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Alcune delle opere di Husserl vengono citate secondo le sigle qui di seguito

riportate, insieme con il numero di pagina dell’edizione utilizzata (cfr.

Bibliografia):

EG = Esperienza e giudizio.

Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia

Idee I = fenomenologica.

Libro primo: Introduzione generale alla fenomenologia pura.

LFT = Logica formale e trascendentale.

Ricerche logiche. Il numero romano anteposto a questa sigla

RL = indica la

Ricerca logica cui si fa riferimento.

La Terza Ricerca logica

§ Definizioni preliminari a una teoria dell’intero e della parte

1

La terza delle Ricerche logiche , intitolata “Sulla teoria degli interi e delle parti”,

consta di due capitoli: nel primo vengono introdotti i concetti chiave attraverso un

approccio “descrittivo” al tema, centrato sulla presentazione di casi paradigmatici e

sulla messa a confronto delle diverse prospettive elaborate sulla loro base; nel

secondo si abbozza un principio di sistematizzazione dei risultati conseguiti

all’interno di una teoria assiomatico - formale, in realtà indicando soltanto la via da

2

seguire piuttosto che inoltrandosi effettivamente in essa . Le ragioni di questa

suddivisione interna sono da Husserl rintracciate nella necessità di una

chiarificazione dei concetti che preceda e renda possibile la loro schematizzazione

3

logica, oltre che nelle finalità più generali dell’opera . In apertura del primo capitolo

l’interesse di una teoria degli interi e delle parti per il punto di vista eminentemente

logico cui Husserl vuole attenersi in quest’opera è ricondotto alla sua estrema

generalità: due oggetti qualunque possono essere legati o da un rapporto di parte e

intero oppure di parti connesse tra loro e, ancor più fondamentalmente, ogni oggetto

è una parte reale o possibile di un intero. La possibilità che un oggetto sia parte

senza essere intero, senza avere cioè altre parti sotto di sé, porta poi alla distinzione

ideale tra oggetti semplici e composti. Queste prime considerazioni si segnalano per

la loro chiarezza e intuitività, ma Husserl si preoccupa di evidenziare fin da subito

come il significato dei termini

1 Le Ricerche logiche (Halle 1900-1901, 1913-1922) segnano il passaggio di Husserl alla

“fenomenologia” come proprio metodo di chiarificazione filosofica (una fenomenologia tuttavia non

ancora “trascendentale”). In quest’opera egli, partendo da una critica della concezione psicologistica

della logica allora dominante che la riduceva a teoria delle leggi sottese ai concreti processi di

pensiero, recupera e sviluppa in modo nuovo l’idea della stessa come “dottrina della scienza” propria

della filosofia moderna. É in particolare il concetto leibniziano di mathesis universalis a orientarlo verso

una concezione “matematizzante” della logica, di una logica cioè che trova nella “teoria delle forme di

teoria” la propria espressione più autentica. Lo svolgimento di questa concezione porta Husserl a

elaborare una teoria del significato, o “apofantica formale”, che indaga le distinzioni essenziali in

ambito semantico (“espressione”, “significato”, “segnale”, “simbolo”) e risulta intrinsecamente

connessa a una teoria dell’oggetto, o “ontologia formale”. Questa correlazione è alla base della tesi

che i significati possano trovare “riempimento” nelle intuizioni degli oggetti corrispondenti su cui si

basa la teoria della conoscenza proposta nella Sesta Ricerca logica.

2 Cfr. Piana 1977, pag. 2.

3 «[…] la nostra indagine analitica non può ancora una volta essere determinata dalla sistematicità

delle cose. Non possiamo lasciare inverificati quei difficili concetti con i quali operiamo e che debbono

servirci in un certo senso come leve, in attesa che essi arrivino a presentarsi nella connessione

sistematica nel campo della logica. Tanto più che qui noi non lavoriamo ad un’esposizione sistematica

della logica, ma alla sua chiarificazione critico-conoscitiva e, al tempo stesso, ad un’elaborazione

[

preliminare in vista di ogni esposizione futura di questo genere.» III RL, pag. 17].

2

3

impiegati si allontani in certa misura da quello corrente per una maggiore generalità.

