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Riassunto esame Storia del Giornalismo e delle Comunicazioni Sociali, prof. Focardi, libro consigliato Storia del Giornalismo, Gozzini Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia del Giornalismo e delle Comunicazioni Sociali, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia del Giornalismo, Gozzini. Particolare riferimento ai seguenti argomenti trattati: il potere del sistema dell'informazione, definizione di opinione pubblica, la ricostruzione della storia delle tecniche tipografiche,... Vedi di più

Esame di Storia del giornalismo e delle comunicazioni sociali docente Prof. G. Focardi

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Viene poi brevettata la monotype, che esegue la stessa operazione per ogni carattere di stampa

consentendo quindi una correzione degli articoli già composti più semplice e mirata. Ma questa è più lenta

della linotype e quindi il suo uso viene ristretto all’esecuzione di stampati particolari (tabelle scientifiche,

statistiche) che rendono indispensabile l’assenza totale di refusi, cioè di caratteri sbagliati. In seguito viene

messa a punto la macchina a rotocalco che serve per i periodici illustrati: il rotocalco è infatti una tecnica

di stampa che utilizza la calcografia, cioè una matrice in incavo anziché in rilievo. La tecnica del rotocalco

apre le porte alla stampa in policromia (più colori). La prima rivista illustrata a stampare in rotocalco è la

Freiburger Zeitung agli inizi del 900. Al francese Jean Maurice Baudot risale l’invenzione della telescrittura,

un metodo di trasmissione simile al telegrafo, che tuttavia traduce gli impulsi elettrici in una sequenza di fori

su un nastro di carta immediatamente leggibili al tatto. Gorge Eastman fonda la prima società al mondo a

commercializzare l’uso portatile della fotografia attraverso macchine e pellicole che rivoluzionano il modo

di immortalare e riprodurre la realtà. Agli inizi del 900 Isa Rubel scopre la possibilità di applicare alla stampa

in serie le tecniche della litografia: nasce così la stampa in offset. Si tratta di una tecnologia che presenta

molti vantaggi, primo fra tutti quello di una maggiore economicità, ma essa si affermerà soltanto nella metà

del 900. Quanto sia diventato importante il giornalismo lo dimostra la nascita degli uffici stampa: le

sezioni di lavoro che enti pubblici ed imprese private dedicano ai rapporti con i giornalisti.

La seconda fase esplosiva della tecnologia delle comunicazioni accompagna la scalata del giornalismo verso

una posizione centrale nelle società nazionali; ma questa nuova centralità costringe la stampa ad affrontare

il problema di fondo della sua obiettività. A complicare la situazione interviene la nascita di nuove discipline

scientifiche, come la psicologia e la psicoanalisi, che mettono in discussione il dogma dell’esistenza di una

verità unica, assolutamente valida per tutti e, quindi, la possibilità stessa di un’informazione oggettiva ed

imparziale. Nascono poi profondi dubbi anche sulla validità di una categoria come 'opinione pubblica'.

L’oggettività dell’informazione è un mito, destinato ad essere strumentalizzato e sbandierato piuttosto che

essere effettivamente perseguito almeno come obiettivo cui tendere. L’attenzione si sposta allora sui

contenuti della stampa. Dal raffronto tra le varie testate emergono differenze significative nei modi di

trattamento delle stesse notizie:

1. la selezione, cioè la scelta di quelle pubblicabili

2. la gerarchizzazione, cioè la collocazione all’interno dell’impaginazione complessiva

3. la presentazione, cioè il tono, il linguaggio, il punto di vista con cui vengono illustrate

Se l’oggettività si riduce a mito, la comparazione analitica dei contenuti mette in rilievo le diversità

soggettive di giornali e giornalisti, consentendone lo studio: già agli inizi del 900 escono i primi saggi

dedicati a questo approccio. Siamo così agli albori, ancora rudimentali, di una tecnica di ricerca per la

descrizione oggettiva, sistematica e quantitativa del contenuto visibile della comunicazione. Si tratta di una

disciplina discutibile e complicata perché presuppone un accordo su criteri di classificazione che mutano nel

tempo e nelle diverse culture nazionali. Spesso le stesse redazioni sono costrette a modificare in corso

d’opera i propri criteri di gerarchizzazione. Tuttavia nel corso del 900 l’analisi del contenuto diventa sempre

più importante, anche perché da essa dipende una crescente specializzazione e separazione della stampa.

Viene cioè emergendo un’opposizione fra stampa d’élite e stampa popolare: la prima concentrata sulla

politica e sulla cultura, la seconda sulla cronaca nera, lo sport, l’intrattenimento e la mondanità. La cultura

della notizia sembra così dividersi: alla pari di qualsiasi altro oggetto di consumo, l’informazione perde la

propria organicità complessiva e si frammenta in generi diversi con pubblici diversi.

È evidente in questo processo di stratificazione della stampa per generi e per pubblici diversi l’influsso

esercitato dalla crescita in quantità e qualità del fenomeno pubblicitario. Come la pubblicità comincia a fare,

così anche la stampa si abitua a variare i messaggi informativi in base al pubblico cui si rivolge. D’altra

parte, proprio l’affinità strutturale di giornalismo e pubblicità contribuisce a mettere in crisi il mito

dell’oggettività, contaminando nelle pagine dello stesso organo di stampa le notizie 'vere' con le notizie

'false' o comunque parziali contenute dagli annunci pubblicitari. Per tutta la seconda metà dell’800,

soprattutto negli Stati Uniti, si ha un crescente perfezionamento delle tecniche di impressione del pubblico

che la pubblicità sviluppa. Inconfondibile segno europeo di questo processo di crescita è il fatto che molti

artisti partecipino in prima persona alla produzione di cartellonistica pubblicitaria esterna di vario genere

(manifesti, inviti, menù, ..). Alla fine dell’800 Attilio Manzoni, un commerciante milanese di medicinali (il

genere che più ricorre nella pubblicità della carta stampata), apre un ufficio per l’intermediazione degli spazi

pubblicitari sull’esempio di Palmer e Duveyrier. Cominciano a comparire sui settimanali statunitensi i primi

annunci pubblicitari a tutta pagina. A New York viene approvata una legge sulla pubblicità volta a prevenire

le rappresentazioni fuorvianti e scorrette. Agli inizi del 900 anche i quotidiani cedono alla pagina intera di

pubblicità e, sempre in questo periodo, compare il primo manuale di pubblicità. Le agenzie pubblicitarie

cominciano a moltiplicare i propri servizi e i propri ruoli interni, nascono:

il copywriter, lo scrittore di testi

- l’art director, che integra testo e immagini

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l’addetto alle ricerche di mercato

-

Risalgono a questo periodo le prime voluminose indagini sulla rete distributiva statunitense. Anche solo

questa sommaria sequenza delle innovazioni nel settore pubblicitario sottolinea l’affermarsi della potenza

americana.

Può sembrare paradossale ma, per molti aspetti, alla radice dell’ascesa della stampa statunitense c’è la

guerra civile degli anni 60. I 4 anni della guerra di Secessione, infatti, segnano un incremento della stampa

periodica nel suo complesso. Ma è soprattutto nella stampa quotidiana che la guerra civile determina un

vero e proprio cambiamento. Per i giornali del sud degli Stati Uniti è una crisi spesso fatale, mentre i

maggiori quotidiani di New York raddoppiano le proprie tirature: un risultato al quale concorre, com’è ovvio,

la sete di notizie dovuta alla drammatica emergenza del conflitto, ma che premia anche l’inevitabile

radicalizzazione di linea politica delle diverse testate. Sull’altro fronte si rafforza il sindacato dei tipografi.

Numerosi giornalisti vengono inviati nelle zone di operazioni militari: nasce la figura del corrispondente di

guerra. I loro articoli esercitano un’influenza, destinata a rimanere irreversibile, sulle formule giornalistiche:

si introduce il lead (l’attacco o cappello dell’articolo: una vera e propria frase-titolo che introduce ogni

notizia) e lo stile dei pezzi diventa ancora più coinciso (regola delle cinque W). Rispetto alla stagione

immediatamente precedente alla penny press, si viene affermando nella stampa quotidiana americana

anche un nuovo standard formale: la pubblicità viene bandita dalla prima pagina, il formato è sempre più

spesso quello grande. Il giornale leader tra i quotidiani di New York è l’Herald: la sua è una linea editoriale

fortemente antischiavista, ma non priva di critiche nei confronti dello stesso presidente Lincoln, accusato di

eccessiva debolezza nei confronti degli stati secessionisti. Il Tribune, invece, nega il diritto di stampa alle

posizioni favorevoli alla rivolta degli stati del sud, ma nello stesso tempo rivendica il diritto di critica al

governo. Il New York Times, infine, si distingue per il suo appoggio incondizionato a Lincoln e per essere

uno strumento per la sua propaganda. Al tempo stesso gli anni 60 vedono una forte ascesa dei periodici. la

guerra civile solleva il problema della censura:

è vietata la trasmissione via telegrafo e via posta di notizie militari

- gli articoli dei corrispondenti di guerra passano al vaglio dei controlli dell’esercito e viene loro proibito di

- attraversare la linea del fronte

si istituisce un sistema controllato di accrediti ai giornalisti di guerra, senza i quali la guerra diventa

- inaccessibile

si stabilisce il nuovo principio della firma in calce agli articoli per poter individuare meglio i responsabili

- di eventuali violazioni della censura

i giornalisti osservano un regime di autocensura, evitando di riportare informazioni ritenute utili per il

- nemico

Ma è difficile interpretare in modo rigido fin dove si possa spingere l’interesse sudista per le notizie riportate

dalla stampa. Al contrario, gli stati secessionisti del sud mantengono in vita una sostanziale libertà di

stampa, con eccezioni per alcune informazioni militari. Sui quotidiani del sud, che danno vita ad una propria

agenzia di stampa, autonoma dall’Associated Press, non è raro trovare critiche anche feroci nei confronti

delle autorità politiche.

La fine della guerra civile apre una fase di grandi cambiamenti nel mondo del giornalismo americano. A

cavallo tra gli anni 60 e 70 muore la generazione di direttori che hanno guidato la stagione della penny

press. Sotto la direzione di Charles Dana, il Sun si trasforma in un quotidiano a basso costo, con 4 pagine,

che in modo esplicito si rivolge ad una fascia di mercato precisa: le classi medio-basse di New York,

composte da operai, negozianti, impiegati. La scelta del pubblico determina la scelta dei contenuti: le notizie

di interesse generale passano in secondo piano rispetto a quelle di interesse locale. La linea editoriale di

Dana porta così alle sue estreme conseguenze la cultura della notizia come merce di consumo, introdotta

dalla penny press: ribaltando in senso opposto la tradizione del giornalismo politico, educativo e

pedagogico. Dana coglie nel pubblico non più un’entità da orientare e plasmare, bensì un soggetto rigido e

prioritario che deve dettare forma e contenuto del giornale. Spesso e volentieri la notizia si riduce ad un

plot, alla trama di un racconto di volta in volta divertente, patetico, moraleggiante, ma scritto sempre in

una prosa vivace e colorata. Il fatto, meglio se fuori dell’ordinario, prevale sull’opinione; il reporter a caccia

di notizie per la strada diventa più importante dell’editor che dirige il giornale dalla sua scrivania. Vi è una

centralità della cronaca di human interest in quanto filo diretto, per contrasto o per assimilazione, con

l’esperienza personale di vita del lettore, la conseguente riduzione della storia a storie, a episodi casuali privi

di motivazioni profonde. La prevalenza del reporter sull’editor rappresenta una delle novità più importanti

introdotte dalla penny press e, insieme, uno dei tratti di fonde del giornalismo dell’età dell’oro di fine 800.

La figura professionale del giornalista corrisponde a quella di raccoglitore di notizie piuttosto che a quella di

filtro selettivo delle notizie, destinata ad affermarsi più tardi. Sarebbe però sbagliato considerare il Sun

come un giornale lontano dalla politica. Dana esprime una scelta populista, che si traduce in un

orientamento conservatore, filogovernativo, antisindacale, imperialista. È, questa, una scelta che premia in

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modo vistoso. All’inizio degli anni 70 si moltiplicano le campagne di stampa: la stampa assolve quindi una

funzione importante di tutela morale sulla politica. I periodici americani sono 3 volte quelli inglesi e pari a

circa un terzo della circolazione mondiale. Verso la fine dell’800 nasce la consegna gratuita delle stampe

nelle zone rurali degli Stati Uniti. Questa fase di crescita quantitativa corrisponde ad una parziale liberazione

da obblighi politici: circa un quarto dei quotidiani americani non hanno esplicite affiliazioni partitiche. Risale

alla presidenza Lincoln la decisione di troncare ogni rapporto ufficiale ed ufficioso tra governo e giornali. Ad

una maggiore autonomia contribuisce anche lo spostamento del baricentro informativo sulla cronaca di

human interest. La consapevolezza di rappresentare una forza sempre più importante e difficile da

contrastare si fa ormai strada tra i giornalisti. Torna in tutta la sua evidenza il problema della privacy

personale e della sua tutela. La soluzione di compromesso riguardo alle situazioni di malattia che allora si

trova, e che rimarrà la norma fino ai giorni nostri, è quella di bollettini medici diffusi ad intervalli regolari da

parte dell’equipe di dottori.

PULITZER E HEARST (seconda metà dell’800)

Joseph Pulitzer fonda, verso la fine dell’800, un periodico cittadino, il St. Louis Post-Dispatch che, per diversi

anni, viene diretto secondo un criterio di stretta aderenza ai fatti. Ma in realtà questo periodico si distingue

per una vena sensazionalistica che arricchisce a tinte forti il colore delle notizie. In seguito Pulitzer va a New

York e acquista un vecchio quotidiano già presente, The World. L’editoriale di presentazione sottolinea la

diversità e l’ambizione del nuovo quotidiano: una linea editoriale di aperto appoggio agli immigrati recenti in

città. In questo pubblico, composto in buona parte di non lettori, appartenenti alle classi più povere, il World

sfonda con una facilità imprevedibile. La tiratura del World supera quella dell’Herald. La sua formula

riprende l’accento sulla cronaca di human interest, tipico della penny press: la politica editoriale di fonda

sulla mobilitazione dei reporter a caccia di notizie e su titoli inusuali a sensazione. Aggiunge inoltre uno

spirito nuovo di crociata e mobilitazione sociale. L’uso della cronaca locale come vettore di identità

comunitaria è un altro aspetto riconducibile alla penny press. Ma, allo stesso tempo, è anche la scoperta

storica di un nuovo terreno di iniziativa giornalistica e, insieme, di funzione della stampa: da spettatore

passivo della realtà, il giornalismo diventa attore attivo. Uno degli effetti paralleli di questo mutamento di

ruolo è lo spazio che al World viene conquistando la componente femminile: di per sé non si tratta di

una novità assoluta, in quanto le donne giornaliste compaiono nella cultura europea fin dagli inizi dell’800,

ma Pulitzer assegna alla presenza femminile un contenuto di carattere politico. È una donna, Elisabeth

Cochrane, a creare, nascosta da uno pseudonimo, 2 nuovi generi giornalistici: l’inchiesta ed il reportage

di viaggio. Il World è il primo a lanciare concorsi a premi, che si rivelano un successo straordinario.

Alla fine dell’800 il World è un colosso, con le dimensioni di una grande impresa. Successivamente gli si

affianca The Sunday World, l’edizione domenicale diretta da Morril Goddard. Metà delle pagine del Sunday

World sono riservate ad annunci non solo commerciali, ma anche di servizio: domande e offerte di lavoro, di

alloggi, di mobili ed altri beni di consumo, grazie ai quali gli immigrati rafforzano le loro reti informali di

contatto e solidarietà. Il news-paper diventa use-paper. Una delle novità che il Sunday World rilancia è

costituita dalle pagine di comics, di storie disegnate. Si tratta di un genere popolare per eccellenza, che

sintetizza 2 grandi tradizioni della stampa periodica di massa:

le illustrazioni come mezzo di comunicazione diretto con il pubblico semianalfabeta

- il romanzo d’appendice che si nutre degli elementi tipici (avventura, amore, eroismo) e delle tinte forti

- della letteratura nazional-popolare

Tra i disegnatori del Sunday World si distingue il creatore di Yellow Kid, un bambino sulla cui veste gialla

compaiono le parole espresse a voce: una sorta di progenitore del fumetto. Al contrario del feuilleton, le

storie di Yellow Kid si svolgono spesso nell’ambiente piccolo-borghese: per i lettori è un altro potente

veicolo di identità collettiva. Yellow Kid diventa così importante che il giornalismo sensazionalistico e

popolare dei giornali come il World, erede di fine 800 della penny press, viene spesso chiamato yellow

journalism. Il 900 non attenua la vocazione alla denuncia del giornale.

William Randolph Hearst passa alla guida del giornale The Examiner. Sulla costa occidentale degli Stati

Uniti Hearst ripercorre le orme che Pulizter sta lasciando su quella orientale, senza esser dovuto passare per

tutto il suo lungo apprendistato di giornalista effettivo. All’Examiner lavora una donna, Winifred Black, che,

nascosta da uno pseudonimo, crea un’ulteriore specificazione della figura professionale del giornalista:

l’inchiesta-verità condotta in prima persona sulla propria pelle. Attraverso il mascheramento della propria

identità personale e lavorativa, il giornalista si rende partecipe ed interprete dell’uomo qualunque, cercando

di annullare la distanza tra stampa ed opinione pubblica: la massima parzialità del punto di vista

dell’indagine si trasforma nella riedizione sotto altre spoglie del mito dell’obiettività. Al tempo stesso la

donna giornalista conquista un proprio ruolo specifico: la figura femminile si rivela più idonea di quella

maschile a gestire contatti umani delicati e a dare la sensazione di interesse personale e umanitario

piuttosto che la cinica ricerca di notizie più appetibili per il lettore. Il successo dell’Examiner è buono, anche

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se contenuto, ma Hearst si ritiene comunque pronto per il grande salto nella città-simbolo del giornalismo:

New York. Qui acquista The Morning Journal, un quotidiano che versa in una grave crisi. Hearst lo

rilancia in grande stile attraverso una campagna acquisti condotta con grande dispendio di mezzi, con lo

scopo dichiarato di sottrarre al World le sue migliori energie. Come Dana, anche Hearst è un sostenitore del

'manifest destiny', del destino manifesto degli Stati Uniti in quanto portatori della civiltà e della democrazia

da essi incarnate in tutto il continente americano. Accanto e oltre la cultura della notizia, si fa strada una

politica della notizia che ne persegue un trattamento diverso a seconda delle convenienza del singolo

giornale. La stampa quotidiana esprime in pieno le sue potenzialità di quarto potere intervenendo

direttamente sul teatro degli eventi, modificandone il corso, pompandone o sgonfiandone il ritorno sui mezzi

di comunicazione, seconda una logica che non è più di appoggio a questo o a quel gruppo politico, ma che

sostiene in proprio l’immagine autonoma di questa o quella testata. Viene messo in rilievo il ruolo

indipendente e decisivo svolto da un solo organo di stampa, capace di stringere nell’angolo e porre di fronte

a scelte obbligate i governanti dell’epoca. La forza della stampa appare equivalente a quella delle istituzioni

politiche.

Sorge così un problema nuovo, destinato a segnare in profondità gli sviluppi successivi della professione

giornalistica: il problema delle fonti segrete e confidenziali. Sia nel lavoro di informazione legata alla

semplice cronaca cittadina, sia nel lavoro sulle notizie di interesse generale, il giornalista si lega ai più

svariati canali informativi privilegiati ed esclusivi. Ma si tratta di fonti che, per poter sopravvivere nei propri

ambienti di lavoro e continuare a fornire documentazione, debbono rimanere anonime perché, se rese di

dominio pubblico, possono mettere a repentaglio indagini giudiziarie o complesse trattative diplomatiche.

