LA MAPPA DELL’OCCUPAZIONE COLONIALE.
Successivamente alla sconfitta nella Prima guerra mondiale, la Germania perse tutte le
colonie in Africa. La Società delle Nazioni istituì in questi territori due tipi di mandati:
1. Tipo B. Sotto tutela delle altre potenze europee incaricate di garantirvi ordine e
buon governo.
2. Tipo C. Africa del sud-ovest ceduta all’amministrazione del Sud Africa.
I mandati di tipo A, che concedevano l’autogoverno, vennero dati solo ai paesi
mediorientali ex ottomani. Nell’ambito del mandato B, la situazione divenne la seguente:
Togo alla Francia con l’eccezione di una parte che l’Inghilterra annette alla Costa
- d’Oro. La comunità ewe resta divisa tra inglesi e francesi.
Camerun alla Francia con l’eccezione delle province del nord-ovest e del sud-ovest
- amministrate come parte della Nigeria.
Rwanda e Burundi al Belgio, amministrate come appendici del Congo.
- Taganyika all’Inghilterra.
-
Le colonie francesi vengono inglobate in due federazioni:
1. Africa Occidentale Francese (AOF) composto tra il 1947 e il 1958 da otto unità
territoriali: Dahomey (Benin), Guinea, Costa d’Avorio, Mauritania, Niger, Senegal,
Sudan (Mali), Alto Volta (Burkina Faso). Il governatorato generale è a Dakar.
2. Africa Equatoriale Francese (AEF) composta da Gabon, Congo Brazzaville,
Ubangi-Shari (Repubblica Centroafricana) e Ciad. Il governatorato generale è a
Brazzaville.
Togo e Camerun non vi vennero incluse. Le due federazioni erano guidate da un
governatore assistito da un Consiglio consultivo formato dai funzionari amministrativi, dai
governi delle singole colonie, dai rappresentanti delle principali imprese commerciali e da
alcuni notabili indigeni. Ciascuna colonia, amministrata da un governatore, era divisa in
circoscrizioni (circles) sotto un funzionario detto commandant de cercle.
Le colonie inglesi in Africa occidentale (Nigeria, Costa d’Oro, Sierra Leone, Gambia) erano
multiple dependencies, cioè amalgami di colonie e protettorati. Il Sudan era governato in
condominio con l’Egitto. Il Kenya fu una delle principali aree di insediamento dei settlers
bianchi. Oltre a queste, Londra possedeva l’Uganda, la Somalia settentrionale (British
Somaliland), le Mauritius, le Seyechelles, e il Taaganyka dal 1919 che creava un corridoio
inglese ininterrotto dal Sud Africa all’Egitto. Nell’Africa meridionale, dopo l’autonomia
garantita al Sud Africa nel 1910, il controllo britannico è totale attraverso gli High
Commission Territories di Swaziland, Bechuanaland (Botswana), Basutoland (Lesotho),
Rhodesia del Sud (Zimbabwe), Rhodesia del Nord (Zambia), Nyasaland (Malawi).
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Le colonie italiane nel 1936 consistevano in Somalia, Eritrea e l’appena conquistata
Etiopia. Dopo la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, la Somalia italiana viene
concessa in amministrazione fiduciaria al governo di Roma fino al 1960, l’Etiopia ottenne
l’indipendenza con la restaurazione del negus e l’annessione dell’Eritrea e dell’Ogaden.
Nel 1962 l’autonomia federale dell’Eritrea venne soppressa e iniziò una lotta di liberazione
con l’Etiopia conclusasi solo nel 1993 con l’indipendenza.
Le colonie belghe si limitano al Congo (Zaire) e, dopo il 1919, al Rwanda e Burundi.
Le colonie portoghesi partono dagli antichi possedimenti delle isole di Capo Verde, Sao
Tomé e Principe, per arrivare ai grandi territori di Angola, Mozambico e Guinea-Bissau.
Ideologia e pratica delle amministrazioni coloniali.
Le strutture coloniali istituite dalle diverse potenze furono, nelle loro linee guida, molto
diverse.
I belgi acquisirono il Congo da una holding privata facente capo a re Leopoldo II, poi
travolta dagli scandali. Nella loro amministrazione proseguirono però il principale intento,
quello dello sfruttamento economico, specialmente minierario. La costruzione di
un’imponente rete infrastrutturale e di un apparato amministrativo articolato ed esteso fu
tutta a vantaggio delle Compagnie concessionarie che sovrintendevano all’estrazione. In
Rwanda e Burundi venne messa a punto una politique des races basata sulla superiorità
di certe razze a seconda della maggior centralizzazione dei loro sistemi politici. Prima
della colonizzazione, in Rwanda i clan dei Tutsi e quelli Hutu vivevano mescolati e
organizzati in rapporti clientelari. I belgi favorirono I Tutsi per via di una loro supposta
superiorità etnica e li misero a capo dell’amministrazione indigena e della monarchia
autocratica che venne mantenuta e consolidata. In Burundi vennero invece favoriti i
principi ganwa, poiché il sovrano manteneva funzioni solo rituali.
