimonie e nello sfarzo) a favore di una forma di

buon governo e uguaglianza che chiamiamo eunomia (la buona norma). Solone contrappone e

contrapporrà sempre il ceto dei ricchi al popolo, e questo sarà di enorme impatto per ciò che avverrà in

seguito. Un grande risalto va a ciò che è pubblico e sacro, che viene giudicato inviolabile. La metafora è

chiara: strappare i cippi che rendono la città schiava, addirittura richiamando in patria chi era stato

ingiustamente venduto come schiavo o esiliato. Divisione tra poveri e tra ricchi, tra popolo e nobili.

Aristotele, che è una fonte preziosissima in questo contesto, parla di “scuotimento dei pesi”. Si pensa

che il termine si riferisca proprio alla situazione appena delineata: da una parte i ricchi e da una parte i

poveri che sono dipendenti dei ricchi (con salario e non e con una libertà che oscilla). I poveri che

lavorano per i ricchi danno gran parte dei loro guadagni a coloro di cui sono dipendenti. Cosa accade

quando non possono pagare? Diventano letteralmente dipendenti della loro volontà, in altri termini

schiavi, costretti a pagare tramite la propria persona. Togliere i cippi significa allora forse ricondurre

questa situazione a uno stato in cui i ricchi non sono proprietari di così tanti latifondi da instaurare questa

dialettica servo-padrone, usurpatori di quei beni pubblici inviolabili. Non sappiamo bene cosa sia

accaduto, ma è evidente che secondo l’opinione aristotelica gli aristocratici si sono impossessati di terreni

che sono bene pubblico anche quando contadini li stavano già lavorando, costringendoli ora a diventare

loro dipendenti (pagando loro moneta sonante). Sollevamento pesi quindi, cioè azzeramento di quei

debiti, abbassamento di potere e di influenza. Cosa manca? La ridistribuzione delle terre, problema che

Solone non affronta. Dal testo aristotelico si evince come vi sia democrazia nel tentativo e nel successo

soloniano di concedere ai ricchi di poter “abusare” della persona fisica dei contadini dipendente come

garanzia quando questi non possono pagare. La sua è una democrazia quindi basata sulla giustizia sociale,

una democrazia che ha spesso i caratteri di una democrazia ‘di tribunale’, con riferimento particolare

all’eliea, il tribunale del popolo. Si dà al popolo niente di più che l’indispensabile, si cerca di portare su i

meno abbienti e di portare giù i ricchi.

Importantissima è invece la divisione in classi operata da Solone. Si tratta di una vera e propria riforma

timocratica inserita nell’ottica di quel livellamento già visto e nel tentativo di togliere ai poveri il loro status,

favorendo a tutti la possibilità, anche minima, di rappresentanza politica. Gli organi più importanti sono

il Consiglio dei Quattrocento e l’Areopago. Nel suo tentativo di risolvere i problemi di mobilità sociale,

Solone sostituisce alle quattro tribù quattro classi basate sul censo:

Pentacosiomedimni (coloro ricavavano 500 medimni di grano dai campi)

Cavalieri (300 medimni o erano in grado di mantenere un cavallo).

Zeugiti (200 medimni)

Teti (meno di 200 o nullatenenti)

I primi due potevano accedere all’arcontato ma solo i primi potevano essere tesorieri. I teti potevano

partecipare ai tribunali popolari e, come tutti, all’ekklesia. In cosa consiste l’importanza di questa riforma?

Lo notiamo in un confronto con quello che era l’accesso alle grandi cariche in contesto pre-soloniano

(già nel contesto delle lotte famigliari), basato esclusivamente sulla richezza e la nobilità. Con Solone la

nobiltà non è più essenziale per accedere a quelle cariche e l’innovazione è epocale. Si assiste a quella che

è la nascita di un potenziale ceto medio, la possibilità da parte di questo ceto di attuare una scalata sociale

e politica. La riforma è aperta ed è una forma di apertura. Se il sangue e la nobiltà non sono più criteri

per determinare chi sarà o non sarà arconte o chi avrà o non avrà un peso sulla scena politica della polis,

potenzialmente (almeno in linea teorica) tutti possono sperare di ricoprire questo o quel ruolo politico.

È il diritto che glielo garantisce. Una dimostrazione, ancora una volta, di quell’eunomia che già

intravedevamo nel testo di Aristotele.

Il periodo successivo alla riforma è tradizionalmente considerato un periodo di viaggi per Solone

(Cipro, Egitto…), sperando nell’eternità delle formule legislative da lui emanate. Tuttavia la riforma non

ottiene l’obiettivo sperato. Già nel 582 Damasia, arconte, rimane ancora in carica per un altro anno e

mezzo. È un preludio alla successiva tirannide. Il conflitto non viene sanato e in poco tempo un nuovo

predominio da parte dei nobili è evidente. Probabilmente quello a cui assistiamo non è un fallimento tout

court della riforma, che continua a rimanere tale per decenni, ma la mancata risoluzione concreta del

problema delle disuguaglianze economiche che da essa deriva. La ridistribuzione delle terre da una parte

che, come abbiamo già detto, Solone non attua mai e l’inefficacia di fatto della riforma nei confronti

dell’abolizione dei privilegi dei ricchi, che di fatto rimangono intatti. In questo contesto Solone si attira

inimicizie in ogni lato della polis e da ogni parte sociale.

XIX

Dopo Solone, la tirannide di Pisistrato, testo XVI

Solone è un nobile che ha il lessico del suo tempo, ha il lessico dei nobili quando parlano di se stessi e

dei non nobili. Paragrafo IV del testo aristotelico: “E ancora, riguardo…” (p. 43). Solone qui invoca una

nomocrazia. Una forza (kratos) delle leggi. I moderni la chiamano, analiticamente e a posteriori, timocrazia.

Dove c’è la legge che ha forza c’è nomocrazia. Questo è l’indirizzo di Solone, così come lui lo dice.

Mescolando, combinando la forza e la giustizia. Andò fino in fondo a questo, come aveva promesso,

scrisse leggi uguali per il kakos e l’agathos (il buono e il malvagio). “Se altri che me…”. Evoca di nuovo la

possibilità di essere tiranno, ma non ha fatto scorrere sangue, non ha reso vedova Atene di alcun cittadino.

Come il lupo fra cani, la pietra di confine tra i due eserciti, evoca questo ruolo di centro riequilibratore

ed equidistante che è un’invenzione politica soloniana, anche in termini di metafore. Qualcuna sembra

proverbiale, forse circolavano già. Per evitare di dover rimettere mano alle riforme, per non essere

costretto a modificare qualche cosa, si astrasse dalla lotta politica al punto di passare il resto della vita

prevalentemente fuori di Atene, viaggiando, questa almeno la tradizione biografica (misera). Ultima

osservazione: lui stesso testimonia scontentezza alla propria destra e alla propria sinistra, addirittura si

astrae. Ma evidente che se questa riforma ha funzionato (come sappiamo), come è anche evidente dal

solo fatto che sia stato nominato con un ampio consenso, tutta la vicenda soloniana, pur nelle sue

contraddizioni e mancanze, evoca l’ingresso perlomeno nella storia ateniese che non va equivocato in

senso di ottimismo storico di una violenza potenziale che ha evitato. La sua opera è stata resa possibile

dal non-disaccordo di entrambi i poli in cui si muove, non spiegabili se non con una parziale condivisione

da parte di tutti i gruppi di un interesse ad evitare lo scontro.

DOPO SOLONE

Damasia resta in carica per altri due anni. Nel corso del suo secondo ulteriore mandato viene cacciato dal

potere. È già una microtirannide. È un arconte che si dimentica che è finito l’anno. Qualcuno lo aiuta

certo, e si ha un anticipo di un assaggio di potere illeggittimo, ma bisogna ancora aspettare. Tra le file

dell’aristocrazia crescono giovani baldanzosi figli di famiglie attive che già dal dopo Damasia mettono in

piedi mettono in piedi quella che ieri chiamavamo una stasis, che non si sa se realmente sanguinosa o

semplicemente basata su una tensione politica. Un contrasto grave, stasis. Lotta civile che inizia tra due

“partiti” che non hanno alcuna differenza di programma, per il solo fatto che non ne hanno uno apparte

quello di prendere il potere. Sono lotte fra due partiti nel senso di vere e proprie alleanze, dei trust di

grandi famiglie nobili, rivediamo i legami basati sulle amicizie, le eterie, i matrimoni, lotte che ormai

coinvolgono anche strati di demos nel senso popolare di clientere. La contrapposizione nobiliare si

ingrossa, diventa lotta tra blocchi di popolazione ateniese. Vi è un partito che fa capo, il cosiddetto partito

“della pianura” (utilizzando una metafora della Rivoluzione francese). La pianura è un gruppo di

pressione e di lotta basato su famiglie che hanno radici nelle grandi proprietà terriere del centro dell’attica,

più pianeggiante rispetto al confine con la Beozia (anche se non è vera pianura). Un partito di gente della

pianura, i “pianuristi”, pediaci, le grandi proprietà terriere delle famiglie nobili della tradizione ateniese

con le loro clientele contadine. Forse fra questi gruppi ci sono i Filaidi, la grande famiglia di Milziade.

L’altro gruppo che si contrappone è quello “della costa”, i litoranei, palaidi. Hanno interessi mercantili?

Non è affatto detto. Il Pireo non è ancora il grande porto commerciale dell’Atene classica, anche se ha

già un commercio vivo.

LA TIRANNIDE DI PISISTRATO

Nel gruppo della pianura c’è Pisistrato (forse quello a cui fa riferimento Solone quando diceva “se ci

fosse qualcuno…”). Dicevano che si creò un partito artificiale, creato con una scelta mirata di cercarsi

una sponda politica (senza clientere), individuata da Pisistrato nei poverissimi contadini della montagna,

coloro che stanno tra le vette, le colline. Pisistrato li sceglie, si costruisce il partito con le proprie mani.

Su cosa consista la lotta tra i gruppi in concreto sia Erodoto sia Aristotele non ce lo dicono, ma sappiamo

che è una lotta intollerabile per la città. Nel 561-560 Pisistrato rompe gli indugi, si fa da solo un attentato,

si ferisce o si fa ferire una gamba, e sanguinante si presenta in Atene e di fronte all’assemblea esibisce i

talgi delle proprie ferite, ottenendo dall’assemblea spaventata una guardia del corpo di trecento mercenari

armati di clava che lo aiutano ad instaurare una prima tirannide (se si può chiamare così). Per Aristotele

ed Erodoto questa è già certamente una tirannide. La tradizione è dettagliata nel testo aristotelico. Non

capiamo bene se Pisistrato fu cacciato da Atene una volta diventato tiranno una o due volte, dopo il 561.