Alla pari di altre professioni emerge quindi il problema del segreto professionale: il lavoro del giornalista

si muove su un difficile spartiacque stretto tra la necessità di garantire il controllo dell’opinione pubblica

attraverso la trasparenza dell’informazione a la lealtà verso istituzioni statali che operano nell’interesse della

collettività. Negli Stati Uniti di inizi 900 sono le ragioni della prima a prevalere: si afferma gradualmente il

senso comune giornalistico secondo cui più una fonte è anonima, più essa è autorevole, in quanto se ne

suppongono legami più convincenti con l’ambiente da cui provengono le informazioni. Ma nel corso degli

anni 70 sono numerosi i processi intentati a giornalisti che si rifiutano di divulgare le proprie fonti. Una delle

innovazioni introdotte dallo yellow journalism, rispetto ai titoli in colonna, è il titolo a tutta pagina. Hearst

usa in modo spregiudicato e strumentale le notizie e non le idee: qui sta la sua novità. Il Journal esercita

un’influenza politica solo indiretta perché non è il portavoce delle idee di un movimento, bensì un mezzo di

agitazione dell’opinione pubblica e di pressione nei confronti delle istituzioni. Di volta in volta la forzatura dei

toni fa leva sullo sdegno, sulla paura, sull’orgoglio nazionale: sulle pulsioni irrazionali, più elementari e più

potenti della massa. Essenzialmente a questo serve la titolazione a tutta pagina che spesso riduce la realtà

ad una trama narrativa polarizzata tra buoni e cattivi, guadagnando in semplificazione e spettacolarizzazione

ma perdendo in approfondimento: lo yellow journalism radicalizza così un costume introdotto dalla penny

press ma nello stesso tempo anticipa uno dei tratti di fondo che l’informazione assumerà nel corso del 900.

Il ritorno al grande ideale del 'manifest destiny' identifica un progetto di recupero dei sani valori della

società rurale americana. È in omaggio a tale prospettiva che il Journal, agli inizi dell’900, cambia nome in

The American e si schiera a favore della nazionalizzazione del telegrafo, delle ferrovie, delle miniere di

carbone. Agli inizi del 900 Hearst riesce a dare vita alla prima catena di testate capace di assumere un

rilievo davvero nazionale: egli fonda un’agenzia di stampa per i suoi giornali, che in seguito diventa

un’agenzia di stampa pronta a vendere i propri servizi a chiunque intenda utilizzarli, e apre altre 3 testate.

Con Hearst, quindi, la dimensione dell’impresa giornalistica supera per la prima volta l’ambito locale nel

quale è finora vissuta. È l’effetto di una crescita quantitativa dei mezzi tecnici e finanziari così come di uno

sviluppo dell’organizzazione manageriale. D’altra parte, anche colossi come il World ed il Journal non

riescono a varcare i confini della città in cui vengono stampati: la struttura della stampa americana rimane

regionale, ricalcando il carattere federale del sistema istituzionale. Il ricorso alle catene editoriali che

collegano diversi quotidiani locali si rivela come una strada obbligatoria per aggirare la perdurante natura

locale dei giornali.

La catena Hearst si colloca così al centro di un particolare processo di espansione della stampa quotidiana,

ma anche il panorama della stampa quotidiana minore registra una crescita notevole. La stampa americana

si configura come il mezzo principale, se non esclusivo, di comunicazione di una cultura di massa che tende

a omogeneizzare differenze sociali e culturali: un passo avanti decisivo rispetto al senso di identità locale

che la penny press ha introdotto con la cronaca di human interest. In una società giovane e recente,

multietnica e multireligiosa, priva di un grande passato alle spalle, il concetto di cultura di massa appare

una delle chiavi più importanti per interpretare l’eccezione americana, la sua diversità storica e

strutturale rispetto al vecchio continente europeo. In misura crescente il giornalista esercita il ruolo del

mediatore sia verticale (tra il pubblico e la notizia o la fonte informativa) sia orizzontale (tra lettori di diversa

estrazione). In realtà, se si indaga da vicino, la storia del giornalismo non solo americano mostra un volto 27

assai più sfaccettato della rappresentazione teorica di un giornalista mediatore passivo ed esecutore

strumentale delle esigenze di ordine e controllo sociale. Ognuna delle figure del mondo del giornalismo ha

creduto, nei modi più diversi, di svolgere attivamente una missione politica, ha cercato di esprimere l’abilità

intellettuale di critico ed interprete ponendola al servizio di una determinata e parziale visione del mondo.

Anziché la voce omogenea di una cultura di massa livellante e onnicomprensiva, il giornalismo è

l’espressione conflittuale di una pluralità di voci, una battaglia continuamente in corso entro un campo

magnetico di forze: le diverse testate, il mercato dei lettori, il potere delle istituzioni, gli interessi economici.

Quella di Hearst non è la prima catena di quotidiani degli Stati Uniti. Edward Wyllis Scripps, negli anni 80

investe i propri risparmi in azioni di giornali della provincia, arrivando rapidamente a detenere il controllo dei

quotidiani di una serie di nuove città industriali (Buffalo, Cleveland, ..). In seguito fonda la Scripps-McRae

League of Newspapers che accorpora ben 18 quotidiani. Ad essa la famiglia Scripps da sola affianca la

catena di quotidiani da essa diretti sulla costa occidentale. Tabloid è il termine inglese che indica il piccolo

formato di circa 32x48cm. Molti dei quotidiani del gruppo Scripps sono giornali della sera: tra gli anni 80 e

90 diventa questa la formula dominante nella stampa quotidiana, grazie al vantaggio di sposarsi meglio con

il tempo libero delle famiglie. È importante ricordare che Pulitzer, Hearst, Scripps sono tutti editori puri:

imprenditori che vengono da un lungo tirocinio nella professione giornalistica esercitata in prima persona. La

loro crescita come industriali avviene quindi interamente nel settore della carta stampata e la crescente

complessità dei loro sistemi aziendali non si contamina mai con interessi in altri settori produttivi. In questa

salda natura professionale risiede una delle chiavi più importanti del loro successo. D’altra parte la loro

sempre più evidente fisionomia imprenditoriale risponde a stretti criteri di dipendenza del mercato,

concepito come il banco di prova unico della qualità o meno di un progetto editoriale. È un senso comune

che lascia sullo sfondo la massiccia penetrazione degli interessi legati alla pubblicità nel mondo della

stampa: agli inizi del 900 la pubblicità copre più della metà del bilancio di entrate dei maggiori quotidiani

americani e il resto è composto da vendite ed abbonamenti. Le inserzioni mostrano l’importanza attribuita al

pubblico femminile. L’ascesa dello yellow journalism gridato e scandalistico si traduce nel lento declino del

moderato New York Times. Alla fine dell’800 il giornale viene salvato dal fallimento da un’alleanza di

finanzieri, senza rinnegare la sua tradizione di credibility and fairness. La linea editoriale torna quindi a fare

centro sulle questioni politiche di interesse generale, in controtendenza rispetto al diluvio di cronaca

cittadina dello yellow journalism. Il successo del Times cresce in proporzione e la pubblicità aumenta di

conseguenza. L’ascesa del Times dimostra che la fortuna dello yellow journalism lascia spazi consistenti di

mercato ad un’informazione più seria, la quale continua a gerarchizzare le notizie secondo l’ordine

tradizionale che assegna il primo posto alle informazioni di carattere internazionale.

L’età dell’oro del giornalismo americano determina anche il consolidarsi della professione giornalistica come

corporazione sindacalizzata:

nascono in diversi stati associazioni degli editori di giornali che confluiscono poi nell’American

- Newspapers Publishers’ Association, il cui principale compito è la regolazione dei rapporti tra giornali e

agenzie di pubblicità

i tipografi rivendicano, ottenendola, la giornata lavorativa di 8 ore

- la National Typographic Union si conferma come uno dei sindacati più forti del mondo del lavoro

- statunitense

Le redazioni dei giornali sono uno dei pochi luoghi lavorativi che mettono a diretto contatto uomini e donne

di culture e classi sociali diverse. Grazie all’uso del telefono, che comincia a diffondersi con lentezza negli

anni 80, diventano uno dei punti nevralgici delle città. Il mestiere del giornalista lo si impara solamente in

queste redazioni, spesso circondate da un alone mitico. È la contiguità che vi si genera tra vecchi e nuovi

del mestiere a garantire la trasmissione di un senso comune giornalistico, composto di contenuti

eterogenei e sempre in movimento (una scrittura agile e spezzata, fatta di parole e periodi brevi, con largo

uso alla punteggiatura e a sezioni divisorie dello stesso articolo; la padronanza di diversi generi di scrittura:

editoriale, pezzo di nera, intervista, nota di costume). Accanto alla necessità di una prosa asciutta e

semplice sta l’imperativo del 'colore'. Introdotta dalla penny press, la logica della cronaca di human interest

sottolinea il rapporto tra fantasia e realtà, allo scopo di costruire storie avvincenti: la professionalità del

giornalista è riferita a questa esigenza prima ancora che a quella di una completezza informativa. Ma il

bagaglio professionale del reporter deve comprendere anche

la coscienza delle prerogative politiche del quarto potere insieme a quella delle norme del codice che

- regolano i reati a mezzo stampa

una cultura della notizia che cambia nel tempo e a seconda delle testate per cui si lavora

- la gestione delle fonti informative

- la tutela del segreto professionale

-

Sono tutti elementi, questi, che è difficile definire in forma manualistica e soprattutto insegnare senza il

costante aiuto dell’esercizio pratico. Spesso i vecchi tendono a dipingerli come doti innate: una sorta di fiuto

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giornalistico che somiglia molto all’estro dell’artista. Anche negli Stati Uniti fiorisce il mito del reporter

irregolare ed avventuroso. La professione giornalistica non perde del tutto il suo profilo poco rassicurante,

ma in qualche modo riesce a nobilitarlo mettendolo al servizio del pubblico diritto all’informazione. È però lo

stesso sviluppo quantitativo della professione e la crescita del suo potere pubblico a mettere in crisi una

visione artigiana del mestiere. A partire dagli anni 80 in alcune università degli Stati Uniti si cominciano a

tenere corsi di storia del giornalismo e di scrittura giornalistica. Dopo la morte di Pulitzer, viene istituito agli

inizi del 900 un premio annuale intitolato al suo nome per il giornalismo, le arti e le lettere, destinato a

diventare il riconoscimento più prestigioso per chiunque eserciti la professione giornalistica. Agli ultimi anni

dell’800 risalgono i primi manuali di giornalismo. Il 900 si apre così per il giornalismo americano sotto una

doppia luce: il giornalismo pulito in evidente contrapposizione allo yellow journalism che dà grande

importanza alla cronaca nera. Si prolunga sulla stampa americana la stagione della denuncia sociale: il

lavoro minorile, lo sfruttamento operaio, gli scandali delle compagnie assicuratrici, i favoritismi dei boss

politici, .. sono alcuni dei numerosi temi agitati dalle inchieste di inizio secolo con toni moralistici. Il

giornalismo conquista un suo spazio nell’età progressista che riforma gli Stati Uniti all’inizio del 900. L’ascesa

mondiale del giornalismo americano si riflette anche sul sistema internazionale delle agenzie di stampa,

favorendo processi di collaborazione ed integrazione. Reuter, Havas e Wollf si accordano per una spartizione

funzionale delle rispettive aree geografiche di copertura ed un conseguente scambio reciproco di notizie. A

questo accordo internazionale, che prende il nome di Kontinental, aderisce anche l’America, con le sue 2

agenzie: l’Associated Press e la Western Associated Press, le quali escludono ogni scopo di lucro. In quanto

servizio destinato ad una pluralità di utenti, l’agenzia è tenuta ad un’informazione meno gridata e meno

sensazionalistica del giornalismo corrente.

FATTI E OPINIONI (seconda metà dell’800)

Per il giornalismo inglese l’età dell’oro si apre con una serie di misure legislative che cancellano il regime di

tasse fiscali che pesava sulla stampa periodica e liberalizzano quasi completamente la produzione e la

distribuzione di giornali e riviste. Grazie a questo processo di liberalizzazione la stampa inglese mette così in

mostra mutamenti paralleli a quelli statunitensi, anche se in maniera più lenta:

l’abbassamento del prezzo dei giornali

- l’ingresso di nuove tecnologie che incrementano le tirature ed accelerano la trasmissione delle notizie

- il dinamismo imprenditoriale che si appropria di giornali e riviste

-

Sullo sfondo di questi mutamenti vi è un peculiare processo di modernizzazione, capace di evitare i conflitti

caratteristici di altri paesi. L’espansione quantitativa del pubblico di lettori corrisponde ad una

moltiplicazione dei periodici, secondo un processo di diversificazione e speciliazzazione delle testate. Nella

metà dell’800 le forze armate britanniche introducono il sistema dell’accredito obbligatorio per i

corrispondenti di guerra, ma nell’opinione pubblica inglese il trauma è tale da condurre alle dimissioni del

governo, che accusa la stampa di tradimento, un tema destinato a ripetersi nel tempo. Continua dunque a

riproporsi uno dei tratti di fondo del giornalismo inglese: il conflitto costante con il potere delle istituzioni. A

reggerne il peso è soprattutto il Times. La liberalizzazione fiscale facilita però i tentativi di concorrenza.

Charles Dickens fonda il Daily News, quotidiano che segue una linea editoriale di aperta denuncia sociale,

che si configura come il primo tentativo di una stampa di massa in Gran Bretagna e che riduce il proprio

prezzo ad un penny, aumentando di molto le vendite. Un successo, questo, che il giornale conferma di

meritarsi attraverso un’ampia rete di corrispondenti. Cresce il pubblico reale e potenziale della stampa

periodica, soprattutto nelle classi sociali più basse. Per intercettarlo più efficacemente, a partire dagli anni

80, si diffondono quotidiani al prezzo di mezzo penny. Il numero di quotidiani londinesi raddoppia, ma

l’espansione coinvolge anche la stampa di provincia. Uno dei centri più attivi è Manchester, dove si afferma

il quotidiano Manchester Guardian che rimarrà a lungo celebre per accuratezza e tempestività. Sempre a

Manchester George Newnes sperimenta una nuova formula giornalistica: Tit-Bits from All the Most

Interesting Books, Periodicals and Newspapers of the World, un settimanale che riporta con stile

essenziale notizie tratte da altri organi di stampa. Per promuovere la nuova rivista si ricorre al gadget, cioè

a servizi speciali forniti in regalo agli abbonati. La formula incontra un rapido ed esteso successo.

Alfred Harmsworth fonda un nuovo settimanale, Answers to Correspondents, la cui formula editoriale non

differisce molto da quella del Tit-Bits e neppure i metodi di promozione. Il successo è travolgente ed egli dà

vita ad una serie di periodici paralleli, nella scia del processo più generale di diversificazione e

specializzazione della stampa inglese. Si tratta di periodici che riflettono un mutamento decisivo dei criteri

giornalistici. Rispetto al caso americano, il peso della pubblicità è ancora basso nei bilanci dei periodici

inglesi; ma proprio il dispiegarsi dell’impresa di Harmsworth mostra la penetrazione di una logica

pubblicitaria sia nella suddivisione per target specifici del pubblico di lettori, sia nella confezione di un

prodotto di mero intrattenimento senza volontà di attualità informativa: senza una cultura della notizia.

Insieme al fratello, compra l’Evening News, quotidiano londinese della sera che diviene presto il quotidiano

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serale leader nella capitale. In seguito aprono il Daily Mail, quotidiano in vendita a mazzo penny: ma i

primi numeri sono offerti gratis. Le copie del giornale vanno a ruba e fino alla scoppio della prima guerra

mondiale rimane il primo quotidiano della Gran Bretagna. Per la stampa inglese è una rivoluzione, che non

può essere attribuita all’espediente di marketing delle prime copie gratuite, ma che invece riflette l’avvento

di una nuova formula giornalistica: il Daily Mail è infatti considerato il primo organo di stampa moderno

della storia del giornalismo inglese. Con il nuovo giornalismo degli anni 80 la stampa periodica inglese si

divide in 2 settori:

resiste una stampa d’élite, basata sul vecchio, austero ed autorevole Times e con una tradizione di

- ferma indipendenza dal potere politico

si affaccia alla ribalta una stampa popolare, che guadagna lettori nuovi nei ceti operai e nelle classi

- sociali meno ricche, più sensibile ad una logica commerciale e quindi più disponibile a lasciare spazio

agli annunci pubblicitari e alle illustrazioni

La cultura di massa diventa strumento di omogeneizzazione delle mentalità e dei comportamenti. Tra la

metà dell’800 e la prima guerra mondiale vedono la luce in Inghilterra numerosi periodici per bambini e

ragazzi: mentre i pochi precedenti erano esclusivamente di carattere religioso, adesso il tono laico

largamente prevalente riflette un processo di secolarizzazione dei costumi e dei moduli educativi. Nella

stampa popolare, insomma, la cultura della notizia rimane sullo sfondo: le esigenze di intrattenimento e

di pedagogia morale appaiono nettamente prevalenti su quelle informative. La stampa popolare inglese

sembra spesso ispirarsi ad un criterio di spolicizzazione: è questa una delle sue maggiori e più durature

differenze rispetto alla stampa d’élite. Per molti aspetti il nuovo giornalismo di Harmsworth appare debitore

dell’esperienza americana della penny press per:

il basso costo, come strumento e requisito di una volontà deliberata di stampa popolare di massa

- la presenza rilevante di annunci commerciali in prima ed ultima pagina

- l’ampio spazio accordato alla cronaca di notizie sensazionali, in sintonia con la scelta di un target medio-

- basso nel pubblico di lettori

una sezione informativa di tutto rispetto, sia per attualità e tempestività, sia per attendibilità

- le rubriche fisse, come il romanzo d’appendice, lo sport ed il supplemento femminile, che rappresentano

- uno dei suoi punti di forza

Il Daily Mail appare come l’esatto contraltare della tradizione di indipendenza ed autonomia dal potere

politico incarnata dal Times, ma che, d’altra parte, fa guadagnare prestigio, autorità e lettori al nuovo

giornale. Per quanto non perda occasione per proclamarsi indipendente, questo quotidiano possiede un

chiaro orientamento conservatore e nazionalista. Da questo punto di vista non sussistono grandi differenze

con il Times, che però rimane un quotidiano destinato alle élite. Il Daily Mail, e anche questa è una novità

rispetto al modello del Times, incorpora l’esperienza di diversificazione e specializzazione. Ma probabilmente

l’aspetto più innovativo introdotto dal periodico, e una delle chiavi determinanti del suo successo, risiede nei

metodi di trattamento delle notizie, dove brevità, chiarezza e semplicità sono i tratti di fondo che si

ritrovano in ogni pezzo del Daily Mail, cui spetta anche la novità della titolazione su più colonne.

Harmsworth pone le basi di una vera e propria società integrata in senso verticale ed orizzontale. Alla vigilia

del primo conflitto mondiale ne fanno parte più di 100 periodici. Al contrario dei suoi contemporanei modelli

americani e dello stesso giornalismo inglese del passato, la sua carriera si svolge all’ombra degli equilibri

governativi. Tra i periodici di Harmsworth figura il Daily Mirror, il primo quotidiano scritto da giornaliste

donne rivolto ad un pubblico femminile. Il giornale conosce un buon successo iniziale, ma poi va incontro ad

un crollo verticale: il mercato inglese si dimostra ancora resistente alla formula giornalistica di un quotidiano

espressamente rivolto al pubblico femminile. Agli inizi del 900 gli si affianca il Daily Illustrated Mirror, che si

ispira allo yellow journalism statunitense. Stavolta il successo è immediato, ma quando Harmsworth lo

venderà al fratello, che lo conduce ad appoggiare l’estrema destra dello schieramento politico, lo

condannerà ad un lento declino.

Anche nel caso francese l’età dell’oro del giornalismo si collega ad un processo di liberalizzazione legislativa.

