I PADRI GRECI E LA FILOSOFIA
I PADRI APOLOGISTI
Fin dal I sec. Compaiono i padri apologisti, così chiamati per le apologie che composero in difesa
del diritto di essere cristiani in un impero ufficialmente pagano; infatti il termine “apologia”
tecnicamente significa “arringa giuridica”.
Il primo degli apologisti è Giustino (inizio II sec. – 165 ca.), di cui ci sono giunte tre opere:
“apologia I” (150 d. C.), “Apologia II” e il “Dialogo con Trifone”(160 d. C. ca). In questi scritti
mostra come la religione cristiana riesca a risolvere le questioni filosofiche meglio delle filosofie
tradizionali , sostenendo la possibilità di dichiararsi filosofi in quanto cristiani; chiedendosi se gli
uomini vissuti prima di Cristo possano essere ritenuti colpevoli di ignorare una verità che non era
stata loro ancora rivelata, egli distingue una rivelazione universale dalla vera e propria rivelazione
di Gesù Cristo. In altri termini Giustino, rifacendosi al Prologo del Vangelo di S. Giovanni, ritiene
che tutti gli uomini partecipino del Verbo divino per la loro stessa natura e possano quindi essere
giudicati in conformità ad esso. Nell’ “Apologia II” il Verbo divino viene stoicamente definito una
“ragione seminale”, cioè un germe di cui ogni uomo avrebbe ricevuto una particella. In definitiva
Giustino ritiene che siano esistiti dei cristiani e degli anti-cristiani prima di Cristo,
indipendentemente dal loro essere ebrei, pagani o quant’altro. Tale atteggiamento si sviluppa però
in due direzioni: da una parte è apertura verso ciò che ha preceduto il cristianesimo, dall’altra è
affermazione della sua superiorità in quanto massima espressione della verità del Verbo; di qui il
seguente principio:”Tutto ciò che è stato detto di vero ci appartiene” (Apologia II, cap. XIII).
Facendosi portavoce di un cristianesimo particolarmente aperto, Giustino può così rivendicare nello
stesso tempo l’inclusione di ogni verità e di ogni bene all’interno della dottrina cristiana e rivolgere
loro una ricerca che è anche assimilazione.
Discepolo di Giustino è Taziano, che rappresenta però la posizione diametralmente opposta alla sua;
la sua opera principale, l’”Oratio ad greco”, è infatti una condanna senza appello della filosofia
greca, accusata di aver ricavato le proprie idee migliori dalla Bibbia. L’anno di composizione è
incerto; gli studiosi la collocano tra il 166 e il 171, a seconda che ne accentuino gli elementi di
continuità o rottura con la Chiesa. Taziano si avvicinò infatti sempre più alla gnosi di Valentino fino
ad aderirvi nel 172; in seguito se ne allontanò per costituire la setta degli Encratiti, improntata a un
assoluto rigorismo morale (proscrizione del matrimonio, astinenza dalla carne e dal vino…). Per
quel che riguarda l’antropologia, Taziano distingue due diverse dimensioni vitali: da una parte la
Psiuchè, una specie di spirito che penetra tutta al materia e assume forme diverse a seconda degli
esseri che anima; dall’altra lo Pneuma, cioè la parte superiore della’anima propriamente detta in cui
risiede l’immagine e somiglianza dell’uomo a Dio. Non è chiaro se l’anima dell’uomo sia
immortale: su questo punto è abbastanza confusa tanto la posizione di Giustino quanto quella di
Taziano. La sua preoccupazione sembra piuttosto quella di garantirne la resurrezione nel caso sia
mortale e ricondurne l’immortalità alla sola volontà divina in caso contrario. E’comunque su questa
concezione dell’immortalità dell’anima che Taziano ha elaborato la sua morale: l’anima può
ricongiungersi con il principio divino dal quale si è allontanata riaccogliendo in sé lo Spirito che ha
cacciato il peccato. Tale atto di conversione (metanoia) produce un progressivo distacco dalla
materia secondo l’ideale di vita ascetica proprio delle sette gnostiche, di una delle quali Taziano
divenne il massimo rappresentante. In quest’ottica si deve leggere anche la sua distinzione degli
uomini in due gruppi: quelli in cui domina lo Pveuma in opposizione a quelli in cui domina la
Psiuchè. I primi sarebbero lo strumento di cui si serve il Verbo per avvicinare gli uomini e favorirne
la conversione e il distacco dal corpo.
