Idee su una psicologia descrittiva e analitica (1894)
Primo capitolo
Il compito di una fondazione psicologica delle scienze dello spirito
La psicologia esplicativa istituisce un nesso causale che pretende di rendere comprensibili tutti i fenomeni della vita psichica. Essa vuole spiegare la costituzione del mondo psichico. Rappresentanti chiari di tale psicologia esplicativa sono gli psicologi associazionisti Herbart, Spencer, Taine e le varie forme di materialismo.
La distinzione tra scienze esplicative e scienze descrittive corrisponde all'uso linguistico. Per scienza esplicativa si deve intendere ogni sussunzione di un campo di fenomeno sotto un nesso causale, tramite un numero limitato di elementi univocamente determinati. La psicologia esplicativa vuole sussumere i fenomeni della vita psichica sotto un contesto causale tramite un numero limitato di elementi univocamente determinati. Una concezione che comporterebbe la possibilità di uno sviluppo smisurato delle scienze dello spirito nel senso di un sistema rigoroso di conoscenza causale paragonabile a quello delle scienze naturali.
Il carattere distintivo della psicologia esplicativa consiste nel fatto che essa è convinta di produrre una conoscenza del tutto completa e trasparente dei fenomeni psichici. Potremmo chiamarla psicologia costruttiva. La psicologia esplicativa può raggiungere il suo scopo solo tramite un collegamento di ipotesi.
Il concetto di ipotesi
Il concetto di ipotesi si può intendere in diversi modi. Innanzitutto si può chiamare ipotesi qualsiasi ragionamento che integri induttivamente un concetto d’esperienza. La proposizione conclusiva contenuta in tale ragionamento include un’aspettazione che si estende, al di là del dato, anche al non-dato. Quindi sarebbe sciocco escludere ogni elemento ipotetico dalla psicologia. E sarebbe ingiusto voler rimproverare alla psicologia esplicativa l’utilizzazione di elementi di questo genere, dal momento che neppure la psicologia descrittiva potrebbe farne a meno.
Nelle scienze naturali il concetto di ipotesi si è venuto conformando in un senso più specifico in base alle condizioni imposte alla conoscenza della natura. Siccome nei sensi è data la consistenza e la successione senza il nesso causale relativo a ciò che coesiste o succede, un nesso causale sorge solo per integrazione. E così l’ipotesi è lo strumento necessario al progredire della conoscenza della natura. Se si pongono più ipotesi ugualmente possibili, il compito è di confrontarne i rispettivi sviluppi coi fatti. La forza delle scienze naturali è di trovare nella matematica e nell’esperimento gli strumenti che permettono di conferire a questo procedimento il massimo grado di sicurezza e di esattezza.
Esempio: l’ipotesi copernicana (la terra ruoti sul proprio asse in 24 ore meno 4 minuti, e insieme compia un movimento di rivoluzione intorno al sole di 365 ¼ giorni solari) nel suo sviluppo e fondazione attraverso Keplero, Galilei, Newton, fino a diventare una teoria non più soggetta ad alcun dubbio.
Quando un ragionamento riesce a stringere un fenomeno o una cerchia di fenomeni in una connessione per essi sufficiente e in armonia con i fatti altrimenti noti e le teorie universalmente valide, senza però poter escludere altre possibilità di spiegazione, allora siamo in presenza di un’ipotesi.
Ipotesi e proposizioni induttive
Ma anche là dove il carattere di una ipotesi manca, resta aperta la questione se una proposizione fondata su ragionamenti induttivi non abbia il carattere di un’ipotesi. In definitiva non siamo in possesso di alcun contrassegno assoluto che ci permetta in ogni circostanza di distinguere proposizioni scientifiche che abbiano trovato per tutti i tempi la loro formulazione definitiva, da proposizioni che esprimono la connessione dei fenomeni solo relativamente allo stato attuale delle nostre informazioni. Resta sempre, tra il massimo grado di probabilità che una teoria induttivamente fondata raggiunge e l’apoditticità che spetta ai rapporti matematici fondamentali.
