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Riassunto esame Storia della Filosofia Antica, prof. Bonazzi, libro consigliato Il Sofista di Platone Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Storia della Filosofia Antica, basato su appunti personali e studio autonomo del dialogo consigliato dal docente Il Sofista di Platone. Gli argomenti trattati sono i seguenti: lo Straniero di Elea, la prima definizione di “Sofista”, una seconda definizione di “Sofista”, le arti che potrebbero essere produttive.

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Esame di Storia della filosofia antica docente Prof. M. Bonazzi

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Si profila una 5° definizione:

Agonistica come

Arte Acquisitiva

Arte della Arte del

Contesa Combattimento

Combattimento Disputa per

Violento corpo a Discorsi

corpo Genere Genere

Giudiziario Antilogico

Relativo ai

contratti, Eristica

senz'arte Dissipatrice di Produttrice di

Ricchezze Ricchezze

Chiacchiera SOFISTA

Il sofista risulta molto difficile da afferrare, allora bisogna tentare un ulteriore sforzo. Di tutte le attività che

vengono poi menzionate vi è una cosa in comune: esse cono separative. Le arti separative non rientrano

nella precedente divisione “produttive-acquisitive”. Arti che potrebbero essere produttive, vengono viste

solo sotto l’aspetto negativo, come eliminanti qualcosa, come rimozione di mali. Ecco allora che il metodo

dicotomico viene applicato alle suddette arti separative, e si tenta una sesta definizione.

6° Definizione: Arti Separative

Il Peggio dal

Il Simile dal Meglio

Simile Purificazione

Di Corpi Di Corpi Viventi

Inanimati

Del Corpo Dell'Anima

Malvagità

Malattia Bruttezza Ignoranza

(Giustizia

(Medicina) (Ginnastica) (Insegnamento)

Punitiva) Stoltezza

(Educazione)

Confutazione

Ammonitoria SOFISTA

L’arte della confutazione procede nel seguente modo: si interroga senza tregua sugli argomenti di cui uno

crede di sapere qualcosa; poi, trattandosi di opinioni di gente incline all’errore, le si esamina con facilità, si

mettono in confronto e si mostra, così facendo, che sono in opposizione con sé stesse, sulle stesse cose e

secondo gli stessi rispetti. Dopo gli esiti, quelli interrogati divengono più miti e si liberano delle opinioni alte

che avevano di sé (effetto catartico). La confutazione diviene così la più importante tra le purificazioni

perché elimina le opinioni che sono di impedimento alle conoscenze.

Coloro che usano la confutazione, si ha paura però a dirli “sofisti”. Effettivamente qui troviamo la

descrizione del procedere più socratico che sofistico, in particolare per la mitezza raggiunta

dall’interlocutore. Il sofista come colui che si propone di liberare dall’ignoranza è una contraffazione di

Socrate, perché ne imita il metodo e perché ignorante come lui, ma a differenza di Socrate è inconsapevole

della propria ignoranza. Teeteto dimostra la sua perplessità per la somiglianza di quanto descritto come

sofista al filosofo, ma lo Straniero non manca di ribattere che anche il lupo somiglia al cane, la bestia più

selvatica a quella più domestica.

Vengono allora riassunte le sei definizioni:

- Cacciatore retribuito di giovani e ricchi

- Mercante di conoscenze riguardo l’anima

- Commerciante al minuto di conoscenze riguardanti l’anima

- Venditore di conoscenze da lui stesso prodotte

- Atleta dell’agonistica relativa ai discorsi

- Purificatore riguardo l’anima delle opinioni che impediscono la conoscenza

Il sofista era stato però anche definito “antilogico”, e proprio lui insegna ad essere tali. Insegna ad essere

antilogici sulle cose divine, ma anche sulle questioni politiche, insomma: su ogni argomento. Ma per

confutare su tutto, di tutto bisogna avere scienza, altrimenti non è possibile contraddire che la scienza la

possiede. Il “miracolo della potenza sofistica”, ossia il fatto che i sofisti raccolgano schiere di seguaci pronti

a pagarli, si basa sul fatto che i sofisti sembrano avere scienza di ciò su cui contraddicono. Essi appaiono

sapienti su tutto, ma questo è impossibile per l’uomo. Ma il sofista, posto davanti a questo dato di fatto,

potrebbe rispondere che lui non dice né contraddice, semplicemente sa produrre e fare tutte le cose con

un’unica arte. Il sofista produce tutte le cose rivendendole a prezzo più basso, e questa produzione giocosa

rappresenta un’unità che comprende molte attività. Questa unità è qui chiamata “arte imitativa”, che è

l’arte di produrre l’apparenza di una cosa senza essere la cosa in questione e può includere immagini,

copie, riflessi, ma qui si allude evidentemente alla forza della parola. Gli interlocutori sono giunti allora al

punto di considerare il sofista come un ammaliatore e un esponente del genere degli illusionisti. Per

catturare in maniera incontrovertibile il sofista, si rende necessario allora procedere attraverso il metodo

delle divisioni partendo dall’arte di produrre immagini. Bisogna quindi suddividere l’arte mimetica e

continuare di volta in volta finchè il sofista non viene catturato.

