Giovanni Gozzini: Storia del giornalismo
Storia di una professione
I giornalisti mostrano una precoce coscienza del proprio ruolo pubblico. Alle spalle di questa consapevolezza stanno le battaglie che giornalisti intellettuali hanno combattuto per la conquista e la difesa della libertà di stampa. La vicenda storica del giornalismo si accompagna quindi all’emergere di una nuova categoria della realtà: l’opinione pubblica, un soggetto attivo sulla scena della storia, in grado di esercitare un vincolo sull’azione dei governi.
La stampa si colloca come un quarto potere, va di pari passo con la democrazia. Attraverso il rapporto con il pubblico, la stampa e il giornalismo si liberano dallo stretto rapporto di soggezione intrattenuto con le corti e i sovrani. Dopo la rivoluzione, il tema dell’indipendenza del potere politico contribuisce a fondare una nuova identità del giornalista, la cui libertà di indagine si pone a tutela del diritto di informazione di ogni cittadino.
Uno dei “mostri sacri” del giornalismo americano, Walter Lippmann, ha disegnato uno schema di sviluppo storico della stampa in quattro stadi: nel primo la stampa è soggetta al monopolio governativo, nel secondo al controllo dei partiti politici, nel terzo diventa autonoma grazie al proprio pubblico di lettori, nel quarto si pone al servizio di un ideale: il perseguimento della verità (Lippmann, 1931).
Le battaglie dei giornalisti e quelle in difesa delle libertà civili si intrecciano spesso: articoli contro la censura e per la libertà di stampa compaiono nei progetti costituzionali che animano i movimenti nazionali europei per tutta la prima parte dell’Ottocento. A metà del 1400, l’invenzione del torchio e dei caratteri mobili ha mutato radicalmente modi e tempi della trasmissione della cultura, che diventa riproducibile e trasportabile. Un’altra caratteristica discriminante della stampa moderna: la periodicità, che genera un rapporto tendenzialmente stabile nel tempo e nello spazio tra il giornalismo e i suoi lettori.
Ognuno di questi avanzamenti corrisponde a un accrescimento dell’impresa giornalistica, che acquista rapidamente una dimensione industriale: nascono le agenzie di stampa, aumentano i costi di produzione, si affermano grandi magnati della stampa in grado di controllare intere catene di periodici. Ma una volta svincolata dalla soggezione al potere politico, la stampa vede profilarsi il pericolo di una nuova subordinazione al potere economico di gruppi con interessi privati: il problema della proprietà dei giornali e il pericolo di una eccessiva concentrazione delle testate.
Nesso stampa/società
A partire da metà Ottocento, la stampa assolve una funzione precisa all’interno del processo di modernizzazione che passa per la crescita parallela della popolazione urbana, dei tassi di alfabetizzazione e scolarizzazione, delle quote di cittadini ammessi al diritto di voto. A questa società civile in espansione, giornali e giornalisti garantiscono la circolazione di notizie e idee, la costruzione di un discorso pubblico.
Il numero delle testate e delle copie di tiratura diventa così un indicatore del relativo grado di avanzamento del processo di modernizzazione. In parallelo con questi sviluppi, la professione giornalistica conquista maggiore autonomia. Negli Stati Uniti si fa strada una cultura della notizia che concepisce l’informazione come un valore d’uso, utile e importante di per sé. Il giornale non è più soltanto un contenitore passivo di fatti e opinioni che lo raggiungono e lo usano, bensì un motore di ricerca attivo che promuove inchieste, rivela retroscena, suscita scandali.
Nelle redazioni si moltiplicano e si separano ruoli e funzioni: accanto ai redattori compaiono cronisti, reporter, inviati speciali. Alla fine del secolo scorso, in Francia, Germania, Stati Uniti le università varano i primi corsi di giornalismo. La storia del giornalismo può anche essere vista come capitolo particolare di una storia più generale: quella della comunicazione umana; lo straordinario sviluppo conosciuto nel corso del Novecento dai mass media ha sollecitato il mondo della ricerca scientifica. Dal punto di vista delle scienze politiche si è cercato di costruire un modello teorico della «azione di comunicazione», fondato sulla distinzione tra il soggetto comunicante (chi), l’oggetto della comunicazione (cosa), lo strumento utilizzato per comunicare (con quale mezzo), il pubblico cui è destinata la comunicazione (a chi), gli effetti provocati in quest’ultimo dalla comunicazione (con quali risultati).