Gli italiani non adottarono un reale sistema coloniale fino al fascismo, che effettuò
investimenti in infrastrutture, insediamenti e aziende agricole. Gli effetti furono importanti
soprattutto in Eritrea, che beneficiò di una relativa modernizzazione tale da porla
all’avanguardia rispetto al vicino etiopico. È dunque in epoca coloniale che nasce quel
senso d’identità eritreo che poterà alla guerra con l’Etiopia, non volendo i primi
ricongiungersi all’arretrato e feudale impero.
I portoghesi, come gli italiani, istituirono un sistema coloniale solo negli anni Trenta con
Salazar. Il nazionalismo economico puntò a rinnovare i sistemi di sfruttamento per renderli
più produttivi ai fini dell’industrializzazione della madrepatria.
I francesi si basavano sulla dottrina dell’assimilation lanciata da Louis Faidherbe,
governatore del Senegal. L’idea era che la diversità razziale fosse dovuta solo a fattori
culturali e che perciò le popolazioni africane andassero civilizzate in vista di una loro
assimilazione alla civiltà francese. Il sistema dell’indigénat, funzionante prima in Algeria e
poi esteso alle altre colonie, prevedeva un regime amministrativo autoritario capace di
comminare sanzioni penali senza giudizio e costringere i nativi a prestazioni in natura o
lavoro per opere considerate di pubblica utilità (nonostante la legge francese non
consentisse il lavoro forzato). Esenti dal sistema erano solo i francesi, i senegalesi e gli
abitanti dell’isola di St. Marie in Madagascar che dal 1848 godevano della possibilità di
mantenere il loro diritto consuetudinario. In seguito l’esenzione riguardò i principali i
funzionari e notabili indigeni, oltre a coloro che possedevano un determinato patrimonio. I
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francesi furono però spesso costretti all’alleanza con i capi indigeni, specialmente
musulmani, al fine di consentire il funzionamento della loro amministrazione fortemente
accentrata, difficilmente sopportabile tra popolazione abituate a sistemi politici deboli e
dispersi. Molti musulmani risposero alla colonizzazione con de jihad senza fortuna, ma
nell’area sahariana le tensioni rimasero sempre alte. Diversi “Mahdi” assunsero nel tempo
la guida di rivolte religiose represse nel sangue. Molti intellettuali si allearono tuttavia con i
colonizzatori in modo da garantire la difesa di alcuni interessi. In Mauritania i francesi
strinsero alleanza con i capi locali, a cui delegarono il grosso delle funzioni amministratrici,
effettuando un vero proprio governo indiretto. Dopo la guerra mondiale, il sistema cambiò
e favorì il sistema introdotto in Mauritania: ovunque vennero istituiti Conseils de notables
indigenes con poteri consultivi, affiancati ai “commandant de cercle” e nel 1952 attraverso
elezioni venivano scelti i rappresentanti locali ai consigli d’amministrazione coloniali e ai
consigli di governo federali. Il generale De Gaulle alla Conferenza di Brazzaville del 1944
sostenne l’intenzione di trasformare il sistema coloniale di dipendenza in un rapporto di
cooperazione preferenziale con la Francia. Nacque così, dopo la guerra, l’Union
Française con un’Assemblea composta da 204 membri di cui 40 scelti dalle assemblee
territoriali delle due federazioni africane. Venne inoltre portato a 83 il numero di
parlamentari d’oltremare all’Assemblea nazionale. La loi cadre proposta dal socialista
Gaston Defferrre smantellò poi l’AOF e l’AEF garantendo l’autonomia alle diverse colonie.
La svolta verso la piena indipendenza avvenne in seguito alla sconfitta di Dien Bien Phu in
Indocina (1954) e in Algeria. Divenuto presidente sull’onda dei disastri, nel 1958 De Gaulle
fece effettuare referendum in tutte le colonie francesi per trasformarle in membri di una
sorta di “commonwealth” francofono. Solo la Guinea bocciò il progetto, ma il suo no diede
il via all’ondata indipendentista pacifica che dal 1960 portò alla fine di ogni legame tra le ex
colonie e la metropoli. Vanno analizzati in dettaglio alcuni casi particolari:
• Senegal e Mali. Fin dal 1848 i senegalesi, per via del loro antico legame con la
Francia, godevano di pur limitati diritti politici: nel 1914 venne eletto all’Assemblea
nazionale il primo deputato nero. Nel 1920 vennero introdotti nel Consiglio coloniale
venti capi regionali che potevano esprimere il loro parere. Dopo la Prima guerra
mondiale vennero messi a capo dei cantoni i membri di influenti famiglie locali.