Ma a Londra tale processo si svolge sul piano strettamente economico dell’abolizione di imposizioni fiscali,

mentre a Parigi assume il volto di una nuova legge complessiva sulla stampa. Si tratta di una differenza

significativa che mette capo alla diversità più generale del percorso seguito dal processo di modernizzazione

nei 2 paesi. Al contrario della Gran Bretagna, infatti, la Francia rimane una nazione attraversata da profondi

e drammatici conflitti. Con l’esperienza governativa della Terza repubblica, la questione della libertà di

stampa si ripropone in un contesto politico che le attribuisce un valore fondativo della convivenza civile e

dello stato laico. Sul piano ideologico la legge sulla stampa riprende il tema, fondamentale nella tradizione

rivoluzionaria francese, dei diritti dell’uomo e del cittadino. Ma sul piano politico concreto si presenta come

un provvedimento strumentale, volto a soddisfare le ambizioni di diversi partiti. Negli anni 80 ai arriva così

alla promulgazione di una nuova legge sulla stampa, che servirà da punto di riferimento per diversi paesi

europei. In realtà il testo approvato muove da un presupposto che spoglia la questione di ogni contenuto 30

ideologico: la stampa periodica è identificata come un’impresa di carattere economico. La sua libertà si

inserisce all’interno della libertà d’impresa. Come tutte le merci, il giornale è regolato dal diritto commerciale

e non gli si dà l’importanza di funzione sociale:

si riafferma la libertà da ogni censura preventiva

- vengono ridotte le formalità necessarie per ogni pubblicazione

- i reati a mezzo stampa vengono definiti in modo preciso

-

Ma gli articoli relativi ai reati commessi nei confronti dei privati cittadini riflettono un orientamento assai

garantista a favore dei giornalisti. Il solo responsabile è il direttore del giornale, che quindi è in grado di

coprire ogni suo collaboratore garantendogli l’esenzione da pena. Nelle controversie è previsto il diritto di

replica e l’obbligo di modifica, ma la maggior parte dei reati a mezzo stampa è di competenza di una giuria

popolare; solo la diffamazione deve essere giudicata dai magistrati togati. Nel precedente regno di

Napoleone III i decreti sulla stampa sottopongono la stampa ad un inasprimento del regime repressivo che

la riguarda. Durante il Secondo Impero sopravvive perciò esclusivamente una stampa periodica non politica,

di cui ne è un esempio Le Figaro. Nasce Le Petit Journal, quotidiano di piccolo formato fondato dal

Moïse Millaud. Nella situazione di necessità imposta dal regime di Napoleone III, è necessario l’abbandono

di una tradizione di giornalismo politico, che in Francia, fin dai tempi della Rivoluzione, aveva la sua terra

d’elezione, e la scelta di una nuova formula giornalistica simile alla penny press americana. Le Petit Journal

si concentra sulla cronaca parigina e rilancia il feuilleton. Per pubblicizzare il suo periodico Millaud non esita

a far affiggere manifesti pubblicitari sui muri di Parigi, inaugurando una forma di sinergia tra i diversi mezzi

di comunicazione, destinata a grande fortuna. Le Petit Journal diventa il giornale leader della stampa

quotidiana. Torna a farsi valere anche nel vecchio continente la forza di empatia e rispecchiamento, tipica

della cronaca di human interest. La stampa crea il mostro: un sorta di catalizzatore purificante dei resti

morali di una società che, celebrando il rito del sacrificio, scava un rassicurante fossato tra sé e la malvagità

riacquistando coesione e compattezza nel segno della normalità benpensante. A far da contraltare al Petit

Journal resta Le Temps, le cui corrispondenze estere sono tra le poche ad essere completamente

indipendenti da quelle dell’agenzia Havas e si rivelano molto attendibili. Diretto da Adrien Hébrard, se ne

potenzia la fisionomia di organo ufficioso del ministero degli esteri; il suo editorialista di punta, che ne

redige gli articoli di fondo, posti sul margine sinistro della prima pagina, si conquista una notorietà su scala

europea come commentatore delle vicende diplomatiche continentali. L’avvicinarsi della fine di Napoleone

III reca con sé una prima parziale liberalizzazione del regime repressivo che opprime la stampa periodica;

gli effetti sono immediati: fioriscono numerosissimi nuovi periodici. Tra questi vi è La Lanterne, rivista

mensile diretta da Henry Rochefort, il cui tono leggero si unisce ad una vena fortemente repubblicana ed

antinapoleonica. La formula relativamente inedita vale la rapida conquista di un ampio pubblico, ma non

evita la brusca chiusura d’autorità quando la situazione politica si complica. A La Lanterne segue La

Marseillaise, sempre diretta da Rochefort. È solo dopo la caduta dell’imperatore che la stampa francese

entra con decisione nella sua età dell’oro. Ricompare dal suo silenzio forzato Girardin che riesce a rilanciare

La Presse e fonda un altro quotidiano, La Liberté, il primo ad avere una rubrica sportiva. L’agenzia di

stampa Havas si afferma come la prima al mondo per capacità di copertura delle notizie e di diffusione dei

servizi informativi. Anche nel caso francese, l’espansione della stampa periodica si muove in sincronia con il

più generale processo di modernizzazione. Si consolida anche in Francia la consuetudine di edizioni

domenicali.

Il panorama francese appare dominato da 4 grandi giornali quotidiani:

Le Petit Journal, il più antico, vittima nei primi anni del 900 di un calo di vendite dovuto

- all’atteggiamento di netta chiusura conservatrice osservato in occasione del processo Dreyfus

Le Petit Parisien, fondato da Jean Dupuy, la cui informazione politica è sempre moderata, mai

- estrema; questa riedizione giornalistica del giusto mezzo porta fortuna al quotidiano

Le Matin, fondato da Maurice Bunau-Varilla, che è quello che con maggior decisione si distacca dalla

- formula ispirata allo yellow journalism americano; il giornale riflette il tono neutro e lo sforzo di

imparzialità; l’immaginazione è accurata e nelle vesti di cronista politico si alternano diversi giornalisti a

seconda delle loro opinioni; impone spesso l’uso dello pseudonimo ai cronisti; in redazione circola una

lista nera che indica i personaggi da attaccare

Le Journal, quotidiano, fondato da Fernand Xau, di formato tabloid, il quale riserva lo spazio maggiore

- agli annunci commerciali

A differenza del caso inglese ed americano, l’evoluzione della stampa periodica francese mette in rilievo

l’ingresso di editori non puri che si pongono alla testa di imprese giornalistiche con lo scopo (proprio e

principale) di renderle remunerative, ma anche quello (secondario) di farne strumenti di appoggio alle

proprie posizioni di potere in altri campi, diversi dall’informazione su carta stampata. Si profila quindi un

pericolo nuovo per l’autonomia e l’indipendenza della stampa. Accanto a questo si pone il problema di un

intreccio perverso, fatto di corruzione e concussione, tra stampa ed imprese private, così come tra stampa e

31

governi esteri. A somiglianza di quello inglese, anche il caso francese mostra la separazione sempre più

netta tra una stampa di massa, rappresentata essenzialmente dai 4 grandi quotidiani, ed una stampa d’élite,

che adotta il grande formato ed un prezzo maggiorato. Tra di essi compare Le Figaro, il quotidiano più

schierato a difesa di Dreyfus, che pubblica 3 articoli di Émile Zola, nei quali si cerca di dimostrare

l’innocenza del capitano. Lo sdegno dei lettori obbliga Zola a trovare altre vie di comunicazione: appaiono

allora 3 opuscoli. Il terzo di questi viene però pubblicato dal quotidiano L’Aurore, diretto da Georges

Clemenceau, che ne cambia il titolo in 'J’accuse'. Gli effetti sono devastanti: condannato ad un anno di

reclusione, Zola ripara in Gran Bretagna ma solo pochi mesi, perché viene poi riabilitato, assieme a Dreyfus

e a Clemenceau. L’esito del caso Dreyfus segna una svolta periodizzante: il quarto potere ha dimostrato la

propria forza risolvendo la situazione di stallo in cui versava la politica francese e mutando radicalmente il

suo decorso successivo. Nasce una tipologia di quotidiano estranea sia al caso statunitense sia a quello

inglese, ma che in Francia riprende la grande tradizione del giornalismo rivoluzionario. I primi anni del 900

vedono infine, con qualche ritardo rispetto al caso inglese, l’uscita di una stampa specializzata: si riprende la

tradizione del giornale femminile e si inaugura il genere del giornale sportivo.

STAMPA, POTERE E POLITICA (seconda metà dell’800)

Nel vecchio continente la crescita della stampa inglese e francese è resa ancor più visibile dall’alto grado di

centralizzazione nelle 2 capitali di Londra e Parigi. Viceversa, in un paese appena unificato come la

Germania di Bismarck la stampa mantiene a lungo un carattere decentrato e locale. Bismarck è abituato

ad includere nei suoi metodi di governo l’uso e l’abuso della stampa. Dopo la metà dell’800 si afferma infatti

il quotidiano conservatore che ha accompagnato fin dagli esordi la carriera politica del cancelliere (Neue

Preussische Zeitung). In seguito gli si affianca la Frankfurter Zeitung, diretta da Leopoldo Sonnemann

sulla base di un orientamento indipendente e progressista, che contribuisce a farne un caso a parte nella

storia del giornalismo tedesco: sopravviverà infatti fino alla soppressione decretata da Hitler. Viene

inaugurata la formula del periodico di intrattenimento, aprendo alla pubblicità commerciale e rivolgendosi

espressamente al pubblico degli imprenditori. L’altro versante dello schieramento politico è occupato da

periodici di orientamento liberale e da quelli di orientamento cattolico, questi ultimi costretti a sostenere

l’urto della battaglia culturale che Bismarck intraprende a sostegno della chiesa nazionale protestante. Il

pugno di ferro adoperato contro le opposizioni penalizza peraltro anche la stampa socialista. La stampa

tedesca è sottoposta ad una norma che attribuisce all’autorità giudiziaria la facoltà di sopprimere le

pubblicazioni ritenute pericolose per il bene comune. Viene istituito un Dipartimento speciale per la stampa,

con compiti di raccolta e diffusione delle notizie. L’ufficio centrale di Berlino cura una propria rassegna

stampa e organizza i contatti tra Bismarck e i giornalisti delle diverse testate. Si sviluppa una sorta di

rapporto preferenziale del Dipartimento fatto di notizie in esclusiva, ma anche di sovvenzioni finanziarie

sottobanco. Il caso tedesco si distingue dagli altri per 2 motivi di fondo:

il grado elevatissimo di centralizzazione e di controllo governativo

- la modernità considerevole dell’apparato statale che, primo in Europa, si dota di un ufficio stampa

- organizzato in modo stabile e autonomo

Anche nella storia particolare del giornalismo l’esperienza della Germania rivela il tratto peculiare di una

maggiore presenza attiva dello stato, non solo in qualità di tutore della legge, ma anche di imprenditore

editoriale in prima persona. La nuova legge sulla stampa del 1874 sancisce formalmente il principio della

libertà di stampa, vincolata al deposito obbligatorio di una copia e fatta salva la prerogativa dello stato di

condurre azioni giudiziarie (e di disporre il sequestro) nei confronti dei periodici che infrangono le leggi

ordinarie. Viene riconosciuto il segreto professionale sulla fonti informative, ma anche l’obbligo di

testimoniare sulla loro identità nel corso di un eventuale processo. Al regime formale di libertà proclamato

dalla legge si sostituisce così un regime sostanziale che utilizza il potere giudiziario con lo scopo di intimidire

la stampa e indurre giornalisti e direttori ad una sorta di autocensura preventiva. Grazie a questo regime il

governo riesce a tenere sotto controllo il processo di espansione della stampa che, come accade negli altri

paesi, marcia di pari passo con la modernizzazione del paese. Negli ultimi decenni dell’800 le società per

azioni sostituiscono la gestione familiare delle principali testate e i guadagni delle inserzioni pubblicitarie

prendono il posto delle sovvenzioni governative. A centralizzare ulteriormente il sistema informativo tedesco

si aggiungono le avversità dell’agenzia di stampa Wolff che a metà degli anni 60 subisce un tentativo di

scalata da parte delle agenzie rivali straniere Havas e Reuter. Lo stato interviene in aiuto della Wolff, ma in

cambio questa viene praticamente nazionalizzata. L’estensione del controllo governativo all’agenzia di

stampa priva i giornali tedeschi di collegamenti autonomi con l’estero; a mutare almeno in parte questa

situazione interviene all’inizio degli anni 70 il Berliner Tageblatt, quotidiano fondato da Rudolf Mosse con

una particolare attenzione alle informazioni estere. Sulla nuova testata scrivono giornalisti affermati che le

danno un’impronta liberale e progressista. Nondimeno il giornale riesce a sfuggire ai fulmini governativi

grazie anche ad un’accorta politica di invio di copie omaggio a corte e presso le maggiori istituzioni 32

pubbliche. La formula del giornale coniuga insieme cultura della notizia e intrattenimento. È una formula

indovinata che premia il giornale di numerose copie vendute. In controtendenza rispetto a tutti gli altri

paesi, tra il 1877 ed il 1898 il numero di periodici tedeschi conosce una sia pur contenuta contrazione; l’età

dell’oro arriva per la stampa tedesca solo con il nuovo secolo, quando il numero di testate riprende a salire.

Alla vigilia della guerra sembra dunque che il modello statalistico tedesco non sia riuscito a conseguire del

tutto i propri obiettivi: settori consistenti dell’opinione pubblica tendono a sfuggire al rigido controllo

governativo e un effettivo pluralismo informativo si consolida nel paese.

Come la Germania, anche l’Italia arriva tardi all’appuntamento dell’unità politica. L’ingombrante presenza

della Chiesa le impone un processo di modernizzazione a 2 tempi: più rapidi per il contenimento

dell’influenza ecclesiastica e l’omogeneizzazione culturale del paese attraverso l’obbligo scolastico (1877),

più lenti per l’integrazione politica della grandi masse (suffragio universale maschile solo dal 1912). La

stampa si colloca entro tale contesto e sconta un ritardo relativo rispetto agli altri paesi occidentali. Il

giornalismo viene lasciato all’iniziativa privata, rimanendo in un solco di stretta continuità con la tradizione di

pedagogia politica sviluppata durante il Risorgimento. Il risultato è che fino alla prima guerra mondiale, le

statistiche relative alla tiratura complessiva della stampa quotidiana rimangono assolutamente lontane dai

livelli raggiunti in altri paesi occidentali. Da questa continuità in qualità e quantità con il passato

risorgimentale derivano diverse conseguenze, destinate a rivelarsi delle vere e proprie peculiarità di lungo

periodo del caso italiano:

una perdurante vocazione politica della stampa, che lascia sullo sfondo quei processi di mercificazione

- della notizia (assai presenti negli altri paesi) tarda quindi a manifestarsi il fenomeno, invece cruciale

in altri paesi, di una stampa popolare e di intrattenimento, con la sua particolare attenzione per la

cronaca e le alte tirature (sintomo di un ritardo più generale nello sviluppo di una cultura di massa

omologante e condivisa)

una frammentazione del mercato dei lettori su una scala regionale che riflette da vicino i confini degli

- stati preunitari

Al momento del suo costituirsi, il Regno d’Italia estende a tutto il paese la legge sulla stampa che Carlo

Alberto aveva concesso in Piemonte, ma, in modo simile a quanto avviene nella situazione tedesca, rimane

operante una prassi di abusi polizieschi che continua a rendere difficile la vita di giornalisti e periodici,

sottoposti ad una ripetizione continua di sequestri e soppressioni. D’altra parte il tasso di analfabetismo

rimane alto, con punte elevatissime nel Mezzogiorno. La stampa si conferma come lo strumento principe di

una comunicazione politica ristretta alle élite del paese: i periodici riflettono una gestione artigianale e

personalistica, con tirature e circolazione limitate. La natura oligarchica del giornalismo italiano si riflette in

una relativa arretratezza di mezzi e risorse. All’indomani dell’unificazione politica del paese,

paradossalmente il primo quotidiano stampato in Italia e L’Osservatore Romano, dal 1861 organo

ufficiale della Santa Sede: è il segno di un’attenzione alle forme moderne della comunicazione che

contraddistingue lo sforzo della autorità ecclesiastiche di mantenere una base di consenso all’interno

dell’Italia laica. Nell’ambito dell’Italia laica il primo quotidiano ad affermare la propria autorità è Il Secolo,

fondato nel 1866 a Milano dai fratelli Sonzogno, proprietari di una casa editrice di libri popolari. Questo

giornale assegna maggior spazio alla cronaca della vita cittadina; diventa presto il giornale della borghesia

colta riformatrice e dell’aristocrazia artigiana della città.

1867, Torino: Gazzetta Piemontese La Stampa

1869, Firenze: La Nazione

Purtroppo, però, il risultato complessivo della stampa italiana è deludente: nel 1873 circolano 55 quotidiani

per un totale di quasi 800 mila copie, meno di quelle che il Petit Journal parigino produce da sé. Dal canto

suo, la stampa periodica non quotidiana conserva la diffusione municipale del periodo preunitario. Tra i

periodici spicca la fiorentina Nuova Antologia, mensile che riprende la vecchia testata di Vieusseux e ne

prosegue la linea di apertura alla cultura europea. I giornalisti italiani sono uomini politici o letterati che

interpretano la stampa alla stregua di una seconda professione. La pubblicità occupa uno spazio limitato,

relegato in ultima pagina, e il suo contributo al bilancio delle entrate è modesto. Le formule di abbonamento

favoriscono molto la diffusione postale dei periodici, che prevale largamente rispetto alla vendita nei locali

pubblici o nelle strade. In ogni caso questi quotidiani rappresentano quasi sempre un’impresa in perdita,

costretta a ricorrere alle sovvenzioni pubbliche. La stretta vicinanza alla politica professionale si traduce in

una dipendenza economica dalle istituzioni. La 'rivoluzione parlamentare', che nel 1876 alterna la sinistra

alla destra nella composizione della maggioranza governativa in parlamento, produce le condizioni per un

primo significativo cambiamento:

1. viene abolito il regime di privilegio per la pubblicazione degli annunci legali, determinando la crisi di

molte testate di provincia

2. proliferano nel paese i periodici legati ai notabili della sinistra 33

3. al giornalismo approdano anche uomini delle professioni liberali (medici, avvocati, notai, insegnanti, ..),

prime avanguardie di un terzo stato alla ricerca della propria affermazione politica

Accanto ai segnali di stretta continuità con il passato, non mancano elementi di novità. Nel 1875 nasce a

Milano La Plebe, quotidiano della sinistra democratica e repubblicana costretto ad una vita travagliata dai

ripetuti sequestri disposti dalle autorità della polizia. Si dovrà infatti attendere fino al 1906 per ottenere

l’abolizione del sequestro preventivo e il vaglio obbligatorio della magistratura sui provvedimenti relativi alla

stampa. Sia pure in misura molto ridotta, il concetto di opinione pubblica allarga i propri confini ad un

elettorato d’opinione, non più vincolato a rapporti organici di scambio clientelare con i notabili locali. Lo

stesso Secolo si apre ad una moderna cultura della notizia, inviando propri corrispondenti all’estero; dalla

Francia importa il romanzo d’appendice.