Questo schema ha dato impulso a una serie di indagini in diversi campi delle scienze umane: la sociologia ha studiato gli enti che organizzano la comunicazione di massa, la linguistica ne ha analizzato i testi e i contenuti, la semiotica i segni e i mezzi. L’evoluzione dei sistemi comunicativi rappresenta il vero motore della storia umana. L’invenzione della stampa, in particolare, rende possibili la standardizzazione delle lingue nazionali e facilita l’opera di centralizzazione degli stati. Questa rivoluzione l’informatica riduce il frame: i computer superano i limiti e le difficoltà di accesso delle precedenti tecnologie (telefoni, telescriventi) e stringono l’intero pianeta in una rete di comunicazioni che ormai avvengono in tempo reale. La diffusione su scala mondiale di Internet apre la strada a un nuovo giornalismo.
Stampa e potere
Inghilterra fine 1600
Nel 1695 il governo inglese non rinnova il Licensing Act e quindi abolisce di fatto la censura preventiva sulle pubblicazioni: il contenuto di libri e giornali è perseguibile dalla magistratura solo a posteriori, anche se di fatto periodici e riviste rimangono soggetti a un regime di tasse speciali.
Negli anni a cavallo tra i due secoli si stampano a Londra i ‘Big Three’, i “tre grandi”, come li chiamano i lettori: il Fly inmost (che esce nel maggio 1695), il Post Boy (pubblicato negli stessi giorni) e il Post Man (apparso alla fine del 1696). Post boy è il postiglione, il post man è il corriere, in quanto metafore della rapidità e dell’attualità, il ritmo di uscita dei Big Three è trisettimanale. Il loro formato ricalca da vicino il modello della London Gazette: un solo foglio stampato fronte e retro su due colonne, con l’ultima mezza colonna sul retro riservata ad annunci privati. Si dava più importanza alle notizie internazionali rispetto a quelle nazionali e locali.
Questa gerarchizzazione delle notizie risponde a un criterio economico piuttosto che politico-culturale: le informazioni provenienti dall’estero sono quelle più difficilmente reperibili e quindi quelle maggiormente richieste e consumate. Questi giornali si distinguono per un’altra novità rispetto al passato: una esplicita e costante posizione politica.
The Daily Courant
Il Daily Courant è il primo quotidiano, che esce a Londra nel marzo 1702 e durerà fino al 1735. Ben lontano da una tempestività informativa davvero giornaliera: la prima notizia che compare sul primo numero dell’11 marzo risale al 22 febbraio precedente e viene da Napoli. Siamo quindi ancora ben lontani dal momento in cui il giornale quotidiano stabilisce il frame, la cornice e l’arco di tempo delle 24 ore entro i quali viene valutata la novità o meno di un evento.
Inoltre, il direttore del giornale spiega le due caratteristiche del suo giornale ovvero: credibilità e imparzialità. Infatti, cita sempre le fonti e riporta solo dati di fatto senza opinioni. Si sviluppa l’opinione comune che l’utilità (e quindi il valore) di ogni articolo viene connessa alla precisione e alla tempestività con le quali è in grado di rispondere alle cinque domande: se nelle prime dieci righe le “cinque W” non sono soddisfatte è segno di un pezzo scritto male.
Nel Settecento la stampa inglese vive un processo che fu in seguito chiamato nuovo giornalismo, legato ai nomi di Defoe, Swift, Addison: un approccio più lontano dall’informazione di attualità e più ispirato al genere del saggio culturale con intenzioni moralistiche e pedagogiche. Nel 1704 esce a Londra The Weekly Review, settimanale composto da 8 pagine. Anima del nuovo periodico è Daniel Defoe, la cui notorietà l’aveva raggiunta pubblicando a puntate sul Daily Post un romanzo dal titolo “Robinson Crusoe”. Defoe è un personaggio controverso che per debiti era finito in galera, e ha subito l’umiliazione della gogna pubblica, ma i suoi buoni uffici presso la corte gli hanno valso una sovvenzione con la quale stampa la Review.
Jonathan Swift, l’autore di “Viaggi di Gulliver” (1726), è un pastore anglicano di origine irlandese che negli ultimi anni del secolo si trasferisce da Dublino a Londra. Dall’agosto 1710 è direttore del settimanale Examiner.