Pisistrato anche cacciato tornò e morì da tiranno, trasmettendo il potere al figlio (ciò significa che la sua

fu una tirannide riuscita). Nella sua prima fase si intravede un tentativo di compromesso proprio con il

capo della costa, discendente di Megacle. Pisistrato sposa la giovanissima figlia di Megacle, poi però

qualcosa non funziona e Pisistrato scopre che la ragazza è maledetta. Non consuma il matrimonio,

disonora il suocero. Da qui un gioco di alleanze con la successiva cacciata di Pisistrato. L’esilio di

Pisistrato è doratissimo. In Tracia può attingere da miniere d’oro e d’argento, ha alleanze personali di

intere città che gli mettono a disposizione mercenari, navi, clientele aggiuntive. Ad Argo ha un figlio ha

un figlio fatto da un’altra donna nobile, figlio illegittimo ma che lui usa, valorizza. Ha legami con Eretria,

la città dei cavalieri. Riceve mercenari da Tebe, che vuole intorbidare le acque della vicina Attica. È amico

con un avventuriero che sta nell’isola più ricca dell’Egeo, Nasso, che evoca ricchezza nel semplice nome

che si davano i nobili, i “grassi”. Questo avventuriero gli dà uomini per le sue avventure, Pisistrato lo

aiuterà a prendere la tirannide a Nasso. C’è un circuito internazionale che si muove attorno a questo

straordinario e bieco personaggio. Data possibile è il 546, quindici anni dopo il primo accesso al potere,

quando Pisistrato è definitivamente ad Atene. Da allora non va più via.

La sua tirannidi è una delle meglio conosciute. Erodoto e Tucidide (con delle digressioni) ci dicono

molto. Poi Plutarco (nelle biografie greche mancano le biografie dei tiranni, sentiti forse come troppo

odiosi), che ci dà qualche idea. E naturalmente l’Athenaion politeia di Aristotele.

La prima misura è la disoplitizzazione di Atene. C’è l’obbligo di consegnare armi e armature

consacrandole nei templi, come fossero un’offerta agli dèi. Pisistrato non ha intenzione di rinunciare alla

potenza militare: Atena è cresciuta, è grande, è importante. Il tiranno conta sui mercenari, pensando che

saranno sufficienti in politica estera e interna. Gli ateniesi, allmeno in senso militare stretto, si privano

dell’oplitismo. Questo è già indizio di una cosa già detta in generale sulle tirannidi: in una condizione

simile è inevitabile assistere a una radicale pacificazione.

I pisistratidi (Pisistrato e Ippia, il figlio) non eliminano le leggi: esercitano un potere di fatto e di

diritto (che si sono dati però da soli) che consiste nel galleggiare sopra la città. È evidente che quando la

tirannide è stabilizzata esistono ad Atene un’assemblea mai abolita, le leggi soloniane, un consiglio

presente e gli arconti tutti gli anni. C’è una parvenza di normalità, anche se è evidente che gli arconti

vengano nominati dal tiranno o dall’assemblea (sono amici o parenti). C’è un’apparenza di normalità in

senso istituzionale, questa è la formula.

561: successo e consenso. 546: il ritorno di Pisistrato è all’insegna dell’opposizione degli opliti. Un

tiranno quindi che era stato capo degli opliti quando torna nel 46 ha schierato contro di sé l’esercito

oplitico. La parte meno povera di Atene gli è contrario. La formula tiranno = oplitismo ancora una volta

non funziona. Può funzionare con Pisistrato la cosa detta con Solone che ad Atene funzioni un tiranno

sub-oplitico. Si accoglie Pisistrato con silenzio nel 546.

XVI TESTO

Aristotele, Athenaion politeia, pp. 52-55 (dopo quelle di Solone).

Il testo va preso con estrema cautela. La rappresentazione è estremamente positiva, un governo basato

su mitezza, esercizio dissimulato del potere e della violenza tirannica (anzi violenza non si vede). Al

contrario della violenza c’è attenzione per il mondo dei contadini, quello che aveva garantito appoggio

(magari in silenzio). Pisistrato prestava denaro ai poveri e al tempo stesso li manteneva nella condizione

di contadini: c’è un credito agricolo. Siamo nel 550-40-46… non sappiamo bene. Ad Atene ormai c’è la

moneta, almeno dal 560 (è una misura del primo Pisistrato? Non è detto, già c’era altrove e anche non in

conessione con tirannidi), strumento che serve per la città favorendo sia i mercanti che transazioni tra

pubblico e privato (il modo con cui la città paga prestazioni). Pisistrato è democratico? No, il motivo con

cui lo faceva è per farli rimanere nelle campagne (versione edulcorata delle pelli di capra già citate altrove).

È una visione alla Solone: i kakoi stiano dove prevalgono. L’attenzione al mondo dei contadini è data

anche da quello che sembra un fenomeno contraddittorio: Pisistrato preleva la decima, evidentemente in

natura o nella sua conversione in moneta. C’è la solita commissione tra tasche private del tiranno e

pubblica. La tassa alimenta una cassa pubblica a cui però si concedono prestiti. Circuito virtuoso.

L’agricolutra alimenta se stessa con la tassazione, e la tassazione rimpingua o crea un tesoro pubblico (del

tiranno, almeno, ma il tiranno è equivalente del pubblico).

In città crescono le professioni che possono esistere solo a patto di non doversi autonutrire, professioni

di produzione artigianale e manifatturiera che trovano il cibo e il bere con il ricavato della vendita dei loro

prodotti, rendendosi autonome e dipendenti dal lavoro agricolo. La campagna nutre i campagnoli e i

cittadini, e l’Atene di Pisistrato è l’Atene dove inizia in serie la grande produzione ceramica, importante

di per sé ma anche una traccia guida per capire che l’artigianato atenesie decolla allora. Vasi, bronzistica,

mobilio, trasformazione alimentare, una miriade di professioni urbane legate alla città, è un mondo che

si attiva. I letti, specialità, fatti con ambra, avorio, bronzo, tra gli esemplari più belli (uno era in una tomba

di un principe celtico in Germania). C’è un’analisi del presente, un calcolo, c’è una politica economica

che prima non c’era. La tirannide la fa, ha un programma, dei progetti, persegue degli obiettivi.

Ed ecco che in coerenza con questi, Aristotele dice ancora “creò i giudici dei demi… egli stesso usciva

in campagna…”. I giudici dei demi sono nominati dal tiranno e devono andare in giro per i demi, i

villaggi agricoli dell’attica (più di cento, forse centocinquanta), amministrando una sorta di giustizia pratica

e rapida, “porta a porta”, risolvendo problemi tra i contadini (eredità, confine, lavori non pagati…). Una

giustizia che va incontro al contado. Da qui l’aneddoto dell’incontro col contadino raccontato in seguito

da Aristotele.

Da Pisistrato si esercitano tutte le possibili seduzioni del potere istituzionale. È un creativo geniale. Ci

dà di sé un’immagine potente, molto suggestiva. Questa è la forza della sua tirannide. Aggiungiamo: c’è

tutta una politica marittima di Pisistrato. Le colonie prima Atene non ne aveva, le ha adesso. Si sospetta

anche che non fossero colonie normali. Una è in Troade, vicinissimo a dove era Troia, governata da un

tiranno, il figlio illegittimo nato ad Argo già menzionato. Nella penisola di Galipoli, dove morirono decine

di migliaia di turchi ed europei durante la I guerra mondiale, il chersoneso tracio (precisamente, il Sigeo),

dove Pisistrato mandò un’intera famiglia, tolta di mezzo dalla tirannide con un prestigiosissimo incarico

che li rimuove. Da qui si controlla una delle principali rotte del commercio greco dell’epoca, da e per il

Mar Nero, attraverso la quale transitano grano “ucraino e russo”, gli schiavi della stessa regione, le pelli

balcanica e tonnellate di pesce conservato che viene dei grandi fiumi che sfociano del Mar Nero. È il

mercato più importante di approvvigionamento greco assieme a quello egizio. Sta per aggiungersi

l’Adriatico.

Tutto questo che cos’è? Ho detto pacificazione, disarmo, interesse per il mondo della campagna, libero

corso per il funzionamento della città con le sue produzioni e i suoi commerci lanciati su scala

mediterranea, attenzione alla cultura (sviluppo di un testo ufficiale per Atene dei poemi omirici), ampio

sviluppo di poesia, arte figurativa, architettura, edilizia anche utile (rifornimento idrico, acquedotti,

fontane…), splendore sull’Acropoli e oltre, politica coloniale, alleanze decisive come quella con Nasso

(aiutato e aiutante), rapporto ambigio con la tirannide di Policrate di Samo, dominio forse sulle Cicladi…

Tutto questo è politica. Politica nel senso pieno del termine, politica nel senso progettuale e realizzativo.

Ecco che più che mai Pisistrato con ancora il figlio che prosegue esattamente la sua stessa politica

rappresenta pienamente quell’esempio dell’essere la tirannide la sostituzione con valore pubblico anche

quando pubblica non è, palestra per la città di come si fa politica in modo continuo. E paradossalmente

un surrogato efficacissimo del pubblico. Tirannide che tira fuori valori e significati pubblici

dall’esperienza comunitaria, li potenzia senza neanche volerlo (perché vuole sostenere se stessa, vedi

l’ossessione di lasciare il potere ad Ippia). Per dismettere la tirannide di Ippia gli ateniesi chiedono aiuto

a Sparta.

XV

La lista degli arconti come forma di datazione, Ippia e la caduta della tirannide, tribù e trittie

(XVII testo)

LA LISTA DEGLI ARCONTI COME FORMA DI DATAZIONE

C’è una lista di arconti ateniesi da immaginarsi redatta in Atene quantomeno dal 683-682, lista conservata

su papiro in qualche primitivo archivio della polis. All’altezza del 430-420, gli ultimi anni di vita di Erodoto

e gli anni della maturità di Tucidide, in Atene si pubblica la lista degli arconti, la si mette su pietra, diventa

visibile, documento pubblico, segno che si sta cominciando a diffondere l’idea di usarla come sistema di

datazione di riferimento per la città. A partire da qualche anno dopo i decreti della democrazia ateniese

segnano la data della loro approvazione usando l’arconte. Pian piano anche gli storici si accorgono che

quella lista può servire come termine di riferimento per le cronologie storiche. Prima ancora che venga

pubblicata l’unica data esatta che Erodoto fornisce è quella dell’arconte del 480-79 Calliade, perché è

l’anno della battaglia di Salamina, l’anno in cui Serse penetrò in Grecia e si avvicinò all’Attica. C’erano

anche le date dei giochi olimpici, ma non venivano utilizzate: ci si accorge molto tardi che si possono

usare. Erodoto stesso che usa quella la data la trascrive ben prima che ci sia una lista visibile, è una data

che serva bene a poco (è andato a farsi ricerca in archivio). Pubblicare la lista vuol dire rendere visibile

questa scala di riferimento, ma ci vorrà molto tempo prima che entri nella coscienza storica l’idea

dell’utilizzabilità di questi riferimenti cronologici. Tucidide li usa, ma per dare l’inizio alla guerra del

Peloponneso, poi bisogna contare. Questa lista è stata ritrovata dagli archeologi, ecco perché sappiamo

dire che è del 430-420.

