1. LA CAMERA OSCURA.
CAMERA OSCURA: principio ottico di base che permette il funzionamento della moderna macchina fotografica.
In essa si verifica un semplice fenomeno ottico: se in una stanza immersa
nell’oscurità si pratica un foro su una parete, i raggi luminosi del sole che sta
all’esterno entreranno proiettando sulla parete opposta l’immagine capovolta (alto-‐
basso e destra-‐sinistra). Usata da molti scienziati (tra cui Leonardo) perché
permetteva di studiare il reale con maggior precisione, entrò successivamente a far
parte del corredo di molti pittori. Oltre agli scienziati, dunque, anche i pittori ne
avrebbero fatto, di lì a poco, largo uso. Ci furono sempre più delle continue migliorie.
Cardano: lente convessa posta in corrispondenza del foro.
Barbaro: aggiunge un diaframma alla lente, per un’immagine più precisa.
1685. Zahn progetta una camera oscura detta
reflex :
Quando l’immagine riflessa dentro la scatola raggiungeva
uno specchio posto a 45° sul fondo, essa veniva
proiettata su un piano orizzontale posto sulla sommità
della scatola (in modo da rendere più facile il lavoro del
disegnatore).
Ciò che mancava alla nascita della tecnica fotografica erano le
SOSTANZE FOTOSENSIBILI.
1807. Wollaston diffuse l’uso della camera lucida.
Essa permetteva di sovrapporre otticamente
l'immagine da ritrarre sulla superficie sulla quale si sta disegnando. L'artista può vedere
contemporaneamente sia la scena che la superficie del disegno come in una doppia esposizione
fotografica. Questo permette di trasferire i punti chiave dalla scena alla superficie di disegno, cosa di
grande aiuto per un'accurata resa prospettica.
N.B: Perfetta coincidenza cronologica tra l’uso della camera oscura da parte dei pittori rinascimentali
e la visione razionalistica e razionale del mondo: la prospettiva.
Dunque la macchina fotografica non è
semplicemente il perfezionamento tecnico di questo strumento noto da secoli, ma la concreta
realizzazione di una visione del mondo. Nell’800 la fotografia sarà quindi dipendente dalla pittura, ma
nel 900 essa si renderà autonoma all’idea di quadro, ma sarà legata ad una dimensione CONCETTUALE (relazionandosi con
quelle categorie extra-‐percettive della memoria, della temporalità, del voyeurismo ecc..).
2. IL DAGHERROTIPO.
Niépce fu il primo ad usare il bitume di Giudea, una resina fotosensibile, in particolare con le fotoincisioni. Queste sono ancora
delle immagini ottenute per incisione che però ebbero un’importanza fondamentale per la genesi delle prime vere fotografie che
Niépce chiamò eliografie (ancora non si chiama fotografia). E’ ritenuto colui che per primo riuscì a fissare l’immagine prodotta
dalla camera oscura. Continuò ad usarla riprendendo le vedute dalla finestra del fratello. Queste immagini vengono chiamate
dallo stesso autore con il nome di points de vue: il nome ci fa capire come Niépce introduce concettualmente l’idea dello sguardo
fotografico sul mondo, l’idea della scelta tra diversi altri punti di osservazione, l’idea della parzialità e della soggettività nella
riproduzione del reale.
1826-27. Niépce realizzò la prima immagine fotografica della storia applicando le
proprietà fotosensibili del bitume di Giudea all’interno della camera oscura. “
Veduta da
una finestra della casa di Gras”: immagine positiva diretta (una copia unica e non
riproducibile) ovviamente di scarsa nitidezza. (Ci sono 2 pareti, una di fronte all’altra, ma
entrambe sono illuminate: la pellicola è stata esposta per 8 ore. La foto ci racconta il
passare del tempo).
“…eliografie (…) riprodurre spontaneamente, mediante l’azione della luce (...) le immagini
ricevute nella camera oscura.”
Niépce applica d’istinto il termine “spontaneamente”, annunciando quelle caratteristiche
di meccanicità e di automaticità che, nel 900 definiranno l’estetica della fotografia.
Niépce conobbe
Daguerre che era proprietario di un
diorama (
scenografie costituite da
quadri dipinti ottenuti spesso con l’utilizzo della camera oscura).
1829. I due si creano un accordo societario, ma dopo poco Nièpce muore (1833). Daguerre
continuò da solo le ricerche e ottenne anche una riduzione dei tempi di sviluppo.