Nell’aprile 1709 l’ex soldato Richard Steele fonda The Tatler (chiacchierone), un trisettimanale del costo di un penny, che ricalca la formula della Review di Defoe: contiene rubriche intitolate al nome di famosi caffè londinesi e non esita a criticare i vizi (duelli, giochi d’azzardo) dei gentiluomini. Ma dopo quasi due anni, nel marzo 1711, lo sostituisce con The Spectator, che fino al dicembre 1712 esce ogni giorno eccetto la domenica e si avvale della collaborazione di Joseph Addison. Nonostante la sua vita duri solo fino al 1714, The Spectator rappresenta uno dei periodici più imitati, giornale letterario.
Temi: ruota attorno alla finzione di un dialogo sulle vicende dell’attualità artistica, letteraria, politica che si svolge in un club con scenario e personaggi fissi e uno spettatore che li mette tutti in soggezione invitandoli a una riflessione meno concitata. La rappresentazione della vita quotidiana e la satira di costume si esprimono così in una forma semplice e diretta ovvero il discorso diretto.
Agli inizi del Settecento, dunque, l’evoluzione del giornalismo inglese segue un duplice itinerario. Da un lato la cultura della notizia, con l’apparizione del primo quotidiano, compie un significativo passo avanti e giunge alla prima formulazione di una propria ideologia fondata sul binomio credibility-fairness, viceversa lo Spectator di Steele e Addison, che scopre un nuovo mercato di lettori in una fascia intermedia tra gli intellettuali di professione e i borghesi colti.
Nell’agosto 1714 il parlamento approva lo Stamp Act, una legge che istituisce le cosiddette tasse sulla conoscenza, ovvero ogni foglio stampato deve essere timbrato con un bollo che costa un penny. Si tratta di un regime fiscale che testimonia il tentativo di spoliticizzare la questione della stampa e di ridurla a mera questione economica. L’imposizione fiscale serve insomma anche a mantenere un controllo politico mascherato.
Fiorisce di nuovo, invece, il mercato dei periodici illegali, privi del bollo governativo: i cosiddetti unstamped paper. Nel febbraio 1751 nasce il Daily Advertiser, il terzo quotidiano (dopo Daily Courant e The Evening Post) ma il primo ad essere composto esclusivamente da annunci a pagamento, offerti al prezzo di due scellini l’uno sulle due pagine del giornale. (vediamo come sta penetrando la logica commerciale nella stampa periodica).
Nonostante le “tasse sulla conoscenza”, il quotidiano commerciale dimostra sul campo di essere una formula vincente, come dimostra il successo di Public Advertiser, fondato da Henry Woodfall nel 1766. I giornalisti aggiravano il divieto di scrivere dei dibattiti parlamentari celandoli in parlamenti inventati come il “Parlamento di Lilliput”. La guerra dei Sette anni contro la Francia contribuisce a peggiorare il clima. Contro la concessione dei pieni poteri al re Giorgio 3, si scaglia The North Briton, settimanale diretto dal deputato John Wilkes che rivendica le ragioni della rivoluzione parlamentare.
Per effetto del suo scritto la Camera dei Comuni toglie a Wilkes l’immunità parlamentare e ordina di bruciare in piazza l’articolo incriminato. Per l’occasione si raduna una folla che impedisce il rogo e porta «Wilkes and Liberty» - come ormai lo chiama il popolo di Londra – in trionfo fino alla sede del parlamento: per la prima volta si manifesta un asse politico concreto ed efficace tra stampa e opinione pubblica in funzione antigovernativa. Wilkes viene comunque arrestato, ma in processo vince la causa.
Tuttavia, nel novembre 1763 un nuovo decreto della Camera dei Comuni espelle ancora Wilkes dal parlamento e lo costringe all’esilio in Francia. Nel 1768, però, Wilkes coglie l’occasione delle elezioni per candidarsi e sfuggire così al mandato di arresto, ma il suo coraggioso tentativo fallisce: viene arrestato e condannato a ventidue mesi di carcere. Ciò non gli impedisce, una volta tornato libero, di essere rieletto trionfalmente prima alla carica di sindaco di Londra e poi, nel 1774, di nuovo a quella di membro della Camera dei Comuni. Il destino altalenante di John Wilkes dimostra l’asprezza della partita che si disputa tra stampa e potere.
