Sunto di storia delle idee politiche e sociali
Il corso e le sue finalità
Una spinta alla rilettura dei documenti del femminismo viene dal bisogno di capire quali ostacoli, desideri e fantasie ha incontrato la pratica del primo femminismo che aveva preso le distanze da tutte le contrapposizioni dualistiche. Alcuni passaggi riguardanti il delicato rapporto individuo-genere, individuo-collettivo, visti retrospettivamente, mostrano analogie tra la nascita delle donne alla vita pubblica e la vicenda remota che ha visto il sesso maschile imporsi come la società tutta intera. Altre motivazioni riguardano la realtà in cui viviamo.
Negli anni '70 l’intuizione di una coscienza politica nuova, non solo per le donne, oggi è un dato visibile, ma che vengono analizzati con strumenti interpretativi inadeguati. Ad esempio: tra privato e pubblico, intimità e vita sociale, formazione individuale e cultura di massa, sembra caduto ogni argine: la massa di pensieri, affetti e accadimenti oggi fa spettacolo per il pubblico. Basti pensare allo stupro, che nonostante testimoni la sua parentela col dominio storico di un sesso sull’altro, ritorna subito nell’area meno inquietante della cronaca nera. Stessa cosa per gli omicidi che hanno a che fare con i rapporti familiari.
Perché il privato dopo aver ottenuto un suo posto legittimo sulla scena politica degli anni '70, si è eclissato rapidamente per ricomparire sotto forma di spettacolo nella TV, nella pubblicità e nelle immagini di consumo? Un altro esempio riguarda il dibattito donne e cittadinanza e il problema trae alimento dal fatto che una nuova massa di esclusi, gli immigrati, preme perché si aprano le porte della polis. La conquista del voto ha aperto contraddizioni evidenti. La politica è il terreno della regolazione dei rapporti di potere pubblici, e oggi ancora molte donne esitano a varcare questa soglia.
Diventar cittadine significa riconoscere che c’è stata una polis da cui si è state esiliate, di averne subito le leggi, ma anche di aver fatto proprio quell’altrove in cui si è dovuto vivere. Bisogna quindi indagare la storia del femminismo per cogliere sia le spinte al cambiamento che alla conservazione, il bisogno di uscire dai ruoli tradizionali e la tentazione di impadronirsene. Il femminismo degli anni '70 è un’esperienza particolare che si può comprendere solo con la relazione con altre donne, un pensare insieme che consente di acquisire alla coscienza zone sempre più ampie di inconsapevolezza. Da qui l’importanza della scrittura personale. È necessario anche trovare un linguaggio per esprimere tutto ciò, dopo gli anni '70 non è mai stato creato.
Contro l'autoritarismo patriarcale: le tesi del gruppo Demau
Il Demau è il primo gruppo di donne che si forma a Milano del tutto autonomo da partiti e organizzazioni politiche, anche se alcune donne che lo compongono appartengono alla sinistra o ai cattolici di sinistra. Rispetto alla cultura marxista, economicista, emancipazionista si sente il bisogno di prendere le distanze ma anche di confrontarsi; si cercano le radici dell’oppressione femminile, non solo nell’ambito del lavoro, della politica o del sociale, ma soprattutto nella sessualità e nel rapporto uomo-donna. Si fa perciò riferimento all’antropologia, alla psicanalisi, alla sociologia.
Nel 1968 alcune del Demau entrano nella politica attiva. Nel 1970 arrivano dal movimento femminista americano i primi documenti sull’autocoscienza che danno una nuova scossa: in quell’anno nascono quindi due nuovi gruppi, Rivolta femminile e Anabasi. Il proposito iniziale che ha dato vita al gruppo Demau è quello di ritrovarsi fra donne, di età comprese tra i 25 e 35 anni. L’entrata nel gruppo significa per molte l’interruzione della militanza esterna. Si avvia così il lavoro di ripensamento teorico per capire che significato aveva il ruolo sessuato nella formazione psichica, nei processi di socializzazione e di acculturazione degli individui. Non c’è ancora l’idea di partire dall’analisi di se stesse per cambiare il mondo.
Nel 1966 usciranno le tesi del gruppo su “Il manifesto” i cui punti principali riguardavano la demistificazione dell’autoritarismo patriarcale e la ricerca di autonomia da parte delle donne ed emancipazione dall’uomo; quindi la richiesta di autocritica generale sia da parte delle donne che degli uomini. Si tenta quindi anche una emancipazione degli uomini, incontrando sindacalisti, sociologi, con l’obiettivo di definire un nuovo modo di fare politica. Nel 1967 il Demau partecipa a una discussione dell’UDI sulla legge Bosco, che avrebbe finito per ribadire il ruolo materno e rendere più deboli le donne sul mercato del lavoro. La discussione è animata: c’è una contraddizione legata al fatto che le donne erano ancora legate alla procreazione e alla famiglia.