Non solo i rapporti numerici forniscono questo carattere apodittico; comunque si sia potuta formare la nostra immagine dello spazio, questo processo è al di là del nostro ricordo: adesso è quello che è: in ogni posto di questo spazio, non importa quale, possiamo cogliere gli stessi rapporti fondamentali: la geometria è l’analisi di questa immagine dello spazio. In ciò appunto il suo carattere di apoditticità non è minimamente condizionato dall'origine di tale immagine dello spazio. Come neppure il massimo aumento di probabilità della nostra spiegazione della natura potrebbe mai cancellarne del tutto il carattere ipotetico. Allorché con Laplace fu introdotto nella considerazione dei ragionamenti induttivi il calcolo della probabilità, la cui misurabilità venne estesa anche al grado di sicurezza della nostra conoscenza della natura.
Psicologia esplicativa e costruzione ipotetica
Orbene, in quanto la psicologia esplicativa trasferisce alla vita psichica quel procedimento della costruzione ipotetica scientifico-naturale che consiste nell’integrare il dato aggiungendovi un nesso causale, sorge il problema se tale trasposizione sia giustificata. Si tratta ora di mostrare che tale trasposizione viene effettivamente operata nella psicologia esplicativa.
Constatiamo innanzitutto che ogni psicologia esplicativa pone a fondamento una combinazione di ipotesi che si rivelano indubitabilmente come tali grazie alla già indicata caratteristica, di non poter escludere altre possibilità. Inoltre, in essa, a fronte di ogni simile collegamento di ipotesi ne compare una dozzina di altri. Una guerra di tutti contro tutti infuria non meno aspra che sul terreno della metafisica. Né da alcuna parte del più lontano orizzonte si annuncia alcunché capace di decidere questa lotta.
Quindi, se vogliamo produrre una piena conoscenza causale, siamo impigliati in un nugolo di ipotesi per le quali non è prevedibile una possibilità di conferma in base ai fatti psichici. Esempio: un’ipotesi di questo tipo è la dottrina del parallelismo dei processi nervosi e dei processi spirituali, secondo la quale i più imponenti fatti spirituali non sono che fenomeni accessori della nostra vita corporale. Esempio: la riduzione di tutti i fenomeni di coscienza a elementi rappresentati come atomici in rapporto di azione reciproca secondo leggi. Un’ipotesi del genere è quella, che si presenta con la pretesa della spiegazione causale, di costruire tutti i fenomeni psichici in base alle due classi delle sensazioni e dei sentimenti, per cui la volontà finisce col diventare un’apparenza secondaria.
Confronto con le scienze naturali
Ora, a giustificazione di un così ampio impiego di ipotesi, i rappresentanti della psicologia esplicativa sono soliti richiamarsi alle scienze naturali. Ma noi constatiamo la pretesa delle scienze dello spirito di determinare autonomamente i loro metodi in conformità al loro oggetto. Le scienze dello spirito devono partire dai concetti più generali della generale dottrina del metodo per arrivare, attraverso la prova sul loro oggetto specifico, a modi più determinati di procedimento. Ci dimostriamo autentici discepoli dei grandi pensatori naturalisti nella misura in cui la nostra conoscenza si adatti al carattere dei nostri oggetti, e noi ci atteggiamo rispetto ad essa proprio come quelli rispetto alla loro.
Le scienze dello spirito si distinguono dalle scienze della natura perché hanno per oggetto fatti che compaiono originariamente come dati dall’interno, come realtà nella coscienza e come connessione vivente, mentre i fatti delle scienze naturali sono dati dall’esterno.
Se ne deduce, circa le scienze naturali, che solo tramite ragionamenti integrativi e grazie a un collegamento di ipotesi è data una connessione della natura. Per le scienze dello spirito ne segue che in esse la connessione della vita psichica sta a fondamento come data originariamente.
Nell’esperienza interna sono dati anche i processi dell’effettuare, i collegamenti delle funzioni come singoli articolazione della vita psichica in un tutto. Anzi c’è prima la connessione vissuta poi il nostro distinguere in essa singole articolazioni. Ciò determina una grande diversità tra i metodi coi quali studiamo la vista psichica, la storia e quelli che hanno presieduto alla conoscenza della natura.
All’interno della psicologia le ipotesi non svolgono la stessa funzione che nella conoscenza naturale. In questa, qualsiasi connessione si costituisce tramite costruzione ipotetica, nella psicologia proprio la connessione è data originariamente e costantemente nel vivere: c’è vita come connessione. La psicologia non abbisogna dell’introduzione surrettizia di alcun concetto ottenuto tramite ragionamenti per produrre una connessione totale tra i grandi gruppi dei fatti psichici.