IPPIA E LA CADUTA DELLA TIRANNIDE

Abbiamo un frammento relativo agli anni in cui è tiranno Ippia, 525-522. Quattro anni in cui leggiamo

quattro nomi di arconti. Nel 524-523 l’arconte è Milziade, l’anno dopo è Clistene. Un semplice calcolo

dell’età, pensando che si diventa arconti con un minimo di trent’anni, permette di stabilire con quasi

certezza che Clistene e Milziade sono i principali esponenti (il primo) degli Alcmeonidi e (il secondo) dei

Filaidi. Non solo ma Milziade Filaide è lo stesso che nel 490 vincerà a Maratona contro i Persiani e

Clistene è il fondatore della democrazia ateniese. Grandi famiglie aristocratiche ci immaginiamo in esilio,

che hanno sempre lavorato a creare di se stesse un’immagine totalmente antitirannica, di eroi della libertà,

della futura democrazia, di padri nobili di Atene (fieri oppositori di Pisistrato e Ippia) sono presenti

nell’Atene di Ippia e con il placet del tiranno arrivano ad essere arconti eponimi, con elezioni fasulle o

anche realmente effettuate ma chiaramente si direbbe addirittura organizzate dal tiranno in modo che le

principali famiglie avessero soddisfazione del loro onore. È un gioco di complicità. La tirannide rassicura

le famiglie che tutto è cambiato, hanno in realtà nessun potere ma è come se ce l’avessero, conservano

l’onore di facciata, viene rispettato il loro prestigio. Ecco perché Aristotele diceva che l’età di Saturno,

questi tempi, piacevano a tutti. È un segno del fatto che la tirannide del padre e di Ippia fosse riuscita. Le

tirannidi ad ogni modo sono destinate a cadere: sono illegittime, sono una monopolizzazione del vero

potere. Il ‘chi comanda’, la risposta è sempre Ippia, non Clistene e Milziade, e costoro e i compagni si

stancano di avere il tiranno, tiranno che mostrando alle cittadinanze come si fa politica è destinato a

cadere. Come comunità viventi, gli uomini che fanno le città capiscono che il tiranno può essere abbattuto

e che una volta abbattuto si potrà imitare la sua politica, la si potrà ereditare. I tiranni portano a

maturazione le premesse della loro crisi, premesse fondate su una maggiore consapevolezza di sé delle

aristocrazie e di quello che esse possono fare anche senza il tiranno. La città viene portata alla sua legalità.

Chi è il re? La legge, frase che può essere detta in aristocrazia, democrazia, oligarchia un secolo dopo.

Questo per dire che Ippia sarebbe caduto? Probabilmente sì, o suo figlio se avesse trasmesso la tirannide

a lui. Ad accelerare il fenomeno è l’uccisione di Ipparco che scatena l’anima più irrepressiva di Ippia che

tra confische, arresti e torture scatena il volto autentico della tirannide. Non leggeremo le pagine 62-63

di Aristotele.

Gli spartani nel 511-513 intervengono con tutto l’esercito oltre l’istmo di Corinto ed entrano in

Attica, assediano assieme agli ateniesi Ippia, i suoi mercenari e la corte, e per Ippia la tirannide finisce.

Ottenendo garanzie il tiranno e i suoi prendono la via dell’esilio e vanno a finire in Troade, a Sigeo, nella

colonia fondata da Pisistrato, dove trovano sicuro rifugio. Vanno a fare i tiranni, Ippia si reinventa. In

Atene si scatena immediatamente una lotta tra i liberatori perché non tutti sono d’accordo sulla formula

da adottare per la nuova o per la restaurata politeia, quale ordinamento politico dare la città. Ci sono due

estremi: Clistene, che ha un’idea chiarissima, democrazia, che noi chiamiamo così ma lui doveva

chiamare isonomia, uguaglianza di fronte alle leggi, uguaglianza di tutti, o uguaglianza delle leggi in

relazione a tutti (tutto il demos, tutti coloro che hanno diritti, tutti i cittadini in senso soloniano, quelli delle

quattro classi di Solone); poi l’oligarchia reazionaria di Isagora su cui non sappiamo nulla, arconte nel

508-507, che vuole riportare Atene a una strettissima oligarchia (non avanzata, non timocratica),

reazionario totale, oligarchia dura, pura, chiusa. Lo scontro è inevitabile. Clistene ha già iniziato con

qualche consenso a proporre o a far approvare alcune delle sue idee, Isagora gli rivolta contro i suoi e si

ha di nuovo una stasis, complicata dal fatto che Isagora richiama gli spartani che preoccupati dalla piega

degli avvenimenti ateniesi intervengono effettivamente in appoggio a Isagora, preoccupati da quello che

sta per fare Clistene. Ma è già la terza volta che succede, i pochi spartani arrivano, vengono assediati da

una rivolta in massa degli ateniesi nonostante molte famiglie (centinaia) siano in esilio assieme con

Clistene (fuggiti dagli spartani). È possibile che a insorgere contro Isagora e gli spartani sia la stessa

assemblea e già un consiglio che non è il vecchio Aeropago ma già quello clistenico, consiglio nuovo di

zecca che è l’anima della rivolta antispartana (nel testo che non leggiamo). C’è forse già un pezzo di

democrazia funzionante perché Clistene aveva ideato e ottenuto l’approvazione di un pezzo già di

riforma. Comunque sia il re Cleomene con i suoi resta bloccato con l’Acropoli assieme con Isagora.

Nessuno si fa male, la incipiente democrazia ateniese si caratterizza da subito come poco sanguinaria. A

patti il re di Sparta, gli spartani e forse anche Isagora ottengono il salvacondotto e sgombrano Atene.

Clistene viene immediatamente richiamato coi suoi partigiani, con le sue eterie, popolo ecc. e in Atene

non c’è più alcuna opposizione alla isonomia.

TRIBÙ E TRITTIE

XVII TESTO

Carta nel pdf3 a p. 18 delle tribù e delle trittíe attiche

Clistene, usando non si sa che tipo di tecnologie, ripartisce il territorio attico. Una parte molto piccola

Asty

viene ritagliata attorno ad Atene e viene chiamata , la città. Poi si separa ulteriormente l’entroterra

(mesogèa, terra di mezzo), ritagliato con una linea che arriva fino al bordo dell’Asty, riprende e torna su.

Attorno alla mesogea c’è la paralìa, la costa. Fatta questa divisione in tre parti Clistene divide ciascuna di

queste tre parte in dieci sottoparti. Il risultato è di trenta trentesimi, trenta sottoparti il cui nome è trittie.

A questo punto un sorteggio si premura di mettere insieme in dieci gruppi tutte le trittie in modo che ci

siano dieci gruppi con una trittia della mesogea, una della paralia, una della città. Questi dieci gruppi sono

le nuove tribù ateniesi. Quindi dieci tribù ognuna con una trittia per zona (che sono tre) e trenta trittie.

Ogni tribù è rappresentativa delle varie anime del territorio, della mescolanza degli ateniesi e degli interessi

degli ateniesi. Le dieci tribù hanno base territoriale ma differenziata, una trittia della costa, una della città

e una dell’entroterra. Per fare questi gruppi di tre trittie che sono le nuove tribù ci vuole sorteggio. Si può

verificarlo sulle sfumature in grigio della carta. La carta contiene dieci gradazioni o sfumature di grigio

numerate. I nomi in basso a sinistra sono le trascrizioni in alfabeto latino delle tribù volute da clistene.

Questi numeri si ritrovano nella cartina con sfumature diverse. Il 9 è il colore più chiaro, tribù Eàntide, è

in alto dove c’è due volte il numero nove, due trittie che si toccano una in mesogea e una in paralia. Il

terzo pezzo è ad Atene, perché deve essere nella città. L’8, l’Ippotontide, è ugualmente chiaro: una in

paralia in alto che confina con la Beozia e l’istmo di Corinto a sinistra, una nella mesogea accanto e una

in città. C’è l’attrinamento di tre trittie, ma solo un sorteggio può avere messo insieme tre pezzi così

staccati tra loro. C’è un principio di causalità. Questi attrinamenti sono le dieci tribù. La conseguenza è

un gigantesco e riuscito rimescolamento della cittadinanza ateniese in dieci contenitori nei quali c’è di

tutto, c’è l’intera attica mischiata.

Ad Atene, dopo la riforma, rimasero le quattro tribù ioniche, ma solo per scopi religiosi. Tutto ciò che

era diritto politico, a cominciare a quello di cittadinanza, passa all’appartenenza alle dieci tribù, ricavate

con il gioco delle trenta trittie. Una cosa non detta è che le dimensioni delle trittie variano, c’è stato un

tentativo approssimativo di creare una sostanziale eguaglianza demografica nella divisione territoriale.

Quanti cittadini conta Atene a quest’epoca? Erodoto ce lo dice in riferimento a un decennio dopo la

riforma: trentamila cittadini ateniesi aventi diritto (maschi adulti). Nelle dieci tribù della riforma rientrano

tutte e quattro le divisioni di Solone.

Ma cosa definisce l’appartenenza alla tribù? Clistene impone una registrazione dei cittadini all’altezza

del 508-7 in liste che li certifichino come residenti (il principio è la residenza, ma conta naturalmente

essere liberi ed essere cittadini in senso soloniano). I luoghi concreti in cui si vive sono i demi, cioè i

villaggi, che a quest’epoca oscillano tra i centotrenta e i centocinquanta (assomigliano ai nostri comuni).

Essere residente in un demo vuol dire entrare a far parte della cittadinanza ateniese e a seconda in quale

trittia sta quel demo appartenere alla tribù di quella trittia.

A livello politico i cittadini ateniesi hanno il nome soltanto, ma non ufficiale (date le omonimie) ci si

distingue con il patronimico al genitivo. Fa parte dell’ufficialità invece dire ad esempio “Pericle di x” dove

x è il nome del villaggio. Viene espresso con un aggettivo (demotico). I demi hanno registri e hanno

responsabili, il demargo, che hanno la cura di questi registri. Questo resta nella memoria degli ateniesi

perché anche se si cambia la residenza rimarrà il demotico dell’epoca di Clistene. Ci sono quindi

confusioni tra luoghi di residenza e demotici perché i demotici sono quelli antichi della riforma clistenica

(indicano dove viveva il bisnonno o trisnonno all’epoca di Clistene).

XVI

Isonomia cariche organi, che cos’è l’isonomia?, l’ostracismo

ISONOMIA, CARICHE, ORGANI

Perché questa è isonomia o democrazia (la parola non esiste ancora)? Perché mette in campo il principio

reversibile dell’uguaglianza della legge rispetto a tutti o di tutti rispetto alla legge. Non è una isonomia

vera e propria perché restano le classi soloniane. Diciamo che l’isonomia si esprime nella sovranità

elettorale e di voto per qualsiasi decisione della città. Quella che è la soglia minima del diritto – ancora

una volta – è diventata la soglia di un diritto sostanziale, davanti al quale si è davvero tutti uguali (un

uomo = un voto). Voto individuale e uguali per tutti. Si vota per decisioni della comunità e per eleggere

tutti i magistrati. Cosa rende democratico questo rispetto a prima? È l’estensione dell’uguaglianza effettiva

e dell’assemblea, che è un organismo che ora lavora davvero.

