Filosofia teoretica: Schizzi pirroniani
[§1] Chi imprende una ricerca qualsiasi, conviene che metta a capo o alla scoperta di ciò che cercava, o alla negazione di esservi riuscito e alla confessione che la cosa è incomprensibile, o alla persistenza nella ricerca stessa. Così anche di coloro che le loro ricerche volsero alla filosofia: alcuni avrebbero affermato di aver trovata la verità (i dogmatici come gli aristotelici, gli epicurei, gli stoici e altri), altri avrebbero dichiarato trattarsi di cose incomprensibili (i seguaci di Clito Marco e di Carneade e altre accademici), altri persisterebbero tuttora a cercare. [...] dell'indirizzo scettico diremo sommariamente [...] che nulla di quanto sarà detto intenderemo affermare che sia proprio così come noi diremo, ma, con intento investigativo, a ciascuna cosa riferiremo quello che al presente ci pare Sesto Empirico nel chiarire la posizione teorica del proprio scetticismo all'interno del panorama filosofico, suddivide tutte le correnti di pensiero dell'epoca in:
- Dogmatismo positivo: una tendenza (che riconduce a correnti quali il platonismo, stoicismo, aristotelismo) caratterizzata dall'affermazione positiva della verità sulla natura delle cose; fa riferimento a coloro che pretendono di possedere dottrine definitive e certe.
- Dogmatismo negativo: (che riconduce all'Accademia media platonica, in particolare Carneade e Clitomaco), in cui si afferma dogmaticamente la non conoscibilità delle cose; finendo per negare l’assunto fondamentale della dottrina pirroniana: la sospensione del giudizio sostituita da Carneade con il criterio del "persuasivo" e da Arcesilao con quello del "ragionevole".
- Autentico scetticismo: che sta ad indicare quell'atteggiamento filosofico che, riconoscendo l’impossibilità umana di giungere ad una verità oggettiva, rinuncia a tal pretesa praticando la sospensione del giudizio, cioè rinviando indefinitamente la valutazione ultima dello stato di cose, che costituisce al contempo il monito propulsivo ad una continua ricerca (skepsis, da cui proviene il termine "scetticismo").
Egli può tranquillamente accettare di consentire ad una o un'altra rappresentazione, pur consapevoli che tale assenso non è mai assoluto e può sempre essere revocato. Non è una filosofia che pretende di asserire qualcosa ma che mette in discussione l'asserzione stessa.
La sospensione del giudizio
[§4] Lo scettico esplica il suo valore nel contrapporre i fenomeni e le percezioni intellettive in qualsivoglia maniera, per cui, in seguito all'ugual forza dei fatti e delle ragioni contrapposte, arriviamo, anzitutto, alla sospensione del giudizio, quindi all'imperturbabilità. Diciamo "valore" senza annettere a questa parola nessuna significazione sottile, nel suo senso semplice rapporto al verbo valere. Alla parola "fenomeni", diamo ora, il significato di dati del senso, e perciò contrapponiamo a questi le percezioni dell'intelletto. È in vero, perché questa contrapposizione la facciamo in varie maniere, [...]. Oppure si riferisce ai fenomeni e alle prestazioni intellettive, come dire in qualsivoglia maniera quelle questi accadono senza, cioè [...] prendendo queste dominazione loro significato semplice piano. Per "ragioni contrapposte" non intendiamo assolutamente l'affermazione la negazione, si viene, semplicemente, ragioni che si combattono fra loro. Per "ugual forza", poi, intendiamo parità rispetto alla credibilità e alla non credibilità, in modo che nessuno delle due ragioni contrastanti sia preferita all'altra.
"Sospensione del giudizio" è un atteggiamento della mente, per cui ne rifiutiamo, ne accettiamo. Sesto individua l'essenza dell'autentico scetticismo nella capacità dialettica di saper contrapporre tra di loro due ragioni uguali e contrarie, per cui ad ogni argomento sostenuto è ipotizzabile uno opposto di pari valore. Cosicché proprio in virtù dell'equipollenza presente nei fatti e nei discorsi contrapposti, lo scettico giunge dapprima alla sospensione del giudizio, atteggiamento che gli impedisce di affermare o negare dell'una o l'altra cosa, e subito dopo l'imperturbabilità, percorribile solo rinunciando alla pretesa d'una verità universale. Sesto vuole qui evidenziare il nesso esistente tra la sospensione di giudizio (epoché) e imperturbabilità dell'animo (ataraxía), difatti l'inquietudine esistenziale dell'uomo deriva dal bisogno incontrollabile di conoscere e valutare le cose.