Sempre per questo motivo egli sottolinea l’opportunità di parlare di “oggetti” piuttosto

che di “contenuti”, rimandando quest’espressione a un ambito ritenuto

alternativamente troppo “psicologico” [III RL, pag. 21] o troppo “fenomenologico” [III

RL, pag.28] rispetto a quello programmaticamente assunto come vincolante (il che

non impedirà ad Husserl di impiegare ampiamente il termine di “contenuto” in luogo

di “oggetto”). Gli “oggetti” di cui egli parla devono essere dunque intesi in un senso

più ampio del solito, e così anche il termine “parte”. Ecco infatti la definizione che ne

viene data:

«Noi intendiamo il concetto di parte nel suo senso più lato che consente di designare

qualsiasi parte che sia discernibile “in” un oggetto o, in termini oggettivi, che

“sussista” in esso. Parte è tutto ciò che l’oggetto “ha” in senso “positivo” (real), o

meglio reale (reell), nel senso di ciò che lo costituisce effettivamente, considerando

l’oggetto in sé e per sé, quindi facendo astrazione da tutti i nessi nei quali esso è

intessuto. Di conseguenza ogni predicato “positivo” non relativo rimanda ad una

parte dell’oggetto-soggetto. Così, ad esempio, rosso e rotondo, ma non esistente o

4

qualcosa.» [III RL, pag. 20] .

§ Il concetto di “rappresentabilità separata”

Il punto è che noi non saremmo portati a intendere i predicati “rosso” e “rotondo”

come parti dell’oggetto e questa differenza tra il significato che Husserl assegna ai

termini in questione e quello comune emerge nel modo più chiaro con l’introduzione

della distinzione tra parti indipendenti e non-indipendenti: una parte è detta

“indipendente” se può essere rappresentata separatamente dall’intero, “non-

indipendente” in caso contrario. Il modo più semplice per una prima comprensione

del concetto di “rappresentazione separata” sembra essere quello di considerare gli

esempi proposti da Husserl: quello della “testa di cavallo” per le parti indipendenti e

quello del “colore”per le parti non-indipendenti. La differenza è che nel primo caso è

possibile rappresentarsi quel contenuto indipendentemente da ogni

4 Per quanto riguarda la distinzione “real” – “reell” si rimanda alla nota terminologica di Piana a

conclusione del II vol. delle “Ricerche logiche”: «nelle R. L., il termine real viene usato come opposto a

ideal, ed indica la realtà empirica, “esterna”. Reell è invece ciò che è dato effettivamente nel vissuto,

quindi sia i suoi elementi costitutivi, sia tutte le datità fenomenologiche in quanto risultato della

[

neutralizzazione di ogni posizione esistenziale.» III RL, pag. 556].

4

contenuto dato insieme ad esso, nel secondo questa possibilità è invece fortemente

ridimensionata dal nesso che lega necessariamente il colore ad un’estensione: posso

5

rappresentarmi qualunque colore ma sempre come colore di un qualcosa di esteso .

In questo modo la distanza che separa il significato comune dei termini “oggetto” e

“parte” da quello qui proposto può essere precisata ulteriormente: quando noi

impieghiamo quei termini nel linguaggio ordinario intendiamo le sole parti

indipendenti, cioè «cose fenomenali» [III RL, pag.23] o frazioni rispettivamente,

mentre in Husserl essi hanno un significato più generale di cui queste sono solo

alcune delle specificazioni possibili. 6

Husserl dichiara di aver ripreso queste considerazioni da Carl Stumpf , che nella sua

Über den psychologischen Ursprung der Raumvorstellung divide i contenuti in due

classi: da una parte quelli che non sono toccati dalla modificazione o soppressione

dei contenuti dati insieme ad essi e che chiama “indipendenti”, dall’altra quelli che

sono invece strettamente connessi ad essi e che chiama “parziali”. La discussione su

alcuni esempi relativi ai rapporti tra colore, estensione e figura di un oggetto

evidenzia però delle divergenze rispetto all’approccio generale di Stumpf e spinge