Prima si aveva una assemblea convocata un giorno intero con un ordine, una volta al mese circa (non

sappiamo da quando) accompagnata da altre tre. Probabilmente negli anni di Pericle per ogni mese ci

sarà un’assemblea principale, quella più antica, attorno alla quale ce ne sono altre tre, per un totale di

quattro. I mesi sono dieci all’anno, quindi ci sono quaranta assemblee sovrane di cui dieci più ‘toste’ e

trenta più di ordinaria amministrazione. È una democrazia diretta e partecipativa. Le dieci tribù sono

come circoscrizioni elettorali: ogni tribù vota un suo magistrato. Dieci arconti che ancora con Clistene

sono concepiti come i principali magistrati. Ma già Clistene ne aggiunge altri dieci che sono destinati a

scanzare in importanza gli arconti stessi, cioè gli strateghi, concepiti come comandanti militari di un

esercito diviso in dieci tribù militari. La falange oplitica è comandata da dieci strateghi e ogni scaglione

rappresenta una tribù che lo ha eletto. Parliamo sempre di magistrature rigorosamente annuali (arconti,

strateghi, dieci comandanti della cavalleria o flotta, dieci tesorieri). Es: a Maratona vinse Milziade, ma

simbolicamente l’arconte polemarco Callimaco comandava l’esercito. Restano i cavalieri voluti da Solone,

ma ignoriamo a cosa servano. Probabilmente altre magistrature inferiori e forse sarebbero potuti

diventare in seguito arconti e strateghi. Altra carica fondamentale erano i tesorieri e altri magistrati legati

alla gestione della cassa pubblica. Il principio è: per le cariche più alte bisogna essere ricchi, perché la

responsabilità penale potenziale è alta. A maggiore responsabilità corrisponde forte capacità economica

per pagare le proprie colpe in senso penale, multe, condanne pecuniarie a volte fortissime. Ci sono anche

magistrature probabilmente che distinguono le possibilità di elettorato passivo degli zeuciti e rimane il

principio secondo cui la quarta classe ha solo il diritto elettorale attivo (i teti sono ineleggibili). Il sistema

non cambia sotto questo aspetto da Solone, ma a renderlo democratico è il grosso peso di una reale

sovranità data a un’assemblea che lavora con regolarità e più frequentemente perché non si possono

prendere decisioni se non votate. Noi sappiamo cosa spetti a cavalieri, pentacosiomedimni ecc., ma lo

sappiamo da Aristotele, per i tempi di Alessandro Magno.

Continuano a vigere i tribunali popolari che comportano giurie di centinaia di membri ai capi di quali

ci sono i dieci arconti (uno dei dieci). Il consiglio rimane, quello antico dell’Aeropago, in cui continuano

a finire gli ex-arconti. Il consiglio dell’Areopago è un mistero, perché a un certo punto si prende un potere

di fatto che richiederà un suo addomesticamento, verrà privato di forti prerogative e ridotto nel 460 a

tribunale per gli omicidi volontari (ruolo limitatissimo). Il vero consiglio tenuto da Clistene è un altro, è

boulé

la dei Cinquecento che sono cinquecento cittadini ateniesi che devono fin da subito far parte

delle prime tre classi (esclusi i teti), cinquanta per tribù all’anno. All’inizio probabilmente è elettiva, poi ci

sarà il principio del sorteggio (principio democratico per eccellenza). Si poteva essere dei Cinquecento

solo due volte nella vita (principio di rotazione democratica). Facendone parte si è buleuti divisi anche in

concreto nelle dieci tribù con il nome di pritani: ogni gruppo di cinquanta buleuti è una pritanía. Questo

consiglio del popolo funziona come una sorta di governo che lavora in tutti i giorni feriali e anche festivi

nel caso di emergenza (ma i giorni feriali in Atene rischiano di essere meno di quelli festivi, si lavora circa

un giorno sì e un giorno no). Il consiglio è un consiglio democratico presente permanentemente, ma non

si possono tenere cinquecento persone presenti tutti i giorni con un compito così gravoso, così si escogita

un principio per cui ci sono occasioni in cui il consiglio deve essere tutto presente, ma dividendo l’anno

nella media di trecentocinquanta giorni si arriva ad avere l’anno politico diviso in dieci pritanie (per cui

pritanie è anche il periodo dell’anno) nel quale una pritania è permanentemente insediata notte compresa

nella sede del consiglio. Passati i trentacinque giorni o trentasei quella pritania cede il posto a un’altra

pritania (e ogni anno si sorteggia l’ordine delle pritanie in questo senso). Ogni giorno all’alba c’è la

consegna delle chiavi della città e degli archivi a un membro sorteggiato tra i pritani insediati come

presidente, epistàtes (“presidente della repubblica ateniese”, formalmente il capo dello Stato per quel

giorno in cui viene sorteggiato). Almeno considerando quanto detto molti cittadini ateniesi avevano la

possibilità di essere i numeri uno della città una volta nella loro vita. A cosa servono i Cinquecento? È

importante vedere come essa si raccorda alla sovranità dell’assemblea, che è l’elemento ultimo e supremo

della sovranità. L’anno è diviso in dieci pritanie e sono quelle a determinare il numero delle assemblea

(una + tre per pritanie, senza contare le straordinarie). Il consiglio serve a preparare il lavoro

dell’assemblea. Proprio perché siamo in una democrazia di cittadini lavoratori (è una democrazia diretta

che non delega nessuno), si richiede di astenersi da una giornata lavorativa in cui ci si procura il pane. Il

lavoro dell’assemblea comporta perdite di tempo. Ci vuole coordinamento. Appunto tutte le grandi

decisione dell’assemblea sono di norma discusse preliminarmente dai Cinquecento, i cinquanta pritani

del momento o tutta quanta. Ogni pritania si riunisce in ogni decima parte dell’anno (trentacinque giorni)

e si forniscono delle bozze per l’assemblea, che è sovrana. Si fanno emergere i problemi, si scrivono, si

comunica, si prendono decisioni preliminari. Sono proboùleumata, decisioni preliminare della boulé, ma non

è una decisione sovrana, è una bozza. Ciò che sta prima della decisione, la proposta da portare in

assemblea. L’ordine del giorno viene dato al presidente dei pritani e se quel giorno c’è assemblea è anche

presidente dell’assemblea. Sulla base di quell’ordine regola l’assemble a e il voto. Se poi la cosa si traduce

in decisione definitiva della città si ha il pséphisma, decisione votata (pséphos è il voto singolo individuale e

sovrano). Qualsiasi cosa passi alla boulé e poi all’assemblea diventa decisione votata, e se non passa torna

alla boulé. A partire dalla democrazia ateniese i decreti, psephismata, vengono scritti su papiro e archiviati,

ma a partire dal 460-450 si scrivono su pietra per essere visibili in pubblico da tutti, in piazza, sull’acropoli

ecc. e da come li leggiamo capiamo che cosa è successo durante il voto. Sappiamo chi è il presidente dei

pritani, chi è il segretario, quale tribù ha la pritania, il proponente della cosa votata (Cimone disse…). Una

regola base è nulla può essere decisione se non passa da un probouleuma. Perciò l’assemblea è sovrana ma non

può votare nulla che non sia passato dalla boulé. È frequente il caso in cui proposte e iniziative nascono

nella boulé, diventano probouleumata e poi vanno in assemblea. È una democrazia in cui tutti le sedi –

consiglio, assemble, tribunali ecc. – si esprimono con una parola concentrata, è una democrazia basata

sulla parola e si parla rapidamente. I grandi e bei discorsi tipici della demcorazia ateniese si fanno nelle

feste e nelle celebrazioni (quello di Pericle pronunciato al termine della prima stagione di guerra del

Peloponneso, con la solenne sepoltura dei caduti). Oppure grande luogo di esibizione oratoria è il

tribunale: là sì che l’oratore deve parlare e parlare bene. L’assemble è regolata da un principio di anzianità

che è motivo di gerarchia in seno all’uguaglianza (parlano per prima i vecchi, poi i medi e i giovani). È

una democrazia partecipativa. In commedie di Aristofane ci sono celebri scene di contadini che si

mettono in marcia la sera prima o la notte per poter essere presenti in Atene per il voto o il teatro o il

tribunale. Si richiedono voce e gambe.

CHE COS’È L’ISONOMIA?

C’è chi dubita che sia una novità assoluta. Una decina d’anni prima del 410 (quando viene cacciato Ippia)

nelle grandi isole ioniche ci sarebbero state per Erodoto esperimenti falliti di isonomia (finite male perché

ci sono i tiranni imposti dai persiani, che a Samo bloccano il tutto conquistando l’isola annettendola al

dominio diretto del re). Altra cosa è un concetto rimasto tra le righe: se isonomia è quella che noi

chiamiamo democrazia prima di questa e in contrapposizione ad essa c’è un termine che è eunomìa, la

“buona legge” che non è la legge uguale per tutti, ma la legge alla maniera di Solone, distribuita in maniera

proporzionale in base a ranghi, nobiltà e ricchezza, è il “buon governo”, termine liberale ma anche

moderato e conservatore, risorgimentale, che in Grecia si riferisce al governo dove ognuno sta al posto

suo. La sostanza è che le novità rispetto al passato sono evidenti. Questa, che è tecnicamente una

democrazia, è ancora oggi soggetta a interpretazioni differenti per ciò che riguarda il suo tono essenziale.

Studiosi statunitensi da qualche decenno parlano di “rivoluzione clistenica” per ciò che riguarda la

cacciata di Ippia ecc. Italiani e inglesi si oppongono nettamente a questa interpretazione rivoluzionaria.

La realtà è che probabilmente non esiste una categoria in cui calare l’interpretazione del fenomeno. Perché

non è una rivoluzione? Dipende che significato si dà. È una rivoluzione, ma una rivoluzione politica,

davvero. Si danno poteri inimmaginabili ai kakoi, anche nullatenenti e mendicanti purché siano teti, si dà

il voto a dei miserabili, a gente senza lavoro e analfabeti, mettendoli sul piano di parità dei più nobili. La

politica è il campo della mediazione tramite parola e decisione. La democrazia ateniese non toglie una

dracma o un obulo dalle tasche, non ci sono idee di riequilibrio economico-sociale, non c’è lotta alla

povertà in Clistene. Sotto quest’aspetto non c’è rivoluzione, nessuno l’ha mai tentata. La sostanza è che

davanti ai dati non si può fare a meno di pensare a un grandioso compromesso clistenico. I kakoi, la

plebe, ottiene il massimo possibile. Ma i nobili e i ricchi continuano a mantenere tutte le occasioni per

soddisfare aretè e timè in una gara ancora più esaltante, davanti a trentamila elettori. La loro competitività

e brama di leadership è esaltata dalla democrazia. Fin dal 506 sappiamo che la democrazia ha preso una

strada aggressiva verso l’esterno, è una democrazia armata, perciò lo stratego è davvero il leader della città

e padrone della proposta in campo di politica estera, che vuol dire comandante della polis in senso totale,

posizione a cui concorrono i ricchi e i grandi nobili (solo i pentacosiomedimni probabilmente possono

diventare strateghi, poi forse i cavalieri). Stanno per arrivare tra l’altro le guerre persiane, che

potenzieranno questo corso storico della democrazia. Essere strateghi significa decidere le alleanze,

supportarle, perseguirle, concludere guerre e paci, e in Atene ciò è una buona metà della sua vita. Ecco il

compromesso clistenico: una sovranità di base in cambio della conferma e del potenziamento dei ruoli

di leadership dell’antica nobiltà e della nuova ricchezza.