[§13] Poiché dicevamo che alla sospensione del giudizio in ogni cosa consegue l'imperturbabilità, ne seguirebbe che dicessimo in quale modo si attua in noi questa sospensione del giudizio. Essa si attua, per parlare in generale, per mezzo della contrapposizione dei fatti. [...] Così contrapponiamo dati del senso a dati del senso quando diciamo "la stessa Torre di lontano appare rotonda da vicino quadrata", dati dell'intelletto a dati dell'intelletto, quando a colui che afferma esistere una Provvidenza deducendola dall'ordine che regna nei fenomeni celesti, opponiamo che i buoni sono spesso infelici e tristi felici e, perciò, concludiamo che la provvidenza non esiste [...]. In altro senso opponiamo talora cose presenti a cose presenti, talaltra invece cose presenti a cose passate o a cose future. Così quando uno ci obietti un'argomentazione che non siamo in grado di risolvere, gli rispondiamo: come prima che nascesse colui che introdusse la setta che tu segui, il ragionamento propugnato da essa non si manifestava ancora come valido, sebbene sussistesse in quanto si riferisce alla realtà, così è possibile che sussista, in quanto si riferisce alla realtà, un'argomentazione opposta quella che tu obiettivi ora, sebbene essa non appaia ancora noi talché Noi non dobbiamo peranco assentire a ragionamento che pare ora essere il valido. La sospensione del giudizio consiste nel sospendere il proprio assenso dinanzi alla pretesa che si possa ricavare, a partire dalle percezioni sensibili o dai dati del pensiero, una verità incontestabile e definitiva. Infatti i pensieri e fenomeni si oppongono con uguale forza persuasiva, così ché qualsiasi enunciato è tale per cui sia la sua affermazione, sia la sua negazione infine si equivalgono. La possibilità infinita di contrapporre argomenti contrari, mette in evidenza la natura contraddittoria non solo della ragione, ma anche delle nostre percezioni sensibili, che ci impediscono in ultima istanza di stabilire quale tra le osservazioni presentate sia quella conclusiva. Lo scetticismo dispone dunque, attraverso la contrapposizione di fatti, degli strumenti per confutare le altre filosofie di modo che, laddove non riesca a confutare l'avversario egli si appelli al continuo procedere dialettico dei ragionamenti per cui "è possibile che sussista un'argomentazione opposta quella che tu obiettivi ora, sebbene essa non appaia ancora noi," e non bisogna quindi di conseguenza "assentire a ragionamento che pare ora essere il valido".
[§7] Diciamo che lo scettico non dogmatizza, non nel senso in cui prendono questa parola alcuni, per i quali, comunemente è dogma il consentire una cosa qualunque, poiché alle affezioni che conseguono necessariamente alle rappresentazioni sensibili assente lo scettico. Diciamo che non dogmatizza nel significato che altri danno alla parola dogma, cioè assentire a qualcuna delle cose che sono oscure e formano oggetto di ricerca per parte delle Scienze. Ma nemmeno dogmatizza nel proferire circa le cose oscure, le espressioni come, "per nulla più", oppure, "non stabilisco nulla". Poiché colui che dogmatizza, pone come vera è reale la sua asseverazione, mentre lo scettico pone queste espressioni non come vere reali in senso assoluto. Come infatti l'espressione "tutte le cose sono false" afferma, insieme con la falsità di tutto il resto, anche la falsità di se stessa, Sesto Empirico ci propone qui una prima distinzione tra due differenti modi di intendere l'assenso:
- Assentire significa affermare positivamente la validità effettiva di una determinata proposizione. L’assenso fa riferimento ad una verità assoluta come presunzione di una piena credenza.
- Consentire significa affermare istintivamente una sensazione sensibile senza alcun ragionamento, il consenso è un’assenso parziale che concediamo alle cose della vita, a quelle verità che non chiamano in causa nessuna argomentazione (sono seduta su una sedia).