Negli anni 70, però, il primato del Secolo viene insidiato dalla nascita de Il Corriere della sera, fondato

nel 1876 a Milano da Eugenio Torelli Viollier, un giornalista che intende contrapporre alla forte

caratterizzazione politica del Secolo una cultura della notizia di stampo anglosassone. Il nuovo quotidiano

non riesce però a prendere l'avvio, quindi arriva in suo soccorso l’industriale cotoniero Crespi. Fin dall’inizio,

quindi, il caso italiano mette in mostra quel fenomeno che si affaccia a fine 800 in Francia: una presenza

determinante di editori 'non puri', che approdano all’editoria mantenendo interessi preminenti in altri

comparti produttivi. Mentre in Francia questa presenza appare ancora minoritaria rispetto ad una forte

tradizione di imprenditoria giornalistica, in Italia gli editori non puri giungono invece a colmare una

situazione di vuoto. Il giornalismo italiano ha infatti alle spalle una tradizione risorgimentale che lo definisce

in termini di missione educativa e politica, escludendo a priori ogni visione della stampa come impresa

remunerativa e come consumo di notizie. Non esiste in Italia né un Girardin né un Pulitzer. Ciò non toglie

che il Corriere mantenga una propria autonomia giornalistica. La comparsa del Corriere della sera produce

l’effetto di una polarizzazione della stampa quotidiana milanese sotto il profilo sia della formula sia dei

contenuti:

a. FORMULA:

1) SECOLO: il modello di riferimento è rappresentato dai grandi quotidiani francesi, con la loro

vocazione popolare fatta di attenzione per la cronaca e per feuilleton

2) CORRIERE: si ispira al modello anglosassone del Times di Londra e New York, con la sua cultura

della notizia e la sua antica tradizione di credibility and fairness

b. CONTENUTI:

1) SECOLO: si sposta verso sinistra e il suo pubblico si identifica con il mondo frammentato del lavoro

salariato cittadino

2) CORRIERE: occupa il versante politicamente conservatore e socialmente privilegiato della buona

società milanese

La copertura informativa estera del Corriere è assicurata da inviati permanenti nelle maggiori capitali

europee e le spese redazionali crescono rapidamente: solo in parte questa lievitazione delle spese fisse

appare compensata da un aumento di lettori. All’inizio del 900 il Corriere stampa ogni giorno 3 edizioni

diverse per la città, per la provincia e per il resto d’Italia. Nonostante la sua forte caratterizzazione popolare,

infatti, il Secolo mantiene fino a questa data una salda posizione leader. Milano non è l’unica città italiana ad

avere più giornali quotidiani in lotta tra loro: nella Roma dell’Osservatore Romano nasce nel 1878 Il

Messaggero, che nel giro di poco tempo raggiunge un’alta tiratura anche grazie al basso prezzo. La

formula del Messaggero è infatti tra le prime a svincolarsi da sudditanze politico-ideologiche per puntare

direttamente al grande pubblico: tutti i cittadini sono invitati dal direttore a fornire notizie di cronaca

cittadina, dietro un compenso in denaro. Il nuovo quotidiano romano apre maggiori spazi alla pubblicità

commerciale e privilegia la vendita rispetto alla spedizione in abbonamento. Nel 1883 nasce a Roma La

Tribuna: anche in questo caso non si smentisce la tradizionale contiguità tra mondo politico e impresa

giornalistica. Alla fine del 1893 essa rimane pesantemente coinvolta in una grave scandalo. È uno scandalo

clamoroso che porta alla caduta del primo governo Giolitti e alla crisi di molte testate giornalistiche:

nonostante il proprio evidente ritardo rispetto alla situazione francese, la stampa italiana mette in mostra un

livello analogo di malcostume. La consapevolezza sempre più diffusa del ruolo della stampa come quarto

potere agisce anche in senso inverso, sottomettendo giornali e giornalisti alla logica dei favori incrociati con il

potere economico privato e con il potere politico delle istituzioni. Nondimeno La Tribuna riesce a risollevarsi,

grazie anche alle 2 edizioni giornaliere e al supplemento settimanale La Tribuna illustrata. Ma La Tribuna

rimane uno dei pochi giornali filogovernativi, in un panorama della stampa quotidiana largamente avverso al

capo dell’esecutivo.

1885, a Bologna: Il Resto del Carlino (giornale della borghesia cittadina laica; vi collaborano nomi illustri

della letteratura italiana come Carducci e Pascoli)

1886, a Genova: Il Secolo XIX (quotidiano a difesa della nascente industria italiana) 34

1891, a Napoli: Il Mattino (quotidiano che ha il proposito di divenire organo del conservatorismo italiano:

nel mito coloniale individua il terreno per una rivalsa delle classi dirigenti meridionali contro la preminenza di

un ceto politico in larga misura di origine settentrionale; pone una cura approfondita del profilo culturale:

vengono chiamati a collaborare scrittori come D’Annunzio e Matilde Serao di cui rimarranno famosi i

'mosconi', che rappresentano una sorta di equivalente italiano, quindi umanistico e letterario piuttosto che

giornalistico, della cronaca di human interest introdotta dalla penny press americana)

1887, a Venezia: Il Gazzettino (quotidiano espressamente indirizzato alle plebi rurali e cattoliche)

Così:

- il numero dei quotidiani in Italia aumenta, anche se la grande maggioranza di essi rimane confinata ad

un ambito strettamente provinciale

- si diffondono le edicole

- cresce il mercato pubblicitario

- la prosa giornalistica rinnova l’italiano introducendo nuove forme sintattiche

- le redazioni dei giornali cominciano ad ingrandirsi

- compare la figura del caporedattore, incaricato di vagliare i dispacci di agenzia, 'passare' i pezzi dei

collaboratori e fare i titoli

Nel 1880, con funzioni di rappresentanza nei rapporti con il governo e le istituzioni, si costituisce

l’Associazione di stampa periodica. L’agenzia di stampa Stefani, divenuta agenzia nazionale, afferma il

proprio monopolio sulle notizie estere sottoposte al controllo della magistratura almeno mezza giornata

prima della loro pubblicazione. A questa strozzatura nel ciclo di trattamento delle informazioni se ne

aggiungono altre nel ciclo direttamente produttivo: i telegrammi (attraverso i quali si svolge il lavoro dei

corrispondenti) e la carta per la stampa hanno prezzi molto alti. Nel 1895 viene fondata a Milano una prima

Associazione dei giornalisti cattolici che in seguito darà vita all’Associazione della stampa cattolica italiana.

Seppure rappresenti un sintomo di reintegrazione della base sociale cattolica nelle vita civile, la presenza di

una frattura confessionale indebolisce l’organizzazione corporativa della stampa e ne mette in evidenza la

continua dipendenza da logiche di schieramento ideologico.

Una delle conseguenze di tale dipendenza è l’assenza di una formazione professionale a livello universitario,

come avviene negli altri paesi: in Italia predomina invece a lungo l’idea del tirocinio, della socializzazione

spontanea e quotidiana del lavoro redazionale come unico canale di reclutamento e specializzazione della

professione giornalistica. Un’altra conseguenza della dipendenza del giornalismo italiano alla politica e alla

cultura è la resistenza che a lungo si oppone alla penetrazione di una moderna cultura della notizia. Per

questa stampa italiana, preoccupata di formare anziché informare, la fine dell’800 segna un passaggio

cruciale. Nel 1898 i moti popolari contro l’aumento dei prezzi che si sviluppano nel Mezzogiorno trovano a

Milano il proprio epicentro. Il Corriere della sera assume una posizione violentemente repressiva e

antipopolare; contrario è invece il Secolo, che deve sopportare i rigori della stato d’assedio e la sospensione

per alcuni mesi. Ma quando il Secolo torna a circolare, immediatamente quadruplica la proprie vendite. È il

segno di un mutamento di clima: le elezioni successive sanciscono la sconfitta del governo e la forte

avanzata delle sinistre. Anche il Corriere non può rimanervi indifferente: Torelli Viollier si dimette e gli

succede Luigi Albertini. Il nuovo direttore ha soggiornato a Londra, dove ha avuto modo di osservare

all’opera il mitico modello giornalistico del Times. Ne ha imparato l’attenzione sia per l’innovazione

tecnologica sia per una cultura della notizia autonoma dalla vocazione politico-ideologica tipica degli

ambienti italiani. In redazione compaiono gli stenografi, incaricati di trascrivere su carta i resoconti letti al

telefono dagli inviati. Il Corriere è il primo quotidiano italiano ad avere una rete stabile di corrispondenti

esteri. In seguito il giornale si trasferisce nella nuova sede di via Solforino ed è in grado di collegarsi 'in

tempo reale' con i suoi maggiori omologhi stranieri: Times, Daily Telegraph, Matin. L’orientamento del

Corriere è ancora in linea di continuità con l’appoggio alla Destra storica e tenacemente anticlericale e

antisocialista: contrario cioè al suffragio universale e alle forze popolari che Giolitti intende invece includere

nello stato e nel governo. Il Corriere passa da 6 a 8 pagine: compaiono la terza pagina (dedicata ad

avvenimenti culturali) e la pagina sportiva. La tiratura sale costantemente. Sulla scorta dell’esempio fornito

da altri grandi quotidiani stranieri, al Corriere si affiancano supplementi e periodici collaterali. Alla vigilia

della guerra il Corriere è ormai diventato un piccolo trust editoriale con più di mille dipendenti. I primi anni

del 900 vedono anche l’affermarsi di un genere giornalistico del tutto nuovo: la stampa di partito, che

riprende in forma diversa la tradizione risorgimentale del giornalismo educativo e politico. Nel 1896 nasce

Avanti!, il quotidiano del partito socialista. All’inizio non ha vita facile perché stretto nella tenaglia poliziesca

tra lo statuto albertino ed il codice penale che include tra i reati perseguibili l’istigazione all’odio tra le classi

sociali. Nel 1912 conosce una nuova fioritura con la direzione aggressiva di Benito Mussolini. Ma è nel

clima convulso immediatamente precedente alla guerra che il quotidiano socialista arriva addirittura ad

entrare in competizione con il Corriere della sera per la prima posizione nel mercato italiano. È l’effetto di un

cambiamento epocale del sistema politico italiano, che da oligarchico e notabilare si viene trasformando 35

sotto la spinta delle masse popolari organizzate. L’Avanti! costituisce infatti una doppia novità nel panorama

giornalistico italiano:

1) presenta la caratteristica nuova di essere strettamente legato all’organizzazione centrale e periferica di

un partito politico, e quindi è il primo quotidiano effettivamente nazionale

2) rappresenta un caso di editoria pura, non finanziato da interessi economici estranei all’impresa

giornalistica, ma sostenuto attivamente (attraverso sottoscrizioni) da lettori-militanti, che hanno con il

giornale un rapporto assai più stretto e vitale di altri

L’Avanti! non è soltanto un veicolo di informazioni o uno strumento di intrattenimento, ma anche una lente

con cui guardare la realtà, un canale di diffusione della linea politica e dell’ideologia di partito, un mezzo di

formazione culturale e di mobilitazione sociale. Un’altra novità è la stampa sportiva: nel 1896 nasce La

Gazzetta dello Sport, quotidiano su carta rosa. Per lungo tempo resterà l’unico quotidiano sportivo

italiano. Nel 1901 nasce a Roma Il giornale d’Italia: il capitale iniziale è il frutto del convergere

nell’impresa di interessi conservatori che fanno capo a uomini politici della destra, Sidney Sonnino e Antonio

Salandra. Questo quotidiano giunge quindi a rafforzare il fronte antigiolittiano mantenendo stretti rapporti di

collaborazione con il Corriere milanese. Notevole è il suo sforzo di diffusione e copertura informativa

dedicato al meridione, così come l’invenzione di una terza pagina interamente dedicata alla cultura. Da

allora in poi la terza pagina diventa una consuetudine dei quotidiani italiani, ripresa con particolare cura dal

Corriere, che chiama scrittori affermati (Verga, Pirandello, D’Annunzio, Deledda) a comporre gli 'elzeviri': i

pezzi letterari che aprono sulle prime 2 colonne la terza pagina. Il 900 vede tuttavia il lento declino del

Secolo. Nel 1914 nasce Il Popolo d’Italia, che si inserisce a pieno titolo nella tradizione italiana di editoria

impura.

L’età dell’oro della stampa occidentale propaga i propri effetti alla periferia del mondo. In Russia lo zar

abolisce la censura preventiva, ma i giornalisti, in modo simile a quanto accade nella Germania di Bismarck,

osservano una sorta di autocensura che li porta a bandire la politica dal proprio mestiere. Con il 900 inizia a

diffondersi la stampa socialista clandestina. I periodici russi sono perlopiù addensati nella regione di Mosca

e San Pietroburgo e sottoposti ad un forte controllo da parte delle istituzioni. Tuttavia le concessioni che lo

zar è costretto a elargire aprono un’epoca nuova per il giornalismo russo. Nel 1912 nasce la Pravda

('Verità'), quotidiano dell’ala maggioritaria (in russo 'bolscevica') del partito socialdemocratico, affermatasi

alle elezioni nella maggioranza dei collegi operai. Grazie a questa salda base sociale, concentrata nelle città

industriali, la Pravda vanta un’alta tiratura. In Giappone lo sviluppo della stampa segue invece la

penetrazione del colonialismo occidentale: nel 1854 la spedizione militare americana apre di forza i mercati

e le relazioni diplomatiche di un paese ancora feudale. Gli effetti si fanno immediatamente sentire: i

commercianti stranieri si dotano infatti di periodici a proprio uso e consumo. La comparsa di questi fogli

(che spesso utilizzano ancora le tecniche della xilografia) radicalizza lo scontro tra occidentalisti e xenofobi

all’interno delle classi dirigenti giapponesi. La restaurazione del potere imperiale avvia un processo di

modernizzazione che passa per:

- l’abolizione dei privilegi feudali

- l’obbligo scolastico

- la leva obbligatoria

Il nuovo clima non manca di riflettersi sulla stampa. Viene fondato l’Istituto per lo studio dei libri stranieri;

viene pubblicata un’antologia di testi stranieri che, però, dopo il primo numero viene immediatamente

soppressa dal governo. Il Giappone viene in seguito attraversato dalle prime linee telegrafiche. La Reuters

apre le proprie filiali in alcune città giapponesi principali. All’indomani della Restaurazione vedono la luce 14

nuovi periodici giapponesi, essi, però, sono sottoposti ad una legge di censura che vieta la pubblicazione di

argomenti attinenti alla religione e di notizie militari o amministrative riservate. Non pochi dei primi

giornalisti giapponesi vengono arrestati e le loro riviste soppresse. Nel 1870 appare il primo quotidiano,

destinato ad una lunga vita durata fino alla vigilia della seconda guerra mondiale. Le comunicazioni ufficiali

del governo e delle amministrazioni locali sono invece riservate ad un determinato quotidiano, che gode di

ampia diffusione nelle fila della burocrazia statale. L’uso della lingua classica ripropone anche per questi

albori del giornalismo giapponese il problema di una ristrettezza del pubblico di lettori. Allo stesso periodo

risalgono però i primi periodici in caratteri Kaba, destinati ad un consumo più popolare. Al 1876 risale anche

il primo quotidiano finanziario. La prima agenzia di stampa giapponese risale al 1886, ad essa se ne

aggiungono rapidamente altre, tutte private. Gli anni 80 segnano così, se non una vera e propria età

dell’oro, quanto meno il primo decollo del giornalismo giapponese, che si avvia a recuperare il distacco

accumulato nei confronti di quello occidentale. Nel 1875 entra in vigore una nuova legge sulla stampa,

abbastanza simile a quelle occidentali, che istituisce:

- un registro ufficiale degli editori di periodici

- la figura del direttore responsabile

- l’obbligo di firma su tutti gli articoli pubblicati 36

- la definizione dei reati a mezzo stampa

- l’obbligo del deposito cauzionale

- la facoltà del governo di sospendere o proibire i periodici

Alla fine dell’800 il panorama della stampa giapponese presenta un’articolazione interna che ricorda alla

lontana la polarizzazione occidentale tra stampa popolare e stampa d’élite: al primo genere possono essere

ricondotti i 'piccoli periodici' di argomento culturale e letterario, che utilizzano i caratteri più conosciuti; al

secondo i 'grandi periodici' di argomento politico, in larga maggioranza filogovernativi, ma frutto

dell’iniziativa privata di editori spesso non puri. In seguito nascerà la figura dei primi corrispondenti: una

novità assoluta per il continente asiatico. È interessante osservare che questa accelerata modernizzazione

della stampa non si accompagna ad un parallelo processo di modernizzazione politica: il caso giapponese si

presenta come un modello di informazione senza partecipazione. Simmetricamente opposto è il caso della

Cina, dove invece lo sviluppo della stampa riflette l’ascesa del movimento indipendentista. Dopo la fioritura

di periodici della seconda parte dell’800 (tutti in regime di concessione accordata dal governo imperiale), nel

1900 la propaganda di un quotidiano organo della lega rivoluzionaria si rivela decisiva nel preparare la

caduta del Celeste Impero e nel permettere la nascita della nuova repubblica cinese. In India si assiste ad

un fenomeno in qualche modo parallelo. Nel 1867 il protettorato inglese introduce il registro di libri e

periodici: è la condizione preliminare per la persecuzione dei reati a mezzo stampa. La crescente presenza

di indiani alla guida di quotidiani e riviste rende però la situazione più difficilmente controllabile. Ma il fatto

più importante del periodo avviene in Sudafrica, dove nel 1903 Gandhi fonda il settimanale Indian

Opinion, rivolto alla comunità indiana di quel paese, con cui comincia la predicazione del metodo non

violento di lotta politica, fondato sulla resistenza passiva e la disobbedienza alle leggi ritenute ingiuste.

LA GUERRA (prima guerra mondiale e primo dopoguerra)

Agli inizi del 900 il giornalismo ha ormai conquistato un ruolo centrale come mezzo di comunicazione di

massa, come lente attraverso la quale ogni giorno milioni di persone osservano e conoscono il mondo. In

questo periodo inizia ad entrare in scena la guerra, nella nuova forma totale che viene assumendo sotto la

spinta delle dittature totalitarie. Per la stampa, come per l’umanità nel suo complesso, questa è la nuova

realtà da affrontare: il giornalismo occidentale vede messe a dura prova la propria libertà ed indipendenza

dalla fase drammatica e convulsa che si apre nel 1914. I flussi informativi vengono monopolizzati dai

governi in carica, intenzionati a sfruttare fino in fondo il quarto potere incarnato dalla stampa, di cui spesso

in passato sono stati vittime, volgendolo contro i nemici esterni ed interni. La 'Belle Epoque' di

liberalizzazione della stampa dalle censure e dai privilegi che si è dispiegata per tutta la seconda parte

dell’800, conosce un brusco arresto e anzi una traumatica inversione di marcia. La Grande Guerra segna un

drastico ritorno al giornalismo 'paterno', declinato nelle sue funzioni di:

- pedagogia politica

- centralizzazione statalistica

- controllo sociale

Per la storia del giornalismo, quindi, la prima guerra mondiale segna un momento di svolta periodizzante,

determinato dall’ingresso dello stato nel mondo delle comunicazioni, utilizzate come strumento per

un’omologazione culturale ed ideologica di massa nei confronti dell’intervento militare e del susseguente

sforzo bellico.

censura ≠ propaganda

(azione difensiva dello stato volta a proteggersi (azione offensiva volta a smuovere spiriti

da eventuali verità veicolate dai giornali) e cuori, dentro e fuori la nazione)

Esiste insomma una 'gestione delle notizie' da parte dello stato, che precede e priva di autorità funzioni e

libertà della stampa.

Già all’indomani della dichiarazione di guerra, il governo inglese costituisce un Press Bureau sottoposto al

controllo di una commissione parlamentare: i suoi compiti sono di

- attuare la censura indispensabile sulle notizie militari

- orientare in senso patriottico e antidisfattista l’informazione della stampa

Una nuova legge, il Defense of the Realm Act, concede al governo la facoltà di limitare la libertà

d’espressione e costituisce la base giuridica per tutti gli interventi censori nei confronti dei giornalisti non

allineati allo spirito di concordia nazionale e bellicista. Nel 1917, presso il Department of Information,

vengono manipolate 2 fotografie trovate addosso ad un prigioniero tedesco: montando insieme le 2 foto si

fabbrica un falso che dimostrerebbe lo sfruttamento industriale del corpo umano da parte tedesca. Una finta

prova che tuttavia esercita un peso decisivo nel convincere il governo cinese (il culto dei morti è parte

fondamentale della cultura religiosa di quel paese) a dichiarare guerra alla Germania e che alimenta uno

stereotipo destinato a riprodursi in occasione della scoperta dei campi di sterminio nazisti alla fine della

seconda guerra mondiale. Il caso inglese mostra quindi la netta preminenza accordata al momento della 37

propaganda rispetto a quello della censura: in effetti le sanzioni nei confronti della stampa si limitano a casi

sporadici. Il governo tedesco è stato molto meno abile, privilegiando la censura rispetto alla propaganda.