Non dimentichiamo che siamo in un’Atene che per un mistero non compreso che risiede nell’iniziative

lette in Aristotele per ciò che riguarda il governo di Pisistrato la crisi agraria, debitoria e fame di terra è

stata risolta dai tiranni. La democrazia concede poteri a tutti, ma il suo baricentro è dato da proprietà

terriera contadina piccolissima o grande. L’Atene di Clistene continua ad essere un’Atene oplitica, dove

a fronte di migliaia di teti ci sono migliaia di zeugiti. Quattro quinti degli ateniesi probabilmente hanno la

terra. I mezzi di produzione a cominciare dalla terra li hanno già in stragrande maggioranza e bastano per

vivere probabilmente (anche i più poveri possono avere uno schiavo), perciò non ha senso parlare di

rivoluzione. Non c’è urgenza di una rivoluzione. La chiedevano invece a Solone, quando venivano alla

rapina. La ridistribuzione della terra sarebbe stata rivoluzione. L’hanno fatta i tiranni? Non lo sappiamo,

ma l’Atene in cui la terra era nelle mani di pochi non c’era più (lo leggiamo ancora in Aristotele). C’è una

estrema gradazione che dalla estrema povertà porta alla ricchezza distribuita senza particolare salti. La

democrazia rappresenta la città tutta e anche questa è una forma di compensazione. Per avere però piena

democrazia ci vorrà ancora un colpo di genio che verrà da Pericle. Oggi c’è un po’ la tendenza a svalutare

l’isonomia clistenica, ritenuta una pre-democrazia, tanto è vero che si chiama isonomia, e si nega

l’equazione un tempo scontata Clistene = democrazia. A guardare l’organizzazione del consiglio ecc. però

non si possono avere altre parole che democrazia e principi democratici, basati su ciò che è la parrhesìa, la

libertà di parola, la libertà di dire tutto che aumenta il dibattito ovunque. Senza questo non si

comprendono i quasi 200 anni di democrazia seguenti.

L’OSTRACISMO

Altro elemento: l’ostracismo, durato solo per il V secolo. Fenomeno estremo di sovranità popolare. O è

di Clistene stesso o è stato istituito poco dopo la morte. Meccanismo di espulsione cautelare da adottare

nei confronti di coloro che si rendessero sospetti di ripristinare la tirannide in Atene. Gli ateniesi

depongono nelle urne il nome di colui che secondo loro dev’essere espulso dalla città perché minacciante

la tirannide. Chi vince questa gara al rovescio viene esiliato senza perdere beni o cittadinanza ma vivendo

fuori dall’Attica per dieci anni. Ciò comporta una cosa particolare che fa sentire qualche ‘scricchiolio’:

bisogna scrivere. L’òstrakon è il coccio del vaso, e si presta facilmente ad essere inciso. Noi sappiamo che

la cifra che trasforma un ateniese in un ostracizzato è 6000 ma gravissimamente non sappiamo se 6000 è

il quorum dei presenti che convalidano il voto. Questo getta una luce un po’ sinistra perché dentro un

numero minimo di 6000 se si pensa che il voto è libero si potrebbe essere ostracizzati anche con 400 voti,

perché si è ostracizzati con la maggioranza relativa di quei voti. Si sospetta che 6000 sia un voto più serio

e garantista, cioè il numero necessario per un candidato, il numero che deve convergere su un singolo

nome. Tra le cose eccezionali c’è il fatto che abbiamo decine di migliaia di cocci, gli scarti post-voto.

Purtroppo in questi casi chi trova si tiene le cose e se le studia. Oggi gli ostraka sono ad Atene ostaggio di

studiosi austriaci che se li tengono per sé. Il lavoro è lento perché si stanno ricostruendo i vasi.

XVII

V secolo (I): rivolta ionica e Maratona, la modifica dell’arcontato, l’ostracismo, Temistocle e le

guerre persiane, dato numerico

V SECOLO (I)

Rivolta ionica e Maratona, la modifica dell’arcontato, l’ostracismo

Entriamo nel V secolo, con quella data che forse identifica l’invenzione dell’ostracismo. L’anno 500, ma

più facilmente il 499, è un anno epocale, preso per esempio a riferimento da Erodoto (che non ce lo dà

direttamente, ma intendiamo sia quello), perché è lo spartiacque che apre la stagione delle guerre persiane,

che non studiamo e lasciamo al manuale. Ci concentriamo in queste ultime cinque ore di corso agli aspetti

di sviluppo interno della democrazia ateniese. Non si può non dire che nel 499 a.C. inizia la rivolta ionica:

i greci d’Asia (non solo gli ioni, ma anche eoli e dori d’Asia, e poi anche i greci di Cipro) si ribellano al

potere persiano. Nel 546 viene abbattuto il regno di Lidia, barbaro in senso linguistico, alle spalle dei

greci d’Asia, che occupava due terzi dell’attuale Turchia e che aveva avuto momenti di particolare

splendore e potenza. Nell’arco di poche settimane è abbattuto da Ciro il Grande, sovrano dei Medi e dei

Persiani, che con una fortunata e poderosa campagna militare si impossessa di tutti i regni antichi che lo

precedevano. Il potere persiano sempre e ovunque esige che nelle città greche e anche quelle che in Asia

sono di stile greco (occupate da Lidi, Frigi, Cari…) ci siano dei tiranni e i tiranni non sono tiranni come

prodotti dall’interno delle città (come quelli già studiati), ma rappresentanti (anche se greci nobili) e

sorveglianti del re. La rivolta viene repressa soltanto nel 493. In aiuto degli ioni partecipano Atene ed

Eretria, la vecchia ma ancora forte città di Eubea, e quelle nave con cui ateniesi ed eretriesi aiutano i

rivoltosi costeranno care. Non c’è più al potere Ciro né il figlio, c’è un nuovo re, Dario I. Nel 490 tagliando

per la via più breve, non passando dal nord dell’Egeo ma puntando al cuore della costa asiatico dritto

sull’Eubea e Atene, una grande spedizione dei generali di Dario distrugge Eretria e deporta gli abitanti e

realizza la prima metà della vendetta regale. Per la seconda si porta queste spedizioni sulla costa attica

presso Maratona, sbarca e dopo qualche giorno viene bloccata con la sconfitta di Maratona, il cui

protagonista autentico è uno stratego di enorme peso politico che è Milziade. Milziade è un Filaide,

appartiene a una delle due grandissime famiglie ateniesi, tradizionalmente opposto agli Alcmeonidi. Il

genos dei Filaidi era stato spedito da Pisistrato a colonizzare la odierna Gallipoli, il corsoneso tracico. In

quella zona permangono centinaia e migliaia di coloni o cittadini di origini ateniesi e fino al 493 i Filaidi

l’avevano continuata a governare e Milziade era arrivato lì proprio fuggendo davanti alla repressione

persiana. I persiani avevano infatti stabilizzato un lembo nel 493 in Europa oltre l’Ellesponto (lo stretto

dei Dardanelli; passaggio epocale che i greci evocavano forti di aver vinto contro i persiani come passo

di tracotanza, i re dell’Asia avevano violato un confine voluto dagli dèi, il persiano ha perso perché ha

violato gli dèi e l’ordine della natura). I Filaidi erano scappati ad Atene. Il potere di Milziade in Atene è

immenso. Avevano mantenuto tutte le proprietà che avevano già prima (avevano amministratori che

gliele gestivano durante l’assenza). L’anno dopo, sullo slancio della notevolissima vittoria che proietta

Atene come protagonista della scena internazionale greca – la città che da sola sconfigge Dario e

impedisce la vendetta persiana –, gli ateniesi su iniziativa di un leader che è anche proponente di una

iniziativa nella boulé di attaccare i greci delle Cicladi per punirli di aver lasciato passare i persiani anche

sottomettendosi (l’intenzione è in realtà sottoporli a una egemonia ateniesi, significa tributo, pagamento

di una colpa), disegno prepotente. Milziade fa una pessima figura, perde in battaglia, viene sconfitto e

crolla rumorosamente con tutta l’armatura e ad Atene viene sottoposto a processo per aver ingannato gli

ateniesi. Ci si può allora far l’idea di una democrazia paternalistica o sovranità limitata quando Atene osa

mettere sotto processo e condannare a morte il vincitore di Maratona solo un anno dopo. Milziade si

salva perché impietosisce per la sua cancrena, ma deve pagare cinquanta talenti (una cifra colossale).

Diciamo che è una democrazia che si lascia modellare dagli avversari dei Filaidi, tuttavia quello è un voto

sovrano che abbatte l’uomo più potente di Atene e lo mette alla mercé dei votanti, votanti in tribunale.

Il figlio Cimone pagherà questa molta e pagarla significherà entrare in politica (si manifesta potenza,

ricchezza e dignità): si racconta che i soldi con cui paga la multa siano quelli del suocero.

C’è qui un dato con cui veniamo a conoscenza di poche ma importanti modifiche all’ordinamento

clistenico. Nel 488-487 o 486 c’è una modifica dell’arcontato. Da questo momento in poi l’arcontato è

soggetto a sorteggio, non è cioè più elettivo. Spariscono da questa data i personaggi noti e nomi che

avevamo. Prima c’erano i big della politica, ma da qui in poi abbiamo nomi di sconosciuti. Certo nomi di

cavalieri o pentacosiomedimni, personaggi in vista, ricchi e influenti, ma non sono quelli che dettano la

linea della politica. La carica più importante della città è ormai la strategia. La causa è che una delle due

che se la contendono, arcontato e strategia, diventa a sorteggio o che la strategia supera di importanza

l’arcontato. In base a ciò che accade a Maratona sembra che la strategia sia già più importante, perché la

vittoria di Maratona è di uno stratego, non dell’arconte polemarco Callimaco. A partire dalla medesima

data, per cinque anni consecutivi, avviene una cosa ancora più importante: ogni anno (poi non

succederà mai più) si applica l’ostracismo. Le fonti ricordano con chiarezza che il primo ostracizzato

è proprio il primo in assoluto, equivale alla prima applicazione della legge tanto che sembra che quello

sia l’anno in cui viene inventato. I dati vengono, ancora, dall’Atenaion politeia di Aristotele, con gli anni

esatti espressi dall’arconte. Il primo ha un nome significativo perché si chiama Ipparco. È un nipote dei

pisistratidi, troppo giovane per essere un pericolo, che forse nemmeno se n’era andato da Atene, ma nel

487 viene cacciato. Il secondo è Megacle, è il leader degli Alcmeonidi, probabilmente un figlio o

comunque un parente di Clistene. Il terzo non lo abbiamo. C’è poi Santippo, che è il padre di Pericle. Poi

Aristide il Giusto, conosciuto per la sua onestà. Aristide ha una rivalità diretta con un altro emergente

della scena politica ateniese quale lui è, anche in questo caso, come lui, nobile di nobiltà recente,

Temistocle (il padre si chiamava Neocle), uomo dinamico e intraprendente. La rivalità tra i due si

trasforma in ostracismo per Aristide e Temistocle quindi fa costruire una flotta supermoderna di triremi

(non sappiamo i dati, probabilmente tra cento e duecento triremi nuove, costruite con un colpo di fortuna

con l’argento che gli ateniesi trovano in Attica in un giacimento d’argento che viene scoperto o riscoperto

negli anni ’80 del V secolo, e Temistocle ottiene tramite decisioni e voti che quel denaro paghi la flotta).