Metodi psicologici vs scienze naturali
La psicologia può subordinare la descrizione e l’analisi del processo di tali eventi a quella grande articolazione causale del tutto che può essere constatata in base alle esperienze interne. È esente dalla necessità di incorporarla. Il suo metodo è completamente diverso da quello della fisica o della chimica. L’ipotesi non ne è il fondamento indispensabile.
Quando, dunque, la psicologia esplicativa assoggetta i fenomeni della vita psichica a un numero limitato di elementi esplicativi univocamente determinati di carattere totalmente ipotetico, noi non possiamo ammettere che i suoi rappresentanti giustifichino ciò, in base all’analogia col ruolo delle ipotesi nella conoscenza naturale, come un destino inevitabile di ogni psicologia. In campo psicologico le ipotesi non possiedono affatto quella produttività che hanno dimostrato nella conoscenza scientifico-naturale. Nel campo della vita psichica, i fatti non possono essere portati a quella esatta determinatezza che è richiesta per la conferma di una teoria attraverso il confronto delle sue conseguenze con tali fatti. Così, in nessun punto decisivo si è riusciti a escludere altre ipotesi e a confermare l’ipotesi restante.
Nella zona di confine tra natura e vita psichica l’esperimento e la determinazione quantitativa si sono rivelate utili alla formazione di ipotesi analogamente a quanto avviene nella conoscenza naturale. Nulla di tutto questo si può notare nei domini centrali della psicologia. In particolare il problema così decisivo per la psicologia costruttiva, relativo ai rapporti causali che condizionano l’influenza della connessione psichica acquisita sui processi coscienti come sulla riproduzione, non si è ancora avvicinato d’un passo, nonostante ogni sforzo, alla sua soluzione.
I rappresentanti di un simile collegamento d’ipotesi hanno occhio acutissimo per ciò che serve a confermarlo e sono del tutto ciechi per ciò che lo contraddice. È qui che vale per le ipotesi ciò che Schopenhauer erroneamente sostiene per l’ipotesi in generale: simili ipotesi conducono una vita simile a quella di un organismo nel senso che accolgono del mondo esterno solo ciò che è loro giovevole e omogeneo, mentre ciò che è eterogeneo o dannoso, non lo lasciano neppure accostare. Perciò simili collegamenti di ipotesi della psicologia esplicativa non hanno alcuna probabilità di venir mai elevati al rango al quale assurgono le teorie scientifico-naturali.
Il dilemma delle scienze dello spirito
Ai ricercatori positivi in questo campo appare oggi necessario o rinunciare a ogni fondazione psicologica o sopportare di buon grado tutti gli svantaggi della psicologia esplicativa. In tal modo la scienza attuale è finita nel seguente dilemma, un dilemma che ha contribuito alla crescita dello spirito scettico e dell’esteriore infruttuosa empiria e, quindi, alla crescente separazione tra vita e sapere.
Rispetto all’esigenza di una fondazione psicologica, la teoria della conoscenza e le scienze dello spirito possono essere qui accomunate, nonostante una notevole differenza. In effetti, la teoria della conoscenza occupa, nel contesto delle scienze, un posto ben diverso da quello delle scienze dello spirito. In nessun caso una psicologia può servirle da premessa. È essa configurabile indipendentemente da presupposti psicologici? Ma la teoria della conoscenza è nata dall’esigenza di assicurarsi, nell’oceano delle fluttuazioni metafisiche, un pezzo di terraferma, una conoscenza universalmente valida quale che ne fosse la portata.
Le scienze dello spirito cercano appunto un fondamento stabile e universalmente valido. Esse hanno una diffidenza fin troppo giustificata per le costruzioni filosofiche che la introdurrebbero anche nelle analisi e nelle comparizioni empiriche. Di qui la tendenza attuale della giurisprudenza, dell’economia politica, come anche della teologia ad escludere del tutto ogni fondazione psicologica. Ciascuna di esse cerca di produrre una connessione dalla cui analisi risultino poi certi concetti elementari di fondo e proposizioni elementari quali fondamenti della rispettiva scienza dello spirito.