Il gruppo passa quindi a una pratica di studio e riflessione e analisi di testi, quali Freud, Lacan. Nel 1968 molte studentesse preferiscono ormai fare politica nell’Università e il gruppo si decima. Si riduce a quattro donne che decidono di avviare una ricerca sul vissuto della maternità da parte maschile e femminile. Il progetto però non va in porto. Nel 1970 le notizie che arrivano dall’America diventano rivelative di un’identità ricercata da più di tre anni, attraverso i temi della procreazione e della sessualità, affrontati dal punto di vista psicanalitico e antropologico.
Nel frattempo nascono Rivolta Femminile di Carla Lonzi e Anabasi e iniziano incontri in comune. Sono i primi tre gruppi di autocoscienza. Il Demau torna ad essere numeroso. Tuttavia sono evidenti sin dal principio le differenze tra i gruppi: Lonzi affermava che vi era una cultura femminile parallela a quella maschile, Rivolta Femminile aveva idee più radicali. Tra il 1970 e 1973 il Demau continua a praticare l’autocoscienza, descrivendo da una parte il rapporto con l’uomo, dall’altra il discorso sulla sessualità. La pratica del gruppo comincia a produrre cambiamenti profondi nelle vite, diventa centrale, per uscire dalla solitudine, il confronto con le altre. Il gruppo supporta le differenze ma il rapporto si complica con quelle più politicizzate.
Nel 1972 l’incontro con le femministe francesi produce un nuovo cambiamento: mangiare, dormire, stare insieme assumono un significato politico che prima non avevano. La vita in comune e i rapporti stretti, anche sessuali, diventano pratica politica. Sempre nel '72 a Milano si forma il Collettivo di via Cherubini a cui partecipano anche donne del Demau. Nel '73, alcune donne sentono l’esigenza di indagare l’inconscio e confluiranno nel Gruppo analisi. Molte del Demau non erano d’accordo nel ricorrere alla psicanalisi e il gruppo si scioglie. Una parte del gruppo continua comunque la pratica dell’autocoscienza.
La rivolta femminile di Carla Lonzi
Il Manifesto di Rivolta Femminile firmato da Lonzi, Accardi, Banotti e altre, esce a Roma nel 1970. Nel settembre Lonzi si trasferisce a Milano e fonda un gruppo formato solo da donne. L’esclusione dell’uomo è messa in relazione con la pratica dell’autocoscienza, intesa come scoperta di sé, ritrovamento di una autenticità femminile fuori dai modelli imposti. Si afferma con forza l’attenzione sulla vita personale. Il gruppo darà molta importanza alla scrittura.
Nel gruppo il femminile e il dualismo sessuale sono visti solo come costruzioni del pensiero e della volontà di potere dell’uomo, strumenti ideologici per giustificare il suo dominio. Lo scritto Sputiamo su Hegel si sofferma su due punti in particolare: la critica al potere patriarcale e la differenza tra i sessi. Anche qui viene combattuta la visione del mondo e la cultura dell’uomo, in particolare ci si concentra sulla figura del padre, e di riflesso, l’alleanza possibile tra la madre, il figlio, tra la donna e il giovane, entrambi vittime dell’autorità paterna. La Lonzi fa un attacco frontale a Freud: per entrambi l’asse portante è la legge del padre, ma la Lonzi la combatte.
Per spiegare lo svantaggio della femmina, l’invidia e l’identificazione col maschio, Lonzi parte del pene vezzeggiato, una specie di figlio nel figlio. Per Lonzi la forza della donna sta nel non aver nessuna mitizzazione dei fatti; e stereotipata è l’identità del maschio. L’inconscio maschile ha prodotto anche il sogno d’amore, alimentando il pensiero dei poeti, ha dato forma alla tenerezza, alle emozioni, ma dalla Lonzi non è mai visto sotto questo profilo. Per lei c’è una cesura netta tra il mondo femminile e il mondo maschile.