Ha infatti dimostrato un ritardo sensibile nella comprensione della potenza dei moderni mezzi di

comunicazione come alleato e non solo come minaccia. In Francia le 2 funzioni di censura e di propaganda

sono tenute separare e affidate a soggetti diversi, sulla base di un difficile dualismo tra potere politico e

potere militare. In Francia, come negli altri paesi, la vita della stampa diventa molto più difficile. Solo con

grandi contrasti e resistenze i corrispondenti di guerra vengono accettati al fronte, ma in nessun giornale di

nessun paese belligerante si riesce a trovare un riflesso esatto delle reali condizioni di vita al fronte. Sul suo

fronte indolore della battaglia per un’informazione libera, il giornalismo europeo perde la propria dignità

piegandosi volentieri alle necessità di disinformazione imposte dal potere politico. Una variante inedita di

questa sconfitta è rappresentata dai giornali di trincea che fioriscono in tutti gli eserciti via via che la

guerra si prolunga e che hanno il compito di tenere alto il morale delle truppe. In Italia le norme di censura

precedono addirittura l’entrata in guerra (1915): il governo ha facoltà di controllo sulle notizie di carattere

militare; dopo l’intervento il divieto di pubblicazione si estende alle informazioni su caduti, feriti e prigionieri,

sulle nomine degli alti gradi militari, sulle operazioni belliche. Ai prefetti locali è concessa facoltà di

sequestrare i periodici. Il risultato di questa situazione è un appiattimento monocorde sul tono retorico del

patriottismo di maniera che accomuna la stragrande maggioranza dei giornalisti italiani, compresi i più

agguerriti. Tuttavia la guerra segna una forte avanzata sul piano delle tirature. Assai diverso, per molte

ragioni, è il caso degli Stati Uniti. La guerra europea suscita una polarizzazione della stampa quotidiana tra

i giornali del gruppo Hearst (che sostengono gli Imperi centrali, visti come forze nuove in contrapposizione

alla stanca civiltà colonialistica britannica) ed il resto delle testate, in larga misura isolazioniste: la guerra è

infatti vista come il risultato della decadenza e dell’arretratezza del vecchio continente. Il New York Times e

l’Herald sono tra i pochi quotidiani a sostenere la causa dell’intervento a fianco degli inglesi, i quali dal canto

loro non esistano a premere in tutti i modi per quest’ultima soluzione. Nel giro di pochi giorni il presidente

Wilson decide l’intervento in guerra. Mentre la censura viene esercitata dagli uffici militari di stanza in

Europa, un comitato distribuisce ai giornali materiale propagandistico (come il manifesto 'Uncle Sam Wants

You' che propaganda l’arruolamento) e ingaggia numerosi oratori per brevi discorsi patriottici nei cinema e

nelle scuole. Nonostante la guerra sia lontana, anche gli Stati Uniti seguono una linea di crescente

involuzione censoria. Una serie di limitazioni così gravi alla libertà di stampa non si era avuta nemmeno

all’epoca della guerra civile: dopo la fine della guerra le proteste delle associazioni di editori e giornalisti

saranno tali da far osservare norme molto più liberali in occasione della seconda guerra mondiale e dei

conflitti successivi (in particolare quello del Vietnam). In tutti i paesi occidentali l’azione di censura e

propaganda svolta dal potere politico (secondo moduli organizzativi e contenuti sostanziali non troppo

dissimili tra loro) produce una regressione del mercato editoriale. In questo periodo la produzione libraria

complessiva retrocede in tutti i maggiori paesi, secondo proporzioni che vanno di pari passo con l’impegno

dispiegato in guerra. Per l’innovazione tecnologica e organizzativa del ciclo produttivo e distributivo di

periodici e quotidiani, la guerra è necessariamente un periodo di stasi.

Gli anni 20, fino alla metà degli anni 30, segnano invece il terzo 'periodo esplosivo' della storia dei media,

dopo quelli del 1830-1840 e del 1875-1895. nell’età compresa fra le 2 guerre mondiali vedono infatti la luce

la telefoto, la teletypesetter, la radio, il cinema sonoro; mentre la stampa in rotocalco conosce un grande

successo e si avvia la prima sperimentazione della televisione, del magnetofono su nastro di acciaio, del

cinema a colori. A differenza di quelle che l’hanno preceduta, questa fase esplosiva sposta per la prima volta

il baricentro del sistema delle comunicazioni fuori della carta stampa, in direzione di altri mezzi che, tuttavia,

almeno per il momento, hanno un diffusione limitata e non sembrano in grado di insidiare il predominio di

quotidiani e riviste. Nascono così:

1. la radiotelegrafia, telegrafo senza fili che utilizza le onde radio per trasmettere segnali in codice

Morse

2. la radiofonia, che converte il messaggio audio in segnale elettrico e lo utilizza per modulare le onde

radio trasmesse e ricevute da apparecchi abilitati ad entrambe le funzioni si apre la strada per

emissioni radio destinate al grande pubblico; paesi pionieri sono gli Stati Uniti (stazioni radio private) e

l’Unione Sovietica (trasmissioni controllate dallo stato); quasi 1/3 delle emittenti è legata ad un giornale;

nel vecchio continente lo sviluppo del nuovo settore di comunicazioni segue una strada più statalistica

non c’è da stupirsi se la radio verrà utilizzata in modo massiccio proprio dai regimi autoritari che si

sviluppano in Europa e in Giappone tra le 2 guerre. Rispetto alla stampa, infatti, la radio segna un ritorno

all’oralità che unifica il pubblico degli ascoltatori ad un livello più emotivo e meno meditato: le folle che si

raccolgono sotto gli altoparlanti rappresentano il simbolo di una massa amorfa, passiva e disorganizzata, che

ascolta e non discute. Nello stesso tempo la radio invade di prepotenza la sfera domestica, contribuendo a

diffondere il senso comune in ogni momento della giornata e in ogni luogo dello spazio 38

3. i cinegiornali, seguiti nella sale cinematografiche da un pubblico crescente ( la televisione inizia a

muovere i suoi primi passi con l’invenzione dell’iconoscopio, il 'precursore diretto' della televisione; nel

1936 la Bbc inglese è la prima ad avviare trasmissioni televisive sperimentali)

È evidente che una grande trasformazione della vita quotidiana di milioni di persone è ormai alle porte e che

riviste e giornali stanno perdendo il monopolio dell’informazione. Viceversa le innovazioni tecnologiche che

riguardano da vicino la carta stampata non hanno la portata rivoluzionaria di quella della fase precedente:

migliorano sensibilmente il prodotto giornalistico, ma non determinano un ulteriore salto di quantità e

qualità paragonabile all’età dell’oro di fine 800. La telefoto è una tecnica di trasmissione immediata delle

immagini per via telegrafica, che utilizza gli impulsi elettrici trasmessi da una cellula fotoelettrica di origine e

una di destinazione. I giornali sono in grado di riprodurre immagini istantanee della realtà, scattate in ogni

parte del mondo; la foto in bianco e nero diventa il corredo abituale di ogni articolo importante. Per la sua

capacità di impatto immediato sul vasto pubblico, la foto conquista subito la prima pagina dei quotidiani. Lo

spazio di rilievo accordato all’immagine viene così a chiudere un ciclo di profondi cambiamenti nella

confezione del prodotto giornalistico. Viene così dimostrato che i lettori preferiscono paragrafi brevi, con

ampi spazi bianchi alla fine di essi, e altri espedienti tipografici (corsivi, neretti, sottotitoli) utili a rompere

l’uniformità del testo e a tener desta l’attenzione; inoltre preferiscono illustrazioni di forma rettangolare e

regolare, e le fotografie non tagliate.

I criteri dell’impaginazione sono già profondamente mutati con lo yellow journalism, ma la foto in prima

pagina sconvolge di nuovo tutti gli equilibri: la collocazione della foto sposta su di sé la concentrazione dello

sguardo. Nasce allora un’impaginazione simmetrica, se la foto si colloca al centro della pagina, dividendola

in 2 parti con numero uguale di colonne; l’impaginazione asimmetrica, invece, intende stabilire un ordine di

priorità, rompendo l’armonia dei 4 quadranti, assegnando maggiore spazio e corpo ad un titolo rispetto agli

altri e collegandolo con la foto. Il trattamento della notizia ne guadagna in articolazione e complessità:

titoli, immagini e articoli diventano gli ingredienti base di una gerarchizzazione delle informazioni non più

soltanto nell’ordine della foliazione interna, ma anche nell’ambito della stessa pagina. Grafica e

impaginazione diventano così strumenti per caratterizzarsi e rendersi visibili su un mercato sempre più

affollato e concorrenziale. Il menabò è il modello in scala ridotta della pagina di giornale sul quale

distribuire articoli, titoli, foto. Acquista sempre più importanza il processo di valorizzazione della notizia

attraverso la sua presentazione: posizione, titolo, immagini di contorno. All’inizio degli anni 30 compare

nelle redazioni dei quotidiani la teletypesetter: una macchina che utilizza il sistema della banda di carta

perforata delle telescriventi e consente di comporre articoli a distanza, facilitando la moltiplicazione dei

luoghi di stampa di uno stesso giornale. Ma, oltre al crescere di importanza della confezione esterna del

prodotto, il periodo tra le 2 guerre vede anche un mutamento di contenuto del lavoro redazionale. Da

newsgatherer il giornalista si è visto trasformare, suo malgrado, in gatekeeper: in semplice ricettore e

selettore delle informazioni gestite e prodotte da altri soggetti, che può scrivere articoli senza muoversi dalla

propria scrivania con il solo ausilio di un telefono e di un’agenda ben fornita di numeri telefonici 'importanti'.

Si rileva la gravità crescente del fenomeno dei press agent, degli uffici stampa di istituzioni pubbliche e di

compagnie private, che spediscono ai giornali materiale da pubblicare, materiale di propaganda

confezionata da giornalisti che lavorano al servizio di interessi diversi da quelli della carta stampata. Dopo la

guerra, il ritorno alla normalità produce le condizioni per un riequilibrio tra le 2 diverse funzioni di

newsgatherer e gatekeeper, restituendo autonomia e libertà al cronista d’assalto in caccia di notizie. Ma la

prima comparsa di altri mezzi di comunicazione fa sì che questo riequilibrio avvenga in una situazione di

accresciuta competizione, nella quale il mondo della carta stampata potrebbe in un futuro ormai prossimo

non detenere più l’esclusiva dei flussi informativi. Per il momento questa minaccia è poco più di un presagio,

ma accende ugualmente la riflessione sulle specificità che periodici e quotidiani sono in grado di far valere

nei confronti di radio e televisione; tra queste spicca la dimensione dell’approfondimento: inchiesta,

analisi, commento ed interpretazione di realtà sociale e culturali, di cui l’evento-notizia rappresenta solo una

punta emergente. In redazione nasce la figura del capo-servizio, incaricato di seguire in modo continuativo

(e quindi più approfondito) un settore di attività del giornale (esterni, interni, nera, sport, ..). Si sviluppa

una tendenza alla specializzazione dei giornalisti in particolare campi dell’informazione (economia, scienza,

relazioni internazionali, ..) e negli Stati Uniti si afferma l’interpretative reporting, che afferma con forza

la necessità di andare oltre la cronaca per fornire un’interpretazione degli eventi, superando la tradizionale

separazione tra fatti e opinioni. Sui grandi quotidiani americani compare la figura del columnist: un

editorialista di prima pagina, diverso dal direttore della testata, che tiene una rubrica a frequenza regolare,

dedicata all’illustrazione di un punto di vista più alto e distaccato sulla realtà.

Anche per questo la professione giornalistica cresce in quantità e qualità: nel 1925 lo stato italiano

riconosce l’Albo dei giornalisti professionisti e nel 1926 viene fondata la Federazione internazionale

dei giornalisti. Viene introdotta la 'clausola di coscienza': la facoltà di abbandonare la redazione di un

39

organo di stampa che muti radicalmente la propria linea editoriale e politica. Gli accessi al mestiere

continuano ad essere diversi a seconda dei paesi:

- negli Stati Uniti e in Unione Sovietica si viene affermando il ruolo delle università; le materie principali

insegnate nei corsi riguardano lo studio storico e sociologico dell’opinione pubblica e l’analisi

comparativa degli organi si stampa nazionali e stranieri

- in Gran Bretagna si fa strada la collaborazione tra università e redazioni per programmi di stage e

tirocinio

- in Italia nel 1928 la Federazione della stampa istituisce una scuola di giornalismo a Roma

Ciò non toglie che nella maggior parte di questi paesi continui a prevalere la pratica spontanea della

socializzazione redazionale come canale di reclutamento e soprattutto strumento di omologazione alla linea

del giornale.

Negli Stati Uniti quella successiva alla Grande Guerra è la terza stagione di giornalismo di massa, dopo

quelle della penny press e dello yellow journalism: la stagione del jazz journalism.

- la crisi del 1929 e soprattutto l’ascesa vertiginosa della radio lasciano un segno sulla carta stampata

interrompendone la salita quantitativa

- le edizioni domenicali dei quotidiani raggiungono dimensioni abnormi e nel corso degli anni 20 quasi

raddoppiano la tiratura complessiva

- la spesa pubblicitaria per inserzioni sulla stampa quotidiana non ripete l’esplosione dell’età dell’oro di

fine 800, ma registra comunque un’espansione regolare (raggiungendo quasi i 2/3 del totale)

La fase successiva alla crisi del 1929 inaugura una tendenza verso la concentrazione delle testate. Ad

incidere su questa inclinazione è anche la crisi dei giornali del gruppo Hearst che assumono una posizione

filonazista, destinata ad isolarsi sempre di più nell’opinione pubblica americana: nel corso degli anni 30 si

sgretola lentamente un impero e, dopo aver ceduto alle banche ciò che ne resta, Hearst si ritira

definitivamente. A New York vedono la luce 3 nuovi quotidiani:

1. il Daily News

2. il Daily Mirror

3. il Daily Graphic (è il primo giornale a dedicare metà del suo spazio alle fotografie)

Sono tutti quotidiani in formato tabloid, a 8 colonne, con la prima pagina occupata per intero da una grande

foto. La linea editoriale prosegue la tradizione di attenzione prevalente per le cronache di human interest. I

3 nuovi giornali contribuiscono ad allargare il mercato della stampa periodica. Di essi quello destinato a

maggiore successo e più lunga vita è il Daily News, ispirato alla formula dell’inglese Daily Illustrated Mirror e

diretto da Joseph Medill Patterson. A metà degli anni 20 si afferma come il quotidiano leader di New York,

vincendo la competizione con il World nel pubblico degli immigrati e delle classi meno ricche della città. La

sua è una scalata notevole, dietro la quale si consuma anche una parziale riscossa del New York Times. Ma

il dato di gran lunga più significativo di questa stagione del giornalismo americano è il ritorno del

settimanale, dei magazine. La grande novità è costituita dal formato ridottissimo, che viene subito

ribattezzato come pocket, tascabile. Nel 1923 nasce la rivista Time, fondata da Henry Luce; oggi Time nel

settore dei periodici rappresenta uno standard riconosciuto. Negli anni 30 lo stesso Luce dà vita a Fortune,

settimanale di informazioni economiche, e a Life, che inaugura il genere nuovo del fotoreportage.

Nell’economia di Life, infatti, la fotografia passa dalla funzione accessoria di commento e appendice

esemplificativa degli articoli a quella centrale di supporto informativo diretto; l’articolo invece retrocede,

riducendosi a semplice didascalia delle immagini, che si suppone parlino da sole all’intelligenza del lettore. Il

grande successo che i settimanali incontrano nel corso degli anni 30 è strettamente legato alla comparsa

dell’informazione sonora e cinematografica. Radio e cinegiornali determinano una stasi della stampa

quotidiana, bruciata sul tempo e sulla spettacolarità dai nuovi mezzi di comunicazione. Viceversa la formula

del magazine è quella che meglio risponde alle esigenze di approfondimento e analisi meditata degli eventi

che radio e cinema non possono soddisfare. Dopo la lunga e travagliata ascesa di una moderna cultura della

notizia, il senso comune e i contenuti concreti della professione giornalistica sembrano quindi tornare

indietro, ad una rinnovata prevalenza delle opinioni sui fatti, del commento sul resoconto. Ma la diffusione

della radio modifica profondamente anche i rapporti tra informazione e potere politico. Nel 1921 il nuovo

presidente Harding introduce la formula delle domande scritte, che evita occasioni di attriti e scontri diretti

con i giornalisti in sala formalizzando e imbalsamando il clima della conferenza stampa. La svolta si verifica

con il democratico Roosevelt e la sua concezione pedagogico-educativa della politica. In contrapposizione ai

dittatori europei che ricorrono alla radio come strumento di propaganda amplificata a diffusa della retorica

di regime, Roosevelt introduce le 'chiacchiere al caminetto': un programma radiofonico di conversazione

pacata, dal tono intimo e domestico, con cui il presidente si rivolge alla nazione. Queste 'chiacchiere'

raccolgono un enorme audience di ascoltatori. Dal potere politico si riattiva quindi un flusso informativo di

tutto rispetto e si inaugura la prassi di interviste in esclusiva. Un’informazione pluralistica e fondata sul

contraddittorio, in grado di esprimere ed interpretare l’autonomia e l’articolazione interna dell’opinione 40

pubblica (nuovo continente), si qualifica come tratto distintivo rispetto alla propaganda monocorde e a

senso unico dei sistemi politici totalitari (vecchio continente).

TOTALITARISMI E DEMOCRAZIE (primo dopoguerra)

Anche gli Stati Uniti sono trascinati in guerra dall’attacco giapponese nel 1941, ma la vicinanza tecnica e

politica tra stampa e potere non si interrompe: la nuova emergenza bellica del secondo conflitto mondiale

(per gli americani molto più coinvolgente e drammatico del primo) viene affrontata in modo diverso rispetto

al 1917. Le funzioni di propaganda si potenziano notevolmente, ma la novità più significativa è

rappresentata dal modo nuovo di gestire la censura. A differenza del controllo esterno esercitato dalle

autorità militari durante la prima guerra mondiale, il principio adottato negli anni 40 punta sulla deontologia

professionale e sulla corresponsabilità dei giornalisti: è il riflesso della forza conquistata dalla corporazione

degli operatori dell’informazione anche sul piano della qualità dei comportamenti dei propri associati. Gli

effetti si vedono: pur nella contrazione del numero di testate quotidiane, la tiratura complessiva sale. Nel

1940 i quotidiani americani oltre il milione di copie di tiratura sono 4:

1. il Tribune di Chicago

2. l’Inquirer di Filadelfia

3. il Mirror di New York

4. il Daily News

La fame di notizie determinata dalla guerra compensa gli effetti negativi determinati dalla rapida diffusione

della radio e la carta stampata riguadagna quote significative di mercato. Né la radio riesce ad attirare,

almeno per il momento, quote rilevanti degli investimenti pubblicitari. Ma il progresso tecnologico ha

innalzato i costi della prima copia, rendendo più rischiosi gli investimenti ex novo nel settore: diventa più

conveniente potenziare la circolazione delle testate già esistenti piuttosto che aprirne altre. Il giornalismo

diventa negli Stati Uniti materia di un dibattito civile appassionato: una delle prime micce ad innescarlo è il

libro 'L’opinione pubblica' di Lippman. Diverse sono le opinioni riguardanti l’argomento:

- Lippmann: riflessione assai pessimistica sulla pretesa della stampa di incarnare e rappresentare

degnamente l’opinione pubblica; tra i progressi delle ricerche psicologiche e la potenza dei mezzi di

comunicazione si viene stabilendo una sinergia che determina una svolta decisiva nella prassi

democratica: diventa possibile una 'fabbricazione del consenso' a freddo, ordinata secondo obiettivi del

potere e degli interessi dominanti ( la nascita dei regimi totalitari nel centro d’Europa giunge a

confermare drammaticamente questo amaro giudizio)

- Park: affronta il fenomeno giornalistico con gli strumenti della sociologia; il giornale diventa il prodotto

'naturale' dello sviluppo autonomo e conflittuale di processi diversi: il consolidamento della democrazia

rappresentativa, l’espansione del mercato capitalistico, le strategie di crescita delle grandi imprese

private, le dinamiche della cultura di massa

- Lasswell: ribalta il ragionamento di Lippmann: la propaganda di guerra ha rivelato il potere dei mezzi di

comunicazione sull’opinione pubblica

Se ai suoi esordi settecenteschi il mito dell’opinione pubblica ha rappresentato la bandiera con cui la stampa

ha conquistato la propria libertà e contribuito a sviluppare la democrazia, nel 900 quel mito impallidisce fino

a mutare di segno: l’opinione pubblica diventa un deposito incoerente di pregiudizi e stati d’animo che

ognuno è libero di interpretare a modo suo. Ma sia Lippmann che Park intendono confutare il senso comune