La flotta ufficialmente serve a combattere gli egineti, i cattivi vicini. Egina (nel golfo saronico) è una

grande repubblica marinara greca ed è nemica giurata degli ateniesi a livello commerciale e militare

(vincendo quasi sempre). Quelle navi in realtà sono un’idea provvidenziale perché costruite all’altezza del

482 tre anni dopo serviranno contro i persiani. Tucidide che ci parla molto di Temistocle (come Erodoto

e Aristotele) non ha dubbio che Temistocle abbia previsto qualcosa, dote incredibile. Per Tucidide

soltanto due avevano questa dote, “previsione” o “preveggenza”, Temistocle e Pericle. Temistocle non

solo prevede il futuro marinaro di Atene ma lo stimola, fa costruire la flotta e poi in modo moderno il

Pireo, che diventa adesso il grande porto che è stato, chiave del successo economico e marittimo di Atene.

I greci dell’epoca, come già detto, conoscono e usano l’intelligence. Nel 486 Dario era morto lasciando a

suo figlio Serse l’obbligo di onore di prendersi la rivincita sulla vendetta fallita a Maratona. Serse compie

lunghi preparativi e nulla esclude che i greci, usando anche i greci d’Asia, sapessero cosa sarebbe accaduto.

È un decennio di nuove regole, decisivo, con nuovi protagonisti, rivoluzioni interne, autodecapitazione

ateniese a spese della propria élite (bisogna quindi rimarcare che c’è una sovranità popolare decisa, quasi

folle e senza freno). Il regista degli ostracismi sembra Temistocle, sembra che sia lui il regista degli

ostracismi. Si punta più sul nobile nuovo, l’uomo che ha progetti per il futuro. Questa non è una

democrazia timida: pare una democrazia che concede ampie manifestazioni di sovranità al demos, del tutto

innegabili e inaggirabili a livello interpretativo. Al termine dei dieci anni c’è la secona guerra persiana, con

Serse, sbaragliato per mare a Salamina con strategia di Temistocle. Ciò che resta del corpo di spedizione

persiano, privo di navi ma intatto quanto a fanteria e cavallaria, è sbaragliato in Beozia da una coalizione

di greci liberi capeggiati da Sparta che trova un’alleanza di 33-34 città greche disposte a combattere fino

alla fine coi persiani, tra cui quelle sentite nominare fin qui tra le più importanti, quelle che hanno più

dinamismo economico, e la lega peloponnesiaca. Le guerre persiane sono la prova del fuoco per la

tenuta delle repubbliche greche. Si vince con le navi con la stessa strategia, abbandonando i territori:

Atene è tutta sulle navi in guerra. L’Attica è invasa, in mano ai persiani, e Atene è distrutta (480-479). Si

assiste al trasformarsi di una città in ciò che è da sempre, la polis sono i suoi uomini, non le mura e non le

case. Atene è i suoi uomini imbarcati sulle trecento triremi.

Dato numerico: abbiamo indizi per capire più o meno quanti sono gli ateniesi di quest’epoca post-

clistenica. 8000 opliti a Platea (479), 9000 a Maratona (490). Ci sono cavalieri, pentacosiomedimni… Dà

l’idea di quanti sono gli ateniesi delle tre classi votanti e votate, le tre di grande e media proprietà terriera.

Ma al momento in cui Erodoto descrive il voto fatidico con cui gli Ateniesi decidono nel 499 di aiutare i

ribelli ionici, fa una battuta dicendo che questi guai furono procurati ai greci perché andarono a ficcare il

naso degli affari dei persiani (voto che è arché kakòn, “inizio di mali”) e “trentamila imbecilli” si lasciano

convincere a votare per l’intervento in guerra. Trentamila ci fa capire qual è il corpo elettorale di Atene.

Facendoli interagire con i 9000 di Maratona abbiamo a livello indiziario 9000 delle prime tre classi e 21000

teti, cifra credibile.

XVIII

Democrazia e moderna, età cimoniana, guerra in Peloponneso e in Egitto

DEMOCRAZIA ANTICA E MODERNA

La nostra democrazia non discende dalla greca, la si fa discendere perché nei contesti di due rivoluzioni

i pensatori hanno cercato un incontro con la democrazia greca (ad es. quelli della rivoluzione francese).

Questo non elimina enormi differenze alla base delle quali c’è la schiavitù. La democrazia che si sviluppa

negli Stati Uniti ha questo carattere: c’è dietro lo schiavismo. Il sud schiavista è un laboratorio di

democrazia efficientissimo in America.

ETÀ CIMONIANA

Pagata l’ammenda in cui consiste la condanna di Milziade entra nella scena politica Cimone. Con il 479

si conclude la fase più acuta delle guerre persiane con la definitiva sconfitta di Serse a Platea e, poche

settimane dopo, clamorosamente amicale sulle coste dell’Asia Minore, sconfitta ad opera della flotta

ateniese comandata da Santippo, padre di Pericle ostracizzato e rientrato per combattere contro i persiani.

La guerra da difensiva nel giro di poche settimane diventa offensiva (vedi manuale). Tra il 479 e tutto il

478 si progetta la fattibilità di un piano strategico di lunghissimo respiro concepito perché vada avanti

anni per liberare i greci da tutti i persiani, anche i greci d’Asia e forse anche di Cipro. Ed ecco che sull’onda

di questo progetto che vede lentamente uscire di scena Sparta e anche Temistocle, il numero uno di

Atene, nel febbraio-marzo del 477 c’è la nascita della cosiddetta lega di Delo. È un’alleanza che di fatto

continua quella che ha combattuto in Grecia nei due anni precedenti i persiani invasori e li ha ricacciati,

ma si sviluppa avendo come centro sacrale l’isola di Delo e come città egemone la sola Atene (Sparta

rimane solo alleata ma non combatte, non avendo dimensione marittima). Bisogna attaccare le isole del

nord dell’Egeo e oltre per cacciare i persiani. Questa lega ha una settantina di città unite e nasce già con

gli isolani e i greci asiatici che già si sono scrollati di dosso il controllo persiano (Samo, Mileto, Chio…).

La lega rimane fino al 404 il principale strumento della potenza marittima ateniese. All’inizio però è

un’alleanza, symmachìa, “combattere insieme”, gli ateniesi e i loro alleati. A Delo c’è un grande culto di

Apollo, padrone del santuario dove si fanno i giuramenti che danno vita all’alleanza secondo il rito di

buttare in acqua lingotti di ferro e rimanere alleati fino a quando quei lingotti non sarebbero tornati a

galleggiare. Delo è anche la sede di un tesoro, perché bisogna fare una guerra impiegando molta potenza

materiale: gli alleati forniscono ad Atene navi e coloro che non riescono a mantenere uno stato di

mobilitazione costante cominceranno presto secondo precise equivalenze a fornire ad Atene denaro

raccolto in Delo.

È un periodo in cui ciò che succede in Atene lo sappiamo poco: le notizie che noi abbiamo ci illuminano

su ciò che avviene nella politica estera dei greci, proiettata a una guerra costante per la liberazione

dell’Egeo dai persiani. Si fa abbastanza presto a dire che il ruolo di Cimone fin dal 477 è di essere il

padrone incontrastato della lega, eletto stratego ogni anno per ricchezza, prestigio, bravura militare. Le

regole della lega dicono che Atene ha il comando quando essa combatte. Quindi Cimone è mente e

braccio della lega e ogni estate per tutti i mesi in cui è possibile fare guerra è il leader di decine di spedizioni

che ripuliscono l’Egeo dai persiani con successi piccoli e grandi. Si arriva ad avere tra il 470-465 un quasi

totale completamento della missione di liberare l’Egeo settentrionale, orientale e meridionale. Le città

greche e anche quelle asiatiche (di Cari, Lidi, Frigi ellenizzati…) entrano a far parte della lega. Cimone di

vittoria in vittoria consolida il proprio potere anche all’interno di Atene mentre si consuma la tragedia di

Temistocle, messo da parte non sappiamo bene come quando nasce la lega, autoesiliatosi nel

Peloponneso proprio perché si sente scavalcato, dove tenta di condurre una politica antispartana

cercando di coinvolgere città della lega di Peloponneso, appoggiandosi anche ad Argo, rivale di Sparta

fuori dalla lega. Ci sono anche degli esperimenti in Peloponneso di Temistocle di isonomia negli anni

Settanta.

Fa parte della politica di Cimone non solo che bisogna continuare la “sacra” guerra, che nell’ottica di

Cimone è la continuazione della guerra di liberazione del 480-479, almeno sentimentalmente. Anche se

la lega di Delo non vede Sparta tra le proprie fila, perché Sparta non cederebbe egemonia ad Atene, quella

guerra in Egeo è la prosecuzione anche dell’alleanza tra Atene e Sparta: Cimone fa in modo che tutto

venga interpretato come se l’alleanza sia ancora in piedi ma in stato di quiescenza. Arrivano le eco verbali

e metaforiche per cui Atene e Sparta devono continuare ad essere i due poli su cui si innesta l’equilibrio

della Grecia che vuol dire pace. Un’amicizia non combattiva, ma comunque amicizia. Sappiamo da

frammenti che leggiamo nella Vita di Cimone di Plutarco che Cimone si comportava come un principe in

Atene. Riecheggiano in queste pagine i motivi metaforici della politica cimoniana. C’è lo sviluppo di

slogan, parole d’ordine che devono tenere buona Sparta e tenere buoni gli ateniesi nei confronti di Sparta.

Temistocle, impazzito politicamente, si mette a fare una politica antispartana, e ciò allora è un problema.

Nel giro di pochi anni (474-471, ipoteticamente) Temistocle si vede prima ostracizzare ufficialmente e

nella seconda data addirittura condannare a morte per tradimento a favore dei persiani, con un processo-

farsa molto ben architettato dai suoi oppositori al termine del quale (ce ne parlano Tucidide e Plutarco)

abbiamo una fuga che porta Temistocle con un gioco del destino crudele e ironico a trovare ospitalità e

salvezza nientemeno che nella corte persiana. Dall’antichità in poi fino al Settecento la curiosità biografica

gioca sul ruolo della sorte che porta il vincitore di Salamina a chiedere salvezza e incolumità presso la

corte di colui che ha sconfitto, Serse. La verità più probabile è che si sia salvato presso il figlio di Serse.

Con Temistocle esce di scena per un tempo di anni l’oppositore più efficace di Cimone e quindi Cimone

edifica all’interno della democrazia ateniese una propria personale egemonia per la quale adesso forse ha

senso parlare di una “democrazia paternalistica” addomesticata, anestetizzata dalla gloria di Cimone, con

quello zoccolo duro di moderati che sono la quintessenza dell’oplitismo ateniese. Cimone piace agli opliti

ma anche al popolo dei teti, rematori delle triremi, portati a una paga regolare per tutti i mesi in cui si

rema, a strepitose divisioni di bottini che arrivano a tutti. È una specie di epoca dell’oro in cui non

leggiamo una notizia di politica interna. C’è un uso disinvolto della sovranità, sono più anni più tranquilli

di quelli tra il 90 e l’80. La democrazia ha trovato un padrone? Può sembrare.