La tesi scettica è che alla fine noi esseri razionali non ci distinguiamo tanto dagli animali in quanto non abbiamo una dimostrazione dell'esistenza del mondo, tuttavia non la mettiamo in discussione. In questo passo Sesto, difendendosi dalle accuse dei dogmatici, afferma che lo scettico non dogmatizza nel senso comunemente inteso per cui egli consente le affezioni del senso (particolare condizione sensibile di chi subisca un'azione o una modificazione esterna), ma piuttosto non dogmatizza nel senso che non concede il suo assenso a proposizioni incerte o oscure, che non possano cioè essere oggetto di evidenza. Tuttavia quand'anche lo scettico si esprime a riguardo attraverso espressioni parossistiche come “non stabilisco nulla” o “tutte le cose sono false, non dogmatizza, cioè non afferma assolutisticamente il suo ragionamento come vero e indiscutibile, difatti tali espressioni denotano la loro stessa falsità o invalidità.
Distinzione tra fenomeno e cosa in sé
[§10] Coloro che dicono che gli scettici sopprimono i fenomeni Parmi non abbiamo udito quello che da noi si dice: che noi non so avvertiamo quello che, senza il concorso è la volontà, ci conduce ad assentire in conformità con l'affezione che consegue alla rappresentazione sensibile, e questi sono i fenomeni. Quando, invece, investighiamo se l'oggetto è tale e quale appare, noi concediamo che esso appaia in quella data in maniera, ma investighiamo, non già intorno al fenomeno, ma intorno a ciò che si afferma del fenomeno; e questo è altra cosa dal investigare circa il fenomeno stesso. Se, anche, solleviamo delle questioni direttamente circa i fenomeni, non lo facciamo perché si voglia sopprimere i fenomeni, ma per dimostrare la sconsideratezza dei dogmatici. Se, infatti, il ragionamento si palesa tale un ingannatore, che per poco non riesce a sottrarci perfino i fenomeni di sotto gli occhi, come lo si deve guardare con diffidenza nelle cose oscure che non vogliamo lasciarci andare seguendolo, ad asserzioni temerarie?
Lo scettico non nega l’esistenza dei fenomeni, i quali sono affezioni del corpo scaturite dall’interazione con gli oggetti esterni, ma nega la loro oggettività. Dunque non mette in discussione che l’oggetto sia percepito in quel dato modo dai nostri organi di senso ma ciò che i dogmatici affermano a riguardo, ossia che tale rappresentazione sensibile coincida interamente con l’oggetto in se stesso. Sesto Empirico introduce dunque un’importante distinzione a più livelli tra: il fenomeno in sé e l’affermazione che si da di un fenomeno (a cui corrisponde una negazione di uguale valore); e la distinzione esistente tra il fenomeno e l’oggetto di cui il fenomeno è manifestazione di modo che "essi dicono non dicano mai-essere- ma sempre -sembrare-":
- Il fenomeno inteso come la manifestazione dell’oggetto, è apparenza (fantasma), ossia un fenomeno percettivo che non risiede tanto nei corpi quanto nelle nostre strutture conoscitive. Dunque conosciamo la manifestazione dell’oggetto e non l’oggetto in quanto tale, che però esiste come causa delle nostre percezioni: se tra la cosa e il fenomeno non esiste alcuna forma di trapasso, allora il fenomeno è l’interfaccia che si sostituisce alla cosa.
- Cosa in sé (realtà che trascende l’individuo). Le diverse manifestazioni dell’oggetto sono riunite nell'oggetto stesso, il quale persiste al di là della singola percezione. L'oggetto è qualcosa che si manifesta ma non è quella manifestazione e si pone dunque al di là della dimensione fenomenica (spia di trascendentalismo)
Dire che lo scettico assume un atteggiamento antimetafisico non vuol dire che nega la metafisica o la sensatezza della metafisica, bensì potrebbe voler dire che nega l'accessibilità della metafisica. Allora sembrerebbe che lo scettico non sia un filosofo antimetafisico, ma sia un metafisico deluso. Colui che dice che la metafisica c'è, ma altrove.
Sesto cartesio
Il dubbio dello scettico mette in discussione la possibilità di giungere ad una certezza. Il dubbio non è scettico, ma metodico, cioè ogni affermazione deve passare attraverso il dubbio per arrivare a una certezza. Distinzione tra fenomeni, riferiti agli oggetti dell'esperienza, di cui conosciamo la manifestazione) e stati mentali sono affezioni del corpo, ossia fenomeno che non si verifica primariamente nella mente ma nella realtà esterna.