'cospirativo', che guarda alla stampa come ad un semplice strumento passivo nelle mani di uomini e poteri

privi di scrupoli, decisi a perseguire i propri obiettivi politici o economici condizionando e manipolando

artificialmente l’opinione pubblica. Entrambi sottolineano invece il peso determinante di processi oggettivi,

spesso divergenti fra loro, che assegnano alla professione giornalistica ruoli e funzioni di volta in volta

diversi nel tempo e nello spazio. Ma l’esito comune delle loro riflessioni conduce ad una critica radicale

dell’equazione tra stampa e opinione pubblica: il giornalismo può rappresentare solo se stesso e i risultati

delle proprie convinzioni o delle proprie ricerche. La cultura della notizia compie così un coraggioso e

problematico passo avanti: l’informazione non è mai verità, ma solo una sua approssimazione raggiunta

sulla base di strumenti (le fonti) che devono essere esplicitati e sottoposti a costante verifica. Per la

corporazione di coloro che praticano il mestiere di giornalista ne deriva un carico importante di

responsabilità: nel fissare regole, criteri e codici di comportamento che prevengano, limitino e sanzionino gli

abusi. Nel 1922 l’American Society of Newspapers Editors formalizza 8 canoni fondamentali:

3° : ribalta la prassi consolidatasi fin dall’epoca della penny press, stabilendo il principio secondo cui le fonti

di notizie private ed indipendenti devono essere rese note: quelle che intendono restare anonime non

possono essere pubblicate

4° : impone una corrispondenza di 'sincerità, attendibilità, accuratezza' tra titolo e contenuto di un articolo

5° : richiede l’osservanza della distinzione tra fatti e opinioni, fatta eccezione per gli articoli firmati 'dedicato

ad una causa' 41

6° : richiama la regola del fair play: accordare spazio alle persone e agli enti messi sotto accusa, rispettare i

'diritti e sentimenti privati', garantire le rettifiche

Il caso americano mette così in rilievo la crescita autocritica della professione giornalistica all’interno di una

democrazia fondata sul pluralismo di poteri. Ma il periodo tra le 2 guerre corrisponde anche all’emergere di

sistemi politici radicalmente alternativi ed antagonistici alla democrazia nei quali la stampa intrattiene un

rapporto organico con lo stato. In Unione Sovietica la nuova costituzione ideologica introdotta dal

'comunismo di guerra' sostiene la priorità delle libertà materiali (dal bisogno economico) rispetto alle libertà

formali (come la libertà di stampa): in un paese così arretrato, dove le forze controrivoluzionarie sono ancora

così potenti, lo sforzo di costruzione delle prime giustifica la sospensione temporanea delle seconde. La

necessità di formare una coscienza collettiva omogenea prevale sulla divisione e sul bilanciamento

pluralistico dei poteri. Il compito primario della stampa rivoluzionaria non si identifica con una cultura della

notizia, ma con una funzione pedagogico-educativa di orientamento politico delle masse, volta

all’instaurazione della dittatura del proletariato. Dal punto di vista del controllo di stato esercitato sulla

stampa non esiste rottura di continuità tra Lenin e Stalin. Vengono sospese le pubblicazioni di tutti i periodici

di opposizione e vengono nazionalizzate le proprietà delle imprese giornalistiche esistenti; sopravvive la

stampa:

- di partito (Pravda, dal 1912 quotidiano dei bolscevichi)

- governativa (Izvestia, 'Notizie', organo del Soviet supremo)

- di organizzazioni diverse tollerate dal potere rivoluzionario

La vecchia agenzia di stampa zarista viene posta alle dipendenze del governo, in seguito nasce la Tass, che

detiene il monopolio dei flussi informativi e che successivamente verrà affiancata dalla Novisti, collegata alle

Unioni dei giornalisti e degli scrittori. In qualche modo obbligato dalla mancanza di comunicazioni terrestri è

il grande sviluppo della radio di stato. Viene creato un ufficio per la propaganda e di uno per la censura, che

controllano rigidamente tutte le pubblicazioni circolanti sia dal punti di vista tecnico-organizzativo sia dal

punto di vista contenutistico. Il compito di normalizzazione della stampa è reso più facile dall’esistenza di una

radicata tradizione autoritaria incarnata dal potere zarista e dalla conseguente arretratezza, in termini di

potere ed autonomia, della professione giornalistica. Assai diverso è il caso dell’Italia, dove l’instaurazione

del regime fascista deve fare i conti con le resistenze di una stampa moderna, abituata al pluralismo, alla

libertà e al rifiuto di intromissioni delle autorità di governo. Alla fine delle ostilità la stampa quotidiana si

presenta più forte rispetto al 1914. All’inizio degli anni 20 tutti i maggiori quotidiani, con l’eccezione

dell’Avanti! socialista, sono in mano a editori impuri: industriali, possidenti terrieri, banchieri. L’editoria

libraria invece ristagna: mentre in tutti gli altri paesi occidentali negli anni del dopoguerra la produzione di

volumi torna ai livelli prebellici, in Italia si verifica una prolungata 'crisi del libro' che determina un ulteriore

calo della produzione. La nomina di Mussolini a presidente del consiglio nel 1922 ha ripercussioni quasi

immediate sul mondo della carta stampata: un decreto accorda ai prefetti la facoltà di diffidare e dimettere il

direttore di un periodico in caso di:

- intralcio all’azione diplomatica del governo in politica internazionale

- turbativa dell’ordine pubblico

- ingiustificato allarme nella popolazione

- istigazione all’odio di classe e alla disobbedienza alle leggi

- favoreggiamento di interessi stranieri

- vilipendio della patria, del re e della famiglia reale, del papa, della religione di stato, delle istituzioni e

delle potenze amiche

Le redazioni del Corriere e della Stampa proclamano apertamente la propria contrarietà, come anche la

Federazione nazionale della stampa. Le basi di consenso ancora fragili del proprio governo consigliano allora

a Mussolini l’adozione di una doppia strategia 'inglobativa e repressiva': l’attacco frontale e violento

condotto dal partito fascista nei confronti dei giornali non allineati si combina ad una 'fascistizzazione'

sotterranea della stampa attraverso manovre nella composizione dei consigli di amministrazione di volta in

volta accordate con gruppi di potere privati. In seguito il decreto iniziale viene convertito in legge: in Italia

non esiste praticamente più una stampa libera, anche se formalmente lo stato, a differenza di quanto accade

in Unione Sovietica, non controlla direttamente alcuna testata giornalistica. Vengono messi fuorilegge tutti i

partiti antifascisti e i loro organi si stampa. Il ministero della cultura popolare (Minculpop) agisce in

modo simile agli organismi di controllo creati durante la Grande Guerra: distribuisce 'veline' e direttive

minuziose alle redazioni con gli orientamenti di fondo da seguire nella scelta delle notizie (come l’impulso

all’informazione sportiva e la ferma condanna nei confronti della cronaca nera, non collimante con

l’immagine di un paese pacificato e migliorato dal fascismo), nella titolazione, nell’impaginazione e nel

linguaggio da usare. L’agenzia Stefani passa nelle mani di un fedelissimo del Duce e viene costituito il

Sindacato nazionale dei giornalisti, che rimpiazzerà la Federazione nazionale della stampa. Viene istituito

l’Ordine dei giornalisti professionisti e l’Albo corrispondente, che entra in vigore nel 1928: per farne 42

parte è necessario un certificato di buona condotta rilasciato dal prefetto. L’aumento del dazio sulla carta da

stampa importata provoca un rialzo del prezzo dei giornali ed una riduzione forzata della foliazione a 6

pagine: si contrae lo spazio riservato alla cronaca nera, aumenta quello dedicato allo sport. Di conseguenza

la stampa quotidiana va incontro ad una contenuta riduzione della tiratura complessiva. I quotidiani si

vendono quindi ad un prezzo politico e i loro deficit di bilancio sono ripianati dall’intervento statale. Dai

quotidiani stranieri, quelli italiani mutuano la titolazione a tutta pagina, ma non le foto: il modello rimane

quello austero, di solo testo, del Times inglese. Solo nel 1934 la telefoto fa la sua comparsa sulle colonne di

Stampa Sera (l’edizione serale della Stampa). Lo sforzo delle redazioni si concentra sulla terza pagina

dedicata alla cultura, alla ricerca di un prestigio letterario o scientifico che compensi la piattezza informativa.

Gli anni della guerra di Etiopia segnano l’apogeo quantitativo della stampa quotidiana sotto il fascismo, ma la

proporzione copie/abitanti è di gran lunga la più bassa tra quelle dei maggiori paesi occidentali. In parallelo

a quanto avviene negli Stati Uniti, la diffusione della radio dà impulso alla crescita dei periodici a stampa: è

in questo settore che si forma una nuova generazione di giornalisti, destinati a far carriera nel dopoguerra.

Nel 1937 esce Omnibus, settimanale edito dalla casa milanese Rizzoli, in grande formato, uguale a quello

dei quotidiani: in Italia rappresenta il primo esempio di settimanale moderno, improntato ad una logica di

approfondimento delle notizie e, nello stesso tempo, ad una vivacità sfaccettata dei criteri di impaginazione e

titolazione. Viene però presto chiuso d’autorità. Alla Rizzoli il suo posto è allora preso da Oggi, che non avrà

però vita più lunga. Gli si affianca Tempo, diretto dal figlio dell’editore Arnoldo Mondadori, con la

collaborazione di Indro Montanelli e con criteri ancora più giornalistici e meno letterari di Ominbus, secondo

un modello di riferimento che è quello americano di Life: stampa in rotocalco e foto a tutta pagina. Un

settore particolare della stampa periodica è quella femminile, cui il fascismo imprime una particolare spinta

perché è importante per forgiare una nuova italiana, nel segno del ruolo tradizionale di prolifica madre di

famiglia, funzionale alle politiche demografiche del regime: nascono Amica, Annabella, Grazia, Gioia.

Sebbene la guerra agisca nel senso di rafforzare i meccanismi di controllo e censura del regime, per la

stampa quotidiana rappresenta, come sempre, una mirabile occasione di miglioramento ulteriore delle

proprie tirature. Rispetto a quello italiano, il panorama della stampa tedesca nel primo dopoguerra è assai

più variegato e complesso. La costituzione della nuova repubblica di Weimar, sorta dalle ceneri della Grande

Guerra, ha rotto con il passato di intrusione statale, risalente al periodo bismarckiano, estendendo la libertà

di stampa e limitando la facoltà di sospensione delle pubblicazioni da parte delle autorità di polizia. La rottura

repubblicana non è priva di effetti: a differenza dell’Italia, la crescita dei grandi trust industriali propiziata

dalla guerra non si traduce infatti nella penetrazione di editori impuri. Si affermano invece grandi catene

editoriali, come quella Ullstein che detiene la proprietà delle maggiori testate di orientamento democratico,

e quella di Alfred Hugenberg. All’inizio degli anni 30 quest’ultimo è diventato il proprietario di un impero

che controlla quasi ¼ della stampa tedesca più importante. Il suo forte sostegno al partito nazista si rivela

decisivo per la nomina di Hitler a cancelliere. Ancora alla vigilia della rivoluzione che lo conduce al potere,

infatti, il movimento nazista ha una presenza largamente minoritaria nella stampa tedesca. L’organo ufficiale

del partito è diretto personalmente da Rosenberg, con una grande accentuazione delle tematiche razziste e

antisemite. L’applicazione sistematica della censura e della propaganda di stato avviene nella Germania

nazista senza la gradualità che assume nell’Italia fascista.

- le ordinanze di emergenza emanate nel 1933 sospendono la libertà di stampa

- si costituisce il ministero della propaganda affidato a Joseph Goebbels

- la stampa socialista e comunista viene messa fuorilegge

- le agenzie di stampa vengono nazionalizzate

Nei confronti della stampa d’opinione l’atteggiamento di Hitler ricalca da vicino la tattica 'inglobativa e

repressiva' di Mussolini. Entra in vigore la cosiddetta 'legge sugli scrittori' che legalizza la sottomissione della

stampa alla censura di stato. La legge nazista assegna alla censura un potere di soppressione delle

pubblicazioni che pende su una stampa formalmente indipendente, ma praticamente stretta tra questa

minaccia e le direttive guida dell’informazione formulate ogni giorno dal ministero di Goebbels. A sostegno di

quest’opera di 'nazificazione' della stampa viene istituita una scuola statale di giornalismo. Nel 1932 la

nazionalizzazione della radio ha preceduto l’avvento del potere nazista e gli concede uno strumento di cui

Goebbels intuisce le grandi potenzialità. L’impulso dato dal terzo Reich alla produzione di apparecchi radio a

basso costo si traduce nel fatto che alla vigilia della seconda guerra mondiale più di 2/3 delle abitazioni

tedesche, un record assoluto in Europa, sono in grado di ricevere le trasmissioni curate dal ministero della

propaganda. Il Giappone rappresenta un caso particolare di controllo totalitario della stampa, fondato sulla

graduale prevalenza del potere militare ma anche su un’antica tradizione culturale di introiezione dei valori di

obbedienza all’autorità e di autocensura. Nel 1925 la legge di preservazione della stampa sancisce la

proibizione di diffondere notizie su attività e idee contrarie al kokutai (= termine giapponese che indica il

sistema nazionale concepito come un insieme organico e una comunità naturale, simile alla famiglia). È la

premessa per la successiva messa fuorilegge dei sindacati e dei partiti di sinistra. I poteri della censura 43

governativa vengono poi ulteriormente ampliati attraverso la definizione in 7 punti della natura anti-kokutai

di un testo:

1. l’offesa alla dignità della famiglia imperiale

2. la volontà di alterazione dell’organizzazione nazionale

3. lo scopo di rivoluzione del sistema politico e la negazione della proprietà privata

4. l’istigazione al crimine

5. l’apologia dei criminali

6. la minaccia alla sicurezza dell’impero

7. la diffusione di notizie false e immorali

Questo irrigidimento della situazione si traduce anche in una serie di restrizioni per i corrispondenti esteri che

possono avere accesso alle informazioni solo attraverso i canali ufficiali del ministero degli esteri. Gli anni 30

segnano comunque un miglioramento della stampa giapponese. I grandi quotidiani introducono le foto e si

aprono alla pubblicità commerciale, i cui introiti consentono alte tirature, rese possibili anche dal forte

impulso alla scolarizzazione di massa. La struttura a ideogrammi della lingua però complica e ritarda

l’innovazione tecnologica, rendendo indispensabile il ricorso a quote massicce di forza lavoro. Gli anni 20

vedono anche l’affermarsi dei cosiddetti 'periodici geisha': quotidiani di piccolo formato e di contenuto

scandalistico, nei quali la terza pagina è stabilmente occupata da una cronaca nera trattata con profondità di

analisi socio-culturale. Il trattamento della notizia di human interest sostituisce così la scarsissima libertà di

manovra sul piano dell’informazione politica. Al 1925 risalgono le prime trasmissioni radiofoniche

sperimentali. Un maggiore pluralismo di testate è invece presente nel settore delle agenzie di stampa. Il

giornalismo giapponese segue tuttavia da vicino l’involuzione autoritaria del paese nel corso degli anni 30.

L’ondata terroristica che insanguina il paese ad opera delle fazioni militariste non lascia immune la stampa,

espressione delle residue componenti civili presenti nel governo: nel 1935 ne fanno le spese i direttori di

alcuni tra i maggiori quotidiani nazionali. Nel 1936 si costituisce presso il governo un Comitato per

l’informazione, che da un lato provvede a fornire direttive agli organi di stampa, dall’altro concentra nelle

mani dello stato le agenzie di stampa. In modo non troppo dissimile da quanto avviene in Italia e Germani,

alcuni grandi quotidiani mantengono un’indipendenza di facciata, in quanto non completamente favorevoli

alla dittatura militare. La stampa quotidiana giapponese si colloca al quarto posto della graduatoria

mondiale, dopo Inghilterra, Stati Uniti e Francia, ma prima dell’Italia. Nel 1938 la legge di mobilitazione

nazionale concentra nelle mani dello stato le leve dell’economia sciogliendo i sindacati. La circolazione delle

materie prime (tra cui la carta da stampa)è soggetta a pesanti restrizioni, con effetti di ulteriore

centralizzazione del sistema informativo. Nel 1938 ha luogo l’estrema protesta della stampa rimasta libera: i

direttori dei 7 maggiori quotidiani giapponesi insieme al direttore dell’agenzia di stampa nazionale,

sottoscrivono un manifesto pubblico che chiede al primo ministro una nuova politica di collaborazione tra

stampa e governo, minacciando in caso contrario il boicottaggio del Comitato governativo per l’informazione.

Per la stampa giapponese si apre una fase di aperta repressione: più di 600 periodici vengono sospesi dalle

autorità di polizia, limitata la foliazione di tutti gli altri. Nel 1940, quando in Europa è in pieno svolgimento

l’offensiva delle potenze dell’Asse, il Comitato governativo per l’informazione entra pienamente in una logica

di mobilitazione bellica, esaltando lo stato militare e la compattezza del popolo. La legge per la difesa del

segreto di stato costringe all’abbandono del Giappone i corrispondenti stranieri. Il Comitato per la

radiodiffusione viene posto sotto il diretto controllo degli uffici di comunicazione dello stato maggiore

militare. Sulla scorta dell’esempio tedesco la radio diventa il principale mezzo di comunicazione del governo.

A subire più da vicino l’assalto esterno e interno dei regimi dittatoriali sono le storiche democrazie europee di

Francia e Gran Bretagna. Lo smantellamento delle bardature censorie istallate nel corso della Grande Guerra

produce un rilancio della grande stampa privata, che tuttavia deve affrontare la concorrenza di cinema e

radio. In Francia la radio trasmette regolarmente dal 1922, ma senza notizie, solo con programmi musicali,

culturali e di intrattenimento. Per reggere la concorrenza delle agenzie di stampa straniere, l’agenzia Havas

torna a fondersi con la Société générale des annonces, la concessionaria di inserzioni a pagamento sulla

carta stampa. Dei 4 grandi quotidiani francesi solo 2 si presentano alla ripresa del dopoguerra in buona

salute: il Matin, che si conferma leader, e il Petit Parisien. Fuori di Parigi, in provincia la stampa locale e

regionale resiste bene. Nella stampa di provincia si viene affermando l’agenzia di distribuzione Hachette,

erede di una vecchia casa editrice. Nella capitale il fatto nuovo è rappresentato dall’ascesa dell’industriale

tessile Jean Prouvost, che nel 1930 acquista Paris Soir, quotidiano parigino della sera portandolo nel giro

di qualche anno a tirature molto alte. La formula del giornale ricalca da vicino quella americana del

momento: rottura dell’impaginazione verticale in colonne attraverso la presenza asimmetrica di foto e

illustrazioni, titoli di scatola, cronaca d’attualità, sensazionalismo, informazione sportiva. A Paris Soir si

affiancano periodici come Marie-Claire, destinato al pubblico femminile, che presenta una nuova immagine

di donna emancipata, giovane, seduttiva. Prouvost rileva poi Match (supplemento sportivo de

l’Intransigeant, vecchio quotidiano parigino) e ne fa un settimanale illustrato ispirato all’americano Life. 44

Come negli altri paesi, infatti, gli anni 30 vedono un forte rilancio della stampa periodica, favorita anche dal

progressivo aumento di prezzo dei quotidiani. Crescono riviste illustrate come Le Miroir e L’Illustration,

satiriche come Le Rire e Le canard enchaîné. I periodici della destra estrema come Candide e Gringoire

documentano la minaccia interna che il fascino esercitato dai regimi totalitari di Italia e Germania è in grado

di esercitare. Dal panorama della stampa quotidiana invece praticamente spariscono il Petit Journal,

soppiantato dalla Croix de Feux, e l’Echo de Paris, che probabilmente paga l’eccessiva vicinanza allo stato

maggiore militare nel corso della guerra. Anche il Matin conosce una crisi verticale. Quel che vale per una

rivista settimanale o mensile non vale per un quotidiano di grande diffusione: un eccesso di parzialità politica

riduce inevitabilmente la sua capacità di penetrazione nel grande pubblico. Nel complesso la stampa

quotidiana francese registra una stasi rilevante, dovuta anche all’ascesa della radio come strumento

informativo, che la resistenza corporativa degli editori è sempre meno in grado di contrastare. Si ripete

quindi la tendenza di fondo, già vista all’opera negli Stati Uniti, di una concentrazione delle testate

determinata dall’incremento dei costi della prima copia, accompagnata da un’espansione del pubblico dei

lettori. Ma in Francia questa espansione avviene soprattutto in provincia. Tra il 1938 ed il 1939 tornano in

auge gli strumenti di controllo statale sulla stampa sperimentati nel corso della Grande Guerra.