Arte

Imitativa

Arte Arte

Icastica Fantastica

L’arte icastica è produttrice di immagini somiglianti, mentre quella fantastica è produttrice di apparenze. Il

tratto essenziale dell’arte fantastica è che essa produca illusione/falsità, quello della icastica è che

l’immagine prodotta sia in qualche modo veritiero. E’ arduo capire a quale delle due arti si rifà il sofista

perché questo “apparire” e questo “sembrare, ma non essere”, e questo “dire certe cose, ma non vere”,

sono modi di dire gravidi di difficoltà: come si può dire che opinare il falso si da realmente senza cadere in

contraddizione?

La duplicità del sofista, che sembra ma non è, che dice cose che non sono vere, che è e che non è quindi

allo stesso tempo, ci introduce al problema dell’essere/apparire, dell’essere e del non-essere.

Inizia dunque qui la sezione ontologica, che si allaccia alla parte precedente mediante la figura di

Parmenide.

237b

Perchè non si cada in contraddizione bisogna quindi ammettere che il falso è qualcosa che è. Questo

sembra però andare contro la tesi parmenidea. Si profila quindi la necessità di torturare il testo di

Parmenide, il che significa trovare un modo di pensare il falso che non rinnega il divieto parmenideo di

parlare di ciò che non è e che rivela un senso in cui si può dire che ciò che non è, è. In questo modo verrà

mostrata l’impossibilità per il sofista di contare su Parmenide come alleato.

Punto di partenza è il fatto che sia chiaro che non si deve riferire il “che non è” a qualcuna delle cose che

sono. Ma è anche vero che ogni volta che diciamo “qualcosa”, la diciamo sempre in riferimento a una cosa

che è, perché come isolata sarebbe impronunciabile. Chi allora non dice qualcosa è del tutto necessario che

in assoluto non dica nulla.

A ciò che è può connettersi un’altra tra le cose che sono. Ma anche a ciò che non è, ossia il numero: come si

potrebbe infatti afferrare con il pensiero le cose che non sono o ciò che non è, separatamente dal numero?

Infatti dicendo “che non è” aggiungiamo l’unità, quindi non è possibile pronunciare di per sé stesso, ciò che

non è. Dicendo “inesprimibile”, “impronunciabile” già si formula il discorso come se fosse relativo a

qualcosa di uno. Anche stando all’appellativo “esso” lo si qualificherebbe all’interno della specie dell’uno.

Lo Straniero sostiene che il sofista è andato a nascondersi in un luogo inaccessibile proprio perché sembra

impossibile enunciare qualcosa su ciò che non è, senza attribuirgli né l’essere, né l’unità, né la molteplicità

numerica.

Se dunque diremo che il sofista possiede un’arte produttrice di immagini, egli potrà benissimo domandarci

che cosa si intende per “immagine”. E’ sulla natura delle immagini che deve vertere ora il ragionamento.

Teeteto si limita a elencare casi particolari, ma lo Straniero vuole una definizione concettuale, perché è

proprio questo che non permetterà una confutazione del sofista, una definizione che si desuma sai discorsi.

Così Teeteto distingue il vero verace dal vero ontico: l’immagine è ciò che, costituito a somiglianza di una

cosa vera, è altro da essa, ma tale quale. Ciò che è somigliante non essendo realmente, non è vero.

Dunque, mentre non è realmente, è realmente ciò che chiamiamo immagine somigliante. I due

interlocutori sono allora arrivati a dire che ciò che non è, in qualche modo è. Il sofista li ha quindi portati a

contraddirsi.

Abbiamo detto anche che il sofista propone un’arte ingannatrice che fa dire cose false. Un discorso falso è

che quello che dice essere le cose che non sono e non essere le cose che sono. Ma in questo senso i due

dicono che si danno falsità nelle opinioni e nei discorsi: il problema sta nel fatto che avevano

precedentemente affermato che non è possibile riferire l’essere a ciò che non è.

I protagonisti però non vogliono rinunciare a catturare il sofista.

Riassumendo: Parmenide dice che è impossibile pensare e dire il non-essere. Il sofista per difendersi si

aggrappa al detto parmenideo, grazie al quale può sostenere di non poter dire il non-essere. Ora lo

Straniero e Teeteto vogliono catturare il sofista dimostrando che non può avere Parmenide come alleato.

Proprio per questo il loro discorso sarà finalizzato a costringere Parmenide, torturandone il testo, ad

ammettere che ciò che non è sotto qualche rispetto è, e che ciò che è in qualche modo non è. Bisogna

dunque avere l’ardire di attaccare il discorso paterno.


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11

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5.46 MB

AUTORE

Stotle

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in filosofia
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Stotle di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia antica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Bonazzi Mauro.

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