Cimone, anche se ha proprio favore una tradizione positiva (tratti cavallereschi, gentili, correttezza

democratica, isonomia clistenica…), fa intravedere nella propria politica marittima anche un lato

realistico: non c’è solo la guerra vittoriosa e costante contro i persiani, non c’è solo la grande vittoria

addirittura a sud dell’Asia Minore a pochi chilometri da Cipro alle foci del fiume Eurimedonte (battaglia

terrestre e navale, forse la più grande contro i persiani), c’è anche il fatto che Cimone o uomini che sono

totalmente in linea con la sua politica si fanno carico fin dagli anni Settanta e poi negli anni Sessanta di

reprimere – segno inquietante – i primi moti di rivolta di città greche contro Atene allo scopo di uscire

dalla lega di Delo violando i patti. Cimone è inflessibile: i patti sono stati giurati, nessuno può uscire né

adesso né mai dalla lega delio-attica. Ci sono anche campagne tristi e scabroso contro città greche che,

considerando che la guerra va bene, si vorrebbero tirare fuori. La stessa isola di Nasso. Sono poche città,

ma sono segnali da cogliere. La repressione ateniese è durissima: assedio, confisca della flotta,

abbattimento delle mura, consegna di ostaggi, spese di guerra molto alte da pagare e aumento del tributo.

Dietro questo c’è Cimone, di cui abbiamo notizia come repressore incaricato per un’altra grande ribellione

nell’isola di Taso, vicino alla Tracia, dotata di miniere di oro, argento e addirittura di possessi sulla

terraferma.

Nel 464 un terremoto devasta il Peloponneso. La cosa mette in ginocchio Sparta, anche se non aveva

mura e non aveva edifici… Il 474 è la data dell’insurrezione contro Sparta dei suoi schiavi contadini, i

loti. Migliaia e migliaia di servi della gleba che si rivoltano. È la rivolta messenica. Almeno metà degli

spartiati aveva le proprie terre in Messenia coltivate da questi contadini che ora si ribellano. La rivolta

verrà domata solo nel 455. Si chiede l’aiuto con coerenza della grande amica Atene, perché l’alleanza non

era più tramontata, anche perché la leadership aveva insistito sull’esistenza di questa alleanza. Era naturale

chiedere aiuto ad Atene. Per Cimone era naturale convincere gli ateniesi di andare in soccorso degli

spartani, con un voto molto dibattuto e conflittuale. Ottiene il voto per spedire 4.000 opliti in Messenia

che egli stesso conduce. Arrivati lì gli spartani commettono un gesto clamoroso: mandano a casa Cimone

i suoi, perché si rendono conto che le simpatie degli ateniesi vanno ai messeni (o almeno così credono).

È un’umiliazione per Cimone. Cimone ha già avuto problemi anche in Atene (è già sotto accusa dal 463

e nel 461 viene ostracizzato; ci sono aspetti di crisi). La seconda metà degli anni Sessanta è critica. Tra

gli accusatori c’è il giovane Pericle. C’è un problema di cronologia: quando si ha quest’ostracismo sembra

essere già avvenuta una cosa importante, una riforma fondamentale che trasforma l’isonomia in

demokratìa, potere esplicito del demos inteso evidentemente come novità rispetto alla semplice isonomia di

Clistene. La riforma consiste in una cosa piuttosto misteriosa, agisce su una cosa che capiamo poco:

equivalere a spogliare l’Aeropàgo di tutta una serie di prerogative. L’unico testo è l’Atenaion politeia e ci

dice che queste prerogative erano state aggiunte (quando?), quasi fossero abusive (forse rispetto alla

riforma clistenica?). All’altezza dell’età di Cimone l’Aeropago essendo composto da ex-arconti svolgeva

una sorta di compito di tutela o sovrintendenza costituzionale, quasi fosse una corte costituzionale, una

sorte di organo supremo di controllo. A togliere queste prerogative “aggiunte” era Efialte, che

apparteneva allo stesso gruppo politico anticonservatore anticimoniano che va all’assalto di Cimone in

questi anni e che ne procura prima la messa sotto processo nel 463 (assolto Cimone) circa e poi

l’ostracismo nel 461. Un collega più vecchio di Cimone e forse vicino a Pericle. A farci capire quanto sia

importante la riforma di Efialte è che mani misteriose di mandanti procurano l’assassinio di Efialte poche

settimane dopo la riforma. Nel 461 e anche nel 460 – anno del destino, una boa della storia del V secolo

– oltre alla riforma, all’uscita di scena di Cimone, oltre all’uccisione di Efialte, c’è un’alleanza con Argo,

nemica di Sparta, che è una dichiarazione di guerra nei confronti di Sparta stessa. Poi un’alleanza con

Megara, confinante di Atene sull’istmo di Corinto, divenuta democratica con un colpo di stato provocato

da Atene che consegna ad Atene metà dell’istmo stesso. Inizia la guerra del Peloponneso.

GUERRA IN PELOPONNESO E IN EGITTO

Questa guerra scoppia in maniera rocambolesca, non sappiamo nemmeno l’anno esatto. Può essere il 460

come il 459 o il 458. Abbiamo solo la certezza che ci deriva da una lista di caduti ateniesi (senza l’anno),

un’epigrafe come se ne fanno ancora oggi: qualche centinaio di nomi, compresi queli di due strateghi.

L’epigrafe ci dice anche i luoghi dove avvenero le morti e possiamo combinare i nomi di località presenti

nell’epigrafe con quelli che ci vengono dalla tradizione letteraria, Tucidide in particolare. Veniamo a capire

che nel medesimo anno decine e decine di ateniesi cadono sul campo di battaglia o in mare combattendo

contemporaneamente in Peloponneso – è scoppiata allora la guerra, prima contro gli alleati –, a Cipro e

in Egitto – è iniziata allora la grande spedizione in Egitto. Gli ateniesi hanno iniziato allora due guerre,

una contro Sparta e una con obiettivo micidiale la liberazione dell’Egitto. Programma folle che ha sempre

colpito, perché il dinamismo ateniese, già tipico della democrazia ateniese dalle origini ma tipico anche di

un’assoluta fiducia in se stessi che ha la nuova Atene di Efialte e di Pericle, un’Atene che osa, che non sta

più nelle pastoie del bipolarismo cimoniano, che vuole contendere con gli spartani anche la terra e non

vuole più il mare. Vuole un’egemonia anche sulla Grecia centrale (Beozia in primis) e anche in

Peloponneso.

Pericle è ancora piuttosto giovane all’altezza del 460 e si circonda di un gruppo di strateghi, politici e

intellettuali caratterizzati da una certa controcultura razionalistica, “illuministica”, che non condividono

la cultura del popolo (oggi si direbbe radical chic). Pericle e costoro tuttavia hanno un grande rapporto col

pubblico tramite la parola. Pericle è un grande oratore, anche si esponeva poco in assemblea e boulé (aveva

delegati). L’alta levatura intelettuale e il prestigio facevano di Pericle un candidato non naturale per essere

un leader popolare, tuttavia fu un grande leader popolare. Bisogna cancellare che il 443 sia l’anno di

elezione a stratego: viene eletto prima. Certamente nella maggioranza di quegli anni era stato stratego. A

partire dal 443 semmai fu eletto effetivamente tutti gli anni consecutivamente, segno che prima qualche

anno non lo fu (probabilmente perché non si presentò e non perché perdente). Il suo prestigio, dovuto

evidentemente anche a uno stile di potere, è qualcosa di incontestabile, ma sarebbe illusorio pensare che

si debba al solo Pericle questa esperienza di politica estera aggressiva e anche folle.

Quando comincia il doppio conflitto. Gli eventi della cosiddetta prima guerra del Peloponneso sono

tutti favorevoli. Etichetta: la guerra del Peloponneso per eccellenza è solo quella raccontata da Tucidide,

quella che comincia nel 431 e finisce nel 404. Quella è la guerra del Peloponneso, l’unica che un antico

ha chiamato così, tra l’altro il suo narratore principale, colui che l’ha “inventata”. Quando questa guerra

comincia nel 60-59-58 e la chiamiamo “prima”, usiamo un’etichetta moderna. Era una guerra discontinua,

una guerra che si combatteva ‘in quegli anni’, non era percepita come unitaria dai greci. È stata combattuta

con alti e bassi e all’altezza di un anno che nemmeno conosciamo, forse 57, vede entrare davvero in

campo Sparta stessa, che muove l’esercito una volta tanto e dà agli ateniesi in Beozia vicino a Tanagra

una lezione severa di oplitismo sul campo, materia in cui gli spartani sono imbattibili. Grave sconfitta di

Atene al termine della quale due mesi dopo gli ateniesi, vitali, andati via gli spartani conquistano la Beozia,

rivendicando non direttamente contro gli spartani ma contro i loro alleati beoti quella terra. Si crea

un’egemonia terrestre di Atene sull’intera Grecia centrale, un risultato incredibile. Atene domina i mari,

tiene in scacco i peloponnesiaci e forse nel 56 dopo qualcosa come due o tre anni di assedio annienta

Egina. La resa di Egina comporta la fine della storia greca di Egina, che cessa di esistere. Sono privati

delle navi, delle mura, del denaro e dei commerci, di tutto, uccisi politicamente ed economicamente. È la

grande vittoria di Atene, liberarsi della secolare rivale in mare e nei commerci (Corinto comincia a essere

rivale adesso, quando l’attacca in questa “prima guerra del Peloponneso”).

Sembrerebbe andare tutto bene, ma in Egitto una riscossa persiana blocca l’avanzata degli ateniesi e li

annienta in molti anni. L’esito finale, forse nel 55 o 54 è il disastro in Egitto per gli ateniesi, una vera

‘campagna di Russia’ degli ateniesi. In Atene la leadership periclea non sembra per nulla scossa, ma come

misura di precauzione il tesoro di Delo viene spostato nel timore (fasullo) che tornassero navi fenicie in

Egeo sull’acropoli di Atene. Finisce direttamente nelle tasche degli ateniesi. La guerra in Egitto si esaurisce

lì, ma prosegue la guerra contro i persiani.

In Peloponneso la guerra è in stallo: gli ateniesi sembrano avere esaurito la carica. Nel 451 torna

Cimone. Siamo di fronte a una svolta? Ci sono le premesse, ma Cimone viene mandato a fare i compiti

fuori casa. Nell’ottica della sua antica politica, che dice che le guerre ateniesi sono guerre contro il barbaro,

Cimone organizza una spedizione di vendetta contro i persiani che effettivamente riesce. Nel 451, forse

450, una spedizione gigantesca ateniese e alleata (di nuovo la lega di Delo con l’antico leader) attacca i

persiani a Cipro, li impegna in una battaglia navale e li sconfigge due volte in terra e in acqua. Ma Cimone,

vecchio e malato, muore durante l’assedio di una piazzaforte cipriota. La spedizione ha esaurito il suo

compito di vendetta, torna indietro, ne hanno un po’ tutti abbastanza e nel 449 c’è la pace tra la lega di

Delo e l’impero persiano, pace di Callia ovvero la fine delle guerre persiane. Si consegna a tutti i greci

dell’Egeo la libertà definitiva e l’allontanamento della zona di operazione persiana oltre la quale non si

spingono, una linea di rispetto oltre la quale c’è la libertà greca, libertà di essere sudditi di Atene nella lega

di Delo. Nel frattempo la leadership periclea ha ‘premuto l’acceleratore’ in senso egemonico verso gli

alleati. Gli alleati sono sempre meno alleati e più sudditi. Atene, nei confronti degli alleati, è la città-tiranno.