[§11] Diciamo dunque che il criterio dell'indirizzo scettico è il fenomeno, vale a dire, la rappresentazione sensibile, che, poggiato sulla Persuasione e sull'affezione involontaria, non può essere oggetto di investigazione. Perciò nessuno, forse, contesterà che l'oggetto appaia così o così, ma si farà questione su questo, se sia tale e quale appare. Onde, riferendoci ai fenomeni, viviamo senza dogmi, osservando le norme della vita comune [...] deve consistere nella guida della natura, in quanto siamo per natura forniti di senso e intelligenza; nell'impulso necessario della affezioni, in quanto la fame ci conduce verso il nutrimento; nella tradizione delle leggi e delle consuetudini, in quanto consideriamo la pietà come un bene e l'empietà come un male rispetto alla vita comune; nell'insegnamento delle Arti in quanto non siamo inattivi nelle arti che apprendiamo. La scuola scettica stabilisce come criterio della vita pratica il fenomeno, in quale rappresenta il terreno di appartenenza comune a tutti gli uomini. La vita del filosofo, dunque, si radica così nella vita ordinaria, alla stregua degli altri uomini; ed è scandita da quattro criteri, assunti in senso non dogmatico, che sono: la guida della natura che ha disposto in noi intelligenza e percezione sensibili, la necessità delle affezioni, le leggi e le consuetudini, valori non assoluti ma relativi finalizzati all’autoconservazione della società, l’insegnamento delle arti, che sono attivamente praticate dagli uomini. Alla cosiddetta “obiezione di inattività” per cui la sospensione del giudizio impedirebbe allo scettico di agire – e quindi di vivere, Sesto risponde affermando che per agire siano necessarie tre cose: impulso, impressione.
Etica scettica
[§12 parte 1] A quanto abbiamo detto dovrebbe seguire l'esposizione del fine dell'indirizzo scettico. Per fine intesi ciò a cui si riferisce tutta la nostra attività pratica o teoretica, mentre esso non si riferisce al nulla. Diciamo finora che il fine dello scetticismo è l'imperturbabilità nelle cose opinabili e la moderazione nelle affezioni che sono per necessità [...] Chi infatti crede nell'esistenza di qualche cosa che sia bene o male per natura, si conturba continuamente, quando non possiede quello che egli ritiene essere bene, e quando crede d’essere perseguitato da quello che ritiene essere male per natura. Chi invece, dubita se una cosa sia bene o male per natura, ne fugge ne persegue nulla con l'ardore perciò è imperturbato. Non perciò riteniamo che lo scettico vada del tutto esente da turbamenti, ma diciamo che gli è turbato da fatti che sono per necessità, giacché ammettiamo che talora egli soffra il freddo e la fame. Lo scettico sopprimendo quell’ opinamento che gli altri aggiungono alla affezione, cioè che ciascuno di questi stati è un male per natura, se ne libera con turbamento minore. La sospensione del giudizio, porta infine all'obiettivo ultimo dello scettico, ovvero l'imperturbabilità (sia nell'ambito delle opinioni, che del moderato patire) di fronte alle necessità ineluttabili dell'esistenza umana. Bene e male, così come il turbamento o la tranquillità dipendono infatti dalla nostra rappresentazione delle cose; di modo che laddove l’uomo attribuisce un giudizio positivo o negativo agli eventi necessari della natura, egli soffre doppiamente una volta privato di ciò che giudica bene. Lo stoico invece sospendendo ogni giudizio su ciò che appare bene o male, e prendendo coscienza di come le cose di per sé siano per natura siano indifferenti, riesce a raggiungere quell’apatia che gli permette di vivere con distacco emotivo le situazioni della vita. Tuttavia, precisa Sesto, proprio perché lo scettico consente al fenomeno che vede, sarebbe assurdo pensare che possa essere totalmente imperturbabile, difatti egli subisce l’affezione delle cose che sono per necessità (come la fame e la sete), ma non vi addiziona la frustrazione derivante dalla negazione di ciò che egli desidera per sé. In qualche misura lo scettico ha preso commiato da quello che renderebbe il dolore ancora più drammatico, accettando in questo modo il perpetuo oscillare dei beni e dei mali della vita. Tale atteggiamento è esemplificato dalla celebre immagine pirroniana del maiale che mangia indifferente dinanzi.
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