Nel 1770 Sir James Mansfield, alla testa della magistratura britannica, enuncia il principio secondo cui la giuria popolare deve limitarsi ad accertare l’effettiva paternità dei testi incriminati, lasciando ai giudici togati la facoltà di decidere l’esistenza o meno del reato, in pratica conferma anche l’esercizio di un potere di controllo esclusivo ed elitario. Nel 1771 Sir Mansfield riconosce alla stampa il diritto di informare sull’andamento dei dibattiti parlamentari. Ma ci vorrà ancora un ventennio perché nel 1792 il Libel Act sconfessi la “dottrina Mansfield” e riconosca alle giurie popolari pari dignità nei processi contro editori e giornalisti.
Il caso inglese
Il caso inglese rimane singolare per due motivi. Il primo è la rivoluzione antiassolutista che ha ridimensionato i poteri del sovrano e quindi ha sottoposto tutti i problemi relativi al diritto di stampa al confronto tra i poteri dello stato. Il secondo motivo è la forma bipartisan ormai stabilmente assunta dalla vita politica con la polarizzazione tra whigs e tories, la stampa diventa strumento di lotta politica e contribuisce quindi alla formazione di un’opinione pubblica. Le guerre, le leggi, i trattati di commercio non riguardano più soltanto le élite, ma anche le popolazioni.
Il caso francese
La Francia vede la tradizione assolutista ulteriormente rafforzata. La stampa letteraria è centralizzata attorno al Journal Les Savants, quella d’informazione attorno alla Gazette. Il circuito della stampa periodica francese è quindi rigorosamente delimitato alla parte più ricca della società e sottoposto a un crescente regime censorio. Significativo il fatto che anche pensatori illuministi mantengano un pregiudizio negativo sulla stampa periodica, i periodici inglesi vengono considerati un fenomeno di disinformazione, antitetico al vero sapere raccolto dai libri: il giornale non può aspirare ad essere strumento di formazione del pubblico.
Fiorisce la stampa illegale, che aggira il regime di privilegio concesso dalle autorità, ricorrendo a lingue straniere o pubblicando in francese fuori dei confini nazionali. Nel 1721 appare Le Spectateur Français, imitazione della rivista di Addison; nel 1733 Le Pour et le Cantre, settimanale a 24 pagine diretto dall’abate benedettino Antoine Prevost. Rimane indietro, invece, la stampa di informazione, penalizzata dal monopolio dei flussi di notizie esercitato dal centralismo assolutistico.
America
La rivolta contro il regime della censura preventiva ha qui modo di manifestarsi appieno già nel secondo decennio del secolo. James Franklin, nell’agosto 1721, decide di sfidare l’ordine costituito fondando un nuovo giornale senza il permesso delle autorità di Boston, chiamato New England Courant. Riprende esplicitamente il modello dello Spectator. Il periodico di Franklin ha una vocazione politica molto più diretta dei suoi omologhi europei: si rende infatti protagonista di una campagna per la vaccinazione di massa contro il vaiolo e ospita una rubrica fissa di lettere dei lettori.
Il collaboratore di gran lunga più giovane del New England Courant è il fratello di James, Benjamin, che si trasferisce a Filadelfia dove compra la Pennsylvania Gazette. Colui che più tardi diventerà famoso come inventore penserà poi sempre a sé stesso come a un editore.
Nel novembre 1725 anche la città di New York si apre alla stampa settimanale: a opera di William Bradford, rampollo di una dinastia di editori con sede a Filadelfia, appare The New York Gazette. Qualche anno dopo, nel novembre 1733, il tipografo John Peter Zenger (un immigrato dallo stato tedesco del Palatinato) si separa da Bradford per fondare un altro settimanale a due pagine, The New York Weekly Journal. Che scatena una dura campagna contro il governatore inglese William Cosby ripetutamente accusato di abuso di potere. Zenger viene perciò arrestato e incarcerato; la sua arringa rappresenta il punto di partenza della battaglia per la libertà di stampa in America: «la questione posta davanti a voi, gentiluomini della corte, non è di carattere ristretto o privato; non è soltanto la causa di un povero stampatore riguarda solo la città di New York. No. Nelle sue conseguenze essa può influenzare ogni uomo libero che vive sotto il dominio britannico sul suolo americano. È la migliore di tutte le cause. È la...
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