1837. “Natura morta”. Essa è ricca di particolari rispetto alle prime eliografie. La nuova
immagine prese il nome di dagherrotipia.
7 gennaio 1839. Presso l’Accademia delle Scienze di Parigi, Arago annunciava la nascita
della fotografia: essa nasce come oggetto scientifico.
19 agosto 1839. Arago rese esplicito il funzionamento del dagherrotipo all’Accademia
delle Belle Arti. 1839. Daguerre realizzò anche la prima immagine fotografica in cui compare una
figura umana: “Boulevard du Temple” (vennero impresse le figure di un uomo intento a
farsi lustrare le scarpe e del lustratore, i quali erano rimasti fermi per un tempo
sufficiente a permettere di essere registrati sulla lastra). Il dagherrotipo però perse
importanza dopo l’avvento di un’altra tipologia fotografica. La massificazione della
fotografia si è poi fondata sul principio della ripetizione dell’immagine. La Polaroid.
Entrambi sono di ridotte dimensioni e hanno un aspetto tattile e sensoriale. Anche
l’immagine polaroid si è prestata agli interventi manuali. Ma soprattutto c’è una cosa in
comune: l’eccezionalità della copia unica. Anche se poi l’industria ha preferito la riproducibilità dell’immagine, diversi artisti
hanno amato la copia unica in Polaroid, tra questi troviamo Andy Warhol, Robert Mapplethorpe e Araki.
3. IL CALOTIPO.
Talbot, durante un viaggio in Italia scoprì la fotosensibilità dei sali d’argento.
1835. “ Finestra.” Tornato in Inghilterra realizzò la sua immagine fotografica più antica: una veduta
della finestra di casa sua. Quest’immagine è un negativo su carta (diversa dalla copia unica su lastra, del
dagherrotipo): Talbot aveva scoperto il metodo negativo-‐positivo alla base della fotografia analogica
attuale. La sua tecnica verrà chiamata calotipia.
25 gennaio 1839. Faraday presenta l’invenzione di Talbot (se vediamo la fotografia con lo scopo di
riproducibilità allora bisignerebbe prendere in considerazione Talbot, altrimenti se s’intende la
fotografia come prova di funzionalità, Daguerre).
1840. Tablot scopre l’immagine latente.
Benjamin: “ L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica.” In quest’opera il filosofo afferma
che il cinema e la fotografia duplicano l’immagine e dunque, sono responsabili della caduta dell’aura,
dell’unicità dell’opera d’arte. Se questo è vero è necessario affermare anche che l’arte contemporanea
rimane legata a una differente esperienza percettiva della quotidianità e quindi la dimensione su cui fa
leva l’opera d’arte nella contemporaneità non sarà di tipo formale, ma
concettuale.
1845. Talbot pubblica i primi testi illustrati con vere fotografie incollate:
“The pencil of nature”. Bisogna
sottolineare che Talbot lasciò un foglietto nei suoi libri dicendo: “Le tavole di quest’opera sono impresse
soltanto dall’azione della luce, senza alcun aiuto della matita
dell’artista.”
Con queste parole Talbot sottolineava l’automaticità del
processo produttivo fotografico.
Gli anni che seguirono il 1839 molti cercarono di migliorare le
tecniche fotografiche. Attraverso la sperimentazione di nuove
sostanze (nel 1849 Le Gray collaudò il collodio, per un’essicazione più rapida) e nuovi supporti
(il vetro sostituì la carta e già nel 1878 si cominciò a sperimentare la celluloide).
Un altro problema fu l’aspirazione alla fotografia a colori (fino a quel momento esse venivano al
massimo dipinte dai pittori miniaturisti.) Dopo che scienziati ebbero praticato vari esperimenti
si giunse all’individuazione della sintesi tricroma, basata sull’utilizzo di tre negativi da tre filtri
diversi (verde, arancio e violetto). Furono infine i fratelli Lumiére nel
1903 a inventare la
pellicola
autochrome.
1935. Le pellicole a colori vennero commercializzate su larga scala.
4. I DISEGNI FOTOGENIGI.
1727. Schulze inventa
lo scotoforo: miscela in grado di annerire se esposta ai raggi solari. Wedwood sperimentò la
fotosensibilità del nitrato d’argento immergendoci all’interno carta e cuoio. Una volta sensibilizzati questi ci posava sopra dei
disegni traslucidi e poi esponeva tutto alla luce. In questo modo sulla
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