- viene istituito un Service des Information, posto sotto il diretto controllo delle autorità militari, con i

consueti compiti di censura e propaganda

- l’Ufficio centrale per l’Informazione, creato nel 1927 per coordinare i mezzi di comunicazione, si

trasforma in un Commissariato generale con poteri più ampi di intervento

- ormai in piena guerra, il primo ministro francese arricchisce il proprio governo di un ministero per

l’informazione

Ma per far funzionare queste strutture non ci sarà il tempo. Schiacciata dalla travolgente avanzata nazista, la

Francia vive la drammatica e vergognosa stagione del collaborazionismo. Il governo del maresciallo Pétain

mantiene in vita un Segretariato generale per l’informazione, che si incarica della censura attraverso note

orientative trasmesse regolarmente alle redazioni di numerosi quotidiani e periodici: 1/3 di quelli esistenti al

1939 manca all’appello, chiuso d’autorità dalle forze d’occupazione o da quelle pétainiste. Rispetto al caso

francese, la stampa inglese tra le 2 guerre è contraddistinta da un grado assai più alto di concentrazione.

Alle catene dei 2 fratelli Northcliffe e Rothermere, si aggiunge la rapida ascesa di William Beaverbrook: la

punta di diamante della sua catena giornalistica è rappresentata dal Daily Express, quotidiano di

orientamento conservatore. Il gruppo Rothermere ruota invece attorno al Daily Mail e al Daily Mirror: il

primo conferma la sua posizione di punta; il secondo attraversa invece una fase di crisi negli anni 20, dalla

quale esce definitivamente solo dopo il 1934. La formula del Mirror assegna una netta preminenza alla

cronaca: mediamente la politica occupa meno della decima parte del giornale (in proporzione è la metà dello

spazio che le dedica il Times). D’altra parte questa scelta editoriale non fa che venire incontro ai gusti del

pubblico. Ma il Mirror è anche protagonista di una ferma critica liberale alla politica interna di Churchill, che

contribuisce a garantirgli un successo di pubblico costante negli anni di guerra. Il trust Northcliffe entra in

crisi nel 1922 con la morte del suo presidente: a mettere in evidenza il declino del gruppo non esiste segno

più evidente della vendita del Times. Il prestigioso quotidiano resta comunque affidato ad un comitato di

saggi scelti tra i più eminenti uomini dell’establishment politico, economico e culturale della Gran Bretagna,

che ha l’incarico di tutelare l’indipendenza del Times. Del resto, per tutta la stampa quotidiana inglese il

periodo tra le 2 guerre segna un’espansione delle tirature. La circolazione complessiva registra infatti un

record negativo all’uscita della Grande Guerra. All’exploit della stampa quotidiana britannica (che nel periodo

tra le 2 guerre registra il saggio di incremento di gran lunga più alto nell’ambito dei maggiori paesi

occidentali) contribuisce la doppia introduzione del suffragio universale maschile e femminile. A disputarsi

questo nuovo pubblico di lettori sono i quotidiani londinesi, che scatenano delle vere e proprie 'guerre per la

diffusione', a colpi di gadget, polizze assicurative in regalo, concorsi e lotterie: il pubblico dei non lettori ne

viene attratto e allarga in misura decisiva il mercato della stampa. Ma si affermano anche nuovi giornali

legati alla sinistra laburista, come il Daily Herald. Nel giro di pochi mesi la sua tiratura quadruplica, grazie

ad una campagna abbonamenti condotta casa per casa con regali in omaggio. Le spese della campagna

sono compensate da un forte aumento degli introiti pubblicitari, che l’aumento dei lettori rende più richiesti

sul mercato. Il Daily Herald potenzia molto la cronaca di human interest, soprattutto nei suoi aspetti

mondani più lontani dalla realtà quotidiana della grande maggioranza dei lettori. La cronaca diventa così il

luogo di una vita virtuale immaginata e di evasione: funzionale alla proiezione dei propri sogni (quando è

bianca) e a quella dei propri timori demonizzanti (quando è nera). La nuova emergenza bellica riproduce

tardivamente alcuni dei mutamenti istituzionali già sperimentati nella Grande Guerra: si ricostituisce un

ministero dell’informazione, ma, come accade negli Stati Uniti, anche in Gran Bretagna nel corso della

seconda guerra mondiale non si ripetono gli eccessi di censura e controllo statale sulla stampa che si erano

verificati nella prima. Il giornalismo inglese continua così a manifestare profondi tratti di continuità con il

passato, che lo distinguono dagli altri casi nazionali. L’avvento della radio è disciplinato dalla presenza della

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Bbc: caso peculiare di un mix tra pubblico e privato, che evita alla carta stampata una concorrenza

selvaggia ed è destinato a fare scuola. La commistione tra interessi pubblici e privati può infatti essere

considerato come un altro aspetto caratterizzante del caso inglese: ne è una conferma la perdurante

tradizione di sovvenzioni governative agli organi di stampa (compreso il Times). Per quanto Londra e Fleet

Street continuino a rivestire il ruolo di centro propulsivo della stampa, giornali e riviste sono accomunati da

un’impostazione informativa nazionale che scoraggia la nascita di periodici locali e regionali, destinati ad un

costante declino. Ne deriva un ulteriore motivo di peculiarità rispetto al contesto continentale: la crescita

parallela di grandi quotidiani con un mercato di massa e tirature superiori al milione di copie,

infatti, avvicina Londra a New York piuttosto che ad altre metropoli europee. All’origine di questa maggiore

vicinanza relativa al modello americano vi è anche una legislazione sui mezzi di comunicazione che si

mantiene a livelli minimi, osservando standard di grande libertà e autodisciplina nel settore. Ma per il

resto del vecchio continente l’esperienza compiuta nel periodo tra le 2 guerre presenta tratti inquietanti. Il

modello commerciale di sistema dei mezzi di comunicazione, che si è affermato di prepotenza dell’età

dell’oro a cavallo tra i 2 secoli, ha mostrato di non sapersi coniugare a quello democratico.

LA STAMPA NELL’ERA DELLA TV (dal secondo dopoguerra)

Il 6 maggio 1945, 16 giornalisti di agenzie e network radiofonici di tutto il mondo vengono convocati

d’urgenza a Reims presso il comando supremo dell’esercito: saranno testimoni dell’atto di resa firmato da

quel che resta dello stato maggiore tedesco davanti al comandante in capo delle forze alleate, il generale Ike

Eisenhower. Viene loro chiesto preventivamente di ritardare la comunicazione della notizia, perché Churchill,

Truman e Stalin siano i primi ad annunciarla simultaneamente al mondo. Uno dei 16 giornalisti, il

caporedattore per il fronte occidentale dell’agenzia di stampa americana Associated Press, Edward

Kennedy, decide però di violare il patto e attraverso un telefono militare trasmette la notizia alla filiale

londinese della sua agenzia. Churchill e Stalin protestano vibratamente con Eisenhower per la fuga di notizie

che li mette di fronte al fatto compiuto, nella difficile posizione di censori falliti, colpevoli di un ritardo nella

diffusione della notizia che da mesi tutto il mondo aspetta con ansia. Il comportamento di Kennedy viene

così definito come 'il doppio gioco più disastroso, deliberato e immorale di tutta la storia del giornalismo'. Il

caso Kennedy mette bene in luce le contraddizioni che lo sviluppo tecnologico induce nella professione

giornalistica. I tempi di trasmissione delle notizie sono diventati così rapidi che la concorrenza tra le diverse

testate (e tra esse e le emittenti radiofoniche) si gioca sul filo delle ore, se non dei minuti. La competizione

del mercato si è fatta spietata e 'prendere un buco' (cioè non avere o avere più tardi una notizia da altri)

significa per ogni giornalista una macchia nera sul proprio curriculum professionale, per ogni testata una

perdita di prestigio e di lettori. Ma la corsa contro il tempo fa a pugni con la precisione del mestiere, il

riscontro accurato delle fonti, la verifica incrociata delle informazioni. D’altra parte il giornalismo diventa

sempre più il terminale passivo di flussi informativi attivati in prima persona da altri soggetti pubblici e

privati, che intendono controllare modi e tempi della comunicazione che li riguarda. Ma la condanna che gli

altri giornalisti infliggono a Kennedy riguarda la regola autoreferenziale, completamente interna alla

corporazione, del mantenimento di patti stipulati collettivamente, secondo una logica di fair play che in casi

di straordinaria necessità sospenda temporaneamente la battaglia per la concorrenza. La regola del fair play,

infranta da Kennedy nel 1945, torna invece a funzionare efficacemente in un caso giornalistico del 1961; ma

con esiti disastrosi sull’accuratezza e sulla verifica delle notizie. Disciplinando la concorrenza interna, la

corporazione giornalistica ha uniformato i propri comportamenti ad uno standard di bassa qualità del lavoro,

con grave discapito del diritto dei lettori all’informazione. Ma nel 1945 come nel 1961 il fatto nuovo è

rappresentato dalla comparsa sulla scena della storia di un attore, il giornalista, che dovrebbe limitarsi al

ruolo di testimone e che invece prende parte attiva allo svolgersi degli eventi. La comunicazione assume così

la forma triangolare di un rapporto paritario fra soggetti autonomi e reciprocamente indipendenti: i

protagonisti della notizia, i giornalisti, l’opinione pubblica. Ma quest’ultima appare sempre più in una

posizione passiva rispetto ai rapporti di scambio che si instaurano fra i primi 2 lati del triangolo. Esiste una

logica dei media, autonoma e sovrapposta rispetto alla realtà, che nella società contemporanea tende

sempre di più ad imporsi sullo svolgimento dei fatti e ad imporre 'eventi mediali' artificiali. Tra giornalista e

fonte si sviluppa un gioco di strumentalizzazione reciproca che entra di frequente in conflitto con il diritto

all’informazione del pubblico.

Ergendosi a espressione e rappresentanza dell’opinione pubblica nel corso dell’800 la stampa ha conquistato

la propria libertà dai vincoli che il potere politico ha tentato di imporle. Ma la forza raggiunta dal quarto

potere lo configura ormai come un soggetto autonomo, pienamente in grado di operare (da solo o in

accordo con altri poteri) una 'gestione delle notizie' che non sempre è condotta nel rispetto del diritto

pubblico all’informazione. Tra le molte professioni legate all’espansione della società di massa, quella

giornalistica è tra le meno legate ad un meccanismo di feed back dal pubblico e quindi ad una verifica 'di

mercato' del proprio operare. Il sistema dei media si trova quindi a travalicare le proprie originarie funzioni di

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servizio e a sovrapporre le proprie logiche private a quelle dell’interesse pubblico. Dopo il 1945 il tema della

libertà di stampa torna di attualità. La Commission on the Freedom of the Press istituita a Washington nel

1947 introduce un elemento nuovo coniugando il principio della libertà di stampa con il criterio della

responsabilità sociale. Il riconoscimento del ruolo pubblico assunto dal quarto potere impone di

conseguenza una deontologia professionale che trae alimento da una doppia lealtà esterna nei confronti

della realtà oggettiva e dell’opinione pubblica. L’idea che si sviluppa in ambiente statunitense è la

connessione tra stampa e 'servizio pubblico', inteso come tutela dei valori fondanti della comunità

popolare. Il modello della stampa libera e responsabile si contrappone così agli altri 3 modelli emersi

dalla storia:

1. quello autoritario (contrassegnato dal controllo statale sui mezzi di comunicazione)

2. quello sovietico (che subordina i mezzi di comunicazione al perseguimento di un obiettivo politico)

3. quello libertario (che si accontenta di un concetto negativo di libertà come assenza di vincoli)

Nell’articolo 19 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sottoscritta dalle Nazioni Unite

nel 1948, si può leggere: 'ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione ed espressione, che implica il diritto

a non essere molestato per le proprie opinioni e a cercare, ricevere, diffondere, senza limiti di frontiere,

informazioni e idee con qualsiasi mezzo'. Nel 1950 il Consiglio d’Europa approva la Convenzione sui diritti

dell’Onu, ma con alcune importanti specificazioni. La formulazione giuridica degli stati democratici europei

prevede quindi la possibilità di limitazioni alla libertà di stampa. Ma del tutto assente rimane il tema del

diritto all’informazione come requisito fondamentale del cittadino di uno stato democratico. Si presume cioè

che l’esistenza di un libero mercato pluralistico delle testate giornalistiche fornisca al pubblico gli strumenti

per difendersi dalle distorsioni informative. A questo criterio di fondo si ispirano le legislazioni che nei diversi

paesi limitano l’uso dei media nelle campagne elettorali secondo regole di par condicio. Il problema è che nel

corso del 900, ma in modo più accelerato a partire dal 1945, il mercato dei media è interessato da 2 processi

paralleli e decisivi per le sorti del settore:

1. la crescita esponenziale del costo di prima copia (o di prima trasmissione), sulla quale si scaricano

sempre più onerosi investimenti in macchinari, dipendenti e strutture

2. il contributo al pagamento di questi costi offerto dagli inserzionisti pubblicitari, che è diventato

rapidamente insostituibile, ma che si concentra naturalmente sui mezzi di più larga diffusione e quindi di

più basso costo-contatto (la spesa unitaria necessaria per raggiungere un singolo lettore-consumatore)

perché suddiviso su una platea più ampia di pubblico

Entrambi questi processi convergono nel risultato di rendere molto più difficile di prima l’accesso al mercato

di nuovi media e di facilitare, al contrario, dinamiche di concentrazione oligopolistica. Le politiche degli stati

hanno cercato di mettere riparo a questa tendenza, sia attraverso il varo di complesse legislazioni

antitrust (che pongono limiti alla concentrazione nelle stesse mani di quote della circolazione di stampa, del

numero di testate e di più risorse medianiche) sia attraverso meccanismi di sovvenzioni dirette e indirette

finalizzate al mantenimento del pluralismo di mercato. Ma i risultati concreti sono quanto meno dubbi:

all’inizio del 2000 la tendenza largamente dominante è quella della costituzione di conglomerati

multimediatici multinazionali, dotati di una forte capacità di integrazione sia verticale sia orizzontale. Rispetto

alla responsabilità generica nei confronti del corpo sociale si fa invece strada la responsabilità concreta dei

giornalisti nei confronti dei proprietari dei mezzi di comunicazione e delle loro cointeressenze con altre

imprese private non editoriali, ma intenzionate a sfruttare la comunicazione a fini pubblicitari. Le società

multimediali considerano spesso l’informazione solo come una merce in vendita. Nelle economie di mercato, i

prodotti vengono ritirati se non procurano profitti. Se ciò accadesse nei media, lo spettro delle informazioni

diminuirebbe. La prima e più importante selezione operata dai gatekeeper che lavorano nelle redazioni

giornalistiche corrisponde alla scelta delle notizie degne di essere pubblicate: una funzione di filtro che risulta

dall’applicazione di criteri di notiziabilità, cioè di individuazione di cosa può 'fare notizia'. Nell’applicazione

di tali criteri, spesso i gatekeeper obbediscono alla logica dei media: disporre o meno di immagini

significative o di una corrispondenza esclusiva può modificare una decisione di pubblicazione o di

impaginazione. In primo luogo la definizione della notiziabilità segue un criterio pratico di realizzazione del

prodotto informativo. È difficile riuscire a formalizzare i 'valori-notizia', cioè gli indicatori di importanza e

interesse di un evento notiziabile: il livello e la quantità delle persone coinvolte, l’impatto sull’interesse

nazionale, la prossimità geografica al luogo di edizione del giornale. Ma esiste poi sempre una capacità di

intrattenimento propria dell’evento di human interest che fuoriesce completamente da questa logica.

Indagata con gli strumenti della sociologia e dell’antropologia, nel concreto riprodursi della sua routine

quotidiana, la professione giornalistica rivela aspetti assai diversi dal mito del cronista pronto a violare

santuari e minacciare le autorità costituite in nome del diritto all’informazione. Nei processi di reclutamento e

formazione, anche laddove, come negli Stati Uniti, essi dipendono maggiormente dall’istruzione universitaria,

il mestiere di giornalista mantiene infatti un carattere più 'fluido' rispetto ad altre professioni, con un

bagaglio di competenze e specializzazioni più ridotto ed elastico. L’introiezione dei valori dominanti sul luogo

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di lavoro appare quindi un processo spontaneo e largamente prevalente, in grado di dettare condizionamenti

di tipo conformistico: il principio di responsabilità sociale rimane sul piano pratico largamente disatteso. In

realtà, nella routine della professione giornalistica considerazioni di carattere etico vengono a patti con la

fedeltà alla linea politico-editoriale della testata e ai propri diretti superiori, che si trasmette per osmosi nella

socializzazione quotidiana della vita di redazione e che è vista come la migliore garanzia di carriera. Si pone

con forza il problema del conflitto tra formazione professionale disinteressata e apprendimento del mestiere

sul luogo di lavoro: sia i corsi universitari sia le scuole create dagli stessi giornalisti faticano in ogni paese ad

affermare la propria fisionomia e scontano la diffidenza (se non l’aperta ostilità) dei giornalisti professionisti.

Al contrario, la routine quotidiana delle redazioni giornalistiche agisce anche nel senso di produrre stereotipi

condizionanti: il sistema dei media possiede una potenza autonoma di selezione e accumulo di strutture di

conoscenze e significati. Il pluralismo del mercato non corrisponde necessariamente ad un’effettiva pluralità

di orientamenti. Più in generale, il clima della guerra fredda, in modo simile alle emergenze dei 2 conflitti

mondiali, agisce nel senso di un allineamento alla logica della 'sicurezza nazionale', che stavolta non è frutto

di leggi e censure statali, bensì della introiezione automatica del punto di vista dominante che avviene nelle

redazioni giornalistiche.

A ribaltare questo stato di cose interviene negli Stati Uniti degli anni 60 la nascita del cosiddetto advocacy

journalism, il 'giornalismo militante' che si sviluppa in parallelo ad un’altra emergenza bellica: quella del

Vietnam. L’idea che l’advocacy journalism sviluppa allora con forza è quella di una moltiplicazione delle voci

della stampa indipendente, anticonformista, ai margini dell’establishment informativo soggetto ai poteri forti,

parte integrante di una controcultura che sostituisce al mito dell’obiettività l’ideologia dell’impegno politico.