Per Lonzi inoltre la donna deve solo porre la sua trascendenza: rimasta repressa per lungo tempo, la donna deve iniziare a compiere il suo cammino come soggetto. La donna ha sempre avuto una sua storia, che oggi le consentirebbe di giudicare e combattere la cultura dell’uomo. Nell’estate del '74 uscirono altri due scritti, uno di Rf, Sessualità femminile e aborto; l’altro di Carla Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale. In entrambi domina la preoccupazione di dotare la nascente soggettività della donna di un fondamento solido e autentico che sembra venire soltanto da una ritrovata sessualità femminile, autonoma e differente da quella imposta dall’uomo.
Tale è per Lonzi la sessualità clitoridea che ha rispetto a quella maschile il privilegio di non essere finalizzata alla procreazione. C’è l’esigenza quindi di marcare una differenza, di indicare una sessualità propria femminile: la sessualità vaginale è quella imposta dall’uomo e la donna vi consente per effetto dell’omertà propria del colonizzato. La sessualità vaginale è quindi una sessualità sostitutiva che nasce dalla mutilazione della sessualità clitoridea, l’unica vera per la donna. Quindi il sogno di unione con l’altro non viene assolutamente preso in considerazione, è infatti sicuramente il sogno d’amore, come ideale di ricomposizione armoniosa, che ha contribuito a mascherare l’aspetto impositivo della sessualità maschile, confondendo amore e violenza, sacrificio e realizzazione di sé.
Per abbandonare l’identificazione con l’uomo è necessario analizzare la complessità della vita psichica, le fantasie, i sentimenti che hanno permesso la conduzione tra piacere e sofferenza, tra piacere proprio e piacere dell’altro. Per Lonzi non vi è però nessuna confusione tra i sessi, nessuna ambivalenza, nessuna identificazione o integrazione reciproca. Il dualismo sessuale viene interpretato solo sulla base del dominio storico dell’uomo, quindi liberato dalla contraddittorietà delle figure di genere, o sulla base di differenze fisiologiche.
Lonzi però ha dimenticato che tra una sponda e l’altra viene meno tutta la tessitura della vita psichica, che si rivela invece quando andiamo a leggere dentro le storie personali. È nella vita dei singoli che si leggono le connessioni indistinguibili tra l’eredità biologica e la vita psichica, la cultura e la storia che vi sono cresciute sopra e che hanno influito sull’interiorità. Quindi è necessario per poter parlare di soggettività concreta di fare riferimento all’esperienza dell’individuo e l’autocoscienza è stata questo desiderio.
Nell’altro scritto di Lonzi, La donna clitoridea e la donna vaginale, vengono ripresi alcuni di questi temi, ma con un impianto più organico e in polemica esplicita con la psicanalisi. Lonzi finisce per creare una barriera da cui deriva proprio la pratica dell’inconscio e pensiero della differenza. Per ristabilire un’equivalenza tra sesso femminile e maschile è necessario un fondamento solido, inattaccabile dalle insidie del sogno e dei sentimenti, quale può offrire soltanto la natura. La clitoride, come organo sessuale capace di pure sensazioni carnali è quindi l’equivalente del pene.
Che peso hanno in tutto questi i contenuti psichici? Per Lonzi la complementarietà uomo donna riguarda solo il momento procreativo e se si estende al vissuto erotico-sessuale è per effetto di un’interpretazione suggerita dall’uomo. Quindi da una parte troviamo schiavitù e passività, dall’altra libertà e attività. Nel coinvolgimento emotivo la Lonzi vede la resa femminile all’inganno tesodall’uomo e non la parte attiva che ha la donna nell’alimentare il sogno di un’armoniosa unità a due. Nel dualismo sessuale il polo femminile è però anche attività, forza catturante.
Nella vicenda della nascita e dell’accoppiamento c’è un’altalena di parti. Anche l’uomo porta in sé elementi originari, legati al corpo materno e rimasti in parte nell’inconsapevolezza, ma che si sono travasati nella sua civiltà, lasciando tracce. Sono quei privati simboli corporei che il bambino, sperimenta a contatto con quel primo mondo che lo foggia, il corpo mondo della madre, e sui quali si innesta poi l’universo del linguaggio.
L’autocoscienza e la pratica dell’inconscio sono risultate così impolitiche perché hanno mostrato la confusione tra sé e l’altro, tra amore e dominio, impedendo così la definizione di un’identità femminile autentica. Il punto d’appoggio per la soggettività femminile che comincia il suo cammino nella storia è per Lonzi, la natura. L’anatomia è destino anche per lei: per Lonzi è possibile definire soggetti passivi o attivi a seconda che gravitino verso una sessualità vaginale o clitoridea. Sono evidenti quindi le analogie con il discorso marxista e con la psicanalisi. Si conferma che la vita psichica è inganno dell’uomo e natura.
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