LO GNOSTICISMO DEL II SECOLO E I SUOI AVVERSARI
Il II sec. È attraversato da una profonda inquietudine religiosa: sapere che Dio esiste e che entro
certi limiti è possibile conoscerlo razionalmente non è più sufficiente; ciò che si cerca è
un’assimilazione a Dio, un incontro personale con Dio. Lo gnosticismo risponde a questa esigenza
prendendo spunto da diverse filosofie (stoicismo, platonismo…)e religioni, riadattandole ai propri
scopi. Le coordinate temporali del fenomeno sono incerte , ma Giustino parla delle sette di
Marcione, Basilide e Valentino nel suo “Dialogo con Trifone”, composto tra il 150 e il 160 d.C. I
personaggi citati sono i più importanti esponenti delle dottrine gnostiche . Per “gnosi”s’intende un
sapere il cui possesso assicura la salvezza per liberazione da un errore originario legato alla storia
del mondo. Le differenti mitologie nascono inoltre tutte dal tentativo di risolvere il problema
filosofico dell’origine del male. Se il male è nella creazione e se Dio è assolutamente buono è
necessario riferire l’atto creatore a una divinità inferiore: il demiurgo. Per rimediare al suo errore il
Dio supremo avrebbe avviato un’opera di redenzione alla quale avrebbe preso parte anche Gesù
Cristo; in realtà gli gnostici riducevano il suo ruolo alla sola trasmissione del sapere che salva,
negando ogni significato alla sua passione e morte. In effetti le sette gnostiche facevano un uso
strumentale del cristianesimo,piegandolo ad esempio a un antigiudaismo che gli era in realtà
estraneo. A partire dalla II metà del II sec. una nuova generazione di autori cristiani s’impegna a
difendere l’autenticità ella dottrina cristiana dalle contraffazioni di parte gnostica.
Il pensiero di Ireneo ci è noto attraverso una traduzione latina il cui titolo, “Adversus haereses”,
sostituisce quello originario di “Esposizione e confutazione della falsa conoscenza “ (ghnosis).
L’opera si compone di 5 libri: il primo consiste in un esposizione delle dottrine gnostiche, il
secondo nella loro confutazione , gli ultimi tre nell’esposizione della dottrina cristiana. Ireneo
oppone infatti al “cosiddetto sapere” degli gnostici il “vero sapere” che è l’insegnamento degli
apostoli e la tradizione della Chiesa nel mondo intero. Dall’opera emerge la consapevolezza,
particolarmente tra i primi pensatori cristiani, che l’intelligenza era dalla parte della fede piuttosto
che da quella delle dottrine gnostiche. Si trattava cioè di riconoscere innanzitutto i limiti della
ragione umana: su molte questioni si doveva tacere e riservarle a Dio (“reservare Deo”); del resto le
soluzioni proposte dagli gnostici erano soltanto apparenti, come mostra il paradosso di una divinità
contrapposta a Dio (Demiurgo), ma in ultima istanza debitrice a Dio della propria esistenza. Per
quel che riguarda il nucleo positivo dell’opera, a Ireneo va riconosciuto il merito di aver sottolineato
i punti fondamentali della dottrina cristiana: l’idea di una “creatio ex nihilo” da parte di Dio per
mezzo del Verbo, l’idea di una assoluta bontà di Dio riflessa nello spettacolo del moondo e nella
provvidenza con cui ancora alo governa, e infine il modo dell’ascesa a Dio dell’uomo, considerato
l’unione di anima e corpo. Questa ascesa è dunque resa possibile dalle due facoltà dell’anima:
l’intelletto e il libero arbitrio, posto come fondamento della responsabilità morale e religiosa
dell’uomo. A questo proposito si è parlato per Ireneo di un “pelagianesimo ante litteram”; nei suoi
scritti non si trova però mai l’identificazione pelagiana di grazia e libero arbitrio, mentre
l’attenzione che riserva quest’ultimo può essere spiegata con l’intento anti-gnostico dell’opera:
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