Husserl a una trattazione più esaustiva del concetto di “rappresentabilità separata”

quale criterio discriminante delle parti indipendenti all’interno della sua prospettiva. Il

punto che gli preme sottolineare è soprattutto quello della validità ideale del nesso tra

quest’ultime, rispetto a una serie di questioni che possono invece sorgere nelle

concrete circostanze della loro esemplificazione intuitiva e che rimandano a una

dimensione non più logica ma empirica del problema. Quando si parla della

“rappresentabilità separata” o dell’ “indipendenza” di alcuni contenuti non si sta

sostenendo che è possibile annullare ogni contesto circostante , cogliendoli nella loro

individualità, come se fossero, per così dire, “sospesi nel vuoto”; una simile possibilità

è esclusa per principio e non soltanto perché ogni contenuto sarebbe sempre

rappresentato insieme a uno sfondo dal quale emerge, ma ancor più

fondamentalmente perché ogni contenuto è un momento del flusso di coscienza

dell’individuo che se lo rappresenta ed è per questo costitutivamente

5 Leggiamo infatti più avanti: «il colore di questa carta è un suo momento non-indipendente, esso non

è soltanto una parte di fatto, ma nella sua essenza, secondo la sua specie pura, un colore è

predestinato ad essere parte, infatti un colore può esistere puramente in quanto tale ed in generale

soltanto come momento di un oggetto colorato.» [III RL, pag.32].

6 Carl Stumpf fu allievo di Brentano, come Husserl, che con lui si addottorò ad Halle nel 1887 e a lui

dedicò le Ricerche logiche. Sulla rilevanza del contributo di Stumpf allo sviluppo della fenomenologia

husserliana, cfr. Vittorio De Palma 2001. 5

legato ad altri contenuti. Per questo Husserl può affermare che «in questo senso, tutti

i contenuti sono inseparabili» [III RL, pag.26]. La “rappresentabilità separata” deve

essere piuttosto intesa come possibilità di alterare il contesto rappresentazionale in

cui è dato il contenuto in questione senza essere impediti da alcun vincolo

essenziale, in modo cioè del tutto arbitrario. Nel caso dei contenuti non-indipendenti

emerge invece un nesso di modificazione funzionale che vincola questo esercizio di

variazione nella fantasia a limiti ben precisi: dato un certo colore posso variare a

piacere l’estensione della superficie di cui è colore senza poterne però fare a meno.

Non bisogna comunque esagerare i meriti di un simile procedimento mentale: la sua

funzione non è dimostrativa né la sua applicazione del tutto esente da distorsioni

d’ordine esistenziale o empirico. Entrambi gli aspetti possono essere ricondotti al

carattere essenziale dei vincoli di non-indipendenza così messi allo scoperto, in

quanto cioè fondati nelle essenze dei contenuti in gioco, nei loro “generi” o “specie”

pure, come direbbe Husserl. Più che il procedimento in sé è dunque importante il

senso che lo accompagna in quanto è questo il principio cui appellarsi per

distinguere tra parti indipendenti e non-indipendenti. Il nesso che lega queste ultime

non è insomma qualcosa che possa esser dedotto dalle diverse situazioni cui

abbiamo dato forma nell’immaginazione, le quali, per quante siano, non potranno mai

restituire la generalità delle specie corrispondenti, ma piuttosto qualcosa che emerge

attraverso di esse e al di là di esse, uno sfondo comune che s’impone alla nostra

attenzione e viene sempre più in primo piano nel corso di questo esercizio

dell’immaginazione. La necessità che lega tra loro le parti non-indipendenti è così da

7

Husserl distinta tanto da quella che contraddistingue le leggi naturali della scienza ,

quanto da vincoli di carattere soggettivo o psicologico che anche quando entrano in

gioco non possono intaccarne la validità logica [III RL, pagg. 27, 30]. Alla base di

8

tutto ciò vi è dunque quell’ «intreccio dell’epistemologico e dell’ontologico» che

7 Su questo Husserl sembra in sintonia con Hume, secondo il quale il nesso che ad esempio lega il

fuoco alla sensazione di calore sarebbe dovuto solo al reiterarsi di determinate esperienze e

all’abitudine che ne consegue. Il condizionamento esistenziale cui può andare incontro l’esercizio di

variazione immaginativa è esemplificato nel modo migliore dagli oggetti profondamente radicati

nell’interiorità del soggetto: il ricordo o l’immagine mentale di luoghi in cui s’è vissuto a lungo o

l’aspetto fisico dei propri familiari presentano in questo senso una particolare “compattezza” e

resistenza a operazioni mentali del tipo descritto.