Dopo il sì nel 1958 alla proposta di Comunità (97%), il Bloc démocratique
senegalais di Leopold Sedar Senghor si alleò con le forze musulmane per una
continuità di collaborazione con la Francia. Nel 1959 venne istituita una federazione
tra Senegal e Mali, che si sciolse nel 1960 due mesi dopo l’indipendenza dei due
Paesi. Il Senegal si mantenne filo-francese, il Mali scelse il non-allineamento.
• Costa d’Avorio. Le produzioni di cacao e caffè garantirono a questa colonia grandi
guadagni, limitati però solo al sud-est abitato dai grandi piantatori, mentre il nord-
ovest andò spopolandosi e impoverendosi. Nel 1944 il piantatore Felix Hophouet-
Boigny istituì un sindacato per reclamare pari condizioni tra piantatori indigeni ed
europei, creando poi il partito RDA attraverso il quale dominerò la politica ivoriana
fino al 1993.
• Guinea. Nel 1958 la Guinea di Sekou Touré fu l’unica colonia a votare contro la
Comunità francese. I giacimenti di bauxite e ferro ne facevano una zona ricca,
anche se vennero sfruttati solo dopo l’indipendenza. Dal 1946 un forte sindacato si
fece promotore delle lotte di emancipazione, dal quale poi scaturì il Parti
démocratique de Guinée (PDG) di Touré che vinse le prime elezioni legislative del
1956. I primi atti interni furono l’elezione diretta dei sindaci, l’aumento dei salari
minimi e la riduzione delle tasse. Al no del ’58 seguì il ritiro del personale e dei
capitali francesi dal Paese, al quale Touré rispose con l’alleanza sovietica e la
monopolizzazione del potere. 3
• Niger. Al referendum del ’58 il partito al potere, l’Unione démocratique nigerienne
(UDN) di Djibo Bakary sostenne il voto contrario, ma i francesi favorirono
l’opposizione del Bloc nigerian d’action che ebbe la meglio e portò al consenso. Ciò
dimostrò la debolezza di un Paese rimasto sempre poverissimo e completamente
soggiogato dai francesi, che attraverso una politica di “divide et impera” avevano
nel corso della dominazione messo le diverse popolazioni l’una contro l’altra.
Gli inglesi adottarono un’ideologia opposta a quella francese basata sulla sostanziale
universalità del genere umano: la diversità tra le razze è un dato di fatto. Da qui un
sistema teoricamente duale, con la distinzione tra governo coloniale britannico e le native
administrations locali funzionanti attraverso istituzioni tradizionali. Duale in teoria, perché
di fatto il controllo britannico è totale e soprattutto non punta ad alcuna modernizzazione
delle società indigene ma desidera preservare il loro “stato di natura”. Si possono
distinguere comunque tre tipi di dipendenze coloniali:
1. Governo bianco nelle colonie con una forte comunità europea: Sudafrica,
Rhodesia, Kenya) dove e native administrations non si attuano.
2. Sistemi centralizzati esistenti già in precedenza e preservati in virtù dell’idea che i
sistemi gerarchici sono più avanzati (califfato di Sokoto,, Asante, Buganda ecc.).
3. Sistemi acefali, cosiddette backward ribes (arretrate), in maggioranza, dove vi
sono solo forme elementari di alleanze fra clan.
Le native administrations si basano sull’individuazione dei capi legittimi e sulla loro
collaborazione nell’esercizio dell’autorità secondo le leggi consuetudinarie (perciò fu
definito un sistema di administocracy). Laddove non presenti capi legittimi, il governo
britannico individua gli uomini più eminenti della comunità elevandoli al rango di capi. La
costruzione di nuove legittimità si spinge fino alla costruzione di nuove comunità: quelle
più deboli e disperse vengono assorbite dalle maggiori o ristrutturate in modo da andare
incontro alla semplificazione amministrativa britannica. Accanto alle n.a. c’erano poi le
multiple dependencies, misti di colonie e protettorati abitati da sudditi coloniali e dove non
c’era spazio per nessun tipo di rappresentanza degli autoctoni. Una prima apertura verso
una maggior rappresentanza all’interno delle n.a avvenne con il riconoscimento di Consigli
consultivi da affiancare all’eccessiva ingerenza dei re e capi locali, spesso in
contrapposizione col volere dei dominatori. Nel 1947 la riforma Creech-Jones aprì
all’elezione a livello locale di tali rappresentanti, ma non si trattò altro che di un tentativo di
cooptare nel sistema istanze rinnovatrici o voci dissenzienti.