Nel giro di pochi anni, a partire della Chicago Journalism Review fondata nel 1968, nascono negli Stati

Uniti poco meno di 30 riviste che si occupano esclusivamente di giornalismo: l’approccio comune a molte di

esse è la 'controinformazione', intesa come antidoto dal basso al news management operato dall’alto. Il

mito e l’imperativo dell’obiettività impallidisce di fronte al pluralismo e alla complessità della società

moderna. I mezzi di comunicazione non dettano direttamente opinioni e comportamenti, ma forniscono

chiavi di lettura della realtà. Prima di tutto funzionano da strumenti di agenda-setting, che fissano di volta

in volta (per i lettori ma anche per gli altri media) le emergenze e le priorità di cui occuparsi. L’agenda-

setting dei media funziona anche nel senso contrario: il diffondersi di più edizioni quotidiane ha

ulteriormente ridotto il frame informativo, l’arco di tempo passato nel quale la notizia invecchia. Come i

giornali drammatizzano improvvise emergenze, così decretano la morte traumatica di temi ed eventi che da

un giorno all’altro (da un’ora all’altra) spariscono dalle loro pagine. Anche se la grande maggioranza delle

riviste del 68 non sopravvive alla fine di quella particolare stagione culturale, rimane il segno di una rottura

profonda:

1. il ricorso a tecnologie povere ed economiche (ciclostile, offset) incoraggia il principio di una

democratizzazione della professione giornalistica oltre e contro i suoi confini istituzionali e corporativi

nasce così una stampa precaria e frammentata, in continua evoluzione, che solo in casi sporadici (es:

Libération e il Manifesto), raggiunge un consolidamento sufficiente a garantirne la sopravvivenza nel

tempo

2. questa stampa alternativa anticipa in forma ideologica l’idea di un’interattività con il pubblico dei suoi

lettori, considerati parte integrante di un processo di mobilitazione collettiva a chiamati a collaborare in

prima persona alla confezione del prodotto giornalistico

La cultura della notizia che ne deriva si fonda sulla contrapposizione ai canali informativi 'forti': la verità è

una 'controverità' che si conquista con metodi artigianali, attraverso inchieste locali, tornando ad una

vocazione popolare del giornalismo. Anche il giornalismo cosiddetto 'ufficiale' non resta immune dalle

ricadute dell’advocacy journalism. Per le redazioni dei quotidiani, come per il resto della società, si tratta in

realtà di un trapasso generazionale che porta alla ribalta i 'baby boomers', i figli del boom demografico che

si verifica alla fine della guerra. In occidente è questa la prima generazione a vivere sotto l’incubo della

distruzione nucleare del pianeta, a godere di un’espansione senza precedenti dei consumi privati, a

frequentare in massa le università. Questa crescita del pubblico di lettori colti si accompagna ad una novità

radicale, destinata a cambiare non solo il sistema dei mezzi di comunicazione ma le stesse abitudini

domestiche: il diffondersi degli apparecchi televisivi. Questa crescita del mezzo televisivo è però fortemente

squilibrata e si concentra per quasi 4/5 nei paesi sviluppati. Tra i paesi sviluppati ed il resto del mondo (la

grande maggioranza della popolazione della Terra) si scava quindi un ulteriore fossato, che condiziona

profondamente il quadro mondiale. Per il secondo, infatti, il problema dell’accesso ai media più moderni e

sofisticati rappresenta una rivendicazione di eguaglianza che è ancora ben lontana dall’essere soddisfatta. Si

è posto con particolare enfasi il problema di un nuovo ordine mondiale anche nel settore dei media,

sottolineando il rischio che le disuguaglianze economiche tra le nazioni determinino un rapporto asimmetrico

tra i paesi produttori e i paesi ricettori di informazione. Per la stampa dei paesi sviluppati la conseguenza di

questa novità assoluta è secca e quasi immediata: la perdita irreversibile del monopolio sui flussi informativi,

48

sulla divulgazione culturale, sull’intrattenimento. Già a metà degli anni 70, secondo i sondaggi d’opinione,

per quasi 2 cittadini americani su 3 la televisione è diventata la principale fonte informativa, soppiantando

giornali e radio. Nel 1962 viene coniato il neologismo di 'società dell’informazione': tra il 1940 ed il 1960

negli Stati Uniti gli addetti a questo settore registrano il maggior incremento di tutta la loro storia precedente

e successiva. In seguito il sociologo McLuhan formulerà l’immagine del 'villaggio globale': attraverso la

mediazione dei satelliti orbitanti attorno alla Terra, la tecnologia televisiva è in grado di collegare l’intero

pianeta. Il limite fisico della distanza è superato dalla mondovisione, capace di stringere in unità di tempo

e spazio tutti gli abitanti del pianeta, ripristinando la possibilità di contatti visivi 'faccia a faccia' che il

passaggio dalla comunità premoderna alla società moderna, anonima e spersonalizzante, aveva cancellato.

Alla visione ottimistica di McLuhan si contrappongono le preoccupazioni per la diffusione crescente di un

mezzo assai più invasivo della radio (che, a differenza della tv, consente lo svolgimento di altre occupazioni)

e capace di rappresentare nel modo più compiuto una civiltà dell’immagine, superficiale e patinata. Per la

baby boom generation protagonista del 68 la 'società dell’informazione' e il 'villaggio globale' rappresentano

prerequisiti indispensabili, senza i quali i movimenti e le rivolte di quegli anni sarebbero stati impossibili. Ciò

che le coraggiose inchieste condotte all’inizio degli anni 60 non riescono a fare, convincere il pubblico

americano della natura antidemocratica del governo sudvietnamita, riesce quasi istantaneamente alla foto

scattata nel 1968 dal fotoreporter dell’Associated Press, Eddie Adams (vincitore del premio Pulitzer di

quell’anno), che ritrae il capo della polizia di Saigon per la strada mentre spara alla testa di un civile appena

arrestato. Trasmessa dalle reti televisive americane e riprodotta il giorno dopo sui maggiori quotidiani, quella

drammatica immagine svolge un ruolo importante, anche se ovviamente non esclusivo, nell’incrinare le

sicurezze dell’opinione pubblica a proposito della giustizia e dell’utilità dell’intervento americano. Come allora

osserva subito McLuhan, nel villaggio globale la guerra 'entra in salotto' e non consente di rimanere neutrale.

La vicenda della foto di Adams mette in luce l’azione autonoma e parallela, ma convergente, di stampa e

televisione: la seconda non solo anticipa la prima, ma trasmette l’indomani (nel telegiornale della sera di

maggior ascolto) la sequenza filmata dell’intero episodio. Eppure è l’immagine a rimanere 'stampata' nella

memoria per la sua superiore potenza di sintesi e di impatto: quasi un simbolo emblematico non solo e non

tanto della violenza della guerra, ne esistono di molto più forti, quanto della degenerazione di un presunto

regime democratico che gli Stati Uniti sono andati a difendere.

Al tempo stesso, la vicenda della foto di Adams rappresenta un segnale della sovrabbondanza dei mezzi di

comunicazione. Negli anni successivi immagini e filmati di altre guerre e di altre catastrofi umanitarie

perderanno la loro singolarità e la loro capacità di impressione nel senso comune e nel ricordo. La

ridondanza dei mezzi di comunicazione produce un eccesso di informazione che spesso si riduce a 'rumore di

fondo': una sorta di 'opacità sociale' che alla fine impedisce di scorgere anziché attirare l’attenzione. Il

giornalismo rischia di disperdersi nella babele degli strumenti (e quindi dei formati e delle tecniche) a sua

disposizione. Si moltiplicano infatti i soggetti esterni ai giornali che trasmettono notizie in tempo reale, ma

che non possono in nessun modo essere considerate fonti perché forniscono informazioni già

preconfezionate. Agenzie di stampa, uffici stampa, addetti alle pubbliche relazioni di enti pubblici e

compagnie private tendono ad imporre al giornalismo un processo di contrattazione della notizia che

tenga conto, non già del diritto all’informazione dei lettori, ma degli interessi di chi produce la notizia. Il Day

Book tenuto dall’Associated Press e dall’United Press International elenca ciò che è previsto accadere quel

giorno, così che la redazione può decidere se coprire lei stessa l’avvenimento oppure se usare le agenzie. Le

agenzie di pubbliche relazioni cercano di far inserire nel Day Book gli eventi che stanno promuovendo, in

modo da assicurarsi la copertura da parte dei media abbonanti all’agenzia. Il giornalismo rischia così di

trasformarsi in un post-giornalismo, che si limita a trattare e riciclare informazioni prodotte da altri, senza

muoversi dalla propria scrivania, rinunciando ad un ruolo attivo di inchiesta, conoscenza, approfondimento,

interpretazione. Anche per questo la pluralità dei media non rappresenta garanzia di pluralismo

interpretativo: spesso l’informazione di radio, televisione e giornali appare dominata da una consonanza di

fondo nella selezione e nel trattamento delle notizie, che produce un’impressione complessiva di

omogeneità. La prima ad essere minacciata da questa tendenza è la carta stampa, mezzo di comunicazione

più antico e quindi più soggetto all’obsolescenza. Nel giro di mezzo secolo giornali e riviste sono stati sbalzati

da una posizione monopolistica ad una collocazione di nicchia entro la mappa di un’industria della

comunicazione, che la vede accanto alle reti radiotelevisive e alle agenzie pubblicitarie, mentre si

preannuncia la quarta 'fase esplosiva' di sviluppo dei media, innescata dall’informatica. Nel corso degli anni

70 si è aggiunto il teletext: un sistema di trasmissione di testo e di grafici composti in pagine sequenziali

richiamabili dall’utente, che utilizza i canali televisivi, ma è separato dalle immagini e necessita di un

decodificatore apposito inserito nei televisori (in Italia arriva nel 1984, lanciato in via sperimentale dalla Rai

col nome di Televideo). Di poco successivo è il videotex (diffuso soprattutto in Francia): un sistema di

trasmissione analogo che invece si appoggia alle linee telefoniche e consente l’interazione dell’utente tramite

tastiera. L’effetto principale di questo decentramento forzato riguarda il mercato pubblicitario. Mentre fino al

49

1945 l’ascesa della radio era avvenuta quasi senza sottrarre spazio e risorse alla stampa, negli Stati Uniti del

dopoguerra le cose cambiano rapidamente: nel 1976 la spesa pubblicitaria statunitense è quasi triplicata e la

fetta riservata alla televisione cresce al 20%. La grande ascesa della televisione non cancella però la radio: la

diffusione relativa degli apparecchi radiofonici sulla Terra alla fine degli anni 80 rimane non solo più che

doppia rispetto a quella dei televisori, ma anche meglio distribuita. A determinare questa tenuta del mezzo

radiofonico contribuisce l’invenzione del transitor, un semiconduttore in grado di abbattere drasticamente

prezzo, peso e dimensioni della radio, che diventa così, a differenza della televisione, un mezzo

effettivamente portatile. La sua economicità rende la radio uno dei mezzi preferiti dalla controcultura del 68

e dal suo advocacy journalism, povero per convinzione. La stampa non beneficia di un’innovazione

tecnologica pari al transitor. Nella produzione dei quotidiani il ciclo delle grandi rotative comincia ad esaurirsi

con gli anni 60. Appaiono allora le prime macchine per la stampa in offset che si affermano rapidamente,

grazie soprattutto alla capacità di stampa contemporanea sulla 2 facciate del foglio. Cambia anche il mercato

mondiale della carta da stampa. Fino agli anni 50 il grosso della produzione di pasta-legno è assicurato dal

nord America e dalla Scandinavia; ma negli anni successivi il grande incremento del consumo di carta

sollecita l’ingresso di nuovi produttori come Unione Sovietica e Giappone. Qualcosa di paragonabile al

transitor arriva con la fotocomposizione: un procedimento fotografico che sostituisce la fase di

composizione (fin allora svolta da linotype e monotype) con una camera oscura capace di trasferire su carta

o su pellicola trasparente i caratteri contenuti in matrici. All’inizio degli anni 70 si afferma la

fotocomposizione elettronica: compaiono nelle redazioni americane i primi videoterminali, mediante i

quali i giornalisti battono e compongono simultaneamente i loro articoli, fornendo il materiale direttamente al

laboratorio di fotocomposizione. L’interazione tra questa innovazione e le linee di comunicazione telefoniche

produce il telefax, l’apparecchio che converte un’immagine (e quindi qualsiasi testo manoscritto o a

stampa) in segnali elettrici trasmissibili via cavo e via radio. Il passaggio successivo, a metà degli anni 70, è

rappresentato dalla tecnologia laser, che sfrutta l’emissione di luce ottenuta attraverso l’attivazione di

elettroni. Ancora prima della massiccia diffusione del personal computer (per la quale occorre aspettare gli

anni 80) il mestiere del giornalista ne esce profondamente modificato:

- l’uso del fax facilita e abbrevia le operazioni di comunicazione con la redazione centrale, ma soprattutto

apre nuove possibilità per la trasmissione delle pagine composte alle edizioni locali

- la tecnica di fotocomposizione semplifica le procedure di correzione delle bozze e sviluppa una maggiore

interazione tra giornalista e tipografo compositore (che spesso lavorano insieme)

- il lavoro di quest’ultimo si alleggerisce mentre il suo bagaglio professionale si arricchisce

Seppure ancora non siano configurabili come una vera e propria 'fase esplosiva', analoga a quelle

ottocentesche e a quella degli anni 20, queste innovazioni sono all’origine di una rilevante espansione

quantitativa della stampa quotidiana. Solo in parte questa crescita della stampa quotidiana si concentra nei

paesi sviluppati, dove la sua espansione non sempre riesce a sopravanzare i ritmi di accrescimento

demografico. Il panorama internazionale della stampa quotidiana vede negli anni 70 l’ascesa di paesi nuovi:

la Svezia, l’Australia, i paesi arabi. L’Italia rimane uno dei fanalini di coda del mondo sviluppato. Già a metà

degli anni 50 nazioni molto popolose superano il tetto del milione di copie di quotidiani: la Cina popolare,

l’India, il Messico, il Brasile e l’Argentina. Nel 1976 il continente africano produce 6 milioni di copie, che si

addensano nei paesi con maggiori livelli di istruzione: Sudafrica, Egitto, Kenya, Uganda, Ghana, Algeria.

Nello stesso arco di tempo compreso tra il 1950 ed il 1975, il numero delle testate quotidiane sale di molto.

È un aumento che non riguarda gli Stati Uniti (dove il numero dei quotidiani rimane stabile) e solo in minima

parte il vecchio continente europeo. Bensì riguarda in misura minore l’Africa, in misura maggiore l’America

latina, ma soprattutto l’Asia. È il riflesso evidente della decolonizzazione che viene mutando il destino politico

di quei paesi: come nell’Europa e nel nord America di fine 700, la stampa assume il ruolo di veicolo e

portavoce di un’opinione pubblica in formazione. Probabilmente il fatto più importante nella storia del

giornalismo successiva al 1945 è rappresentato proprio da questo aumento di testate e di lettori in paesi fin

allora rimasti ai margini del progresso dei mezzi di comunicazione. Trascorsa la stagione politica più

strettamente legata alla lotta per l’indipendenza, la stampa accompagna il processo di crescita e

articolazione pluralistica delle opinioni pubbliche nazionali. Il caso dell’India è particolarmente significativo.

Da un lato, il sistema che dal 1935, ancora sotto la dominazione inglese, controlla l’unica emittente pubblica

radiofonica 'All India Radio' conserva un’impronta statalistica (che poi si estende alla televisione) mutuata dal

modello inglese della Bbc. Dall’altro, la stampa gode di un regime liberistico che riesce a dare appieno i suoi

frutti una volta raggiunta l’indipendenza nel 1947. A quella data, infatti, il paese vanta la presenza di circa

200 periodici, molti dei quali stampati in inglese per superare la difficoltà di un intricato mosaico linguistico.

L’India è il paese dove negli ultimi anni la stampa in proporzione è cresciuta di gran lunga di più, a fronte del

vistoso calo in cifra assoluta di Stati Uniti ed Europa e della sostanziale stasi del Giappone. La proporzione

per mille abitanti rimane bassa, anche perché l’80% delle vendite si concentra nelle città, dove invece vive

solo 1/5 della popolazione totale. Nelle campagne, viceversa, permane un alto tasso di analfabetismo. Sono

50

pesanti, da questo punto di vista, le responsabilità della dominazione inglese, nonostante la rincorsa

accelerata messa in atto dai governi indipendenti. I quotidiani che sono stati protagonisti della maggiore

crescita quantitativa sono quelli in inglese e in hindi. Viceversa, il continente africano, che pure sta vivendo

alti tassi di incremento nella produzione e nella diffusione della stampa quotidiana (in larga parte affidata

all’iniziativa privata), rimane segnato da una frammentazione estrema. I giornali superano raramente le 100

mila copie di tiratura ed esistono ancora 6 paesi (Capo Verde, Comore, Gibuti, Lesotho, Sierra Leone,

Gambia) senza quotidiani.

- negli Stati Uniti la tiratura complessiva della stampa quotidiana si contrae; in rapporto alla popolazione,

quindi, la stampa quotidiana americana torna agli stessi livelli di inizio secolo: un regresso considerevole

che segue a distanza, anziché accompagnare nel tempo, il grande sviluppo del mezzo televisivo

- in Giappone, invece, l’incremento rimane costante: la televisione, in questo caso, non disturba la

circolazione dei quotidiani

Ne consegue che le fluttuazioni nelle vendite della carta stampata non possono essere addebitate

unicamente alla tenuta o all’espansione degli altri mezzi di comunicazione: entrano in gioco variabili diverse

che riguardano da vicino i singoli contesti nazionali e i caratteri specifici che la stampa autonomamente vi

assume.

- in Gran Bretagna il calo è più vistoso di quello statunitense

- la Francia invece registra un calo più contenuto

- la Germania cresce sia in cifra assoluta sia in rapporto al numero di abitanti

- l’Italia sale in cifra assoluta e in proporzione, ma si mantiene su livelli assai distanti da quelli degli altri

paesi europei

- al netto delle perdite di territorio, la Russia soffre la convulsioni del post-comunismo: le sue copie per

mille abitanti scendono di molto

Un elemento importante che incide sulle statistiche della stampa quotidiana è rappresentato dalle modalità di

distribuzione. Uno dei segreti della performance giapponese risiede nel fatto che tradizionalmente le vendite

per abbonamento sopravanzano di gran lunga quelle in edicola. A determinare questo dato concorre

evidentemente il diverso grado di efficienza dei sistemi postali nazionali, ma anche la loro storica disponibilità

a fornire o meno servizi e tariffe funzionali alla spedizione della carta stampata. Si tratta di una disponibilità

che dipende anche dalla volontà politica dello stato di assumere come priorità l’omogeneizzazione culturale

(e il diritto all’informazione) dei propri cittadini. L’approccio statistico è, per sua natura, un approccio 'freddo'

che non ha mai soddisfatto gli storici del giornalismo. Per quanto possa rivelare, se indagato

approfonditamente, aspetti significativi, rimane del tutto al di fuori del contenuto e della qualità del prodotto

giornalistico. A esso si contrappone la content analysis; una variante di tale metodologia è l’approccio

morfologico allo studio dei quotidiani, fondato sulla scomposizione in materie del giornale e la

classificazione per genere degli articoli. È stata così ricavata l’idea di una tendenza alla 'spoliticizzazione'

della stampa quotidiana, che si accompagna al suo crescente interesse per la cronaca di human

interest. Sono stati quindi ridimensionati anche gli aspetti più direttamente politici del quarto potere, la sua

capacità cioè di incidere sui comportamenti elettorali. È poi in crescita il numero di pagine dedicato alla

pubblicità e agli annunci economici.

Per molti aspetti la preminenza della cronaca segue da vicino la polarizzazione della stampa tra giornali

popolari e giornali d’élite: il ridotto spazio accordato alla politica (come anche all’economia) rappresenta

sempre di più un aspetto qualificante dei primi rispetto ai secondi. Proprio questa separazione è uno dei

motivi che stanno all’origine negli anni 60 della critica radicale della cosiddetta scuola di Francoforte:

l’industria culturale appare il segno distintivo della modernità, che passa attraverso un appiattimento della

creatività artistica a bene di produzione e consumo di massa, con la conseguenza di un suo asservimento

agli interessi economici più forti e dominanti. Il giornalismo è parte integrante di una cultura di massa

fondata sui consumi, la pubblicità e l’apparente e fuorviante egualitarismo che ne deriva. Stampa e

televisione costruiscono un’immagine unidimensionale della realtà, funzionale all’integrazione sociale e alla

prevenzione del conflitto sociale. Ma gli sviluppi successivi della riflessione sui mass media hanno a loro volta

criticato l’impianto organicistico e monolitico di questa visione: si è messo in rilievo il carattere autonomo

della logica dei media in rapporto al mercato dei lettori e a quello della pubblicità commerciale,

sottolineandone le molteplici articolazioni interne. Tuttavia la visione critica si appoggia ad un dato della

realtà: la crescente concentrazione delle testate. Le economie di scala rese possibili dalla condivisione dei

costi (tipografici, distributivi, promozionali) incentivano fortemente processi di fusione, di integrazione

verticale e orizzontale, che spesso travalicano il settore mediatico (collegando libri, giornali, radio, televisioni)

e i confini nazionali. Un caso particolare di crescita è offerto dalle agenzie di stampa, diventati veri e propri

colossi:

- la France Presse, che ha preso il posto della Havas, gode di uno statuto di autonomia rispetto allo

stato francese che ne rimane il maggiore cliente: ambasciate, prefetture, amministrazioni comunali 51


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flaviael

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Riassunto per l'esame di Storia del Giornalismo e delle Comunicazioni Sociali, basato su appunti personali e studio autonomo del testo consigliato dal docente Storia del Giornalismo, Gozzini. Particolare riferimento ai seguenti argomenti trattati: il potere del sistema dell'informazione, definizione di opinione pubblica, la ricostruzione della storia delle tecniche tipografiche, la cultura della notizia, la stampa, la stampa dei primi due volumi della Bibbia.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze della Comunicazione
SSD:
Università: Padova - Unipd
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher flaviael di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia del giornalismo e delle comunicazioni sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Padova - Unipd o del prof Focardi Giovanni.

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