XIX

La democrazia periclea, ultimo testo

LA DEMOCRAZIA PERICLEA

Abbiamo parlato di un’iniziativa politica che propone una riforma nella riforma. Efialte che toglie di

mezzo il conservatorismo dell’Aeropago. Abbiamo visto in cosa consistono i poteri che Efialte consolida

e consegna all’assemblea. Ma tutto questo, anche se di marca radicale perché avviene in concomitanza

con l’ostracismo di Cimone e un cambio di alleanze (Atene si allea con Argo contro Sparta), non spiega

ancora esattamente perché parliamo ancora di demokratia. Abbiamo di fronte un demos collocato verso il

basso: maggiore per numero e minore per rilievo sociale. Siamo ancora qui dopo 2500 anni perché a

Pericle viene un’idea geniale: pagare gli ateniesi per far fare loro politica. E soprattutto pagare i poveri,

perché gli altri non ce bisogno di pagarli. In una data anteriore al 450 Pericle si inventa questa cosa,

misthophorìa (ferein, “portare” e misthòs, “paga” o “mercede”). Il principio pericleo è che gli ateniesi

hanno diritto di fare politica – anche i più poveri – venendo pagati con questo sistema. La misthophoria

vuol dire che nelle tasche come pagamento di un giorno in politica attiva gli arrivano due oboli, quantità

modesta di denaro con la quale in Atene si mangia. Uno stipendio. Se pensiamo a dibattiti recenti è sì e

no un “reddito di cittadinanza”, è il reddito di un servizio, è un “indennizzo” o “indennità”, si paga un

cittadino perché quel giorno non fa il lavoro che gli permette di mangiare (se è mercante non vende, se è

artigiano non produce, se è contadino non coltiva…). Principio di una semplicità folle. Chi ha diritto a

questo? Tutti gli ateniesi che arrivano a ricoprire le cariche a sorteggio. È una corrispondenza matematica

biunivoca, se la carica riceve misthos siamo sicuri che è basata sul sorteggio. È uno stipendio che viene

mandato alle persone esclusivamente in cambio del loro servizio politico. Nel 457, proprio nei primi anni

periclei, la più prestigiosa (anche se la politica ora la fa la strategia) carica di Atene (già divenuta a sorteggio

nel 487 a favore di cavalieri e pentacosiomedimni), l’arcontato, viene aperto agli zeugiti. I teti più

ambiziosi riuscivano a farla franca e passare per zeugiti. Questa forma di partecipazione garantisce ad

Atene un fenomeno mai visto prima per cui queta è la democrazia con il più alto tasso di partecipazione

diretta e di marca popolare che la storia conosca. Per certi vesti questa è la democrazia, ecco perché ha

funzionato da modello quando si riscopre nell’Umanesimo, poi nel Settecento (nelle colonie americane

ad esempio, nelle assemblee protestante, nelle due rivoluzioni – american e francese) ecc. Mentre questi

ruoli si aprivano, i nobili continuano ad avere i posti di maggior prestigio (tesoreria, strategia…

pentacosiomedimni e probabilmente anche cavaliere, cariche destinate a ricchi basate su elezioni ed

escluse dal misthos. L’elezione significa scelta, non c’è sorteggio, è scelta di competenza, di tradizione

famigliare, prestigio individuale. Si sceglie la persona giusta). Il popolo, nel frattempo, partecipando

mangia. La democrazia tuttavia non risolve oggi il problema della povertà, non dà da mangiare, neanche

nei paesi dove ora è in sviluppo: la democrazia periclea dà da mangiare invece. ‘Ti piace la parola? Ti

interessa giudicare, entrare in politica? Partecipa, farti sorteggiare’. Anche volontari dell’ultimo momento.

In questo periodo di splendore politico e culturale, fatto di straordinarietà quotidiana, altro elemento

sono le liturgie. In Atene esse sono dei servizi, delle prestazioni fatte per opera e con le tasche degli

ateniesi nobili e ricchi (e sono tanti, un buon 500 di ricchissimi, a cui seguono un 2000 di ricchi “normali”,

perché è anche l’Atene della crescita economica, l’Atene che riempie i nostri musei di vasi – ma la

produzione artistica va molto oltre. Le liturgie presuppongono che ci sia molta ricchezza ad Atene con

tante teste a dividersela, perché la liturgia chiede che ogni anno questi cittadini si impegnino almeno in

una liturgia. Ci sono tre esempi che si trovano nei manuali. La più importante e onerosa è trierarchìa (dalla

“trireme”, la nave da guerra): fare una trireme costa un talento d’argento, una grossa somma. Mantenere

per un anno in servizio quella trireme costa un altro talento. Ogni anno la città distribuisce fra cittadini

che aderiscono da volontari o l’onere di costruire una propria trireme o comandandola (anche ‘per finta’,

non tutti ci riescono; segno che ci sono ricchi che hanno un equipaggio su cui si affidano o che sono

comunque in grado di gestire una nave). Un'altra liturgia è data dalla coregìa, l’accollarsi le spese per tutto

il tempo necessario all’allenamento di un coro, ad esempio, in una tragedia. Se abbiamo Eschilo, Sofocle,

Euripide è perché c’è qualcuno che ha pagato per questo. C’è la ginnasiarchìa, una specie di liceo superiore

che deve consegnare alla città degli ateniesi compiuti (tanta ginnastica, la lettura di Omero come sempre

ecc.). Il ginnasiarca finanzia ad esempio le grandi gare notturne con le fiaccole, che agli ateniesi piacciono

moltissimo, fiore all’occhiello per chi le finanzia. Ce ne sono altre… Fare feste in strada a far mangiare il

demo, contribuire a creare il montepremi sacrificale per gli dèi… È un sistema, di nuovo, dove chi gode

è il demos, tutti, i più poveri in primis, che hanno un sacco di giorni in cui mangiano e bevono gratis. Sulle

triremi mantenute anche dai ricchi (oltre che al denaro pubblico della città) ogni anno duecento rematori

quasi sempre teti si fanno qualcosa come quattro, cinque mesi di vita pagata. E se la nave è operativa

sono pagati tutti i giorni. Non è un caso che si parli di welfare a questo proposito. Si vuole andare in teatro?

La città paga il biglietto ai più poveri, è una specie di gettone. Questa è la democrazia periclea, cultura

che cresce fin da Clistene e arriva con Pericle a maturazione, e porta alle estreme, giuste, logiche

conseguenze il principio clistenico della sovranità popolare. Chi paga tutti questi soldi? Non abbiamo

uno straccio di fonte che ce lo dica, tuttavia Atene ha un enorme filone di argento nella propria pancia. I

più maliziosi pensano al denaro degli alleati della lega delio-attica (ma probabilmente non è così). Una

cosa certa è che il denaro degli alleati, quando non serve più per la guerra ai persiani, va sempre alla

costruzione delle triremi. È sempre, insomma, destinato alla guerra (c’è la pirateria da reprimere, ci

saranno altre guerre… in ogni momento delle belle stagioni sessanta triremi battevano l’intero Egeo senza

posa, dice Plutarco). Ma cosa ha fatto infuriare gli alleati è che con quei soldi è stato costruito l’Acropoli,

il Partenone (progetto pericleo), quello che vediamo ancora oggi: questo è certo. Nel 457 si comincia a

costruire, dopo la pace di Callia, e si capisce che gli alleati non sono felici. Qual è il limite di tutto questo?

La città così si autoalimenta, la democrazia si autoalimenta. Non ci sarebbe democrazia così spinta senza

tutto quello che oggi chiamano impero, che è un impero di mare, alla veneziana o alla genovese (non è

impero romano, non è l’impero di Alessandro). Questo impero serve alla democrazia, le due cose sono

inscindibili, ma ha un problema. Atene – limite anche di cultura politica – costruisce la democrazia come

sistema che dev’essere per se stessa e non si preoccupa di estendere la democrazia agli alleati, non crea le

condizioni perché tra gli alleati la democrazia assuma la stessa robustezza che c’è in Atene. Il risultato è

che quegli alleati saranno sempre fragili, non c’è una ‘internazionale democratica’. Atene ne pagherà le

conseguenze. Anche se la lega di Delo tiene a lungo Atene perde la guerra del Peloponneso proprio

perché cade quell’impero. Si sconfigge Atene attaccandola nell’impero, togliendole gli alleati nell’Egeo.

Nel 451-450 passa una legge brutale (uno dei pochi casi in cui Pericle è il proponente): c’è una profonda

revisione delle liste di cittadinanza per vedere chi ha davvero il diritto di essere cittadino. È il momento

in cui vengono espulsi dalla cittadinanza migliaia di illegittimi. Non solo, ma c’è un principio anti-

aristocratico: se si vuole avere discendenza legittima bisogna che non solo alla vecchia maniera sia

legittimo il padre (che prima si poteva sposare una straniera libera di qualsiasi altra città), ma che anche

la madre lo sia. Entrambi i genitori devono essere ateniesi (di Atene o delle colonie). È la cosiddetta legge

della doppia cittadinanza. Cosa vuol dire questa legge così ‘antipatica’, che siccome sta diventando

conveniente (per via del misthos) essere cittadini, la lista rivista. 450 è il terminus ante quem per la creazione

definitiva di questo modello democratico.

Molti manuali hanno un errore: fa parte del sistema pericleo e post-pericleo (IV secolo) il principio per

cui viene dato il misthos anche ai partecipanti all’assemblea. No. Solo agli inizi del IV secolo accade questo.

Per tutto il V secolo ciò non c’è.

Ancora sulle liturgie: cosa torna ai nobili che investono denaro? Le liturgie sono la migliore campagna

elettorale che si possa fare, sono una forma micidiale di autopromozione. Se uno non è più giovane invece

la liturgia lo fa mantenere sulla cresta dell’onda, che conta ancora, che è forte, influente. Se la sua carriera

è in crisi, la liturgia potrebbe riportarlo in auge. Va in scena ad Atene una trilogia (perduta) di un celebre

tragediografo che è Fridrico che evoca le guerre persiane. La coregia è di Temistocle, è l’ultimo suo atto

pubblico prima di essere fatto fuori da Cimone. Nel 472 un autore già affermatosi porta in scena una

trilogia vincente, I persiani, Eschilo, e il finanziatore è Pericle, che così si autopromuove. Gli antichi,

secondo il titolo di un libro di Emilio Gabba, ci insegnano quello che loro intendevano il “buon uso

della ricchezza”, che non è capitalistico. Sanno come far fruttare un capitale, speculano

vergognosamente (i debiti hanno interessi del 33%, quelli mercantili del 50%), ma si conoscono anche

forme alternative dell’uso della ricchezza, le buone forme, un uso politico e gratuito della ricchezza.

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DETTAGLI
Esame: Storia greca
Corso di laurea: Corso di laurea in storia
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alssndrmnt di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia greca e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Raviola Flavio.

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