Casi pratici di indirect rule. Il sistema delle n.a fu applicato con casi esemplari in Nigeria
e Uganda.
La Nigeria era in realtà un multiple dependencies ma nei territori prettamente coloniali –
specialmente nel nord - si puntò a far leva sui capi locali. Inizialmente l’autorità fu
concessa solo agli Oba, i “re” dello Yorubaland, a cui negli ’30 vennero affiancati consigli
di notabili per limitare il loro potere autocratico. L’espansione della produzione di cacao,
fortemente osteggiata dai contadini che non volevano sacrificare la loro agricoltura di
sussistenza in favore di una produzione tesa unicamente alla commercializzazione,
garantì forti introiti soli ai capi e aumentò il fenomeno dei senza terra. Ciò provocò un
inevitabile risentimento verso i capi tradizionali, che persero la legittimità e il prestigio agli
occhi della popolazione. Gli Ibo e gli Yoruba divennero le élite istruite poste a capo
dell’amministrazione nigeriana, costruendo di fatto a tavolino una divisione di natura
etnica. Nel 1940 il Colonial Development and Welfare Act puntò al rilancio delle attività
economiche e limitò i poteri delle n.a. attraverso limitate elezioni. Nel 1946 la Costituzione
Richards recepì questo principio in Nigeria permettendo elezioni locali per i tre Consigli
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regionali e per quello legislativo. Nel 1954 alla Costituzione Richards fu sostituita con una
federale che istituì elezioni a suffragio universale garantendo maggiore autonomia per le
tre regioni. All’indomani dell’indipendenza, comunque, la debolezza di un sistema
controllato da una limitata élite istruita fu evidente con lo scoppiare della guerra del
Biafra.
Il ruolo centrale dei britannici nella costruzione di false legittimità ebbe successo
soprattutto in Uganda, che fin dal nome dimostra la volontà dei colonizzatori di porre a
capo di una serie di comunità molto diverse il regno del Buganda, centralizzato e perciò
considerato più moderno. Il kiganda model – il modello amministrativo del Buganda – fu
adottato in tutto il Paese. Questa relazione diseguale non venne limitata dalla blanda
autonomia concessa ai regni di Ankole e Toro: le diverse etnie vennero spesso riunite in
amministrazioni del tutto artificiali. La leadership Buganda fu evidente soprattutto nella
gestione degli introiti derivanti dalle fiorenti coltivazioni di cotone, che negli anni ’20 arrivò
a sottrarre ai contadini i due terzi del prodotto. Il movimento bataka che riuniva i
tradizionali capi-clan terrieri sfidò i latifondisti ottenendo l’appoggio del governo coloniale
che temeva l’abbassamento della produttività. Alla fine degli anni ’30 l’élite nazionalista
buganda si fece interprete di una lotta contro la corruzione e la monopolizzazione del
commercio del cotone da parte degli europei e degli asiatici. Solo nel 1952 questo
movimento condusse alla nascita dell’Uganda National Congress (UNC) slegato
dall’aristocrazia vicina al puramente rappresentativo sovrano buganda, detto Kabaka. A
ciò si contrappose l’Uganda National Movement (UNM) dei latifondisti e dei leader più
tradizionali, che boicottò le elezioni del primo Consiglio legislativo del 1958. Inoltre la
diffidenza tra cattolici e protestanti portò nel 1956 alla nascita del Democratic Party (DP)
cattolico in opposizione al predominio protestante nell’economia e nella società. I cattolici
vinsero nel elezioni nel 1961, ma l’opposizione dei lealisti del Kabaka appoggiati dai
protestanti fece naufragare la leadership del DP e portò a una Costituzione federale
asimmetrica che garantiva al Buganda la sovranità assoluta sul Paese.
Solo nel 1944 un sistema di n.a venne introdotto in Costa d’Oro (Ghana). Il problema qui
riguardava soprattutto la necessità di impedire che lo Stato precoloniale degli Asante
riprendesse il suo antico potere. Deportazioni ed esili garantirono questo risultato per
alcuni decenni finché a partire dal 1935 fu garantita agli Asante la leadership delle n.a. Nel
frattempo si era andata espandendo la fiorente produzione di cacao che fece della terra un
bene prezioso e arricchì
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