8 Benoist J., 2006, pag. 44. 6

porta Husserl a vedere nell’espressione “pensare” il senso autentico di ciò che

9

intende con “rappresentare” , e quindi a pronunciarsi in questi termini:

«Ciò che noi non possiamo pensare non può essere, ciò che non può essere noi non

lo possiamo pensare: questa equivalenza definisce la differenza tra il concetto

pregnante del pensare e quello del pensare e del rappresentare in senso comune e

soggettivo.» [III RL, pag. 30].

In definitiva la distinzione tra parti indipendenti e non-indipendenti ha il proprio

fondamento nella natura stessa degli oggetti e non ha niente a che vedere con

concrezioni di senso di natura soggettiva o psicologica. A questo punto Husserl

passa a criticare un modo «molto diffuso» e «seducente» [III RL, pag. 28] di

impostare la distinzione tra parti indipendenti e non-indipendenti, vale a dire l’idea

che le prime possano essere “rappresentate in se stesse” mentre le seconde solo

“notate in se stesse”. Husserl rileva come questa distinzione non sia legittima. Se

infatti con l’espressione “in se stesse” s’intende sempre, per così dire, “l’andare a

segno” dell’atto rivolto all’oggetto, la sua presa su di esso, allora non avremmo

trovato alcun criterio sulla cui base distinguere tra parti indipendenti e non-

indipendenti: tanto le prime quanto le seconde possono essere infatti sia notate in se

stesse che rappresentate in se stesse ed è proprio questo ciò che generalmente

avviene e ci consente di parlarne [III RL, pag. 29]. A questo punto, dal momento che

le parti indipendenti sono frazioni concrete dell’intero e quelle non-indipendenti suoi

“momenti astratti” si potrebbe esser tentati di ricondurre le prime all’atto del

rappresentare e le seconde a quello dell’astrarre, spiegandone così l’indipendenza e

non-indipendenza con l’indipendenza e non-indipendenza degli atti relativi (l’astrarre

presuppone infatti un rappresentare da cui prendere le mosse). Husserl respinge

però questa soluzione in quanto connessa a questioni di tutt’altro genere e

inadeguata a esprimere il carattere “ontologico” della differenza in questione [III RL,

pag. 39]. Un ultimo errore da evitare è quello di confondere il discorso sulle parti

indipendenti e

9 Il vantaggio dell’espressione “pensare” rispetto a “rappresentare” sembra essere dovuto anche al

fatto che è possibile rappresentarsi il colore determinato di ciò che resta identico al variare di altri

aspetti dell’estensione che ricopre, ma non la legge essenziale corrispondente secondo cui “il colore è

sempre colore di un’estensione”. Qui sono infatti chiamate direttamente in causa le specie pure, delle

quali non può esserci rappresentazione ma solo pensiero, tenendo però fermo il senso “pregnante” di

pensiero cui si fa qui riferimento, inscindibile dalla caratterizzazione intuitiva che riceve in Husserl: se

da una parte infatti «intuire non equivale a pensare», dall’altra «lo scopo, la conoscenza vera è il

pensiero che attinge evidenza dall’intuizione» [II RL, pagg. 440, 441].

7

non-indipendenti con quello relativo ai caratteri di “distinzione” o “fusione” dei contenuti

percettivi. Ciò che s’intende con queste espressioni è presto detto: quando noi

percepiamo una figura colorata possiamo farlo perché questa emerge da uno sfondo di

un altro colore, perché ottiene risalto rispetto ad esso. In casi di questo genere è la

discontinuità tra qualità contigue a orientare la nostra percezione verso una determinata

partizione del suo contenuto, lungo linee di divisione già date. Quando invece una

qualità, nel nostro esempio il colore, presenta una distribuzione uniforme o continua su

un certo sostrato, in questi casi si parla di contenuti intuitivamente “fusi” che confluiscono

gli uni negli altri “senza lacune” [III RL, pag. 35]. La distinzione appena tracciata non

deve però essere confusa con quella tra contenuti indipendenti e non-indipendenti,

avendo questa una portata ontologica che manca alla prima, pur esibendo anch’essa

una propria essenzialità, per quanto r

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/06 Storia della filosofia

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