Che la psicologia esplicativa, fondabile soltanto su ipotesi incapaci di assurgere al rango di una teoria convincente esclusiva di ipotesi alternative, dovrebbe comunicare la propria insicurezza a quelle scienze dell’esperienza spirituale che ad essa si appoggiassero, non ha bisogno di dimostrazione. Ma ciò che ora bisogna dimostrare è che ogni tentativo di produrre una scienza della esperienza spirituale senza la psicologia è parimenti destinato a non sortire alcun risultato utile.
Un’empiria che rinuncia alla fondazione di eventi spirituali in base alla comprensione della connessione della vita spirituale è necessariamente sterile. Così, qualunque analisi del fatto religioso si imbatte in concetti come sentimento, volontà, dipendenza, libertà, motivo che possono essere chiariti solo nella connessione psicologica. Essa ha a che fare con connessioni della vita psichica poiché è qui che la coscienza di Dio sorge e acquista forza. Queste diventano comprensibili solo in base alla connessione psichica generale. Su concetti come quello di norma, legge, responsabilità, la giurisprudenza ha a che fare con composizioni psichiche che richiedono un’analisi psicologica. Essa non è in grado di esporre la connessione nella quale sorge il sentimento del diritto, o quella nella quale gli scopi diventano giuridicamente efficaci. Le scienze politiche che si occupano dell’organizzazione esterna della società trovano in ogni rapporto associativo i fatti psichici della comunanza, della signoria e della dipendenza. La storia e la teoria della letteratura e dell’arte si vedono continuamente rimandate alla composizione estetica delle fondamentali tonalità del bello, del sublime, dell’umoristico e del comico. Tutte cose che restano per lo storico della letteratura rappresentazioni oscure e senza vita: egli non può comprendere la vita di alcun poeta se non conosce i processi della capacità di immaginazione. Siccome i sistemi di cultura e l’organizzazione esterna della società nelle associazioni famigliari, comunali, ecclesiastiche e statuali, sono scaturiti dalla vivente connessione dell’anima umana, esse possono essere comprese soltanto a partire da quella. Esse contengono in sé una connessione perché la vita psichica è una connessione: ecco perché la loro conoscenza è sempre condizionata dalla comprensione di questa interna connessione che è in noi. Esse hanno potuto costituirsi come potenza totalizzante al di sopra del singolo perché nella vita psichica vige una uniformità e una regolarità che rende possibile uno stesso ordine per le molte unità vitali.
Senza relazione alla connessione psichica nella quale i loro rapporti hanno radice, le scienze dello spirito sono tutt’al più un aggregato, un fascio, ma non un sistema. Qualunque rappresentazione del loro collegamento reciproco riposa su una qualche sommaria rappresentazione della connessione dei fenomeni psichici.
Teoria della conoscenza e psicologia
Pari difficoltà pesa sulla teoria della conoscenza. Una scuola, prestigiosa per l’intelligenza dei suoi rappresentanti, esige una totale indipendenza della teoria della conoscenza dalla psicologia. Essa sostiene che nella critica kantiana della ragione questa emancipazione della teoria della conoscenza dalla psicologia si in linea di principio già compiuta. E in ciò sembra ad essa che sia racchiuso il futuro della teoria della conoscenza.
I fatti spirituali che costituiscono il materiale della teoria della conoscenza non possono essere collegati tra loro senza lo sfondo di una qualche rappresentazione della connessione psichica. Nessuna arte magica di un qualche metodo trascendentale può rendere possibile questa, che è una impossibilità in sé. Qui non c’è parola magica di scuola kantiana che tenga. L’apparenza di riuscirci dipende dal fatto che il teorico della conoscenza possiede nella sua propria viva coscienza questa connessione e di qui la trasferisce nella propria teoria. Egli la presuppone. Se ne serve. Ma non la controlla. Per conseguenza, dall’ambito linguistico e culturale del suo tempo, ciò che si insinua in lui sotto forma di concetti psicologici sono delle interpretazioni di tale connessione. La dottrina classificatoria delle facoltà del tempo di Kant è responsabile delle rigide distinzioni, del lavoro di separazione e di incasellamento tipico della sua critica della ragione. Le sue distinzioni tra intuire e pensare, tra materia e forma del conoscere.
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